I Misteri Mitraici

Il cammino Iniziazione

 

 Introduzione

I Misteri Mitraici rappresentano uno dei culti iniziatici più misteriosi e influenti dell’antichità, sviluppatisi nel contesto dell’Impero Romano tra il I e ​​il IV secolo d.C. Nonostante la loro soppressione con l’avvento del cristianesimo come religione ufficiale, il fascino dei Misteri di Mitra continua a suscitare interesse tra storici, antropologi e studiosi di religioni comparati.

 

1) Origini dei Misteri Mitraici

1.1. La figura di Mitra: origine indo-iranica

Mitra, la divinità centrale del culto, ha origini molto più antiche del periodo romano. Compare per la prima volta nei Veda, i testi sacri dell’India antica (circa II millennio a.C.), come divinità associata al Sole, alla verità e ai contratti sacri. Nel contesto zoroastriano della Persia, Mitra assume il ruolo di protettore della luce, garante dell’ordine cosmico (Asha) e nemico delle forze del caos (Druj).

Con l’espansione dell’Impero Persiano e il contatto con il mondo ellenistico, la figura di Mitra subì una trasformazione sincretica, integrando elementi della religione greca e romana.

1.2. La diffusione nel mondo romano

Il culto di Mitra fu introdotto nell’Impero Romano probabilmente dai soldati romani di stanza in Oriente, in particolare in Anatolia e Persia, durante le campagne militari del I secolo a.C. Il sincretismo culturale romano assimilò Mitra come una divinità del pantheon romano, ma la pratica dei Misteri si sviluppò in una forma esclusivamente iniziatica e misterica.

Il culto trovò un particolare favore tra i soldati e le élite militari romane grazie ai valori che incarnava: disciplina, coraggio, lealtà e il trionfo della luce sull’oscurità.

2) Mitologia e temi centrali dei misteri mitraici

2.1. La nascita di Mitra

Uno degli episodi fondamentali della mitologia mitraica è la nascita miracolosa di Mitra, che si dice sia emerso da una roccia (spesso chiamata “petra genetrix”), già adulto e armato di una daga. Questa scena, spesso rappresentata nei rilievi mitraici, simboleggia la forza, l’autosufficienza e la connessione divina con il mondo naturale.

 

2.2. Il sacrificio del toro

Il tauroctonio, o sacrificio del toro, è il mito centrale dei Misteri Mitraici. Secondo la leggenda, Mitra, su comando del dio Sole, uccide un toro primordiale in una grotta. Dal sangue del toro nascono tutte le forme di vita sulla Terra: grano, vite e altre piante. Il sacrificio del toro rappresenta la creazione del mondo e il rinnovamento ciclico della vita.

 

2.3. Altri episodi mitologici

Altre scene iconografiche legate ai Misteri includono:

Il banchetto di Mitra e del Sole: dopo il sacrificio del toro, Mitra si unisce al dio Sole in un banchetto, simbolo di armonia cosmica.

La lotta tra Mitra e il toro: questa scena, preludio al sacrificio, rappresenta la lotta tra le forze della luce e dell’oscurità.

3) Struttura e ritualità dei Misteri Mitraici

3.1. I sette gradi iniziatici

I Misteri Mitraici erano organizzati in un sistema gerarchico di sette gradi iniziatici, ciascuno con un significato simbolico e rituale specifico:

Corax (Corvo): il grado più basso, associato a Mercurio, rappresenta l’inizio del percorso spirituale.

Ninfeo (Sposo): legato a Venere, simboleggiava la purezza e il passaggio verso un’unione mistica.

Miles (Soldato): associato a Marte, rappresentava la dedizione al culto e la lotta interiore.

Leo (Leone): legato a Giove, simboleggiava il dominio sulle passioni e il coraggio.

Perses (Persiano): legato alla Luna, rappresentava una trasformazione interiore verso la saggezza.

Heliodromus (Corriere del Sole): associato al Sole, simboleggiava l’illuminazione spirituale.

Pater (Padre): il grado più alto, associato a Saturno, indicava il raggiungimento della conoscenza completa e la guida spirituale degli altri.

3.2. La cerimonia iniziatica

L’iniziazione nei Misteri Mitraici era un processo rigoroso, che comportava prove fisiche e psicologiche. I candidati dovevano dimostrare coraggio, lealtà e disciplina, attraversando simbolicamente la morte e la rinascita spirituale.

 

3.3. I luoghi di culto: i Mitrei

I riti mitraici si svolgevano in luoghi sacri chiamati Mitrei, spesso ricavati in grotte naturali o sotterranee. Questi spazi erano decorati con rilievi e sculture che raffiguravano episodi mitologici. La grotta rappresentava il cosmo, con il soffitto dipinto a stelle che simboleggiava la volta celeste.

 

4) Simbolismo e cosmologia

4.1. Il Tauroctonio

Il sacrificio del toro era ricco di simbolismo cosmico:

Il sangue del toro rappresentava la vita e la fertilità.

Gli animali come il serpente e lo scorpione simboleggiavano forze cosmiche in equilibrio tra creazione e distruzione.

4.2. I simboli astronomici

I Misteri Mitraici erano profondamente legati all’astronomia. I sette gradi iniziatici erano associati ai sette pianeti conosciuti, e la cosmologia mitraica rifletteva l’ordine celeste come modello di armonia universale.

 

5) Significato culturale e sociale

5.1. Il culto dei soldati

I Misteri Mitraici erano particolarmente popolari tra i soldati romani. Mitra, come dio guerriero e garante della luce, incarnava i valori di coraggio, disciplina e lealtà, fondamentali per la vita militare.

5.2. Inclusività ed Esclusività

Pur essendo accessibile a uomini di tutte le classi sociali, il culto era esclusivamente maschile. Le comunità mitraiche si basavano su una forte solidarietà tra iniziati, che si consideravano fratelli spirituali.

 

Declino e eredità

Con l’adozione del cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero Romano nel IV secolo, i Misteri Mitraici furono progressivamente soppressi. Tuttavia, il loro simbolismo e la loro struttura iniziatica influenzarono profondamente le tradizioni religiose ed esoteriche successive.

 

Conclusione

I Misteri Mitraici, con la loro ricca mitologia, struttura iniziatica e profonda connessione con il cosmo, rappresentano una delle tradizioni spirituali più complesse e significative dell’antichità. Sebbene siano scomparsi come culto pratico, il loro lascito continua a ispirare e affascinare, offrendo una finestra unica sulla spiritualità dell’Impero Romano e sulle radici delle vie iniziatiche occidentali.

 

 

Terza riflessione sulla Verità

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Definizione ontologica dell’uomo a partire dall’enigma della Sfinge: L’essenza tecnica dell’essere umano


Introduzione

L’enigma della Sfinge è uno dei miti più antichi e affascinanti della cultura greca, carico di significati simbolici profondi riguardanti la natura umana. Il celebre enigma recita:

“Qual è l’essere che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre?”

La risposta, l’uomo, riflette le fasi della vita umana: infanzia, maturità e vecchiaia. Tuttavia, oltre alla semplice descrizione delle età dell’uomo, l’enigma offre una chiave per una definizione ontologica dell’essere umano che include intrinsecamente la tecnica come elemento costitutivo della sua essenza.

Questa riflessione esplora come l’enigma della Sfinge possa essere interpretato per definire ontologicamente l’uomo, evidenziando il ruolo fondamentale della tecnica nella sua esistenza e nel suo rapporto con l’essere.


1. L’Enigma della Sfinge e le Fasi dell’Esistenza Umana

L’enigma suddivide la vita dell’uomo in tre fasi simboliche:

  1. Mattino (Infanzia): l’uomo cammina su quattro zampe, rappresentando il neonato che gattona. Questa fase simboleggia la dipendenza e la scoperta iniziale del mondo.
  2. Mezzogiorno (Età Adulta): cammina su due gambe, indicando la maturità, l’autonomia e la piena espressione delle capacità umane.
  3. Sera (Vecchiaia): cammina su tre gambe, utilizzando un bastone come supporto. Questa fase rappresenta la saggezza accumulata e la dipendenza parziale dagli strumenti per compensare le limitazioni fisiche.

2. Il Bastone come Simbolo della Tecnica

Il bastone nell’enigma non è solo un supporto fisico, ma un simbolo potente della tecnica come estensione dell’essere umano. Esso rappresenta:

  • Prolungamento del corpo: Il bastone estende le capacità fisiche dell’uomo, permettendogli di superare le proprie limitazioni.
  • Simbolo della creatività umana: Riflette l’ingegnosità e la capacità dell’uomo di creare strumenti per adattarsi all’ambiente.
  • Manifestazione della ragione: L’uso del bastone implica una comprensione razionale dei bisogni e delle soluzioni possibili.

3. Definizione Ontologica dell’Uomo come Essere Tecnico

Alla luce dell’enigma e del simbolismo del bastone, possiamo definire ontologicamente l’uomo come un essere tecnico:

  • Essere razionale: l’uomo possiede la capacità di pensiero astratto, riflessione e comprensione delle leggi che governano la realtà.
  • Essere tecnico: la tecnica è intrinseca all’essenza umana; l’uomo non solo utilizza strumenti, ma li crea e li perfeziona, trasformando il mondo e se stesso.
  • Essere temporale: vive attraverso il tempo, evolvendo nelle diverse fasi della vita, ognuna con proprie caratteristiche e sfide.
  • Essere relazionale: interagisce con altri enti e con l’ambiente, costruendo relazioni sociali e culturali complesse.

Questa definizione sottolinea che la tecnica non è un’aggiunta esterna all’uomo, ma una componente fondamentale della sua esistenza ontologica.


4. La Tecnica come Mediazione tra l’Uomo e l’Essere

La tecnica svolge un ruolo di mediazione essenziale tra l’uomo e l’essere:

  • Comprensione dell’essere: attraverso la tecnica, l’uomo esplora e comprende l’essenza degli enti che lo circondano.
  • Trasformazione degli enti: la capacità di modificare l’ambiente riflette una relazione attiva con l’essere, non passiva.
  • Autorealizzazione: la tecnica permette all’uomo di esprimere la propria creatività e di realizzare il proprio potenziale.

5. Implicazioni Filosofiche della Tecnica nell’Essere Umano

L’inclusione della tecnica nell’ontologia umana porta a diverse riflessioni filosofiche:

  • Tecnica e libertà: la capacità di creare strumenti offre all’uomo la libertà di trascendere le proprie limitazioni naturali.
  • Tecnica e responsabilità: con il potere di trasformare l’ambiente sorgono gli interrogativi etici sull’utilizzazione della tecnica.
  • Tecnica e identità: gli strumenti e le tecnologie influenzano l’identità individuale e collettiva, modellando culture e società.

6. La Tecnica nell’Evoluzione dell’Uomo

Storicamente, la tecnica ha accompagnato l’evoluzione umana:

  • Preistoria: l’uso di strumenti di pietra segna l’inizio della cultura umana.
  • Rivoluzioni tecnologiche: l’invenzione dell’agricoltura, della scrittura, della macchina a vapore e, più recentemente, della tecnologia digitale, ha trasformato radicalmente la società.
  • Futuro tecnologico: l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e altre innovazioni pongono nuove sfide e opportunità per l’umanità.

7. Critiche e Riflessioni sulla Tecnica

Filosofi come Martin Heidegger hanno espresso preoccupazioni riguardo al dominio della tecnica:

  • Tecnica come fine a sé stessa: la tecnica rischia di diventare un fine anziché un mezzo, alienando l’uomo dalla sua essenza.
  • Perdita di autenticità: un’eccessiva dipendenza dalla tecnologia può allontanare l’uomo dall’esperienza autentica dell’essere.

Tuttavia, riconoscendo la tecnica come parte integrante dell’ontologia umana, possiamo cercare un equilibrio che valorizzi sia l’innovazione che l’umanità.


8. Conclusione

L’enigma della Sfinge offre una prospettiva profonda sulla natura umana, evidenziando come la tecnica sia intrinsecamente legata all’essere dell’uomo. Definire ontologicamente l’uomo come essere tecnico ci permette di comprendere meglio il suo ruolo nel mondo e la sua relazione con l’essere.

La tecnica è al contempo una manifestazione della razionalità umana e un mezzo per realizzare il proprio potenziale. Riconoscendo questo, possiamo aspirare a un uso della tecnica che sia etico, sostenibile e in armonia con l’essere.


Riferimenti bibliografici e motivazioni

  • Aristotele. Metafisica. Esplorazione delle cause e dei principi primi dell’essere.
  • Platone. Il Simposio. Riflessioni sulla natura umana e sulla ricerca della conoscenza.
  • Martin Heidegger. La questione della tecnica. Analisi critica del rapporto tra uomo e tecnica nella modernità.
  • Hans-Georg Gadamer. Verità e metodo. Esame dell’interpretazione e della comprensione nella filosofia ermeneutica.
  • Gilbert Simondon. Du mode d’existence des objets techniques. Studio sull’ontologia degli oggetti tecnici e il loro ruolo nella società.
  • Lewis Mumford. Il mito della macchina. Critica storica e filosofica dell’impatto della tecnologia sulla civiltà.
  • Hannah Arendt. Vita activa. Analisi delle condizioni umane dell’agire, del lavoro e dell’azione politica.
  • Giorgio Agamben. L’uomo senza contenuto. Riflessione sull’arte, la tecnica e la perdita di esperienza nell’epoca moderna.
  • Karl Jaspers. Origine e senso della storia. Discussione sul ruolo della tecnica nella formazione della storia umana.
  • Jacques Ellul. La tecnica o l’attenzione all’efficacia. Critica della società tecnologica e dei suoi effetti sull’uomo e sull’ambiente.

Nota Finale

Interpretare l’enigma della Sfinge attraverso una lente ontologica che comprende necessariamente la tecnica ci permette di riscoprire aspetti fondamentali dell’essere umano. La tecnica, lungi dall’essere un semplice strumento, è parte integrante della nostra essenza e del nostro modo di esistere nel mondo. Questa comprensione ci porta a interrogarci sul modo in cui utilizziamo la tecnologia e sul significato che essa ha nelle nostre vite, promuovendo un rapporto più consapevole e autentico con l’essere.

Seconda riflessione sulla Verità

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La domanda fondamentale: cos’è l’ente?

Introduzione: la Verità come comprensione dell’essere e interiorizzazione

Nel viaggio alla ricerca della Verità, sorge inevitabilmente la domanda fondamentale: cos’è l’ente? Partendo dalla prospettiva che la Verità non risiede nella semplice corrispondenza tra intelletto e realtà esterna, ma nella profonda comprensione dell’essere come insieme degli enti e nella conseguente interiorizzazione di questa comprensione, diventa essenziale esplorare il concetto di ente. È attraverso la comprensione degli enti e l’assimilazione interiore di questa conoscenza che ci avviciniamo alla Verità intesa come realizzazione dell’essere nella sua totalità.

L’essere come insieme degli enti

Concepire l’essere come l’insieme degli enti significa riconoscere che ogni ente, ogni elemento della realtà, contribuisce alla totalità dell’essere. Non esiste un’essenza dell’essere separata dagli enti stessi; l’essere si manifesta attraverso gli enti e le loro interazioni. Questa visione olistica sottolinea l’importanza di comprendere non solo gli enti individualmente, ma anche le relazioni che li uniscono in un tutto coerente.

Cos’è l’ente?

Definizione dell’ente

L’ente, dal latino ens (participio presente del verbo esse ‘essere’), è ciò che esiste, ciò che ha un’essenza e una presenza nell’essere. Gli enti possono essere materiali o immateriali, concreti o astratti, contingenti o necessari. Essi rappresentano le varie manifestazioni dell’essere, le espressioni attraverso le quali l’essere si rivela e si rende accessibile alla nostra comprensione.

Caratteristiche dell’ente

Esistenza ed Essenza: L’ente è caratterizzato dalla sua esistenza (il fatto che è) e dalla sua essenza (ciò che è). L’essenza definisce la natura dell’ente, mentre l’esistenza ne attesta la presenza nell’essere.

Identità e Differenza: Ogni ente possiede un’identità unica che lo distingue dagli altri enti. Questa identità emerge dalla sua essenza e dalle sue proprietà specifiche.

Relazionalità: Gli enti non esistono in isolamento, ma sono in relazione tra loro. È attraverso queste relazioni che l’essere si configura come un insieme integrato.

La comprensione dell’ente come via alla Verità

Secondo la prospettiva in esame, la Verità si raggiunge attraverso la comprensione profonda degli enti e l’interiorizzazione di questa conoscenza. Questo processo va oltre la semplice acquisizione di informazioni; richiede una trasformazione interiore che ci permette di assimilare l’essenza degli enti e di percepire l’unità dell’essere.

Interiorizzazione della Conoscenza

Consapevolezza profonda: Non basta conoscere gli enti a livello superficiale; è necessario sviluppare una consapevolezza profonda della loro essenza e del loro ruolo nell’insieme dell’essere.

Esperienza interiore: L’interiorizzazione implica un’esperienza personale e diretta degli enti. Attraverso la riflessione, la meditazione e l’intuizione, possiamo cogliere l’essenza degli enti oltre le apparenze fenomeniche.

Trasformazione dell’essere: La comprensione e l’interiorizzazione degli enti conducono a una trasformazione del nostro stesso essere. Diventiamo parte attiva dell’unità dell’essere, partecipando alla Verità in modo integrale.

Prospettive Filosofiche sull’ente e la Verità

Eraclito

Eraclito sosteneva che tutto scorre (panta rei) e che la realtà è in costante divenire. Gli enti sono manifestazioni di un logos universale, un principio unificante che può essere compreso attraverso l’intuizione e l’interiorizzazione.

Plotino

Nella filosofia neoplatonica, Plotino vede gli enti come emanazioni dell’Uno, l’essere supremo. La Verità si raggiunge risalendo dai molti enti all’Uno attraverso un percorso di interiorizzazione e contemplazione.

Martin Heidegger

Heidegger critica l’oblio dell’essere nella filosofia occidentale, che si è concentrata troppo sugli enti senza interrogarsi sull’essere stesso. Egli propone un ritorno all’analisi dell’essere attraverso l’esperienza esistenziale e l’apertura al senso dell’essere che si manifesta negli enti.

La via dell’interiorizzazione nelle Tradizioni Spirituali

Le vie iniziatiche e le tradizioni spirituali hanno da sempre sottolineato l’importanza dell’interiorizzazione per raggiungere la Verità.

Mistica cristiana

Mistici come San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila hanno descritto un percorso interiore di purificazione e contemplazione che porta all’unione con Dio, inteso come l’essere supremo.

Buddhismo

Il Buddhismo insegna che la comprensione della natura interdipendente degli enti conduce all’illuminazione. Mediante la meditazione profonda, si interiorizza la verità dell’impermanenza e dell’assenza di un sé separato.

Advaita Vedanta

Questa scuola filosofica indiana sostiene che l’Atman (il sé individuale) è identico al Brahman (la realtà ultima). Attraverso la conoscenza interiore e l’auto-indagine, si realizza questa unità fondamentale.

La Sintesi tra conoscenza razionale e interiorizzazione

Mentre la conoscenza razionale ci fornisce gli strumenti per analizzare e comprendere gli enti, è attraverso l’interiorizzazione che questa conoscenza diventa viva e trasformativa. La Verità emerge dalla sintesi tra l’intelletto e l’esperienza interiore, conducendo a una comprensione integrale dell’essere.

Processo di interiorizzazione

Riflessione profonda: Analizzare gli enti non solo a livello intellettuale, ma riflettere sul loro significato esistenziale.

Intuizione: Sviluppare la capacità di percepire direttamente l’essenza degli enti, oltre le categorie concettuali.

Pratica spirituale: Utilizzare meditazione, contemplazione e altre pratiche per favorire l’interiorizzazione e la trasformazione interiore.

Conclusione: La Verità come realizzazione dell’essere attraverso l’ente

In questa prospettiva, la Verità non è un semplice rispecchiamento della realtà esterna nell’intelletto, ma una realizzazione profonda dell’essere attraverso la comprensione e l’interiorizzazione degli enti. È un percorso che coinvolge l’intera persona, integrando conoscenza, esperienza e trasformazione.

Comprendere cos’è l’ente diventa quindi fondamentale per avvicinarsi alla Verità. L’ente è il ponte tra l’essere e la nostra esperienza; è attraverso di esso che l’essere si manifesta e può essere compreso. Interiorizzando questa comprensione, partecipiamo attivamente all’essere, realizzando la Verità come esperienza vivente.

Riferimenti bibliografici e motivazioni

Parmenide, Sulla natura. Esplora l’essere come realtà unica e immutabile.

Eraclito, Frammenti. Introduce il concetto del logos e del divenire degli enti.

Platone, Il Sofista. Discute la natura dell’ente e dell’essere.

Plotino, Enneadi. Descrive l’emanazione degli enti dall’Uno e il ritorno all’unità attraverso l’interiorizzazione.

Martin Heidegger, Essere e Tempo. Indaga il senso dell’essere attraverso l’analisi dell’ente umano (Dasein).

Edmund Husserl, Meditazioni Cartesiane. Esplora la fenomenologia come metodo per accedere all’essenza degli enti attraverso l’esperienza interna.

San Giovanni della Croce, La notte oscura dell’anima. Descrive il percorso interiore verso l’unione con l’essere divino.

Nagarjuna, Madhyamaka Karika. Analizza la natura degli enti e dell’essere nella filosofia buddhista Madhyamaka.

Adi Shankaracharya, Vivekachudamani. Esplora l’auto-indagine e la realizzazione dell’identità tra Atman e Brahman.

Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione. Esamina il ruolo dell’esperienza corporea nella comprensione degli enti.

Nota Finale

La ricerca della Verità è un percorso che richiede sia la comprensione intellettuale degli enti sia l’interiorizzazione di questa comprensione. È attraverso l’ente che l’essere si manifesta a noi, e attraverso l’interiorizzazione che questa manifestazione diventa trasformativa. La Verità, dunque, non è un concetto statico o esterno, ma una realtà dinamica che si realizza nella misura in cui comprendiamo e interiorizziamo l’essere come insieme degli enti.

Questo approccio invita a una partecipazione attiva e consapevole all’essere, dove la conoscenza diventa esperienza vissuta e la Verità si rivela come la piena realizzazione dell’essere nel nostro stesso esistere.

Prima riflessione sulla Verità

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Introduzione: Una Definizione della Verità

La Verità è stata da sempre uno dei concetti più elevati e sfuggenti nella storia del pensiero umano. Non è semplicemente la corrispondenza tra una proposizione e un fatto, ma rappresenta l’aspirazione ultima alla comprensione profonda dell’essere e della realtà. La Verità, in senso alto, è ciò che è assoluto, immutabile e universale; è il fondamento su cui poggia ogni conoscenza e ogni esistenza. È l’armonia sottostante all’apparente molteplicità del mondo, la luce che illumina l’intelletto e guida l’anima verso il suo compimento.

Partendo da questa definizione elevata, possiamo esplorare come l’essere, inteso come l’insieme degli enti, si rapporti alla Verità, e come sia possibile avvicinarsi ad essa attraverso la conoscenza razionale e gli stati di coscienza superiori delle vie iniziatiche.

L’Essere come Insieme degli Enti

Concepire l’essere come l’insieme degli enti significa riconoscere che tutto ciò che esiste, in qualsiasi forma o manifestazione, contribuisce alla totalità dell’essere. Gli enti sono le espressioni concrete e astratte della realtà: oggetti materiali, fenomeni naturali, idee, emozioni, relazioni. Questa visione ci invita a vedere l’universo non come un insieme frammentato di parti isolate, ma come una rete interconnessa in cui ogni ente ha un ruolo nel tessuto dell’essere.

In questa prospettiva, la Verità non è qualcosa di separato o al di sopra degli enti, ma è intrinseca all’essere stesso. Comprendere la Verità significa quindi comprendere l’essenza degli enti e le relazioni che li uniscono.

La Conoscenza Razionale come Via alla Verità

La ragione è uno strumento potente che l’umanità ha sviluppato per indagare la realtà. Attraverso la logica, la matematica, la scienza e la filosofia, cerchiamo di svelare i principi fondamentali che governano gli enti. La conoscenza razionale ci permette di analizzare, classificare e comprendere il mondo che ci circonda.

Ad esempio, la fisica esplora le leggi che regolano la materia e l’energia, la biologia studia i processi vitali degli organismi, la filosofia indaga le questioni ultime sull’esistenza e il significato. Ogni disciplina contribuisce a illuminare un aspetto dell’essere, avvicinandoci alla Verità.

Tuttavia, la ragione ha i suoi limiti. Come già osservato da filosofi come Immanuel Kant, la mente umana è confinata dalle categorie attraverso cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Esistono aspetti della realtà che sfuggono all’analisi razionale, dimensioni dell’essere che richiedono un approccio diverso.

Gli Stati di Coscienza Superiori nelle Vie Iniziatiche

Le tradizioni spirituali e iniziatiche di diverse culture hanno riconosciuto che esiste una dimensione della Verità accessibile solo attraverso l’esperienza diretta e trasformativa. Pratiche come la meditazione, la contemplazione, il rito e l’ascesi sono state sviluppate per trascendere le limitazioni della percezione ordinaria e raggiungere stati di coscienza superiori.

In queste esperienze, l’individuo può percepire l’unità fondamentale dell’essere, superando la dualità tra soggetto e oggetto. La Verità si rivela non come un concetto astratto, ma come una realtà viva e presente. Questo stato è stato descritto come illuminazione, nirvana, samadhi, gnosi o unione mistica, a seconda delle tradizioni.

Per esempio:

Nel Buddhismo, il raggiungimento del nirvana porta alla comprensione profonda della realtà così com’è, libera dalle illusioni dell’ego.

Nell’Induismo, il samadhi è lo stato in cui l’individuo realizza l’identità tra l’Atman (sé individuale) e il Brahman (realtà assoluta).

Nella mistica cristiana, l’unione con Dio è vista come la massima realizzazione dell’anima.

Questi stati di coscienza superiore offrono una via diretta alla Verità, complementare alla conoscenza razionale.

La Sintesi tra Ragione e Intuizione

La ricerca della Verità ultima richiede quindi una sintesi tra la conoscenza razionale e l’esperienza diretta degli stati di coscienza superiori. La ragione ci fornisce gli strumenti per comprendere gli enti e le loro relazioni, mentre l’intuizione e l’esperienza interiore ci permettono di cogliere l’essenza dell’essere in modo immediato.

Filosofi come Plotino hanno sostenuto che l’intelletto può ascendere gradualmente verso l’Uno attraverso la contemplazione, superando i limiti del pensiero discorsivo. Henri Bergson ha distinto tra l’intelligenza analitica e l’intuizione, quest’ultima capace di cogliere la durata e la continuità della realtà.

La filosofia perenne, un concetto sviluppato da pensatori come Aldous Huxley e René Guénon, afferma che esiste una verità universale comune a tutte le tradizioni spirituali, accessibile attraverso l’esperienza diretta e la trasformazione interiore.

La Verità come Realizzazione dell’Essere

La Verità, in questa visione elevata, non è semplicemente una conoscenza da acquisire, ma uno stato dell’essere da realizzare. È l’allineamento dell’individuo con la realtà fondamentale, la dissoluzione delle illusioni e delle separazioni. Questo percorso richiede una trasformazione profonda, un lavoro su di sé che coinvolge tutte le dimensioni dell’essere: fisica, mentale, emotiva e spirituale.

La via iniziatica diventa quindi un cammino di crescita integrale, in cui l’individuo sviluppa sia la comprensione razionale che la saggezza intuitiva. Attraverso l’equilibrio tra conoscenza e esperienza, tra azione e contemplazione, è possibile avvicinarsi alla Verità ultima.

Conclusione: L’Unione tra l’Essere e la Verità

Partendo da una definizione alta della Verità come realtà assoluta e universale, abbiamo posto le basi per comprendere come l’essere, inteso come insieme degli enti, sia il campo in cui questa Verità si manifesta. La conoscenza razionale ci permette di indagare gli enti e le loro relazioni, contribuendo a costruire una comprensione sempre più approfondita del mondo.

Allo stesso tempo, gli stati di coscienza superiori offrono accesso diretto alla Verità, superando i limiti della percezione ordinaria e della razionalità. La sintesi di questi approcci conduce a una realizzazione piena dell’essere, in cui la Verità non è più un oggetto esterno da conoscere, ma una realtà interiore da vivere.

La ricerca della Verità diventa così un percorso personale e universale, che coinvolge l’intera umanità nella scoperta del significato profondo dell’esistenza. È un invito a trascendere le divisioni, a riconoscere l’unità fondamentale di tutte le cose e a partecipare attivamente alla realizzazione del potenziale umano.

Riferimenti bibliografici e motivazioni

Platone, La Repubblica. Esplorazione dell’idea del Bene come Verità suprema.

Aristotele, Metafisica. Analisi dell’essere e dei principi primi.

Plotino, Enneadi. Descrizione dell’ascesa dell’anima verso l’Uno.

Immanuel Kant, Critica della ragion pura. Riflessione sui limiti della conoscenza razionale.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello Spirito. Dialettica dell’autocoscienza e realizzazione della Verità.

Martin Heidegger, Essere e Tempo. Indagine sul significato dell’essere e sulla Verità come disvelamento.

Henri Bergson, L’evoluzione creatrice. Distinzione tra intelletto e intuizione nella comprensione della realtà.

Aldous Huxley, La filosofia perenne. Sintesi delle verità comuni alle tradizioni spirituali.

René Guénon, Simboli della Scienza Sacra. Analisi delle vie iniziatiche e del simbolismo tradizionale.

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni. Esplorazione dell’inconscio collettivo e dell’individuazione.

Ken Wilber, La coscienza senza frontiere. Proposta di una psicologia transpersonale integrale.

Nota Finale

La Verità, intesa nella sua accezione più elevata, è al contempo il punto di partenza e la meta del viaggio umano. È l’orizzonte verso cui tendiamo con la ragione, il cuore e lo spirito. Riconoscere l’essere come l’insieme degli enti ci offre una mappa per navigare nella complessità del mondo, mentre le vie iniziatiche ci guidano verso le profondità dell’anima. Unendo questi percorsi, possiamo sperare di avvicinarci sempre più alla Verità, realizzando pienamente il nostro potenziale e contribuendo al benessere di tutta l’umanità.

BHAGAVAD-GITA

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Il Signore Beato disse:
O Arjuna senza peccato, come ho già spiegato, ci sono due tipi di uomini
che cercano di realizzare la Verità Assoluta. Alcuni tentano di capirLa con
l ‘empirismo o ricerca filosofica, altri con l’attività devozionale.

SPIEGAZIONE
Nel secondo capitolo, verso 39, il Signore ha indicato due vie, quella del
salikhya-yoga e quella del karma-yoga, o buddhi-yoga. In questo verso il
Signore spiega queste due vie in modo più ampio. Il salikhya-yoga, ovvero lo
studio analitico della materia e dello spirito, è il sentiero di coloro che amano
la speculazione e cercano di comprendere l ‘universo mediante la filosofia e la
scienza sperimentale. Gli altri sono coloro che agiscono nella coscienza di
Krsna, come spiega il verso 61 del secondo capitolo. Il Signore ha spiegato
inoltre (B.g. , 2. 39) che agendo secondo i principi del buddhi-yoga (la coscienza
di Krsna) ci si può liberare dalle catene dell’azione e ha precisato che
questa via è senza imperfezioni. Nello stesso capitolo (B.g. , 2.61) si afferma
che il buddhi-yoga consiste nel dipendere interamente dall’Essere Supremo,
Krsna, e che applicando questo metodo diventa molto facile controllare i
sensi. Di conseguenza queste due forme di yoga sono complementari, come
la religione e la filosofia. Infatti, la religione senza filosofia è solo sentimentalismo
e la filosofia senza religione è solo speculazione mentale.
Il fine ultimo è Krsna. e i filosofi che cercano con sincerità la Verità Assoluta
giungono immancabilmente alla coscienza di Krsna. Ciò è confermato
anche nella Bhagavad-gita. Si tratta di comprendere la vera natura dell’anima
individuale in relazione con l’Anima Suprema. La via indiretta è costituita
dalla speculazione filosofica, con cui ci si può gradualmente elevare alla
coscienza di Krsna; ma la via diretta consiste nel vedere tutto, fin dall’inizio,
in relazione a Krsna. Delle due, la coscienza di Krsna è la via migliore perché
non richiede nessun ripiego speculativo per purificare i sensi. Sublime e
allo stesso tempo semplice, la coscienza di Krsna, via di devozione e d’amore,
è purificatrice in sé stessa.

La Biblioteca di Babele (Jorge Luis Borges)

Il cammino Iniziazione

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, orlati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le  necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?); io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l’aria insondabile: il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell’estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora, ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d’accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi.

Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che   l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.

Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque (1). Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide nell’esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere MCV, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. È ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano… Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che  i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea).

Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preferite o remote. Ora, è vero che gli uomini piú antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani piú sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili MCV non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Alcuni insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di MCV nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono a una crittografia; quest’ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore (2) trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questi gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli assicurò che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca.

Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi uguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabili, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione del catalogo falso, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione.

Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono. Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che  la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero.

Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni… Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro piú vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla.

Alla speranza smodata, com’è naturale, successe un’eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi, che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparí, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine.

Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i « tesori » che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali, onnipotenti, illustrati e magici.

Sappiamo anche di un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle piú lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosí all’infinito… In avventure come queste ho prodigato e consumato i  miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale (3); prego gli dèi ignoti che un uomo – uno solo, e sia pure da migliaia d’anni! – l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno. Ch’io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.

Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) vi è una quasi miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della «Biblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio». Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlö. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

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che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in uno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni – e così pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno piú frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.

Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. Io m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine (4).

1941, Mar della Plata

  1. II manoscritto originale non contiene cifre né maiuscole. La punteggiatura è limitata alla virgola e al punto. Questi due segni, lo spazio, e le ventidue lettere d’alfabeto, sono i venticinque simboli sufficienti che enumera lo sconosciuto [N.d.E.].
  2. Prima, per ogni tre esagoni c’era un uomo. Il suicidio e le malattie polmonari hanno distrutto questa proporzione. Fatto indicibilmente malinconico: a volte ho viaggiato molte notti per corridoi e scale levigate senza trovare un solo bibliotecario.
  3. Ripeto: perché un libro esista, basta che sia possibile. Solo l’impossibile è escluso. Per esempio: nessun libro è anche una scala, sebbene esistano sicuramente dei libri che discutono, che negano, che dimostrano questa possibilità, e altri la cui struttura corrisponde a quella d’una scala.
  4. Letizia Alvarez de Toledo ha osservato che la vasta Biblioteca è inutile; a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al principio del secolo XVII, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d’un numero infinito di piani). Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; l’inconcepibile foglio centrale non avrebbe rovescio.