I Misteri Gnostici

Iniziazione

 

I Misteri gnostici costituiscono una delle più affascinanti e complesse espressioni del pensiero religioso e filosofico dell’antichità. Lo gnosticismo, fiorito tra il I e ​​il III secolo d.C., si presenta come un insieme eterogeneo di correnti accomunate dalla ricerca della gnosi, intesa come conoscenza salvifica e diretta del divino. Questa conoscenza non era soltanto intellettuale, bensì un’esperienza interiore, capace di liberare l’anima dalle catene del mondo materiale. In un’epoca in cui l’Impero Romano costituiva un mosaico di popoli, lingue e credenze, lo gnosticismo si sviluppò come fenomeno spirituale profondamente radicato nel sincretismo del tardo ellenismo, quando le filosofie greche, i culti misterici e le tradizioni religiose orientali convissero e si influenzano reciprocamente.

 

Il pensiero gnostico trasse ispirazione dal platonismo, dal pitagorismo e da altre scuole di pensiero ellenistiche. Al contempo, assorbì suggestioni provenienti dai culti misterici, come quelli di Eleusi o di Mitra, e si confrontò con il patrimonio del giudaismo e del cristianesimo nascente. Alessandria d’Egitto, crocevia di saperi e cultura, fu uno dei centri di elaborazione delle dottrine gnostiche, grazie a figure di spicco come Basilide e Valentino. Anche la Siria, la Palestina e Roma divennero luoghi in cui queste idee trovarono terreno fertile, incontrando e talvolta scontrandosi con altre interpretazioni religiose e filosofiche.

 

Dal punto di vista dottrinale, gli gnostici vedevano l’universo come un teatro di tensione tra due principi fondamentali: da un lato un Dio supremo, ineffabile e completamente buono, oltre ogni definizione e dimora del Pleroma, la pienezza divina; dall’altro un mondo materiale considerato imperfetto o malvagio, derivato da una caduta o da una creazione distorta. Questa creazione inferiore era attribuita a un demiurgo, un’entità divina minore sovente identificata con il Dio veterotestamentario, che, coadiuvato dagli Arconti, governava il mondo materiale impedendo all’anima di riunirsi con il principio supremo. L’essere umano, per gli gnostici, possedeva una scintilla divina intrappolata nella materia: solo attraverso la gnosi, una conoscenza intuitiva e diretta del divino, si poteva risvegliare questa scintilla e tornare alla fonte originaria.

 

Un mito fondante del pensiero gnostico è quello di Sophia, la Saggezza. Sophia, nel tentativo di comprendere il Dio supremo, cade dal Pleroma, generando il mondo materiale per errore o allontanamento. Il ritorno di Sophia alla sua origine simboleggia il processo di redenzione dell’anima umana. Queste narrazioni mitiche sono state tramandate tramite una letteratura vasta e variegata, di cui la scoperta dei Codici di Nag Hammadi nel 1945 rappresenta uno dei momenti più rilevanti. Questi testi, scritti in copto, hanno restituito una molteplicità di Vangeli e trattati gnostici, come il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Filippo e il Vangelo della Verità. Altri testi importanti, come la Pistis Sophia o l’Apocrifo di Giovanni, esplorano le strutture cosmiche dell’universo gnostico, la natura del Demiurgo e il ruolo della conoscenza.

 

Sul piano rituale, i Misteri Gnostici comprendevano pratiche iniziatiche volte a trasmettere la gnosi. Battesimi intesi come immersioni nello spirito, cene sacre come momenti di comunione mistica e la consegna di sigilli e parole di potere permettevano all’iniziato di difendersi dagli Arconti e di avanzare lungo un percorso di liberazione interiore. Le pratiche ascetiche, l’astinenza dal mondo materiale e la focalizzazione sull’etica interiore servivano a purificare l’anima, preparandola all’incontro con la realtà divina. La dimensione simbolica era assai ricca: la luce rappresentava la conoscenza e la presenza di Dio, la scintilla divina indicava l’anima imprigionata nella materia, mentre il serpente, in alcuni contesti, diveniva segno di sapienza e liberazione. Gli eoni, emanazioni divine organizzate in strutture complesse, esprimevano la natura stratificata del Pleroma, e numeri come il trenta, associati agli eoni nel sistema valentiniano, arricchivano l’apparato simbolico del pensiero gnostico.

 

L’interpretazione gnostica delle figure bibliche e la radicale separazione tra il Dio supremo e il Creatore del mondo materiale entrarono presto in conflitto con l’ortodossia cristiana. I Padri della Chiesa come Ireneo di Lione, Tertulliano e Ippolito si opposero aspramente allo gnosticismo, considerandolo un’eresia da confutare. Le differenze dottrinali erano evidenti: Cristo, per gli gnostici, era  un emissario divino che portava la conoscenza, più che un Salvatore incarnato destinato alla croce e alla risurrezione. Il messaggio soteriologico gnostico non si basava sulla fede o sui sacramenti esterni, ma sulla comprensione interiore della verità nascosta.

 

Nonostante il rigetto da parte dell’ortodossia, lo gnosticismo influenzò le correnti successive come il manicheismo, fondato da Mani nel III secolo d.C., che accentuava il dualismo tra luce e tenebre. Analogamente, il catarismo medievale nel sud della Francia recuperò alcuni tratti gnostici nel criticare la Chiesa cattolica e nel proporre una vita ascetica. Le idee gnostiche attraversarono i secoli, comparendo in filigrana nella filosofia di pensatori moderni e nelle pratiche esoteriche contemporanee, ispirando movimenti come la Teosofia e l’Antroposofia. Figure come Carl Jung ne esaminarono i contenuti per comprendere le dinamiche profonde della psiche umana.

 

La riscoperta dei codici gnostici, soprattutto grazie ai manoscritti di Nag Hammadi, ha permesso un riesame diretto della tradizione gnostica senza doverla conoscere esclusivamente attraverso le confutazioni dei suoi oppositori. Studiosi come Hans Jonas ed Elaine Pagels hanno contribuito a una nuova comprensione dei testi gnostici, mettendo in luce la complessità e la ricchezza di questo movimento spirituale. L’interesse moderno per lo gnosticismo ha suscitato riflessioni sul cristianesimo primitivo, sulla pluralità delle interpretazioni del messaggio di Gesù e sul ruolo della conoscenza interiore nella ricerca del sacro.

 

La cultura popolare contemporanea ha talvolta attinto a motivi gnostici, reinterpretandoli in chiave narrativa, simbolica o metaforica. Opere letterarie di successo, come quelle di Dan Brown, e film capaci di creare universi paralleli come “Matrix” mostrano come i temi della conoscenza nascosta, dell’illusione del mondo materiale e della liberazione spirituale continuando ad esercitare un fascino non trascurabile sul pubblico.

 

In ultima analisi, i Misteri Gnostici delineano una visione del cosmo e dell’anima umana in cui la ricerca della gnosi diviene chiave di volta per una comprensione più profonda della realtà. Attraverso l’approfondimento interiore e la consapevolezza della scintilla divina, l’individuo può sperare di riconnettersi con la sorgente originaria del Pleroma. Nonostante le persecuzioni e l’emarginazione, questo complesso e variegato intreccio di miti, dottrine e pratiche continua a esercitare la propria influenza sul pensiero religioso e filosofico, affascinando studiosi, credenti e creativi, e ricordando che la domanda sul rapporto tra materia e spirito, ignoranza e conoscenza, non ha mai cessato di interrogare la mente e il cuore dell’umanità.

I Misteri Egizi

Iniziazione
  1. Origini storiche

1.1. Contesto Storico e Culturale

La civiltà egizia si sviluppò lungo le rive del Nilo a partire dal 3100 a.C. circa, con la fondazione del Primo Regno. La religione egizia era profondamente intrecciata con ogni aspetto della vita quotidiana, dalla politica all’agricoltura, dalla giustizia alla morte.

Caratteristiche fondamentali:

Politeismo: adorazione di un vasto pantheon di divinità, ognuna con ruoli e attributi specifici.

Religione integrata nella società: la religione non era separata dalla vita civile; faraoni, sacerdoti e cittadini comuni partecipavano a rituali e cerimonie.

Credenza nell’aldilà: forte enfasi sulla vita dopo la morte, con pratiche come la mummificazione e la costruzione di tombe elaborate.

1.2. I Misteri come Tradizione Iniziatica

I Misteri Egizi erano sistemi di insegnamenti esoterici riservati a iniziati selezionati, spesso sacerdoti o membri dell’élite. Questi misteri avevano lo scopo di:

Trasmettere conoscenze segrete: comprensione profonda dei miti, dei simboli e delle leggi cosmiche.

Garantire l’immortalità spirituale: attraverso rituali e pratiche che preparavano l’anima per l’aldilà.

Mantenere l’ordine cosmico: assicurando che Maat, il principio di verità e giustizia, fosse preservato.

  1. Principali divinità e miti associati ai Misteri

2.1. Osiride, Iside e Horus

Osiride è una delle figure centrali nei Misteri Egizi. Mito fondamentale:

Mito della morte e resurrezione di Osiride:

Osiride, re dell’Egitto, viene ucciso dal fratello Set e smembrato.

Iside, sua moglie e sorella, raccoglie le parti del corpo di Osiride e, attraverso rituali magici, lo riporta in vita temporaneamente.

Dalla loro unione nasce Horus, che vendica il padre sconfiggendo Set.

Simbolismo:

Osiride: rappresenta la morte e la resurrezione, il ciclo della natura e l’immortalità dell’anima.

Iside: simboleggia la madre divina, la magia e la fedeltà.

Horus: incarna il trionfo del bene sul male, l’ordine sul caos.

2.2. Thoth

Thoth è il dio della saggezza, della scrittura e della magia. È considerato lo scriba degli dèi e colui che ha inventato i geroglifici.

Ruolo nei Misteri:

Mediatore divino: trasmette conoscenze sacre agli esseri umani.

Giudizio delle anime: partecipa alla pesatura del cuore nel Duat (aldilà egizio).

2.3. Anubi

Anubi è il dio dei morti e della mummificazione.

Funzioni:

Guida delle anime: accompagna i defunti nel regno dell’aldilà.

Protezione delle tombe: salvaguarda le sepolture dai profanatori.

  1. Pratiche rituali e iniziazione

3.1. Il Ruolo dei templi e dei sacerdoti

I templi erano centri vitali per i Misteri:

Templi come microcosmi: rappresentavano l’universo in miniatura, con ogni parte simboleggiante aspetti cosmici.

Sacerdoti iniziati: solo i sacerdoti più elevati accedevano alle conoscenze esoteriche e conducevano i rituali segreti.

3.2. Il Processo di iniziazione

L’iniziazione era un percorso rigoroso che includeva:

Prove fisiche e morali: test di coraggio, resistenza e integrità.

Studio dei testi sacri: approfondimento dei miti, dei rituali e dei principi cosmici.

Rituali simbolici: cerimonie che rappresentavano la morte e la rinascita spirituale dell’iniziato.

3.3. Rituali funerari e mummificazione

La preparazione per l’aldilà era centrale nei Misteri:

Mummificazione: processo complesso per preservare il corpo e garantire la sopravvivenza dell’anima.

Libro dei morti: raccolta di incantesimi e formule per guidare il defunto nel Duat.

  1. Simbolismo nei Misteri Egizi

4.1. Simboli principali

Ankh (Croce Ansata): simbolo della vita eterna.

Occhio di Horus (Udjat): rappresenta protezione, guarigione e integrità.

Scarabèo: simboleggia la rigenerazione e la resurrezione.

4.2. Numerologia e geometria sacra

Numero 42: associato alle leggi di Maat e ai giudici nell’aldilà.

Piramidi e obelischi: strutture costruite seguendo precise proporzioni matematiche, riflettendo l’ordine cosmico.

4.3. Il Colore nei simboli

Oro: rappresenta l’eternità e l’incorruttibilità.

Nero: simboleggia la fertilità del Nilo e la rigenerazione.

Rosso: associato al deserto, al caos e al dio Set.

  1. Il Ruolo della magia e dell’alchimia

5.1. Heka: la forza magica

Heka era il concetto di magia come forza universale:

Strumento divino: usata dagli dèi per creare e mantenere l’ordine.

Praticata dai sacerdoti: attraverso incantesimi, amuleti e rituali per influenzare il mondo visibile e invisibile.

5.2. Alchimia Egizia

Trasmutazione spirituale: L’alchimia non era solo fisica ma rappresentava la trasformazione dell’anima.

Simbologia alchemica: uso di simboli e processi alchemici nei rituali iniziatici.

  1. Influenza dei Misteri Egizi su culture successive

6.1. Influenza sull’Ermetismo

Ermete Trismegisto: figura mitica che fonde caratteristiche di Thoth e Hermes; i testi ermetici traggono ispirazione dalla sapienza egizia.

Corpus Hermeticum: scritti che incorporano concetti egizi di cosmologia e teologia.

6.2. Connessioni con i Misteri Greci e Romani

Misteri di Eleusi: possibili influenze egizie nei rituali di morte e rinascita associati a Demetra e Persefone.

Sincretismo religioso: adattamento delle divinità egizie nel pantheon greco-romano, come Iside e Serapide.

6.3. Impatto sull’Esoterismo Occidentale

Massoneria e Rosacroce: Incorporazione di simboli e concetti egizi nei rituali e negli insegnamenti.

Movimenti New Age: rinnovato interesse per la spiritualità egizia e le sue pratiche.

  1. Archeologia e scoperte moderne

7.1. Decifrazione dei geroglifici

Stele di Rosetta: scoperta nel 1799, ha permesso a Jean-François Champollion di decifrare i geroglifici nel 1822.

Comprensione dei testi sacri: accesso diretto ai testi originali ha ampliato la conoscenza dei Misteri Egizi.

7.2. Scoperte di tombe e templi

Tomba di Tutankhamon: scoperta da Howard Carter nel 1922, ha fornito indicazioni importanti sulle pratiche funerarie e sui rituali.

Templi di Abu Simbel e Karnak: studiati per comprendere l’architettura sacra e i rituali associati.

  1. Interpretazioni moderne e ricerca accademica

8.1. Studi egittologici

Approccio scientifico: analisi storica e archeologica per comprendere la religione egizia nel suo contesto.

Sfide interpretative: comprensione di simboli e concetti che spesso non hanno equivalenti moderni.

8.2. Teorie esoteriche e alternative

Antico astronautismo: teorie che suggeriscono interventi extraterrestri nella costruzione delle piramidi e nello sviluppo dei Misteri.

Interpretazioni simboliche: studio dei Misteri Egizi come metafore universali del percorso spirituale umano.

 

I Misteri Massonici

Iniziazione

Introduzione

La Massoneria è un’istituzione fraterna che ha esercitato un’influenza significativa sulla storia culturale, sociale e politica dell’Occidente. Al centro della sua tradizione si trovano i Misteri Massonici, un complesso sistema di simboli, rituali e insegnamenti morali che mirano alla trasformazione interiore dell’individuo. Questo saggio intende offrire un’analisi approfondita dei Misteri Massonici, esplorando le loro origini storiche, la struttura iniziatica, il ricco simbolismo, i rituali e l’impatto che hanno avuto sulla società nel corso dei secoli.

  1. Origini storiche dei Misteri Massonici

1.1. Le radici nelle corporazioni medievali di muratori

Le origini della Massoneria sono strettamente legate alle corporazioni di muratori operative del Medioevo. Questi artigiani erano responsabili della costruzione di cattedrali, chiese e altri edifici monumentali in tutta Europa. A causa della natura itinerante del loro lavoro e della necessità di proteggere le loro competenze specializzate, svilupparono un sistema di segreti professionali, simboli e rituali che permettevano il riconoscimento reciproco e garantivano la qualità del lavoro.

Caratteristiche delle corporazioni medievali:

Gradi di apprendistato: la struttura gerarchica includeva apprendisti, compagni e maestri.

Logge operative: luoghi fisici dove i muratori si riunivano per discutere dei progetti e trasmettere conoscenze.

Simbolismo degli strumenti: gli strumenti del mestiere, come la squadra e il compasso, avevano anche significati morali e filosofici.

1.2. La transizione alla Massoneria Speculativa

Nel XVII secolo, le corporazioni di muratori iniziarono ad ammettere membri non operativi, spesso nobili, intellettuali e uomini di cultura interessati agli aspetti filosofici ed esoterici dell’arte muratoria. Questa inclusione portò alla Massoneria Speculativa, che utilizzava i simboli e i rituali delle corporazioni operative come metafore per insegnamenti morali e spirituali.

Fattori chiave nella transizione:

Declino dei grandi progetti edilizi: ridusse l’importanza delle corporazioni operative.

Interesse per l’esoterismo: movimenti come l’ermetismo e il rosacrocianesimo influenzarono le logge.

Integrazione di concetti filosofici: la Massoneria divenne un veicolo per discutere idee legate all’Illuminismo.

1.3. La Fondazione della Gran Loggia di Londra nel 1717

Il 24 giugno 1717, quattro logge londinesi si riunirono presso la taverna “Goose and Gridiron” per formare la Gran Loggia di Londra, considerata la nascita formale della Massoneria moderna. Questa organizzazione stabilì regole comuni, strutture gerarchiche e rituali standardizzati.

Importanza della Gran Loggia:

Uniformità rituale: stabilì rituali comuni per le logge aderenti.

Pubblicazione delle Costituzioni: nel 1723, James Anderson pubblicò le “Costituzioni dei Liberi Muratori”, che codificarono i principi e le leggende massoniche.

Espansione internazionale: la Gran Loggia facilitò la diffusione della Massoneria in Europa e nelle Americhe.

  1. Struttura iniziatica dei Misteri Massonici

2.1. I tre gradi della Massoneria Azzurra

La base della struttura massonica è costituita dai tre gradi della Massoneria Azzurra o Loggia Blu, ognuno dei quali rappresenta una fase nel percorso di crescita morale e spirituale dell’iniziato.

2.1.1. Apprendista

Simbolismo: l’Apprendista è paragonato a una pietra grezza che deve essere lavorata per diventare perfetta.

Obiettivi: introduzione ai principi fondamentali della Massoneria, come l’etica, la moralità e l’importanza della conoscenza di sé.

Rituali: il candidato viene bendato per rappresentare l’ignoranza e viene guidato attraverso una serie di prove simboliche.

2.1.2. Compagno d’Arte

Simbolismo: rappresenta la fase intermedia in cui l’iniziato affina le sue abilità e approfondisce la comprensione dei misteri.

Obiettivi: sviluppare la conoscenza delle scienze e delle arti liberali, in particolare la geometria.

Rituali: introduzione a simboli più complessi e partecipazione attiva ai lavori di loggia.

2.1.3. Maestro Massone

Simbolismo: la perfezione spirituale e morale, simboleggiata dalla pietra cubica.

Leggenda di Hiram Abif: il rituale centrale del grado di Maestro, che narra la morte e resurrezione simbolica dell’architetto del Tempio di Salomone.

Obiettivi: incoraggiare la riflessione sulla mortalità, l’integrità e la ricerca della verità.

2.2. Gradi superiori e Riti Massonici

Oltre alla Massoneria Azzurra, esistono vari Riti che offrono gradi superiori e approfondimenti ulteriori sui misteri massonici.

2.2.1. Rito Scozzese Antico e Accettato

Gradi: comprende 33 gradi, ognuno con simboli e insegnamenti specifici.

Temi: esplora argomenti come la filosofia, l’etica, la storia e l’esoterismo.

Struttura: organizzato in consigli, capitoli, areopaghi e concistori.

2.2.2. Rito di York

Gradi: include gradi come il Mark Master, il Past Master e il Royal Arch.

Focalizzazione: approfondisce la leggenda del Tempio di Salomone e i simboli biblici.

2.2.3. Rito Egizio

Caratteristiche: integra elementi dell’ermetismo e dell’alchimia.

Obiettivi: promuovere la conoscenza esoterica e la trasformazione interiore.

  1. Simbolismo nei Misteri Massonici

Il simbolismo è fondamentale nella Massoneria, utilizzato per trasmettere insegnamenti morali e filosofici in modo allegorico.

3.1. Simboli fondamentali

3.1.1. Squadra e Compasso

Squadra: simboleggia la rettitudine morale e l’onestà.

Compasso: rappresenta la moderazione e la capacità di tracciare i confini delle proprie azioni.

3.1.2. Lettera “G”

Significati: può rappresentare “God” (Dio), “Geometry” (Geometria) o “Gnosis” (Conoscenza).

Interpretazione: indica la centralità della divinità e della conoscenza nell’ordine massonico.

3.1.3. Il Pavimento a Scacchi

Simbolismo: rappresenta la dualità dell’esistenza, il bene e il male, la luce e l’oscurità.

Uso rituale: è il pavimento delle logge, su cui si svolgono i rituali.

3.2. Simbolismo del Tempio di Salomone

Il Tempio di Salomone è una metafora centrale nella Massoneria, simboleggiando il corpo umano e il percorso di perfezionamento.

Le Due Colonne (Jachin e Boaz): simboleggiano la forza e la stabilità, posti all’ingresso della loggia.

La Camera di Mezzo: luogo simbolico dove i Maestri Massoni ricevono i loro salari; rappresenta l’illuminazione.

3.3. Altri simboli importanti

La Livella: indica l’uguaglianza tra gli uomini.

Il Filo a Piombo: simboleggia la ricerca della giustizia e dell’equilibrio interiore.

La Spada Fiammeggiante: rappresenta la difesa della verità e la lotta contro l’ignoranza.

  1. Rituali e pratiche dei Misteri Massonici

4.1. Il Rituale di Iniziazione dell’Apprendista

Preparazione: il candidato è privato di oggetti metallici, rappresentando la purezza d’intenti.

Prove: attraversa tre viaggi simbolici, ciascuno rappresentante una diversa sfida morale.

Giuramento: pronuncia un giuramento di segretezza e impegno verso gli ideali massonici.

Conferimento della Luce: il momento in cui viene rimosso il bendaggio, simboleggiando l’illuminazione.

4.2. Il Rituale del Compagno d’Arte

Simbolismo geometrico: approfondimento della conoscenza della geometria e delle arti liberali.

Viaggi aggiuntivi: ulteriori prove che rappresentano la maturazione spirituale.

Segni e Toccamenti: il candidato apprende nuovi modi di riconoscimento tra massoni.

4.3. Il Rituale del Maestro Massone

Leggenda di Hiram Abif: drammatizzazione della morte e resurrezione simbolica del maestro architetto.

Morte simbolica: il candidato sperimenta una morte rituale, rappresentando l’abbandono del sé profano.

Rinascita: simboleggia la rinascita a una nuova vita di saggezza e comprensione.

4.4. Rituali di Loggia

Apertura e chiusura: contraddistinti da formule rituali precise.

Lavoro rituale: discussione di argomenti filosofici, morali ed esoterici.

Catena d’Unione: un gesto simbolico di fratellanza e unità tra i membri.

  1. Filosofia e insegnamenti morali

5.1. Principi fondamentali

Fratellanza universale: promuove l’idea che tutti gli uomini sono fratelli, al di là di differenze sociali, religiose o culturali.

Tolleranza e libertà di pensiero: incoraggia il rispetto delle opinioni altrui e la ricerca personale della verità.

Moralità e virtù: sottolinea l’importanza dell’integrità, dell’onestà, della giustizia e della carità.

5.2. Il concetto di “Grande Architetto dell’Universo”

Universalità: un termine che permette ai membri di diverse fedi di riconoscere un principio creativo superiore.

Non dogmaticità: la Massoneria non impone una specifica dottrina religiosa, lasciando al singolo la libertà di interpretazione.

5.3. L’uomo come costruttore di sé stesso

Autoperfezionamento: l’idea che attraverso il lavoro su se stessi, gli individui possono raggiungere la perfezione morale e spirituale.

Simbolismo della costruzione: l’uso della metafora del costruttore che edifica il proprio tempio interiore.

  1. Influenza storica e culturale dei Misteri Massonici

6.1. Massoneria e illuminismo

Diffusione delle Idee illuministe: la Massoneria fu un veicolo per la diffusione di idee di razionalismo, progresso e libertà.

Salotti intellettuali: le logge fungevano da luoghi di incontro per intellettuali, scienziati e filosofi.

6.2. Ruolo nelle rivoluzioni

6.2.1. Rivoluzione americana

Padri fondatori: molti erano massoni, tra cui George Washington, Benjamin Franklin e Paul Revere.

Principi massonici: ideali come libertà, uguaglianza e democrazia influenzarono la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione.

6.2.2. Rivoluzione francese

Partecipazione di massoni: diverse figure chiave, come Mirabeau e Lafayette, erano membri della Massoneria.

Ideali illuministi: la spinta verso l’abolizione dei privilegi e l’uguaglianza sociale rifletteva principi massonici.

6.3. Influenza sulle arti e le scienze

Musica: compositori come Wolfgang Amadeus Mozart incorporarono simboli massonici nelle loro opere, ad esempio “Il Flauto Magico”.

Letteratura: scrittori come Johann Wolfgang von Goethe e Rudyard Kipling erano massoni e rifletterono temi massonici nelle loro opere.

Architettura: edifici e monumenti con simboli massonici, come il Campidoglio degli Stati Uniti.

6.4. Massoneria e società segrete

Rosacroce e Illuminati: alcune società segrete condividevano membri e influenze con la Massoneria.

Teorie del complotto: la segretezza e l’influenza massonica hanno alimentato numerose teorie cospirative, spesso prive di fondamento.

  1. Critiche, opposizioni e risposte

7.1. Condanne religiose

Chiesa Cattolica: ha emesso diverse bolle papali contro la Massoneria, a partire da “In eminenti” di Papa Clemente XII nel 1738.

Motivazioni: accuse di relativismo religioso, segretezza e potenziale influenza politica.

7.2. Regimi totalitari

Nazismo e fascismo: entrambi i regimi hanno perseguitato i massoni, vedendoli come una minaccia al loro controllo.

Confisca di beni: logge furono chiuse e i loro beni sequestrati.

7.3. Risposta della Massoneria

Difesa dei principi: la Massoneria ha sempre sostenuto di promuovere valori universali come la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza.

  1. La Massoneria nel mondo contemporaneo

8.1. Evoluzione e modernizzazione

Inclusione: alcune obbedienze hanno iniziato ad ammettere donne (Massoneria mista) o hanno ordini femminili paralleli.

Impegno sociale: continuano le attività filantropiche, come il sostegno a ospedali, borse di studio e opere caritative.

8.2. Sfide attuali

Percezione pubblica: combattere stereotipi e pregiudizi persistenti.

Rilevanza: adattarsi ai cambiamenti sociali e tecnologici del XXI secolo.

8.3. Massoneria e globalizzazione

Espansione internazionale: presenza di logge in tutto il mondo, con scambi interculturali.

Dialogo interreligioso: promozione della comprensione tra diverse tradizioni spirituali.

Conclusione

I Misteri Massonici rappresentano un patrimonio di simboli, rituali e insegnamenti che hanno attraversato i secoli, influenzando profondamente la cultura occidentale. La Massoneria offre un percorso di crescita personale basato sull’autoperfezionamento, l’etica e la ricerca della verità. Nonostante le sfide e le critiche, continua a essere una presenza significativa nel mondo contemporaneo, adattandosi e rinnovandosi pur mantenendo i suoi principi fondamentali. Comprendere i Misteri Massonici significa esplorare non solo una tradizione esoterica, ma anche una parte importante della storia e del pensiero umano.

 

Fede e conoscenza di sé nella via iniziatica massonica: dal credo all’auto-realizzazione

Iniziazione

La Massoneria è una tradizione iniziatica che mira alla crescita morale e spirituale dell’individuo attraverso un percorso di auto-conoscenza e perfezionamento personale. Un elemento fondamentale di questo percorso è la trasformazione della fede in conoscenza di sé, un processo che avvicina l’iniziato alla comprensione profonda della propria natura e, simbolicamente, a quella del Divino.

Fede come presupposto per l’ingresso in Massoneria

Per essere ammesso in Massoneria, un profano deve credere in un Essere Supremo. Questo requisito fondamentale implica che l’aspirante massone possieda una fede in una realtà trascendente che va oltre il mondo materiale.

Significato della fede nell’Iniziazione: la fede rappresenta il punto di partenza del percorso massonico. È una condizione necessaria che dimostra l’apertura dell’individuo verso questioni spirituali e metafisiche.

Universalità dell’Essere Supremo: la Massoneria non impone una specifica definizione dell’Essere Supremo, permettendo così l’inclusione di individui di diverse tradizioni religiose. Questo favorisce un ambiente di tolleranza e pluralismo spirituale.

“Conosci te stesso”: dalla fede alla conoscenza

All’ingresso nel tempio massonico, l’iniziato si trova di fronte all’iscrizione “Conosci te stesso”. Questo antico aforisma greco invita a un viaggio interiore che va oltre la semplice fede.

Auto-conoscenza come obiettivo superiore : Il conoscere sé stessi è visto come un livello più profondo di realizzazione rispetto alla fede. Mentre la fede è una credenza in qualcosa di esterno, l’auto-conoscenza richiede un’introspezione che porta a comprendere la propria essenza.

Percorso Iniziatico: la Massoneria utilizza simboli, rituali e allegorie per guidare l’iniziato in un processo di scoperta interiore, trasformando gradualmente la fede in una conoscenza diretta e personale.

La Teologia e i limiti della conoscenza di Dio

Nella teologia tradizionale, soprattutto in ambito cristiano, si sostiene che solo Dio può conoscere pienamente Sé stesso. L’uomo, essendo finito e limitato, non può accedere alla completa comprensione dell’essenza divina.

Distanza Ontologica tra Uomo e Dio: la teologia sottolinea la trascendenza di Dio e la conseguente impossibilità per l’uomo di raggiungere una conoscenza totale del Divino.

Fede come Mezzo di Relazione con Dio: l’uomo può avvicinarsi a Dio attraverso la fede e la rivelazione, ma rimane consapevole dei propri limiti conoscitivi.

La Massoneria e la trasformazione della fede in Conoscenza di sé

La Massoneria propone un percorso che mira a colmare questa distanza, non attraverso la presunzione di conoscere completamente Dio, ma attraverso la conoscenza di sé, considerata un attributo del divino.

Auto-conoscenza come riflesso del divino: conoscere sé stessi significa scoprire la scintilla divina presente in ogni individuo. Questo processo si avvicina l’iniziato alla comprensione dei principi universali e alla propria natura spirituale.

Superamento dei Limiti della fede: mentre la fede è il punto di partenza, la Massoneria incoraggia a non fermarsi alla credenza, ma a cercare una comprensione più profonda attraverso l’esperienza e la riflessione.

La citazione di Guénon attribuita ad Aristotele

René Guénon, filosofo e esoterista francese, attribuisce ad Aristotele la seguente citazione:

“L’essere è tutto quel che conosce, di modo che, là ove v’è reale conoscenza – non la sua apparenza o la sua ombra – la conoscenza e l’essere sono una sola e medesima cosa.”

Analisi della citazione

Identità tra conoscenza ed essere: la citazione suggerisce che nella reale conoscenza, l’essere del soggetto conoscente e l’essere dell’oggetto conosciuto diventano uno.

Conoscenza come unione ontologica: questo implica che attraverso la vera conoscenza, l’individuo non solo comprende qualcosa, ma diventa quell’essenza.

Correttezza dell’attribuzione

Mancanza di Fonti dirette: nei testi pervenuti di Aristotele, non si trova una citazione esatta che corrisponda a quella riportata da Guénon.

Possibile interpretazione: Guénon potrebbe aver interpretato o sintetizzato concetti aristotelici per supportare le sue tesi esoteriche, ma l’attribuzione non è completamente corretta.

Aristotele e la relazione tra conoscenza ed essere

Teoria della conoscenza: Aristotele sostiene che l’intelletto, nel conoscere, diventa in un certo senso l’oggetto conosciuto, poiché ne assume la forma senza la materia.

Limiti dell’Identificazione: tuttavia, Aristotele non afferma un’identità completa tra conoscenza ed essere. C’è una distinzione tra il soggetto e l’oggetto, anche se nella conoscenza avviene una sorta di unione formale.

Collegamento con la via massonica

La citazione, anche se non attribuibile con certezza ad Aristotele, risuona con il percorso massonico di trasformazione della fede in conoscenza di sé.

Unione con il principio divino: attraverso la conoscenza di sé, l’iniziato massonico aspira a unirsi ai principi universali, avvicinandosi simbolicamente al Divino.

Superamento della dualità : il processo mira a trascendere la separazione tra soggetto e oggetto, tra uomo e Dio, almeno sul piano simbolico e interiore.

Argomentazione analitica

La fede come fondamento necessario ma non sufficiente.

Inizio del percorso: la fede in un Essere Supremo è essenziale per entrare in Massoneria, ma rappresenta solo l’inizio del viaggio.

Limiti della fede: affidarsi esclusivamente alla fede può limitare la comprensione e l’evoluzione spirituale dell’individuo.

La conoscenza di sé come aspirazione suprema

Auto-realizzazione: conoscere sé stessi permette di realizzare il proprio potenziale e di comprendere la propria natura spirituale.

Attributo divino: la completa conoscenza di sé è un attributo di Dio; aspirare a essa significa avvicinarsi al divino.

La Massoneria come percorso di elevazione

Dal Profano all’Iniziato: il percorso massonico guida l’individuo dalla semplice fede verso una comprensione più profonda attraverso l’auto-conoscenza.

Simbolismo e rituali: gli strumenti massonici servono a facilitare questa trasformazione interiore.

Conclusione

La Massoneria propone un percorso che mira a trasformare la fede in una conoscenza di sé più completa, avvicinando l’iniziato a un attributo divino. Mentre la teologia tradizionale afferma che solo Dio può conoscere pienamente Sé stesso, la Massoneria incoraggia l’uomo ad esplorare profondamente la propria natura, riconoscendo la scintilla divina in sé.

La citazione attribuita da Guénon ad Aristotele, pur non essendo completamente corretta, riflette l’idea che attraverso la vera conoscenza si possa realizzare una sorta di unione tra conoscente e conosciuto. Questo concetto è centrale nel percorso massonico, dove l’auto-conoscenza è vista come un mezzo per trascendere i propri limiti e avvicinarsi al Divino.

In definitiva, il fine della Massoneria può essere interpretato come la trasformazione della fede in conoscenza piena di sé stessi, un processo che, pur riconoscendo i limiti umani, aspira a riflettere un attributo divino nell’uomo.

Prima riflessione sulla Verità

Il cammino Iniziazione La Verità Uncategorized

Introduzione: Una Definizione della Verità

La Verità è stata da sempre uno dei concetti più elevati e sfuggenti nella storia del pensiero umano. Non è semplicemente la corrispondenza tra una proposizione e un fatto, ma rappresenta l’aspirazione ultima alla comprensione profonda dell’essere e della realtà. La Verità, in senso alto, è ciò che è assoluto, immutabile e universale; è il fondamento su cui poggia ogni conoscenza e ogni esistenza. È l’armonia sottostante all’apparente molteplicità del mondo, la luce che illumina l’intelletto e guida l’anima verso il suo compimento.

Partendo da questa definizione elevata, possiamo esplorare come l’essere, inteso come l’insieme degli enti, si rapporti alla Verità, e come sia possibile avvicinarsi ad essa attraverso la conoscenza razionale e gli stati di coscienza superiori delle vie iniziatiche.

L’Essere come Insieme degli Enti

Concepire l’essere come l’insieme degli enti significa riconoscere che tutto ciò che esiste, in qualsiasi forma o manifestazione, contribuisce alla totalità dell’essere. Gli enti sono le espressioni concrete e astratte della realtà: oggetti materiali, fenomeni naturali, idee, emozioni, relazioni. Questa visione ci invita a vedere l’universo non come un insieme frammentato di parti isolate, ma come una rete interconnessa in cui ogni ente ha un ruolo nel tessuto dell’essere.

In questa prospettiva, la Verità non è qualcosa di separato o al di sopra degli enti, ma è intrinseca all’essere stesso. Comprendere la Verità significa quindi comprendere l’essenza degli enti e le relazioni che li uniscono.

La Conoscenza Razionale come Via alla Verità

La ragione è uno strumento potente che l’umanità ha sviluppato per indagare la realtà. Attraverso la logica, la matematica, la scienza e la filosofia, cerchiamo di svelare i principi fondamentali che governano gli enti. La conoscenza razionale ci permette di analizzare, classificare e comprendere il mondo che ci circonda.

Ad esempio, la fisica esplora le leggi che regolano la materia e l’energia, la biologia studia i processi vitali degli organismi, la filosofia indaga le questioni ultime sull’esistenza e il significato. Ogni disciplina contribuisce a illuminare un aspetto dell’essere, avvicinandoci alla Verità.

Tuttavia, la ragione ha i suoi limiti. Come già osservato da filosofi come Immanuel Kant, la mente umana è confinata dalle categorie attraverso cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Esistono aspetti della realtà che sfuggono all’analisi razionale, dimensioni dell’essere che richiedono un approccio diverso.

Gli Stati di Coscienza Superiori nelle Vie Iniziatiche

Le tradizioni spirituali e iniziatiche di diverse culture hanno riconosciuto che esiste una dimensione della Verità accessibile solo attraverso l’esperienza diretta e trasformativa. Pratiche come la meditazione, la contemplazione, il rito e l’ascesi sono state sviluppate per trascendere le limitazioni della percezione ordinaria e raggiungere stati di coscienza superiori.

In queste esperienze, l’individuo può percepire l’unità fondamentale dell’essere, superando la dualità tra soggetto e oggetto. La Verità si rivela non come un concetto astratto, ma come una realtà viva e presente. Questo stato è stato descritto come illuminazione, nirvana, samadhi, gnosi o unione mistica, a seconda delle tradizioni.

Per esempio:

Nel Buddhismo, il raggiungimento del nirvana porta alla comprensione profonda della realtà così com’è, libera dalle illusioni dell’ego.

Nell’Induismo, il samadhi è lo stato in cui l’individuo realizza l’identità tra l’Atman (sé individuale) e il Brahman (realtà assoluta).

Nella mistica cristiana, l’unione con Dio è vista come la massima realizzazione dell’anima.

Questi stati di coscienza superiore offrono una via diretta alla Verità, complementare alla conoscenza razionale.

La Sintesi tra Ragione e Intuizione

La ricerca della Verità ultima richiede quindi una sintesi tra la conoscenza razionale e l’esperienza diretta degli stati di coscienza superiori. La ragione ci fornisce gli strumenti per comprendere gli enti e le loro relazioni, mentre l’intuizione e l’esperienza interiore ci permettono di cogliere l’essenza dell’essere in modo immediato.

Filosofi come Plotino hanno sostenuto che l’intelletto può ascendere gradualmente verso l’Uno attraverso la contemplazione, superando i limiti del pensiero discorsivo. Henri Bergson ha distinto tra l’intelligenza analitica e l’intuizione, quest’ultima capace di cogliere la durata e la continuità della realtà.

La filosofia perenne, un concetto sviluppato da pensatori come Aldous Huxley e René Guénon, afferma che esiste una verità universale comune a tutte le tradizioni spirituali, accessibile attraverso l’esperienza diretta e la trasformazione interiore.

La Verità come Realizzazione dell’Essere

La Verità, in questa visione elevata, non è semplicemente una conoscenza da acquisire, ma uno stato dell’essere da realizzare. È l’allineamento dell’individuo con la realtà fondamentale, la dissoluzione delle illusioni e delle separazioni. Questo percorso richiede una trasformazione profonda, un lavoro su di sé che coinvolge tutte le dimensioni dell’essere: fisica, mentale, emotiva e spirituale.

La via iniziatica diventa quindi un cammino di crescita integrale, in cui l’individuo sviluppa sia la comprensione razionale che la saggezza intuitiva. Attraverso l’equilibrio tra conoscenza e esperienza, tra azione e contemplazione, è possibile avvicinarsi alla Verità ultima.

Conclusione: L’Unione tra l’Essere e la Verità

Partendo da una definizione alta della Verità come realtà assoluta e universale, abbiamo posto le basi per comprendere come l’essere, inteso come insieme degli enti, sia il campo in cui questa Verità si manifesta. La conoscenza razionale ci permette di indagare gli enti e le loro relazioni, contribuendo a costruire una comprensione sempre più approfondita del mondo.

Allo stesso tempo, gli stati di coscienza superiori offrono accesso diretto alla Verità, superando i limiti della percezione ordinaria e della razionalità. La sintesi di questi approcci conduce a una realizzazione piena dell’essere, in cui la Verità non è più un oggetto esterno da conoscere, ma una realtà interiore da vivere.

La ricerca della Verità diventa così un percorso personale e universale, che coinvolge l’intera umanità nella scoperta del significato profondo dell’esistenza. È un invito a trascendere le divisioni, a riconoscere l’unità fondamentale di tutte le cose e a partecipare attivamente alla realizzazione del potenziale umano.

Riferimenti bibliografici e motivazioni

Platone, La Repubblica. Esplorazione dell’idea del Bene come Verità suprema.

Aristotele, Metafisica. Analisi dell’essere e dei principi primi.

Plotino, Enneadi. Descrizione dell’ascesa dell’anima verso l’Uno.

Immanuel Kant, Critica della ragion pura. Riflessione sui limiti della conoscenza razionale.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello Spirito. Dialettica dell’autocoscienza e realizzazione della Verità.

Martin Heidegger, Essere e Tempo. Indagine sul significato dell’essere e sulla Verità come disvelamento.

Henri Bergson, L’evoluzione creatrice. Distinzione tra intelletto e intuizione nella comprensione della realtà.

Aldous Huxley, La filosofia perenne. Sintesi delle verità comuni alle tradizioni spirituali.

René Guénon, Simboli della Scienza Sacra. Analisi delle vie iniziatiche e del simbolismo tradizionale.

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni. Esplorazione dell’inconscio collettivo e dell’individuazione.

Ken Wilber, La coscienza senza frontiere. Proposta di una psicologia transpersonale integrale.

Nota Finale

La Verità, intesa nella sua accezione più elevata, è al contempo il punto di partenza e la meta del viaggio umano. È l’orizzonte verso cui tendiamo con la ragione, il cuore e lo spirito. Riconoscere l’essere come l’insieme degli enti ci offre una mappa per navigare nella complessità del mondo, mentre le vie iniziatiche ci guidano verso le profondità dell’anima. Unendo questi percorsi, possiamo sperare di avvicinarci sempre più alla Verità, realizzando pienamente il nostro potenziale e contribuendo al benessere di tutta l’umanità.

Conoscenza e azione (René Guénon)

Iniziazione

Noi adesso considereremo in via particolare uno dei principali aspetti dell’opposizione oggi esistente fra lo spirito orientale e lo spirito occidentale: opposizio­ne che, come è stato spiegato, nel suo aspetto più generale, è quella fra spirito tradizionale e spirito an­titradizionale. Da un certo punto di vista, che è poi uno dei più essenziali, siffatta opposizione si presenta come quella fra contemplazione e azione o, per parlar più preciso, come quella riferentesi alla funzione da assegnare rispettivamente all’uno e all’altro dei due termini. Contem­plazione e azione possono venire considerate secondo un vario rapporto: sono opposte l’una all’altra, come si pensa comunemente? o sarebbero piuttosto complementari? o, in­fine, non esisterebbe forse fra di loro una relazione non di coordinazione, bensì di subordinazione? Questi sono i di­versi aspetti del problema, aspetti che si riferiscono ad al­trettanti punti di vista, d’importanza tutt’altro che uguale, ma tali che ciascuno di essi può esser giustificato sotto un certo riguardo e in corrispondenza ad un certo ordine di realtà.

Anzitutto il punto di vista più superficiale e esteriore è quello consistente nell’opporre in modo puro e semplice contemplazione e azione, al titolo di due contrari nel senso proprio del termine. Che apparentemente una opposizione esista, ciò è invero incontestabile. Tuttavia, se essa fosse assolutamente irriducibile, fra contemplazione e azione esi­sterebbe una incompatibilità completa ed esse non potreb­bero mai ritrovarsi riunite. Ora sta di fatto che le cose non si presentano così. Almeno nei casi normali, nessun popolo, e forse nemmeno nessun individuo, può essere esclusivamente contemplativo o esclusivamente attivo. La verità è che si tratta di due tendenze, l’una delle quali domina quasi necessariamente l’altra, di modo che lo sviluppo dell’una sembra effettuarsi a detrimento dell’altra, per la semplice ragione che l’attività umana, nel suo senso più generale, non può esercitarsi egualmente e simultaneamente in tutti i domini e in tutte le direzioni. Ciò crea l’apparenza di una opposizione. Ma una conciliazione fra questi contrari o pseudo‑contrari deve esser possibile. Del resto, ciò vale per tutti i contrari in genere, che cessano di esser tali non appe­na chi li considera si porta di là da un certo piano, al quale si restringe la realtà della loro opposizione. Chi dice oppo­sizione o contrasto dice con ciò stesso disarmonia o squili­brio, cioè qualcosa che ‑ come già abbiamo sufficientemente chiarito ‑ può esistere solo da un punto di vista relativo, particolare e limitato.
Chi invece considera la contemplazione e l’azione come complementari, si pone da un punto di vista già più pro­fondo e più vero del precedente, giacché l’opposizione vi si trova conciliata e risolta, i due termini equilibrandosi, in un certo qual modo, a vicenda. Sembrerebbe dunque trattarsi di due elementi egualmente necessari, completantisi e fon­dantisi mutualmente, costituenti la doppia attività, interna e esterna, di un unico essere, sia esso il singolo ovvero l’umanità collettivamente considerata. Questa concezione è sicuramente più armonica e soddisfacente della prima. Chi si tenesse solo ad essa, sarebbe però tentato, per via della correlazione così stabilita, di porre la contemplazione e l’azio­ne sullo stesso piano, così che tutto si ridurrebbe a garan­tire il loro equilibrio, senza mai porsi il problema di una qualunque superiorità dell’una di fronte all’altra. Quel che mostra chiara l’insufficienza di un simile punto di vista, è il fatto che questo problema della superiorità invece si pone e sempre si è posto, quale si sia poi la soluzione che ad esso si è voluta dare.
Il punto che, del resto, nel riguardo, importa, non è quel predominio di fatto che, tutto sommato, si ridurrebbe ad una faccenda di temperamento o di razza, ma ciò che si potrebbe chiamare il predominio di diritto; e i due aspetti non sono solidali che fino ad un certo punto. Non v’è dub­bio che il riconoscimento della superiorità dell’una tenden­za sull’altra inciterà a sviluppare il più possibile quella rite­nuta superiore; ma, nelle applicazioni, non è men vero che la parte della contemplazione e dell’azione nel complesso della vita di un uomo, o di un popolo dipenderà sempre e essenzialmente dalla natura propria di esso, poiché qui en­trano in gioco le speciali possibilità di ciascuno. È chiaro che l’attitudine alla contemplazione è più diffusa e più ge­neralmente sviluppata fra gli Orientali. Non vi è forse nes­sun paese in cui questo sviluppo abbia raggiunto l’altezza dell’India, ed è per questo che tale popolo può venir con­siderato come l’esponente per eccellenza di quel che abbia­mo chiamato lo spirito orientale. Per contro, è incontesta­bile che, in via generale, l’attitudine all’azione, o la tenden­za risultante da tale attitudine, è quella che predomina fra i popoli occidentali nella grande maggioranza dei singoli e che, quando anche siffatta tendenza non fosse esagerata e deviata come oggi lo è, essa sussisterebbe egualmente, sì che la contemplazione non potrà mai essere, in Occidente, che la prerogativa di una élite assai più esigua. Per questo in India si ama dire che, se l’Occidente ritornasse ad uno stato normale e possedesse una organizzazione sociale regolare, vi si troverebbero indubbiamente molti kshatriya, ma pochi brahmana [La contemplazione e l’azione sono infatti rispettivamente le fun­zioni proprie alle due prime caste della gerarchia indù, quella dei brah­mana e quella dei kshatriya. Anche i loro rapporti sono simultaneamente quelli fra autorità spirituale e potere temporale. Ma per un tale lato della questione rimandiamo alle esposizioni contenute nel nostro libro Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Paris, 1929)]. Tuttavia ciò basterebbe già per un ritorno al­l’ordine, se l’élite intellettuale davvero si costituisse e se la sua supremazia fosse riconosciuta, la potenza spirituale non dipendendo per nulla dal numero, la legge del quale è solo quella della materia. Va d’altronde rilevato che nell’antichi­tà e soprattutto nel Medioevo la disposizione naturale al­l’azione degli Occidentali non impedì loro di riconoscere la superiorità della contemplazione, cioè dell’intelligenza pura. Perché nel mondo moderno le cose vanno altrimenti? Per­ché gli Occidentali, sviluppando esageratamente le loro fa­coltà di azione, hanno finito col perdere la loro intellettualità, e per consolarsi hanno inventato delle teorie ponenti l’azio­ne al disopra di tutto giungendo perfino ‑ col «pragmati­smo» ‑ a negare l’esistenza di alcunché di valido al di fuori di essa? O è questo modo di vedere che, avendo preso a prevalere inizialmente, ha condotto all’atrofia intellettuale che oggi constatiamo? Nelle due ipotesi, e anche nel caso molto probabile, che la verità corrispondesse ad una com­binazione dell’una e dell’altra, i risultati sono esattamente gli stessi. Al punto in cui le cose sono giunte, urge reagire, ed è qui, diciamolo ancora una volta, che l’Oriente potreb­be soccorrere l’Occidente, sempreché questo lo voglia: non per imporre ad esso concezioni estranee, come alcuni sem­brano temere, bensì per aiutarlo a ritrovare quella sua tra­dizione, di cui ha perduto il senso.
Si potrebbe dire che allo stato attuale delle cose l’anti­tesi fra Oriente e Occidente consiste nel fatto che l’Oriente ha tutelato la superiorità della contemplazione sull’azione, mentre l’Occidente moderno ha affermato la superiorità dell’azione sulla contemplazione. Con che non si tratta più, come prima, di semplici rapporti di opposizione o di com­plementarismo, e quindi di una coordinazione fra i due ter­mini; non si tratta più di punti di vista aventi ciascuno la propria ragion d’essere e accettabili almeno come espressio­ne di una certa verità relativa. Ogni rapporto di subordina­zione è, per via della sua stessa natura, irreversibile, onde le due concezioni sono realmente antitetiche, tali da esclu­dersi a vicenda. Se si dovesse ammettere che si tratta dav­vero di subordinazione, ne risulterebbe dunque di necessità che l’una concezione è vera, l’altra falsa. Prima di andare in fondo alla questione, notiamo ancor questo: mentre lo spirito mantenutosi in Oriente è invero, come dicevamo poco fa, quello di ogni tempo, l’altro spirito ha fatto appa­rizione solo in un’epoca assai recente, cosa che, a prescindere da ogni altra considerazione, può già far pensare che esso corrisponde ad alcunché d’anormale. Questa impressio­ne è confermata dall’eccesso stesso nel quale, seguendo la ten­denza che gli è propria, cade lo spirito occidentale moderno, il quale, non pago di proclamare in ogni occasione la supe­riorità dell’azione, è giunto a far di essa la sua preoccupa­zione esclusiva e a negare alla contemplazione ogni valore, di essa ignorando o disconoscendo la vera natura. Invece le dottrine orientali, pur affermando nel modo più netto la su­periorità e perfino la trascendenza della contemplazione ri­spetto all’azione, non per questo hanno contestato ad essa il suo posto legittimo ma ne hanno riconosciuto volentieri tutta l’importanza nell’ordine delle contingenze umane [Chi dubitasse di questa importanza reale, benché relativa, accor­data all’azione dalle dottrine tradizionali d’Oriente, e soprattutto dell’In­dia, per convincersene, non avrebbe che da riferirsi alla Bhagavad‑gita, che è d’altronde ‑ non si deve dimenticarlo, se se ne vuole intendere bene il senso ‑ un libro specialmente destinato ai kshatriya].
Al pari delle antiche dottrine occidentali, le dottrine orientali sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo che l’immutabile è superiore al mutamento [È in virtù del rapporto così stabilito che vien detto che il brahmana rappresenta il tipo degli esseri stabili e il kshatriya quello degli esseri mobili o mutevoli. Così tutti gli esseri del mondo, seguendo la loro natura, sono principalmente in relazione con l’uno o con l’altro tipo, es­sendovi una perfetta corrispondenza fra ordine cosmico e ordine umano]. L’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficien­te. Se non si riconnette ad un principio che vada di là dal suo dominio contingente, essa non è che illusione pura; e il principio donde esso può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, è da trovarsi solo nella contemplazione o, se lo si preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno coin­cidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si raggiunge non possono in alcun modo venir separa­te [Bisogna infatti notare, come conseguenza di questo carattere momentaneo dell’azione, che nel dominio di essa i risultati son sempre staccati da chi li produce, mentre la conoscenza possiede in se stessa il proprio frutto]. Del pari, il mutamento, nel suo senso più generale, è inintelligibile e contradittorio, cioè impossibile, senza un principio da cui proceda e che, per il fatto stesso di essere il suo principio, non può soggiacere al mutamento, e quindi è di necessità immutabile. Per questo nell’antichità occiden­tale Aristotele ha affermato la necessità di un «motore im­mobile» di tutte le cose. La conoscenza ha, di fronte al­l’azione, appunto questa funzione di «motore immobile». È evidente che l’azione appartiene tutta al mondo del mu­tamento, del «divenire»: solo la conoscenza permette di uscire da questo mondo e dalle limitazioni ad esso inerenti, e quando raggiunga l’immutabile ‑ come accade nel caso della conoscenza per principi o conoscenza metafisica, la quale è il conoscere per eccellenza ‑ possiede essa stessa l’immutabilità, ogni conoscenza vera essendo essenzialmen­te identificazione al suo oggetto. È proprio quel che igno­rano gli Occidentali moderni, i quali, in fatto di conoscenza, non sanno più che di una conoscenza razionale e discorsiva, quindi indiretta e imperfetta, tale che si potrebbe chiamare conoscenza per riflesso: non solo, ma essi apprezzano questa stessa conoscenza inferiore nella sola misura in cui essa ser­va immediatamente a fini pratici: presi nell’azione tanto da negare tutto quel che la trascende, essi non si accorgono che questa stessa azione, per tal via, mancando di principi, de­genera in una agitazione tanto vana quanto sterile.
Proprio questo è difatti il carattere più visibile del­l’epoca moderna: il bisogno di un’agitazione incessante, di un mutamento continuo, di una velocità sempre crescente che così riflette quella stessa secondo la quale oggi si svol­gono gli avvenimenti. È la dispersione nel molteplice, in un molteplice non più unificato dalla coscienza di un qualche superiore principio. Nella vita comune così come nelle con­cezioni scientifiche, è l’analisi spinta all’estremo, il fraziona­mento indefinito, una vera disgregazione dell’attività umana in tutti i campi in cui essa può ancora esercitarsi. Donde quell’incapacità di sintesi, quell’impossibilità di ogni concen­trazione che colpisce ogni Orientale. Sono, queste, le conseguenze naturali e inevitabili di una materializzazione sem­pre più accentuata, perché la materia è essenzialmente molteplicità e divisione ‑ ed è anche per questo, diciamolo di passata, che quanto procede da un simile stato di cose può solo condurre a lotte e conflitti d’ogni genere, fra i popoli così come fra gli individui. Più ci si sprofonda nella mate­ria, più i fattori di divisione e di opposizione si accentuano e si estendono. Per contro, più ci si innalza verso la spiri­tualità pura, più ci si avvicina all’unità, la quale può realiz­zarsi pienamente solo mediante la coscienza dei principi universali.
Il più strano è che oggi il movimento e il mutamento sono invero cercati in se stessi, e non per uno scopo qual­siasi cui possano condurre. Ciò deriva direttamente dal fatto che tutte le facoltà umane sono assorbite in quell’azione esteriore, di cui abbiamo segnalato or ora il carattere di momentaneità. Si tratta sempre della dispersione, considerata sotto un altro aspetto e in uno stadio più spinto: è, po­trebbe dirsi, una specie di tendenza all’istantaneità, avente per limite uno stato di squilibrio puro che, qualora potesse venir davvero raggiunto, coinciderebbe con una dissoluzione definitiva. Questa è una delle caratteristiche più nette del­l’ultimo periodo del kali‑yuga.
Lo stesso si verifica nell’ordine scientifico: è la ricerca per la ricerca, assai più che non per i risultati parziali e frammentari a cui conduce; è il succedersi sempre più rapi­do di teorie e di ipotesi infondate che crollano non appena costruite, per dar luogo ad altre, la cui durata sarà ancor più breve: vero caos, nel quale sarebbe vano cercare degli elementi definitivamente acquisiti, nel quale tutto si riduce ad un mostruoso ammucchiamento di fatti che non possono né provare né significare nulla. Ciò, naturalmente, per quel che si riferisce al punto di vista speculativo, nella misura in cui esso ancora sussiste. Circa le applicazioni pratiche, sono stati invece ottenuti risultati incontestabili, cosa che non stupisce, dato che queste applicazioni si riferiscono di­rettamente al campo materiale, che è invero il solo nel quale l’uomo moderno può vantare una reale superiorità. Bisogna dunque aspettarsi che le scoperte o, meglio, le invenzioni meccaniche e industriali si sviluppino e si moltiplichino an­cora, con un ritmo anch’esso sempre più veloce, sino alla fine dell’èra attuale. E chi sa se, con i pericoli di distruzione che vi si connettono, non saranno proprio esse uno dei prin­cipali fattori dell’ultimo crollo, ove le cose giungano ad un punto tale, che esso non possa più venire evitato?
In ogni caso, si ha l’impressione assai generale che allo stato attuale non esista più alcuna stabilità. Ma mentre alcuni sentono il pericolo e cercano di reagire, la gran parte dei nostri contemporanei si compiacciono di questo disor­dine ove vedono una specie di immagine esteriorizzata della loro stessa mentalità. Vi è infatti una corrispondenza esatta fra un mondo in cui tutto sembra essere in puro «diveni­re», ove non vi è più alcun posto per l’immutabile e il per­manente, e lo stato d’animo di uomini che riducono a que­sto stesso divenire ogni realtà, il che implica una negazione sia della conoscenza vera, sia dell’oggetto di essa, cioè dei principi trascendenti e universali. Ma si può andare più ol­tre ancora: noi ci troviamo dinanzi alla negazione di ogni reale conoscenza, di qualunque ordine essa sia, perfino del dominio del relativo, giacché, come l’abbiamo indicato poco fa, il relativo è inintelligibile e impossibile senza l’assoluto, il contingente senza l’immutabile, la molteplicità senza l’uni­tà. Il «relativismo» porta in se stesso la propria contraddi­zione, e a voler ridurre tutto al mutamento, si dovrebbe fini­re logicamente col negare l’esistenza stessa di esso. I famosi argomenti di Zenone d’Elea, non avevano, in fondo, un senso diverso. Infatti, non essendovi ragione di esagerare, si può ben dire che teorie del genere non sono proprie esclu­sivamente dei tempi moderni. Qualche esempio possiamo tro­varlo nella filosofia greca, e il caso di Eraclito col suo «flui­re universale» è, nel riguardo, il più noto. È quel che in­dusse gli Eleati a combattere tali concezioni, insieme a quelle atomistiche, mediante una specie di riduzione all’as­surdo. Nella stessa India ebbe a verificarsi qualcosa di simi­le, ma, naturalmente, da un punto di vista diverso da quello filosofico. Il Buddhismo presentò infatti lo stesso carattere, una delle sue tesi essenziali essendo quella della «dissolubi­lità di tutte le cose» (Poco dopo le sue origini, il Buddhismo si associò ad una delle principali manifestazioni della rivolta dei kshatriya contro l’autorità dei brahmana. Ora, in via generale, è facile comprendere dalle indicazioni precedenti che esiste una connessione assai diretta fra la negazione di ogni principio immutabile e quella dell’autorità spirituale, fra la riduzione di ogni realtà al «divenire» e l’affermazione della supremazia del potere temporale, il cui dominio proprio è il mondo dell’azione. E si potrebbe constatare che la comparsa delle dottrine «naturaliste» o antimetafisiche avviene sempre nel punto in cui l’elemento che rappresenta il potere temporale prende, in una civiltà, il sopravvento su quello che rappresenta l’autorità spirituale). Solo che siffatte teorie allora non erano che eccezioni, e tali rivolte contro lo spirito tradizionale, che potettero verificarsi lungo tutto il kali‑yuga, non ebbero insomma che una portata assai limitata. L’elemento nuovo è la generalizzazione di simili concezioni, quale la constatiamo nell’Occidente contemporaneo.
Si deve notare che le «filosofie del divenire», sotto l’influsso dell’idea recentissima del «progresso», fra i mo­derni hanno assunto una forma speciale, mai presentata dalle teorie antiche dello stesso genere. Questa forma, su­scettibile del resto di molte varietà, è quel che in genere si può designare con la parola «evoluzionismo». Senza torna­re su quel che già abbiamo detto altrove, ricorderemo solo che ogni concezione non ammettente nulla fuor dal «dive­nire», per ciò stesso è una concezione «naturalista», im­plicante, come tale, una formale negazione di tutto quel che sta di là dalla natura, cioè del dominio metafisico, che è il dominio dei principi immutabili e eterni. A proposito delle teorie antimetafisiche, rileveremo anche che l’idea bergso­niana della «durata pura» corrisponde esattamente a quel­la dispersione nell’istantaneo, di cui parlavamo poco fa. La pretesa intuizione, che si modella sul flusso incessante delle cose sensibili, lungi dall’esser l’organo di una conoscenza vera, rappresenta in realtà la dissoluzione di ogni possibilità di conoscenza.
Ciò ci conduce a fissare una volta per tutte un punto essenziale, sul quale non deve sorgere alcun equivoco: l’in­tuizione intellettuale, mediante la quale si ottiene la vera conoscenza metafisica, non ha assolutamente nulla da spar­tire con quell’intuizione di cui parlano certi filosofi contem­poranei, «irrazionalisti» e «vitalisti». Questa è di ordine sensibile, anzi addirittura sub‑razionale, mentre la prima, procedente dall’intelletto puro, è super‑razionale. Ma i mo­derni, che nel dominio dell’intelligenza non conoscono nulla di superiore alla ragione, non concepiscono nemmeno cosa possa essere l’intuizione intellettuale, mentre le dottrine del­l’antichità e del Medioevo, anche quando avevano soltanto un carattere filosofico e quindi non potevano riferirsi di fatto a questa intuizione, non per questo ne disconoscevano l’esistenza e la supremazia di fronte a tutte le altre facoltà. Per tale motivo prima di Descartes non esistette un «razio­nalismo»: il quale, di nuovo, è qualcosa di specificamente moderno, d’altronde strettamente solidale con l’«individua­lismo», poiché esso altro non è se non la negazione di ogni facoltà di ordine superindividuale. Finché gli Occidentali si ostineranno a disconoscere o a negare l’intuizione intellet­tuale, essi non potranno avere nessuna tradizione nel senso vero del termine ed essi non potranno intendersi con gli autentici rappresentanti delle civiltà orientali, nelle quali tut­to gravita su tale intuizione, in sé immutabile e infallibile, unico punto di partenza per ogni sviluppo conforme alle norme tradizionali. 

«Riunire ciò che è sparso» (René Guénon)

Iniziazione

In una nostra opera abbiamo citato, a proposito del Ming-tang e della Tien-ti-Huei, una formula massonica secondo la quale il compito dei Maestri consiste nel «diffondere la luce e riunire ciò che è sparso». Di fatto, l’accostamento che facevamo allora riguardava soltanto la prima parte della formula; in quanto alla seconda, che può sembrare più enigmatica, siccome essa ha nel simbolismo tradizionale notevolissime connessioni, ci sembra interessante fornire su questo punto alcune indicazioni che non avevano potuto trovar posto in quella occasione.

Per capire nel modo più completo possibile la cosa, conviene innanzitutto riferirsi alla tradizione vêdica, che è più esplicita di altre a tale riguardo: secondo essa, infatti, “ciò che è sparso” sono le membra del Purusha primordiale che fu diviso nel primo sacrificio compiuto dai Dêva all’inizio dei tempi, e da cui nacquero, grazie a tale divisione, tutti gli esseri manifestati.

È evidente che si tratta di una descrizione simbolica del passaggio dall’unità alla molteplicità, senza di cui non potrebbe effettivamente esserci alcuna manifestazione; e ci si può già rendere conto così che la “riunione di ciò che è sparso”, o la ricostituzione del Purusha quale esso era “prima dell’inizio”, se è consentito esprimersi così, cioè nello stato non-manifestato, non è altro che il ritorno all’unità principiale. Purusha è identico a Prajâpati, il “Signore degli esseri prodotti”, essendo questi ultimi tutti derivati da lui e di conseguenza considerati quasi come la sua “progenie”; è anche Vishwakarma, cioè il “Grande Architetto dell’Universo”, e, in quanto Vishwakarma, è lui a compiere il sacrificio pur essendone nello stesso tempo la vittima; e, se si dice che è sacrificato dai Dêva, ciò non comporta in realtà alcuna differenza, poiché i Dêva non sono in definitiva nient’altro che le “potenze” che egli porta in se stesso.

Abbiamo già detto a varie riprese che ogni sacrificio rituale deve essere considerato un’immagine di questo primo sacrificio cosmogonico; e sempre in ogni sacrificio, come ha fatto notare Coomaraswamy, «la vittima, come mostrano con evidenza i Brâhmana, è una rappresentazione del sacrificante, o, come dicono i testi, è il sacrificante stesso; in accordo con la legge universale secondo cui l’iniziazione (dîkshâ) è una morte e una rinascita, è evidente che l’«iniziato è l’oblazione» (Taittiriya Samhitâ, VI, 1, 4, 5), «la vittima è sostanzialmente il sacrificante stesso» (Aitarêya Brâhmana, II, 11)». Questo ci riporta direttamente al simbolismo massonico del grado di Maestro, nel quale l’iniziato si identifica effettivamente con la vittima; si è d’altronde spesso insistito sui rapporti fra la leggenda di Hiram e il mito di Osiride di modo che, quando si tratta di “riunire ciò che è sparso”, si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse. È vero che nel caso di Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno esplicitamente, ma di un assassinio; ma questo non cambia nulla essenzialmente, poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come sacrificio sotto l’aspetto “dêvico” e come assassinio sotto l’aspetto “asurico”; ci accontentiamo di segnalare questo punto di sfuggita, perché non potremmo insistervi senza addentrarci in argomentazioni troppo circostanziate ed estranee al problema che ora stiamo trattando.

Sempre allo stesso modo, nella Cabala ebraica, per quanto non si parli più propriamente né di sacrificio né di assassinio, ma piuttosto di una specie di “disintegrazione” le cui conseguenze sono del resto le stesse, è dalla frammentazione del corpo dell’Adam Qadmon che si è formato l’Universo con tutti gli esseri che contiene, di modo che questi ultimi sono quasi particelle di tale corpo, e la loro “reintegrazione” nell’unità appare come la ricostituzione stessa dell’Adam Qadmon. Esso è l’“Uomo Universale”, e Purusha, secondo uno dei significati di questa parola, è pure l’“Uomo” per eccellenza; si tratta quindi esattamente della stessa cosa. Aggiungiamo a questo proposito, prima di procedere, che poiché il grado di Maestro rappresentava, almeno virtualmente, il termine dei “piccoli misteri”, bisogna quindi considerare in questo caso propriamente la reintegrazione al centro dello stato umano; ma è noto che lo stesso simbolismo è sempre applicabile a livelli diversi, in virtù delle corrispondenze che esistono fra di essi, di modo che lo si può riferire sia a un mondo determinato, sia a tutto l’insieme della manifestazione universale; e la reintegrazione nello “stato primordiale”, che è d’altronde anche “adamico”, è quasi una figura della reintegrazione totale e finale, per quanto essa sia ancora solo, in realtà, una tappa sulla via che vi conduce.

Nello studio che abbiamo citato sopra, A.K. Coomaraswamy dice che «l’essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo riunire»; esso comporta dunque le due fasi complementari della “disintegrazione” e della “reintegrazione” che costituiscono il processo cosmico nel suo complesso: il Purusha, «essendo uno, diventa molti, ed essendo molti, ridiventa uno». La ricostituzione del Purusha è operata simbolicamente, in particolare, nella costruzione dell’altare vêdico, che comprende nelle sue diverse parti una rappresentazione di tutti i mondi; e il sacrificio, per essere compiuto correttamente, richiede una cooperazione di tutte le arti, il che assimila il sacrificante a Vishwakarma stesso. D’altra parte, poiché si può considerare che ogni azione rituale, cioè in definitiva ogni azione veramente normale e conforme all’“ordine” (rita), sia dotata di un carattere in certo modo “sacrificale”, secondo il senso etimologico di questa parola (da sacrum facere), quel che è vero per l’altare vêdico lo è anche, in una certa maniera e in una certa misura, per ogni costruzione edificata conformemente alle regole tradizionali, poiché quest’ultima procede sempre in realtà da uno stesso “modello cosmico”, come abbiamo spiegato in altre occasioni. Si vede come ciò sia in diretto rapporto con un simbolismo “costruttivo” come quello della massoneria; e d’altronde, anche nel senso più immediato, il costruttore riunisce effettivamente dei materiali sparsi per farne un edificio che, se è veramente quel che dev’essere, avrà un’unità “organica”, paragonabile a quella di un essere vivente, se ci si pone dal punto di vista microcosmico, o a quella di un mondo, se ci si pone dal punto di vista macrocosmico.

Per concludere, ci resta ancora da parlare un poco di un simbolismo d’altro genere, che può sembrare assai diverso nelle sue apparenze esteriori, ma è nondimeno, in fondo, equivalente nel significato: si tratta della ricostituzione di una parola a partire dai suoi elementi letterali presi dapprima isolatamente. Per comprenderlo, bisogna ricordarsi che il vero nome di un essere non è altro, dal punto di vista tradizionale, che l’espressione della sua essenza stessa; la ricostituzione del nome equivale quindi, simbolicamente, alla ricostituzione dell’essere stesso. È anche noto il ruolo che svolgono le lettere in un simbolismo come quello della Cabala riguardo alla creazione o alla manifestazione universale; si potrebbe dire che questa è formata dalle lettere separate, che corrispondono alla molteplicità dei suoi elementi, e che, riunendo tali lettere, la si riconduce per ciò stesso al suo Principio, sempre che la riunione venga operata in modo da ricostituire effettivamente il nome del Principio. Da questo punto di vista, “riunire ciò che è sparso” è lo stesso che “ritrovare la Parola perduta”, poiché, in realtà, e nel suo senso più profondo, tale “Parola perduta” non è altro che il vero nome del “Grande Architetto dell’Universo”.

Spirito nel corpo o corpo nello spirito? (René Guénon)

Iniziazione

La concezione corrente, secondo cui lo spirito risiede in qualche modo nel corpo, non può che sembrare molto strana a chiunque possieda anche soltanto le più elementari nozioni di metafisica, non solo perché lo spirito non può essere «localizzato », ma perché, anche se si tratta solo di un «modo di dire» più o meno simbolico, è evidente in esso l’illogicità ed il capovolgimento dei rapporti normali. In effetti, lo spirito non è altro che Atma, il principio di tutti gli stati dell’ essere in tutti i gradi della sua manifestazione; orbene, tutte le cose sono necessariamente contenute nel loro principio, e in realtà non possono in alcun modo esserne fuori, né tanto meno rinchiuderlo nei loro limiti; sono dunque tutti questi stati dell’ essere, e per conseguenza anche il corpo che è semplicemente una modalità di uno di questi, a dover essere in definitiva contenuti nello spirito, e non viceversa: il «meno» non può contenere il «più », né tanto meno produrlo, il che è d’altronde applicabile a diversi livelli, come vedremo in seguito; ma consideriamo per il momento il caso estremo, quello che concerne il rapporto tra il principio stesso dell’ essere e la modalità più ristretta della sua manifestazione individuale umana. A tutta prima si potrebbe essere tentati di concludere che la concezione corrente sia dovuta unicamente ad ignoranza da parte della grande maggioranza degli uomini, e corrisponda ad un semplice errore di linguaggio ripetuto senza riflettere per la forza dell’abitudine; ma la questione non è cosi semplice, e questo errore, se errore esiste, ha ragioni ben più profonde di quanto a prima vista si potrebbe credere.

A queste considerazioni, bisogna premettere che l’immagine spaziale del «contenente» e del «contenuto » non deve essere presa alla lettera, poiché uno solo di questi due termini, il corpo, possiede effettivamente il carattere spaziale, lo spazio non essendo niente altro che una delle condizioni proprie dell’esistenza corporea. L’ impiego del simbolismo spaziale e di quello temporale, come abbiamo ripetutamente spiegato, non solo è legittimo, ma anche inevitabile, in quanto necessariamente dobbiamo servirci di un linguaggio il quale, essendo quello dell’uomo corporeo, è anch’esso sottoposto alle condizioni determinanti l’esistenza di quest’ultimo come tale: basta aver sempre presente che tutto quanto non appartiene al mondo corporeo non può essere, in realtà, né nello spazio né nel tempo… Secondo la dottrina indù, si sa infatti che jivatma, il quale è in realtà Atma stesso, ma considerato nel suo rapporto con l’ individualità umana, risiede nel centro di questa ed è rappresentato simbolicamente dal cuore; ciò non vuole affatto dire che jivatma sia racchiuso nell’organo corporeo che porta questo nome, o in un organo sottile corrispondente; implica invece che, in un certo senso, sia situato nell’individualità, e più precisamente nella parte più centrale di questa. Atma non può essere veramente né manifestato né individualizzato e, a maggior ragione, non può essere incorporato; e tuttavia, in quanto jivatma, appare come se fosse individualizzato e incorporato; evidentemente questa apparenza non può essere che illusoria riguardo ad Atma, e nondimeno ha una sua esistenza da un certo punto di vista, quello stesso punto di vista, proprio della manifestazione individuale umana, per cui jivatma sembra essere distinto da Atma. È dunque da questo punto di vista che si può dire che lo spirito è situato nell’individuo; e inoltre si potrà dire che è situato nel corpo, a condizione di non scorgervi una «localizzazione» in senso letterale, se lo si considera dal punto di vista più particolare della modalità corporea di tale individualità; non si tratta dunque d’un vero e proprio errore, ma solamente dell’espressione di una illusione che, pure essendo tale se riferita alla realtà assoluta, corrisponde tuttavia ad un certo grado della realtà, quello stesso degli stati di manifestazione ai quali detta illusione si riferisce, e che diventa errore solo quando si ha la pretesa di applicarla alla concezione dell’essere totale, come se il principio stesso di quest’ultimo potesse essere influenzato o modificato da uno dei suoi stati contingenti.

Abbiamo finora fatto una distinzione tra la modalità corporea dell’individualità e l’individualità integrale, quest’ultima comprendente anche tutte le modalità sottili; e, a questo proposito, possiamo aggiungere un’osservazione la quale, benché accessoria, aiuterà senza dubbio a comprendere ciò che principalmente abbiamo in vista. All’uomo ordinario, la cui coscienza è in qualche modo «sveglia» unicamente nella modalità corporea, tutto ciò che più o meno oscuramente viene percepito delle modalità sottili, appare come incluso nel corpo, perché questa percezione corrisponde solo al rapporto che quelle hanno con questo, piuttosto che a ciò che sono in se stesse; in realtà, le modalità sottili non possono essere contenute nel corpo e venir condizionate dai suoi limiti, anzitutto perché è proprio in esse che si trova il principio immediato della modalità corporea, e poi perché esse sono suscettibili di una estensione incomparabilmente maggiore, per la natura stessa delle possibilità che comportano. Queste modalità, inoltre, se effettivamente sviluppate, appaiono come «prolungamenti» estendentisi in ogni senso al di là della modalità corporea, cosicché questa viene interamente a trovarsi, per così dire, «avvolta» da esse; sotto questo aspetto, per chi abbia realizzato l’individualità integrale, avviene una specie di «rivolgimento », se così ci si può esprimere, rispetto al punto di vista dell’ uomo ordinario. In questo caso, del resto, le limitazioni individuali non sono ancora superate, ed è per ciò che all’inizio parlammo d’ una possibile applicazione a diversi livelli; fin d’ora però si potrà comprendere, per analogia, che un «rivolgimento» si opera ugualmente, in un altro piano, quando l’essere sia passato alla realizzazione sopra-individuale. Fin quando l’ essere non raggiungeva Atma, altro che nei suoi rapporti con l’individualità, cioè come jivatma, questo gli appariva come incluso nell’individualità e non poteva di certo apparirgli altrimenti poiché era incapace di oltrepassare i limiti della condizione individuale; ma quando egli raggiunge Atma direttamente ed in se stesso, l’individualità, e con essa tutti gli altri stati individuali e sopra-individuali, gli appaiono invece compresi in Atma, com’è effettivamente, e dal punto di vista della realtà assoluta, poiché essi non sono nient’altro che le possibilità stesse di Atma, al di fuori del quale niente può avere un grado qualsiasi di realtà.

Abbiamo così precisato i limiti entro i quali, da un punto di vista relativo, si può dire che lo spirito è contenuto sia nell’individualità umana che nel corpo; e, inoltre, ne abbiamo indicato la ragione, ragione che in definitiva è inerente alla condizione stessa dell’essere per il quale questa prospettiva è legittima e valida. Ma non è tutto: bisogna ancora tener presente che lo spirito si considera situato non solo nell’individualità in generale, ma in un suo punto centrale, al quale corrisponde il cuore nell’ordine corporeo; ciò richiede altre spiegazioni, le quali permetteranno di conciliare i due punti di vista, apparentemente opposti, riferentisi rispettivamente, alla realtà relativa e contingente dell’ individuo ed alla realtà assoluta di Atma. È facile rendersi conto che queste considerazioni devono basarsi essenzialmente su una applicazione del senso inverso dell’analogia, applicazione che nello stesso tempo dimostra, in modo particolarmente chiaro, le precauzioni che si richiedono nella trasposizione del simbolismo spaziale, in quanto, contrariamente a quello che avviene nell’ordine corporeo, cioè nello spazio inteso nel senso proprio e letterale, si può dire che nell’ordine spirituale è l’interno a comprendere l’esterno, ed il centro a contenere tutte le cose. Una delle migliori «illustrazioni» dell’applicazione del senso inverso, è data dalla rappresentazione dei diversi cieli, corrispondenti agli stati superiori dell’essere, mediante altrettante circonferenze o sfere concentriche come se ne ha un esempio in Dante. In una simile rappresentazione sembra a tutta prima che i cieli siano tanto più vasti, cioè meno limitati, quanto più sono elevati e quindi anche più «esteriori», nel senso che figurano più distanti dal centro, quest’ultimo essendo allora costituito dal mondo terrestre; è questo il punto di vista dell’individualità umana, rappresentato precisamente dalla terra, punto di vista che corrisponde ad una verità relativa, la quale è tale nella misura in cui l’individualità è reale nel suo ordine, e per il fatto che bisogna necessariamente partire da
quest’ultima per passare agli stati superiori. Ma quando l’individualità venga superata e si operi il «rivolgimento» di cui abbiamo parlato (che in realtà è un « raddrizzamento» dell’ essere), tutto l’insieme della rappresentazione simbolica viene ad essere in qualche modo rovesciato; è allora il cielo più elevato ad essere nello stesso tempo il più centrale, poiché in esso risiede il centro universale stesso; e, per contro, il mondo terrestre viene in questo modo a situarsi all’estrema periferia. In questo «rivolgimento» di posizione, bisogna inoltre osservare che il cerchio corrispondente al cielo più elevato deve tuttavia rimanere il più ampio e comprendere tutti gli altri (infatti, secondo la tradizione islamica, il «Trono» divino abbraccia tutti i mondi); e deve essere così perché, nella realtà assoluta, è il centro che contiene tutto.

L’impossibilità di raffigurare materialmente questo punto di vista, secondo cui il più vasto è nello stesso tempo il più centrale, non fa che esprimere le limitazioni alle quali il simbolismo geometrico è inevitabilmente sottoposto per il fatto stesso di essere il linguaggio della condizione spaziale, cioè di una delle condizioni proprie del nostro mondo corporeo, e quindi esclusivamente inerenti all’altro punto di vista, quello dell’ individualità umana.

Per quanto riguarda il centro, si vede nettamente qui che, per il rapporto inverso esistente tra il centro effettivo (quello dell’essere totale oppure dell’Universo, a seconda che si considerino le cose dal punto di vista «microcosmico» o «macrocosmico») e il centro dell’ individualità o del suo particolare dominio d’ esistenza, il primo, che è il più grande nell’ordine della realtà principiale, diventa in certo qual modo (senza venir per nulla alterato o modificato in se stesso) l’ ultimo ed il più piccolo nell’ordine delle apparenze manifestate. Si tratta dunque, continuando a servirci del simbolismo spaziale, del rapporto esistente tra il punto geometrico e ciò che potremmo analogicamente chiamare il punto metafisico: quest’ultimo è il vero centro primordiale, che contiene in sé tutte le possibilità, ed è quindi quanto v’è di più grande; non è assolutamente «situato », poiché nulla lo può contenere o limitare, mentre sono tutte le cose a situarsi rispetto ad esso (va da sé che anche ciò deve intendersi simbolicamente, perché qui non si tratta unicamente delle possibilità spaziali). Il punto geometrico poi, che come tale è situato nello spazio, è evidentemente ciò che v’è di più piccolo anche in senso letterale perché privo di dimensioni, il che vuol dire che non occupa rigorosamente nessuna estensione; ma questo «niente» spaziale corrisponde direttamente al «tutto» metafisico, e questi, si potrebbe dire, sono i due aspetti estremi dell’ indivisibilità considerata rispettivamente nel Principio e nella manifestazione. Per quel che riguarda le considerazioni circa il «primo» e l’«ultimo », è sufficiente aver presente, come abbiamo già spiegato, che il punto più alto ha il suo diretto riflesso nel punto più basso; ed a questo simbolismo spaziale si può aggiungere un simbolismo temporale, per il quale ciò che è primo nel dominio principiale, e quindi nel «non-tempo », appare come ultimo nello sviluppo della manifestazione.

Tutto ciò è facilmente applicabile a quanto abbiamo preso in considerazione all’inizio: in effetti è proprio lo spirito (Atma) il centro universale che contiene ogni cosa; ma esso, riflettendosi nella manifestazione umana, appare appunto per ciò come «localizzato» al centro dell’individualità e, più precisamente ancora, al centro della sua modalità corporea, poiché quest’ultima, in quanto termine della manifestazione umana, ne è anche la modalità «centrale », ed è quindi appunto il suo centro, per quanto riguarda l’individualità, ad essere propriamente la rappresentazione ed il riflesso diretto del centro universale. Questo riflesso non è che un’apparenza, così come lo è la stessa manifestazione individuale; ma fintantoché l’essere è limitato dalle condizioni individuali, questa apparenza è per lui la realtà e non può essere altrimenti, perché è esattamente dello stesso ordine della sua coscienza attuale. Solo quando l’essere ha superato questi limiti, l’altro punto di vista diventa per lui reale, cosi com’è (ed è sempre stato) in modo assoluto; il suo centro è allora nell’universale, e l’individualità (ed a più forte ragione il corpo) non è più che una delle possibilità contenute in questo centro; per il «rivolgimento» che si è così effettuato, i veri rapporti tra tutte le cose si trovano ristabiliti, quali non hanno mai cessato d’essere per l’ essere principiale. Aggiungeremo che questo «rivolgimento» è in stretta relazione con il cosiddetto «spostamento delle luci» del simbolismo cabalistico, ed anche con la seguente espressione che la tradizione islamica attribuisce agli awliya: «I nostri corpi sono i nostri spiriti, ed i nostri spiriti sono i nostri corpi» (ajsamna arwahna, wa arwahna ajsamna), la quale, non solo indica che tutti gli elementi dell’ essere sono completamente unificati nella «Identità Suprema», ma anche che il «nascosto,» è diventato l’«apparente» ed inversamente. Sempre secondo la tradizione islamica, l’essere che è passato dall’altra parte del barzakh è in qualche modo l’opposto degli esseri ordinari (e questa è ancora una stretta applicazione del senso inverso dell’analogia tra l’« Uomo Universale» e l’uomo individuale): «se cammina sulla sabbia, non lascia tracce; se cammina sulla roccia, i suoi piedi vi lasciano l’ impronta.
Se è al sole, non proietta ombra; nell’oscurità, una luce emana da lui».

L’occhio che vede tutto (René Guénon)

Iniziazione

Uno dei simboli comuni al cristianesimo e alla massoneria è il triangolo nel quale è inscritto il Tetragramma ebraico, o qualche volta semplicemente uno IOD, prima lettera del Tetragramma che in questo caso può esserne considerato un’abbreviazione, e che d’altronde, in virtù del suo significato principiale, è esso stesso un nome divino, anzi, il primo di tutti secondo certe tradizioni. Talvolta lo IOD stesso è sostituito da un occhio, che viene generalmente designato come l’OCCHIO CHE VEDE TUTTO. La somiglianza di forma tra lo IOD e l’occhio può effettivamente prestarsi a un’assimilazione, che del resto ha numerosi significati sui quali, senza pretendere di svilupparli qui interamente, può essere interessante fornire almeno alcune indicazioni. Anzitutto è opportuno osservare che il triangolo in questione occupa sempre una posizione centrale e inoltre nella massoneria è espressamente collocato fra il sole e la luna. Da ciò risulta che l’occhio contenuto in questo triangolo non dovrebbe essere rappresentato come un occhio comune, destro o sinistro, poiché sono in realtà il sole e la luna che corrispondono rispettivamente all’occhio destro e all’occhio sinistro dell’UOMO UNIVERSALE, quando quest’ultimo si identifica con il MACROCOSMO. Perché il simbolismo sia del tutto corretto, quest’occhio dovrebbe essere un occhio “frontale” o “centrale” cioè un “TERZO OCCHIO”, la cui somiglianza con lo IOD colpisce ancor più; ed è effettivamente quel “terzo occhio” che “vede tutto” nella perfetta simultaneità dell’eterno presente. A tale riguardo esiste quindi nelle raffigurazioni comuni un’inesattezza che vi introduce un’ asimmetria ingiustificabile, e che probabilmente è dovuta al fatto che la rappresentazione del “terzo occhio” sembra piuttosto inusitata nell’iconografia occidentale; ma chiunque capisca bene questo simbolismo può facilmente rettificarla. Il triangolo diritto si riferisce propriamente al Principio; ma, quando è rovesciato per riflesso nella manifestazione, lo sguardo dell’occhio che contiene appare in un certo modo diretto “verso il basso”, cioè dal Principio verso la manifestazione stessa, e, oltre al suo senso generale di “onnipresenza”, esso allora assume più chiaramente il significato particolare di “Provvidenza”. D’altra parte, se tale riflesso viene considerato più particolarmente nell’essere umano, si deve notare che la forma del triangolo rovesciato non è altro che lo schema geometrico del cuore, l’occhio che si trova al suo centro è allora propriamente l’”occhio del cuore” (l’ aynul-qalb dell’ esoterismo islamico); quest’apertura, occhio o iod, può essere raffigurata simbolicamente come una “ferita”, e ricorderemo a tale proposito il cuore raggiante di Saint-Denis d’Orques, e una delle particolarità più notevoli del quale è precisamente il fatto che la ferita, o ciò che esteriormente sembra tale, assume visibilmente la forma di uno IOD. Non è ancora tutto: nello stesso tempo in cui raffigura l’”occhio del cuore” come abbiamo appena detto, lo IOD, secondo un altro suo significato geroglifico, rappresenta anche un “germe” contenuto nel cuore, che viene così assimilato simbolicamente a un frutto; e questo può d’altronde essere inteso sia in senso macrocosmico, sia in senso microcosmico. Nella sua applicazione all’essere umano, quest’ultima osservazione è da accostare ai rapporti del “terzo occhio” con il LUZ (roy du monde), di cui l’occhio frontale e l’occhio del cuore rappresentano in definitiva due localizzazioni diverse, e che è anche il “nocciolo” o il “germe d’ immortalità” e di “fonte d’immortalità”. Inoltre è sotto certi aspetti significativo che l’ espressione araba “aynul-khuld” presenti il duplice senso di “occhio d’immortalità” e di “fonte di immortalità”; questo ci riconduce all’idea di “ferita” di cui parlavamo sopra poiché nel simbolismo cristiano il doppio getto di sangue e d’acqua che esce dall’apertura del cuore di Cristo si riferisce anche esso alla “fonte d’immortalità”. Proprio questo “liquore di immortalità”, secondo la leggenda , fu raccolto nel GRAAL da Giuseppe d’Arimatea; e infine ricorderemo a tale proposito che anche la coppa è un equivalente simbolico del cuore e che, esattamente come quest’ultimo, essa è anche uno dei simboli tradizionalmente schematizzati nella forma del triangolo rovesciato.

La realizzazione metafisica (René Guénon)

Iniziazione

Accennando ai caratteri essenziali della metafisica dicemmo che essa è una conoscenza intuitiva, vale a dire immediata, che si oppone perciò sotto questo aspetto alla conoscenza discorsiva e mediata di tipo razionale. Più immediata ancora dell’intuizione sensibile perché di là dalla distinzione di soggetto e oggetto che quest’ultima conserva, l’intuizione intellettuale è contemporaneamente il veicolo della conoscenza e la conoscenza stessa, ed in essa il soggetto e l’oggetto si unificano e si identificano. D’altra parte qualsiasi conoscenza merita veramente questo nome soltanto nella misura in cui produce tale identificazione, la quale però, in tutti gli altri casi, rimane incompleta e imperfetta; in altri termini, è sola vera conoscenza quella che partecipa in misura più o meno completa della natura della conoscenza intellettuale, che è la conoscenza per eccellenza. Ogni altro tipo di conoscenza è più o meno indiretta e ha dunque un valore più che altro simbolico o rappresentativo; non è vera ed effettiva conoscenza se non quella che ci permette di penetrare nella natura intima delle cose, e se una penetrazione di questo genere può già parzialmente avvenire ai gradi inferiori della conoscenza, è soltanto nella conoscenza metafisica che essa è pienamente e interamente realizzabile.

Conseguenza immediata di ciò è che conoscere ed essere sono fondamentalmente la stessa cosa; essi rappresentano, se si vuole, due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si possono più distinguere realmente dove tutto è “senza dualità”. Ciò è sufficiente a provare l’inanità di quelle “teorie della conoscenza” a pretesa pseudo-metafisica che occupano tanto posto nella filosofia occidentale moderna e tendono talvolta addirittura, come ad esempio in Kant, ad assorbire tutto il resto, o per lo meno a metterselo in sottordine; l’unica ragion d’essere di questo genere di teorie risiede d’altronde in un’attitudine comune a quasi tutti i filosofi moderni, che trae le sue origini dal dualismo cartesiano e consiste nell’opporre artificialmente il conoscere all’essere; ed è la negazione di ogni vera metafisica. La filosofia è in tal modo portata a sostituire la “teoria della conoscenza” alla conoscenza vera e propria, ciò che non è se non una esplicita confessione d’impotenza; a tal proposito, niente di più tipico di questa dichiarazione di Kant: “La maggiore utilità, se non forse l’unica, di ogni filosofia della ragion pura, è dopo tutto esclusivamente negativa, e proviene dal suo essere non tanto uno strumento per allargare la conoscenza, quanto piuttosto una disciplina per circoscriverla”. Forse che simili parole non si riducono semplicemente a dire che l’unica pretesa dei filosofi è d’imporre a tutti la ristrettezza delle loro proprie facoltà conoscitive? D’altronde è questo l’inevitabile risultato dello spirito sistematico, anti-metafisico per eccellenza; non ci stancheremo mai di ripeterlo.

La metafisica afferma l’identità fondamentale del conoscere e dell’essere, la quale può venir messa in dubbio solamente da coloro che ne ignorano i principi più elementari; e poiché tale identità è essenzialmente inerente alla natura dell’intuizione intellettuale, essa non soltanto l’afferma ma la realizza. Ciò per lo meno è vero della metafisica integrale; resta da aggiungere che tutto ciò che di metafisico si è avuto in Occidente, sotto questo riguardo sembra esser restato sempre incompleto. Eppure Aristotele formula nettamente il principio dell’identificazione per mezzo della conoscenza dichiarando espressamente che “l’anima è tutto ciò che essa conosce”; sennonché sembra che né lui né i suoi continuatori abbiano mai attribuito a tale affermazione il suo reale valore, traendone tutte le conseguenze che essa comporta, sì che essa rimase per loro qualcosa di puramente teorico. Meglio di nulla certo, tuttavia del tutto insufficiente; cosicché la metafisica occidentale si presenta incompleta sotto un duplice aspetto: in primo luogo teoricamente, in quanto non si spinge oltre l’essere, come abbiamo spiegato in precedenza, e poi in quanto considera le cose (nella misura in cui tuttavia le considera), in modo esclusivamente teorico; la teoria è da essa presentata come in qualche modo sufficiente a se stessa e come costituente il suo fine, mentre invece non dovrebbe normalmente essere che una preparazione, indispensabile finché si vuole ma ancora soltanto preparazione, in vista di una corrispondente realizzazione.

Occorre fare qui un’osservazione sul modo in cui ci serviamo del termine “teoria”: etimologicamente il suo significato primitivo è quello di “contemplazione”, e se così fosse inteso si potrebbe dire che la metafisica nel suo insieme, con la realizzazione che implica, è la “teoria” per eccellenza; ma l’uso ha attribuito a quest’ultima parola un’accezione alquanto diversa, restringendone soprattutto molto il senso. Per cominciare, l’abitudine è ormai acquisita di opporre “teoria” a “pratica”, e, almeno nel suo significato primitivo, tale opposizione, come quella di contemplazione e di azione, sarebbe tuttavia giustificata, la metafisica essendo essenzialmente di là dal campo dell’azione, per definizione dominio delle contingenze individuali; se non che la mentalità degli Occidentali, volta quasi esclusivamente all’azione e incapace di concepire realizzazione all’infuori di essa, si è ormai ridotta ad opporre abitualmente teoria a realizzazione. Di fatto, è perciò quest’ultima l’opposizione che noi accettiamo, per non allontanarci dall’uso ormai affermato, e per evitare le confusioni che possono derivare dalla difficoltà che si prova a disgiungere le parole dal senso che, a torto o a ragione, si è abituati ad attribuirgli; con tutto ciò, non ci spingeremo fino a definire “pratica” la realizzazione metafisica, perché in definitiva tale parola è, nel linguaggio corrente, rimasta inseparata dall’idea d’azione che esprimeva in origine e che qui non si applica assolutamente.

In tutte le dottrine metafisicamente complete – come le dottrine orientali – la teoria si accompagna sempre, o è seguita, da una realizzazione effettiva, della quale essa è soltanto la base necessaria. Nessuna realizzazione può essere tentata senza una sufficiente preparazione teorica; ma la teoria nel suo insieme è ordinata alla realizzazione come un mezzo al fine, e questa prospettiva è presupposta, esplicitamente o implicitamente, nella stessa espressione esteriore delle dottrine. D’altra parte la realizzazione effettiva può servirsi, oltre che della preparazione teorica, e dopo di essa, di altri mezzi, di carattere molto diverso, ma anch’essi destinati soltanto a fornirle un supporto o un punto di partenza e perciò non aventi che una funzione di “ausilio”, ogni questione d’importanza di fatto a parte: è questa, in modo particolare, la ragion d’essere dei riti di carattere e di efficacia propriamente metafisici di cui abbiamo segnalato l’esistenza. Tuttavia, a differenza della preparazione teorica, tali riti non vengono mai considerati come mezzi indispensabili; essi sono accessori e non essenziali, e la tradizione indù nella quale essi tengono tuttavia un posto importante, è affatto esplicita a questo proposito; ciò non toglie che per la loro efficacia propria essi possano facilitare in grande misura la realizzazione metafisica, vale a dire la trasformazione di quella conoscenza virtuale che è la semplice teoria in conoscenza effettiva.

Queste considerazioni possono probabilmente sembrare molto strane a degli Occidentali, i quali non hanno mai, nemmeno da lontano, preso in considerazione cose del genere, o la loro semplice possibilità; eppure in Occidente si potrebbe trovare un’analogia parziale, anche se lontanissima, con la realizzazione metafisica, in ciò che noi chiamiamo la realizzazione mistica. Intendiamo dire che negli stati mistici, nel senso teologico della parola, c’è alcunché di effettivo che fa di essi qualcosa di più d’una conoscenza puramente teorica, anche se una realizzazione di questa specie è per definizione, e sempre, soltanto parziale. Non uscendo dal modo propriamente religioso non si esce dalla sfera individuale; gli stati mistici non hanno nulla di sopra-individuale; essi implicano un’estensione più o meno indefinita delle sole possibilità individuali, le quali sono però incomparabilmente più estese di quanto non si creda generalmente e soprattutto di quanto gli psicologi non siano in grado di concepire, anche aggiuntovi tutto quel che si sforzano di far rientrare nel loro “subcosciente”. Tale realizzazione non può avere una portata universale o metafisica e resta sempre soggetta all’influenza di elementi individuali, principalmente di carattere sentimentale; d’accordo che questo è il carattere peculiare della prospettiva religiosa, ma esso è qui, come già avemmo a notare, ancor più accentuato che in tutte le altre sue manifestazioni, ciò che conferisce agli stati mistici quell’aspetto di “passività” che gli si riconosce abbastanza generalmente, aggiuntovi che la confusione dei due ordini intellettuale e sentimentale può esservi fonte frequente d’illusioni. Infine è necessario accennare al fatto che una realizzazione di questo tipo, frammentaria sempre e raramente ordinata, non presuppone preparazione teorica: è vero che i riti religiosi vi hanno quella funzione di “ausilio” che è propria dei riti metafisici, ma essa è in se stessa indipendente dalla teoria religiosa, rappresentata dalla teologia; ciò non impedisce che i mistici in possesso di qualche dato teologico si risparmino così molti errori, che commettono invece quelli che ne sono sprovvisti, e siano in maggior possibilità di controllare in una certa misura la propria immaginazione e la propria sentimentalità. Così com’è, la realizzazione mistica, o realizzazione in modo religioso, con le sue limitazioni fondamentali, è la sola che sia conosciuta nel mondo occidentale; e possiamo ben dire che ciò è meglio di niente, anche se non c’è comune misura tra essa e la vera realizzazione metafisica.

Abbiamo ritenuto importante chiarire il concetto di realizzazione metafisica e le conseguenze che esso comporta, perché esso è essenziale al pensiero orientale, e comune alle tre grandi civiltà di cui abbiamo parlato. Non vogliamo però insisterci troppo in questa trattazione, la quale deve necessariamente rimanere piuttosto elementare; lo riesamineremo dunque, per quanto concerne specialmente l’India, soltanto quando sarà strettamente indispensabile, perché tale punto di vista è probabilmente il più difficile da capire per la maggioranza degli Occidentali. Inoltre, se la teoria si può sempre esporre senza riserve, o almeno con la sola riserva di quanto è veramente inesprimibile, non così avviene per quel che riguarda la realizzazione.

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

Caratteri essenziali della metafisica (René Guénon)

Iniziazione

Mentre il punto di vista religioso implica essenzialmente l’intervento di un elemento di ordine sentimentale, il punto di vista metafisico è esclusivamente intellettuale; ma questo, quantunque abbia per noi un significato nettissimo, a molti potrebbe sembrare che non caratterizzi sufficientemente il punto di vista in questione, poco familiare agli occidentali, se non ci dessimo la pena di precisarlo ulteriormente. Anche la scienza e la filosofia, infatti, quali esistono nel mondo occidentale, hanno pretese di intellettualità; se neghiamo che queste pretese siano fondate e affermiamo che esiste una differenza delle più profonde tra tutte le speculazioni di questo genere e la metafisica, è perché l’intellettualità pura, nel senso in cui noi la consideriamo, è tutt’altra cosa da quel che di solito s’intende, in modo più o meno vago, con tale parola.

Dobbiamo dire subito che quando usiamo il termine” metafisica”, come facciamo, poco ci importa la sua origine storica, che è alquanto dubbia e che sarebbe puramente fortuita se si dovesse ammettere l’opinione, peraltro poco verosimile ai nostri occhi, secondo la quale avrebbe designato, in principio, semplicemente ciò che veniva “dopo la fisica” nella raccolta delle opere di Aristotele. Ne dobbiamo curarci delle accezioni diverse e più o meno abusive che taluni hanno creduto bene di attribuire alla parola nel corso del tempo; questi non sono motivi sufficienti a indurci ad abbandonarla perché, così com’è, essa è troppo adatta a quel che normalmente deve designare, almeno per quanto può esserlo un termine desunto dalle lingue occidentali. In effetti, il suo significato più naturale, anche etimologicamente, è quello secondo cui designa ciò che è “al di là della fisica”, intendendo per “fisica”, come sempre facevano gli antichi, l’insieme di tutte le scienze della natura, considerato in una maniera del tutto generale, e non semplicemente una di queste scienze in particolare, secondo l’accezione ristretta che è propria dei moderni. Questa è dunque la nostra interpretazione del termine “metafisica” , e sia detto una volta per tutte che se ci teniamo è unicamente per la ragione or ora indicata e perché pensiamo che è sempre disdicevole ricorrere a neologismi se non in casi di assoluta necessità.

Diremo ora che la metafisica, così intesa, è essenzialmente la conoscenza dell’universale, o, se si vuole, dei princìpi di ordine universale, che del resto sono gli unici a cui convenga propriamente il nome di princìpi; ma non vogliamo dare con ciò una vera e propria definizione della metafisica, cosa che, a rigore, è impossibile proprio a causa di questa stessa universalità che consideriamo il primo dei suoi caratteri, quello da cui tutti gli altri discendono. In realtà non è definibile se non ciò che è limitato, e la metafisica è al contrario, nella sua essenza stessa, assolutamente illimitata, ciò che non permette evidentemente di racchiuderne la nozione in una formula più o meno stretta; in questo caso una definizione sarebbe tanto più inesatta quanto più ci si sforzasse di renderla precisa.

È importante osservare che abbiamo detto conoscenza e non scienza; vogliamo con ciò sottolineare la distinzione profonda che bisogna necessariamente stabilire tra la metafisica da un lato e, dall’altro, le differenti scienze nel senso proprio della parola, vale adire tutte le scienze particolari e specializzate che hanno come oggetto di indagine un certo aspetto delle cose individuali. Questa è dunque, in fondo, la distinzione stessa tra l’universale e l’individuale, distinzione che non deve essere intesa come un’opposizione, perché tra i suoi due termini non esiste misura comune ne alcuna relazione di simmetria o di possibile coordinazione. D’altronde, tra la metafisica e le scienze non può sussistere opposizione o conflitto di sorta, precisamente perché i loro àmbiti rispettivi sono profondamente separati; ed esattamente lo stesso avviene, del resto, in rapporto alla religione. Tuttavia è opportuno capire bene che detta separazione non si riferisce tanto alle cose in se quanto ai punti di vista da cui noi consideriamo le cose; e ciò è particolarmente importante per quanto diremo più specificamente sulla “fisica” e su come devono essere concepiti i reciproci rapporti dei diversi rami della dottrina indù. È facile rendersi conto che uno stesso oggetto può essere studiato da differenti scienze sotto aspetti diversi; allo stesso modo, tutto quanto consideriamo da certi punti di vista individuali e specifici può essere, per mezzo di una trasposizione adeguata, considerato anche dal punto di vista universale – che non è d’altronde un punto di vista specifico – allo stesso modo in cui può esserlo quanto non è suscettibile di essere inteso in modo individuale. Così si può dire che il dominio della metafisica comprende tutto, il che è necessario perché essa sia veramente universale, come deve esserlo essenzialmente; e i dominii propri alle differenti scienze non restano per ciò meno distinti da quello della metafisica, dal momento che quest’ultima, non ponendosi sullo stesso terreno delle scienze particolari, in nessun modo può essere un loro analogo, sicché non potrà mai darsi che si stabilisca alcuna comparazione tra i risultati dell’una e quelli delle altre. Del resto il dominio della metafisica non è per nulla, come pensano alcuni filosofi che al riguardo sono piuttosto ottusi, quello che le diverse scienze lasciano da parte perché il loro sviluppo attuale è più o meno incompleto, ma piuttosto quello che, per sua stessa natura, sfugge a queste scienze e supera di gran lunga la portata a cui possono legittimamente pretendere. Il dominio di ogni scienza è sempre circoscritto dall’esperienza, in una qualunque delle sue diverse modalità, mentre il dominio della metafisica è costituito essenzialmente da ciò per cui non può esserci esperienza possibile: essendo “al di là della fisica”, siamo anche, e proprio per questa ragione, al di là dell’esperienza. Di conseguenza l’àmbito di ogni scienza particolare può estendersi indefinitamente, se ne è suscettibile, senza mai giungere ad avere il sia pur minimo punto di contatto con quello della metafisica.

Consegue immediatamente da quanto precede che parlando dell’oggetto della metafisica non si deve pensare a qualcosa di più o meno analogo all’oggetto particolare di una certa scienza. Consegue anche che tale oggetto deve essere sempre assolutamente lo stesso, che non può in alcun modo essere qualcosa di mutevole e soggiacente alle influenze di tempo e di luogo; il contingente, l’accidentale, il variabile appartengono in proprio all’àmbito dell’individuale; sono anzi dei caratteri che condizionano necessariamente le cose individuali in quanto tali, o, per esprimersi con più rigore, l’aspetto individuale delle cose nelle sue molteplici modalità. Quindi, quando si tratta di metafisica, con il tempo e il luogo possono cambiare solo i modi di esposizione, vale adire le forme più o meno esteriori che la metafisica può assumere e che sono suscettibili di adattamenti diversi, e anche, evidentemente, lo stato di conoscenza o d’ignoranza degli uomini, o per lo meno della maggioranza di loro nei confronti della vera metafisica; ma essa resta sempre, in fondo, perfettamente identica a se stessa, il suo oggetto essendo essenzialmente uno, o più esattamente “senza dualità” come dicono gli Indù, e questo oggetto, sempre per il suo essere”al di là della natura”, è anche al di là del cambiamento: è quel che gli Arabi esprimono dicendo che “la dottrina dell’Unità è unica”.

Inoltrandoci nell’ordine delle conseguenze, possiamo aggiungere che in metafisica non è assolutamente possibile fare scoperte, perché, trattandosi di un modo di conoscenza che non ricorre all’uso di mezzi speciali ed esteriori di investigazione, tutto ciò che è suscettibile di essere conosciuto può esserlo stato in ugual modo da uomini diversi in tutte le epoche; ed è ciò che risulta effettivamente da un esame approfondito delle dottrine metafisiche tradizionali. D’altronde, quand’anche si ammettesse che le idee di evoluzione e di progresso possano avere un qualche valore relativo in biologia e in sociologia, la qual cosa è lungi dall’esser provata, non sarebbe meno certo che esse non hanno alcuna applicazione possibile alla metafisica; è così che queste idee sono del tutto estranee agli orientali, come del resto lo furono, fin verso la fine del secolo XVIII, agli stessi occidentali che oggi le reputano elementi essenziali dello spirito umano. Ciò implica, lo si noti bene, la condanna formale di ogni tentativo di applicare il”metodo storico” a quanto sia di ordine metafisico: lo stesso punto di vista metafisico si oppone in modo radicale al punto di vista storico, o sedicente tale, e in questa opposizione bisogna vedere non soltanto una questione di metodo, ma anche e soprattutto, il che è molto più grave, una vera questione di principio, poiché il punto di vista metafisico, nella sua immutabilità essenziale, è la negazione stessa delle idee di evoluzione e di progresso; si potrebbe perciò dire che la metafisica non si può studiare che metafisicamente. Non bisogna qui tenere conto di contingenze quali possono essere le influenze individuali, che, a rigore, non esistono in questo àmbito e non possono esercitarsi sulla dottrina perché essa, essendo di ordine universale, dunque essenzialmente sovraindividuale, sfugge per forza di cose alla loro azione; anche le circostanze di tempo e luogo, lo ribadiamo, possono influire soltanto sull’espressione esteriore, e null’affatto sull’essenza stessa della dottrina; e infine, in metafisica, non si tratta per nulla, come invece nell’ordine del relativo e del contingente, di “credenze” o di “opinioni” più o meno variabili e mutevoli in quanto più o meno dubbie, ma esclusivamente di certezza permanente e immutabile.

In effetti, per il fatto stesso che la metafisica non partecipa minimamente della relatività delle scienze, deve implicare, quale carattere intrinseco, la certezza assoluta, e ciò vale anzitutto per il suo oggetto, ma anche per il suo metodo, se tale parola può applicarsi qui, perché altrimenti tale metodo, o comunque si voglia chiamarlo, non sarebbe adeguato all’oggetto. La metafisica esclude quindi necessariamente qualsiasi concezione di carattere ipotetico, donde risulta che le verità metafisiche, in se stesse, hanno un’assoluta incontestabilità; di conseguenza, se talvolta può esserci discussione e controversia, sarà sempre e soltanto per effetto di una esposizione difettosa o di una comprensione imperfetta di tali verità. D’altra parte, ogni possibile esposizione è qui necessariamente difettosa, perché le concezioni metafisiche, per la loro natura universale, non sono mai del tutto esprimibili, e neppure immaginabili, non potendo essere raggiunte nella loro essenza che dall’intelligenza pura e” informale ” ; esse oltrepassano immensamente tutte le forme possibili e in particolare le formule in cui il linguaggio vorrebbe chiuderle, formule sempre inadeguate che tendono a restringerle e perciò a snaturarle. Queste formule, come tutti i simboli, possono servire solo come punto di partenza, come “supporto” per così dire, per aiutare a concepire ciò che in se rimane inesprimibile, ed è compito di ciascuno sforzarsi di concepirlo effettivamente a misura della propria capacità intellettuale, supplendo in tal modo, in questa stessa misura, alle fatali imperfezioni dell’espressione formale e limitata; è del resto evidente che tali imperfezioni raggiungeranno il loro massimo quando l’espressione dovrà avvenire in lingue che, come quelle europee, soprattutto moderne, sembrano quanto mai refrattarie all’esposizione delle verità metafisiche. Come appunto dicevamo più sopra a proposito delle difficoltà di traduzione e adattamento, la metafisica, in quanto si apre su possibilità illimitate, deve sempre riservarsi la parte dell’inesprimibile, che in fondo è anche per lei del tutto essenziale.

Questa conoscenza di ordine universale deve porsi al di là di tutte le distinzioni che condizionano la conoscenza delle cose individuali, e delle quali il tipo generale e fondamentale è la distinzione fra soggetto e oggetto; ciò mostra una volta di più che l’oggetto della metafisica non è assolutamente paragonabile all’oggetto specifico di qualsiasi altro genere di conoscenza, e che non può neppure essere chiamato oggetto se non in un senso puramente analogico, perché per poterne parlare bisogna pur attribuirgli una qualche denominazione. Allo stesso modo, se si vuol parlare del mezzo della conoscenza metafisica, esso non potrà che costituire un tutt’uno con la conoscenza stessa, dove soggetto e oggetto sono unificati in modo essenziale; come dire che tale mezzo, seppure è lecito chiamarlo così, non può esser nulla di simile all’esercizio di una facoltà discorsiva quale è la ragione umana individuale. Si tratta, come dicevamo, dell’ordine sovraindividuale e, di conseguenza, sovrarazionale, che non significa affatto irrazionale: la metafisica non può opporsi alla ragione, piuttosto è al di sopra della ragione, che lì può intervenire solo in modo del tutto secondario per la formulazione e l’espressione esteriore di quelle verità che vanno di là dalla sua sfera e dalla sua portata. Le verità metafisiche possono essere concepite unicamente da una facoltà che non è più dell’ordine individuale e che si può definire intuitiva per il carattere immediato della sua operazione, purché, beninteso, si aggiunga che non ha assolutamente niente in comune con ciò che certi filosofi contemporanei chiamano intuizione, facoltà soltanto sensitiva e vitale, che è propriamente al di sotto, e non più al di sopra, della ragione. Occorre dunque dire, per maggior precisione, che la facoltà di cui stiamo parlando è l’intuizione intellettuale, di cui la filosofia moderna ha negato l’esistenza perché non la capiva, quando non preferì ignorarla puramente e semplicemente; si può ancora designarla col nome di intelletto puro, seguendo l’esempio di Aristotele e dei suoi continuatori scolastici, per i quali infatti l’intelletto è ciò che possiede immediatamente la conoscenza dei princìpi. Aristotele dichiara espressamente(1) che “l’intelletto è più vero della scienza”, vale a dire, in definitiva, della ragione che costruisce la scienza, ma che “nulla è più vero dell’intelletto”, il quale è necessariamente infallibile proprio perché la sua operazione è immediata e perché, non essendo realmente distinto dal proprio oggetto, si confonde con la verità stessa. Tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica; e da questo si vede che l’errore può introdursi soltanto con l’uso della ragione, vale a dire nella formulazione delle verità concepite dall’intelletto, e ciò perché la ragione è evidentemente fallibile a causa del suo carattere discorsivo e mediato. D’altronde, ogni espressione essendo necessariamente imperfetta e limitata, l’errore, nella forma se non nella sostanza, vi è inevitabile: per quanto rigorosa si voglia rendere l’espressione, quel che essa esclude è sempre molto più di quel che può includere; ma un errore del genere può non avere nulla di positivo in quanto tale, e tutto sommato essere solo una verità minore che risiede unicamente in una formulazione parziale e incompleta della verità totale.

Ci si può ora rendere conto di quale sia, nel suo significato più profondo, la distinzione tra conoscenza metafisica e conoscenza scientifica: la prima dipende dall’intelletto puro, il cui dominio è l’universale; la seconda dipende dalla ragione, il cui dominio è il generale, in quanto, come ha detto Aristotele, “non vi è scienza se non del generale”. Non bisogna dunque confondere l’universale e il generale come troppe volte fanno i logici occidentali, i quali non si innalzano mai realmente al di sopra del generale neppure quando gli attribuiscono indebita mente il nome di universale. Abbiamo detto che il punto di vista delle scienze è di ordine individuale; infatti il generale non si oppone all’individuale, ma soltanto al particolare, e anzi altro non è che un’estensione dell’individuale; ma l’individuale può estendersi anche indefinitamente senza perciò perdere la sua natura e travalicare le proprie condizioni restrittive e limitative; e per questo affermiamo che la scienza potrebbe estendersi indefinitamente senza mai raggiungere la metafisica, dalla quale rimarrà sempre separata nel modo più profondo, perché solo la metafisica è la conoscenza dell’universale.

Pensiamo di aver caratterizzato a sufficienza la metafisica; molto di più non potremmo dire senza entrare nell’esposizione della dottrina vera e propria, che qui sarebbe fuori luogo; d’altronde questi dati saranno completati nei capitoli che seguiranno, e in particolare quando parleremo della distinzione tra la metafisica e ciò che nell’Occidente moderno viene generalmente chiamato col nome di filosofia. Tutto quanto abbiamo detto si applica, senza alcuna restrizione, a una qualunque delle dottrine tradizionali dell’Oriente, nonostante le grandi differenze di forma che possono nascondere l’identità di fondo a un osservatore superficiale: tale concezione della metafisica è vera per il taoismo, per la dottrina indù e anche per l’aspetto profondo ed extrareligioso dell’islamismo. Esiste qualcosa di simile nel mondo occidentale? Se si esamina solo ciò che esiste attualmente, si potrebbe sicuramente dare a questa domanda una risposta negativa, perché ciò che il pensiero filosofico moderno si compiace talvolta di abbellire col nome di metafisica non corrisponde in alcun modo alla concezione che abbiamo esposto; ritorneremo comunque su questo punto. Tuttavia quanto abbiamo detto su Aristotele e sulla dottrina scolastica mostra che vi fu, se non la metafisica totale, almeno della metafisica in una certa misura; e nonostante questa riserva necessaria, si trattò di qualcosa di cui la mentalità moderna non offre più il minimo equivalente, e la cui comprensione le sembra preclusa. D’altra parte, se la riserva che abbiamo or ora fatto si impone, è perché esistono, come dicevamo in precedenza, delle limitazioni che sembrano davvero inerenti a tutta l’intellettualità occidentale, almeno a partire dall’antichità classica; e a questo proposito abbiamo notato come i Greci non avessero punto l’idea di Infinito. Del resto, perché mai gli occidentali moderni, quando credono di pensare all’Infinito, si rappresentano quasi sempre uno spazio, il quale non può essere che indefinito, e perché confondono immancabilmente l’eternità, che risiede essenzialmente nel “non tempo”, se così possiamo esprimerci, con la perpetuità, che non è se non un’estensione indefinita del tempo, mentre in simili confusioni non incorrono mai gli orientali? Il fatto è che la mentalità occidentale, volta quasi esclusivamente alle cose sensibili, fa costante confusione tra concepire e immaginare, al punto che ciò che non è suscettibile di rappresentazione sensibile le pare veramente impensabile; e già presso i Greci le facoltà immaginative erano soverchianti. Le quali, evidentemente, sono l’esatto opposto del pensiero puro; così stando le cose, non può esserci intellettualità nel vero senso della parola, ne, di conseguenza, metafisica. Se a queste considerazioni si aggiunge poi l’altra confusione abituale tra razionale e intellettuale, non si tarderà ad accorgersi che la pretesa intellettualità occidentale non è in realtà, soprattutto nei moderni, che l’esercizio di quelle facoltà meramente individuali e formali che sono la ragione e l’immaginazione; e si capirà allora tutto ciò che la separa dall’intellettualità orientale, per la quale non c’è conoscenza vera e valida se non quella che ha le proprie radici profonde nell’universale e nell’informale.

Del Segreto Iniziatico (René Guénon)

Iniziazione

Sebbene abbiamo già indicato qual è la natura essenziale del segreto iniziatico, dobbiamo portare ulteriori precisazioni in proposito, allo scopo di distinguerlo, senza possibilità di equivoci, da tutti gli altri generi di segreti più o meno esteriori che s’incontrano nelle molteplici organizzazioni che, per questa ragione, sono dette “segrete” nel senso più generale. Abbiamo detto, infatti, che questa designazione, per noi, significa unicamente che tali organizzazioni possiedono un segreto, qualunque ne sia la natura, e anche che, secondo il fine che esse si propongono, questo segreto può naturalmente vertere sulle cose più diverse e assumere le forme più svariate; ma, in tutti i casi, qualunque segreto che non sia il segreto propriamente iniziatico ha sempre un carattere convenzionale; con ciò intendiamo dire che non è tale se non in virtù di una convenzione più o
meno esplicita, e non per la natura stessa delle cose. Al contrario, il segreto iniziatico è tale perché non può non esserlo, poiché consiste esclusivamente nell’“inesprimibile”, il quale, di conseguenza, è necessariamente anche l’“incomunicabile”; e così, se le organizzazioni iniziatiche sono segrete, in esse tale carattere non ha più nulla d’artificiale e non risulta da alcuna decisione più o meno arbitraria da parte di chicchessia. Questo punto è dunque particolarmente importante per ben distinguere, da un lato, le organizzazioni iniziatiche da tutte le altre organizzazioni segrete qualunque, e dall’altro, nelle stesse organizzazioni iniziatiche, quel che costituisce l’essenziale da tutto ciò che può venire ad aggiungervisi accidentalmente; quindi dobbiamo ora dedicarci a svilupparne un po’ le conseguenze.
La prima di queste conseguenze, che peraltro abbiamo già indicato precedentemente, è che, mentre ogni segreto d’ordine esteriore può sempre essere tradito, solo il segreto iniziatico non può mai esserlo in alcuna maniera, poiché, in se stesso e in qualche modo per definizione, è inaccessibile e inafferrabile ai profani e non può da essi venir penetrato, la sua conoscenza non potendo essere che la conseguenza dell’iniziazione stessa. In effetti, questo segreto è di tal natura che le parole non possono esprimerlo; è per questo, come spiegheremo più completamente in seguito, che l’insegnamento iniziatico non può far uso che di riti e di simboli, i quali suggeriscono piuttosto che non esprimano nel senso ordinario della parola. Per l’esattezza, quel che è trasmesso con l’iniziazione non è il segreto in sé, poiché esso è incomunicabile, ma l’influenza spirituale che ha i riti come
veicolo, e che rende possibile il lavoro interiore per mezzo del quale, prendendo i simboli come base e come supporto, ciascuno coglierà tale segreto e lo penetrerà più o meno completamente, più o meno profondamente, secondo la misura delle proprie possibilità di comprensione e di realizzazione.
Checché si possa pensare delle altre organizzazioni segrete, non si può perciò, in ogni caso, rimproverare alle organizzazioni iniziatiche d’avere questo carattere, poiché il loro segreto non è qualcosa che esse nascondano volontariamente per ragioni qualsiasi, legittime o no, e sempre più o meno soggette a discussione e ad apprezzamento come tutto quel che procede dal punto di vista profano, bensì qualcosa che non è in potere di nessuno, quand’anche lo volesse, svelare e comunicare ad altri. Quanto al fatto che queste organizzazioni siano “chiuse”, vale a dire che non ammettono tutti indistintamente, esso si spiega semplicemente con la prima delle condizioni dell’iniziazione quali abbiamo esposte in precedenza, ossia per la necessità di possedere certe “qualificazioni” particolari, in assenza delle quali alcun beneficio reale potrebbe essere tratto dal ricollegamento a una tale organizzazione. Per di più, quando questa diviene troppo “aperta” e insufficientemente rigorosa a tale riguardo, corre il rischio di degenerare a causa dell’incomprensione di coloro che così ammette sconsideratamente, e che, soprattutto quando divengono la maggioranza, non mancano d’introdurvi ogni sorta di vedute profane e di deviare la sua attività verso scopi che non hanno niente in comune con il dominio iniziatico, come si vede anche troppo bene in ciò che, ai nostri giorni, ancora sussiste in
quanto a organizzazioni di questo genere nel mondo occidentale.
Così, ed è una seconda conseguenza di quel che abbiamo enunciato all’inizio, il segreto iniziatico in se stesso e il carattere “chiuso” delle organizzazioni che lo detengono (o, per parlare più esattamente, che detengono i mezzi con i quali è possibile a coloro che sono “qualificati” d’avervi accesso) sono due cose del tutto distinte e che non devono in nessun modo essere confuse. Per quanto riguarda il primo, significa disconoscerne totalmente l’essenza e la portata l’invocare delle ragioni di “prudenza” come talvolta si fa; per il secondo, invece, che peraltro riguarda la natura degli uomini in generale e non quella dell’organizzazione iniziatica, si può fino a un certo punto parlare di “prudenza”, nel senso che, con ciò, quest’organizzazione si difende, non contro delle “indiscrezioni”
impossibili quanto alla sua natura essenziale, ma contro quel pericolo di degenerazione di cui abbiamo appena parlato; né si tratta della ragione primaria, quest’ultima non essendo altro che la perfetta inutilità d’ammettere delle individualità per le quali l’iniziazione non sarebbe mai altro che “lettera morta”, vale a dire una formalità vuota e senza alcun effetto reale, poiché esse sono in qualche modo impermeabili all’influenza spirituale. Quanto alla “prudenza” nei confronti del mondo esterno, come la s’intende il più delle volte, non può essere che una considerazione affatto accessoria, ancorché sia sicuramente legittima in presenza di un ambiente più o meno coscientemente ostile, l’incomprensione profana fermandosi raramente a una sorta d’indifferenza e tramutandosi fin troppo facilmente in un odio le cui manifestazioni costituiscono un pericolo che non ha
certo niente d’illusorio; ma questo non può tuttavia colpire l’organizzazione iniziatica in sé, la quale, in quanto tale, è, come abbiamo detto, veramente “inafferrabile”. Così le precauzioni a questo riguardo s’imporranno quanto più tale organizzazione sarà già più “esteriorizzata”, dunque meno puramente iniziatica; è peraltro evidente che è soltanto in questo caso che essa può arrivare a trovarsi in diretto contatto con il mondo profano,
che, altrimenti, non potrebbe che ignorarla in modo puro e semplice. Non parleremo qui di un pericolo d’ordine diverso, che può risultare dall’esistenza di ciò che abbiamo chiamato la “contro-iniziazione”, e al quale semplici misure esteriori di “prudenza” non possono peraltro ovviare; queste non valgono che contro il mondo profano, le cui reazioni,
lo ripetiamo, sono da temere soltanto perché l’organizzazione ha assunto una forma esteriore analoga a quella di una “società” o è stata trascinata più o meno completamente in un’azione esercitantesi al di fuori del dominio iniziatico, tutte cose il cui carattere non può essere considerato che semplicemente accidentale e contingente.

Arriviamo così a far emergere un’ulteriore conseguenza della natura del segreto iniziatico: può accadere infatti che, oltre a questo segreto che solo le è essenziale, un’organizzazione iniziatica possieda anche secondariamente, e senza per questo perdere in nessun modo il suo carattere proprio, altri segreti che non sono dello stesso ordine, ma di un ordine più o meno esteriore e contingente; e sono questi segreti puramente accessori che,
essendo necessariamente i soli ad apparire agli occhi dell’osservatore esterno, saranno suscettibili di provocare diverse confusioni. Questi segreti possono provenire dalla “contaminazione” di cui abbiamo parlato, intendendo con ciò l’aggiunta di fini che non hanno nulla di iniziatico, e ai quali può peraltro esser data un’importanza più o meno grande, poiché, in questo genere di degenerazione, tutti i gradi sono evidentemente possibili; ma non sempre le cose stanno così, e può anche essere che simili segreti si riferiscano ad applicazioni contingenti, ma legittime, della stessa dottrina iniziatica, applicazioni che si giudica opportuno “riservare” per ragioni che possono essere assai diverse, e andrebbero determinate in ciascun caso particolare. I segreti a cui stiamo alludendo sono, in special modo, quelli che concernono le scienze e le arti tradizionali; quel che nel modo più generale si può dire al proposito, è che, non potendo tali scienze e tali arti
essere veramente comprese al di fuori dell’iniziazione in cui hanno il loro principio, la loro “volgarizzazione” potrebbe avere solo degli inconvenienti, giacché essa comporterebbe inevitabilmente una deformazione o addirittura uno snaturamento, del genere di quello che ha precisamente dato origine alle scienze e alle arti profane, come abbiamo esposto in altre occasioni.
In questa stessa categoria di segreti accessori e non essenziali, si deve annoverare anche un altro genere di segreto che esiste in maniera molto generale nelle organizzazioni iniziatiche, e che è quello che occasiona più comunemente, nei profani, quell’equivoco su cui abbiamo precedentemente attirato l’attenzione: tale segreto è quello che verte, sia sull’insieme dei riti e dei simboli in uso in tale organizzazione, sia, più particolarmente ancora, e anche in maniera più rigorosa di solito, su certe parole e certi segni da essa
impiegati come “mezzi di riconoscimento”, per permettere ai suoi membri di distinguersi dai profani. Va da sé che ogni segreto di tale natura non ha che un valore convenzionale e tutto relativo, e che, per il fatto stesso di concernere delle forme esteriori, può sempre essere scoperto o tradito, il che peraltro, rischierà, del tutto naturalmente, di verificarsi tanto più facilmente quanto più si tratterà di un’organizzazione meno rigorosamente “chiusa”; si deve anche insistere su questo, che non solamente tale segreto non può in alcun modo essere confuso con il vero segreto iniziatico, salvo che da coloro che non hanno la minima idea della natura di quest’ultimo, ma che non ha neppure nulla d’essenziale, cosicché la sua presenza o assenza non possono essere invocate per definire un’organizzazione in quanto in possesso di un carattere iniziatico o come priva di esso. In realtà, la stessa cosa, o qualcosa d’equivalente, esiste anche nella maggior parte
delle altre organizzazioni segrete qualunque, senza nulla d’iniziatico, benché le ragioni ne siano allora differenti: può trattarsi, sia d’imitare le organizzazioni iniziatiche nelle loro apparenze più esteriori, com’è il caso per le organizzazioni da noi qualificate pseudo-iniziatiche, o addirittura per certi raggruppamenti fantasiosi che non meritano neppure tale nome, sia molto semplicemente di garantirsi quanto possibile contro le indiscrezioni, nel senso più comune della parola, come accade soprattutto per le associazioni di scopo politico, ciò che si capisce senza la minima difficoltà. D’altra parte, l’esistenza di un segreto di questo genere non ha, per le organizzazioni iniziatiche, niente di necessario; anzi ha in esse un’importanza tanto meno grande quanto più puro e più elevato è il loro carattere, poiché esse sono allora tanto più svincolate da tutte le forme esteriori e da tutto quanto non è veramente essenziale. Accade perciò questo, che può sembrare paradossale a prima vista, ma che è invece in fondo molto logico: l’impiego di “mezzi di riconoscimento” da parte di un’organizzazione è una conseguenza del suo carattere “chiuso”; ma, in quelle che sono precisamente le più “chiuse” di tutte, tali mezzi si riducono
fino a scomparire talvolta interamente, poiché allora non ve n’è più bisogno, la loro utilità essendo direttamente legata a un certo grado d’“esteriorità” dell’organizzazione che vi ha ricorso, e raggiungendo in qualche modo il suo massimo quando quest’ultima rivesta un aspetto “semi-profano”, del quale la forma “societaria” è l’esempio più tipico,
poiché è allora che le sue occasioni di contatto con il mondo esteriore sono le più estese e molteplici, e, di conseguenza, più le importa di distinguersi da questo con dei mezzi che siano anch’essi d’ordine esteriore.
L’esistenza di un tale segreto esteriore e secondario nelle organizzazioni iniziatiche più diffuse si giustifica peraltro ancora con altre ragioni: certuni gli attribuiscono soprattutto un ruolo “pedagogico”, se così è permesso esprimersi; in altri termini, la “disciplina del segreto” costituirebbe una sorta d’“allenamento” o d’esercizio che rientra nei metodi propri a queste organizzazioni; e, a questo proposito, in essa si potrebbe vedere in qualche modo come una forma attenuata e ridotta della “disciplina del silenzio” che
era in uso in certe scuole esoteriche antiche, segnatamente presso i Pitagorici.
Questo punto di vista è sicuramente giusto, a condizione di non essere esclusivo; e va notato che, sotto questo rapporto, il valore del segreto è completamente indipendente da quello delle cose sulle quali verte; il segreto mantenuto sulle cose più insignificanti avrà, in quanto “disciplina”, esattamente la stessa efficacia di un segreto realmente importante di per se stesso. Questa dovrebbe essere una risposta sufficiente ai profani che, a tal proposito, accusano le organizzazioni iniziatiche di “puerilità”, non comprendendo peraltro che le parole o i segni sui quali il segreto è imposto hanno un proprio valore simbolico; se essi sono incapaci d’arrivare fino a considerazioni di quest’ultimo ordine, quella che abbiamo appena indicata è almeno alla loro portata e non richiede certo un grandissimo sforzo di comprensione.
Ma, vi è, in realtà, una ragione più profonda, basata precisamente su quel carattere simbolico che abbiamo appena menzionato, e che fa sì che quelli che si chiamano “mezzi di riconoscimento” non siano solamente questo ma anche, allo stesso tempo, qualcosa di più: si tratta veramente di simboli come tutti gli altri, il cui significato dev’essere meditato e approfondito allo stesso titolo, e che fanno così parte integrante dell’insegnamento iniziatico. È così d’altronde per tutte le forme impiegate dalle organizzazioni iniziatiche, e, più generalmente ancora, da tutte quelle che hanno un carattere tradizionale (ivi comprese le forme religiose): esse sono sempre, in fondo, altra cosa che quel che paiono dal di fuori, anzi è questo che le distingue essenzialmente dalle forme profane, in cui l’apparenza esteriore è tutto e non ricopre alcuna realtà d’altro ordine. Da questo punto di vista, il segreto di cui si tratta è esso stesso un simbolo, quello del vero segreto iniziatico, il che è evidentemente ben più di un semplice mezzo “pedagogico”; ma, beninteso, qui come altrove, il simbolo non dev’essere in alcun modo confuso con ciò che è simboleggiato, ed è questa la confusione che commette l’ignoranza profana, poiché essa non sa vedere quel che v’è dietro l’apparenza, e non concepisce neppure che possa esservi qualcosa d’altro da quel che cade sotto i sensi, il che equivale praticamente
alla negazione pura e semplice di ogni simbolismo.
Infine, indicheremo un’ultima considerazione che potrebbe dar luogo ad altri sviluppi ancora: il segreto d’ordine esteriore, nelle organizzazioni iniziatiche in cui esiste, fa propriamente parte del rituale, poiché quel che ne è l’oggetto è comunicato, sotto l’obbligo corrispondente del silenzio, nel corso stesso dell’iniziazione a ciascun grado o come conclusione di quest’ultima. Tale segreto costituisce perciò, non solamente un simbolo
come abbiamo appena detto, ma anche un vero e proprio rito, con tutta la virtù propria che è inerente a questo come tale; e del resto, in verità, il rito e il simbolo sono, in tutti i casi, strettamente legati dalla loro stessa natura, come dovremo spiegare più diffusamente nel seguito.


.

Sulla morte iniziatica (René Guénon)

Iniziazione


Un’altra delle  questioni che, come quella delle prove, sembrano essere scarsamente comprese dalla maggioranza di quei nostri contemporanei che hanno la pretesa di trattare di queste cose, è quella della cosiddetta «morte iniziatica»; ci è infatti frequentemente capitato di imbatterci, a questo proposito, in un’espressione come quella di «morte fittizia», espressione che testimonia dell’incomprensione più completa delle realtà di quest’ordine.

Coloro che si esprimono in questo modo vedono soltanto, evidentemente, l’esteriorità del rito e non hanno nessuna idea degli effetti che esso deve produrre su coloro che sono veramente qualificati; se così non fosse, essi si renderebbero conto che tale «morte», ben lungi dall’essere «fittizia» è invece, in un certo senso, anche più reale della morte intesa nel senso ordinario della parola, poiché è evidente che il profano, morendo, non diviene con ciò stesso iniziato, e la distinzione tra l’ordine profano (comprendendovi non soltanto ciò che è privo di carattere tradizionale, ma anche qualsiasi exoterismo) e l’ordine iniziatico è, a dire il vero, la sola che oltrepassi le contingenze inerenti agli stati particolari dell’essere e che abbia, di conseguenza, un valore profondo e permanente dal punto di vista universale. Ci accontenteremo di ricordare, a questo riguardo, che tutte le tradizioni insistono sulla differenza essenziale che esiste negli stati postumi dell’essere umano, a seconda che si tratti del profano o dell’iniziato; se le conseguenze della morte, assunta nella sua accezione abituale, sono in tal modo condizionate da questa distinzione, è dunque perché il cambiamento che dà accesso all’ordine iniziatico corrisponde a un grado superiore di realtà. È bene chiarire che la parola «morte» dev’essere presa qui nel suo senso più generale, secondo il quale si può dire che ogni cambiamento di stato, qualunque esso sia, è al tempo stesso una morte e una nascita, a seconda che lo si consideri dall’uno o dall’altro lato: morte in rapporto allo stato antecedente, nascita in rapporto a quello successivo. L’iniziazione è generalmente descritta come una «seconda nascita», cosa che essa è effettivamente; ma questa «seconda nascita» implica necessariamente la morte al mondo profano e la segue in qualche modo immediatamente, poiché non si tratta, per esprimerci esattamente, che delle due facce di uno stesso cambiamento di stato. Per quanto riguarda il simbolismo del rito, esso sarà naturalmente fondato sull’analogia che esiste tra tutti i cambiamenti di stato: in ragione di questa analogia, la morte e la nascita in senso ordinario simboleggiano la morte e la nascita iniziatica, le immagini prese da esse essendo trasposte dal rito in un altro ordine di realtà. È il caso di notare in special modo, a questo riguardo, che ogni cambiamento di stato deve esser visto come se avvenisse nelle tenebre, ciò che spiega il simbolismo del colore nero in rapporto con la realtà in questione: il candidato all’iniziazione deve passare attraverso l’oscurità completa prima di accedere alla «vera luce». È in questa fase di oscurità che si effettua quella che viene indicata come la «discesa agli Inferi», di cui abbiamo parlato più ampiamente altrove: si tratta, potremmo dire, di una specie di «ricapitolazione» degli stati antecedenti, per mezzo della quale le possibilità riferentisi allo stato profano saranno definitivamente esaurite, acciocché l’essere possa da quel momento sviluppare liberamente le possibilità d’ordine superiore che porta in sé, e la cui realizzazione appartiene propriamente all’ambito iniziatico.D’altra parte, poiché considerazioni simili sono applicabili a qualsiasi cambiamento di stato, e visto che i gradi ulteriori e successivi dell’iniziazione corrispondono naturalmente anch’essi a cambiamenti di stato, si può dire che vi sarà nuovamente, per l’accesso a ciascuno di essi, morte e nascita, benché il «taglio», se è permesso esprimersi così, sia meno netto e di importanza meno fondamentale rispetto a quello relativo alla prima iniziazione, per il passaggio, cioè, dall’ambito profano all’ambito iniziatico. D’altro canto, è evidente che i cambiamenti subiti dall’essere nel corso del suo sviluppo sono realmente in molteplicità indefinita; i gradi iniziatici conferiti ritualmente, in qualsiasi forma tradizionale, non possono quindi corrispondere che a una specie di classificazione generale delle principali tappe da percorrere, e ciascuno di essi può riassumere in sé tutto un insieme di tappe secondarie e intermedie. Ma vi è, in questo processo, un punto più particolarmente importante, in cui il simbolismo della morte dovrà apparire nuovamente nel modo più esplicito, e ciò richiede ulteriori spiegazioni. La «seconda nascita», vista come corrispettiva della prima iniziazione, è propriamente, come abbiamo già detto, quella che si può chiamare una rigenerazione psichica; ed è infatti nell’ordine psichico, cioè nell’ordine in cui si situano le modalità sottili dell’essere umano, che devono effettuarsi le prime fasi dello sviluppo iniziatico; ma queste ultime non costituiscono uno scopo in se stesse, e sono soltanto preparatorie in rapporto alla realizzazione di possibilità di ordine più elevato, cioè dell’ordine spirituale nel vero senso della parola. Il punto del processo iniziatico al quale abbiamo fatto allusione è perciò quello che segnerà il passaggio dall’ambito psichico all’ambito spirituale; e questo passaggio potrà essere considerato costituire più particolarmente una «seconda morte» e una «terza nascita». È opportuno aggiungere che questa «terza nascita» sarà rappresentata più come una «resurrezione» che come una nascita ordinaria, poiché non si tratta più di un «inizio» nel senso della prima iniziazione; le possibilità già sviluppate, e acquisite una volta per tutte, dovranno ritrovarsi dopo questo passaggio, ma «trasformate», in modo analogo a quello per cui il «corpo glorioso» o «corpo di resurrezione» rappresenta la «trasformazione» delle possibilità umane, al di là delle condizioni limitative che definiscono il modo d’esistenza dell’individualità come tale. La questione, ricondotta così all’essenziale, è in fondo abbastanza semplice; ciò che la complica, come capita quasi sempre, sono le confusioni che si commettono mescolando a essa considerazioni che si riferiscono in realtà a cose del tutto diverse. È quel che si verifica specialmente riguardo alla «seconda morte», a cui molti pretendono di dare un significato particolarmente sfavorevole, non sapendo fare certe distinzioni essenziali tra i diversi casi in cui questa espressione può essere usata. La «seconda morte», secondo quanto abbiamo detto, altro non è che la «morte psichica»; questo fatto può considerarsi suscettibile di prodursi, a scadenza più o meno lunga dopo la morte corporea – per l’uomo ordinario – al di fuori di ogni processo iniziatico; ma allora questa «seconda morte» non darà accesso alla sfera spirituale, e l’essere, uscendo dallo stato umano, passerà semplicemente a un altro stato individuale di manifestazione. Si tratta di una eventualità temibile per il profano, il quale ha tutti i vantaggi nell’essere mantenuto in quelli che abbiamo chiamato i «prolungamenti» dello stato umano, cosa che è d’altronde, in tutte le tradizioni, la principale ragione d’essere dei riti funerari. Ma la cosa è del tutto diversa per l’iniziato, perché questi realizza le possibilità stesse dello stato umano soltanto per riuscire a superarlo, e perché deve necessariamente uscire da tale stato, senza che abbia del resto bisogno per questo di attendere la dissoluzione dell’apparenza corporea, per passare agli stati superiori. Aggiungiamo ancora, per non trascurare nessuna possibilità, che vi è un altro aspetto sfavorevole della «seconda morte», il quale si riferisce propriamente alla «contro-iniziazione»; quest’ultima, infatti, imita nelle sue fasi l’iniziazione vera, ma i suoi risultati sono in qualche modo all’inverso di questa e, evidentemente, essa non può in nessun caso condurre alla sfera spirituale, giacché, al contrario, non fa che allontanarne l’essere sempre di più. Allorché l’individuo che segue questa via arriva alla «morte psichica» si trova in una situazione non esattamente simile a quella del profano puro e semplice, ma molto peggiore, in ragione dello sviluppo che ha dato alle possibilità inferiori dell’ordine sottile; ma su questo argomento non insisteremo oltre, e ci accontenteremo di rinviare alle allusioni che su di esso abbiamo già fatto in altre occasioni, poiché, a dire il vero, è questo un caso che può presentare interesse soltanto da un punto di vista molto speciale, il quale, comunque sia, non ha assolutamente nulla a che vedere con la vera iniziazione. La sorte dei «maghi neri», come comunemente vengono chiamati, non riguarda che loro stessi, e sarebbe perlomeno inutile alimentare le divagazioni più o meno fantasiose a cui questo argomento dà luogo anche troppo spesso; di loro vale la pena di occuparsi soltanto per denunciarne i misfatti quando le circostanze lo esigano, e per opporvisi nella misura del possibile; e disgraziatamente, in un’epoca come la nostra, tali misfatti sono notevolmente più numerosi e gravi di quanto possano immaginare coloro che non hanno avuto occasione di rendersene conto direttamente.

Tra Squadra e Compasso (René Guénon)

Iniziazione

Un punto che dà luogo a un accostamento particolarmente notevole tra la tradizione estremo-orientale e le tradizioni iniziatiche occidentali, è quello che concerne il simbolismo del compasso e della squadra: questi, come abbiamo già indicato, corrispondono manifestamente al cerchio e al quadrato, ossia alle figure geometriche che rappresentano rispettivamente il Cielo e la Terra. Nel simbolismo massonico, conformemente a questa corrispondenza, il compasso è normalmente posto in alto e la squadra in basso; tra i due è raffigurata generalmente la Stella fiammeggiante, che è un simbolo dell’Uomo e più precisamente dell’“uomo rigenerato”, e che completa così la rappresentazione della Grande Triade. Per di più, è detto che «un Maestro Massone si trova sempre tra la squadra e il compasso», ossia nel “luogo” stesso in cui s’inscrive la Stella fiammeggiante, e che è propriamente l’“Invariabile Mezzo”; con ciò il Maestro è dunque assimilato all’“uomo vero”, posto tra la Terra e il Cielo ed esercitante la funzione di “mediatore”; e questo è tanto più esatto in quanto, simbolicamente e “virtualmente” perlomeno, se non effettivamente, la Maestria rappresenta il completamento dei “piccoli misteri”, di cui lo stato dell’“uomo vero” è il termine stesso; si vede che abbiamo qui un simbolismo rigorosamente equivalente a quello da noi incontrato in precedenza, sotto parecchie forme differenti, nella tradizione estremo-orientale.

A proposito di quel che abbiamo appena detto sul carattere della Maestria, faremo incidentalmente un’osservazione: questo carattere, appartenente all’ultimo grado della Massoneria propriamente detta, s’accorda bene con il fatto che, come abbiamo indicato altrove, le iniziazioni di mestiere e quelle che ne sono derivate si riferiscono propriamente ai “piccoli misteri”. Bisogna peraltro aggiungere che, in quelli che sono chiamati “alti gradi” e che sono formati da elementi di provenienza abbastanza diversa, vi sono certi riferimenti ai “grandi misteri”, tra i quali ve n’è almeno uno che si ricollega direttamente all’antica Massoneria operativa, il che indica che questa apriva perlomeno certe prospettive su ciò che è oltre il termine dei “piccoli misteri”: vogliamo parlare della distinzione che è fatta, nella Massoneria anglosassone, tra la Square Masonry e l’Arch Masonry. Infatti, nel passaggio “from square to arch”, o, come si diceva in modo equivalente nella Massoneria francese del XVIII secolo, “dal triangolo al cerchio”, si ritrova l’opposizione tra le figure quadrate (o più in generale rettilinee) e le figure circolari, in quanto corrispondenti rispettivamente alla Terra e al Cielo; non può quindi trattarsi che di un passaggio dallo stato umano, rappresentato dalla Terra, agli stati sopra-umani, rappresentati dal Cielo (o dai Cieli), ossia di un passaggio dal dominio dei “piccoli misteri” a quello dei “grandi misteri”.

Per tornare all’accostamento che segnalavamo all’inizio, dobbiamo ancora dire che, nella tradizione estremo-orientale, il compasso e la squadra non soltanto sono supposti implicitamente come atti a tracciare il cerchio e il quadrato, ma vi appaiono essi stessi espressamente in certi casi, e segnatamente quali attributi di Fo-hi e di Niu-kua, come abbiamo già segnalato in altra occasione; ma allora non abbiamo tenuto conto di una particolarità che, a prima vista, può sembrare un’anomalia a tale riguardo, e che ci resta da spiegare adesso. Infatti, il compasso, simbolo “celeste”, e quindi yang o maschile, appartiene propriamente a Fo-hi, e la squadra, simbolo “terrestre”, e quindi yin o femmi- nile, a Niu-kua; ma, quando sono rappresentati insieme e uniti per le loro code di serpente (corrispondendo così esattamente ai due serpenti del caduceo), è al contrario Fo-hi a portare la squadra e Niu-kua il compasso. Ciò in realtà si spiega con uno scambio paragonabile a quello di cui è stata questione sopra per quanto concerne i numeri “celesti” e “terrestri”, scambio che, in simili casi, si può qualificare assai propriamente come “ierogamico”; non si vede come, senza un simile scambio, il compasso potrebbe appartenere a Niu-kua, tanto più che le azioni che le sono attribuite la rappresentano soprattutto nell’esercizio della funzione d’assicurare la stabilità del mondo, funzione che si riferisce bene al lato “sostanziale” della manifestazione, e che la stabilità è espressa nel simbolismo geometrico dalla forma cubica. Per contro, in un certo senso, la squadra appartiene proprio a Fo-hi in quanto “Signore della Terra”, che essa gli serve a misurare, e, sotto quest’aspetto, egli corrisponde, nel simbolismo massonico, al “Venerabile Maestro che governa con la squadra” (the Worshipful Master who rules by the square); ma, se è così, è che, in se stesso e non più nella sua relazione con Niu-kua, egli è yin- yang in quanto reintegrato nello stato e nella natura dell’“uomo primordiale”. Sotto questo nuovo rapporto, la stessa squadra prende un altro significato, giacché, dal fatto che è formata da due bracci rettangolari, si può allora considerarla come la riunione dell’orizzontale e della verticale, che, in uno dei loro sensi, corrispondono rispettivamente, come abbiamo visto in precedenza, alla Terra e al Cielo, come pure allo yin e allo yang in tutte le loro applicazioni; ed è peraltro così che, nel simbolismo massonico ancora, la squadra del Venerabile è considerata infatti come l’unione o la sintesi della livella e del filo a piombo. Aggiungeremo un’ultima osservazione per quanto concerne la raffigurazione di Fo-hi e di Niu-kua: il primo è posto a sinistra e la seconda a destra, il che corrisponde bene alla preminenza che la tradizione estremo-orientale attribuisce abitualmente alla sinistra sulla destra, e di cui abbiamo dato la spiegazione sopra. Allo stesso tempo, Fo-hi regge la squadra con la mano sinistra, e Niu-kua regge il compasso con la mano destra; qui, dato il rispettivo significato degli stessi compasso e squadra, occorre ricordarsi di queste parole che abbiamo già riportato: «La Via del Cielo preferisce la destra, la Via della Terra preferisce la sinistra». Si vede perciò molto nettamente, in un siffatto esempio, che il simbolismo tradizionale è sempre perfettamente coerente, ma anche che esso non saprebbe prestarsi ad alcuna “sistematizzazione” più o meno ristretta, poiché deve rispondere alla moltitudine dei diversi punti di vista sotto i quali le cose possono essere considerate, e che è per questo che esso apre possibilità di concezione realmente illimitate.

 

Conosci te stesso (René Guènon)

Iniziazione

Si cita abitualmente questa frase: “Conosci te stesso”, ma spesso se ne perde di vista il senso esatto. A proposito della confusione che regna riguardo a queste parole è possibile porsi due domande: la prima concerne l’origine di quell’espressione, la seconda il suo senso reale e la sua ragion d’essere. Certi lettori potrebbero credere che queste due domande siano interamente distinte e non abbiano tra loro alcuna relazione. Riflettendo e dopo attento esame appare nettamente che esse sono in stretto rapporto.

Se si domanda a coloro che hanno studiato la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare per primo questo saggio motto, i più non esiteranno a rispondere che l’autore di questa massima è Socrate, benché alcuni pretendono di rapportarla a Platone e altri a Pitagora. Da questi pareri contraddittori, da queste divergenze d’opinione abbiamo il diritto di concludere che quella frase non ha per autore nessuno di questi filosofi e che non è presso di loro che ne va cercata l’origine.

Ci sembra lecito formulare questo parere, che parrà giusto al lettore quando saprà che due di quei filosofi, Pitagora e Socrate, non hanno lasciato alcuno scritto.

Quanto a Platone nessuno, quale che sia la sua competenza filosofica, sarebbe in grado di distinguere ciò che è stato detto da lui oppure dal suo maestro Socrate. La maggior parte della dottrina di quest’ultimo non c’è conosciuta che per il tramite di Platone e si sa d’altra parte che è nell’insegnamento di Pitagora che Platone ha raccolto certune delle conoscenze di cui fa mostra nei suoi dialoghi. Con ciò vediamo che è estremamente difficile delimitare ciò che tocca a ciascuno dei tre filosofi. Quel che si attribuisce a Platone è spesso attribuito anche a Socrate, e, tra le teorie considerate, certune sono anteriori a entrambi e provengono dalla scuola di Pitagora o dallo stesso Pitagora.

In verità, l’origine dell’espressione studiata è ben anteriore ai tre filosofi qui menzionati. Ancor meglio, essa è più antica della storia della filosofia, e supera anche il dominio della filosofia.

Si dice che quelle parole fossero inscritte sul frontone del tempio d’Apollo a Delfi. Furono in seguito adottate da Socrate, e pure da altri filosofi, come uno dei principi del loro insegnamento, malgrado la differenza che poté esistere tra questi diversi insegnamenti e gli scopi perseguiti dai loro autori. È d’altronde probabile che pure Pitagora abbia impiegato quell’espressione ben prima di Socrate. Con ciò, questi filosofi si proponevano di mostrare che il loro insegnamento non era loro strettamente personale, che proveniva da un punto di partenza più antico, da un punto di vista più elevato congiungente la stessa sorgente dell’ispirazione originaria, spontanea e divina.

Costatiamo che questi filosofi erano, in ciò, molto diversi dai filosofi moderni che dispiegano tutti i loro sforzi per esprimere qualcosa di nuovo al fine di presentarlo come l’espressione del proprio pensiero, di porsi come i soli autori delle loro opinioni, come se la verità potesse essere la proprietà di un uomo.

Vediamo ora perché gli antichi filosofi hanno voluto ricollegare il loro insegnamento a quell’espressione o a qualche altra simile, e perché si può dire che quella massima è di un ordine superiore a ogni filosofia.

Per rispondere alla seconda parte di quella domanda, diremo che la risposta si trova nel senso originario ed etimologico della parola “filosofia”, che, si dice, sarebbe stata impiegata per la prima volta da Pitagora. La parola filosofia esprime propriamente il fatto d’amare Sophia, la saggezza, l’aspirazione a questa o la disposizione richiesta per acquisirla.

Questa parola è sempre stata impiegata per qualificare una preparazione a quest’acquisizione della saggezza, e specialmente gli studi che potevano aiutare il philosophos, o colui che provava per essa qualche inclinazione, a divenire sophos, vale a dire saggio.

Così, come il mezzo non può essere preso per un fine, l’amore della saggezza non può costituire la stessa saggezza. E poiché la saggezza è di per sé identica alla vera conoscenza interiore, si può dire che la conoscenza filosofica non è che una conoscenza superficiale ed esteriore. Essa non ha dunque in sé e per sé un valore proprio. Costituisce solamente un primo grado nella via della conoscenza superiore e vera che è la saggezza.

È ben noto a chi abbia studiato gli antichi filosofi che costoro avevano due generi d’insegnamento, l’uno exoterico e l’altro esoterico. Tutto ciò che era scritto apparteneva solamente al primo. Quanto al secondo, è impossibile conoscerne esattamente la natura, perché da una parte era riservato a pochi e dall’altra aveva un carattere segreto. Queste due qualità non avrebbero avuto alcuna ragione d’essere se in questo non vi fosse stato qualcosa di superiore alla semplice filosofia.

Si può perlomeno ritenere che quest’insegnamento esoterico fosse in stretta e diretta relazione con la saggezza e non facesse affatto appello solamente alla ragione o alla logica com’è il caso per la filosofia, che per ciò è stata chiamata la conoscenza razionale. I filosofi dell’antichità ammettevano che la conoscenza razionale, cioè la filosofia, non fosse il più alto grado della conoscenza, non fosse la saggezza.

Può essere che la saggezza sia insegnata come s’insegna la conoscenza esteriore con  la parola o mediante i libri? Ciò è realmente impossibile e ne vedremo la ragione. Ma quel che possiamo già affermare, è che la preparazione filosofica non era sufficiente, neanche come preparazione, giacché essa non concerne che una facoltà limitata quale la ragione, mentre la saggezza concerne la realtà dell’intero essere.

Dunque esiste una preparazione alla saggezza più elevata della filosofia, che non si rivolge più alla ragione, ma all’anima e allo spirito, e che potremo chiamare preparazione interiore; e pare che tale sia stato il carattere dei più alti gradi della scuola di Pitagora. Essa ha esteso la sua influenza attraverso la scuola di Platone sino al neoplatonismo della scuola d’Alessandria in cui riappare di nuovo chiaramente, così come presso i neo- pitagorici della stessa epoca.

Se per questa preparazione interiore si impiegavano ancora delle parole, queste non potevano più esservi prese che come simboli destinati a fissare la contemplazione interiore. Con tale preparazione, l’uomo è portato a certi stati che gli permettono di oltrepassare la conoscenza razionale alla quale era pervenuto anteriormente, e siccome tutto ciò è al di sopra del livello della ragione, era anche al di sopra della filosofia, poiché il nome filosofia è sempre impiegato in realtà per designare qualcosa che appartiene alla sola ragione.

Tuttavia è sorprendente che i moderni siano arrivati a considerare la filosofia, così definita, come se fosse completa in se stessa, e dimentichino così quel che v’è di più elevato e superiore.

L’insegnamento esoterico è stato conosciuto nei paesi dell’Oriente prima di propagarsi in Grecia ove aveva ricevuto il nome di “misteri”. I primi filosofi, in particolare Pitagora, vi avevano ricollegato il loro insegnamento, semplicemente come un’espressione nuova d’idee antiche. Esistevano più generi di misteri aventi diverse origini. Quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto d’Apollo. I “misteri” ebbero sempre un carattere riservato e segreto, la stessa parola mistero significa etimologicamente silenzio totale, le cose alle quali essi si riferivano non potendo essere espresse con delle parole, ma solamente insegnate per una via silenziosa. Ma i moderni, ignorando ogni altro metodo che non sia quello che implica l’uso delle parole, e che possiamo chiamare il metodo dell’insegnamento exoterico, hanno falsamente ritenuto, a causa di ciò, che non vi fosse in ciò alcun insegnamento.

Possiamo affermare che quell’insegnamento silenzioso ricorreva a figure, simboli, e altri mezzi aventi lo scopo di condurre l’uomo a degli stati interiori che gli permettessero di pervenire gradualmente alla reale conoscenza o saggezza. Era quello lo scopo essenziale e finale di tutti i “misteri” e di cose simili che si possono trovare altrove.

Quanto ai “misteri” specialmente ricollegati al culto di Apollo e allo stesso Apollo, occorre ricordare che egli era il dio del sole e della luce, essendo questa in senso spirituale la sorgente da cui sgorga ogni conoscenza e da cui derivano le scienze e le arti.

Si dice che i riti d’Apollo fossero venuti dal Nord e questo si riferisce a una tradizione molto antica, che si ritrova nei libri sacri quali il Vêda indù e l’Avesta persiano. Quest’origine nordica era asserita più specialmente anche per Delfi che si riteneva essere un centro spirituale universale; vi era infatti nel suo tempio una pietra chiamata “omphalos” che simboleggiava il centro del mondo.

Si ritiene che la storia di Pitagora e lo stesso nome Pitagora abbiano un legame certo con i riti d’Apollo. Egli era chiamato Pythios, e si dice che Pytho fosse il nome originale di Delfi. La donna che riceveva l’ispirazione degli Dei nel tempio si chiamava Pizia. Il nome Pitagora significa dunque guida della Pizia, il che si applica allo stesso Apollo. Si racconta anche che fu la Pizia a dichiarare che Socrate fosse il più saggio degli uomini. Sembra con ciò che Socrate avesse un legame con il centro spirituale di Delfi, così come lo stesso Pitagora.

Aggiungiamo che se tutte le scienze erano attribuite ad Apollo, così era più particolarmente per la geometria e la medicina. Nella scuola pitagorica, la geometria e tutte le branche della matematica occupavano il primo posto nella preparazione alla conoscenza superiore. Nei confronti di questa stessa conoscenza, tali scienze non erano accantonate, ma restavano al contrario impiegate come simboli della verità spirituale. Anche Platone considerava la geometria come un’indispensabile preparazione a ogni altro insegna- mento e aveva fatto inscrivere sulla porta della sua scuola queste parole: “Nessuno entri qui se non è geometra”. Si comprende il senso di tali parole quando le si raffronti con un’altra formula dello stesso Platone: “Dio fa sempre della geometria”, se aggiungiamo che Platone, parlando di un Dio geometra, faceva ancora allusione ad Apollo.

Non ci si deve dunque stupire che i filosofi dell’Antichità abbiano impiegato la frase inscritta sul frontone del tempio di Delfi, poiché ora conosciamo i legami che li ricollegavano ai riti e al simbolismo d’Apollo.

Da tutto ciò, possiamo facilmente comprendere il reale senso della frase qui studiata e l’errore dei moderni in merito. Quest’errore viene dal fatto che essi hanno considerato questa frase come una semplice parola di un filosofo, al quale attribuiscono sempre un pensiero paragonabile al loro. Ma in realtà il pensiero antico differiva profondamente dal pensiero moderno. Così, molti attribuiscono a questa frase un senso psicologico; ma quel che essi chiamano psicologia consiste solamente nello studio dei fenomeni mentali, che non sono che modificazioni esteriori – e non l’essenza – dell’essere.

Altri vi vedono, soprattutto tra coloro che l’attribuiscono a Socrate, uno scopo morale, piuttosto che la ricerca di una legge applicabile alla vita pratica. Tutte queste interpretazioni esteriori, senza essere sempre interamente false, non giustificano il carattere sacro che essa aveva all’origine, e che implica un senso molto più profondo di quello che si vorrebbe così attribuirle. Essa significa anzitutto che nessun insegnamento exoterico è capace di dare la reale conoscenza, che l’uomo deve trovare solamente in se stesso, giacché, in realtà, ogni conoscenza non può essere acquisita che mediante una comprensione personale.

Senza questa comprensione, nessun insegnamento può condurre a un risultato efficace, e l’insegnamento che non risvegli in colui che lo riceve una risonanza personale non può procurare alcun genere di conoscenza. Per questo Platone dice che “tutto ciò che l’uomo apprende è già in lui”. Tutte le esperienze, tutte le cose esteriori che lo circondano non sono che un’occasione per aiutarlo a prender coscienza di ciò che ha in se stesso. Questo risveglio è quel che egli chiama anamnésis, che significa “reminiscenza”.

Se questo è vero per ogni conoscenza, lo è ancor di più per una conoscenza più elevata e più profonda, e, quando l’uomo avanza verso questa conoscenza, tutti i mezzi esteriori e sensibili divengono sempre di più insufficienti, fino a perdere alla fine ogni utilità. Se possono aiutare ad avvicinare la saggezza a qualche grado, tali mezzi sono impotenti ad acquisirla realmente e si dice correntemente nell’India che il vero guru o maestro si trova nell’uomo stesso e non nel mondo esteriore, quantunque un aiuto esteriore possa essere utile all’inizio, per preparare l’uomo a trovare in sé e da se stesso ciò che non può trovare altrove, e particolarmente ciò che è al di sopra del livello della conoscenza razionale. Per raggiungerla, occorre realizzare certi stati che vanno sempre più profondamente nell’essere, verso il centro che è simboleggiato dal cuore e in cui la coscienza dell’uomo dev’essere trasferita per renderlo capace d’arrivare alla reale conoscenza. Questi stati che erano realizzati negli antichi misteri erano dei gradi nella via di questa trasposizione dal mentale al cuore.

Nel tempio di Delfi, abbiamo detto, v’era una pietra chiamata omphalos, che rappresentava il centro dell’essere umano come pure il centro del mondo, secondo la corrispondenza che esiste tra il macrocosmo e il microcosmo, vale a dire l’uomo, in modo tale che tutto ciò che è nell’uno è in diretto rapporto con ciò che è nell’altro. Avicenna ha detto: “Tu ti credi un nulla, ed è in te che risiede il mondo”.

È curioso far notare la credenza diffusa nell’antichità che l’omphalos fosse caduto dal cielo, e si avrebbe un’esatta idea del sentimento dei Greci verso questa pietra dicendo che esso era somigliante a quello che noi proviamo verso la sacra pietra nera della Kaabah.

La similitudine che esiste tra il macrocosmo e il microcosmo fa sì che ciascuno sia l’immagine dell’altro, e la corrispondenza degli elementi che li compongono mostra che l’uomo deve per prima cosa conoscere se stesso per potere in seguito conoscere tutte le cose, giacché, in verità, può trovare tutte le cose in lui. È per questa ragione che certe scienze – soprattutto quelle che facevano parte dell’antica conoscenza e che sono quasi ignorate dai nostri contemporanei – possiedono un doppio senso. Per l’apparenza esteriore, queste scienze sì riferiscono al macrocosmo e possono essere considerate giustamente da questo punto di vista. Ma nello stesso tempo esse hanno anche un senso più profondo, quello che si riferisce all’uomo stesso e alla via interiore mediante la quale egli può realizzare la conoscenza in se stesso, realizzazione che non è altro che quella del proprio essere. Aristotele ha detto: “L’essere è tutto quel che conosce”, di modo che, là ove v’è reale conoscenza – non la sua apparenza o la sua ombra – la conoscenza e l’essere sono una sola e medesima cosa.

L’ombra, secondo Platone, è la conoscenza mediante i sensi e anche la conoscenza razionale che, benché più elevata, ha la sua origine nei sensi. Quanto alla reale conoscenza, essa è al di sopra del livello della ragione; e la sua realizzazione, o la realizzazione dello stesso essere, è simile alla formazione del mondo, secondo la corrispondenza di cui abbiamo parlato sopra.

Per questo certe scienze possono descriverla sotto l’apparenza di tale formazione; questo doppio senso era incluso negli antichi misteri, come pure lo s’incontra in tutti i generi d’insegnamento miranti allo stesso scopo tra i popoli dell’Oriente.

Sembra che in Occidente ugualmente quest’insegnamento sia esistito durante tutto il medioevo, sebbene oggigiorno sia completamente scomparso al punto che la maggior parte degli Occidentali non ha alcuna idea della sua natura o persino della sua esistenza.

Da tutto quanto precede, vediamo che la reale conoscenza non ha per via la ragione, ma lo spirito e l’intero essere, giacché essa non è altro che la realizzazione di quest’essere in tutti i suoi stati, il che è il completamento della conoscenza e l’ottenimento della suprema saggezza. In realtà, quanto appartiene all’anima, e anche allo spirito, rappresenta solamente i gradi nella via verso l’intima essenza che è il vero sé, e che può essere trovato solamente quando l’essere ha raggiunto il proprio centro, tutte le sue potenze essendo unite e concentrate come in un solo punto, nel quale tutte le cose gli appaiono, essendo contenute in tale punto come nel loro primo e unico principio, e così egli può conoscere tutte le cose come in se stesso e da se stesso, come la totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.

È facile vedere quanto ciò sia lontano dalla psicologia nel senso moderno della parola, e come anzi vada ben oltre una conoscenza più vera e più profonda dell’anima, che non può essere che il primo passo in tale via. È importante notare che il significato della parola nafs non deve qui essere limitato all’anima, giacché tale parola si trova nella traduzione in arabo della frase considerata mentre il suo equivalente greco psyché non compare nell’originale. Non bisogna dunque attribuire a questa parola il senso corrente, giacché è certo che essa possiede un altro significato molto più elevato che la rende assimilabile alla parola essenza, e che si riferisce al o all’essere reale; ne abbiamo per prova quanto è detto nel hadîth, che è come un complemento della frase greca: “Chi conosce se stesso, conosce il suo Signore”.

Quando l’uomo conosce se stesso nella sua essenza profonda, vale a dire nel centro del suo essere, è allora che egli conosce il suo Signore. E conoscendo il suo Signore, egli conosce nello stesso tempo tutte le cose, che da Lui vengono e a Lui ritornano. Egli conosce tutte le cose nell’unità suprema del Principio divino, al di fuori del quale, secondo le parole di Mohyiddîn ibn ‘Arabî, “non v’è assolutamente nulla che esista”, giacché nulla può esistere fuori dell’Infinito.

 

ERRORI DIVERSI RIGUARDO ALL’INIZIAZIONE (René Guénon)

Iniziazione

Non riteniamo superfluo, per sgomberare in qualche modo il terreno, segnalare fin d’ora alcuni errori riguardanti la natura e il fine dell’iniziazione, giacché tutto quello che abbiamo avuto occasione di leggere su questo argomento nel corso di numerosi anni ci ha fornito, si può dire giornalmente, le prove di un’incomprensione pressoché generale. E’ ovvio che non possiamo pensare di effettuare qui una sorta di “rassegna” in cui rilevare tali errori uno per uno in modo particolareggiato, cosa che risulterebbe troppo fastidiosa e priva di interesse; meglio sarà che ci limitiamo a esaminare alcuni casi in certo qual modo “tipici”, e questo avrà nello stesso tempo il vantaggio di dispensarci dal fare riferimenti troppo diretti ad autori o scuole definiti, giacché è sottinteso che le osservazioni che faremo hanno per noi una portata assolutamente indipendente da qualsiasi questione di “personalità”, come comunemente si dice, ovvero, per usare un linguaggio più esatto, di individualità.

Ricorderemo, per incominciare, e senza insistervi eccessivamente, le concezioni troppo diffuse secondo cui l’iniziazione sarebbe qualcosa di carattere semplicemente “morale” e “sociale” (è questo in particolare il punto di vista della maggioranza dei Massoni attuali, così come è sullo stesso terreno esclusivamente “sociale” che contemporaneamente si pone la maggior parte di coloro che li combattono, e questo non fa che provare una volta di più che le organizzazioni iniziatiche offrono il fianco agli attacchi dall’esterno soltanto nella misura in cui subiscano un processo degenerativo; N.D.A.).

Si tratta di concezioni anche troppo limitate e “terrestri”, se così possiamo esprimerci e, come spesso abbiamo detto a propositi di altri argomenti, l’errore più grossolano è lungi dall’essere sempre il più pericoloso. Diremo soltanto, per tagliar corto con ogni confusione, che concezioni simili non si attagliano realmente neppure a quella prima parte dell’iniziazione che l’antichità indicava con il nome di “piccoli misteri”; questi ultimi riguardano di fatto l’individualità umana, ma nello sviluppo integrale delle sue possibilità , perciò al di là della modalità corporea, la cui attività si esercita nella sfera che è comune a tutti gli uomini. Non riusciamo proprio a capire che valore avrebbe, o addirittura quale ragion d’essere, una pretesa iniziazione che si limitasse a ripetere, mascherandolo sotto una forma più o meno enigmatica, quanto di più banale è contenuto nell’istruzione profana, quanto di più comune c’è in essa, vale a dire “alla portata di tutti”. Con questo non intendiamo negare che la conoscenza iniziatica possa avere applicazioni nella sfera sociale, così come in qualsiasi altro ambito; ma questa è una questione del tutto diversa: innanzi tutto applicazioni contingenti di questo genere non costituiscono assolutamente lo scopo dell’iniziazione, così come le scienze tradizionali secondarie non costituiscono l’essenza di una tradizione; inoltre, esse hanno un carattere del tutto diverso da quello di ciò di cui stiamo parlando, in quanto discendono da principi che non hanno nulla a che vedere con precetti di “morale corrente”, soprattutto quando si tratti della troppo decantata “morale laica” cara a tanti nostri contemporanei e, per di più, procedono per vie inaccessibili ai profani, in virtù della natura stessa delle cose; siamo con esse, perciò, piuttosto lontani da quella che in passato abbiamo sentito chiamare testualmente da qualcuno, “la preoccupazione di vivere a modo”. Finché ci si limiterà a “fare della morale” basandosi sui simboli, sia pure con le migliori delle intenzioni, non si farà certo qualcosa che abbia a che vedere con l’iniziazione.

A errori più sottili, e di conseguenza più temibili, si dà luogo talvolta quando, a proposito dell’iniziazione, si parla di una “comunicazione” con stati superiori o con “mondi spirituali”; prima di tutto, troppo spesso un tal modo di esprimersi sottintende l’illusione costituita dal ritenere “superiore” qualcosa che veramente superiore non è, ma che così appare semplicemente perché è più o meno straordinario o “anormale”. In fondo, dovremmo ripetere qui tutto quello che abbiamo già detto in altra sede sulla confusione tra lo psichico e lo spirituale (Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi), giacché essa è infatti quella in cui più frequentemente si cade in simili occasioni; di fatto gli stati psichici non hanno nulla di “superiore” né di “trascendente”, inteso che fanno parte dello stato individuale umano; e quando noi parliamo di stati superiori dell’essere, in tal caso senza nessun abuso di linguaggio, intendiamo esclusivamente gli stati sovraindividuali. Qualcuno spinge ancor più lontano la confusione, e del termine “spirituale” fa più o meno un sinonimo di “invisibile”, vale a dire che ritiene tale, indistintamente, tutto quello che non cade sotto i sensi ordinari e “normali”; in questo modo abbiamo visto denominare persino il mondo “eterico”, ossia semplicemente la parte meno grossolana del mondo corporeo! In queste condizioni c’è fortemente da temere che la “comunicazione” di cui è questione si riduca in definitiva a non altro che alla “chiaroveggenza”, o alla “chiaroudienza”, o all’esercizio di qualche altra facoltà psichica dello stesso genere e non meno insignificante, anche quando sia reale. E’ proprio quel che capita di fatto sempre, e in fondo è a questo che si riducono tutte le scuole pseudo-iniziatiche dell’Occidente moderno; alcune di esse si assegnano addirittura espressamente lo scopo dello “sviluppo dei poteri psichici latenti nell’uomo”; nel seguito avremo da ritornare ulteriormente sulla questione dei pretesi “poteri psichici” e delle illusioni a cui essi danno luogo (ma non in questo blog. C’è un limite di decenza anche rispetto alle sciocchezze che è necessario confutare; N.D. FSV).

Ma non è tutto: anche ammettendo che nel pensiero di qualcuno si tratti veramente di una comunicazione con gli stati superiori, ciò sarebbe ancora assai lontano dall’essere sufficiente per caratterizzare l’iniziazione. In effetti, una comunicazione simile è stabilita anche mediante i riti di ordine puramente exoterico, in particolare con i riti religiosi; bisogna non dimenticare che anche in questo caso entrano realmente in gioco influenze spirituali e non più soltanto psichiche, quantunque per fini completamente diversi da quelli che si riferiscono all’ambito iniziatico. L’intervento di un elemento “non umano” può definire in maniera generale tutto quel che è autenticamente tradizionale; ma la presenza di tale carattere comune non è una ragione sufficiente perché non si facciano poi le distinzioni necessarie e in particolare perché si confonda l’ambito religioso con quello iniziatico, o perché si veda al massimo, tra i due, soltanto una differenza di grado, quando c’è invece una reale differenza di natura e, possiamo dire, addirittura di natura profonda. Quest’ultima confusione è anch’essa molto frequente, principalmente in coloro che pretendono di studiare l’iniziazione “dal di fuori”, con intenzioni che possono d’altronde essere assai diverse; per cui è indispensabile denunciarla formalmente: l’esoterismo è qualcosa di essenzialmente diverso dalla religione, e non è la parte “interiore” di una religione come tale, anche quando assuma la sua base e il suo punto di appoggio in essa come accade in alcune forme tradizionali, ad esempio nell’Islamismo; né l’iniziazione è una sorta di religione speciale riservata a una minoranza, come sembrano immaginare, ad esempio, coloro che parlano dei misteri antichi facendoli passare per “religiosi”.

Non possiamo sviluppare in questa occasione tutte le differenze che separano le due sfere religiosa e iniziatica giacché, più ancora di quando si trattava soltanto dell’ambito mistico, che non è se non una parte della prima, questo ci porterebbe sicuramente molto distante; senonché ci basterà, per lo scopo che ci prefiggiamo al presente, precisare che la religione prende in considerazione l’essere unicamente nello stato individuale umano e non mira assolutamente a farlo uscire da esso, anzi tende al contrario ad assicurargli le condizioni migliori proprio in tale stato, mentre l’iniziazione ha come scopo essenziale di andare al di là delle possibilità di questo stato e di rendere effettivamente possibile il passaggio agli stati superiori, e infine di condurre inoltre l’essere al di là di qualsiasi stato condizionato.

Si deduce da ciò che, per quel che riguarda l’iniziazione, la semplice comunicazione con gli stati superiori non può essere considerata come uno scopo, ma soltanto come un punto di partenza: se tale comunicazione deve essere effettuata inizialmente mediante l’azione di un’influenza spirituale, questo è per permettere in seguito una presa di possesso effettiva di tali stati, e non semplicemente, come nell’ambito religioso, per far discendere sull’essere una “grazia” che in qualche modo lo leghi ad essi, ma senza che in essi lo faccia penetrare. Per esprimere la cosa in un modo che sarà forse più comprensibile, possiamo dire che se, ad esempio, qualcuno potrà venire in rapporto con gli angeli, senza con ciò cessare di essere egli stesso rinchiuso nella propria condizione di individuo umano, dal punto di vista iniziatico non avrà ottenuto alcun avanzamento; da tale punto di vista, infatti, non si tratta di comunicare con altri esseri che siano in uno stato “angelico”, ma di raggiungere e di realizzare in proprio un tale stato sovraindividuale, evidentemente non in quanto individuo umano, cosa che sarebbe assurda, ma in quanto l’essere che si manifesta come individuo umano in un certo stato ha in sé le possibilità di tutti gli altri stati. Ogni realizzazione iniziatica è perciò essenzialmente e puramente “interiore”, al contrario di quella “uscita da sé” in cui consiste l'”estasi” nel senso proprio ed etimologico della parola; e in questo risiede non la sola differenza, certo, ma per lo meno una delle grandi differenze che esistono tra gli stati mistici, i quali si strutturano interamente nell’ambito religioso, e gli stati iniziatici. Di fatto, è su questa distinzione che in definitiva si deve sempre ritornare, perché la confusione tra il punto di vista iniziatico e il punto di vista mistico, di cui abbiamo tenuto a sottolineare fin dall’inizio il carattere particolarmente insidioso, è di tal natura che può ingannare intelligenze che non si lascerebbero accalappiare dalle deformazioni più grossolane delle pseudo-iniziazioni, intelligenze che forse potrebbero anche arrivare senza troppa difficoltà a capire cos’è veramente l’iniziazione se non incontrassero sulla loro strada questi sottili errori, che sembrano persino esservi stati posti apposta per distoglierle da tale comprensione.

 

 

 

Via iniziatica e via mistica (René Guénon)

Iniziazione

La confusione tra il dominio esoterico e iniziatico e l’ambito mistico, o, se si preferisce, tra i punti di vista che rispettivamente vi corrispondono, è una di quelle che più frequentemente si commettono oggi, e questo, sembrerebbe, in un modo che non è sempre completamente disinteressato; si tratta per altro di un atteggiamento piuttosto nuovo, o che almeno, in certi ambienti, è andato molto generalizzandosi in questi ultimi anni, ed è per questo che ci sembra necessario incominciare con lo spiegarci chiaramente su tale punto. Va ora di moda, se così si può dire, trattare come “mistiche” persino le dottrine orientali, ivi comprese quelle in cui non c’è neppure l’ombra di un’apparenza esteriore che possa, per coloro che non sono capaci di andare oltre, dar luogo a una qualifica del genere; l’origine di questa falsa interpretazione è naturalmente imputabile ad alcuni orientalisti, i quali del resto possono non esservi stati indotti da un secondo fine chiaramente definito, ma soltanto dalla propria incomprensione e dal partito preso più o meno incosciente, che è loro abituale, di ricondurre tutto a punti di vista occidentali.

In seguito ne sono però venuti altri, che si sono impadroniti di questa assimilazione abusiva e, vedendo i vantaggi che se ne potevano trarre per i loro propri fini, si sforzano di propagarne l’idea al di fuori del mondo particolare, tutto sommato abbastanza circoscritto, degli orientalisti e della loro clientela; e questo è più grave, non soltanto perché è così che tale confusione si diffonde sempre di più, ma anche perché non è difficile vedere in ciò dei segni non equivoci di un tentativo “annessionistico” contro il quale è opportuno stare in guardia. In effetti, coloro a cui ci riferivamo sono quelli che si possono considerare i negatori più “seri” dell’esoterismo, vogliamo dire gli exoteristi religiosi che non vogliono ammettere nulla al di fuori del loro proprio ambito, ma indubbiamente ritengono che tale assimilazione o “annessione” sia più abile di una negazione brutale; e, a giudicare dal modo in cui alcuni di loro si danno da fare per travestire da “misticismo” le dottrine più evidentemente iniziatiche, sembrerebbe veramente che questa necessità abbia ai loro occhi un carattere particolarmente urgente. A dire il vero, ci sarebbe pure , in quello stesso ambito religioso a cui appartiene il misticismo, qualcosa che, sotto certi aspetti, potrebbe prestarsi meglio a un accostamento o piuttosto a un’apparenza di accostamento: è ciò che viene denominato col termine “ascetica”, perché si tratta per lo meno di un metodo attivo, in luogo dell’assenza di metodo e della passività che caratterizza il misticismo e sulle quali dovremo ritornare fra poco; ma è ovvio che queste rassomiglianze sono del tutto esteriori, e d’altronde tale “ascetica” ha forse scopi solo troppo visibilmente circoscritti per poter essere utilizzata con vantaggio nel modo che indicavamo, mentre con il misticismo non si sa mai ben precisamente dove si va a parare, ed è proprio tale vaghezza che è sicuramente propizia alle confusioni. Soltanto che coloro che si dedicano a questo lavoro con proposito deliberato, analogamente a quelli che li seguono più o meno inconsapevolmente, non sembrano rendersi conto che, in tutto ciò che ha attinenza con l’iniziazione, in realtà non c’è niente di vago né di nebuloso, ma si tratta al contrario di cose molto precise e molto “positive”; e, di fatto, l’iniziazione è, per sua stessa natura, propriamente incompatibile con il misticismo.

Tale incompatibilità, del resto, non deriva da ciò che il termine misticismo implica originariamente, termine che è anzi manifestamente apparentato con l’antica denominazione dei “misteri”, vale a dire con qualcosa che, al contrario, appartiene all’ambito iniziatico; soltanto che tale parola è una di quelle per le quali, lungi dal potersi riferire unicamente all’etimologia, si è rigorosamente obbligati, se ci si vuol far comprendere, a tener conto del senso che è stato loro imposto dall’uso, senso che è, di fatto, il solo che gli si attribuisca attualmente. Ora, ognuno sa cosa si intende con misticismo, ormai già da molti secoli, cosicché non è più possibile servirsi di questo termine per indicare qualcos’altro; ed è questo che noi diciamo che non ha e non può avere niente in comune con l’iniziazione, in primo luogo perché il misticismo appartiene esclusivamente all’ambito religioso, vale a dire exoterico, e poi perché la via mistica differisce dalla via iniziatica in tutti i suoi caratteri essenziali, e questa differenza è tale che ne risulta tra di loro una vera incompatibilità. Precisiamo però che si tratta di una incompatibilità di fatto più che di principio, nel senso che non è che noi intendiamo negare il valore almeno relativo del misticismo, o di contestare il posto che gli può legittimamente competere in certe forme tradizionali; la via iniziatica e la via mistica possono coesistere perfettamente, ma quel che vogliamo dire e che è impossibile che qualcuno segua sia l’una sia l’altra, e questo senza neppure prendere in esame la questione dello scopo a cui devono condurre, anche se si può già prevedere, in ragione della differenza profonda dei domini a cui si riferiscono, che tale scopo non potrà in realtà essere il medesimo.

Abbiamo detto che la confusione che fa vedere a qualcuno del misticismo anche dove non ce n’è la minima traccia ha la sua origine nella tendenza a tutto ridurre ai modi di vedere occidentali; il fatto è che, in effetti, il misticismo propriamente detto è qualcosa di esclusivamente occidentale e, in fondo, di specificamente cristiano. A tal proposito, ci è capitato di fare una constatazione abbastanza curiosa perché la riportiamo qui: in un libro di cui abbiamo parlato in un’altra sede, il filosofo Bergson, opponendo l’una all’altra quelle che egli chiama la “religione statica” e la “religione dinamica”, vede la più alta espressione di quest’ultima nel misticismo, che del resto non capisce gran che, e ammira soprattutto per ciò che, al contrario, noi potremmo trovarvi di vago e persino di difettoso sotto certi rapporti; ma quel che può sembrare veramente strano da parte di un “non cristiano”, è che per lui il “misticismo completo”, per quanto poco soddisfacente sia l’idea che se ne fa, è comunque quello dei mistici cristiani. Per la verità, come conseguenza necessaria della poca stima che prova per la “religione statica”, egli dimentica un po’ troppo che questi ultimi sono cristiani ancor prima di essere mistici o, per lo meno, per giustificarli di essere cristiani, pone indebitamente il misticismo all’origine dello stesso Cristianesimo; e per stabilire sotto questo profilo una sorta di continuità tra quest’ultimo e l’Ebraismo, arriva al punto di trasformare in “mistici” i profeti ebraici; evidentemente non ha la minima idea del carattere della missione dei profeti e della natura della loro ispirazione. Comunque stiano le cose, se il misticismo cristiano, per quanto deformato e sminuito sia il concetto che egli se ne fa, è in tal modo ai suoi occhi il tipo stesso del misticismo, la ragione di ciò è in fondo molto facile da capire: essa è che, di fatto e rigorosamente parlando, non esiste altro misticismo all’infuori di quello cristiano; e anche i mistici che vengono chiamati “indipendenti”, e che noi diremmo più volentieri “aberranti”, in realtà si ispirano soltanto, fosse pure a loro insaputa, a idee cristiane denaturate e più o meno svuotate del loro contenuto originario. Ma anche questo, come tante altre cose, sfugge al nostro filosofo, il quale si sforza di scoprire, anteriormente al Cristianesimo, degli “abbozzi del misticismo futuro”, mentre si tratta di cose totalmente diverse; in particolare, si trovano a tal proposito alcune pagine sull’India che rivelano un’incomprensione inaudita. Ci si trovano anche i misteri greci, e qui l’accostamento, fondato sulla parentela etimologica che segnalavamo prima, si riduce tutto sommato a un ben brutto gioco di parole; del resto, Bergson stesso è obbligato a confessare che “la maggior parte dei misteri non ebbe nulla di mistico”; ma allora perché parlarne attribuendogli questa denominazione? Quanto a quel che furono questi misteri, egli se li rappresenta nel modo più profano che si possa immaginare; tutto ignorando dell’iniziazione , come potrebbe capire che si trattò, così come nel caso dell’India, di qualcosa che prima di tutto non aveva assolutamente un carattere religioso, e poi andava incomparabilmente più lontano del suo “misticismo” e, bisogna pur dirlo, anche del misticismo autentico, il quale, per il fatto stesso che si confina nell’ambito puramente exoterico, soffre necessariamente anch’esso delle sue limitazioni?

Non ci proponiamo al presente di esporre nei particolari e in modo completo tutte le differenze che separano in realtà i due punti di vista iniziatico e mistico, giacché già solo questo richiederebbe un intero volume; la nostra intenzione è soprattutto di insistere qui sulla differenza in virtù della quale l’iniziazione, nel suo stesso processo, presenta caratteri completamente diversi da quelli del misticismo, vuoi addirittura opposti, il che basta per mostrare che di fatto si tratta di due “vie” non solo distinte, ma incompatibili nel senso già da noi precisato. Ciò che più spesso si dice a questo proposito, è che il misticismo è “passivo”, mentre l’iniziazione è “attiva”; è una cosa verissima, a condizione di determinare bene l’accezione in cui si deve intenderla esattamente. Ciò significa soprattutto che, nel caso del misticismo, l’individuo si limita a ricevere semplicemente quel che gli si presenta, e come gli si presenta, senza intervenire per nulla; e diciamolo subito, è in questo che per lui risiede il pericolo principale, per il fatto che in tal modo è “aperto” a tutte le influenze, di qualunque ordine siano, e perché per di più, in generale e salvo rare eccezioni, non ha la preparazione dottrinale che sarebbe necessaria per permettergli di stabilire fra di esse una qualsivoglia discriminazione.

Nel caso dell’iniziazione, al contrario, è all’individuo che compete l’iniziativa di una “realizzazione” che proseguirà metodicamente, sotto un controllo rigoroso e incessante, e dovrà normalmente condurre al superamento delle possibilità stesse dell’individuo in quanto tale; è indispensabile aggiungere che tale iniziativa non è sufficiente, perché è ben evidente che l’individuo non potrebbe andare al di là di se stesso con i suoi propri mezzi ma, ed è ciò che per il momento ci importa, è essa a costituire obbligatoriamente il punto di partenza di qualsiasi “realizzazione” per l’iniziato, mentre il mistico non ne ha nessuna, sia pure per cose che non vanno assolutamente al di là del campo delle possibilità individuali. Questa distinzione può già sembrare abbastanza netta, giacché fa vedere bene come non si possano seguire contemporaneamente le due vie iniziatica e mistica, tuttavia non è ancora sufficiente; potremmo anzi dire che essa corrisponde ancora soltanto all’aspetto più “exoterico” della questione e, in ogni caso, è troppo incompleta per ciò che riguarda l’iniziazione, di cui è molto lontana dall’includere tutte le condizioni necessarie; senonché, prima di affrontare lo studio di tali condizioni, ci restano ancora da dissipare alcune confusioni.

 

 

 

“ORDO AB CHAO” E “POST TENEBRAS LUX” (René Guénon)

Iniziazione

Negli alti gradi della Massoneria Scozzese esistono due motti il cui senso ha un rapporto con alcune delle considerazioni da noi esposte in precedenza: uno è Post Tenebras Lux e l’altro Ordo ab Chao; e a dire il vero il loro significato è così strettamente connesso da essere pressoché identico, anche se Ordo ab Chao è forse suscettibile di un’applicazione più ampia. In effetti essi si riferiscono entrambi all'”illuminazione” iniziatica, il primo direttamente e il secondo in via consequenziale, dato che è la vibrazione originaria del Fiat Lux a determinare l’inizio del processo cosmogonico in conseguenza del quale il “caos” sarà ordinato per diventare il “cosmo”. Le tenebre rappresentano sempre, nel simbolismo tradizionale, lo stato delle potenzialità non sviluppate che costituiscono il caos; e correlativamente, la luce è messa in rapporto con il mondo manifestato, nel quale queste potenzialità saranno rese attuali, vale a dire con il “cosmo”, attualizzazione che è determinata o misurata, in ciascun momento del processo di manifestazione, dall’estensione dei “raggi solari” partiti dal punto centrale in cui è stato proferito il Fiat Lux iniziale.

La luce è perciò effettivamente “dopo le tenebre”, e ciò non soltanto dal punto di vista “macrocosmico”, ma altresì dal punto di vista “microcosmico” che è quello dell’iniziazione, giacché, sotto questo profilo, le tenebre rappresentano il mondo profano dal quale proviene il recipiendario, ovvero lo stato profano in cui questi si trova inizialmente, fino al momento preciso in cui diventerà iniziato col “ricevere la luce”. Mediante l’iniziazione l’essere passa perciò “dalle tenebre alla luce”, così come il mondo, alla sua origine (e il simbolismo della “nascita” è ugualmente applicabile in entrambi i casi), è passato “dalle tenebre alla luce” in virtù dell’atto del Verbo creatore e ordinatore; e di conseguenza l’iniziazione è veramente, del resto secondo un carattere molto generale dei riti tradizionali, un’immagine di “ciò che fu fatto all’inizio”.

D’altro canto, il “cosmo”, in quanto “ordine” o insieme ordinato di possibilità, non è soltanto derivato dal caos come stato “non ordinato”, ma è inoltre propriamente prodotto a partire da quest’ultimo (ab Chao), nel quale tali possibilità sono contenute allo stato potenziale e indistinto, e che è in tal modo la materia prima (in senso relativo, ovverosia più esattamente e nei confronti della vera materia prima o sostanza universale, la materia secunda di un particolare mondo) o il punto di partenza “sostanziale” della manifestazione di tale mondo, così come il Fiat Lux ne è, da parte sua, il punto di partenza “essenziale”. In modo analogo, lo stato dell’essere prima dell’iniziazione costituisce la sostanza “indistinta” di tutto quel che esso può diventare effettivamente in seguito, perché, come già abbiamo detto in precedenza, l’iniziazione non può avere l’effetto di introdurre in lui possibilità che non esistano in lui fin dall’inizio (ed è questa la ragion d’essere delle qualificazioni richieste come condizione preventiva), in modo non diverso dal fatto che neppure il Fiat Lux cosmogonico è in grado di aggiungere nulla alle possibilità del mondo per il quale è proferito; senonché tali possibilità vi si trovano ancora soltanto in uno stato “caotico e tenebroso”, e occorre l'”illuminazione” perché esse possano incominciare a ordinarsi e, proprio a causa di ciò, a passare dalla potenza all’atto. E’ cosa che va ben capita, in effetti, che questo passaggio non si effettua istantaneamente, ma prosegue nel corso di tutto il lavoro iniziatico, analogamente al fatto che, dal punto di vista “macrocosmico”, esso prosegue durante tutto il corso del ciclo di manifestazione del mondo considerato; il “cosmo” o “ordine”, non esiste ancora se non virtualmente in forza del Fiat Lux iniziale (il quale – in sé e per sé – deve essere concepito come avente carattere di “intemporalità”, perché precede lo svolgimento del ciclo di manifestazione e non può quindi situarsi all’interno di quest’ultimo), e, del pari, l’iniziazione non è ancora se non virtualmente compiuta in virtù della comunicazione dell’influenza spirituale della quale la luce è in qualche modo il “supporto” rituale.

Le altre considerazioni che si possono ancora dedurre dal motto Ordo ab Chao si riferiscono piuttosto al ruolo delle organizzazioni iniziatiche verso il mondo esteriore: poiché – come abbiamo appena detto – la realizzazione dell'”ordine”, in quanto essa fa una sola cosa con quella della stessa manifestazione nel campo di uno stato di esistenza qual è il nostro mondo, prosegue in modo continuo fino all’esaurimento delle possibilità che vi sono implicate (esaurimento in grazia del quale viene raggiunto l’estremo confine a cui può spingersi la “misura” di questo mondo), tutti gli esseri che sono in grado di prenderne coscienza devono, ciascuno al suo posto e secondo le sue modalità proprie, concorrere effettivamente a tale realizzazione, la quale è anche indicata come quella del “piano del Grande Architetto dell’Universo”, nell’ambito generale ed esteriore, mentre – nello stesso tempo – ognuno di essi, in virtù del lavoro iniziatico vero e proprio, realizza in se stesso, interiormente e in particolare, il piano che a quest’ultimo corrisponde dal punto di vista “microcosmico”. Si può capire facilmente come tutto ciò sia – in tutti gli ambiti – suscettivo di applicazioni diverse e molteplici; così per quel che riguarda più specialmente l’ordine sociale, ciò che che è in questione qui potrà tradursi nella costituzione di un’organizzazione tradizionale completa, sotto l’ispirazione delle organizzazioni iniziatiche, le quali, costituendo la parte esoterica, saranno in qualche modo lo “spirito” vero e proprio di tutto l’insieme di una simile organizzazione sociale; e quest’ultima rappresenta di fatto bene, anche sotto il profilo exoterico, un vero “ordine”, in opposizione al “caos” rappresentato dallo stato puramente profano al quale corrisponde l’assenza di una tale organizzazione.

Ricorderemo ancora, senza insistervi oltre misura, un altro significato di carattere più particolare, il quale è d’altronde legato in modo abbastanza diretto a quello da noi indicato in ultimo, giacché si riferisce tutto sommato allo stesso ambito: tale significato si riferisce all’utilizzazione, per farle concorrere alla realizzazione dello stesso piano d’insieme, di organizzazioni esteriori, inconsapevoli come tali di questo piano e apparentemente opposte le una alle altre, sotto una direzione “invisibile” unica, la quale è, essa, al di là di tutte le opposizioni; a ciò abbiamo fatto accenno in precedenza, segnalando che la cosa aveva trovato applicazione, in modo particolarmente preciso, nella tradizione estremo-orientale. In se stesse, le opposizioni, a causa dell’azione disordinata che generano, costituiscono di fatto una specie di “caos” per lo meno apparente; senonché si tratta precisamente di far servire proprio questo “caos” (assumendolo in qualche modo come la “materia” su cui si esercita l’azione dello “spirito” rappresentato dalle organizzazioni iniziatiche dalla natura più elevata e più “interiore”) alla realizzazione dell'”ordine ” generale, così come, nell’insieme del “cosmo”, tutte le cose che sembrano opporsi tra di loro non perciò perdono, infine, la loro reale natura di elementi dell’ordine totale. Perché le cose siano veramente così, occorre che ciò che presiede all'”ordine” adempia, nei confronti del mondo esteriore, la funzione di “motore immobile”: questi, mantenendosi nel punto fisso che è il centro della “ruota cosmica”, è per ciò stesso il perno attorno al quale la ruota gira, la norma sulla quale il suo movimento è regolato; ciò può esserlo solo perché non partecipa al movimento, e tale è senza che debba intervenire appositamente, perciò senza intromettersi in nessun modo nell’azione esteriore, la quale appartiene nella sua integralità alla circonferenza della ruota. Tutto quello che è coinvolto nelle rotazioni di quest’ultima non può se non avere la natura di modificazione contingente che muta e passa; solo permane ciò che, unito al Principio, si mantiene invariabilmente nel centro, immutabile come il Principio stesso; e il centro – che da nulla può essere influenzato nella sua unità indifferenziata – è il punto di partenza della molteplicità indefinita di tali modificazioni, che costituiscono la manifestazione universale; e nello stesso tempo è anche il punto a cui esse confluiscono, giacché è nei suoi versi che esse tutte sono in definitiva ordinate, così come le potenze di ogni essere sono necessariamente ordinate in vista della sua reintegrazione finale nell’immutabilità principale.

 

CONOSCENZA INIZIATICA E “CULTURA” PROFANA (René Guénon)

Iniziazione

Abbiamo già fatto rilevare come occorra evitare ogni confusione tra la conoscenza dottrinale di ordine iniziatico, anche quando sia ancora soltanto teorica e semplicemente propedeutica alla “realizzazione”, e tutto quello che è istruzione puramente esteriore o sapere profano, che non ha nessun rapporto con tale conoscenza. Dobbiamo tuttavia insistere ancora più specialmente su questo punto giacché abbiamo dovuto troppo spesso constatarne la necessità: occorre farla finita con il pregiudizio troppo diffuso che pretende che quella che si è convenuto chiamare “cultura”, in senso profano e “mondano”, abbia un qualsiasi valore, fosse anche a titolo di preparazione, nei confronti della conoscenza iniziatica, mentre essa non ha, e non può avere veramente, nessun punto di contatto con quest’ultima.

In linea di principio si tratta in effetti, puramente e semplicemente di un’assenza di rapporto: l’istruzione profana, a qualunque grado la si prende in esame, ai fini della conoscenza iniziatica non può servire a nulla, e (fatte le necessarie riserve sulla degradazione intellettuale che comporta l’adozione del punto di vista profano in sé) neppure è incompatibile con quest’ultima; sotto questo profilo essa si presenta unicamente come qualcosa di indifferente, allo stesso titolo dell’abilità manuale acquisita con la pratica di un mestiere meccanico, o anche della “cultura fisica” tanto di moda ai giorni nostri. In fondo queste sono cose che, per chi si ponga dal punto di vista che ci occupa qui, appartengono tutte esattamente allo stesso ordine; senonché il pericolo è che ci si lasci attirare dall’ingannevole apparenza di una sedicente “intellettualità” che non ha assolutamente nulla a che vedere con l’intellettualità pura e vera, e l’abuso costante della parola “intellettuale”, che precisamente viene perpetrato dai nostri contemporanei, basta a provare che si tratta di un pericolo fin troppo reale. Ne risulta spesso, tra gli altri inconvenienti, una tendenza a voler unire – o piuttosto mescolare – tra di loro cose che sono di natura tutta diversa; senza che sia il caso di riparlare a questo proposito dell’intrusione di una speculazione prettamente profana in certe organizzazioni iniziatiche occidentali, ricorderemo soltanto la vanità – da noi segnalata in svariate occasioni – di tutti i tentativi fatti per instaurare un legame o un qualunque confronto tra la scienza moderna e la conoscenza tradizionale. Qualcuno si spinge perfino, in questo senso, fino al punto di avere la pretesa di trovare nella prima conferme per la seconda, quasi che quest’ultima, che riposa su principi immutabili, potesse trarre il minimo beneficio da una conformità accidentale e del tutto esteriore con qualcuno dei risultati ipotetici e incessantemente mutevoli di quella ricerca incerta ed esitante che i moderni si compiacciono di decorare con il nome di “scienza”.

Ma non è su questo aspetto della questione che ci tocca insistere in particolare in questa occasione, e neppure sul pericolo che si corre quando si accordi un’importanza esagerata a un simile sapere inferiore (e spesso assolutamente illusorio), di dedicarvi tutta la propria attività a detrimento di una conoscenza superiore, la cui stessa possibilità giungerà così ad essere totalmente disconosciuta o ignorata. E’ fin troppo noto che questo caso è in effetti quello della maggioranza dei nostri contemporanei; e, per costoro, la questione di un rapporto con la conoscenza iniziatica, o addirittura tradizionale in generale, non si pone evidentemente più, dal momento che essi non sospettano neppure dell’esistenza di una conoscenza simile. Ma, senza neanche andare a toccare questa estremità, l’istruzione profana può costituire ben spesso di fatto, se non di principio, un ostacolo all’acquisizione della vera conoscenza, ossia tutto il contrario di una preparazione efficace, e ciò per diverse ragioni, sulle quali dobbiamo spiegarci un po’ più in particolare.

Innanzi tutto, l’educazione profana impone determinate abitudini mentali delle quali può essere più o meno difficile sbarazzarsi in seguito; è fin troppo facile constatare che le limitazioni e financo le deformazioni che sono l’abituale conseguenza dell’insegnamento universitario sono spesso irrimediabili; e per sfuggire completamente a questa deleteria influenza occorrono disposizioni particolari che non possono essere se non eccezionali. Parliamo qui in modo del tutto generale e non ci dilungheremo su certi inconvenienti più specifici, quali la ristrettezza di vedute che deriva inevitabilmente dalla specializzazione, o la miopia intellettuale che è l’abituale accompagnamento dell’erudizione coltivata per se stessa; quel che è essenziale osservare è che, se la conoscenza profana in sé e per sé è semplicemente indifferente, i metodi con i quali essa è inculcata sono in realtà la negazione stessa di quelli che aprono l’accesso alla conoscenza iniziatica.

Poi bisogna tener conto, come di un ostacolo che è lungi dall’essere trascurabile, di quella specie di infatuazione che è frequentemente causata da un presunto sapere ed è inoltre, in non poche persone, tanto più accentuata quanto maggiormente tale sapere è più elementare, inferiore e incompleto; del resto, senza che sia neppure il caso di uscire dalle contingenze della “vita ordinaria”, i danni dell’istruzione “primaria” in proposito sono riconosciuti volentieri da tutti coloro che non sono accecati da certe idee preconcette. E’ cosa evidente che, tra due ignoranti, quello che si rende conto di non sapere nulla si trova in una disposizione molto più favorevole per l’acquisizione della conoscenza di quegli che crede di sapere qualcosa; si potrebbe dire che le possibilità naturali del primo sono intatte, mentre quelle del secondo sono in qualche modo inibite e non possono più svilupparsi liberamente. D’altra parte, anche dando per scontata una eguale buona volontà nei due individui considerati, resterebbe sempre in ogni caso da tener conto che uno dei due avrebbe da disfarsi preventivamente delle idee false di cui è ingombro il suo mentale, mentre l’altro sarebbe per lo meno dispensato da questo lavoro preliminare e negativo, il quale costituisce uno dei significati di quella che l’iniziazione massonica denomina simbolicamente come la “spoliazione dai metalli”.

Con questo si spiega con facilità un fatto che abbiamo frequentemente avuto occasione di constatare e che riguarda le persone dette “colte”; è noto cosa si intenda comunemente con tale parola: non si tratta neppure di gente fornita di una qualche istruzione, sia pure non molto solida, per quanto limitata e inferiore possa esserne la portata, ma di una “vernice” superficiale su ogni sorta di cose, di un’educazione soprattutto “letteraria”, in tutti i casi puramente libresca e verbale, che permette di parlare con sufficienza di tutto, comprese le cose che si ignorano più completamente, e tale da ingannare coloro che, sedotti da questa brillante apparenza, non si accorgono che essa non nasconde che il vuoto. Una simile “cultura” produce in generale, a un altro livello, effetti confrontabili con quelli che ricordavamo poco fa trattando dell’istruzione primaria, o elementare; le eccezioni certamente esistono, giacché può capitare che qualcuno che ha ricevuto una “cultura” del genere sia dotato di disposizioni naturali abbastanza felici da indurlo a giudicarla solo nel suo giusto valore e a non lasciarsi imbrogliare da essa; ma non esageriamo certo se diciamo che, al di fuori di tali eccezioni, la gran maggioranza delle persone “colte” deve essere classificata fra coloro il cui stato mentale è fra i più sfavorevoli per la ricezione della vera conoscenza. C’è in costoro, nei confronti di quest’ultima, una sorta di resistenza spesso inconsapevole, talvolta anche voluta; quelli stessi che non negano formalmente, per partito preso e a priori, tutto ciò che è di natura esoterica o iniziatica, danno per lo meno prova, nei suoi confronti, di una totale mancanza di interesse, e può capitare addirittura che manifestino come un vanto la loro ignoranza di queste cose, quasi che essa fosse, ai loro occhi, uno degli indizi della superiorità che la loro cultura è in grado di conferirgli! E non si creda che dicendo queste cose siamo spinti dalla minima intenzione caricaturale; non facciamo che descrivere esattamente quel che abbiamo visto in svariate circostanze, non solo in Occidente, ma anche in Oriente, dove però questo tipo d’uomo “colto” ha fortunatamente poca importanza, non essendo comparso se non assai di recente e come prodotto di una certa educazione “occidentalizzata”, cosa da cui si deduce – notiamolo di sfuggita – che un tal uomo “colto” è necessariamente allo stesso tempo un “modernista”. La conclusione che si può trarre da tutto ciò è che le persone di questa risma sono semplicemente i meno iniziabili tra i profani, e che sarebbe perfettamente irragionevole tenere nel minimo conto la loro opinione, fosse anche solo per cercare di adattare ad essa la presentazione di certe idee; d’altronde è opportuno aggiungere che la preoccupazione per l'”opinione pubblica” in generale è uno degli atteggiamenti che sono il più possibile “anti-iniziatici”.

In questa occasione ci resta ancora da precisare un punto che si ricollega direttamente alle considerazioni già fatte: si tratta del fatto che qualsiasi conoscenza esclusivamente “libresca” non ha niente in comune con la conoscenza iniziatica, quand’anche intesa nel suo stadio semplicemente teorico. Dopo quel che abbiamo detto poco fa ciò può anche sembrare evidente, giacché tutto quello che è soltanto libresco fa incontestabilmente parte dell’educazione più esteriore; se vi insistiamo è perché ci si potrebbe ingannare nel caso in cui tale studio verta su libri il cui contenuto sia di natura iniziatica. Chi legge libri di questo tipo al modo delle persone “colte”, o pure chi li studia alla maniera degli “eruditi” e secondo i metodi profani, non sarà con questo minimamente più vicino alla vera conoscenza, a causa del fatto che la sua lettura è caratterizzata da disposizioni che non gli permettono di penetrare il senso reale dei libri che legge né di assimilarne il contenuto in una qualunque misura; l’esempio degli orientalisti, con l’incomprensione totale di cui danno generalmente prova, è un’illustrazione particolarmente impressionante di quel che stiamo dicendo. Del tutto differente è il caso di chi, prendendo questi stessi libri come “supporti” del suo lavoro interiore – che è la funzione per la quale essi sono essenzialmente destinati – sappia vedere al di là delle parole e trovi in essi un’occasione e un punto d’appoggio per lo sviluppo delle sue proprie possibilità; in tal caso si ritorna, tutto sommato, alla questione dell’uso propriamente simbolico di cui è capace il linguaggio, e del quale abbiamo parlato in precedenza. Ciò, si capirà senza sforzo, non ha più nulla in comune con il semplice studio libresco, quand’anche i libri ne siano il punto di partenza; il fatto di ammassare nella propria memoria nozioni verbali non produce neppure l’ombra di una conoscenza reale; la sola che conti è la penetrazione dello “spirito” avvolto sotto le forme esteriori, penetrazione che presuppone che l’essere porti in se stesso possibilità corrispondenti, giacché qualsiasi conoscenza è essenzialmente identificazione; e, in assenza di tale qualificazione inerente alla natura stessa di quell’essere, le più elevate espressioni della conoscenza iniziatica, nella misura in cui essa è esprimibile, e persino le Scritture sacre di tutte le tradizioni, non saranno mai se non “lettera morta” e flatus vocis.

 

 

L’INSEGNAMENTO INIZIATICO (René Guénon)

Iniziazione

Sembra che, in un senso abbastanza generale, non ci si renda conto esattamente di ciò che è, o di ciò che dovrebbe essere, l’insegnamento iniziatico, di ciò che lo caratterizza essenzialmente, differenziandolo profondamente dall’insegnamento profano. Molti, in simile materia, prendono le cose in un modo troppo superficiale, si fermano alle apparenze ed alle forme esteriori, e così non vedono, come particolarità degna di nota, nulla più dell’uso del simbolismo, di cui non comprendono affatto la ragion d’essere, si può dire anche la necessità, e che, in queste condizioni, non possono sicuramente trovare che strano e per lo meno inutile.

A parte ciò, essi suppongono che la dottrina iniziatica, in fondo, non sia quasi che una filosofia come le altre, un po’ differente forse per il suo metodo, ma in ogni caso niente di più, perché la loro mentalità è così fatta che sono incapaci di concepire altra cosa.

E quelli che acconsentiranno lo stesso a riconoscere all’insegnamento di una tale dottrina qualche valore da uno o dall’altro punto di vista, e per motivi qualunque, che non hanno abitualmente nulla di iniziatico, non potranno mai arrivare anche essi che a farne tutt’al più una specie di prolungamento dell’insegnamento profano, di completamento dell’educazione ordinaria, ad uso di un'”elite” relativa. Ora, è forse ancor meglio negare interamente il suo valore, il che equivale in fondo ad ignorarlo puramente e semplicemente, che trascinarlo così in basso e presentare, troppo spesso, in suo nome ed al suo posto, l’espressione di vedute particolari, più o meno coordinate, su ogni sorta di cose che, in realtà, non sono iniziatiche né in se stesse, né per il modo con cui vengono trattate.

E, se questa maniera per lo meno difettosa di concepire l’insegnamento iniziatico non è dovuta, dopo tutto, che all’incomprensione della sua vera natura, ve ne è un’altra che lo è presso a poco altrettanto, benché in apparenza affatto contraria a quella. E’ quella che consiste nel volere ad ogni costo opporlo all’insegnamento profano, pur attribuendogli d’altra parte per oggetto una certa scienza speciale, più o meno vagamente definita, messa ogni momento in contraddizione e in conflitto colle altre scienze, e sempre proclamata superiore ad esse senza che se ne sappia troppo il perché, quando essa non è né meno sistematica nella sua esposizione, né meno dogmatica nelle sue conclusioni. I partigiani di un insegnamento di questo genere, sedicente iniziatico, affermano bene, è vero, che esso è di tutt’altra natura dell’insegnamento ordinario, sia scientifico, filosofico o religioso; ma non danno di questo alcuna prova e, disgraziatamente, non si fermano lì in fatto di affermazioni gratuite o ipotetiche. Ma vi è di più; raggruppandosi in scuole multiple e sotto denominazioni diverse, essi si contraddicono tra di loro non meno di quanto essi non contraddicano, spesso per partito preso, rappresentanti dei diversi rami dell’insegnamento profano, il che non impedisce a ciascuno di loro di pretendere di essere creduto sulla parola e considerato più o meno infallibile.

Ma, se l’insegnamento iniziatico non è il prolungamento dell’insegnamento profano, come lo vorrebbero gli uni, né la sua antitesi, come sostengono gli altri, se non è né un sistema filosofico, né una scienza specializzata, si può chiedere che cosa è; perché non basta avere detto che cosa non è, bisogna anche, se non darne una definizione propriamente detta, il che è forse impossibile, almeno tentare di fare comprendere in che cosa consista la sua natura. E far comprendere la sua natura, almeno nella proporzione in cui ciò può essere fatto, è spiegare ad un tempo, e proprio per tale mezzo, perché non è possibile definirlo senza deformarlo, ed inoltre perché ci si è ingannati così generalmente, e in qualche modo necessariamente, sul suo vero carattere. L’impiego costante del simbolismo nella trasmissione di questo insegnamento, di cui forma come la base, potrebbe per altro bastare a fare già intravederlo, per chiunque rifletta un poco, quando si ammetta, come è semplicemente logico fare senza neppure spingersi fino al fondo delle cose, che un modo di espressione del tutto diverso dal linguaggio ordinario deve essere stato creato per esprimere, almeno alla sua origine, ed in quanto di origine si può parlare, delle idee parimenti diverse da quelle che esprime quest’ultimo, e delle concezioni che non si lasciano tradurre integralmente per mezzo di parole, per le quali occorre un linguaggio meno limitato, più universale, perché esse stesse appartengono ad un ordine più universale.

Ma se le concezioni iniziatiche sono cosa diversa dalle concezioni profane, si è che esse procedono innanzi tutto da un’altra mentalità che quella da cui queste procedono, dalle quali esse differiscono meno ancora per il loro oggetto che per il punto di vista sotto il quale esse guardano questo oggetto. Ora, se tale è la distinzione essenziale che esiste tra questi due ordini di concezioni, è facile ammettere che, da una parte, tutto quello che può essere considerato da un punto di vista profano può esserlo anche, ma allora in tutt’altro modo e con tutt’altra comprensione, dal punto di vista iniziatico, mentre che, d’altra parte, vi sono cose che sfuggono completamente al dominio profano e che sono proprie del dominio iniziatico, poiché questo non è sottoposto alle medesime limitazioni di quello.

Che il simbolismo, che è come la forma sensibile di ogni insegnamento iniziatico, sia in realtà un linguaggio più universale dei linguaggi volgari, non è permesso dubitarne un solo istante, quando solamente si consideri che ogni simbolo è suscettibile di interpretazioni multiple, per niente in contraddizione tra loro, ma al contrario completantesi reciprocamente, e tutte egualmente vere benché procedenti da punti di vista differenti; e, se la cosa sta così, dipende dall’essere il simbolo la rappresentazione sintetica e schematica di tutto un insieme di idee e di concezioni che ciascuno potrà affermare secondo le proprie attitudini mentali e nella misura in cui egli è preparato alla loro intelligenza. E così il simbolo, per chi perverrà a penetrarne la significazione profonda, potrà far concepire ben più di tutto quel che è possibile esprimere per mezzo delle parole; e questo mostra la necessità del simbolismo: ciò sta nell’essere il solo mezzo di trasmettere tutto quell’inesprimibile che costituisce il dominio proprio dell’iniziazione o piuttosto in germe le concezioni di questo ordine nell’intelletto dell’iniziato, che dovrà in seguito farle passare dalla potenza all’atto, svilupparle ed elaborarle col suo lavoro personale, perché non si può fare nulla di più che prepararvelo tracciandogli, con delle formule appropriate, il piano che egli dovrà poi realizzare in se stesso per pervenire al possesso effettivo dell’iniziazione che egli ha ricevuto dall’esterno solo simbolicamente.

Ma se l’iniziazione simbolica, che non è che la base o il sostegno dell’iniziazione vera ed effettiva, è la sola che possa essere data esteriormente, essa può per lo meno venire conservata e trasmessa anche da quelli che non ne comprendono né il senso né la portata. Basta che i simboli siano mantenuti intatti perché siano sempre suscettibili di risvegliare, in chi ne è capace, tutte le concezioni di cui raffigurano la sintesi. Ed è in questo che risiede il vero segreto iniziatico, che è di sua natura inviolabile e si difende per se stesso dalla curiosità dei profani, e di cui non è che una figurazione simbolica il segreto relativo di certi segni esteriori. Non vi è altro mistero che l’inesprimibile, che è evidentemente incomunicabile proprio per questo; ciascuno potrà più o meno penetrarlo secondo l’estensione del suo orizzonte culturale; ma quando pure lo abbia penetrato integralmente, non potrà comunicare ad altri che quello che ne avrà compreso egli stesso; tutt’al più potrà aiutare a pervenire a questa comprensione quelli soltanto che vi sono attualmente atti.

Così, il segreto iniziatico è qualche cosa che risiede ben al di là di tutti i rituali e di tutte le forme sensibili in uso per la trasmissione dell’iniziazione esteriore e simbolica, il che non impedisce che queste forme abbiano nonostante, soprattutto nei primi studi di preparazione iniziatica, la loro funzione necessaria e il loro proprio valore, proveniente dal fatto che esse non fanno che tradurre i simboli fondamentali in gesti, prendendo questa parola nel suo senso più esteso, e che, in questo modo, esse fanno in un certo senso vivere all’iniziato l’insegnamento che gli si presenta, ciò che è la maniera più adeguata e più generalmente applicabile di preparargliene l’assimilazione, poiché tutte le manifestazioni dell’individualità umana si traducono, nelle sue condizioni attuali di esistenza, in modi diversi dall’attività vitale. Ma si avrebbe torto di andare più lontano e di pretendere di fare della vita, come molti vorrebbero, una specie di principio assoluto; l’espressione di un’idea in modo vitale non è dopo tutto che un simbolo come gli altri, così bene come lo è per esempio la sua traduzione in modo spaziale, che costituisce un simbolo geometrico o un ideogramma. E se ogni processo di iniziazione presenta nelle sue differenti fasi una corrispondenza, sia con la vita umana individuale, sia anche con l’insieme della vita terrestre, sì che la stessa evoluzione vitale, particolare o generale, può essere considerata come lo sviluppo di un piano analogo a quello che l’iniziato deve realizzare per realizzare se stesso nella completa espansione di tutte le potenze del suo essere. Sono sempre e dovunque dei piani corrispondenti ad una medesima concezione sintetica, di maniera che essi sono identici in principio, e, benché tutti diversi e indefinitamente variati nella loro realizzazione, procedono da un Archetipo ideale unico, piano universale tracciato da una Forza e Volontà cosmica che, senza d’altra parte pregiudicare in nulla sopra la sua natura, possiamo chiamare il Grande Architetto dell’Universo.

Ogni essere dunque, individuale o collettivo, tende, consciamente o no, a realizzare in se stesso, con i mezzi appropriati alla sua particolare natura, il piano del Grande Architetto dell’Universo, ed a concorrere così secondo la funzione che gli appartiene nell’insieme cosmico, alla realizzazione totale di questo stesso piano, la quale insomma non è che l’universalizzazione della sua propria personale realizzazione. L’iniziazione vera comincia per un essere al punto preciso della sua evoluzione in cui esso prende effettivamente coscienza di questa finalità; e, quando esso ha preso coscienza di se stesso, l’iniziazione deve condurlo, secondo la sua via personale, a questa realizzazione integrale che si compie non nello sviluppo isolato di certe facoltà speciali e più o meno straordinarie, ma nello sviluppo completo, armonico e gerarchico, di tutte le possibilità implicate virtualmente nell’essenza di questo essere. E poiché la fine è necessariamente la medesima per tutto ciò che ha medesimo principio, è nei mezzi impiegati per pervenirvi che risiede esclusivamente quello che fa il valore proprio di un essere qualunque, considerato nei limiti della funzione speciale che è determinata per lui dalla sua natura individuale, o da certi elementi di essa; questo valore dell’essere è d’altra parte relativo e non esiste che in rapporto alla sua funzione, perché non vi è da stabilire alcun paragone di inferiorità o di superiorità tra funzioni differenti, che corrispondono ad altrettanti ordini particolari egualmente differenti benché tutti egualmente compresi nell’Ordine universale, di cui sono, tutti al medesimo titolo, degli elementi necessari.

Così, l’istruzione iniziatica, considerata nella sua universalità, deve comprendere, come altrettante applicazioni, in varietà indefinita, di uno stesso principio trascendente e astratto, tutte le vie di realizzazione particolari, non soltanto ad ogni categoria di esseri, ma anche ad ogni essere individuale; e, così, comprendendole tutte, essa le totalizza e le sintetizza nell’unità assoluta della Via universale. Se, dunque, i principi dell’iniziazione sono immutabili, la loro rappresentazione simbolica non pertanto può e deve variare in modo da adattarsi alle condizioni di cui la diversità fa sì che non vi possono essere matematicamente due cose identiche in tutto l’universo, perché fossero veramente identiche in tutto o, in altri termini, se fossero in perfetta coincidenza in tutta l’estensione della loro comprensione, non sarebbero evidentemente due cose distinte, ma una sola e medesima cosa.

Si può dunque dire, in particolare, che è impossibile vi siano, per due individui diversi, due iniziazioni assolutamente simili, anche dal punto di vista esteriore e rituale e, a fortiori, dal punto di vista del lavoro interiore dell’iniziato. L’unità e l’immutabilità del principio non esigono affatto l’unità e l’immobilità, d’altra parte irrealizzabili, delle forme esteriori, e questo consente, nell’applicazione pratica che deve essere fatta all’espressione e alla trasmissione dell’insegnamento iniziatico, di conciliare le due nozioni, così spesso e a torto messe tra loro in opposizione, della tradizione e del progresso, ma non riconoscendo comunque a quest’ultimo che un carattere puramente relativo. Solo la traduzione esteriore dell’istruzione iniziatica e la sua assimilazione da parte di questa e di quella individualità sono suscettibili di modificazioni, e non questa istruzione considerata in se stessa; infatti, nella misura in cui tale traduzione è possibile, essa deve forzatamente tener conto della relatività, mentre ciò che essa esprime ne è indipendente nell’universalità ideale della sua essenza, e non si può evidentemente far questione di progresso da un punto di vista che comprende tutte le possibilità nella simultaneità di una sintesi unica.

L’insegnamento iniziatico, esteriore e trasmissibile nelle forme, non è in realtà e non può essere che una preparazione dell’individuo a ricevere la vera istruzione iniziatica per effetto del suo lavoro personale. Si può così indicargli la via da seguire, il piano da tradurre in realtà, e disporlo ad acquisire l’attitudine mentale e intellettuale necessaria alla intelligenza delle concezioni iniziatiche; si può anche assisterlo e guidarlo controllandone il lavoro in una maniera costante, ma è tutto, perché nessun altro, fosse pure un Maestro nella più completa accezione della parola, può fare questo lavoro per lui. Quello che l’iniziato deve forzatamente acquistare da solo, perché nessuno né alcuna cosa a lui esteriore può comunicarglielo, è precisamente quello che sfugge per la sua stessa natura ad ogni curiosità profana, vale a dire il possesso effettivo del segreto iniziatico propriamente detto. Ma, perché egli possa arrivare a realizzare questo possesso in tutta la sua estensione, è necessario che l’insegnamento che serve in qualche modo di base e di sostegno al suo lavoro personale si apra su delle possibilità illimitate, e gli permetta così di estendere indefinitamente le sue concezioni, invece di rinchiuderle nei limiti più o meno ristretti di una teoria sistematica o di una formula dogmatica qualunque.

Ora, stabilito questo, fin dove può andare questo insegnamento quando si estende al di là delle prime fasi di preparazione iniziatica con le forme esteriori che vi sono più specialmente collegate? In quali condizioni può esistere tale quale deve essere per compiere la funzione che gli è dovuta ed aiutare effettivamente nel loro lavoro quelli che vi partecipano, purché solamente essi siano capaci di raccogliere da soli i frutti? Come sono realizzate queste condizioni dalle diverse organizzazioni rivestite di carattere iniziatico? Infine, a che cosa corrispondono in una maniera precisa, nell’iniziazione reale, le gerarchie che tali organizzazioni comportano? Sono altrettante questioni che non è possibile trattare in poche parole e che al contempo meriterebbero tutte di essere ampiamente sviluppate, senza d’altra parte che sia mai possibile, facendolo, di fornire altra cosa che un tema su cui riflettere e meditare, e senza avere la vana pretesa di dare fondo ad un argomento che si estende e che si approfondisce di più in misura che si procede nel suo studio, precisamente perché, a chi lo studia con le disposizioni di spirito richieste, esso apre degli orizzonti concettuali realmente illimitati.