La conoscenza misterica

Iniziazione

La conoscenza misterica rappresenta una forza sotterranea e costante nella storia umana, un filo invisibile che attraversa le epoche e le culture, congiungendo popoli lontani nel tempo e nello spazio in una comune aspirazione: quella di varcare le soglie del visibile per accedere a un sapere più profondo, capace di illuminare la natura ultima della realtà. Sin dalle antiche civiltà mesopotamiche ed egizie, passando per i culti orfici ei misteri eleusini della Grecia classica, fino ad arrivare alle correnti esoteriche del Rinascimento e oltre, le vie misteriche hanno fornito l’impalcatura simbolica, spirituale e filosofica su cui si sono costruiti religioni , filosofie, scienze e concezioni del mondo. Esse non costituiscono semplici depositi di rituali criptici, ma autentici itinerari di trasformazione, capaci di traghettare l’individuo e le comunità verso una comprensione più vasta e articolata dell’esistenza.

La natura della conoscenza misterica

La conoscenza misterica, spesso definita “occulta” non perché inaccessibile di per sé, ma perché rivelata solo a chi intraprende un percorso di iniziazione, sfugge alle categorie convenzionali del pensiero razionale  Si nutre di simboli, miti e riti, di linguaggi figurati che, anziché comunicare con la nettezza della logica, mirano a sollecitare le profondità interiori dell’essere umano. Non si tratta di informazioni da acquisire meccanicamente, ma di un lento, graduale dischiudersi di prospettive nuove, che richiedono al neofita di attraversare passaggi di purificazione, sacrificio interiore e rinascita simbolica.

 

In ogni epoca, la trasmissione di questa conoscenza è stata affidata a gruppi ristretti: sacerdoti, filosofi, maestri o saggi che, preservandone i segreti, ne assicuravano la continuità nel tempo. La sfida di chi aspira ai Misteri non è mai stata la semplice assimilazione di dottrine teoriche, bensì la radicale trasformazione del proprio sguardo sul mondo e su sé stesso. In questo senso, l’iniziato diviene un viaggiatore dell’anima, un esploratore delle dimensioni sottili, capace di riconoscere nell’apparente complessità del reale un ordine più profondo, custodito nel tessuto stesso dell’esistenza.

 La conoscenza misterica come matrice culturale

Le vie misteriche hanno avuto un’influenza decisiva sull’evoluzione del pensiero umano, fornendo un humus intellettuale ed esperienziale da cui sono germogliate filosofie, religioni, scienze e arti. Tale contributo può essere rintracciato in almeno due dimensioni: da un lato, attraverso il ricco simbolismo cosmologico che ha ispirato i primi tentativi di comprensione dell’universo; dall’altro, mediante il lavoro interiore richiesto ai loro adepti, che ha affinato le capacità di osservazione, contemplazione e astrazione, fondamentali per lo sviluppo del sapere.

Simbolismo cosmologico e nascita del pensiero filosofico

Le grandi tradizioni misteriche, come quelle dell’antico Egitto, di Eleusi in Grecia o della Mesopotamia, non si limitavano a fornire narrative mitiche. Piuttosto, attraverso i loro rituali, creavano vere e proprie “mappe” simboliche dell’universo, che orientavano l’individuo nel cosmo e al contempo gli mostravano la dimensione celata del suo stesso spirito. Gli antichi filosofi greci, tra cui Pitagora, Platone o gli esponenti del Neoplatonismo, furono profondamente ispirati da questa matrice esoterica. Platone, nei suoi dialoghi, suggerisce che l’accesso alla verità ultima esige una purificazione dell’anima, un’ascesa oltre l’illusione sensibile, processo non dissimile dall’esperienza iniziatica dei misteri. Il suo “Mito della caverna” ne costituisce una potente metafora, evocando il passaggio dall’oscurità dell’ignoranza alla luce della conoscenza autentica.

 

Il pitagorismo, in particolare, mostra in modo esemplare come l’eredità misterica abbia fornito la struttura mentale per interpretare il numero e le relazioni matematiche non soltanto come strumenti di misurazione, ma come archetipi dell’armonia universale. Da qui la nascita di una concezione del sapere che, pur sviluppando metodi razionali, non perde mai di vista la dimensione sacra della realtà. Questo nesso tra simbolismo cosmologico e pensiero filosofico diviene la spina dorsale di quella che, nei secoli successivi, si sarebbe sviluppata come scienza, senza però poter del tutto recidere le sue radici dal mistero.

Trasformazione interiore e progresso scientifico

Le vie misteriche esigevano dall’iniziato un duro lavoro su di sé, un impegno etico ed esistenziale volto a superare l’egoismo, la paura e l’attaccamento ai fenomeni transitori. Questa disciplina interiore, lungi dall’essere un mero esercizio mistico, ha contribuito a generare quella lucidità mentale e quell’ampiezza di vedute che hanno aperto la strada ai primi passi della conoscenza empirica e della ricerca scientifica.

 

Nel Rinascimento, la fusione tra l’antica saggezza esoterica e le nascenti scienze naturali divenne evidente nell’opera di pensatori come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Giordano Bruno, i quali cercarono di conciliare l’immaginazione simbolica e la contemplazione interiore con le nuove scoperte astronomiche e cosmologiche. Bruno, ad esempio, anticipò concetti moderni come l’infinito dell’universo e la pluralità dei mondi, avvicinandosi a visioni cosmologiche che trascendono i confini del pensiero dell’epoca.

 

Un altro esempio emblematico è offerto dall’alchimia. Sebbene spesso considerata una pratica arcaica, l’alchimia si fondava su un sofisticato linguaggio simbolico volto a realizzare una duplice trasmutazione: quella delle sostanze materiali e, più profondamente, quella dell’anima dell’alchimista. Le prove di laboratorio, l’osservazione attenta, la registrazione meticolosa dei processi, furono precursori delle metodologie sperimentali della chimica moderna. Così, la ricerca del “magnum opus” – trasmutare il piombo in oro – non era soltanto una curiosità materiale, ma un cammino di perfezionamento interiore che incoraggiava lo sviluppo di strumenti concettuali e tecnici cruciali per il progresso scientifico.

L’eternità della via misterica nell’uomo moderno

La persistenza delle tradizioni misteriche non è un fatto casuale: esse rispondono a un bisogno antropologico, un’esigenza profonda e inesauribile dell’essere umano. Per quanto la scienza contemporanea possa spiegare con crescente accuratezza i fenomeni naturali, resta intatta l’interrogazione di fondo: quale sia il senso ultimo del cosmo e della vita stessa. In questo senso, il sapere misterico offre un ponte verso il sacro, un sentiero che riconosce la complessità simbolica dell’esistenza e la necessità di un significato che non può essere ridotto a puro dato osservabile.

 

In un’epoca segnata dal dominio della tecnologia e dalla razionalità strumentale, assistiamo a un nuovo slancio verso l’interiorità e l’esplorazione delle dimensioni invisibili. Le correnti spirituali, le scuole esoteriche, i percorsi di crescita interiore e le pratiche contemplative, da quelle orientali (come le tradizioni induiste, buddhiste o taoiste) a quelle occidentali (come l’ermetismo, la Qabbalah o il sufismo), continuano a esercitare un forte richiamo. In un mondo frantumato da conflitti e incertezze, la conoscenza misterica riemerge come un filo rosso che cuce, nel silenzio dei simboli e nella contemplazione dei rituali, la trama dell’esistenza individuale e collettiva.

 

Conclusione

La conoscenza misterica ha accompagnato l’umanità fin dalle sue prime albe culturali, ispirandone il pensiero, la scienza, la filosofia e le arti. Se la storia umana è un lungo e complesso intreccio di tensione tra conoscenza razionale e bisogno di trascendenza, le vie misteriche si rivelano come punti di convergenza tra i due poli: da una parte la rigorosità dell’analisi, dall’altra l’apertura all’ignoto e all’insondabile. Questa saggezza antica, pur adattandosi alle mutate condizioni storiche, resta una sorgente inesauribile di ispirazione, ricordandoci che il sapere non è solo misura e calcolo, ma anche esperienza vissuta, risonanza simbolica e immersione nel mistero cosmico. Oggi come allora, essa ci invita a superare l’orizzonte limitato del visibile per abbracciare l’infinito, e a riconoscere nella nostra sete di significato il segno di una realtà ben più vasta e profonda di quanto i soli sensi possano suggerire.

I Misteri Antroposofici

Iniziazione

I Misteri Antroposofici si collocano all’interno del vasto orizzonte spirituale, culturale e filosofico sviluppato da Rudolf Steiner (1861–1925) e dai suoi continuatori. L’Antroposofia, definita da Steiner come “scienza dello spirito”, si propone di riscoprire e attualizzare i percorsi iniziatici che un tempo erano patrimonio delle antiche scuole misteriche, adattandoli all’uomo moderno, dotato di un pensiero autonomo e scientifico. Il concetto di “Mistero” qui non è inteso come segreto inaccessibile, ma come dimensione profonda della realtà spirituale, un ambito di esperienza e conoscenza che si dischiude all’individuo attraverso un cammino di trasformazione interiore, esercizi meditativi, sviluppo di facoltà superiori di percezione e una rigorosa disciplina morale.

 

Gli antichi Misteri – come quelli Eleusini, Egizi, Persiani, o i Misteri Cristiani dei primi secoli – fungevano da luoghi sacri in cui l’uomo poteva sperimentare le realtà ultrasensibili, comprendendo l’origine divina della propria anima e il suo destino cosmico. Con l’avvento della scienza moderna e il declino delle tradizioni iniziatiche, queste esperienze spirituali si sono rarefatte o sono state relegate alla sfera del mito. L’Antroposofia, tuttavia, non si limita a rimpiangere il passato: al contrario, afferma che i misteri continuano ad esistere in forme rinnovate, adeguate all’evoluzione della coscienza umana. I Misteri Antroposofici non sono una semplice riproposizione antiquaria di antichi culti, ma l’instaurazione di un nuovo rapporto con il divino, la natura, le gerarchie spirituali, l’essere umano stesso, attraverso una metodologia scientifico-spirituale.

 

Al cuore dei Misteri Antroposofici vi è l’idea che il mondo sensibile sia solo un aspetto della realtà: dietro la realtà fisica agiscono forze, entità e leggi spirituali. Queste realtà non possono essere colte dai sensi ordinari, né dalla sola logica intellettuale, ma attraverso un’evoluzione della coscienza: il pensiero intuitivo, la meditazione, la concentrazione interiore. L’iniziato ai Misteri Antroposofici è invitato a ridestare in sé le facoltà latenti dell’anima, a sviluppare l’immaginazione spirituale, la vera ispirazione e, infine, l’intuizione, stadi superiori di conoscenza che conducono l’individuo a un contatto diretto con le dimensioni invisibili del cosmo. È un percorso che richiede volontà, equilibrio, discernimento e un saldo ancoraggio alla vita morale.

 

Questo processo di iniziazione, che potremmo definire un “mistero moderno”, abbandona l’aura di segretezza coercitiva tipica di alcune scuole antiche. Non vi sono società chiuse, giuramenti di sangue o selezioni basate su criteri politici o di censo. L’Antroposofia propone piuttosto una via aperta, accessibile a chiunque ne abbia il sincero desiderio, pur esigendo molto dall’individuo: il mistero non si rivela a chi cerca potere, gloria o mere curiosità. Esso si manifesta gradualmente, nella misura in cui l’uomo sviluppa in sé la capacità di riceverlo. L’iniziato non diventa solo un testimone di una verità nascosta, ma un collaboratore del divenire cosmico, un co-creatore insieme alle forze spirituali che guidano l’evoluzione dell’umanità.

 

Un elemento caratteristico dei Misteri Antroposofici è la loro rielaborazione del cristianesimo. Steiner parlò spesso del Mistero del Golgota – la morte e la resurrezione del Cristo – come dell’evento spirituale centrale dell’evoluzione terrestre. Questo mistero non va inteso come un dogma religioso, ma come una realtà cosmica che ha mutato la struttura stessa dell’anima umana. I Misteri Antroposofici intendono riconnettere l’individuo a questa potenza vivente del Cristo cosmico, spogliandolo dalle incrostazioni dogmatiche e ristabilendo un legame creativo, interiore e sperimentabile. Lo stesso vale per l’incontro con il mondo degli Arcangeli, degli Angeli, dei Principati e di tutte le altre Gerarchie spirituali: non divinità astratte, ma entità concrete, viventi in piani superiori di esistenza, con cui l’uomo può rapportarsi consapevolmente e amorosamente.

 

Un esempio concreto della volontà antroposofica di riattualizzare i misteri in chiave moderna si può vedere nelle “Misteri Dramen”, le “Drammi Mistero” scritti da Steiner. Queste opere teatrali, pensate per essere rappresentate nel contesto del Goetheanum a Dornach (Svizzera), mirano a rendere artisticamente percepibili i processi interiori dell’anima, le forze in gioco nell’evoluzione spirituale dell’uomo e il rapporto tra il visibile e l’invisibile. Attraverso la forma del teatro, Steiner ha cercato di ricreare una funzione simile a quella dei riti antichi: consentire al pubblico di vivere un’esperienza trasformativa, di specchiarsi nelle vicende simboliche dei personaggi, di intuire livelli di realtà normalmente oscuri alla coscienza ordinaria.

 

I Misteri Antroposofici abbracciano anche campi quali l’agricoltura biodinamica, l’educazione Waldorf, l’euritmia, la medicina antroposofica: tutti ambiti in cui si tenta di operare non più come esseri umani isolati, ma come iniziati a una comprensione più ampia delle forze della natura e dell’uomo, cogliendo i nessi fra le sfere materiali, animiche e spirituali. La stessa scienza moderna, secondo l’Antroposofia, può essere nobilitata e trasformata in una scienza dello spirito, capace di illuminare i misteri della vita, della salute, dell’educazione e dell’evoluzione sociale.

 

I Misteri Antroposofici sono quindi una dimensione esperienziale, non qualcosa di puramente teorico o speculativo. Essi invitano l’uomo contemporaneo, spesso disorientato dal relativismo e dall’eccesso di informazioni, a ritrovare un centro, una direzione, un senso più profondo dell’esistere. Non si tratta di accettare ciecamente nuove dottrine, ma di intraprendere un cammino di ricerca che mobiliti tutte le facoltà: la sensibilità estetica, la forza etica, l’attività pensante, la devozione spirituale. Il mistero, in questa prospettiva, non è un enigma insolubile, ma una realtà sempre più ampia, che si svela passo dopo passo all’anima in crescita.

 

In conclusione, i Misteri Antroposofici rappresentano una continuazione e una metamorfosi dei Misteri antichi, calati nel contesto della modernità. Mentre gli antichi riti erano vincolati a tradizioni etniche, a sacerdoti esclusivi, a luoghi sacri inaccessibili al profano, l’Antroposofia cerca di portare l’esperienza del mistero alla portata di ogni cercatore sincero, di ogni individuo che voglia partecipare in modo cosciente all’evoluzione dell’umanità e del cosmo. In questo senso, i Misteri Antroposofici non sono qualcosa di remoto o arcaico, ma una via attuale per percepire l’intreccio di sensibile e sovrasensibile, e rinnovare il legame con le sorgenti spirituali dell’esistenza.

 

 

 

 

 

 

I Misteri Teosofici

Iniziazione

I Misteri Teosofici si collocano all’incrocio tra spiritualità esoterica, filosofie orientali, tradizioni occulte occidentali e l’ambizione moderna di un sapere universale capace di penetrare le realtà più intime dell’universo. La Teosofia, così come delineata dalla Società Teosofica fondata nel 1875 a New York da Helena Petrovna Blavatsky, Henry Steel Olcott e William Quan Judge, si presenta come una sintesi audace di fonti religiose, sapienziali e mistiche, tutte rilette alla luce di una visione unitaria del cosmo. In questo contesto, parlare di “Misteri Teosofici” significa avventurarsi in un territorio simbolico in cui storia, mito, evoluzione spirituale, filosofia e scienza si fondono per proporre un paradigma alternativo alla conoscenza convenzionale.

 

A differenza dei Misteri antichi, che spesso erano legati a culti iniziatici dalle radici preclassiche o all’eredità gnostico-dualistica di movimenti medievali come i Catari e i Bogomili, la Teosofia sorge in epoca contemporanea, in un’Europa e un’America in fermento, tra rivoluzioni scientifiche e insoddisfazione diffusa nei confronti delle Chiese istituzionali. Non si tratta tuttavia di un semplice revival esoterico, ma di un tentativo strutturato di ricomporre in un’unica visione globale la pluralità dei saperi sacri del mondo. Il “Mistero” nella Teosofia non è un aspetto marginale, bensì il nucleo stesso del suo impianto spirituale: il cosmo è un grande enigma, un “Uovo Cosmico” che racchiude forze, piani di esistenza e intelligenze superiori non immediatamente accessibili ai sensi umani.

 

A rendere i Misteri Teosofici particolarmente affascinanti è la figura di Madame Blavatsky, considerata la principale ispiratrice del movimento. Questa donna enigmatica, viaggiatrice, poliglotta, dotata di un carisma intellettuale straordinario, affermava di essere in contatto con i cosiddetti “Maestri di Saggezza” o “Mahatma”. Questi Maestri, entità elevate appartenenti a una fratellanza segreta operante da tempi immemorabili, agivano da custodi della conoscenza occulta dell’umanità. L’esistenza dei Mahatma, spiriti evoluti che vivrebbero in luoghi remoti (come l’Himalaya), è uno dei cardini del Mistero Teosofico: attraverso di loro, Blavatsky avrebbe ricevuto insegnamenti superiori in grado di dischiudere all’uomo moderno l’accesso a verità cosmiche. Questo rapporto mediato, questa trasmissione segreta di conoscenza, è uno dei tratti salienti del Mistero Teosofico, per molti simile alle catene iniziatiche delle antiche scuole misteriche, ma proiettato in un nuovo contesto globale e sincretico.

 

La dottrina teosofica, presentata principalmente nelle opere di Blavatsky come “Iside Svelata” (1877) e “La Dottrina Segreta” (1888), è di per sé un tessuto di misteri. Non si tratta di dogmi fissi, ma di una grande narrazione simbolica che descrive la genesi dell’universo attraverso cicli cosmici, eoni, razze-radice, evoluzioni spirituali dell’umanità e intrecci karmici tra tutti gli esseri viventi. Il mistero non è qui concepito come un segreto custodito da pochi, bensì come uno strato profondo della realtà, accessibile a chiunque decida di intraprendere un percorso spirituale, di affinare le proprie facoltà interiori e di penetrare i veli dell’apparenza. In questo senso, i Misteri Teosofici non si limitano a un’eredità gnostica o occulta: essi si aprono a un dialogo con le filosofie orientali, in particolare con l’induismo e il Buddhismo, da cui la Teosofia riprende il concetto di reincarnazione, karma e l’idea di un sentiero evolutivo dell’anima attraverso diverse esistenze.

 

I Misteri Teosofici coinvolgono anche la questione dell’origine e del destino dell’uomo. Secondo la Dottrina Segreta, l’umanità non è il risultato di un mero caso biologico, ma il frutto di un processo guidato, in cui entità superiori e princìpi spirituali hanno progressivamente plasmato i veicoli fisici, emozionali e mentali che ci costituiscono. L’uomo diviene così un microcosmo all’interno di un macrocosmo: studiandone i misteri, analizzando il corpo sottile, le aure, i chakra, i vari piani di esistenza, la Teosofia apre la strada a una comprensione integrale dell’essere. È come se i misteri dell’antichità — gli Eleusini, gli Orfici, i Misteri Isidei — tornassero a vivere in forma aggiornata e sistematizzata, integrandosi con suggestioni scientifiche o almeno con la scienza del tempo, così da costruire un ponte tra due mondi apparentemente inconciliabili: la spiritualità antica e la razionalità moderna.

 

I Misteri Teosofici si articolano anche nelle pratiche associative e negli studi dei membri della Società Teosofica, che si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Non essendoci sacramenti o liturgie obbligatorie, il lavoro sul mistero avviene attraverso lo studio, la meditazione, la contemplazione, il confronto con testi sacri di varie tradizioni, la ricerca di corrispondenze simboliche. Alcuni membri del movimento svilupparono ulteriormente tali idee, dando origine a correnti come l’Antroposofia di Rudolf Steiner, che rielaborò i Misteri Teosofici avvicinandoli alla cultura occidentale e cristiana, o l’Ordine Interno della Stella, promosso da Jiddu Krishnamurti, inizialmente considerato una sorta di “istruttore mondiale” dalla Società Teosofica. In ognuno di questi casi, il mistero non è mai banalizzato: resta una dimensione inesauribile, perché la natura stessa della realtà è considerata infinita, stratificata e in continua manifestazione.

 

Dal punto di vista culturale, i Misteri Teosofici hanno influenzato correnti letterarie, artistiche e filosofiche. Alle soglie del Novecento, pensatori, poeti, musicisti, pittori simbolisti o astrattisti hanno trovato nella visione teosofica un’occasione per superare i limiti del realismo e della logica, per aprirsi a dimensioni più profonde dell’essere. La stessa trasmissione dei misteri non passa soltanto per i libri di Blavatsky, ma per le interpretazioni di numerosi autori, per i cicli di conferenze, per gli scambi epistolari tra studiosi e adepti, per le riviste teosofiche diffuse in varie lingue. Questi canali di comunicazione hanno fatto sì che i Misteri Teosofici non rimanessero confinati a un’élite, ma si proiettassero sulla scena mondiale, contribuendo alla nascita di una spiritualità laica, non confessionale, che ambisce a conciliare scienza, arte, filosofia e religione.

 

In definitiva, i Misteri Teosofici non si riducono a un corpus dottrinale immobile, né si presentano come enigmi da risolvere una volta per tutte. Sono piuttosto un orizzonte conoscitivo fluido, che sollecita l’individuo a intraprendere un viaggio interiore alla ricerca di chiavi di lettura nuove per comprendere l’universo e sé stesso. In questa prospettiva, la Teosofia, come depositaria di tali Misteri, offre un esempio emblematico di come l’uomo moderno, pur vivendo in un contesto dominato dalla scienza e dal progresso tecnologico, continui a sospettare l’esistenza di dimensioni più vaste e segrete, davanti alle quali il mistero non è un ostacolo, ma un invito a superare i confini del noto, a scoprire l’essenza nascosta del divino, e a rinnovare l’antica aspirazione a un sapere integrale, capace di abbracciare e trascendere tutte le parziali conoscenze umane.

 

 

 

 

 

 

I Misteri dei Catari e dei Bogomili

Iniziazione

I Catari e i Bogomili furono due movimenti religiosi medievali che, seppure nati in contesti geografici differenti, condividevano una visione del mondo profondamente dualistica, incentrata sul contrasto tra spirito e materia, bene e male, Dio e un principio malvagio. Entrambi emergeranno tra il X e il XIII secolo, i Bogomili originariamente nelle terre dell’Impero Bulgaro, i Catari nella regione occitana dell’Europa occidentale. Il nome “Bogomili” deriva dal prete Bogomil, considerato il fondatore del movimento, e significa in antico slavo “amato da Dio”, mentre quello dei Catari deriva dal greco “katharós”, che significa “puro”. Entrambi trovarono la loro ragion d’essere nel porsi in netta opposizione alle Chiese istituzionali – quella ortodossa bulgara nel caso dei Bogomili, quella cattolica nel caso dei Catari – accusandole di corruzione, opulenza e allineamento con il mondo materiale ritenuto inferiore. In un’epoca in cui la Chiesa cristiana era percepita da molti come un’istituzione compromessa con il potere e la ricchezza terrena, queste dottrine dualistiche parvero offrire una via alternativa verso la purezza spirituale.

 

I Bogomili apparvero nel X secolo, diffondendosi nelle regioni balcaniche, in particolare nella Bulgaria medievale, in Macedonia e in altre aree dell’Europa orientale. Le loro idee, probabilmente influenzate da precedenti correnti dualistiche come il Paulicianesimo, mettevano al centro la critica all’ordine ecclesiastico ortodosso. Essi respingevano il culto dei sacramenti e del clero corrotto, opponendovi una concezione radicale del divino: un Dio del bene, creatore del mondo spirituale, contrapposto a un demiurgo malvagio, creatore della materia. Gli esseri umani, a loro avviso, possedevano un’anima divina intrappolata nella corruzione del corpo, ed era solo attraverso la conoscenza spirituale, l’ascesi e la rinuncia alle lusinghe terrene che si poteva ottenere la salvezza. Queste posizioni, altamente sovversive rispetto all’ortodossia del tempo, provocarono la reazione delle autorità religiose e politiche, che considerarono i Bogomili eretici e li perseguitarono, tentando di estirpare le loro idee con repressione e dure condanne.

 

In modo analogo, i Catari si svilupparono nel XII secolo in Occitania, un’area del sud della Francia. Pur operando in un contesto differente, in cui la presenza della Chiesa cattolica era dominante, essi condivisero con i Bogomili un impianto dottrinale dualista. Non è un caso che si ipotizzi la migrazione di alcune idee bogomile verso l’Occidente attraverso missionari e contatti, poiché le somiglianze tra i due movimenti risultano evidenti. Anche per i Catari la materia era intrinsecamente cattiva, e la salvezza consisteva nel liberare l’anima dal corpo e dalle catene di un mondo inferiore creato da un principio malvagio. La loro ascesi era rigorosa, caratterizzata dalla scelta di alcuni membri, i Perfetti, di praticare la castità, la povertà assoluta, l’astinenza dal consumo di carne e il rifiuto di ogni sacramento della Chiesa cattolica, considerata corrotta e legata a poteri mondani. La comunità catara vedeva i Perfetti come guide spirituali, mentre i credenti ordinari sostenevano l’Ordine senza necessariamente aderire a una disciplina così severa. Al centro della vita religiosa catara stava il Consolamentum, un unico rito capace di conferire lo Spirito Santo, spesso somministrato prima della morte, e ritenuto sufficiente per la salvezza dell’anima.

 

Dal punto di vista simbolico e rituale, tanto i Catari quanto i Bogomili si contraddistinguevano per la semplicità dei segni esteriori e per il rifiuto della croce con l’immagine del Cristo sofferente, preferendo segni meno idolatri. La croce catara, spesso priva della figura di Cristo, e la centralità della preghiera del Pater Noster, si univano alla rilevanza data ai Vangeli e alla vita comunitaria vissuta in segretezza e lontano dal potere ecclesiastico, delineando una spiritualità autonoma. Essi non cercavano compromessi con le istituzioni religiose ufficiali, bensì rivendicavano una chiesa puramente spirituale, sganciata da ricchezze, gerarchie e compromessi con l’autorità temporale.

 

Questa radicale opposizione all’ordine costituito non poteva che suscitare la reazione della Chiesa cattolica nel caso dei Catari e di quella ortodossa nel caso dei Bogomili. I primi furono colpiti da Concili che condannarono le loro dottrine, missionari inviati per ricondurli all’ortodossia, e infine dalla Crociata Albigese, lanciata nel 1209 da Papa Innocenzo III, che devastò l’Occitania con assedi e massacri. L’Inquisizione medievale, creata per combattere le eresie, si abbatté duramente sui Catari, estorcendo confessioni attraverso la tortura e giustiziando numerosi sospetti. Lo stesso accadde con i Bogomili, perseguitati dalle autorità civili ed ecclesiastiche che intendevano preservare l’unità dottrinale.

 

Nonostante la soppressione di questi movimenti, le loro idee non scomparvero del tutto. Alcuni temi dualistici, l’ideale di purezza e il richiamo alla riforma spirituale riemergeranno in altri contesti, influenzando gruppi successivi come i Lollardi, gli Hussiti e movimenti esoterici e filosofici che, nei secoli, hanno cercato di liberarsi dalle catene della materia per avvicinarsi a una dimensione più spirituale. I Catari, in particolare, hanno lasciato segni nella memoria storica e culturale: i resti dei castelli occitani come Montségur, le leggende legate al Santo Graal, la riscoperta archeologica e i numerosi studi accademici ne hanno alimentato il mito, rendendoli protagonisti di romanzi, ricerche e  itinerari turistici.

 

In tempi moderni, alcuni gruppi neo-catari hanno tentato di recuperare gli insegnamenti originari per vivere una spiritualità lontana dall’istituzione ecclesiastica, mentre studiosi e appassionati continuano ad interrogarsi sulle origini di queste dottrine, sui loro legami con i Bogomili e sulla portata della loro eredità. Non mancano interpretazioni esoteriche e teorie alternative che vedono nei Catari i custodi di segreti antichi, di reliquie e di alleanze misteriose con altri ordini, come i Templari, generando un alone di fascinazione che supera i confini della storia documentata.

 

La storia dei Catari e dei Bogomili rimane, dunque, un capitolo complesso e ricco di sfumature, in cui la ricerca di una purezza spirituale e la lotta contro la corruzione ecclesiastica si intrecciano con la persecuzione, la censura e la violenza. In essa si rispecchiano le tensioni tra la ricerca individuale della verità e la necessità delle istituzioni di preservare l’unità dottrinale, tra l’anelito ascetico e le strutture di potere, tra le ambizioni di una società più giusta e la durezza della repressione. Il loro lascito, sebbene non più incarnato in comunità organizzate, continua a pulsare nelle riflessioni di chi cerca un rapporto più diretto con il sacro, sottratto alle logiche terrene.

I Misteri Templari

Iniziazione

I Cavalieri Templari, fondati all’inizio del XII secolo come Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, continuano ad esercitare un grande fascino per il loro ruolo nelle Crociate e per il fitto alone di mistero che avvolge le loro pratiche. Pur essendo noti principalmente per le imprese militari e l’influenza economica, furono anche protagonisti di un complesso universo simbolico e rituale che, nel corso dei secoli, ha alimentato leggende su tesori nascosti, conoscenze segrete e una dimensione esoterica tuttora oggetto di dibattito. Il loro percorso storico, l’elaborazione di pratiche religiose e codici di comportamento, nonché l’impronta simbolica lasciata nella memoria collettiva, offrono uno sguardo profondo su un Medioevo in cui la frontiera tra religione, guerra, spiritualità ed esoterismo era molto più sottile di quanto si possa oggi immaginare.

 

L’Ordine nacque intorno al 1119 in Terra Santa, dove un gruppo di cavalieri francesi guidati da Hugues de Payns si propose di proteggere i pellegrini cristiani diretti ai luoghi sacri. Riconosciuti ufficialmente nel 1129 al Concilio di Troyes, i Templari conobbero un rapido sviluppo anche grazie all’appoggio di figure come Bernardo di Chiaravalle e al favore di diversi pontefici. La bolla papale Omne Datum Optimum del 1139 garantì loro privilegi straordinari, rendendoli indipendenti dalle autorità laiche ed episcopali, e ne favorì una crescita vertiginosa. Ricevettero terre, donazioni, castelli e formidabili ricchezze, divenendo allo stesso tempo una forza militare d’élite nelle Crociate e un protagonista finanziario di primo piano in Europa.

 

Le pratiche della vita templare erano codificate da una Regola che i cavalieri condividevano con rigore monastico. Povertà, castità e obbedienza costituivano i pilastri del loro impegno, integrati da un’intensa vita di preghiera, ore canoniche e digiuni. L’addestramento militare si svolgeva in un contesto marcatamente spirituale: la guerra santa contro gli infedeli era concepita non come semplice conflitto politico, ma come lotta al servizio della fede. L’iniziazione di un novizio all’interno dell’Ordine avveniva in una cerimonia privata e solenne, con giuramenti, simboli e gesti che sottolineavano il distacco dal mondo profano e la consacrazione a Dio. Anche la morte dei fratelli era segnata da riti particolari, spesso essenziali, e dalla memoria costante dei defunti nella preghiera comunitaria.

 

L’universo dei Templari era ricco di simboli. La croce rossa patente cucita sul candido mantello del cavaliere non era soltanto un segno distintivo: rappresentava il martirio, il sacrificio, l’impegno nella difesa della cristianità, mentre l’abito bianco evocava purezza e nobiltà spirituale. Il sigillo dell’Ordine, raffigurante due cavalieri su un solo cavallo, alludeva alla povertà condivisa e alla fratellanza. La scelta di insediarsi sul Monte del Tempio a Gerusalemme, considerato l’antico sito del Tempio di Salomone, aveva una valenza non solo storica, ma anche simbolica, poiché quel luogo sacro ricordava il legame tra l’umanità e il divino, la sapienza che trascende i confini della materia e lo slancio spirituale verso una conoscenza superiore. La spada, il cavallo bianco, la numerologia legata alla Trinità e alla perfezione spirituale erano tutti elementi che componevano una complessa trama simbolica. Alcune interpretazioni suggeriscono che i Templari abbiano avuto contatti con tradizioni orientali, in particolare con mistici sufi o con gruppi come gli Assassini ismailiti, potendo così assimilare conoscenze esoteriche, accedere a testi antichi e pratiche alchemiche, e sviluppare una visione in cui la purificazione interiore era considerata altrettanto importante dell’azione esterna.

 

Non mancarono accuse e controversie. Durante i processi che portarono alla loro soppressione, i Templari furono accusati di venerare un idolo chiamato Baphomet, di compiere riti segreti ed eretici. Confessioni estorte con la tortura alimentarono l’immaginario popolare e la speculazione di studiosi e appassionati d’esoterismo. È possibile che alcune di queste accuse si basassero su fraintendimenti, e che Baphomet, se davvero venerato, rappresentasse piuttosto un simbolo di equilibrio tra opposti o una figura allegorica legata alla sapienza nascosta. La leggenda vuole inoltre che i Templari abbiano custodito reliquie e tesori, come la Sacra Sindone o il Santo Graal, il calice simbolo dell’illuminazione spirituale. Sebbene queste ipotesi non trovino conferme storiche, i romanzi medievali e la letteratura successiva hanno alimentato il mito di un Ordine depositario di segreti inaccessibili.

 

I Templari furono associati anche alla costruzione di cattedrali gotiche e all’uso di simboli architettonici connessi alla geometria sacra. La cattedrale era concepita come un libro di pietra in grado di trasmettere conoscenza metafisica attraverso forme, proporzioni e decorazioni. Labirinti, figure scolpite, vetrate policrome, rapporti numerici erano strumenti per comunicare un messaggio spirituale. Nei tempi più recenti, con la diffusione del Massoneria, alcuni gradi dell’esoterismo massonico hanno ripreso e reinterpretato i simboli e le leggende templari. Un esempio emblematico è rappresentato dal Cavaliere Kadosh, trentesimo grado del Rito Scozzese Antico e Accettato che, pur non appartenendo storicamente all’Ordine Templare, ne incarna idealmente lo spirito di difesa della verità, giustizia e conoscenza. Il termine ebraico “kadosh” significa “santo” o “consacrato” e la ritualità di questo grado massonico affronta temi di vendetta simbolica contro l’ingiustizia, di rigenerazione morale e di ascesa spirituale. Attraverso l’uso di immagini come il teschio, la spada fiammeggiante o la scala mistica, si rimanda a un percorso interiore di purificazione e ricerca.

 

La repentina caduta dell’Ordine Templare, decretata dall’arresto simultaneo di molti suoi membri in Francia il 13 ottobre 1307, ebbe motivazioni politiche ed economiche. Il re di Francia, Filippo IV il Bello, indebitato con i Templari, sfruttò l’occasione per eliminare un potere ingombrante e cancellare i propri debiti. Nonostante le accuse di eresia, idolatria e altri reati, molte confessioni furono strappate con la tortura e si conclusero con un drammatico epilogo: l’ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay, venne arso sul rogo nel 1314, una fine che alimentò ulteriormente il mito e il senso di ingiustizia attorno alla storia templare. Dopo la soppressione dell’Ordine, leggende su tesori nascosti e fughe misteriose si diffusero in tutta Europa. Nel tempo si ipotizzò che gruppi di Templari sopravvissuti continuassero a esistere in segreto, tramandando i propri segreti attraverso nuove organizzazioni o ordini spirituali. Alcuni studiosi collegano le tradizioni templari alla nascita della Massoneria, e non è un caso che alcuni gradi massonici rievochino, a livello simbolico, l’esperienza dei Cavalieri del Tempio.

 

La traccia dei Templari non si è dispersa nei meandri della storia. Il loro retaggio esoterico e il loro simbolismo continuano a ispirare movimenti neo-templari, studiosi, artisti, scrittori e registi. La cultura popolare ha fatto dei Templari protagonisti di romanzi, come “Il Codice da Vinci” di Dan Brown, e di film e videogiochi dove storia e fantasia si intrecciano in modo indissolubile. In questo contesto, la figura del Cavaliere Kadosh, pur appartenendo a un orizzonte successivo e diverso, aggiunge uno strato ulteriore all’interpretazione esoterica e morale della cavalleria. I Templari, con il loro sforzo di coniugare guerra, santità, austerità e conoscenza, incarnano il tentativo di trovare un equilibrio tra il mondo materiale e quello spirituale. Se il loro ricordo ha attraversato i secoli, continuando a stimolare domande e ricerche, ciò indica quanto profondamente la loro immagine sia radicata nell’inconscio collettivo, testimonianza di un Medioevo in cui il mistero, la fede, la sete di sapienza e il potere materiale erano strettamente interconnessi.

I Misteri Gnostici

Iniziazione

 

I Misteri gnostici costituiscono una delle più affascinanti e complesse espressioni del pensiero religioso e filosofico dell’antichità. Lo gnosticismo, fiorito tra il I e ​​il III secolo d.C., si presenta come un insieme eterogeneo di correnti accomunate dalla ricerca della gnosi, intesa come conoscenza salvifica e diretta del divino. Questa conoscenza non era soltanto intellettuale, bensì un’esperienza interiore, capace di liberare l’anima dalle catene del mondo materiale. In un’epoca in cui l’Impero Romano costituiva un mosaico di popoli, lingue e credenze, lo gnosticismo si sviluppò come fenomeno spirituale profondamente radicato nel sincretismo del tardo ellenismo, quando le filosofie greche, i culti misterici e le tradizioni religiose orientali convissero e si influenzano reciprocamente.

 

Il pensiero gnostico trasse ispirazione dal platonismo, dal pitagorismo e da altre scuole di pensiero ellenistiche. Al contempo, assorbì suggestioni provenienti dai culti misterici, come quelli di Eleusi o di Mitra, e si confrontò con il patrimonio del giudaismo e del cristianesimo nascente. Alessandria d’Egitto, crocevia di saperi e cultura, fu uno dei centri di elaborazione delle dottrine gnostiche, grazie a figure di spicco come Basilide e Valentino. Anche la Siria, la Palestina e Roma divennero luoghi in cui queste idee trovarono terreno fertile, incontrando e talvolta scontrandosi con altre interpretazioni religiose e filosofiche.

 

Dal punto di vista dottrinale, gli gnostici vedevano l’universo come un teatro di tensione tra due principi fondamentali: da un lato un Dio supremo, ineffabile e completamente buono, oltre ogni definizione e dimora del Pleroma, la pienezza divina; dall’altro un mondo materiale considerato imperfetto o malvagio, derivato da una caduta o da una creazione distorta. Questa creazione inferiore era attribuita a un demiurgo, un’entità divina minore sovente identificata con il Dio veterotestamentario, che, coadiuvato dagli Arconti, governava il mondo materiale impedendo all’anima di riunirsi con il principio supremo. L’essere umano, per gli gnostici, possedeva una scintilla divina intrappolata nella materia: solo attraverso la gnosi, una conoscenza intuitiva e diretta del divino, si poteva risvegliare questa scintilla e tornare alla fonte originaria.

 

Un mito fondante del pensiero gnostico è quello di Sophia, la Saggezza. Sophia, nel tentativo di comprendere il Dio supremo, cade dal Pleroma, generando il mondo materiale per errore o allontanamento. Il ritorno di Sophia alla sua origine simboleggia il processo di redenzione dell’anima umana. Queste narrazioni mitiche sono state tramandate tramite una letteratura vasta e variegata, di cui la scoperta dei Codici di Nag Hammadi nel 1945 rappresenta uno dei momenti più rilevanti. Questi testi, scritti in copto, hanno restituito una molteplicità di Vangeli e trattati gnostici, come il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Filippo e il Vangelo della Verità. Altri testi importanti, come la Pistis Sophia o l’Apocrifo di Giovanni, esplorano le strutture cosmiche dell’universo gnostico, la natura del Demiurgo e il ruolo della conoscenza.

 

Sul piano rituale, i Misteri Gnostici comprendevano pratiche iniziatiche volte a trasmettere la gnosi. Battesimi intesi come immersioni nello spirito, cene sacre come momenti di comunione mistica e la consegna di sigilli e parole di potere permettevano all’iniziato di difendersi dagli Arconti e di avanzare lungo un percorso di liberazione interiore. Le pratiche ascetiche, l’astinenza dal mondo materiale e la focalizzazione sull’etica interiore servivano a purificare l’anima, preparandola all’incontro con la realtà divina. La dimensione simbolica era assai ricca: la luce rappresentava la conoscenza e la presenza di Dio, la scintilla divina indicava l’anima imprigionata nella materia, mentre il serpente, in alcuni contesti, diveniva segno di sapienza e liberazione. Gli eoni, emanazioni divine organizzate in strutture complesse, esprimevano la natura stratificata del Pleroma, e numeri come il trenta, associati agli eoni nel sistema valentiniano, arricchivano l’apparato simbolico del pensiero gnostico.

 

L’interpretazione gnostica delle figure bibliche e la radicale separazione tra il Dio supremo e il Creatore del mondo materiale entrarono presto in conflitto con l’ortodossia cristiana. I Padri della Chiesa come Ireneo di Lione, Tertulliano e Ippolito si opposero aspramente allo gnosticismo, considerandolo un’eresia da confutare. Le differenze dottrinali erano evidenti: Cristo, per gli gnostici, era  un emissario divino che portava la conoscenza, più che un Salvatore incarnato destinato alla croce e alla risurrezione. Il messaggio soteriologico gnostico non si basava sulla fede o sui sacramenti esterni, ma sulla comprensione interiore della verità nascosta.

 

Nonostante il rigetto da parte dell’ortodossia, lo gnosticismo influenzò le correnti successive come il manicheismo, fondato da Mani nel III secolo d.C., che accentuava il dualismo tra luce e tenebre. Analogamente, il catarismo medievale nel sud della Francia recuperò alcuni tratti gnostici nel criticare la Chiesa cattolica e nel proporre una vita ascetica. Le idee gnostiche attraversarono i secoli, comparendo in filigrana nella filosofia di pensatori moderni e nelle pratiche esoteriche contemporanee, ispirando movimenti come la Teosofia e l’Antroposofia. Figure come Carl Jung ne esaminarono i contenuti per comprendere le dinamiche profonde della psiche umana.

 

La riscoperta dei codici gnostici, soprattutto grazie ai manoscritti di Nag Hammadi, ha permesso un riesame diretto della tradizione gnostica senza doverla conoscere esclusivamente attraverso le confutazioni dei suoi oppositori. Studiosi come Hans Jonas ed Elaine Pagels hanno contribuito a una nuova comprensione dei testi gnostici, mettendo in luce la complessità e la ricchezza di questo movimento spirituale. L’interesse moderno per lo gnosticismo ha suscitato riflessioni sul cristianesimo primitivo, sulla pluralità delle interpretazioni del messaggio di Gesù e sul ruolo della conoscenza interiore nella ricerca del sacro.

 

La cultura popolare contemporanea ha talvolta attinto a motivi gnostici, reinterpretandoli in chiave narrativa, simbolica o metaforica. Opere letterarie di successo, come quelle di Dan Brown, e film capaci di creare universi paralleli come “Matrix” mostrano come i temi della conoscenza nascosta, dell’illusione del mondo materiale e della liberazione spirituale continuando ad esercitare un fascino non trascurabile sul pubblico.

 

In ultima analisi, i Misteri Gnostici delineano una visione del cosmo e dell’anima umana in cui la ricerca della gnosi diviene chiave di volta per una comprensione più profonda della realtà. Attraverso l’approfondimento interiore e la consapevolezza della scintilla divina, l’individuo può sperare di riconnettersi con la sorgente originaria del Pleroma. Nonostante le persecuzioni e l’emarginazione, questo complesso e variegato intreccio di miti, dottrine e pratiche continua a esercitare la propria influenza sul pensiero religioso e filosofico, affascinando studiosi, credenti e creativi, e ricordando che la domanda sul rapporto tra materia e spirito, ignoranza e conoscenza, non ha mai cessato di interrogare la mente e il cuore dell’umanità.

I Misteri Egizi

Iniziazione
  1. Origini storiche

1.1. Contesto Storico e Culturale

La civiltà egizia si sviluppò lungo le rive del Nilo a partire dal 3100 a.C. circa, con la fondazione del Primo Regno. La religione egizia era profondamente intrecciata con ogni aspetto della vita quotidiana, dalla politica all’agricoltura, dalla giustizia alla morte.

Caratteristiche fondamentali:

Politeismo: adorazione di un vasto pantheon di divinità, ognuna con ruoli e attributi specifici.

Religione integrata nella società: la religione non era separata dalla vita civile; faraoni, sacerdoti e cittadini comuni partecipavano a rituali e cerimonie.

Credenza nell’aldilà: forte enfasi sulla vita dopo la morte, con pratiche come la mummificazione e la costruzione di tombe elaborate.

1.2. I Misteri come Tradizione Iniziatica

I Misteri Egizi erano sistemi di insegnamenti esoterici riservati a iniziati selezionati, spesso sacerdoti o membri dell’élite. Questi misteri avevano lo scopo di:

Trasmettere conoscenze segrete: comprensione profonda dei miti, dei simboli e delle leggi cosmiche.

Garantire l’immortalità spirituale: attraverso rituali e pratiche che preparavano l’anima per l’aldilà.

Mantenere l’ordine cosmico: assicurando che Maat, il principio di verità e giustizia, fosse preservato.

  1. Principali divinità e miti associati ai Misteri

2.1. Osiride, Iside e Horus

Osiride è una delle figure centrali nei Misteri Egizi. Mito fondamentale:

Mito della morte e resurrezione di Osiride:

Osiride, re dell’Egitto, viene ucciso dal fratello Set e smembrato.

Iside, sua moglie e sorella, raccoglie le parti del corpo di Osiride e, attraverso rituali magici, lo riporta in vita temporaneamente.

Dalla loro unione nasce Horus, che vendica il padre sconfiggendo Set.

Simbolismo:

Osiride: rappresenta la morte e la resurrezione, il ciclo della natura e l’immortalità dell’anima.

Iside: simboleggia la madre divina, la magia e la fedeltà.

Horus: incarna il trionfo del bene sul male, l’ordine sul caos.

2.2. Thoth

Thoth è il dio della saggezza, della scrittura e della magia. È considerato lo scriba degli dèi e colui che ha inventato i geroglifici.

Ruolo nei Misteri:

Mediatore divino: trasmette conoscenze sacre agli esseri umani.

Giudizio delle anime: partecipa alla pesatura del cuore nel Duat (aldilà egizio).

2.3. Anubi

Anubi è il dio dei morti e della mummificazione.

Funzioni:

Guida delle anime: accompagna i defunti nel regno dell’aldilà.

Protezione delle tombe: salvaguarda le sepolture dai profanatori.

  1. Pratiche rituali e iniziazione

3.1. Il Ruolo dei templi e dei sacerdoti

I templi erano centri vitali per i Misteri:

Templi come microcosmi: rappresentavano l’universo in miniatura, con ogni parte simboleggiante aspetti cosmici.

Sacerdoti iniziati: solo i sacerdoti più elevati accedevano alle conoscenze esoteriche e conducevano i rituali segreti.

3.2. Il Processo di iniziazione

L’iniziazione era un percorso rigoroso che includeva:

Prove fisiche e morali: test di coraggio, resistenza e integrità.

Studio dei testi sacri: approfondimento dei miti, dei rituali e dei principi cosmici.

Rituali simbolici: cerimonie che rappresentavano la morte e la rinascita spirituale dell’iniziato.

3.3. Rituali funerari e mummificazione

La preparazione per l’aldilà era centrale nei Misteri:

Mummificazione: processo complesso per preservare il corpo e garantire la sopravvivenza dell’anima.

Libro dei morti: raccolta di incantesimi e formule per guidare il defunto nel Duat.

  1. Simbolismo nei Misteri Egizi

4.1. Simboli principali

Ankh (Croce Ansata): simbolo della vita eterna.

Occhio di Horus (Udjat): rappresenta protezione, guarigione e integrità.

Scarabèo: simboleggia la rigenerazione e la resurrezione.

4.2. Numerologia e geometria sacra

Numero 42: associato alle leggi di Maat e ai giudici nell’aldilà.

Piramidi e obelischi: strutture costruite seguendo precise proporzioni matematiche, riflettendo l’ordine cosmico.

4.3. Il Colore nei simboli

Oro: rappresenta l’eternità e l’incorruttibilità.

Nero: simboleggia la fertilità del Nilo e la rigenerazione.

Rosso: associato al deserto, al caos e al dio Set.

  1. Il Ruolo della magia e dell’alchimia

5.1. Heka: la forza magica

Heka era il concetto di magia come forza universale:

Strumento divino: usata dagli dèi per creare e mantenere l’ordine.

Praticata dai sacerdoti: attraverso incantesimi, amuleti e rituali per influenzare il mondo visibile e invisibile.

5.2. Alchimia Egizia

Trasmutazione spirituale: L’alchimia non era solo fisica ma rappresentava la trasformazione dell’anima.

Simbologia alchemica: uso di simboli e processi alchemici nei rituali iniziatici.

  1. Influenza dei Misteri Egizi su culture successive

6.1. Influenza sull’Ermetismo

Ermete Trismegisto: figura mitica che fonde caratteristiche di Thoth e Hermes; i testi ermetici traggono ispirazione dalla sapienza egizia.

Corpus Hermeticum: scritti che incorporano concetti egizi di cosmologia e teologia.

6.2. Connessioni con i Misteri Greci e Romani

Misteri di Eleusi: possibili influenze egizie nei rituali di morte e rinascita associati a Demetra e Persefone.

Sincretismo religioso: adattamento delle divinità egizie nel pantheon greco-romano, come Iside e Serapide.

6.3. Impatto sull’Esoterismo Occidentale

Massoneria e Rosacroce: Incorporazione di simboli e concetti egizi nei rituali e negli insegnamenti.

Movimenti New Age: rinnovato interesse per la spiritualità egizia e le sue pratiche.

  1. Archeologia e scoperte moderne

7.1. Decifrazione dei geroglifici

Stele di Rosetta: scoperta nel 1799, ha permesso a Jean-François Champollion di decifrare i geroglifici nel 1822.

Comprensione dei testi sacri: accesso diretto ai testi originali ha ampliato la conoscenza dei Misteri Egizi.

7.2. Scoperte di tombe e templi

Tomba di Tutankhamon: scoperta da Howard Carter nel 1922, ha fornito indicazioni importanti sulle pratiche funerarie e sui rituali.

Templi di Abu Simbel e Karnak: studiati per comprendere l’architettura sacra e i rituali associati.

  1. Interpretazioni moderne e ricerca accademica

8.1. Studi egittologici

Approccio scientifico: analisi storica e archeologica per comprendere la religione egizia nel suo contesto.

Sfide interpretative: comprensione di simboli e concetti che spesso non hanno equivalenti moderni.

8.2. Teorie esoteriche e alternative

Antico astronautismo: teorie che suggeriscono interventi extraterrestri nella costruzione delle piramidi e nello sviluppo dei Misteri.

Interpretazioni simboliche: studio dei Misteri Egizi come metafore universali del percorso spirituale umano.

 

I Misteri Massonici

Iniziazione

Introduzione

La Massoneria è un’istituzione fraterna che ha esercitato un’influenza significativa sulla storia culturale, sociale e politica dell’Occidente. Al centro della sua tradizione si trovano i Misteri Massonici, un complesso sistema di simboli, rituali e insegnamenti morali che mirano alla trasformazione interiore dell’individuo. Questo saggio intende offrire un’analisi approfondita dei Misteri Massonici, esplorando le loro origini storiche, la struttura iniziatica, il ricco simbolismo, i rituali e l’impatto che hanno avuto sulla società nel corso dei secoli.

  1. Origini storiche dei Misteri Massonici

1.1. Le radici nelle corporazioni medievali di muratori

Le origini della Massoneria sono strettamente legate alle corporazioni di muratori operative del Medioevo. Questi artigiani erano responsabili della costruzione di cattedrali, chiese e altri edifici monumentali in tutta Europa. A causa della natura itinerante del loro lavoro e della necessità di proteggere le loro competenze specializzate, svilupparono un sistema di segreti professionali, simboli e rituali che permettevano il riconoscimento reciproco e garantivano la qualità del lavoro.

Caratteristiche delle corporazioni medievali:

Gradi di apprendistato: la struttura gerarchica includeva apprendisti, compagni e maestri.

Logge operative: luoghi fisici dove i muratori si riunivano per discutere dei progetti e trasmettere conoscenze.

Simbolismo degli strumenti: gli strumenti del mestiere, come la squadra e il compasso, avevano anche significati morali e filosofici.

1.2. La transizione alla Massoneria Speculativa

Nel XVII secolo, le corporazioni di muratori iniziarono ad ammettere membri non operativi, spesso nobili, intellettuali e uomini di cultura interessati agli aspetti filosofici ed esoterici dell’arte muratoria. Questa inclusione portò alla Massoneria Speculativa, che utilizzava i simboli e i rituali delle corporazioni operative come metafore per insegnamenti morali e spirituali.

Fattori chiave nella transizione:

Declino dei grandi progetti edilizi: ridusse l’importanza delle corporazioni operative.

Interesse per l’esoterismo: movimenti come l’ermetismo e il rosacrocianesimo influenzarono le logge.

Integrazione di concetti filosofici: la Massoneria divenne un veicolo per discutere idee legate all’Illuminismo.

1.3. La Fondazione della Gran Loggia di Londra nel 1717

Il 24 giugno 1717, quattro logge londinesi si riunirono presso la taverna “Goose and Gridiron” per formare la Gran Loggia di Londra, considerata la nascita formale della Massoneria moderna. Questa organizzazione stabilì regole comuni, strutture gerarchiche e rituali standardizzati.

Importanza della Gran Loggia:

Uniformità rituale: stabilì rituali comuni per le logge aderenti.

Pubblicazione delle Costituzioni: nel 1723, James Anderson pubblicò le “Costituzioni dei Liberi Muratori”, che codificarono i principi e le leggende massoniche.

Espansione internazionale: la Gran Loggia facilitò la diffusione della Massoneria in Europa e nelle Americhe.

  1. Struttura iniziatica dei Misteri Massonici

2.1. I tre gradi della Massoneria Azzurra

La base della struttura massonica è costituita dai tre gradi della Massoneria Azzurra o Loggia Blu, ognuno dei quali rappresenta una fase nel percorso di crescita morale e spirituale dell’iniziato.

2.1.1. Apprendista

Simbolismo: l’Apprendista è paragonato a una pietra grezza che deve essere lavorata per diventare perfetta.

Obiettivi: introduzione ai principi fondamentali della Massoneria, come l’etica, la moralità e l’importanza della conoscenza di sé.

Rituali: il candidato viene bendato per rappresentare l’ignoranza e viene guidato attraverso una serie di prove simboliche.

2.1.2. Compagno d’Arte

Simbolismo: rappresenta la fase intermedia in cui l’iniziato affina le sue abilità e approfondisce la comprensione dei misteri.

Obiettivi: sviluppare la conoscenza delle scienze e delle arti liberali, in particolare la geometria.

Rituali: introduzione a simboli più complessi e partecipazione attiva ai lavori di loggia.

2.1.3. Maestro Massone

Simbolismo: la perfezione spirituale e morale, simboleggiata dalla pietra cubica.

Leggenda di Hiram Abif: il rituale centrale del grado di Maestro, che narra la morte e resurrezione simbolica dell’architetto del Tempio di Salomone.

Obiettivi: incoraggiare la riflessione sulla mortalità, l’integrità e la ricerca della verità.

2.2. Gradi superiori e Riti Massonici

Oltre alla Massoneria Azzurra, esistono vari Riti che offrono gradi superiori e approfondimenti ulteriori sui misteri massonici.

2.2.1. Rito Scozzese Antico e Accettato

Gradi: comprende 33 gradi, ognuno con simboli e insegnamenti specifici.

Temi: esplora argomenti come la filosofia, l’etica, la storia e l’esoterismo.

Struttura: organizzato in consigli, capitoli, areopaghi e concistori.

2.2.2. Rito di York

Gradi: include gradi come il Mark Master, il Past Master e il Royal Arch.

Focalizzazione: approfondisce la leggenda del Tempio di Salomone e i simboli biblici.

2.2.3. Rito Egizio

Caratteristiche: integra elementi dell’ermetismo e dell’alchimia.

Obiettivi: promuovere la conoscenza esoterica e la trasformazione interiore.

  1. Simbolismo nei Misteri Massonici

Il simbolismo è fondamentale nella Massoneria, utilizzato per trasmettere insegnamenti morali e filosofici in modo allegorico.

3.1. Simboli fondamentali

3.1.1. Squadra e Compasso

Squadra: simboleggia la rettitudine morale e l’onestà.

Compasso: rappresenta la moderazione e la capacità di tracciare i confini delle proprie azioni.

3.1.2. Lettera “G”

Significati: può rappresentare “God” (Dio), “Geometry” (Geometria) o “Gnosis” (Conoscenza).

Interpretazione: indica la centralità della divinità e della conoscenza nell’ordine massonico.

3.1.3. Il Pavimento a Scacchi

Simbolismo: rappresenta la dualità dell’esistenza, il bene e il male, la luce e l’oscurità.

Uso rituale: è il pavimento delle logge, su cui si svolgono i rituali.

3.2. Simbolismo del Tempio di Salomone

Il Tempio di Salomone è una metafora centrale nella Massoneria, simboleggiando il corpo umano e il percorso di perfezionamento.

Le Due Colonne (Jachin e Boaz): simboleggiano la forza e la stabilità, posti all’ingresso della loggia.

La Camera di Mezzo: luogo simbolico dove i Maestri Massoni ricevono i loro salari; rappresenta l’illuminazione.

3.3. Altri simboli importanti

La Livella: indica l’uguaglianza tra gli uomini.

Il Filo a Piombo: simboleggia la ricerca della giustizia e dell’equilibrio interiore.

La Spada Fiammeggiante: rappresenta la difesa della verità e la lotta contro l’ignoranza.

  1. Rituali e pratiche dei Misteri Massonici

4.1. Il Rituale di Iniziazione dell’Apprendista

Preparazione: il candidato è privato di oggetti metallici, rappresentando la purezza d’intenti.

Prove: attraversa tre viaggi simbolici, ciascuno rappresentante una diversa sfida morale.

Giuramento: pronuncia un giuramento di segretezza e impegno verso gli ideali massonici.

Conferimento della Luce: il momento in cui viene rimosso il bendaggio, simboleggiando l’illuminazione.

4.2. Il Rituale del Compagno d’Arte

Simbolismo geometrico: approfondimento della conoscenza della geometria e delle arti liberali.

Viaggi aggiuntivi: ulteriori prove che rappresentano la maturazione spirituale.

Segni e Toccamenti: il candidato apprende nuovi modi di riconoscimento tra massoni.

4.3. Il Rituale del Maestro Massone

Leggenda di Hiram Abif: drammatizzazione della morte e resurrezione simbolica del maestro architetto.

Morte simbolica: il candidato sperimenta una morte rituale, rappresentando l’abbandono del sé profano.

Rinascita: simboleggia la rinascita a una nuova vita di saggezza e comprensione.

4.4. Rituali di Loggia

Apertura e chiusura: contraddistinti da formule rituali precise.

Lavoro rituale: discussione di argomenti filosofici, morali ed esoterici.

Catena d’Unione: un gesto simbolico di fratellanza e unità tra i membri.

  1. Filosofia e insegnamenti morali

5.1. Principi fondamentali

Fratellanza universale: promuove l’idea che tutti gli uomini sono fratelli, al di là di differenze sociali, religiose o culturali.

Tolleranza e libertà di pensiero: incoraggia il rispetto delle opinioni altrui e la ricerca personale della verità.

Moralità e virtù: sottolinea l’importanza dell’integrità, dell’onestà, della giustizia e della carità.

5.2. Il concetto di “Grande Architetto dell’Universo”

Universalità: un termine che permette ai membri di diverse fedi di riconoscere un principio creativo superiore.

Non dogmaticità: la Massoneria non impone una specifica dottrina religiosa, lasciando al singolo la libertà di interpretazione.

5.3. L’uomo come costruttore di sé stesso

Autoperfezionamento: l’idea che attraverso il lavoro su se stessi, gli individui possono raggiungere la perfezione morale e spirituale.

Simbolismo della costruzione: l’uso della metafora del costruttore che edifica il proprio tempio interiore.

  1. Influenza storica e culturale dei Misteri Massonici

6.1. Massoneria e illuminismo

Diffusione delle Idee illuministe: la Massoneria fu un veicolo per la diffusione di idee di razionalismo, progresso e libertà.

Salotti intellettuali: le logge fungevano da luoghi di incontro per intellettuali, scienziati e filosofi.

6.2. Ruolo nelle rivoluzioni

6.2.1. Rivoluzione americana

Padri fondatori: molti erano massoni, tra cui George Washington, Benjamin Franklin e Paul Revere.

Principi massonici: ideali come libertà, uguaglianza e democrazia influenzarono la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione.

6.2.2. Rivoluzione francese

Partecipazione di massoni: diverse figure chiave, come Mirabeau e Lafayette, erano membri della Massoneria.

Ideali illuministi: la spinta verso l’abolizione dei privilegi e l’uguaglianza sociale rifletteva principi massonici.

6.3. Influenza sulle arti e le scienze

Musica: compositori come Wolfgang Amadeus Mozart incorporarono simboli massonici nelle loro opere, ad esempio “Il Flauto Magico”.

Letteratura: scrittori come Johann Wolfgang von Goethe e Rudyard Kipling erano massoni e rifletterono temi massonici nelle loro opere.

Architettura: edifici e monumenti con simboli massonici, come il Campidoglio degli Stati Uniti.

6.4. Massoneria e società segrete

Rosacroce e Illuminati: alcune società segrete condividevano membri e influenze con la Massoneria.

Teorie del complotto: la segretezza e l’influenza massonica hanno alimentato numerose teorie cospirative, spesso prive di fondamento.

  1. Critiche, opposizioni e risposte

7.1. Condanne religiose

Chiesa Cattolica: ha emesso diverse bolle papali contro la Massoneria, a partire da “In eminenti” di Papa Clemente XII nel 1738.

Motivazioni: accuse di relativismo religioso, segretezza e potenziale influenza politica.

7.2. Regimi totalitari

Nazismo e fascismo: entrambi i regimi hanno perseguitato i massoni, vedendoli come una minaccia al loro controllo.

Confisca di beni: logge furono chiuse e i loro beni sequestrati.

7.3. Risposta della Massoneria

Difesa dei principi: la Massoneria ha sempre sostenuto di promuovere valori universali come la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza.

  1. La Massoneria nel mondo contemporaneo

8.1. Evoluzione e modernizzazione

Inclusione: alcune obbedienze hanno iniziato ad ammettere donne (Massoneria mista) o hanno ordini femminili paralleli.

Impegno sociale: continuano le attività filantropiche, come il sostegno a ospedali, borse di studio e opere caritative.

8.2. Sfide attuali

Percezione pubblica: combattere stereotipi e pregiudizi persistenti.

Rilevanza: adattarsi ai cambiamenti sociali e tecnologici del XXI secolo.

8.3. Massoneria e globalizzazione

Espansione internazionale: presenza di logge in tutto il mondo, con scambi interculturali.

Dialogo interreligioso: promozione della comprensione tra diverse tradizioni spirituali.

Conclusione

I Misteri Massonici rappresentano un patrimonio di simboli, rituali e insegnamenti che hanno attraversato i secoli, influenzando profondamente la cultura occidentale. La Massoneria offre un percorso di crescita personale basato sull’autoperfezionamento, l’etica e la ricerca della verità. Nonostante le sfide e le critiche, continua a essere una presenza significativa nel mondo contemporaneo, adattandosi e rinnovandosi pur mantenendo i suoi principi fondamentali. Comprendere i Misteri Massonici significa esplorare non solo una tradizione esoterica, ma anche una parte importante della storia e del pensiero umano.

 

I Misteri Ebraici

Iniziazione

Introduzione

 

L’ebraismo, una delle più antiche religioni monoteistiche del mondo, è ricco di tradizioni, insegnamenti e pratiche che hanno plasmato la spiritualità e la cultura di milioni di persone nel corso dei millenni. Oltre alle leggi, alle storie e alle pratiche rituali ben note, esiste una dimensione più profonda e nascosta: i misteri ebraici. Questi misteri si riferiscono alla tradizione mistica ed esoterica dell’ebraismo, conosciuta come Kabbalah. La Kabbalah esplora gli aspetti nascosti della Divinità, della creazione e dell’anima umana, offrendo un percorso di conoscenza e illuminazione spirituale.

Questo lavoro si propone di esplorare i misteri dell’ebraismo, analizzando le origini e lo sviluppo della Kabbalah, i suoi principi fondamentali, le pratiche associate e l’influenza che ha esercitato sulla cultura e la spiritualità sia all’interno che al di fuori della comunità ebraica.

 

  1. Origini e sviluppo storico della mistica ebraica

1.1 Radici antiche

La ricerca di una comprensione più profonda del Divino e della realtà è presente nell’ebraismo fin dalle sue origini. Elementi mistici possono essere rintracciati nei testi biblici stessi, come nelle visioni profetiche di Isaia ed Ezechiele, che descrivono incontri con il Divino attraverso simboli e immagini potenti.

 

1.2 Periodo del Secondo Tempio

Durante il periodo del Secondo Tempio (516 a.C. – 70 d.C.), si svilupparono varie correnti di pensiero mistico e apocalittico. Testi come il Libro di Enoch e i Rotoli del Mar Morto contengono elementi esoterici e cosmologici che prefigurano sviluppi successivi nella mistica ebraica.

 

1.3 La Merkabah e la Mistica del Carro

Tra il II e il X secolo d.C., si sviluppò la mistica della Merkabah (Carro Celeste), basata sulla visione del profeta Ezechiele del trono di Dio trasportato da un carro celeste. I mistici della Merkabah cercavano di sperimentare estasi spirituali e visioni del Divino attraverso meditazioni profonde e pratiche ascetiche.

 

1.4 La Kabbalah medievale

 

La Kabbalah come tradizione mistica sistematizzata emerse nel XII e XIII secolo in Spagna e in Provenza. Questa tradizione si sviluppò attraverso l’opera di mistici e studiosi che cercarono di comprendere la natura di Dio, della creazione e dell’anima attraverso studi esoterici della Torah.

 

  1. La Kabbalah: significato e principi fondamentali

 

2.1 Etimologia e significato

Il termine Kabbalah deriva dall’ebraico קַבָּלָה (qabbalah), che significa “ricezione” o “tradizione”. Indica la conoscenza esoterica ricevuta attraverso una catena di trasmissione ininterrotta dai maestri ai discepoli.

2.2 L’Infinito Divino (Ein Sof)

Al centro della Kabbalah c’è il concetto di Ein Sof (“Senza Fine”), che rappresenta l’infinita e incomprensibile essenza di Dio. Ein Sof è oltre ogni comprensione umana e non può essere descritto attraverso attributi positivi.

 

2.3 Le Sephirot: l’Albero della Vita

Le Sephirot sono dieci emanazioni o attributi divini attraverso i quali Ein Sof si manifesta e interagisce con il mondo. Queste emanazioni formano l’Albero della Vita, una struttura simbolica che rappresenta la mappa cosmica della realtà e il percorso di ritorno dell’anima verso Dio.

Le dieci Sephirot sono:

Keter (Corona)

Chokhmah (Saggezza)

Binah (Comprensione)

Chesed (Amore)

Gevurah (Forza)

Tiferet (Bellezza)

Netzach (Eternità)

Hod (Splendore)

Yesod (Fondamento)

Malkhut (Regno)

 

2.4 Tzimtzum: La Contrazione Divina

 

Per creare il mondo, Ein Sof ha dovuto ritirare parte della Sua infinita luce, in un processo chiamato Tzimtzum (contrazione). Questo ha permesso l’esistenza di uno spazio in cui il mondo potesse esistere indipendentemente, ma ha anche introdotto la possibilità del male e dell’imperfezione.

 

2.5 Shevirat ha-Kelim: La frantumazione dei vasi

Durante il processo di creazione, i vasi che dovevano contenere la luce divina non hanno retto, portando alla frantumazione dei vasi. Questo evento cosmico ha sparso scintille divine nella realtà materiale, che devono essere recuperate attraverso le azioni umane.

 

2.6 Tikkun Olam: ra riparazione del mondo

 

Il concetto di Tikkun Olam (“riparazione del mondo”) è centrale nella Kabbalah. Gli esseri umani hanno il compito di recuperare le scintille divine attraverso azioni etiche, preghiere e osservanza dei comandamenti, contribuendo a ristabilire l’armonia cosmica.

 

  1. Testi fondamentali della Kabbalah

 

3.1 Sefer Yetzirah (il libro della formazione)

 

Uno dei testi più antichi della Kabbalah, attribuito tradizionalmente al patriarca Abramo. Il Sefer Yetzirah esplora la creazione del mondo attraverso le lettere dell’alfabeto ebraico e le Sefirot.

 

3.2 Sefer ha-Bahir (il libro della chiarezza)

 

Comparso nel XII secolo, il Sefer ha-Bahir introduce molti concetti fondamentali della Kabbalah, tra cui le Sefirot e l’importanza della luce come metafora della Divinità.

 

3.3 Il Zohar (libro dello splendore)

 

Il Zohar è l’opera principale della Kabbalah, attribuita al rabbino Shimon bar Yochai del II secolo, ma probabilmente scritta nel XIII secolo da Moshe de León in Spagna. Il Zohar è una raccolta di commentari esoterici sulla Torah, che esplorano i misteri divini, cosmologici e psicologici.

 

  1. Pratiche e obiettivi della Kabbalah

 

4.1 Studio e meditazione

Lo studio dei testi kabbalistici è una pratica fondamentale. Attraverso la meditazione sulle lettere e le parole della Torah, i Kabbalisti cercano di cogliere i significati nascosti e di connettersi con il Divino.

 

4.2 Preghiera e intenzioni (Kavanot)

La preghiera è accompagnata da kavanot, intenzioni specifiche che orientano il cuore e la mente verso scopi spirituali elevati. Questo rende la preghiera un atto di unione con le Sefirot e di partecipazione al Tikkun Olam.

 

4.3 Osservanza dei Mitzvot

 

L’osservanza dei comandamenti (Mitzvot) non è solo un obbligo legale, ma una forma di servizio divino che contribuisce alla riparazione del mondo e al riavvicinamento con Dio.

 

4.4 Ascetismo e pratiche mistico-magiche

Alcuni Kabbalisti adottavano pratiche ascetiche, digiuni e ritiri spirituali per purificare l’anima. Alcuni testi descrivono anche pratiche mistico-magiche, come l’uso di amuleti e formule per influenzare il mondo spirituale.

 

  1. Correnti e figure chiave nella storia della Kabbalah

 

5.1 Isaac Luria (1534-1572) e la Kabbalah Lurianica

Conosciuto come Ari (il Leone), Isaac Luria fu uno dei più influenti Kabbalisti. Stabilitosi a Safed, in Galilea, elaborò una nuova interpretazione della Kabbalah che enfatizzava i concetti di Tzimtzum, Shevirat ha-Kelim e Tikkun Olam. La Kabbalah Lurianica divenne la base per molte pratiche kabbalistiche successive.

 

5.2 Sabbatai Zevi (1626-1676) e il Sabbatianesimo

 

Sabbatai Zevi fu un Kabbalista che si autoproclamò Messia, generando un movimento messianico che si diffuse ampiamente prima del suo declino dopo la sua conversione forzata all’Islam. Questo evento ebbe un impatto significativo sulla comunità ebraica e sulla percezione della Kabbalah.

 

5.3 Il Chassidismo

Nel XVIII secolo, il Chassidismo emerse nell’Europa orientale come movimento che combinava la Kabbalah con un’enfasi sull’entusiasmo religioso, la gioia e la devozione personale. Fondato da Baal Shem Tov, il Chassidismo rese accessibili alcuni aspetti della Kabbalah alle masse, enfatizzando l’importanza dell’esperienza religiosa diretta.

  1. Influenza della Kabbalah sulla Cultura e la Spiritualità

 

6.1 Influenza sull’ebraismo tradizionale

La Kabbalah ha influenzato profondamente la liturgia, le pratiche rituali e la teologia ebraica. Molti concetti kabbalistici sono stati integrati nell’osservanza quotidiana e nelle festività.

6.2 Influenza sul pensiero occidentale

A partire dal Rinascimento, studiosi cristiani come Pico della Mirandola iniziarono a studiare la Kabbalah, vedendola come una fonte di saggezza esoterica che poteva essere integrata nella filosofia e nella teologia cristiana. La Kabbalah ha influenzato anche movimenti esoterici come l’Ermetismo, la Massoneria e l’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata.

 

6.3 La Kabbalah nella cultura contemporanea

Negli ultimi decenni, c’è stato un rinnovato interesse per la Kabbalah anche al di fuori della comunità ebraica, con centri e istituti dedicati al suo studio. Tuttavia, questo ha sollevato dibattiti sulla legittimità e l’appropriazione delle tradizioni esoteriche ebraiche.

 

  1. Segretezza e Accessibilità dei Misteri Kabbalistici

 

7.1 Tradizione di segretezza

Tradizionalmente, lo studio della Kabbalah era riservato a uomini ebrei maturi, sopra i 40 anni, che avevano una solida conoscenza della Torah e del Talmud. Questa restrizione mirava a garantire che gli insegnamenti esoterici fossero compresi correttamente e non fraintesi o abusati.

7.2 Apertura progressiva

Nel corso dei secoli, alcuni Kabbalisti hanno sostenuto l’importanza di rendere la Kabbalah più accessibile, specialmente in tempi di crisi spirituale. Movimenti come il Chassidismo hanno contribuito a diffondere aspetti della Kabbalah tra le masse.

 

7.3 Dibattiti Contemporanei

Oggi, la diffusione della Kabbalah attraverso libri, corsi e media solleva questioni sulla preservazione dell’integrità degli insegnamenti e sul rispetto delle tradizioni. Alcuni ritengono che la Kabbalah debba rimanere un insegnamento esoterico, mentre altri promuovono un approccio più inclusivo.

 

  1. La Kabbalah e la psicologia dell’anima

 

8.1 Struttura dell’anima

La Kabbalah descrive l’anima umana come composta da diversi livelli:

Nefesh: l’anima vitale, associata alle funzioni corporee.

Ruach: lo spirito, sede delle emozioni e della moralità.

Neshamah: l’anima divina, che consente la comprensione intellettuale.

Chayah e Yechidah: livelli superiori, che rappresentano l’unione con il Divino.

 

8.2 Percorso di elevazione spirituale

 

Attraverso le pratiche spirituali, l’individuo può elevare la propria anima, passando dai livelli inferiori a quelli superiori, avvicinandosi sempre più a Dio.

 

8.3 Simbolismo dei sogni e delle visioni

 

I Kabbalisti attribuiscono grande importanza ai sogni e alle visioni come mezzi attraverso i quali l’anima può ricevere rivelazioni e intuizioni divine.

 

  1. La Kabbalah nella pratica contemporanea

 

9.1 Applicazioni spirituali

 

Molti cercano nella Kabbalah una guida per la crescita personale, la comprensione di sé e la connessione con il divino. Le pratiche meditative e contemplative sono adattate alle esigenze moderne.

 

9.2 Influenza sulla musica e le arti

 

La Kabbalah ha ispirato artisti, musicisti e scrittori, che hanno incorporato simboli e concetti kabbalistici nelle loro opere, contribuendo alla diffusione della sua estetica e dei suoi temi.

 

9.3 Sfide e opportunità

 

La globalizzazione e l’interesse per le spiritualità alternative presentano sia opportunità che sfide per la Kabbalah. È importante bilanciare l’accessibilità con la profondità e il rispetto per la tradizione.

 

Conclusione

 

I misteri ebraici rappresentano un tesoro di saggezza spirituale che ha arricchito l’ebraismo e ha influenzato profondamente la cultura e il pensiero occidentale. La Kabbalah offre una visione profonda e complessa della realtà, in cui il Divino, l’universo e l’essere umano sono intrecciati in un tessuto di significato e scopo.

Attraverso lo studio e la pratica della Kabbalah, gli individui cercano di comprendere i misteri della creazione, di realizzare la propria natura divina e di contribuire alla riparazione del mondo. In un’epoca di ricerca spirituale e di connessione globale, i misteri ebraici continuano a ispirare e a guidare coloro che cercano una comprensione più profonda dell’esistenza.

 

Nota finale

 

La comprensione dei misteri ebraici richiede uno studio attento e rispettoso delle tradizioni e dei testi sacri. La Kabbalah non è solo una filosofia o una serie di pratiche, ma un percorso di trasformazione che coinvolge l’intera persona. In un mondo in cui la ricerca di significato è più urgente che mai, i misteri ebraici offrono una via per esplorare le profondità dell’anima e per connettersi con il Divino in modo autentico e significativo.

 

 

 

 

 

 

I Misteri dei Rosacroce

Iniziazione

Introduzione

I Misteri dei Rosacroce rappresentano una delle tradizioni esoteriche più affascinanti e misteriose della storia occidentale. Emergendo all’inizio del XVII secolo attraverso una serie di manifesti anonimi, i Rosacroce hanno influenzato profondamente la filosofia, la scienza, la religione e le arti. Questo saggio approfondito esplorerà le origini storiche dei Rosacroce, il loro simbolismo, le dottrine e gli insegnamenti centrali, nonché l’impatto culturale e l’eredità che hanno lasciato fino ai giorni nostri.

 

  1. Origini Storiche dei Rosacroce

1.1. I Manifesti Fondativi

Le prime menzioni pubbliche dei Rosacroce avvennero attraverso tre manifesti pubblicati in Germania tra il 1614 e il 1616:

1.1.1. Fama Fraternitatis (1614)

La Fama Fraternitatis annunciava l’esistenza di una società segreta di sapienti, la Fraternità dei Rosacroce, fondata da un misterioso personaggio chiamato Christian Rosenkreuz. Il testo narra il viaggio di Rosenkreuz in Medio Oriente, dove avrebbe acquisito conoscenze esoteriche e scientifiche che intendeva condividere per il bene dell’umanità. La Fama esortava gli studiosi e i filosofi a unirsi alla Fraternità per promuovere una riforma universale.

 

1.1.2. Confessio Fraternitatis (1615)

La Confessio Fraternitatis approfondisce gli obiettivi della Fraternità, sottolineando la necessità di una rigenerazione spirituale e morale dell’Europa. Critica la corruzione delle istituzioni religiose e scientifiche, proponendo un ritorno a una conoscenza pura e illuminata.

 

1.1.3. Chymische Hochzeit Christiani Rosencreutz (1616)

La Chymische Hochzeit (Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz) è un’opera allegorica che descrive un viaggio iniziatico attraverso sette giorni di prove e rivelazioni. Ricca di simbolismo alchemico e mistico, l’opera rappresenta il processo di trasformazione interiore dell’individuo verso l’illuminazione.

 

1.2. La Figura di Christian Rosenkreuz

Christian Rosenkreuz, il leggendario fondatore dell’ordine, è una figura avvolta nel mito. Secondo i manifesti, nacque nel 1378 in Germania e, dopo aver viaggiato per il Medio Oriente, tornò in Europa per fondare la Fraternità. La sua tomba, scoperta 120 anni dopo la sua morte, conteneva testi esoterici che sarebbero diventati la base degli insegnamenti rosacrociani. Tuttavia, molti storici ritengono che Rosenkreuz sia una figura simbolica, creata per rappresentare l’ideale dell’uomo illuminato.

1.3. Contesto Storico e culturale

Il periodo di pubblicazione dei manifesti rosacrociani fu caratterizzato da profonde trasformazioni:

La Riforma protestante aveva scosso le fondamenta religiose dell’Europa, creando tensioni tra cattolici e protestanti.

La rivoluzione scientifica stava emergendo, con scoperte che mettevano in discussione le concezioni tradizionali del mondo.

L’umanesimo rinascimentale promuoveva un ritorno alle fonti classiche e una valorizzazione dell’individuo.

In questo contesto, i manifesti rosacrociani si presentavano come un appello a una riforma globale, combinando scienza, religione e filosofia per creare una nuova era di illuminazione.

 

  1. Simbolismo dei Rosacroce

Il simbolismo svolge un ruolo centrale nei Misteri dei Rosacroce, utilizzato per trasmettere insegnamenti profondi attraverso immagini e allegorie.

2.1. La Rosa e la Croce

Il simbolo della Rosa-Croce è il più rappresentativo dell’ordine:

La Croce simboleggiava il corpo fisico, la materia, la sofferenza e l’esperienza terrena.

La Rosa rappresenta l’anima, la spiritualità, la purezza e l’illuminazione.

L’unione della rosa con la croce indica la fusione tra il divino e l’umano, il processo di trasformazione interiore attraverso il quale l’individuo può raggiungere l’illuminazione.

2.2. Simbolismo alchemico

L’alchimia è fondamentale nei Misteri rosacrociani:

La Pietra Filosofale: simbolo della perfezione spirituale e della trasmutazione dell’anima.

Le tre fasi alchemiche:

Nigredo (Opera al Nero): purificazione attraverso la decomposizione delle impurità interiori.

Albedo (Opera al Bianco): illuminazione e rinascita spirituale.

Rubedo (Opera al Rosso): unione con il divino e raggiungimento della perfezione.

2.3. Influenze cabalistiche e ermetiche

I Rosacroce integrano elementi della Cabala e dell’ermetismo:

 

L’Albero della Vita: mappa simbolica dell’universo e del percorso dell’anima verso Dio.

Lettere e Numeri sacri: uso della gematria per interpretare i testi sacri e scoprire significati nascosti.

Principi ermetici: come “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso”, indicando la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo.

  1. Dottrine e insegnamenti dei Rosacroce

3.1. La trasformazione interiore

Al cuore degli insegnamenti rosacrociani vi è la trasformazione spirituale dell’individuo:

Conoscenza di sé: l’autocoscienza è il primo passo verso l’illuminazione.

Purificazione morale: abbandonare vizi e debolezze per raggiungere una vita virtuosa.

Unione con il divino: attraverso la meditazione e la contemplazione, l’anima si avvicina a Dio.

3.2. L’armonia tra scienza e spiritualità

I Rosacroce promuovono una visione integrata del sapere:

Scienza sacra: la ricerca scientifica è un mezzo per comprendere le leggi divine dell’universo.

Medicina e guarigione: l’uso di conoscenze erboristiche e alchemiche per curare il corpo e l’anima.

Astrologia e astronomia: studio degli astri come chiave per comprendere l’influenza cosmica sull’uomo.

3.3. La riforma dell’umanità

La Fraternità si proponeva di riformare la società:

Rigenerazione morale: combattere la corruzione e promuovere valori etici.

Educazione universale: diffondere la conoscenza per elevare l’umanità.

Pace e armonia: superare le divisioni religiose e politiche attraverso la comprensione spirituale.

  1. Pratiche e rituali rosacrociani

4.1. Iniziazione e gradi

L’accesso alla Fraternità Rosacrociana avveniva attraverso un percorso iniziatico:

Prove simboliche: test di coraggio, saggezza e integrità morale.

Gradi di conoscenza: progressione attraverso livelli successivi di comprensione esoterica.

Segretezza: l’identità dei membri e le pratiche interne erano mantenute riservate.

4.2. Meditazione e contemplazione

La pratica spirituale era essenziale:

 

Meditazione sui simboli: concentrazione su simboli come la rosa e la croce per accedere a stati superiori di coscienza.

Preghiere e invocazioni: richieste di guida e illuminazione al divino.

Rituali alchemici: simbolici processi di trasformazione interiore.

4.3. Studio e ricerca

I membri erano incoraggiati a sviluppare la conoscenza:

Lettura di testi esoterici: approfondimento di opere alchemiche, cabalistiche ed ermetiche.

Ricerca scientifica: esplorazione delle scienze naturali come via per comprendere l’universo.

  1. Influenza storica e culturale dei Rosacroce

5.1. Impatto sulla filosofia e sulla scienza

I Rosacroce hanno influenzato pensatori e scienziati:

René Descartes: alcuni suggeriscono che la sua ricerca della verità e del metodo scientifico sia stata influenzata dall’ideale rosacrociano.

Robert Fludd: medico e mistico inglese, combinò scienza ed esoterismo in opere che riflettevano gli ideali rosacrociani.

Isaac Newton: sebbene non vi siano prove dirette della sua appartenenza, i suoi interessi per l’alchimia e la teologia naturale mostrano affinità con il pensiero rosacrociano.

5.2. Influenze sull’Arte e la Letteratura

Johann Wolfgang von Goethe: il suo romanzo “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister” contiene temi rosacrociani.

William Shakespeare: alcuni studiosi ipotizzano che opere come “La Tempesta” contengano simbolismi legati ai Rosacroce.

Alchimia artistica: artisti come Hieronymus Bosch e Albrecht Dürer hanno incorporato simboli esoterici nelle loro opere.

5.3. Connessioni con Altre Tradizioni Esoteriche

Massoneria: numerosi rituali e simboli massonici mostrano influenze rosacrociane.

Ordine Ermetico della Golden Dawn: fondato nel XIX secolo, combinava insegnamenti rosacrociani con cabala e magia cerimoniale.

Movimenti New Age: concetti come la trasformazione interiore e l’unità cosmica hanno radici nelle dottrine rosacrociane.

  1. I Rosacroce nella modernità

6.1. Ordini rosacrociani contemporanei

Diversi gruppi si dichiarano eredi della tradizione rosacrociana:

6.1.1. Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce (AMORC)

Fondazione: inizi del XX secolo negli Stati Uniti.

Obiettivo: promuovere lo sviluppo spirituale attraverso studi esoterici, filosofia e meditazione.

Attività: pubblicazioni, seminari e corsi di formazione.

6.1.2. Fraternitas Rosae Crucis

Fondazione: fondata da Pasquale Beverly Randolph nel XIX secolo.

Caratteristiche: enfatizza l’alchimia spirituale e le pratiche mistiche.

6.1.3. Lectorium Rosicrucianum

Origine: fondato nei Paesi Bassi nel 1924.

Insegnamenti: combina il pensiero rosacrociano con elementi gnostici.

6.2. Eredità e Rilevanza Attuale

I principi rosacrociani continuano a ispirare:

Ricerca spirituale: molti cercano nei rosacroce una via per la crescita interiore.

Sincretismo religioso: la combinazione di diverse tradizioni spirituali riflette le esigenze contemporanee di inclusività.

Impatto culturale: letteratura, film e arte continuano ad esplorare temi rosacrociani.

  1. Interpretazioni e dibattiti storici

7.1. Autenticità Storica

Mistero sull’esistenza: alcuni storici ritengono che i Rosacroce originali non siano mai esistiti come organizzazione reale, ma che i manifesti fossero satira o critiche sociali.

Possibile autore : Johann Valentin Andreae è spesso citato come possibile autore dei manifesti, sebbene egli stesso abbia successivamente definito la Chymische Hochzeit una “ludibrium” (burla).

7.2. Simbolo o società segreta?

Movimento filosofico: alcuni vedono i Rosacroce come un simbolo di un movimento intellettuale e spirituale piuttosto che come un ordine organizzato.

Influenza culturale: indipendentemente dalla loro esistenza concreta, i Rosacroce hanno avuto un impatto significativo sul pensiero esoterico.

Conclusione

I Misteri dei Rosacroce rappresentano un crocevia tra esoterismo, scienza, filosofia e religione. Attraverso i loro manifesti e il ricco simbolismo, hanno lanciato un appello alla rigenerazione spirituale e morale dell’umanità. Che siano stati una società segreta reale o un movimento filosofico, l’eredità dei Rosacroce continua a parlare il pensiero contemporaneo, offrendo spunti per una comprensione più profonda di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Riflessioni sulle origini e sul metodo del Rito Scozzese Antico e Accettato

Iniziazione

INTRODUZIONE

La riflessione sulle origini e sul metodo del RSAA nasce prima di tutto sulla base dell’osservazione della sua struttura e dalla presa d’atto della coerenza interna al sistema dei gradi, confermata, ogni volta di più, man mano che nuovi spunti arrivano ad arricchire la riflessione stessa.

È evidente il fatto che tale coerenza interna possa riuscire non chiara a chi ancora non ha percorso in parte o totalmente l’intera strada che il pensiero scozzese predispone. Ma proprio per questo appare importante porre alcuni principi fondamentali che possano guidare il cammino di conoscenza dentro i binari della Ritualità e della Tradizione.

Tali principi sono da ricercare prima di tutto nelle ragioni che hanno determinato la nascita degli Alti Gradi. Gli studiosi ne individuano diverse e di differenti tipologie, dalla più banale, che consiste nella volontà di conferire titoli altisonanti a ceti sociali in cerca di legittimazione, alla più profonda esigenza di preservare le varie fonti culturali che stavano a presupposto della Massoneria, a quella sapienziale che riguarda il senso ultimo di un ordine iniziatico, causa e fine, ben oltre le forme di manifestazione contingenti.

Nello sviluppo di questo lavoro ho operato delle scelte sulle fonti, tralasciando tantissimi altri studiosi che avrebbero meritato e meritano tutta la nostra attenzione. È una questione di limiti che non consentono di allargare l’analisi.

In fondo si tratta di riflessioni che hanno lo scopo di sollecitarne altre e chiaramente non di esaurire l’indagine.

Origine

“Il Rito Scozzese Antico ed Accettato nasce, per la storia, il 31 maggio 1801 a Charleston con la costituzione del primo Supremo Consiglio del mondo; che, per tale motivo, si denomina ancora oggi Supremo Consiglio Madre del mondo. È del tutto evidente che un organismo così complesso non può avere avuto una breve gestazione. Molte sono le necessità (le necessità, a mio sommesso parere, e non i casi) che ne hanno portato a compimento la nascita” (Enrico Simoni, Rito Scozzese Antico e Accettato. Cenni storici).

La riflessione sulle origini e sul metodo del R.S.A.A. parte da questa fondamentale premessa, posta con la consueta sapiente sobrietà da Enrico Simoni. Due indicazioni possiamo inizialmente trarne:

1)La preparazione (gestazione) ha richiesto un tempo non breve;

2)la costituzione del nuovo Rito era, evidentemente, necessaria.

Sulle necessità

In ordine alla proliferazione di sistemi di Alti Gradi e alla conseguente pericolosa confusione

“…Nondimeno i recenti e pressanti rapporti che in questi ultimi tempi ci sono stati inviati da ogni parte, ci dimostrano l’urgenza che c’è di opporre un valido ostacolo allo spirito d’intolleranza, di settarismo, di scissione e di anarchia che recenti innovatori si sforzano di far sorgere fra i Fratelli, mirando a disegni più o meno ristretti, irriflessivi e biasimevoli, presentati sotto forme speciose, capaci di sviare la vera Massoneria snaturandola dallo scopo per raggiungere così il deprezzamento e lo sfacelo dеll’Ordine. Noi stessi riconosciamo questa urgente necessità, edotti, istruiti di tutto quello che oggi avviene negli Stati vicini della nostra Monarchia. Queste ragioni ed altre considerazioni non meno gravi, ci spingono pertanto a raccogliere e riunire in un sol corpo Massonico tutti i Riti del Regime Scozzese, le dottrine dei quali siano generalmente riconosciute essere più identiche a quеllе della primitiva istituzione, che tendono allo stesso scopo e сhе, essendo i rami principali di uno stesso albero, differiscono fra loro soltanto per formule, già chiarite fra le molte e che é facile conciliare. Questi Riti sono quelli сhе vanno sotto il nome di Antico, di Heredom o di Hairdom, dell’Oriente di Killwinning, di S. Andrea, degli Imperatori d’Oriente e d’Oсcidente, di Principe del Reale Segreto o della Perfezione, della Filosofia ed il Rito recentemente detto Primitivo. Pertanto, avendo accettato per base della nostra riforma conservatrice il titolo del primo di questi Riti ed il numero dei Gradi gerarchici dell’ultimo, li dichiariamo fino da ora riuniti ed uniti in un sol Ordine, che professando i dogmi e le pure dottrine della Massoneria primitiva, conterrà tutti i sistemi dei Rito Scozzese riuniti sotto il titolo di RITO SCOZZESE ANTICO ACCETTATO (Preambolo alle Grandi Costituzioni del 1786).

La necessità sorge, dunque, come conseguenza della proliferazione di sistemi di Alti Gradi che ormai era ritenuta fuori controllo e che minacciava la stabilità dell’intera istituzione massonica. Bisognava individuare i sistemi coerenti con lo spirito della “primitiva istituzione” e fonderli, abbandonando al loro destino tutti gli altri. Unificazione e legittimazione, quindi, per portare Ordine nel Caos.

Anche qui possiamo trarre alcune indicazioni fondamentali:

1)Il R.S.A.A. unifica tutti i Riti precedenti del Regime Scozzese in base ad una precisa valutazione di compatibilità, che riguarda l’insegnamento iniziatico e, quindi, lo scopo ultimo;

2)Il nuovo sistema opera scelte precise sulla progressione dei Gradi, trovando la coerenza interna che rende conseguenziale il grado successivo rispetto a quello precedente.

Queste conclusioni si rendono necessarie, ancorché prospettate come opinioni personali (naturalmente), perché non tutti gli studiosi del R.S.A.A. individuano la coerenza interna del Sistema Scozzese.

Articolata, a titolo di esempio, è l’opinione di Yves Hivert-Messeca: “Il termine patchwork sembrerebbe adatto, il che non implica che il RSAA sia incoerente, ma che la sua coerenza e razionalità non risultano evidenti di primo acchito. È inutile voler vedere in esso una progressione graduale, un grado dopo l’altro.

… Non è opportuno cercare una logica generale sulla progressione dei 33 gradi. La coerenza del RSAA è altrove …

Ciò che ha presieduto alla sua costruzione non è una volontà di programmazione. La coesione del RSAA viene dal fatto che i suoi successivi costruttori hanno, in modo deliberato o implicito, cercato di farne un’organizzazione con pretese universalistiche, cosmopolita ed ecumenica. La regola del bricolage è semplice: tutto ciò che è bene deve esservi inserito”.

Perché gli Alti Gradi

In ordine alla penetrazione della Massoneria in sistemi sociali diversi da quello dell’Inghilterra

Tra il 1725 e il 1735 la Massoneria viene esportata, immediatamente in Francia e successivamente in tutta Europa. Ma questa ulteriore diffusione riguarda un modello di Massoneria mutato rispetto a quello originario.

“La frazione della società francese in cui la Massoneria fu introdotta e diffusa era estranea a ogni forma di uguaglianza tra persone di diverso rango, e in verità non sapeva che farsene di un’istituzione che le proponeva di rappresentare operai delle costruzioni, anche se erano altamente qualificati e lavoravano sotto l’egida di Re Salomone. L’origine operaia proclamata dagli inglesi non aveva dunque alcuna opportunità di soddisfare le aspirazioni dei massoni francesi. …Era necessario che la Massoneria francese si adattasse alla struttura della società. La soluzione adottata consistette nell’aggiungere ai tre gradi giunti dall’Inghilterra una serie di gradi o fasi contraddistinti da titoli che riflettevano la situazione sociale degli adepti. …(In più) Il Cavalier Ramsay inventò una nuova origine per i massoni. La soluzione che egli proponeva era impeccabile: la Massoneria era stata portata in Occidente dagli Ospedalieri di San Giovanni.

Quindi la via è aperta, e la Massoneria non è più un’istituzione di operai, ma vanta nobili antenati e quando i primi Alti Gradi compaiono si modellano sulla società civile, con la sua scala di rapporti subordinati, ma con una differenza essenziale: nella Massoneria, il rango, il grado e la funzione sono attribuiti, almeno ufficialmente, per merito e non solo per nascita. ….Da quel momento in poi la Massoneria rappresenta l’ambiente in cui il sogno sociale diviene realtà” (Michel L. Brodsky, Prefazione al testo Simbolica dei gradi di perfezione e degli ordini di saggezza, di Irene Mainguy).

Esigenze di promozione della Massoneria, dunque, che però segna un momento di trasformazione delle società, ponendo le basi del superamento del potere tradizionale (dinastico) in favore di quello che Weber avrebbe definito il potere “legal-razionale”.

In ordine alla conservazione dei fondamenti tradizionali

“Dall’esame storiografico, infatti, si evince che alla base vi fu un’esigenza culturale, per studiare – nell’ambito massonico – molteplici tradizioni del passato, conservandone la memoria attraverso precisi gradi iniziatici e con richiami simbologici, per trasfonderle in una ulteriore ricerca nel cammino esoterico-iniziatico, riconducendole però strutturalmente nel solco dell’Universalismo massonico e dei Principi basici della Massoneria.

La caratteristica del c.d. “Sistema Scozzese” va individuata nell’indirizzo eclettico che esso ebbe fino dai suoi prodromi e nelle prime fasi formative nel 1700. Tale indirizzo era scevro da ogni sudditanza dogmatica e fideistica, rivolto alla “tesaurizzazione” di quanto di meglio avesse prodotto il pensiero umano nei secoli – anzi nei millenni – al fine di stimolarne lo studio e preservare il ricordo, senza fare con ciò scelte dogmatiche.

Questo ha consentito al R.S.A.A. di esercitare una sua funzione di amalgama, di attrazione, di osmosi di Logge aderenti ad altri Riti – molti dei quali confluirono nel Sistema Scozzese o finirono nell’oblio – ed in molti paesi la stessa Massoneria azzurra finì con l’identificarsi con tale indirizzo eclettico, e ciò avvenne anche in Italia.

Questa tesaurizzazione rivela un costante riferimento a quello che in senso lato possono definirsi concezioni Umanistiche che per secoli hanno solcato le filosofie, le religioni, le culture, l’arte, un certo modo di concepire la vita, l’etica, il vivere sociale e che s’impernia in un principio di tolleranza e di libertà di pensiero e di coscienza e che ha avversato tutte le tirannie e le teocrazie” (Bonvicini, Le origini del Rito Scozzese Antico e Accettato).

Indicazioni molto importanti possiamo trarre da questo contributo:

1)Il “Sistema Scozzese”, e quindi il Pensiero Scozzese, ha un indirizzo eclettico;

2)Tale indirizzo era (ed è) privo di ogni sudditanza dogmatica e fideistica;

3)Conseguentemente, ogni scelta dogmatica o fideistica è controiniziatica e confligge completamente con lo Scozzesismo.

4)Il Metodo Scozzese rappresenta lo sviluppo di questi principi e dona la forma attraverso la quale il Pensiero Scozzese si manifesta ai Maestri del Rito.

Un’altra fondamentale indicazione ci viene dallo stesso Bonvicini:

 “Poco importa se il R.S.A.A., sul piano storiografico, nelle sue origini non ha un padre fondatore ben delineato – come invece è avvenuto per molti Riti – perché anzi, non averlo avuto va ascritto positivamente perché, diversamente da altri Riti – non vi è stata una “invenzione” o la scelta creativa di una mente, o di un gruppo, con una precisa scelta di fisionomia, ma vi è stata una graduale opera di meditazione, di amalgama, di fusione con altre realtà ritualistiche, che inoltre erano tutte di tipo eclettico, cioè senza “scelte di campo” di natura dogmatica, ed in particolare religiosa.

In questa lenta opera il R.S.A.A. si è forgiato”.

Quindi, il Rito Scozzese, nelle Sue origini e nel Suo Metodo, non è l’opera di uno e non si presta ad essere, neanche nel Suo sviluppo individuale e istituzionale, l’opera di uno. In nessun senso. Si dice spesso che il lavoro interiore sia un lavoro individuale e questo è certamente vero, a patto di non confondere la crescita che ognuno ottiene lavorando su se stesso con la metodologia che la Massoneria utilizza. Fin dal primo grado, origine della via iniziatica scozzese, il lavoro è collettivo e fondato sulla pluralità e sul reciproco ascolto.

Questa regola non viene mai smentita, ma casomai trova sviluppi via via più profondi, coerenti con la crescita personale.

E dentro questa regola noi dobbiamo cercare le ragioni più profonde del Rito Scozzese Antico e Accettato, quelle cioè che riguardano il senso ultimo di un Ordine Iniziatico Tradizionale, al di là di ogni contingenza storica. Tutte le scelte fatte nella creazione del Rito Scozzese sono state finalizzate a creare un sistema che ci rendesse capaci, praticandolo e interiorizzandolo, di salire fino alla Causa Ultima, nella quale consiste la Sapienza, come ci insegna Aristotele e come è chiaramente evidenziato negli Statuti del RSAA.

FSV

L’Androgino Alchemico (Elémire Zolla)

Iniziazione

Ermete Trismegisto, il leggendario fondatore dell’alchimia, addita il mistero primordiale della natura, il principio del fuoco, che avvolge nella sua quadruplice fiamma gli opposti essenziali: sole e luna, maschio e femmina, zolfo e mercurio , che danno luogo all’unità androgina in ogni atto di concezione e nascita in natura. Essi circondano la terra  concentrando su di essa le influenze astrali, e nel centro della terra si combinano in un triangolo, o piuttosto, tridimensionalmente, in una piramide, che è la forma del cristallo di sale (sia dei sali marini, sia degli allumi minerali, femminili). Il lato destro del triangolo corrisponde al principio sulfureo maschile, il lato sinistro al principio mercuriale femminile e la base del triangolo al principio salino. La figura contenuta all’interno allude alla quadratura del cerchio, simbolo dell’androginia. La progressione va perciò dal triangolo al quadrato e infine al cerchio. La natura opera nello stesso modo in tutti e tre i regni, quello aereo, quello vegetale e animale, e quello minerale, perché in ciascuno di essi l’armonia deriva dallo stesso accoppiamento di opposti, dalla stessa congiunzione dei principi solare e lunare . La congiunzione può essere raffigurata da un serpente (la natura) con la testa di leone (che divora il fuoco e la putrefazione) e la coda a forma di testa d’aquila (volatilità), nell’atto di estrarre da se stesso l’invisibile e impalpabile rugiada interna che dà compattezza agli elementi più sottili del corpo. In essa è racchiuso il potere del sole e della luna, che il serpente stringe fra le sue spire.
Il processo è triplice. Esso inizia con una fase androgina embrionale che, nel caso dei metalli, corrisponde all’impregnazione di un terreno nitroso e salino da una parte di un vapore corrosivo e acre (Zolfo e Mercurio). I due principi vengono raccolti insieme dalla luce solare che penetra nel terreno sotto forma di rugiada. La stessa rugiada che nutre la vita delle piante attiva questo processo di volatilità sotterranea. Il prodotto è detto “materia prima”, o “Rebis”, o “Androgino di Fuoco” (poiché entrambi i principi sono acri e brucianti), o “Adamo” (poiché entrambi sono il principio primo della generazione nel mondo minerale).
Isaac Newton preferiva chiamarlo “Caos”. Paracelso, scherzando, lo chiamava l’”Albero-con-la-Mela” o “Seme Ragazza (sale) e Polpa Ragazzo (zolfo)” (il re e la regina accanto all’albero). La polpa col tempo marcirà o brucerà, per essere infine ricreata della sostanza della Ragazza (le lune). La radice di questo processo viene spesso indicata come il Drago Velenoso. Nell’Androgino vediamo una nuvola di teste caprine, dalle cui barbe si innalzano un ragazzo e una ragazza che si avvolgono a spirale intorno alle gambe dello stesso. Tale significato simbolico viene associato alla capra in India, dove la parola aja (“capra” in sanscrito) significa anche “non ancora nato” e dunque “natura” (che sottoterra è fetida e ribollente).
Perché non è possibile identificare questa sostanza con un unico nome? Perché essa non è necessariamente cinabro, o antimonio solforato, o alcun’altra sostanza in quanto tale. Cercare l’equivalente chimico dell’Androgino di Fuoco è dar la caccia ai fantasmi. L’androgino è una situazione globale, che “accade” quando il principio della luce, del sole e della luna, viene catturato da un terreno aspro e velenoso e comincia a fermentare. Nella seconda fase entrano in opera i vapori di salnitro, che corrodono e affinano l’androgino. L’androgino ora gonfia la terra e soffia via i vapori che l’hanno penetrata, purificandoli nel corso del processo e rendendoli fluidi. Questa fase viene detta il “bagno dell’androgino” o della coppia regale. Essa è seguita dalla terza e ultima fase, in cui dal marasma emerge una pasta vitrea e viscosa, detta la “Pietra dei Filosofi”, o la “Perla”, o l’”Occhio del Pesce”, o il “Primo Magnete”, perché attrae dal terreno circostante tutto ciò di cui abbisogna.

Gli alchimisti danno alla sostanza che compatta i principi femminile e maschile in natura il nome di “resina”, e ritengono che essa sia la forma energizzata del principio sulfureo. August Strindberg, nel suo trattato Antibarbarus (Berlino, 1894), descrive come individuare la resina nella trementina, nella guttaperca, nello zolfo comune riscaldato in una padella, e nell’oro nascente. La resina è semplicemente la dimostrazione di una perfetta amalgamazione dell’androgino, che dà luogo alla pura essenza fluida dell’oro (non si tratta dell’oro comune, che non è altro che la traccia nella materia inerte di una perfetta amalgamazione resinosa androgina). La figura tratta da Urbigerus  mostra la sostanza androgina a sinistra nella sua prima fase, e a destra nella sua seconda fase dopo un bagno in quella che sembra essere resina che cola da un buco dell’albero (l’analogo dell’albero della vita nel mondo dei metalli). Il buco dell’albero può essere rappresentato anche come un leone verde che morde il sole, specialmente quando l’opera di trasformazione è compiuta sul regulus di antimonio. I vapori dell’androgino vengono raccolti allo stato fluido da una fornace in cui sono riprodotte le condizioni della seconda fase. Il processo è raffigurato da un uomo fiammeggiante (il minerale) e da una donna che addita il leone e il sole simbolici, e paragona l’estrazione dei fluidi all’ascesa della linfa in un albero.
La terza fase può essere rappresentata dalla nuova sostanza che riposa in grembo alla madre, da un embrione che gonfia il ventre dell’androgino dopo le abluzioni della seconda fase, o da un figlio androgino .
Si fornisce un’immagine globale della visione alchemica dell’operato della natura, sotto forma di due processi principali: a sinistra la calcinazione dei corpi e a destra la distillazione delle essenze (anime e spiriti). Ciò vale per tutti i regni naturali, ma è particolarmente facile da illustrare nel caso di una pianta. Gli oli eterici sono l’anima solare (zolfo) della pianta, l’alcol ne è lo spirito lunare (Mercurius). Questi due principi sono mostrati come maschio e femmina che entrano nella caverna di Ermes accompagnati dai loro leoni. La pianta viene schiacciata, gli oli vengono separati e gli spiriti vengono distillati in una storta (il pellicano). I vapori che s’innalzano sono rappresentati da un’aquila in volo verso il cielo, che li porta negli artigli come mondo dell’anima e mondo dello spirito. Nell’alto dei cieli, nella fase finale dell’opera, essi si fondono e formano la Colomba dell’amore perfetto.
Alla sinistra dell’albero della vita, il residuo oscuro della pianta, che resta sul fondo dell’alambicco (il corvo), viene cotto dal fuoco di Marte, U, finché perde il proprio carattere plumbeo (il segno di Saturno W) e acquista una sfumatura di stagno (il segno di Giove Vil colore argenteo della cenere (il cigno bianco). Le ceneri sono trattate con resine e fuoco, finché il loro sale libera la propria “umidità radicale” (come avviene per le ceneri usate nella produzione del vetro). Questa è rappresentata dal pavone con la coda costellata di occhi, e in maniera ancor più appropriata dalla Fenice, che si nutre di resine e si brucia per poter rinascere. La Fenice risorge dalle proprie ceneri portando negli artigli due mondi (la terra e il fuoco del processo) e, nella fase finale che ha luogo nell’alto dei cieli, diviene il puro agnello del sacrificio. Qui il corpo calcinato (la Fenice morta) viene saturato dalla tintura fluida (la Colomba morta), finché le due essenze si fondono nella Pietra della Pianta (la Pietra Filosofale), che è la pianta nella sua forma più pura ed essenziale. Shakespeare scrisse una poesia su questo tema, The Phoenix and the Turtle (La Fenice e la Colomba), in onore dei due uccelli morti e divenuti un’unica essenza.
Un disegno indiano allude all’eterno processo di androginizzazione vivificante che avviene nell’atmosfera, mostrandoci il congiungimento a mezz’aria dell’acqua e del fuoco. Secondo l’alchimia, l’umidità terrestre, sospesa nell’aria e impregnata dei raggi della luna, si scioglie nei raggi del sole dando vita a due essenze androgine sottili: Mercurius, l’essenza delle trasmutazioni, e il sale, agente della fissazione. Insieme, dopo aver dato vita alle piante sotto forma di rugiada, esse penetrano nella terra, dove diventano il seme dei metalli. Vale la pena di notare che il fuoco e l’acqua nel disegno hanno otto braccia: la fusione può avvenire solo tramite un doppio incrocio. In una società stabile i matrimoni incrociati fra cugini tendono ad essere istituzionalizzati, e corrispondono al passaggio di un’affermazione superficiale dell’androginia a una più radicale e totale. Ciò spiega forse anche perché l’anomalia dei gemelli siamesi ermafroditi, con i loro doppi organi sessuali in ordine scambiato, non è del tutto sgradevole all’occhio.
Anche l’immagine rinascimentale dell’androginizzazione c’insegna la fusione tramite incrocio . La reciproca bramosia dei due opposti (simboleggiata dal cane) genera una spirale (rappresentata dalle spire del serpente, dalla catena tirata in direzioni opposte dai due cupidi e dal motivo delle viti avvolte sui loro sostegni nello sfondo). Ciò è possibile perché, mentre la spinta solare, raffigurata dai piedi alati dell’uomo, mantiene il maschio contratto nello sforzo (a ciò allude l’uccello con le ali chiuse che la donna innalza sopra la sua testa), la donna diviene volatile (com’è indicato dall’uccello con le ali spiegate che l’uomo regge sopra la testa di lei). La fusione androgina s’innalza a spirale solo in presenza di correnti incrociate, proprio come avviene per l’effettivo chiasma dei nervi ottici nel cervello. C. G. Jung ha sottolineato che in ogni intimo incontro fra un uomo e una donna vi è sempre uno scambio incrociato, che coinvolge l’uomo e la sua anima femminile, Anima, da una parte, e la donna e la sua anima maschile, Animus, dall’altra.
La Brhadaranyaka Upanishad (IV.3.21) dice che “come nelle braccia di una donna amata perdiamo ogni distinzione fra l’esterno e l’interno, così l’essere umano (purusha) abbracciato dall’assoluto onniscente (prajnatmana) è soddisfatto in ogni suo desiderio (kama); solo il desiderio dell’assoluto persiste, ogni altro sparisce, così come sparisce ogni dolore”.
La rappresentazione simbolica del matrimonio in Picta poesis di Barthélemy Aneau  ci mostra quanto queste idee fossero vive nel Rinascimento europeo. Il marito e la moglie sono uniti da un nodo d’amore e si fondono nell’albero della vita, che è rappresentato anche dalla croce che essi formano con le braccia (Mosè e il satiro, sullo sfondo, rappresentano forse il controllo e gli impulsi, la Legge e la Natura). D. Cheney ha notato che la scena assomiglia all’incontro fra Amoret e il marito (che ci ricordano Salmacide ed Ermafrodito) in La regina delle fate di Edmund Spenser (libro III, ed. 1590). Britomart li osserva, “per metà invidioso della loro beatitudine” e “molto toccato dai loro spiriti gentili”: per metà Mosè approvante, per metà satiro adocchiante, ovvero, nel linguaggio di Spenser, in parte devoto di Diana, in parte donna tentata da Venere.
La fusione perfetta era simboleggiata dall’amore fra Ermes e Afrodite , dal quale nacque Ermafrodito. Michael Mayer commenta la stampa dicendo che Ermafrodito corrisponde al Parnaso, la montagna dalla doppia vetta dove Apollo soggiorna con le Muse e attraverso la quale passa l’asse del mondo. Ciò suggerisce la colonna vertebrale dell’Uomo Cosmico e il serpente Kundalini che snoda in essa le sue spire. Queste correlazioni fra unione sessuale ed essenza del cosmo in Occidente sono evocate solo tramite velate allusioni in trattati alchemici, come appunto quello di Mayer, ma nei templi dell’induismo esse erano insegnate apertamente.
Su un’incisione, Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, indica un androgino che regge una Y. Alberto, ci dice il testo, rappresenta qui la suprema autorità sia spirituale sia temporale. La Y, come insegna Filone, è simbolo del Verbo che penetra l’essenza di tutti gli esseri. Gli gnostici Naasseni insegnarono che esso rappresenta l’intima natura dell’essere, che è insieme maschile e femminile e, in quanto tale, eterna.
Il globo di Khunrath  rappresenta simbolicamente gli insegnamenti fondamentali dell’alchimia. Centro ed essenza della terra è il Caos, che qui appare come androgino (Rebis) che combina contrazione ed espansione, femminile e maschile in una spirale unificata. Esso è la forza creatrice della realtà. Gli opposti vengono agganciati e messi in movimento dall’essenza della luce, che prende la forma del principio della Salinità, di una bruciante acredine nelle viscere della terra. La spirale dell’androgino attivato produce la “Coda di Pavone” o “Arcobaleno”: materia fecondata ed energizzata, pronta a generare il seme dei corpi minerali e vegetali.
L’applicazione pratica di questa teoria viene suggerita dall’immagine dell’androgino sul fuoco . La materia prima androgina del regno minerale giace in uno stato di latenza, sotto un sole eclissato e una luna nuova. Per risvegliarsi e crescere, per ricevere i raggi invisibili del sole e della luna, e per trasformarsi in un seme minerale, l’androgino richiede il fuoco della fermentazione. Questo è il precetto generale. Nell’effettiva preparazione dei farmaci alchemici ciò significa che due sostanze opposte, come il mercurio e lo zolfo, devono venir saturate con certi succhi e poi macinate fino a formare una polvere nera e fine. Tale polvere viene racchiusa in un vaso sigillato e riscaldata a fuoco lento finché fermenta. In questa stampa i corpi congiunti rappresentano le due sostanze, l’oscurità che li circonda è il vaso alchemico, la graticola il “calore di fermentazione” necessario perché la trasformazione possa avvenire. Ancora oggi è possibile vedere questo processo in atto in ogni laboratorio per la produzione di medicine ayurvediche in India. Gli addetti praticano di quando in quando un’apertura nel recipiente per esaminare il grado di trasformazione delle sostanze in esso contenute, indicato dai cambiamenti di colore. Nei testi alchemici occidentali questa fase del processo è simboleggiata dalla Coda di Pavone che si dispiega sopra l’androgino. Per il mistico, ciò che accade nel recipiente sigillato è la Genesi stessa in scala ridotta. Il processo fu visualizzato in questi termini da Jacob Boehmen in Von der Gnadenwahl (1623): “Adamo, rivestito della suprema Gloria, né uomo né donna, bensì entrambi, temperato con entrambe le tinture, sia come Matrice Celeste nel fuoco procreatore dell’amore, sia come Mascolinità affine al fuoco essenziale” (5:35).
Il processo alchemico di fusione tramite fermentazione è qui rappresentato da un re e una regina che giacciono fianco a fianco, con le loro anime che si librano sopra i corpi nudi . Il fine del processo è lo stesso che si proponevano le coppie di asceti del cristianesimo primitivo: liberare i principi che animano l’essere umano tramite fermentazione e fusione dei corpi sottili.
La materia prima androgina è  rappresentata sopra un’urna, le cui quattro sezioni rappresentano i quattro elementi. Le ali ne denotano l’incipiente volatilità, dovuta alla reazione che coinvolge l’energia solare, centripeta, e l’energia lunare, centrifuga (il re e la regina), in un processo spirale di fermentazione. Riassumendo il simbolismo del disegno: i principi solare Q e lunare R, compenetrandosi sopra la croce degli elementi , formano il segno di Mercurio S con le ali della volatilità rivolte verso l’alto.
Le illustrazioni dei testi alchemici ci indicano come gli alchimisti interpretassero l’operato segreto della natura. Questo va dalla fase di ingiallimento (citrinitas) della materia prima alchemica o Uovo Filosofico al regulus (“reuccio”) di antimonio. Il regulus è il metallo purificato per riduzione, che si deposita sul fondo del crogiolo. Il regulus stellare di antimonio è noto per la facilità con cui si combina con l’oro. Il disegno alchemico ne riproduce la struttura, associandola allo spirito dell’oro che anima il regulus a livello sottile, rappresentato dai movimenti del serpente. La forma a stella del regulus di antimonio evoca la stella Regulus, situata nel cuore della costellazione del Leone. È perciò forse l’antimonio il leone, il re dei metalli?
Isaac Newton lavorò con il regulus di antimonio, confidando che esso contenesse un forte principio sulfureo, lo Zolfo Filosofico. Lo mescolò con l’argento, ottenendo una massa plumbea che egli ritenne essere una materia prima androgina. A questa massa aggiunse mercurio, affinché estraesse dall’aria Mercurius, lo spirito liberamente fluttuante di ogni trasmutazione.
Newton si attenne scrupolosamente alle criptiche istruzioni dei testi: “dovrai passare attraverso il ferro”, “il ferro era presente nel minerale grezzo originario”, “dovrai usare un magnete”. Mediante una coppa di antimonio è possibile preparare un farmaco in quantità illimitata, semplicemente versando acqua nella coppa: l’antimonio, come un magnete, s’impregna delle influenze libere, vivificanti dell’aria. “Dovrai usare del piombo”: Newton ottenne un Piombo Filosofico. Quando alla fine mescolò dell’oro al suo preparato, all’interno dei vasi sigillati posti sulla fiamma vide alberi ramificarsi, apparire e scomparire, e divampare colori iridescenti, che nel disegno alchemico sono rappresentati dai movimenti circolari del serpente.
B.J.T. Dobbs (The Foundations of Newton’s Alchemy, or the Hunting of the Greene Lyon, Cambridge/New York, 1975) spiega l’esperienza di Newton dicendo che egli vide formarsi e dissolversi “composti intermetallici instabili”. Gli alchimisti invece avrebbero descritto la stessa esperienza dicendo che Newton aveva lavato l’Androgino di Fuoco, il quale dispiegò quindi il suo “arcobaleno” o “Coda di Pavone”.


Unità: la nascita e il serpente

William Blake diede voce a una tradizione diffusa e particolarmente viva presso gli alchimisti, immaginando che la materia visibile sia preceduta da una fermentazione invisibile, nel corso della quale il principio maschile della luce e del tempo ruota come una “spada fiammeggiante” entro il velo di neve e ghiaccio del principio femminile, che rappresenta l’essenza dello spazio. Il gelido velo o la solida crosta dell’aspetto femminile della materia primordiale costituisce l’aspetto visibile del reale, l’illusione cosmica o maya. Tutto ciò può essere rappresentato come un uovo, il cui tuorlo corrisponde al principio maschile del sole e del tempo (che altro non è che l’ombra gettata dal sole su un quadrante), mentre l’albume e il guscio visibile corrispondono al principio femminile dello spazio. Nel disegno alchemico l’uovo diventa il globo, l’albume la polpa vegetale, il tuorlo il sole, raffigurato qui come la testa maschile dell’androgino, i cui piedi femminili sono immersi nell’elemento acqua, in fondo alla valle, o utero, situata fra le due colline del fuoco (la salamandra) e dell’aria (le aquile). L’Uomo Cosmico appare come il bambino, replica del globo androgino .
La stampa di Blake tratta da For the Children: The Gates of Paradise (Per i bambini: le Porte del Paradiso), ci mostra l’Uomo Cosmico o Uomo Eterno come Eros alato che esce dal guscio dell’uovo, riecheggiando la tradizione greca che vede in Eros il dio dell’origine della vita . Blake gli mette in bocca queste parole:

“I rent the Veil where the Dead dwell:
When weary Man enters his Cave
He meets his Savior in the Grave.
Some find a Female Garment there,
And some a Male, woven with care”.

“Io squarcio il Velo che avvolge i Morti:
lo stanco Uomo, entrando nella sua Caverna
incontra il suo Salvatore nella Tomba.
Colà alcuni trovano un Abito Femminile,
altri un Abito Maschile, tessuti con cura”.

L’incontro con due serpenti accoppiati è presso molti popoli il più favorevole degli auguri. Nel mito di Tiresia un tale incontro segna l’inizio del destino di androgino e veggente del protagonista. Nello yoga e nel tantrismo il motivo dei serpenti allacciati rappresenta il perfetto equilibrio delle energie interne. Formicolii della spina dorsale, serpenti eretti e falli in erezione sono fenomeni imparentati fra di loro. Una nota acuta produce un brivido lungo la spina dorsale; e una melodia che si snoda a spirale, suonata da un flauto, ritmata da un tamburo o ballata da agili e leggiadre membra, fa alzare sia i serpenti sia i falli. La particolare e completa estasi dell’androginia è simboleggiata dal caduceo che, in quanto rappresentazione dell’accoppiamento di serpenti, denota la corrispondenza, sezione per sezione, dell’essere androgino con il cosmo.
Nella tradizione occidentale, Giordano Bruno, in De immenso et innumerabili (VI,5), descrive la compenetrazione di serpenti accoppiati come emblema dell’amplesso fra il Sole-Dioniso e la Terra-Cerere. I raggi solari, egli dice, penetrano nell’utero dell’umidità terrestre per raggiungere eternamente il femore stesso della madre cosmica. Il femore è l’osso con cui si fanno i flauti.
Entrare in rapporto con questo nucleo della vita cosmica è il fine dell’adepto, sia come alchimista sia come mistico. L’adepto s’identifica con Mercurio, il fluido principio androgino della realtà. Mercurio dapprima è assopito e si astrae dal mondo della veglia per sognare i giusti sogni . Il suo corpo sottile emerge dal suo inguine come un caduceo (indicazione anche del sonno REM, in cui si producono erezioni). Sopra di lui aleggia il principio della luce e del calore. Nella fase successiva  lo vediamo incoronato, con il caduceo perpendicolarmente eretto che va a toccare il centro del cuore, dove il sole e la luna si congiungono androginamente. Un piede poggia sulla terra, l’altro sul fuoco. Nella terza immagine  la trasformazione è compiuta: Mercurio è ora il perfetto androgino e regge il globo imperiale nella mano sinistra e il caduceo nella destra. Il caduceo è ora esternato e conferisce armonia non solo all’uomo interiore, ma anche al mondo esterno. Saturno e la Luna, Giove e Mercurio, Marte e Venere si fondono finalmente l’uno nell’altro e tutti insieme in un’unità, e Mercurio li porta, come un mazzo di fiori, dentro le viscere della terra, dove diverranno le anime rispettivamente del piombo e dell’argento, dello stagno e del mercurio, del ferro e del rame, formando una spirale che culmina nell’oro solare .
Il Mercurio di Agostino di Duccio ci appare all’apice del suo potere. I dettagli di questa immagine devono essere stati suggeriti dagli ermetici che si erano raccolti alla corte di Sigismondo Malatesta. Le stelle sullo sfondo alludono all’armonia delle sfere; il bastone magico guida le anime nella discesa e nella risalita dalle profondità della terra; il gallo della vigilanza è appollaiato sul piede sinistro; il cappello conico della magia s’innalza verso il cielo sul capo dell’androgino, e le nubi che gli fluttuano intorno alle ginocchia suggeriscono, come ha osservato Adrian Stokes (The Stones of Rimini) il moto elicoidale di un vortice che s’innalza. Il piede destro, maschile, poggia sulla roccia con cui è possibile accendere il fuoco, mentre il piede sinistro, femminile, è immerso nelle femminili acque.
La saggezza, in greco sophia, rappresenta il legame fra l’Unità Divina e gli archetipi ideali della Creazione. Certi teologi russi hanno ravvisato in Santa Sofia la Quarta Persona di Dio. Come esperienza di vita, in tutta la storia del cristianesimo, dai primi gnostici ai recenti sofianisti russi, Sofia rappresenta lo struggente desiderio di una pace e di una grazia oltremondane, simile, secondo il tradizionale paragone degli gnostici, all’indefinibile nostalgia provata dal figlio di un re che vive, ignaro delle sue origini, in povertà. Teologicamente Sofia è lo specchio di Dio e, nel contempo, lo specchio della pura consapevolezza per gli uomini. Essa è femmina in rapporto a Dio, ma androgino in rapporto all’umanità. Vladimir Solovev, il grande sofianista russo dell’Ottocento che evocò Sofia come sfida allo Spirito dell’Umanità del pensiero positivista, vedeva la mascolinità di Sofia manifestarsi in Gesù e la sua femminilità in Maria.
L’immagine di Sofia compare a Novgorod nel Mille, ma può forse provenire da Bisanzio. Il suo aspetto infuocato deriva forse dalle descrizioni dell’Arcangelo Purpureo della Suprema Illuminazione contenute negli scritti dei neoplatonici persiani. Nella mano sinistra tiene il caduceo e con la mano destra si stringe al seno una pergamena contenente i segreti esoterici. Alla sua destra è la Vergine incinta del Bambino, alla sua sinistra san Giovanni Battista. Questi due assistenti, i due canali che trasmettono la sua influenza al livello della effettiva manifestazione, sottolineano entrambi la trascendenza delle divisioni sessuali .
L’androgino, o Rebis alchemica, è alato come Sofia ed è in tal senso una personificazione della saggezza cosmica. Un’ala è rossa e l’altra bianca, a indicare gli spiriti dell’oro e dell’argento, del sole e della luna, del sangue e del latte del corpo vivente della natura. Indossa un abito nero bordato di giallo, che suggerisce il nero della materia prima androgina in cui tuttavia sono presenti in potenza le correnti della vita metallica aurea. Il verde del paesaggio è il prodotto della mescolanza dei colori di Rebis. Egli/ella regge con la mano destra un cristallo, in cui i suoi colori appaiono in successione convergente al centro, dove va collocato l’uovo o seme minerale che l’Androgino porta nella mano sinistra, lunare. Secondo la teoria alchemica, lo spirito lunare agirà nell’uovo, provocando la putrefazione della calce spenta della terra, fino ad attivare in essa il nucleo solare latente che risorgerà allora in un corpo cristallino vivo e capace di crescita, così come l’acredine del fuoco provoca la putrefazione delle morte ceneri e della sabbia in un fluido vivente che diviene infine vetro .

Limitazione dell’exoterismo (Frithjof Schuon)

Iniziazione

La visuale exoterica, che propriamente parlando esiste – almeno in ciò che ha d’esclusivo di fronte alle verità superiori – soltanto nelle tradizioni monoteistiche, non è altro in fondo che quella dell’interesse individuale più elevato, ossia esteso all’intero ciclo di esistenza dell’individuo e non circoscritto semplicemente alla vita terrena. La verità exoterica o religiosa è dunque limitata per definizione, e ciò data la limitazione della sua finalità, senza che tale restrizione possa tuttavia ledere l’interpretazione esoterica di cui questa stessa verità è suscettibile grazie all’universalità del suo simbolismo, o piuttosto, prima di tutto, grazie alla duplice natura “interiore” ed “esteriore”, della Rivelazione medesima; quindi il dogma è insieme un’idea limitata e un simbolo illimitato. Per dare un esempio, diremo che il dogma dell’unicità della Chiesa di Dio deve escludere una verità come quella della validità delle altre forme tradizionali ortodosse, perché l’idea dell’universalità tradizionale non è di nessuna utilità per la salvezza e può anzi recarle nocumento, poiché essa provocherebbe quasi inevitabilmente, in coloro che non possono elevarsi sopra tale prospettiva individuale, l’indifferenza religiosa e perciò la negligenza dei doveri religiosi il cui compimento è appunto la condizione principale della salvezza; invece questa stessa idea dell’universalità tradizionale – idea che è più o meno indispensabile alla via della Verità totale e disinteressata – è tuttavia inclusa simbolicamente e metafisicamente nella definizione dogmatica o teologica della Chiesa o del Corpo mistico di Cristo; o anche, per parlare il linguaggio delle altre due religioni monoteistiche, il Giudaismo e l’Islam, rispettivamente per mezzo della concezione del “Popolo eletto”, Israel, e di quella della “sottomissione”, El-Islâm, viene simboleggiata dogmaticamente l’ortodossia universale, il Sanâtana-Dharma degli Indù.

Chiaramente la limitazione “esteriore” del dogma, limitazione che gli conferisce proprio quel carattere dogmatico, è perfettamente legittima, giacché la prospettiva individuale, alla quale questa limitazione corrisponde, è una realtà sul suo piano d’esistenza. Data tale realtà relativa, l’ottica individuale non in ciò che può avere di negativo rispetto a una visuale superiore, ma in ciò che ha di limitato per il semplice fatto della sua natura, può e deve perfino integrarsi, in qualsiasi modo, con ogni via a finalità trascendente; in questo aspetto l’exoterismo o piuttosto la forma in quanto tale non implicherà più una visuale intellettualmente ristretta, ma avrà solamente la funzione d’un mezzo spirituale accessorio, senza che la trascendenza della dottrina esoterica ne sia lesa, nessuna limitazione essendole imposta per motivi d’opportunità individuale. Non bisogna confondere, infatti, la funzione della visuale exoterica con quella dei mezzi spirituali dell’exoterismo: tale visuale è incompatibile, in una stessa coscienza, con la Conoscenza esoterica che la dissolve per riassorbirla nel centro da cui è venuta; ma i mezzi exoterici continuano tuttavia a essere utilizzabili, e anche in due modi, sia per trasposizione intellettuale nell’ordine esoterico – e saranno allora sostegni d’”attualizzazione” intellettuale – sia per la loro azione regolatrice sulla parte individuale dell’essere.

L’aspetto exoterico d’una tradizione è dunque una disposizione provvidenziale che, lungi dall’essere biasimevole, è necessaria, visto che la via esoterica non può riguardare, soprattutto nelle condizioni attuali dell’umanità terrestre, che una minoranza, e che non c’è niente di meglio, per il comune mortale, della via consueta della salvezza; biasimevole non è pertanto l’esistenza dell’exoterismo, ma piuttosto la sua autocrazia invadente – dovuta forse, nel mondo cristiano, soprattutto alla “precisione” angusta dello spirito latino – la quale fa sì che un buon numero di coloro che sarebbero qualificati per la via della pura Conoscenza non solo si fermino all’aspetto esteriore della tradizione, ma giungano perfino a rigettare l’esoterismo che conoscono unicamente attraverso pregiudizi o deformazioni; salvo che, non trovando nell’exoterismo quel che s’addice alla loro intelligenza, non si smarriscano in dottrine false e artefatte, dove vogliono trovare ciò che esso non offre loro, e che crede addirittura di poter proibire loro [1]. La prospettiva exoterica, infatti, deve approdare, appena non è più vivificata dalla presenza interiore dell’esoterismo di cui è insieme l’irradiamento esteriore e il velo, alla propria negazione, nel senso che la religione, in quanto nega le realtà metafisiche e iniziatiche e s’irrigidisce in un dogmatismo letteralista, produce inevitabilmente la miscredenza; l’atrofia arrecata ai dogmi con la privazione della loro “dimensione interna” ricade su di essi dall’esterno, in forma di negazioni eretiche e atee.

La presenza del nucleo esoterico in una religione di carattere specificamente semitico le garantisce uno sbocco normale e un massimo di stabilità; tale nucleo non è del resto affatto una parte, nemmeno interna, dell’exoterismo, ma rappresenta invece una dimensione quasi indipendente rispetto a questo [2]. Non appena quella dimensione o quel nucleo viene meno, cosa che può accadere soltanto in circostanze completamente anormali, sebbene cosmologicamente necessarie, l’edificio tradizionale è scosso, crolla perfino in parte, e finisce col trovarsi ridotto a ciò che esso comporta di più esteriore, ossia il letteralismo e la sentimentalità [3]; pertanto i criteri più evidenti d’una decadenza simile sono, da un canto l’ignoranza e anche la negazione dell’esegesi metafisica e iniziatica, cioè del significato “mistico” delle Scritture – esegesi che è nondimeno in connessione intima con l’intera intellettualità della forma tradizionale contemplata – e dall’altro il rigetto dell’arte sacra, vale a dire delle forme ispirate e simboliche attraverso le quali s’irradia questa intellettualità per comunicarsi così, con un linguaggio immediato e illimitato, a tutte le intelligenze. Ma tutto questo non basta forse per far comprendere perché l’exoterismo necessiti indirettamente dell’esoterismo, non diciamo per poter sussistere, giacché il semplice fatto della sua sussistenza è fuori discussione, come pure l’incorruttibilità dei suoi mezzi di grazia, ma solamente per poter sussistere in condizioni normali; ora la presenza della “dimensione trascendente” al centro della forma tradizionale fornisce all’aspetto exoterico di questa una forza vivificante d’essenza universale, “paracletica”, senza la quale non potrà che ripiegarsi interamente su se stessa per divenire, abbandonato unicamente alle proprie risorse che sono limitate per definizione, un corpo greve e opaco la cui densità stessa provocherà fatalmente delle fenditure, come dimostra la storia moderna della Cristianità; in altre parole, allorché l’exoterismo si priva delle interferenze complesse e sottili della dimensione trascendente, si vede alla fine annientato dalle conseguenze esteriorizzate delle proprie limitazioni, queste essendo diventate per così dire totali.

Ora, quando si muove dall’idea che gli exoterici non capiscono l’esoterismo e che hanno anche il diritto di non capirlo, addirittura di considerarlo inesistente, si deve pure riconoscere loro il diritto di condannare alcune manifestazioni dell’esoterismo che paiono usurpare il loro territorio e farvi “scandalo”, secondo il detto evangelico; ma come spiegarsi che nella maggior parte di tali casi, se non in tutti, gli accusatori privano se stessi di questo diritto agendo con iniquità? Non certo la loro incomprensione più o meno naturale, né la difesa del loro diritto reale, ma unicamente la perfidia dei loro mezzi costituisce in essi un vero “peccato contro lo Spirito” [4]; questa perfidia prova del resto come le accuse che credono di dover formulare servano in genere soltanto di pretesto per appagare un odio istintivo contro tutto ciò che sembra minacciare il loro equilibrio superficiale, il quale, in conclusione, non è che una forma d’individualismo, dunque d’ignoranza.

Rammentiamo d’aver inteso dire una volta che “la metafisica non è necessaria per la salvezza”; ora questo è radicalmente falso quando viene utilizzato in un senso del tutto generico; difatti l’uomo che è metafisico per natura e che ne è consapevole non può trovare la sua salvezza nella negazione di quello che l’attrae verso Dio; d’altronde ogni via spirituale deve poggiare su una predisposizione naturale che ne determina il modo, ed è ciò che si chiama la vocazione; nessuna autorità spirituale consiglierebbe di seguire una via per la quale non si è fatti. Questo insegna tra l’altro la parabola dei talenti; lo stesso significato si ritrova ancora nelle parole di San Giacomo: “Chiunque osserverà tutta la Legge, ma mancherà in un solo punto, diventerà reo di tutti i precetti”, e “Chi sapendo fare il bene, non lo fa, commette un peccato”; ora l’essenza della Legge, secondo le stesse parole di Cristo, è l’amore di Dio per mezzo di tutto il nostro essere, compresa l’intelligenza che ne è la parte centrale; in altri termini, poiché dobbiamo amare Dio con tutto ciò che siamo, Lo dobbiamo pure amare con l’intelligenza, che è la parte migliore di noi. Nessuno contesterà che l’intelligenza non sia affatto un sentimento, ma infinitamente di più; è dunque ovvio che la parola “amore” utilizzata dalle Scritture per designare i rapporti tra l’uomo e Dio, e prima di tutto tra Dio e l’uomo, non può avere soltanto un senso meramente sentimentale, e significare unicamente un desiderio d’attrazione. D’altra parte, se l’amore è la tendenza d’un essere verso un altro in vista della loro unione, proprio la Conoscenza, per definizione, attuerà l’unione più perfetta tra l’uomo e Dio, giacché solo essa si rivolge a ciò che, nell’uomo, è già divino, ossia all’Intelletto; questo modo supremo dell’ “amore di Dio” è quindi la possibilità umana di gran lunga più elevata, a cui nessuno può sottrarsi volontariamente senza “peccare contro lo Spirito”. Pretendere che la metafisica sia, di per sé e per ogni uomo, qualcosa di superfluo, che non sia in nessun caso necessaria alla salvezza, equivale non solo a disconoscere la sua natura, ma anche a negare semplicemente il diritto all’esistenza agli uomini che sono stati dotati da Dio – a un grado trascendente naturalmente – della qualità d’intelligenza.

Si potrebbe fare ancora questa osservazione: si merita la salvezza con l’azione, nell’accezione più ampia del termine, e ciò spiega come taluni possano giungere a svilire l’intelligenza che, da parte sua, può appunto rendere l’azione inutile, e le cui possibilità sottolineano la relatività del merito e della prospettiva che vi si riferisce; pertanto la visuale specificamente religiosa tende a considerare la pura intellettualità, che non distingue per altro quasi mai dalla semplice razionalità, come più o meno opposta all’atto meritorio, e di conseguenza come pericolosa per la salvezza; per questo s’attribuisce facilmente all’intelligenza un aspetto luciferino e si parla abitualmente d’ “orgoglio intellettuale”, quasi che non vi fosse in ciò una contraddizione in termini; da qui anche quell’esaltazione della “fede del fanciullo” o della “fede del semplice” che d’altronde siamo i primi a rispettare quando è spontanea e naturale, ma non quando è teorica e ostentata.

Si sente spesso esprimere la seguente riflessione: dal momento che la salvezza comporta uno stato di beatitudine perfetta e la religione non esige altro, perché scegliere la via che ha per fine la “deificazione”? A tale obiezione risponderemo che la via esoterica, per definizione, non può essere affatto l’oggetto d’una “scelta” per coloro che la seguono, infatti non è scelta dall’uomo, ma essa sceglie l’uomo; in altre parole, il problema d’una scelta non sussiste, giacché il finito non può scegliere l’Infinito; si tratta qui piuttosto d’una questione di “vocazione”, e quelli che sono “chiamati”, per valersi del termine evangelico, non possono sottrarsi alla chiamata, a pena di “peccare contro lo Spirito”, come un uomo qualsiasi non può sottrarsi legittimamente agli obblighi della propria religione. Se è improprio parlare d’una scelta rispetto all’Infinito, lo è altrettanto parlare d’un desiderio, perché non si tratta per l’iniziato d’un desiderio di Realtà divina, ma piuttosto d’una tendenza logica e ontologica verso la propria Essenza trascendente. Questa definizione è di estrema importanza.

La dottrina exoterica in sé, ossia considerata fuori dell’influsso spirituale che può agire sulle anime indipendentemente da tale dottrina, non possiede affatto la certezza assoluta; perciò la conoscenza teologica non può escludere per se stessa le tentazioni del dubbio, perfino nei grandi mistici, e quanto alle grazie che possono sopraggiungere in casi simili, esse non sono circostanziali all’intelligenza, in modo che la loro permanenza non dipende dall’essere che ne beneficia; limitandosi a una prospettiva relativa, quella della salvezza individuale – prospettiva interessata che influenza pure la concezione della Divinità in un senso restrittivo – l’ideologia exoterica non dispone di nessun mezzo di prova o di legittimazione dottrinale proporzionato alle sue esigenze. Difatti la caratteristica di ogni dottrina exoterica è la sproporzione tra le sue esigenze dogmatiche e le sue garanzie dialettiche: dato che le sue esigenze sono assolute, giacché provengono da un Volere divino, dunque anche da una Conoscenza divina, mentre le sue garanzie sono relative, giacché indipendenti da tale Volere e fondate non su tale Conoscenza, bensì su una visuale umana, quella della ragione e del sentimento. Ci si rivolge, per esempio, ai Brahmani per richiedere loro l’abbandono totale d’una tradizione plurimillenaria, di cui innumerabili generazioni hanno fatto l’esperienza spirituale e che ha generato fiori di sapienza e di santità fino ai nostri giorni; le argomentazioni prodotte per giustificare questa esigenza inaudita non contengono tuttavia niente di logicamente concludente, né di proporzionato all’ampiezza dell’esigenza stessa; le ragioni che avranno i Brahmani per restare fedeli al proprio patrimonio spirituale saranno dunque infinitamente più solide per loro di quelle con cui si vuole indurli a smettere di essere quello che sono. La sproporzione, nell’ottica indù, tra l’immensa realtà della tradizione brahmanica e l’insufficienza degli argomenti religiosi contrapposti è tale, che ciò dovrebbe bastare per provare che, se Dio volesse sottomettere tutto il mondo a una sola religione, gli argomenti di questa non sarebbero tanto deboli, né quelli di certi cosiddetti “infedeli” tanto forti; in altri termini, se Dio fosse unicamente dalla parte di una sola forma tradizionale, la potenza persuasiva di questa sarebbe tale che nessun uomo di buona fede potrebbe sottrarvisi. Del resto la stessa parola “infedele” attribuita a civiltà più vetuste, tranne un’eccezione, di quella cristiana, civiltà che hanno tutti i diritti spirituali e storici per ignorarla, fa anche intuire, con l’illogicità della sua ingenua pretesa, tutto quel che c’è d’abusivo nelle rivendicazioni religiose nei confronti di altre forme tradizionali ortodosse.

L’esigenza assoluta di credere in tale e non in altra religione può, infatti, cercare di giustificarsi soltanto con mezzi eminentemente relativi: tentativi di prove filosofico-teologiche, storiche o sentimentali: ora non esiste in realtà nessuna prova a sostegno di queste pretese alla verità unica ed esclusiva, e ogni tentativo possibile di prova può riferirsi solamente alle attitudini individuali degli uomini, attitudini che, limitandosi in definitiva a un problema di credulità, sono tra le più relative. Ogni prospettiva exoterica pretende, per definizione medesima, di essere la sola vera e legittima, e questo poiché la visuale exoterica, tendente solamente a un interesse individuale: la salvezza, non ha nessun beneficio nel conoscere una verità delle altre forme tradizionali; disinteressandosi della propria verità, si disinteressa anche molto di più di quella degli altri, o piuttosto la nega, giacché la nozione d’una pluralità di forme tradizionali rischia di nuocere alla sola ricerca della salvezza individuale; e questo chiarisce precisamente il carattere relativo della forma che, invece, è d’una necessità assoluta per la salvezza dell’individuo. Ci si potrebbe però domandare perché le garanzie, ossia le prove di veracità o di credibilità, che la polemica religiosa si sforza di produrre, non provengano spontaneamente dal Volere divino come avviene per le esigenze della religione; ovviamente tale problema ha un senso soltanto se si riferisce a verità, giacché non si possono provare errori; ora gli argomenti della polemica religiosa, appunto, non possono in nessun modo dipendere dalla sfera intrinseca e positiva della fede; un’idea la cui importanza è solo estrinseca e negativa, e che in fondo deriva unicamente da un’induzione – come per esempio l’idea della verità e della legittimità esclusive di una certa religione, oppure, il che fa lo stesso, della falsità e illegittimità di tutte le altre tradizioni possibili – una concezione simile non può evidentemente essere l’oggetto di una prova né divina, né a maggior ragione umana. Circa i dogmi veri – cioè non derivati per induzione, ma di valore rigorosamente intrinseco – se Dio non ha fornito le prove teoriche della loro verità, questo significa che, in primo luogo tali prove sono inconcepibili e inesistenti sul piano in cui si pone l’exoterismo, e pretenderle come fanno i miscredenti sarebbe una contraddizione vera e propria; in secondo luogo, come vedremo poi, se queste dimostrazioni esistono, sono su tutt’altro piano, e la Rivelazione divina le include perfettamente, senza nessuna omissione; in terzo luogo, infine, tornando al piano exoterico, dove solamente può porsi tale problema, la Rivelazione comporta, in ciò che ha d’essenziale, un’intelligibilità sufficiente per poter servire da veicolo all’azione della grazia [5], che, dal canto suo, è l’unica ragion sufficiente pienamente valida per l’adesione a una religione. Tuttavia, questa grazia essendo così suscitata soltanto nei confronti di quelli che non ne posseggono effettivamente l’equivalente in un’altra forma rivelata, i dogmi rimangono senza potenza persuasiva, potremmo dire senza prove, per quelli che posseggono questo equivalente; costoro saranno quindi “inconvertibili” – prescindendo dai casi di conversione dovuti alla forza suggestiva d’uno psichismo collettivo, la grazia non cominciando allora a operare che a posteriori [6] – giacché l’influsso spirituale non farà presa su di loro, come una luce non può illuminare un’altra luce; ciò è conforme quindi al Volere divino che ha rivestito la Verità una di differenti forme, e l’ha suddivisa tra differenti umanità ciascuna delle quali è simbolicamente la sola esistente; e soggiungeremo che, se la relatività estrinseca dell’exoterismo è conforme al Volere divino, che s’afferma così nella natura stessa delle cose, è evidente che questa relatività non può essere abolita da un volere divino.

Ora, se non esiste alcuna dimostrazione rigorosa a favore d’una pretesa exoterica al possesso esclusivo della verità, non si deve forse essere portati a credere che l’ortodossia medesima di una forma tradizionale non possa essere dimostrata? Questa sarebbe una conclusione molto artefatta e in ogni modo del tutto erronea: poiché ogni forma tradizionale comporta una prova assoluta della propria verità, dunque della propria ortodossia; ciò che non può essere dimostrato, in mancanza di una prova assoluta, non è la verità intrinseca e pertanto la legittimità tradizionale d’una forma della Rivelazione universale, ma unicamente il fatto ipotetico che una tale forma particolare sarebbe la sola vera e legittima, e questo non può essere dimostrato per la semplice ragione che è falso.

Vi sono dunque prove inoppugnabili della verità d’una religione; ma tali prove, che sono d’ordine meramente spirituale, pur essendo le sole prove possibili a sostegno d’una verità rivelata, comportano in pari tempo la negazione dell’esclusivismo pretenzioso delle forme; in altre parole, chi vuol dimostrare la verità d’una religione, o non ha prove, non esistendone, oppure ha soltanto prove che affermano ogni verità religiosa senza eccezione, qualunque sia la forma che essa può rivestire.

La pretesa exoterica al possesso esclusivo d’una verità unica, o della Verità senza epiteti, è quindi un vero e proprio errore; in realtà ogni verità espressa riveste di necessità una forma, quella della sua espressione, ed è metafisicamente impossibile che una forma abbia un valore unico escludendo altre forme: giacché una forma, appunto per definizione, non può essere unica ed esclusiva, ossia una forma non può essere la sola possibilità d’espressione di ciò che esprime; dire forma è dire specificità o distinzione, e lo specifico è concepibile soltanto come modalità d’una specie, dunque d’un ordine che include un insieme di modalità analogiche; o anche il limitato, che è tale per l’esclusione di quel che i suoi limiti non comprendono, deve compensare questa esclusione con una riaffermazione o ripetizione di sé fuori dei propri limiti, e ciò equivarrebbe a dire che l’esistenza di altre cose limitate è rigorosamente contenuta nella definizione stessa del limitato. Pretendere che una limitazione, come per esempio una forma considerata in sé, sia unica nel suo genere e incomparabile, che escluda quindi l’esistenza di altre modalità analoghe a essa, significherebbe attribuirle l’unicità dell’Esistenza medesima; ora, nessuno potrà contestare che una forma è sempre una limitazione, e che una religione è per necessità sempre una forma, non, ovviamente, per la sua Verità interna che è d’ordine universale, quindi sopraformale, ma per il suo modo d’espressione, che, come tale, non può non essere formale, pertanto specifico e limitato. Non si può ripetere abbastanza che una forma è sempre una modalità d’un ordine di manifestazione formale, dunque distintiva e molteplice, e conseguentemente, come dicevamo poc’anzi, una modalità tra altre, essendo unica solo la loro causa sopraformale; e ripetiamo anche – poiché non va mai dimenticato – che la forma – proprio per il fatto che è limitata, lascia necessariamente qualcosa fuori di sé, cioè quello che il suo limite esclude; e questo qualcosa, se appartiene allo stesso ordine, è necessariamente analogo alla forma esaminata, perché la distinzione delle forme deve essere compensata da un’indistinzione, quindi da un’identità relativa, altrimenti le forme sarebbero assolutamente distinte le une dalle altre, cosa che equivarrebbe a una pluralità di unicità o di Esistenze; ogni forma allora sarebbe una sorta di divinità priva di qualsiasi relazione con altre forme, supposizione che è assurda.

La pretesa exoterica al possesso esclusivo della verità cozza pertanto, l’abbiamo appena visto, contro l’obiezione assiomatica che non esiste un fatto unico, per la semplice ragione che è rigorosamente impossibile che un tale fatto esista, essendo unica solo l’unicità, e un fatto non essendo l’unicità; ed è ciò che ignora l’ideologia “credente” che in fondo è soltanto la confusione interessata tra il formale e l’universale. Le idee che s’affermano in una forma religiosa – come l’idea del Verbo o quella dell’Unità divina – non possono non affermarsi, in una maniera o in un’altra, nelle altre religioni; così i mezzi di grazia o d’attuazione spirituale di cui dispone un certo sacerdozio non possono non trovare l’equivalente altrove; e, aggiungeremo, proprio in quanto un mezzo di grazia è importante o indispensabile, lo si rinverrà necessariamente in tutte le forme ortodosse in un modo adeguato all’ambito rispettivo.

Possiamo riepilogare le considerazioni precedenti con questa formula: la Verità assoluta non è che di là da tutte le sue espressioni possibili; tali espressioni, in sé, non possono aspirare agli attributi di questa Verità; il loro allontanamento relativo rispetto a essa si manifesta con la loro differenziazione e con la loro molteplicità, che necessariamente le limitano.


1- Si ricorderà la maledizione di Cristo: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza: voi non siete entrati, e l’avete impedito a quelli che volevano entrare” (Lc., XI, 52).

2- Per ciò che concerne la tradizione islamica, citiamo la riflessione d’un principe musulmano dell’India: “La maggior parte dei non Musulmani, e perfino molti Musulmani interamente formati in un ambiente di cultura europea, ignorano quell’elemento peculiare dell’Islam che ne costituisce il midollo e il centro, che dà realmente vita e vigore alle sue forme e attività esteriori e che, grazie al carattere universale del suo contenuto, può apertamente prendere come testimoni i discepoli delle altre religioni” (Nawab A. Hydari Hydar Nawaz Jung Bahadur, nella prefazione a [i]Studies in Tasawwuf[/i] di Khaja Khan).

3- Di là viene la prepotenza sempre più netta della “letteratura”, nel senso peggiorativo, da un lato sull’intellettualità autentica, e dall’altro sulla pietà reale; di là anche l’importanza esagerata che s’attribuisce a ogni sorta d’attività più o meno futili che trascurano sempre diligentemente la “sola cosa necessaria”.

4- Così né l’incomprensione da parte d’una data autorità religiosa, e neppure una certa fondatezza dell’accusa mossa da essa, giustificano l’iniquità del processo intentato al Sufi El-Hallâj, come l’incomprensione dei Giudei non giustifica l’iniquità del processo intentato a Cristo. In un ordine di idee molto simile, ci si può chiedere perché s’incontri nelle polemiche religiose tanta stupidità e malafede, e ciò anche in persone che altrimenti ne sono immuni; questo è un indizio sicuro che, nella maggioranza di tali polemiche, c’è una parte di “peccato contro lo Spirito”. Nessuno è biasimevole per il solo fatto d’attaccare, in nome del proprio credo, una tradizione straniera, se lo fa per pura ignoranza; ma quando non è così, l’uomo sarà colpevole di bestemmia, giacché, oltraggiando la Verità divina in una forma straniera, non fa insomma che profittare di un’occasione per offendere Dio senza doversene fare un caso di coscienza; è questo, in fondo, il segreto dello zelo grossolano e impuro mostrato da coloro che, in nome del loro convincimento religioso, consacrano la vita a rendere invise cose sacre, il che possono fare solo con modi spregevoli.

5- Un esempio della conversione per l’influsso spirituale o la grazia, e in mancanza di qualsiasi argomento d’ordine dottrinale, ci è offerto dalla ben nota vicenda di Sundar Singh; questo Sikh di natura nobile, dal temperamento mistico, ma senza vere qualità intellettuali, aveva giurato un odio implacabile non solo ai Cristiani, ma anche al Cristianesimo e perfino al Vangelo; tale odio, data la sua coincidenza paradossale col carattere nobile e mistico di Sundar Singh, si scontrò con l’influsso spirituale di Cristo e si mutò in disperazione; sopraggiunse allora una conversione folgorante provocata da una visione; ora non vi fu nessuna intromissione della dottrina cristiana, e il convertito non pensò nemmeno mai di ricercare l’ortodossia tradizionale. L’esempio di San Paolo presenta, d’altronde, sebbene a un livello notevolmente superiore rispetto al personaggio e alle circostanze, alcune analogie meramente “tecniche” con l’esempio citato. In breve, si può affermare che quando un uomo di natura religiosa odia e perseguita una religione, è assai vicino a convertirsi, col favore delle circostanze.

6- E’ il caso dei non Cristiani che si convertono al Cristianesimo così come adottano qualsiasi forma della civiltà occidentale moderna; ciò che, negli Occidentali stessi, è sete di novità, negli altri è sete di mutamento, si potrebbe dire di rinnegamento; da ambedue le parti c’è la medesima tendenza ad attuare e a esaurire possibilità che erano state escluse dalla civiltà tradizionale.

Conoscenza e azione (René Guénon)

Iniziazione

Noi adesso considereremo in via particolare uno dei principali aspetti dell’opposizione oggi esistente fra lo spirito orientale e lo spirito occidentale: opposizio­ne che, come è stato spiegato, nel suo aspetto più generale, è quella fra spirito tradizionale e spirito an­titradizionale. Da un certo punto di vista, che è poi uno dei più essenziali, siffatta opposizione si presenta come quella fra contemplazione e azione o, per parlar più preciso, come quella riferentesi alla funzione da assegnare rispettivamente all’uno e all’altro dei due termini. Contem­plazione e azione possono venire considerate secondo un vario rapporto: sono opposte l’una all’altra, come si pensa comunemente? o sarebbero piuttosto complementari? o, in­fine, non esisterebbe forse fra di loro una relazione non di coordinazione, bensì di subordinazione? Questi sono i di­versi aspetti del problema, aspetti che si riferiscono ad al­trettanti punti di vista, d’importanza tutt’altro che uguale, ma tali che ciascuno di essi può esser giustificato sotto un certo riguardo e in corrispondenza ad un certo ordine di realtà.

Anzitutto il punto di vista più superficiale e esteriore è quello consistente nell’opporre in modo puro e semplice contemplazione e azione, al titolo di due contrari nel senso proprio del termine. Che apparentemente una opposizione esista, ciò è invero incontestabile. Tuttavia, se essa fosse assolutamente irriducibile, fra contemplazione e azione esi­sterebbe una incompatibilità completa ed esse non potreb­bero mai ritrovarsi riunite. Ora sta di fatto che le cose non si presentano così. Almeno nei casi normali, nessun popolo, e forse nemmeno nessun individuo, può essere esclusivamente contemplativo o esclusivamente attivo. La verità è che si tratta di due tendenze, l’una delle quali domina quasi necessariamente l’altra, di modo che lo sviluppo dell’una sembra effettuarsi a detrimento dell’altra, per la semplice ragione che l’attività umana, nel suo senso più generale, non può esercitarsi egualmente e simultaneamente in tutti i domini e in tutte le direzioni. Ciò crea l’apparenza di una opposizione. Ma una conciliazione fra questi contrari o pseudo‑contrari deve esser possibile. Del resto, ciò vale per tutti i contrari in genere, che cessano di esser tali non appe­na chi li considera si porta di là da un certo piano, al quale si restringe la realtà della loro opposizione. Chi dice oppo­sizione o contrasto dice con ciò stesso disarmonia o squili­brio, cioè qualcosa che ‑ come già abbiamo sufficientemente chiarito ‑ può esistere solo da un punto di vista relativo, particolare e limitato.
Chi invece considera la contemplazione e l’azione come complementari, si pone da un punto di vista già più pro­fondo e più vero del precedente, giacché l’opposizione vi si trova conciliata e risolta, i due termini equilibrandosi, in un certo qual modo, a vicenda. Sembrerebbe dunque trattarsi di due elementi egualmente necessari, completantisi e fon­dantisi mutualmente, costituenti la doppia attività, interna e esterna, di un unico essere, sia esso il singolo ovvero l’umanità collettivamente considerata. Questa concezione è sicuramente più armonica e soddisfacente della prima. Chi si tenesse solo ad essa, sarebbe però tentato, per via della correlazione così stabilita, di porre la contemplazione e l’azio­ne sullo stesso piano, così che tutto si ridurrebbe a garan­tire il loro equilibrio, senza mai porsi il problema di una qualunque superiorità dell’una di fronte all’altra. Quel che mostra chiara l’insufficienza di un simile punto di vista, è il fatto che questo problema della superiorità invece si pone e sempre si è posto, quale si sia poi la soluzione che ad esso si è voluta dare.
Il punto che, del resto, nel riguardo, importa, non è quel predominio di fatto che, tutto sommato, si ridurrebbe ad una faccenda di temperamento o di razza, ma ciò che si potrebbe chiamare il predominio di diritto; e i due aspetti non sono solidali che fino ad un certo punto. Non v’è dub­bio che il riconoscimento della superiorità dell’una tenden­za sull’altra inciterà a sviluppare il più possibile quella rite­nuta superiore; ma, nelle applicazioni, non è men vero che la parte della contemplazione e dell’azione nel complesso della vita di un uomo, o di un popolo dipenderà sempre e essenzialmente dalla natura propria di esso, poiché qui en­trano in gioco le speciali possibilità di ciascuno. È chiaro che l’attitudine alla contemplazione è più diffusa e più ge­neralmente sviluppata fra gli Orientali. Non vi è forse nes­sun paese in cui questo sviluppo abbia raggiunto l’altezza dell’India, ed è per questo che tale popolo può venir con­siderato come l’esponente per eccellenza di quel che abbia­mo chiamato lo spirito orientale. Per contro, è incontesta­bile che, in via generale, l’attitudine all’azione, o la tenden­za risultante da tale attitudine, è quella che predomina fra i popoli occidentali nella grande maggioranza dei singoli e che, quando anche siffatta tendenza non fosse esagerata e deviata come oggi lo è, essa sussisterebbe egualmente, sì che la contemplazione non potrà mai essere, in Occidente, che la prerogativa di una élite assai più esigua. Per questo in India si ama dire che, se l’Occidente ritornasse ad uno stato normale e possedesse una organizzazione sociale regolare, vi si troverebbero indubbiamente molti kshatriya, ma pochi brahmana [La contemplazione e l’azione sono infatti rispettivamente le fun­zioni proprie alle due prime caste della gerarchia indù, quella dei brah­mana e quella dei kshatriya. Anche i loro rapporti sono simultaneamente quelli fra autorità spirituale e potere temporale. Ma per un tale lato della questione rimandiamo alle esposizioni contenute nel nostro libro Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Paris, 1929)]. Tuttavia ciò basterebbe già per un ritorno al­l’ordine, se l’élite intellettuale davvero si costituisse e se la sua supremazia fosse riconosciuta, la potenza spirituale non dipendendo per nulla dal numero, la legge del quale è solo quella della materia. Va d’altronde rilevato che nell’antichi­tà e soprattutto nel Medioevo la disposizione naturale al­l’azione degli Occidentali non impedì loro di riconoscere la superiorità della contemplazione, cioè dell’intelligenza pura. Perché nel mondo moderno le cose vanno altrimenti? Per­ché gli Occidentali, sviluppando esageratamente le loro fa­coltà di azione, hanno finito col perdere la loro intellettualità, e per consolarsi hanno inventato delle teorie ponenti l’azio­ne al disopra di tutto giungendo perfino ‑ col «pragmati­smo» ‑ a negare l’esistenza di alcunché di valido al di fuori di essa? O è questo modo di vedere che, avendo preso a prevalere inizialmente, ha condotto all’atrofia intellettuale che oggi constatiamo? Nelle due ipotesi, e anche nel caso molto probabile, che la verità corrispondesse ad una com­binazione dell’una e dell’altra, i risultati sono esattamente gli stessi. Al punto in cui le cose sono giunte, urge reagire, ed è qui, diciamolo ancora una volta, che l’Oriente potreb­be soccorrere l’Occidente, sempreché questo lo voglia: non per imporre ad esso concezioni estranee, come alcuni sem­brano temere, bensì per aiutarlo a ritrovare quella sua tra­dizione, di cui ha perduto il senso.
Si potrebbe dire che allo stato attuale delle cose l’anti­tesi fra Oriente e Occidente consiste nel fatto che l’Oriente ha tutelato la superiorità della contemplazione sull’azione, mentre l’Occidente moderno ha affermato la superiorità dell’azione sulla contemplazione. Con che non si tratta più, come prima, di semplici rapporti di opposizione o di com­plementarismo, e quindi di una coordinazione fra i due ter­mini; non si tratta più di punti di vista aventi ciascuno la propria ragion d’essere e accettabili almeno come espressio­ne di una certa verità relativa. Ogni rapporto di subordina­zione è, per via della sua stessa natura, irreversibile, onde le due concezioni sono realmente antitetiche, tali da esclu­dersi a vicenda. Se si dovesse ammettere che si tratta dav­vero di subordinazione, ne risulterebbe dunque di necessità che l’una concezione è vera, l’altra falsa. Prima di andare in fondo alla questione, notiamo ancor questo: mentre lo spirito mantenutosi in Oriente è invero, come dicevamo poco fa, quello di ogni tempo, l’altro spirito ha fatto appa­rizione solo in un’epoca assai recente, cosa che, a prescindere da ogni altra considerazione, può già far pensare che esso corrisponde ad alcunché d’anormale. Questa impressio­ne è confermata dall’eccesso stesso nel quale, seguendo la ten­denza che gli è propria, cade lo spirito occidentale moderno, il quale, non pago di proclamare in ogni occasione la supe­riorità dell’azione, è giunto a far di essa la sua preoccupa­zione esclusiva e a negare alla contemplazione ogni valore, di essa ignorando o disconoscendo la vera natura. Invece le dottrine orientali, pur affermando nel modo più netto la su­periorità e perfino la trascendenza della contemplazione ri­spetto all’azione, non per questo hanno contestato ad essa il suo posto legittimo ma ne hanno riconosciuto volentieri tutta l’importanza nell’ordine delle contingenze umane [Chi dubitasse di questa importanza reale, benché relativa, accor­data all’azione dalle dottrine tradizionali d’Oriente, e soprattutto dell’In­dia, per convincersene, non avrebbe che da riferirsi alla Bhagavad‑gita, che è d’altronde ‑ non si deve dimenticarlo, se se ne vuole intendere bene il senso ‑ un libro specialmente destinato ai kshatriya].
Al pari delle antiche dottrine occidentali, le dottrine orientali sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo che l’immutabile è superiore al mutamento [È in virtù del rapporto così stabilito che vien detto che il brahmana rappresenta il tipo degli esseri stabili e il kshatriya quello degli esseri mobili o mutevoli. Così tutti gli esseri del mondo, seguendo la loro natura, sono principalmente in relazione con l’uno o con l’altro tipo, es­sendovi una perfetta corrispondenza fra ordine cosmico e ordine umano]. L’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficien­te. Se non si riconnette ad un principio che vada di là dal suo dominio contingente, essa non è che illusione pura; e il principio donde esso può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, è da trovarsi solo nella contemplazione o, se lo si preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno coin­cidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si raggiunge non possono in alcun modo venir separa­te [Bisogna infatti notare, come conseguenza di questo carattere momentaneo dell’azione, che nel dominio di essa i risultati son sempre staccati da chi li produce, mentre la conoscenza possiede in se stessa il proprio frutto]. Del pari, il mutamento, nel suo senso più generale, è inintelligibile e contradittorio, cioè impossibile, senza un principio da cui proceda e che, per il fatto stesso di essere il suo principio, non può soggiacere al mutamento, e quindi è di necessità immutabile. Per questo nell’antichità occiden­tale Aristotele ha affermato la necessità di un «motore im­mobile» di tutte le cose. La conoscenza ha, di fronte al­l’azione, appunto questa funzione di «motore immobile». È evidente che l’azione appartiene tutta al mondo del mu­tamento, del «divenire»: solo la conoscenza permette di uscire da questo mondo e dalle limitazioni ad esso inerenti, e quando raggiunga l’immutabile ‑ come accade nel caso della conoscenza per principi o conoscenza metafisica, la quale è il conoscere per eccellenza ‑ possiede essa stessa l’immutabilità, ogni conoscenza vera essendo essenzialmen­te identificazione al suo oggetto. È proprio quel che igno­rano gli Occidentali moderni, i quali, in fatto di conoscenza, non sanno più che di una conoscenza razionale e discorsiva, quindi indiretta e imperfetta, tale che si potrebbe chiamare conoscenza per riflesso: non solo, ma essi apprezzano questa stessa conoscenza inferiore nella sola misura in cui essa ser­va immediatamente a fini pratici: presi nell’azione tanto da negare tutto quel che la trascende, essi non si accorgono che questa stessa azione, per tal via, mancando di principi, de­genera in una agitazione tanto vana quanto sterile.
Proprio questo è difatti il carattere più visibile del­l’epoca moderna: il bisogno di un’agitazione incessante, di un mutamento continuo, di una velocità sempre crescente che così riflette quella stessa secondo la quale oggi si svol­gono gli avvenimenti. È la dispersione nel molteplice, in un molteplice non più unificato dalla coscienza di un qualche superiore principio. Nella vita comune così come nelle con­cezioni scientifiche, è l’analisi spinta all’estremo, il fraziona­mento indefinito, una vera disgregazione dell’attività umana in tutti i campi in cui essa può ancora esercitarsi. Donde quell’incapacità di sintesi, quell’impossibilità di ogni concen­trazione che colpisce ogni Orientale. Sono, queste, le conseguenze naturali e inevitabili di una materializzazione sem­pre più accentuata, perché la materia è essenzialmente molteplicità e divisione ‑ ed è anche per questo, diciamolo di passata, che quanto procede da un simile stato di cose può solo condurre a lotte e conflitti d’ogni genere, fra i popoli così come fra gli individui. Più ci si sprofonda nella mate­ria, più i fattori di divisione e di opposizione si accentuano e si estendono. Per contro, più ci si innalza verso la spiri­tualità pura, più ci si avvicina all’unità, la quale può realiz­zarsi pienamente solo mediante la coscienza dei principi universali.
Il più strano è che oggi il movimento e il mutamento sono invero cercati in se stessi, e non per uno scopo qual­siasi cui possano condurre. Ciò deriva direttamente dal fatto che tutte le facoltà umane sono assorbite in quell’azione esteriore, di cui abbiamo segnalato or ora il carattere di momentaneità. Si tratta sempre della dispersione, considerata sotto un altro aspetto e in uno stadio più spinto: è, po­trebbe dirsi, una specie di tendenza all’istantaneità, avente per limite uno stato di squilibrio puro che, qualora potesse venir davvero raggiunto, coinciderebbe con una dissoluzione definitiva. Questa è una delle caratteristiche più nette del­l’ultimo periodo del kali‑yuga.
Lo stesso si verifica nell’ordine scientifico: è la ricerca per la ricerca, assai più che non per i risultati parziali e frammentari a cui conduce; è il succedersi sempre più rapi­do di teorie e di ipotesi infondate che crollano non appena costruite, per dar luogo ad altre, la cui durata sarà ancor più breve: vero caos, nel quale sarebbe vano cercare degli elementi definitivamente acquisiti, nel quale tutto si riduce ad un mostruoso ammucchiamento di fatti che non possono né provare né significare nulla. Ciò, naturalmente, per quel che si riferisce al punto di vista speculativo, nella misura in cui esso ancora sussiste. Circa le applicazioni pratiche, sono stati invece ottenuti risultati incontestabili, cosa che non stupisce, dato che queste applicazioni si riferiscono di­rettamente al campo materiale, che è invero il solo nel quale l’uomo moderno può vantare una reale superiorità. Bisogna dunque aspettarsi che le scoperte o, meglio, le invenzioni meccaniche e industriali si sviluppino e si moltiplichino an­cora, con un ritmo anch’esso sempre più veloce, sino alla fine dell’èra attuale. E chi sa se, con i pericoli di distruzione che vi si connettono, non saranno proprio esse uno dei prin­cipali fattori dell’ultimo crollo, ove le cose giungano ad un punto tale, che esso non possa più venire evitato?
In ogni caso, si ha l’impressione assai generale che allo stato attuale non esista più alcuna stabilità. Ma mentre alcuni sentono il pericolo e cercano di reagire, la gran parte dei nostri contemporanei si compiacciono di questo disor­dine ove vedono una specie di immagine esteriorizzata della loro stessa mentalità. Vi è infatti una corrispondenza esatta fra un mondo in cui tutto sembra essere in puro «diveni­re», ove non vi è più alcun posto per l’immutabile e il per­manente, e lo stato d’animo di uomini che riducono a que­sto stesso divenire ogni realtà, il che implica una negazione sia della conoscenza vera, sia dell’oggetto di essa, cioè dei principi trascendenti e universali. Ma si può andare più ol­tre ancora: noi ci troviamo dinanzi alla negazione di ogni reale conoscenza, di qualunque ordine essa sia, perfino del dominio del relativo, giacché, come l’abbiamo indicato poco fa, il relativo è inintelligibile e impossibile senza l’assoluto, il contingente senza l’immutabile, la molteplicità senza l’uni­tà. Il «relativismo» porta in se stesso la propria contraddi­zione, e a voler ridurre tutto al mutamento, si dovrebbe fini­re logicamente col negare l’esistenza stessa di esso. I famosi argomenti di Zenone d’Elea, non avevano, in fondo, un senso diverso. Infatti, non essendovi ragione di esagerare, si può ben dire che teorie del genere non sono proprie esclu­sivamente dei tempi moderni. Qualche esempio possiamo tro­varlo nella filosofia greca, e il caso di Eraclito col suo «flui­re universale» è, nel riguardo, il più noto. È quel che in­dusse gli Eleati a combattere tali concezioni, insieme a quelle atomistiche, mediante una specie di riduzione all’as­surdo. Nella stessa India ebbe a verificarsi qualcosa di simi­le, ma, naturalmente, da un punto di vista diverso da quello filosofico. Il Buddhismo presentò infatti lo stesso carattere, una delle sue tesi essenziali essendo quella della «dissolubi­lità di tutte le cose» (Poco dopo le sue origini, il Buddhismo si associò ad una delle principali manifestazioni della rivolta dei kshatriya contro l’autorità dei brahmana. Ora, in via generale, è facile comprendere dalle indicazioni precedenti che esiste una connessione assai diretta fra la negazione di ogni principio immutabile e quella dell’autorità spirituale, fra la riduzione di ogni realtà al «divenire» e l’affermazione della supremazia del potere temporale, il cui dominio proprio è il mondo dell’azione. E si potrebbe constatare che la comparsa delle dottrine «naturaliste» o antimetafisiche avviene sempre nel punto in cui l’elemento che rappresenta il potere temporale prende, in una civiltà, il sopravvento su quello che rappresenta l’autorità spirituale). Solo che siffatte teorie allora non erano che eccezioni, e tali rivolte contro lo spirito tradizionale, che potettero verificarsi lungo tutto il kali‑yuga, non ebbero insomma che una portata assai limitata. L’elemento nuovo è la generalizzazione di simili concezioni, quale la constatiamo nell’Occidente contemporaneo.
Si deve notare che le «filosofie del divenire», sotto l’influsso dell’idea recentissima del «progresso», fra i mo­derni hanno assunto una forma speciale, mai presentata dalle teorie antiche dello stesso genere. Questa forma, su­scettibile del resto di molte varietà, è quel che in genere si può designare con la parola «evoluzionismo». Senza torna­re su quel che già abbiamo detto altrove, ricorderemo solo che ogni concezione non ammettente nulla fuor dal «dive­nire», per ciò stesso è una concezione «naturalista», im­plicante, come tale, una formale negazione di tutto quel che sta di là dalla natura, cioè del dominio metafisico, che è il dominio dei principi immutabili e eterni. A proposito delle teorie antimetafisiche, rileveremo anche che l’idea bergso­niana della «durata pura» corrisponde esattamente a quel­la dispersione nell’istantaneo, di cui parlavamo poco fa. La pretesa intuizione, che si modella sul flusso incessante delle cose sensibili, lungi dall’esser l’organo di una conoscenza vera, rappresenta in realtà la dissoluzione di ogni possibilità di conoscenza.
Ciò ci conduce a fissare una volta per tutte un punto essenziale, sul quale non deve sorgere alcun equivoco: l’in­tuizione intellettuale, mediante la quale si ottiene la vera conoscenza metafisica, non ha assolutamente nulla da spar­tire con quell’intuizione di cui parlano certi filosofi contem­poranei, «irrazionalisti» e «vitalisti». Questa è di ordine sensibile, anzi addirittura sub‑razionale, mentre la prima, procedente dall’intelletto puro, è super‑razionale. Ma i mo­derni, che nel dominio dell’intelligenza non conoscono nulla di superiore alla ragione, non concepiscono nemmeno cosa possa essere l’intuizione intellettuale, mentre le dottrine del­l’antichità e del Medioevo, anche quando avevano soltanto un carattere filosofico e quindi non potevano riferirsi di fatto a questa intuizione, non per questo ne disconoscevano l’esistenza e la supremazia di fronte a tutte le altre facoltà. Per tale motivo prima di Descartes non esistette un «razio­nalismo»: il quale, di nuovo, è qualcosa di specificamente moderno, d’altronde strettamente solidale con l’«individua­lismo», poiché esso altro non è se non la negazione di ogni facoltà di ordine superindividuale. Finché gli Occidentali si ostineranno a disconoscere o a negare l’intuizione intellet­tuale, essi non potranno avere nessuna tradizione nel senso vero del termine ed essi non potranno intendersi con gli autentici rappresentanti delle civiltà orientali, nelle quali tut­to gravita su tale intuizione, in sé immutabile e infallibile, unico punto di partenza per ogni sviluppo conforme alle norme tradizionali. 

«Riunire ciò che è sparso» (René Guénon)

Iniziazione

In una nostra opera abbiamo citato, a proposito del Ming-tang e della Tien-ti-Huei, una formula massonica secondo la quale il compito dei Maestri consiste nel «diffondere la luce e riunire ciò che è sparso». Di fatto, l’accostamento che facevamo allora riguardava soltanto la prima parte della formula; in quanto alla seconda, che può sembrare più enigmatica, siccome essa ha nel simbolismo tradizionale notevolissime connessioni, ci sembra interessante fornire su questo punto alcune indicazioni che non avevano potuto trovar posto in quella occasione.

Per capire nel modo più completo possibile la cosa, conviene innanzitutto riferirsi alla tradizione vêdica, che è più esplicita di altre a tale riguardo: secondo essa, infatti, “ciò che è sparso” sono le membra del Purusha primordiale che fu diviso nel primo sacrificio compiuto dai Dêva all’inizio dei tempi, e da cui nacquero, grazie a tale divisione, tutti gli esseri manifestati.

È evidente che si tratta di una descrizione simbolica del passaggio dall’unità alla molteplicità, senza di cui non potrebbe effettivamente esserci alcuna manifestazione; e ci si può già rendere conto così che la “riunione di ciò che è sparso”, o la ricostituzione del Purusha quale esso era “prima dell’inizio”, se è consentito esprimersi così, cioè nello stato non-manifestato, non è altro che il ritorno all’unità principiale. Purusha è identico a Prajâpati, il “Signore degli esseri prodotti”, essendo questi ultimi tutti derivati da lui e di conseguenza considerati quasi come la sua “progenie”; è anche Vishwakarma, cioè il “Grande Architetto dell’Universo”, e, in quanto Vishwakarma, è lui a compiere il sacrificio pur essendone nello stesso tempo la vittima; e, se si dice che è sacrificato dai Dêva, ciò non comporta in realtà alcuna differenza, poiché i Dêva non sono in definitiva nient’altro che le “potenze” che egli porta in se stesso.

Abbiamo già detto a varie riprese che ogni sacrificio rituale deve essere considerato un’immagine di questo primo sacrificio cosmogonico; e sempre in ogni sacrificio, come ha fatto notare Coomaraswamy, «la vittima, come mostrano con evidenza i Brâhmana, è una rappresentazione del sacrificante, o, come dicono i testi, è il sacrificante stesso; in accordo con la legge universale secondo cui l’iniziazione (dîkshâ) è una morte e una rinascita, è evidente che l’«iniziato è l’oblazione» (Taittiriya Samhitâ, VI, 1, 4, 5), «la vittima è sostanzialmente il sacrificante stesso» (Aitarêya Brâhmana, II, 11)». Questo ci riporta direttamente al simbolismo massonico del grado di Maestro, nel quale l’iniziato si identifica effettivamente con la vittima; si è d’altronde spesso insistito sui rapporti fra la leggenda di Hiram e il mito di Osiride di modo che, quando si tratta di “riunire ciò che è sparso”, si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse. È vero che nel caso di Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno esplicitamente, ma di un assassinio; ma questo non cambia nulla essenzialmente, poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come sacrificio sotto l’aspetto “dêvico” e come assassinio sotto l’aspetto “asurico”; ci accontentiamo di segnalare questo punto di sfuggita, perché non potremmo insistervi senza addentrarci in argomentazioni troppo circostanziate ed estranee al problema che ora stiamo trattando.

Sempre allo stesso modo, nella Cabala ebraica, per quanto non si parli più propriamente né di sacrificio né di assassinio, ma piuttosto di una specie di “disintegrazione” le cui conseguenze sono del resto le stesse, è dalla frammentazione del corpo dell’Adam Qadmon che si è formato l’Universo con tutti gli esseri che contiene, di modo che questi ultimi sono quasi particelle di tale corpo, e la loro “reintegrazione” nell’unità appare come la ricostituzione stessa dell’Adam Qadmon. Esso è l’“Uomo Universale”, e Purusha, secondo uno dei significati di questa parola, è pure l’“Uomo” per eccellenza; si tratta quindi esattamente della stessa cosa. Aggiungiamo a questo proposito, prima di procedere, che poiché il grado di Maestro rappresentava, almeno virtualmente, il termine dei “piccoli misteri”, bisogna quindi considerare in questo caso propriamente la reintegrazione al centro dello stato umano; ma è noto che lo stesso simbolismo è sempre applicabile a livelli diversi, in virtù delle corrispondenze che esistono fra di essi, di modo che lo si può riferire sia a un mondo determinato, sia a tutto l’insieme della manifestazione universale; e la reintegrazione nello “stato primordiale”, che è d’altronde anche “adamico”, è quasi una figura della reintegrazione totale e finale, per quanto essa sia ancora solo, in realtà, una tappa sulla via che vi conduce.

Nello studio che abbiamo citato sopra, A.K. Coomaraswamy dice che «l’essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo riunire»; esso comporta dunque le due fasi complementari della “disintegrazione” e della “reintegrazione” che costituiscono il processo cosmico nel suo complesso: il Purusha, «essendo uno, diventa molti, ed essendo molti, ridiventa uno». La ricostituzione del Purusha è operata simbolicamente, in particolare, nella costruzione dell’altare vêdico, che comprende nelle sue diverse parti una rappresentazione di tutti i mondi; e il sacrificio, per essere compiuto correttamente, richiede una cooperazione di tutte le arti, il che assimila il sacrificante a Vishwakarma stesso. D’altra parte, poiché si può considerare che ogni azione rituale, cioè in definitiva ogni azione veramente normale e conforme all’“ordine” (rita), sia dotata di un carattere in certo modo “sacrificale”, secondo il senso etimologico di questa parola (da sacrum facere), quel che è vero per l’altare vêdico lo è anche, in una certa maniera e in una certa misura, per ogni costruzione edificata conformemente alle regole tradizionali, poiché quest’ultima procede sempre in realtà da uno stesso “modello cosmico”, come abbiamo spiegato in altre occasioni. Si vede come ciò sia in diretto rapporto con un simbolismo “costruttivo” come quello della massoneria; e d’altronde, anche nel senso più immediato, il costruttore riunisce effettivamente dei materiali sparsi per farne un edificio che, se è veramente quel che dev’essere, avrà un’unità “organica”, paragonabile a quella di un essere vivente, se ci si pone dal punto di vista microcosmico, o a quella di un mondo, se ci si pone dal punto di vista macrocosmico.

Per concludere, ci resta ancora da parlare un poco di un simbolismo d’altro genere, che può sembrare assai diverso nelle sue apparenze esteriori, ma è nondimeno, in fondo, equivalente nel significato: si tratta della ricostituzione di una parola a partire dai suoi elementi letterali presi dapprima isolatamente. Per comprenderlo, bisogna ricordarsi che il vero nome di un essere non è altro, dal punto di vista tradizionale, che l’espressione della sua essenza stessa; la ricostituzione del nome equivale quindi, simbolicamente, alla ricostituzione dell’essere stesso. È anche noto il ruolo che svolgono le lettere in un simbolismo come quello della Cabala riguardo alla creazione o alla manifestazione universale; si potrebbe dire che questa è formata dalle lettere separate, che corrispondono alla molteplicità dei suoi elementi, e che, riunendo tali lettere, la si riconduce per ciò stesso al suo Principio, sempre che la riunione venga operata in modo da ricostituire effettivamente il nome del Principio. Da questo punto di vista, “riunire ciò che è sparso” è lo stesso che “ritrovare la Parola perduta”, poiché, in realtà, e nel suo senso più profondo, tale “Parola perduta” non è altro che il vero nome del “Grande Architetto dell’Universo”.