La conoscenza misterica

Iniziazione

La conoscenza misterica rappresenta una forza sotterranea e costante nella storia umana, un filo invisibile che attraversa le epoche e le culture, congiungendo popoli lontani nel tempo e nello spazio in una comune aspirazione: quella di varcare le soglie del visibile per accedere a un sapere più profondo, capace di illuminare la natura ultima della realtà. Sin dalle antiche civiltà mesopotamiche ed egizie, passando per i culti orfici ei misteri eleusini della Grecia classica, fino ad arrivare alle correnti esoteriche del Rinascimento e oltre, le vie misteriche hanno fornito l’impalcatura simbolica, spirituale e filosofica su cui si sono costruiti religioni , filosofie, scienze e concezioni del mondo. Esse non costituiscono semplici depositi di rituali criptici, ma autentici itinerari di trasformazione, capaci di traghettare l’individuo e le comunità verso una comprensione più vasta e articolata dell’esistenza.

La natura della conoscenza misterica

La conoscenza misterica, spesso definita “occulta” non perché inaccessibile di per sé, ma perché rivelata solo a chi intraprende un percorso di iniziazione, sfugge alle categorie convenzionali del pensiero razionale  Si nutre di simboli, miti e riti, di linguaggi figurati che, anziché comunicare con la nettezza della logica, mirano a sollecitare le profondità interiori dell’essere umano. Non si tratta di informazioni da acquisire meccanicamente, ma di un lento, graduale dischiudersi di prospettive nuove, che richiedono al neofita di attraversare passaggi di purificazione, sacrificio interiore e rinascita simbolica.

 

In ogni epoca, la trasmissione di questa conoscenza è stata affidata a gruppi ristretti: sacerdoti, filosofi, maestri o saggi che, preservandone i segreti, ne assicuravano la continuità nel tempo. La sfida di chi aspira ai Misteri non è mai stata la semplice assimilazione di dottrine teoriche, bensì la radicale trasformazione del proprio sguardo sul mondo e su sé stesso. In questo senso, l’iniziato diviene un viaggiatore dell’anima, un esploratore delle dimensioni sottili, capace di riconoscere nell’apparente complessità del reale un ordine più profondo, custodito nel tessuto stesso dell’esistenza.

 La conoscenza misterica come matrice culturale

Le vie misteriche hanno avuto un’influenza decisiva sull’evoluzione del pensiero umano, fornendo un humus intellettuale ed esperienziale da cui sono germogliate filosofie, religioni, scienze e arti. Tale contributo può essere rintracciato in almeno due dimensioni: da un lato, attraverso il ricco simbolismo cosmologico che ha ispirato i primi tentativi di comprensione dell’universo; dall’altro, mediante il lavoro interiore richiesto ai loro adepti, che ha affinato le capacità di osservazione, contemplazione e astrazione, fondamentali per lo sviluppo del sapere.

Simbolismo cosmologico e nascita del pensiero filosofico

Le grandi tradizioni misteriche, come quelle dell’antico Egitto, di Eleusi in Grecia o della Mesopotamia, non si limitavano a fornire narrative mitiche. Piuttosto, attraverso i loro rituali, creavano vere e proprie “mappe” simboliche dell’universo, che orientavano l’individuo nel cosmo e al contempo gli mostravano la dimensione celata del suo stesso spirito. Gli antichi filosofi greci, tra cui Pitagora, Platone o gli esponenti del Neoplatonismo, furono profondamente ispirati da questa matrice esoterica. Platone, nei suoi dialoghi, suggerisce che l’accesso alla verità ultima esige una purificazione dell’anima, un’ascesa oltre l’illusione sensibile, processo non dissimile dall’esperienza iniziatica dei misteri. Il suo “Mito della caverna” ne costituisce una potente metafora, evocando il passaggio dall’oscurità dell’ignoranza alla luce della conoscenza autentica.

 

Il pitagorismo, in particolare, mostra in modo esemplare come l’eredità misterica abbia fornito la struttura mentale per interpretare il numero e le relazioni matematiche non soltanto come strumenti di misurazione, ma come archetipi dell’armonia universale. Da qui la nascita di una concezione del sapere che, pur sviluppando metodi razionali, non perde mai di vista la dimensione sacra della realtà. Questo nesso tra simbolismo cosmologico e pensiero filosofico diviene la spina dorsale di quella che, nei secoli successivi, si sarebbe sviluppata come scienza, senza però poter del tutto recidere le sue radici dal mistero.

Trasformazione interiore e progresso scientifico

Le vie misteriche esigevano dall’iniziato un duro lavoro su di sé, un impegno etico ed esistenziale volto a superare l’egoismo, la paura e l’attaccamento ai fenomeni transitori. Questa disciplina interiore, lungi dall’essere un mero esercizio mistico, ha contribuito a generare quella lucidità mentale e quell’ampiezza di vedute che hanno aperto la strada ai primi passi della conoscenza empirica e della ricerca scientifica.

 

Nel Rinascimento, la fusione tra l’antica saggezza esoterica e le nascenti scienze naturali divenne evidente nell’opera di pensatori come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Giordano Bruno, i quali cercarono di conciliare l’immaginazione simbolica e la contemplazione interiore con le nuove scoperte astronomiche e cosmologiche. Bruno, ad esempio, anticipò concetti moderni come l’infinito dell’universo e la pluralità dei mondi, avvicinandosi a visioni cosmologiche che trascendono i confini del pensiero dell’epoca.

 

Un altro esempio emblematico è offerto dall’alchimia. Sebbene spesso considerata una pratica arcaica, l’alchimia si fondava su un sofisticato linguaggio simbolico volto a realizzare una duplice trasmutazione: quella delle sostanze materiali e, più profondamente, quella dell’anima dell’alchimista. Le prove di laboratorio, l’osservazione attenta, la registrazione meticolosa dei processi, furono precursori delle metodologie sperimentali della chimica moderna. Così, la ricerca del “magnum opus” – trasmutare il piombo in oro – non era soltanto una curiosità materiale, ma un cammino di perfezionamento interiore che incoraggiava lo sviluppo di strumenti concettuali e tecnici cruciali per il progresso scientifico.

L’eternità della via misterica nell’uomo moderno

La persistenza delle tradizioni misteriche non è un fatto casuale: esse rispondono a un bisogno antropologico, un’esigenza profonda e inesauribile dell’essere umano. Per quanto la scienza contemporanea possa spiegare con crescente accuratezza i fenomeni naturali, resta intatta l’interrogazione di fondo: quale sia il senso ultimo del cosmo e della vita stessa. In questo senso, il sapere misterico offre un ponte verso il sacro, un sentiero che riconosce la complessità simbolica dell’esistenza e la necessità di un significato che non può essere ridotto a puro dato osservabile.

 

In un’epoca segnata dal dominio della tecnologia e dalla razionalità strumentale, assistiamo a un nuovo slancio verso l’interiorità e l’esplorazione delle dimensioni invisibili. Le correnti spirituali, le scuole esoteriche, i percorsi di crescita interiore e le pratiche contemplative, da quelle orientali (come le tradizioni induiste, buddhiste o taoiste) a quelle occidentali (come l’ermetismo, la Qabbalah o il sufismo), continuano a esercitare un forte richiamo. In un mondo frantumato da conflitti e incertezze, la conoscenza misterica riemerge come un filo rosso che cuce, nel silenzio dei simboli e nella contemplazione dei rituali, la trama dell’esistenza individuale e collettiva.

 

Conclusione

La conoscenza misterica ha accompagnato l’umanità fin dalle sue prime albe culturali, ispirandone il pensiero, la scienza, la filosofia e le arti. Se la storia umana è un lungo e complesso intreccio di tensione tra conoscenza razionale e bisogno di trascendenza, le vie misteriche si rivelano come punti di convergenza tra i due poli: da una parte la rigorosità dell’analisi, dall’altra l’apertura all’ignoto e all’insondabile. Questa saggezza antica, pur adattandosi alle mutate condizioni storiche, resta una sorgente inesauribile di ispirazione, ricordandoci che il sapere non è solo misura e calcolo, ma anche esperienza vissuta, risonanza simbolica e immersione nel mistero cosmico. Oggi come allora, essa ci invita a superare l’orizzonte limitato del visibile per abbracciare l’infinito, e a riconoscere nella nostra sete di significato il segno di una realtà ben più vasta e profonda di quanto i soli sensi possano suggerire.

Il mito della caverna (Platone)

Iniziazione

Repubblica

– In seguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

– Vedo, rispose.

– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita?

– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

– Sicuramente.

– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

– Per forza.

– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

– Io no, per Zeus!, rispose.

– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

– Per forza, ammise.

– Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? E se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

– Certo, rispose.

– E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati?

– È così, rispose.

– Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lì a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

– Come no?

– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

– Per forza, disse.

– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

– È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

– Certo.

– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse più acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e più rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

– Così penso anch’io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

– Si, certo, rispose.

– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose.

– Quest’immagine pertanto, caro Glaucone, io dissi, va applicata tutta intera a quel che dicevamo prima: la regione che ci appare tramite la vista è da paragonare alla dimora dei prigionieri, la luce del fuoco che sta in essa alla potenza del sole; ponendo poi la salita quassù e la contemplazione di quel che vi è quassù come l’ascesa dell’anima verso il luogo del noetico non t’ingannerai sulla mia aspettativa, dal momento che vuoi conoscerla. Dio solo sa se essa può esser vera. Questo è comunque quel che a me appare: all’estremo confine del conoscibile v’è l’idea del bene e la si vede a stento, ma una volta vistala occorre concludere che essa è davvero sempre la causa di tutto ciò che vi è di retto e di bello, avendo generato nel luogo del visibile la luce e il suo signore, in quello del noetico essendo essa stessa signora e dispensatrice di verità e di pensiero; e che deve averla vista chi intenda agire saggiamente sia nella vita privata sia in quella pubblica.

– Sono d’accordo anch’io, disse, almeno come mi è possibile.

– Su, allora, dissi io, convieni anche su questo fatto, che non c’è da sorprendersi se chi è giunto fino a tal punto non voglia poi occuparsi delle faccende degli uomini, e la sua anima aspiri sempre a restare lassù: è in effetti del tutto verosimile che sia così, se anche questo sta nel modo descritto dalla nostra immagine.

– Verosimile, certo, disse.

Foto di M P da Pixabay

La caverna iniziatica

Iniziazione

«E se non fosse stato uno di quelli che glorificano il Signore, sarebbe rimasto nel ventre del pesce fino al giorno della resurrezione. Lo rigettammo debole  come un infante, sulla terra nuda.» (Cor. 37,143-145).

Il simbolismo della caverna viene proposto più volte nel Corano e ricorre anche in altre tradizioni. Nella trattazione che svilupperò qui di seguito, cercherò di evidenziarne alcuni significati, di interesse per il lavoro iniziatico.

La caverna è un luogo coperto e nascosto agli occhi: essa è collocata sottoterra, circostanza che la accosta già a un primo esame all’idea della morte e della conseguente sepoltura. È un luogo a cui è difficile accedere: la sua collocazione nel sottosuolo la rende nascosta ai più; inoltre, la sua entrata può essere mascherata – come nel caso della tela del ragno che proteggeva la caverna in cui il Profeta dell’Islam (sA’ws) si era rifugiato – o ostruita da una pietra. A volte, tali ostacoli vengono simbolizzati con un labirinto che, se percorso fino in fondo, porta all’ingresso. Il labirinto rappresenta una prova difficile da superare (si pensi a Teseo che vi accede per uccidere il Minotauro), ma allo stesso tempo è simbolo del lungo viaggio e del pellegrinaggio; infatti, nel medioevo, percorrere il labirinto tracciato sul pavimento di certe chiese era sostitutivo del pellegrinaggio in Terra Santa, per coloro che non potessero compierlo.

La caverna come meta posta alla fine del labirinto rappresenta forse il centro spirituale, verso cui tende il pellegrino? A conferma di questa ipotesi, dell’accostamento caverna- centro, è l’associazione che si può fare fra caverna e cuore. L’espressione “caverna del cuore”, che indica la cavità insita al centro del petto, è identificata nei testi hindu come sede del principio divino nell’uomo; essa rappresenta quindi il centro spirituale dell’individuo. Tale identificazione è d’altronde perfettamente rispondente a quanto troviamo nell’islam e nelle pratiche delle confraternite sufi, in cui il dhikru-l qalb, la rammemorazione di Dio nel proprio cuore, è pratica tipica.

La corrispondenza della caverna con il centro spirituale si può facilmente trasporre, dall’ambito individuale, a un livello più generale: in questo caso, essa rappresenta la Via iniziatica. La Via iniziatica, o tariqa in arabo, è il percorso che porta al centro non solo dell’uomo, ma del cosmo a cui l’uomo si conforma, fino all’identificazione con il Principio stesso; anche il pellegrinaggio, a cui abbiamo accennato in tema di labirinto, è un viaggio al centro. Diciamo però che, posto a guardia e protezione dell’ingresso, il labirinto rappresenta uno stadio che precede la via vera e propria: esso costituisce le prove iniziatiche, che allo stesso tempo costituiscono un ostacolo per chi non è in grado di oltrepassarlo, e qualificano chi le supera come degno di accedere.

Continuando con lo sviluppo del tema, l’accesso alla caverna corrisponde dunque al rito di iniziazione; d’altronde, il termine stesso “iniziazione”, nella sua derivazione dal latino in – ire, contiene proprio il concetto di accesso. Questo accesso è un addio al mondo profano; almeno, così spera l’iniziato: egli simbolicamente muore al mondo, ma questa morte coincide con la sua seconda nascita. Per l’iniziato, la luce esterna e le tenebre della sua notte interiore subiscono quindi un ribaltamento: l’esterno è il luogo delle tenebre, il luogo dell’errare di chi si è perso nel labirinto; l’interno della caverna è invece il luogo in cui cercare la luce. A tal proposito, il versetto della luce (Corano, 24:35) dice che la luce di Allah assomiglia a “una nicchia in cui è una lampada”, che arde di un olio “che brilla anche se il fuoco non lo tocca”. La caverna, illuminata interiormente, è autonoma dal mondo esterno: essa è immagine del cosmo, che tutto vi si riflette nella metà superiore e in quella inferiore. Essendo immagine del Cosmo, ossia della manifestazione ordinata, in essa vi si riflettono le leggi che presiedono a questo ordine, leggi con cui è dunque possibile entrare in contatto. A differenza di chi si trova nelle tenebre esterne, dunque, l’iniziato potrà cercare di comprendere queste leggi e parteciparne attivamente, anziché patirle. Si osserva, a proposito dell’essere la caverna un cosmo, che un parallelo può essere costituito con la loggia massonica. La corrispondenza con la caverna non è tale da assimilare i due concetti, ma anche la loggia è illuminata interiormente e in essa i lavori si svolgono “al coperto”.

Definita come luogo dove avviene la seconda nascita, nella caverna si compirà l’evoluzione spirituale fino alla realizzazione dei piccoli misteri, ovvero la rigenerazione psichica che realizza appieno le possibilità dell’individuo nell’ambito sottile della manifestazione. Realizzati i piccoli misteri, il percorso non è però ultimato: coerentemente con la tradizione del sufismo, ma anche delle altre vie iniziatiche complete, l’uomo che ha realizzato in sé lo “stato primordiale”, una volta reintegrato attivamente nella pienezza delle proprie facoltà, cercherà l’uscita dall’ambito umano per raggiungere la permanenza nel Principio Supremo: la realizzazione dei grandi misteri. L’iniziazione ai grandi misteri, coerentemente col simbolismo finora adottato, comporterà una seconda morte e una terza nascita. Tale nascita dovrà corrispondere all’uscita dalla caverna: se la caverna è un cosmo completo, i grandi misteri sono al di là di ogni manifestazione del cosmo; da questa prospettiva, la caverna, che era il luogo della vita rispetto al mondo esterno per il quale è avvenuta la prima morte, tornerà ad acquisire dunque il ruolo di sepolcro: il sepolcro da cui l’iniziato deve ora uscire per realizzarsi completamente. L’uscita per cui passerà l’iniziato non sarà però la stessa da cui è entrato; egli infatti non torna al mondo profano: si accorgerà che il luogo in cui si trova, che appariva illuminato rispetto alle tenebre esterne, in realtà non lo è di luce propria. La luce che vede è solo il riflesso della vera luce che entra nella caverna con un raggio proveniente dall’alto, dal centro del cielo che si riflette sulla volta. Essendo la caverna immagine del cosmo, questa luce proveniente dall’esterno sarà necessariamente extra cosmica. Si noti come quest’immagine è la stessa narrata nel famoso mito della caverna di Platone. E come il raggio di sole cade dallo zenit a tracciare la via diritta che porta al principio, così la direzione dell’uscita dovrebbe essere lungo l’asse verticale, lo stesso asse che l’iniziato ha percorso sin dall’ingresso, in senso ascendente. La caverna diventa così solo una tappa del percorso.

A questo punto, si vedrà che tale descrizione viene meglio rappresentata sostituendo all’asse verticale una sua proiezione da nord a sud sul piano terrestre. Infatti, a rigor di logica, il discorso sin qui fatto in termini verticali comporterebbe che l’iniziato entri nella caverna dal punto opposto a quello da cui esce dopo l’iniziazione ai grandi misteri, ossia che entri dal fondo della terra per uscire dalla volta. Questa rappresentazione, per quanto rigorosa, risulta poco pratica nell’applicazione nello spazio terrestre. In termini solari, dunque, l’asse verticale nord-sud sarà proiettato sul piano orizzontale: essendo il nord il punto che indica l’alto, a nord sarà collocata la porta degli dei, attraverso la quale si esce dalla caverna per non tornarvi; a sud si situerà invece la porta degli uomini. A questa corrispondenza spaziale si unisce d’altronde una corrispondenza temporale legata al ciclo annuale. Si consideri a questo proposito il percorso annuale del sole nel cielo come diviso in due metà: la metà ascendente, che ha origine dal solstizio invernale e porta al risveglio della vita; la metà discendente, per converso, è quella che dal punto più alto vede il sole scendere e la natura addormentarsi. Sulla base di questa considerazione, i due ingressi della caverna saranno in corrispondenza con le due porte solstiziali che aprono al ciclo ascendente e discendente del sole. Il nord coinciderà con il solstizio d’inverno, e il sud con il solstizio d’estate, nonostante il punto in cui il sole si trova al solstizio d’inverno sia il più basso del cammino. Questa apparente contraddizione è d’altronde in accordo con il principio di analogia, secondo cui ciò che è in alto (nell’ordine celeste) è come ciò che è in basso (nell’ordine terrestre) o, citando il detto evangelico, i primi (nell’ordine principiale) sono gli ultimi (nell’ordine manifestato).

Con un’inversione rispetto al senso comune, dunque, il momento in cui il sole è più alto nell’ordine spirituale, dal punto di vista terrestre, non sarà il mezzogiorno ma la mezzanotte; non a caso infatti la nascita di Gesù nel simbolismo cristiano è posta alla mezzanotte del solstizio d’inverno, ponendosi così in doppia corrispondenza con la porta degli dei. Nello stesso senso si può anche intendere il detto islamico secondo cui la notte è meglio del giorno, che sancisce la superiorità del non manifestato rispetto al manifestato.

BIBLIOGRAFIA

Ventura (trad.): “Il Corano”, Mondadori

M.A. Amir-Moezzi (cur.): “Dizionario del Corano”, Mondadori

P. Nutrizio: “La caverna cosmica e le porte solstiziali”, in Rivista di Studi Tradizionali nn. 17 e 18

R. Guénon: “Simboli della scienza sacra”, Adelphi

 

(A cura della Zawiya Ismailiyya d’Italia)