I Misteri dei Rosacroce

Iniziazione

Introduzione

I Misteri dei Rosacroce rappresentano una delle tradizioni esoteriche più affascinanti e misteriose della storia occidentale. Emergendo all’inizio del XVII secolo attraverso una serie di manifesti anonimi, i Rosacroce hanno influenzato profondamente la filosofia, la scienza, la religione e le arti. Questo saggio approfondito esplorerà le origini storiche dei Rosacroce, il loro simbolismo, le dottrine e gli insegnamenti centrali, nonché l’impatto culturale e l’eredità che hanno lasciato fino ai giorni nostri.

 

  1. Origini Storiche dei Rosacroce

1.1. I Manifesti Fondativi

Le prime menzioni pubbliche dei Rosacroce avvennero attraverso tre manifesti pubblicati in Germania tra il 1614 e il 1616:

1.1.1. Fama Fraternitatis (1614)

La Fama Fraternitatis annunciava l’esistenza di una società segreta di sapienti, la Fraternità dei Rosacroce, fondata da un misterioso personaggio chiamato Christian Rosenkreuz. Il testo narra il viaggio di Rosenkreuz in Medio Oriente, dove avrebbe acquisito conoscenze esoteriche e scientifiche che intendeva condividere per il bene dell’umanità. La Fama esortava gli studiosi e i filosofi a unirsi alla Fraternità per promuovere una riforma universale.

 

1.1.2. Confessio Fraternitatis (1615)

La Confessio Fraternitatis approfondisce gli obiettivi della Fraternità, sottolineando la necessità di una rigenerazione spirituale e morale dell’Europa. Critica la corruzione delle istituzioni religiose e scientifiche, proponendo un ritorno a una conoscenza pura e illuminata.

 

1.1.3. Chymische Hochzeit Christiani Rosencreutz (1616)

La Chymische Hochzeit (Nozze Chimiche di Christian Rosenkreuz) è un’opera allegorica che descrive un viaggio iniziatico attraverso sette giorni di prove e rivelazioni. Ricca di simbolismo alchemico e mistico, l’opera rappresenta il processo di trasformazione interiore dell’individuo verso l’illuminazione.

 

1.2. La Figura di Christian Rosenkreuz

Christian Rosenkreuz, il leggendario fondatore dell’ordine, è una figura avvolta nel mito. Secondo i manifesti, nacque nel 1378 in Germania e, dopo aver viaggiato per il Medio Oriente, tornò in Europa per fondare la Fraternità. La sua tomba, scoperta 120 anni dopo la sua morte, conteneva testi esoterici che sarebbero diventati la base degli insegnamenti rosacrociani. Tuttavia, molti storici ritengono che Rosenkreuz sia una figura simbolica, creata per rappresentare l’ideale dell’uomo illuminato.

1.3. Contesto Storico e culturale

Il periodo di pubblicazione dei manifesti rosacrociani fu caratterizzato da profonde trasformazioni:

La Riforma protestante aveva scosso le fondamenta religiose dell’Europa, creando tensioni tra cattolici e protestanti.

La rivoluzione scientifica stava emergendo, con scoperte che mettevano in discussione le concezioni tradizionali del mondo.

L’umanesimo rinascimentale promuoveva un ritorno alle fonti classiche e una valorizzazione dell’individuo.

In questo contesto, i manifesti rosacrociani si presentavano come un appello a una riforma globale, combinando scienza, religione e filosofia per creare una nuova era di illuminazione.

 

  1. Simbolismo dei Rosacroce

Il simbolismo svolge un ruolo centrale nei Misteri dei Rosacroce, utilizzato per trasmettere insegnamenti profondi attraverso immagini e allegorie.

2.1. La Rosa e la Croce

Il simbolo della Rosa-Croce è il più rappresentativo dell’ordine:

La Croce simboleggiava il corpo fisico, la materia, la sofferenza e l’esperienza terrena.

La Rosa rappresenta l’anima, la spiritualità, la purezza e l’illuminazione.

L’unione della rosa con la croce indica la fusione tra il divino e l’umano, il processo di trasformazione interiore attraverso il quale l’individuo può raggiungere l’illuminazione.

2.2. Simbolismo alchemico

L’alchimia è fondamentale nei Misteri rosacrociani:

La Pietra Filosofale: simbolo della perfezione spirituale e della trasmutazione dell’anima.

Le tre fasi alchemiche:

Nigredo (Opera al Nero): purificazione attraverso la decomposizione delle impurità interiori.

Albedo (Opera al Bianco): illuminazione e rinascita spirituale.

Rubedo (Opera al Rosso): unione con il divino e raggiungimento della perfezione.

2.3. Influenze cabalistiche e ermetiche

I Rosacroce integrano elementi della Cabala e dell’ermetismo:

 

L’Albero della Vita: mappa simbolica dell’universo e del percorso dell’anima verso Dio.

Lettere e Numeri sacri: uso della gematria per interpretare i testi sacri e scoprire significati nascosti.

Principi ermetici: come “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso”, indicando la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo.

  1. Dottrine e insegnamenti dei Rosacroce

3.1. La trasformazione interiore

Al cuore degli insegnamenti rosacrociani vi è la trasformazione spirituale dell’individuo:

Conoscenza di sé: l’autocoscienza è il primo passo verso l’illuminazione.

Purificazione morale: abbandonare vizi e debolezze per raggiungere una vita virtuosa.

Unione con il divino: attraverso la meditazione e la contemplazione, l’anima si avvicina a Dio.

3.2. L’armonia tra scienza e spiritualità

I Rosacroce promuovono una visione integrata del sapere:

Scienza sacra: la ricerca scientifica è un mezzo per comprendere le leggi divine dell’universo.

Medicina e guarigione: l’uso di conoscenze erboristiche e alchemiche per curare il corpo e l’anima.

Astrologia e astronomia: studio degli astri come chiave per comprendere l’influenza cosmica sull’uomo.

3.3. La riforma dell’umanità

La Fraternità si proponeva di riformare la società:

Rigenerazione morale: combattere la corruzione e promuovere valori etici.

Educazione universale: diffondere la conoscenza per elevare l’umanità.

Pace e armonia: superare le divisioni religiose e politiche attraverso la comprensione spirituale.

  1. Pratiche e rituali rosacrociani

4.1. Iniziazione e gradi

L’accesso alla Fraternità Rosacrociana avveniva attraverso un percorso iniziatico:

Prove simboliche: test di coraggio, saggezza e integrità morale.

Gradi di conoscenza: progressione attraverso livelli successivi di comprensione esoterica.

Segretezza: l’identità dei membri e le pratiche interne erano mantenute riservate.

4.2. Meditazione e contemplazione

La pratica spirituale era essenziale:

 

Meditazione sui simboli: concentrazione su simboli come la rosa e la croce per accedere a stati superiori di coscienza.

Preghiere e invocazioni: richieste di guida e illuminazione al divino.

Rituali alchemici: simbolici processi di trasformazione interiore.

4.3. Studio e ricerca

I membri erano incoraggiati a sviluppare la conoscenza:

Lettura di testi esoterici: approfondimento di opere alchemiche, cabalistiche ed ermetiche.

Ricerca scientifica: esplorazione delle scienze naturali come via per comprendere l’universo.

  1. Influenza storica e culturale dei Rosacroce

5.1. Impatto sulla filosofia e sulla scienza

I Rosacroce hanno influenzato pensatori e scienziati:

René Descartes: alcuni suggeriscono che la sua ricerca della verità e del metodo scientifico sia stata influenzata dall’ideale rosacrociano.

Robert Fludd: medico e mistico inglese, combinò scienza ed esoterismo in opere che riflettevano gli ideali rosacrociani.

Isaac Newton: sebbene non vi siano prove dirette della sua appartenenza, i suoi interessi per l’alchimia e la teologia naturale mostrano affinità con il pensiero rosacrociano.

5.2. Influenze sull’Arte e la Letteratura

Johann Wolfgang von Goethe: il suo romanzo “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister” contiene temi rosacrociani.

William Shakespeare: alcuni studiosi ipotizzano che opere come “La Tempesta” contengano simbolismi legati ai Rosacroce.

Alchimia artistica: artisti come Hieronymus Bosch e Albrecht Dürer hanno incorporato simboli esoterici nelle loro opere.

5.3. Connessioni con Altre Tradizioni Esoteriche

Massoneria: numerosi rituali e simboli massonici mostrano influenze rosacrociane.

Ordine Ermetico della Golden Dawn: fondato nel XIX secolo, combinava insegnamenti rosacrociani con cabala e magia cerimoniale.

Movimenti New Age: concetti come la trasformazione interiore e l’unità cosmica hanno radici nelle dottrine rosacrociane.

  1. I Rosacroce nella modernità

6.1. Ordini rosacrociani contemporanei

Diversi gruppi si dichiarano eredi della tradizione rosacrociana:

6.1.1. Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce (AMORC)

Fondazione: inizi del XX secolo negli Stati Uniti.

Obiettivo: promuovere lo sviluppo spirituale attraverso studi esoterici, filosofia e meditazione.

Attività: pubblicazioni, seminari e corsi di formazione.

6.1.2. Fraternitas Rosae Crucis

Fondazione: fondata da Pasquale Beverly Randolph nel XIX secolo.

Caratteristiche: enfatizza l’alchimia spirituale e le pratiche mistiche.

6.1.3. Lectorium Rosicrucianum

Origine: fondato nei Paesi Bassi nel 1924.

Insegnamenti: combina il pensiero rosacrociano con elementi gnostici.

6.2. Eredità e Rilevanza Attuale

I principi rosacrociani continuano a ispirare:

Ricerca spirituale: molti cercano nei rosacroce una via per la crescita interiore.

Sincretismo religioso: la combinazione di diverse tradizioni spirituali riflette le esigenze contemporanee di inclusività.

Impatto culturale: letteratura, film e arte continuano ad esplorare temi rosacrociani.

  1. Interpretazioni e dibattiti storici

7.1. Autenticità Storica

Mistero sull’esistenza: alcuni storici ritengono che i Rosacroce originali non siano mai esistiti come organizzazione reale, ma che i manifesti fossero satira o critiche sociali.

Possibile autore : Johann Valentin Andreae è spesso citato come possibile autore dei manifesti, sebbene egli stesso abbia successivamente definito la Chymische Hochzeit una “ludibrium” (burla).

7.2. Simbolo o società segreta?

Movimento filosofico: alcuni vedono i Rosacroce come un simbolo di un movimento intellettuale e spirituale piuttosto che come un ordine organizzato.

Influenza culturale: indipendentemente dalla loro esistenza concreta, i Rosacroce hanno avuto un impatto significativo sul pensiero esoterico.

Conclusione

I Misteri dei Rosacroce rappresentano un crocevia tra esoterismo, scienza, filosofia e religione. Attraverso i loro manifesti e il ricco simbolismo, hanno lanciato un appello alla rigenerazione spirituale e morale dell’umanità. Che siano stati una società segreta reale o un movimento filosofico, l’eredità dei Rosacroce continua a parlare il pensiero contemporaneo, offrendo spunti per una comprensione più profonda di noi stessi e del mondo che ci circonda.

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” III Parte (Albert Pike)

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CONSIDERAZIONI FINALI

Non v’è pretesa di infallibilità nella Massoneria. Non è da noi dettare all’uomo ciò in cui deve credere. Finora ci siamo limitati ad esporre i grandi pensieri che hanno trovato espressione nelle differenti età del mondo, lasciando ai fratelli libertà di interpretazione e di giudizio. Non verremo meno a tale impegno neppure in queste istruzioni finali di natura filosofica, in cui affronteremo le più alte questioni che mai mente umana si sia posta: l’esistenza e la natura di Dio, l’esistenza e la natura dell’anima, le relazioni tra spirito divino e spirito umano, e di entrambi con l’Universo. Non possono esistere questioni più importanti per il nostro intelletto, nessun argomento può avere per noi un interesse più diretto e personale. Perciò vi invitiamo a meditare seriamente quanto stiamo per dire che è solo il completamento e il risultato di ciò che abbiamo già detto in molti dei precedenti gradi, a riguardo dell’antico pensiero e degli antichi filosofi.

Nell’idea di ricompensare il credente e l’intelligente studioso col trasmettergli la conoscenza della vera “parola”, la Massoneria ha perpetuato una grande verità: l’immagine che l’uomo si fa di Dio è sempre l’elemento rivelatore della sua concezione del mondo e della vita sia nei rapporti sociali sia nella sfera privata. E’ diverso dagli altri, sia in guerra sia in pace, quel popolo che si figura la Divinità come un dio crudele, che si delizia di sacrifici cruenti. Allo stesso modo è diverso quell’uomo che si interroga sulla natura del libero arbitrio e medita sulle sue scelte di vita.

Col tempo gli studi filosofici sembrano aver posto in crisi le vecchie concezioni religiose. E sempre più spesso si parla di ateismo che è negazione di Dio a parole, non in realtà. Un uomo afferma: non esiste Dio, cioè quel Dio auto-creato, o increato, sempre esistente, Causa prima dell’esistenza, mente dell’Universo; e quell’ordine, bellezza, armonia del mondo materiale e spirituale non indicano alcun piano a proposito della Divinità. Ma egli dice: la Natura è potente, saggia, attiva e buona; essa sì, è auto-creazione, o sempre esistente, causa di sé, mente dell’Universo e sua Provvidenza. Esiste ovviamente un piano e un proposito da cui scaturiscono ordine, bellezza e armonia, ma sono piani e propositi della Natura.

In tal caso, l’assoluta negazione di Dio è solo formale e non reale. Le qualità di Dio sono ammesse, e tutta la questione nasce dal fatto che esse non vengono riconosciute in un dato “Dio”. Un uomo può chiamare la somma di certi divini attributi Natura, un altro Cielo, un terzo Universo, un quarto Materia, un quinto Spirito, un altro ancora Dio, Theos, Zeus, Al-Fadir, Allah, o come più gli piace. Tutti ammettono l’esistenza di un Essere Supremo, un potere, un ente superiore, comunque lo chiamino. Il vero ateismo è piuttosto negazione di ogni Dio, mente, intelligenza, ente, causa e provvidenza dell’universo, che sia e che intenzionalmente o intelligentemente produca ordine, bellezza, armonia. Il vero ateo dovrebbe giungere a sostenere che la materia è eterna, o che si auto-origina, il che è assurdo, o che fu originata da un’intelligenza o almeno da una Causa prima: col che ammette Dio.

In verità, la dottrina dell’ateismo è tutta qui: “La morte è la fine: questo è un mondo senza Dio, e noi siamo corpi senz’anima, con un oggi senza un domani; una terra, senza rigenerazione. Si muore e si torna polvere. L’uomo è ossa, sangue, visceri, cervello; la mente è materia, e non c’è anima nell’uomo. Possiamo vedere lontano fino a riconoscere una piccola stella nella nebulosa cintura di Orione, così distante che la sua luce impiega milioni di anni per giungere sulla Terra, pur viaggiando alla velocità di dodici milioni di miglia al minuto. E non esiste cielo in tutto ciò: vedete così lontano, e non c’è uno spicchio di cielo, eppure pensate che ve ne sia, al di là; ma pure se vi fosse, come potreste raggiungerlo? Non esiste Essere Supremo. L’intera natura è un semplice agglomerato di atomi, il pensiero di una casuale ed effimera funzione della materia, una fortuita vibrazione di un prodotto già fortuito, una probabilità scaturita dall’energia dell’Universo. Gli eventi accadono, non sono predisposti. C’è fortuna e sfortuna, ma nessuna segreta intelligenza. Con la morte ritornerete nella polvere”.

Può tutto ciò soddisfare l’umano istinto dell’immortalità che spinge l’uomo alla ricerca della verità e verso la via del ritorno alla sorgente di luce con l’umanità intera, per l’eternità?

L’uomo non si rassegnerà a credere che non esista un Essere Supremo che lo creò, né una coscienza che attuò leggi eterne, né una legge di amore universale che guidi l’umanità sulla via della giustizia, della saggezza e della fraternità. La storia non è fortuito concorso di eventi, né la Natura soltanto un casuale agglomerato di atomi. Non possiamo credere che non vi sia alcun piano né proposito della Natura, che guidi il nostro cammino, che ci sia un moto senza direzione, che bellezza, saggezza, affetto, giustizia, moralità nel mondo non siano che fatti accidentali, che possono finire da un momento all’altro.

Nessun uomo si poté mai, né mai si potrà, rassegnare a questa tesi. L’evidenza di Dio si è piantata così profondamente nella Natura e così intimamente intessuta nell’ordito della trama umana, che l’ateismo non è mai divenuto una fede, anche se a volte ha assunto l’aspetto di una teoria filosofica. La religione è naturale per l’uomo. Istintivamente egli si rivolge a Dio. Nella matematica dei cieli, scritta in grossi caratteri di fuoco, egli vede la legge, l’ordine, la beatitudine, l’armonia universale. In tutta la natura, animata e inanimata, vede la manifestazione di un disegno, di una volontà, di un’intelligenza, di un Dio; un Dio infinito, saggio, misericordioso e onnipresente. L’uomo, circondato dall’Universo materiale, è conscio dell’influenza che questo ambiente materiale esercita sulle sue vicende e sul suo destino terreno. Per l’uomo, i cieli stellati, l’alternarsi delle stagioni, il sorgere della Luna e del Sole, sono tutti segni evidenti di un ordine universale. E ancora oggi, dopo millenni di ricerche, quei segni incalzano la mente umana, per aprire le vie di maggiore conoscenza, che sarà acquisita gradualmente nel corso di secoli futuri, e forse sempre lo faranno invano.

Quando poi l’uomo cessò di guardare alle parti singole e alle forze separate dell’Universo, quando cioè egli ne ebbe una visione unitaria, tra le prime domande che insistentemente gli vennero alla mente ci fu questa: “E’ tale universo esistente in sé e per sé, o fu creato? E’ eterno o ha un’origine?”. E immediatamente si chiese: “E’ tale Universo un puro aggregato di casuali combinazioni di materia, o è il risultato del lavoro di un’intelligenza che agisce secondo schemi preordinati?”. E ancora: “Se esiste una tale intelligenza, cosa e dove è? E’ lo stesso Universo un centro soggetto a leggi immutabili di armonia cosmica? E’ come l’uomo, materia e energia? La Natura agisce su se stessa, o esiste una causa oltre essa che produce tale azione?”. “Se esiste un Grande Architetto, staccato dall’Universo materiale, che creò tutte le cose, Egli, essendo increato, è corporeo o incorporeo, materiale o spirituale, anima dell’Universo o da esso separato? E se Egli è energia spirituale, cos’è lo Spirito?” “La Suprema Volontà era attiva o no prima della creazione? E se era inattiva per una precedente eternità, quale necessità della Sua natura la mosse infine a creare il mondo?” “La materia era con Lui coesistente, o fu creata dal nulla, o ordinata da un caos già esistente? Il nostro ORDO AB CHAO.  “La Divinità creò direttamente la materia, o essa fu creazione di divinità inferiori, Sue emanazioni?”. “Se Egli è buono e giusto, come si giustifica il fatto che, pur prevedendo tutto, permette al male e al dolore di esistere, e come conciliare con la Sua benevolenza e saggezza l’esistenza del vizio e la sofferenza dell’uomo virtuoso?”.

E ancora, riguardo a se stesso, l’uomo si pose queste e altre domande, che puntualmente ritornano per tutti noi. “Qual è la parte pensante in noi? Il pensiero è forse puro risultato di organizzazione della materia, o c’è un’anima in noi che pensa, separata ma interna al corpo? Se essa esiste, è eterna e increata, o altrimenti come è stata creata? È distinta da Dio, o è una Sua emanazione? È immortale in sé, o solo perché Dio ha voluto così? Deve tonare a Lui e in Lui annientarsi, o esisterà sempre, da Lui separata, nella sua attuale identità?”. “Se Dio ha previsto ha previsto e programmato tutto ciò che accade, come può l’uomo avere realmente un libero arbitrio, o anche il minimo controllo delle circostanze? Come può qualcosa essere realizzato contro il potere dell’infinita Onnipotenza?”. “Qual è il fondamento della legge morale? La dettò Dio per suo puro piacere? E se è così, non può Egli a Suo piacimento cambiarla? Chi ci assicura che non lo vorrà fare, rendendo bene il male e vizio la virtù? O essa è necessità della Sua natura, e allora chi l’ha dettata? Non forse un potere, come l’antico Fato, superiore a Dio?”.

Poi sopraggiunse la grande domanda sul Futuro, su un’altra vita, sul destino dell’anima, e le mille altre questioni a esse connesse sulla materia, lo spirito, il futuro, Dio; quelle che in definitiva hanno prodotto tutti i sistemi filosofici, metafisici e teologici, che il mondo conosce.

Ciò che gli antichi filosofi pensavano intorno a tali grandi interrogativi, abbiamo già spiegato. Abbiamo cercato di farvi conoscere le dottrine gnostiche e orientali. Vi abbiamo riferito l’insegnamento dei Cabalisti, degli esseni, di Filone. Abbiamo mostrato come, e con quale meccanica, molta dell’antica mitologia derivasse dal quotidiano e annuale ricorrere dei fenomeni celesti. Vi abbiamo fornito le antiche nozioni con cui l’uomo cercava di spiegarsi l’esistenza e la prevalenza del male; in qualche grado fatto conoscere le loro idee metafisiche sulla natura di Dio. Ma molto rimane ancora da fare, ed è oltre il nostro potere farlo. Noi stiamo attoniti sulle sponde del grande oceano del Tempo e della Conoscenza. Dinanzi a noi si stende illimitata l’immensità silenziosa del Passato, e le sue onde, sfiorando i nostri piedi lungo la riva di sabbia amorfa, ci portano di tanto in tanto, dalle profondità dell’oceano senza fine, una conchiglia, un po’ di alghe o una pietra levigata e questo è tutto quel che resta di tutti i tesori dell’antico pensiero che vi giacciono sepolti.

Eppure l’uomo, pur sapendo così poco del mondo nel quale vive, si avventurò, e ancor oggi si avventura, a speculare sulla natura di Dio e a definire dogmaticamente nei credo un soggetto che è proprio il meno comprensibile per le sue facoltà, e anche a odiare e perseguitare chi non accetta tali credo.

Tuttavia, benché la conoscenza dell’Essenza Divina sia impossibile, le concezioni originatesi intorno ad essa sono stimolanti per ulteriori approfondite ricerche da parte di filosofi, teologi e massoni. La storia della religione è la storia della mente umana, e le concezioni che essa si forma dell’Essere Supremo sono sempre in esatta relazione col suo sviluppo morale e intellettuale. L’una è la misura e l’indice dell’altra.

La nozione negativa di Dio, consistente nell’astrarre dall’indefinito e dal finito, è, secondo Filone, la sola via per cui è possibile all’uomo rettamente apprendere la nozione di Dio. Esaurita la varietà dei simbolismi, confrontiamo la grandezza dell’Essere Supremo con il microcosmo dell’uomo e impieghiamo espressioni apparentemente affermative, come “Infinito”, “Onnipotente”, “Onnisciente”, “Eterno”, e simili; ma esse in realtà non fanno che negare, in Dio, quei limiti che le facoltà umane mostrano, e così ci sentiamo appagati da aggettivi che in realtà sono soltanto la definizione correlata ai nostri limiti umani e certamente lontana dalla maestà del Grande Architetto dell’Universo.

Gli Ebrei e i Greci esprimevano astratta esistenza, senza manifestazioni o sviluppi esterni. Della stessa natura sono le definizioni: “Dio è un’entità il cui centro è ovunque, e la cui superficie in nessun luogo”. “Dio è l’Onniveggente, Invisibile in Sé”.

La maggior parte delle cosiddette idee o definizioni dell’Assoluto sono solo collezioni di negazioni, per cui, siccome non affermano nulla, nulla da esse si può apprendere.

Dio fu dapprima identificato con i corpi celesti e con gli elementi della Natura. Quando la coscienza dell’uomo della propria intellettualità fu maturata, ed egli si convinse che l’interna facoltà del pensiero era qualcosa di più del sottile elemento, egli trasferì questa nuova concezione all’oggetto della sua adorazione, e deificò un principio mentale anziché fisico. In ogni caso faceva Dio a propria immagine perché, nostro malgrado, i più alti sforzi del pensiero umano non possono condurre a nulla di più alto della supremazia dell’intelletto, e così si ritorna sempre a qualche familiare tipologia di esaltata umanità.

L’eterna aspirazione del sentimento religioso nell’uomo è l’unirsi a Dio. Nel suo primo sviluppo, il desiderio e il suo appagamento erano simultanei, attraverso una cieca fede. Man mano che la concezione di Dio fu esaltata, la nozione della Sua presenza, o vicinanza terrena, fu abbandonata, e la difficoltà di comprendere il divino governo, insieme ai grandiosi errori di superstizione che sorgevano dalla sua errata interpretazione, misero in pericolo tutta la fede.

Anche le luci del Cielo, che come “chiare potenze celesti” erano prima vigili sorveglianti delle economia terrene, ora erano più fredde e distanti, e Uriel non poteva più scendere su un raggio di sole. Ma il vero cambiamento consisteva nell’ascesa delle facoltà umane, e non in quella della Natura Divina. Le stelle infatti non sono ora più distanti di quanto non lo fossero quando si pensava che posassero sulle spalle di Atlante. Eppure un certo senso di disappunto e di umiliazione permeò il primo risveglio dell’anima, quando la ragione, guardando alla Deità, fu colpita da una profonda sensazione di smarrimento.

Poi la speranza sopravvisse allo scoramento, e ogni popolo che avanzò nelle più elementari concezioni sentì la necessità del tentativo di colmare l’abisso, reale o immaginario, tra l’uomo e Dio. Il far ciò fu il grande compito della poesia, della filosofia, delle religioni. Di qui le personificazioni degli attributi divini, dei Suoi sviluppi, delle Sue manifestazioni, come “Potenza”, “Intelligenza”, “Angeli”, “Emanazioni”, attraverso i quali, insieme con la propria facoltà oracolare, l’uomo si metteva in comunione con Dio.

Anche la divisione della Causa Prima e Suprema in due parti, l’una attiva e l’altra passiva, l’Universo Agente e Inerte, l’ermafrodita Dio-Mondo, è uno dei più antichi e diffusi dogmi della filosofia e della teologia naturale. Quasi ogni popolo gli diede un posto nel suo culto, nei suoi misteri, nelle sue cerimonie.

Dalla dottrina dei due principi, attivo e passivo, derivò quella dell’Universo, vivificata da un principio di vita eterna e da un’anima universale, dalla quale ogni essere individuale e temporaneo riceveva alla sua nascita un’emanazione, che alla sua morte torna alla propria fonte. La vita della materia appartiene alla natura così come alla materia stessa, e poiché la vita è caratterizzata dal movimento, le fonti della vita sembrarono logicamente risiedere nei corpi luminosi ed eterni, e soprattutto nel cosmo in cui essi si muovono, e che li trascina con sé in quella sua rapida corsa che è più veloce di ogni altro movimento. Sia fuoco che calore hanno un’analogia così forte con la vita, che il freddo, come l’assenza di movimento, sembrò carattere distintivo della morte. Conseguentemente, il fuoco vitale che arde nel Sole, e produce quel calore che vivifica ogni cosa, fu riguardato come principio di organizzazione e vita di tutti gli esseri sublunari. Secondo questa dottrina l’Universo, nella sua azione creatrice eterna, non deve essere riguardato solo come un’immensa macchina, mossa da potentissime fonti di energia e trascinata in perenne moto che, partendo dalla circonferenza, si dirige verso il centro, agisce e reagisce in ogni possibile direzione, e riproduce ordinatamente tutte le varie forme che la materia riceve. Una tale concezione porterebbe a considerarlo freddo “atto” puramente meccanico, la cui energia non potrebbe mai produrre la vita.

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” II Parte (Albert Pike)

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Nei Misteri, ovunque essi furono praticati, si insegnava dunque la verità della primitiva rivelazione, l’esistenza di un Essere Supremo, infinito, immanente, che era da adorare senza superstizione. La Sua vera natura ed essenza, i suoi attributi, erano insegnati solo agli iniziati, mentre il popolo attribuiva le Sue opere a dei secondari, personificati, ed isolati da Lui in fantastica indipendenza.

Nonostante la Massoneria sia identica agli antichi Misteri, lo è solo in questo preciso senso, che presenta solo un’imperfetta immagine del loro splendore. Essa ha riportato alla luce le rovine della loro grandezza, ma, rispetto a ciò che è dato intuire fossero i Misteri, l’attuale sistema massonico appare imperfetto per aver subito progressive alterazioni, frutto di eventi sociali e di circostanze politiche. Lasciato l’Egitto, i Misteri risentirono delle abitudini dei differenti popoli presso i quali furono introdotti. Benché in origine avessero un carattere e un interesse squisitamente etico-politico, presto i sacerdoti divennero depositari della tradizione misterica. In realtà però i Misteri miravano a contenere il potere delle caste sacerdotali, insegnando ad un illuminato laicato la follia e l’assurdità di certe credenze popolari. Proprio perciò si adattarono ai sistemi religiosi dei paesi in cui si diffusero. In Grecia erano i Misteri di Cerere; a Roma di Bona Dea, la Dea benefica; in Gallia la scuola di Marte; in Sicilia l’Accademia delle Scienze. Fra gli Ebrei, i riti misterici si confusero con quelli di una religione che riponeva tutti i poteri del governo, e tutta la conoscenza, nelle mani dei Sacerdoti e dei Leviti. Le pagode dell’India, i ritratti dei Magi in Persia e in Caldea e le piramidi d’Egitto non erano più le sole fonti da cui l’uomo potesse attingere saggezza. Ciascun popolo, che ne fosse stato in grado, ebbe col tempo i suoi Misteri. Dopo un po’, anche i Templi di Grecia e la Scuola di Pitagora persero la loro fama e la Libera Muratoria ne continuò la genuina tradizione.

La Massoneria, se attentamente considerata, è un’interpretazione del grande libro della Natura, un breviario per la comprensione dei fenomeni astronomici e fisici, insomma una più pura filosofia. È, per così dire, il deposito in cui, come in un tesoro, sono conservate tutte le verità della primitiva rivelazione, che formano la base di tutte le religioni. Nella moderna Massoneria tre sono le cose da notare: l’immagine dei tempi passati, la tavola delle cause efficienti dell’Universo e il libro in cui è racchiusa la moralità di tutti i popoli, il codice secondo il quale si devono governare se vogliono prosperare.

La dottrina cabalistica fu a lungo la dottrina dei saggi e dei sapienti. Come la Massoneria, essa tendeva alla perfezione spirituale dell’uomo e alla fusione delle varie religioni e delle diverse popolazioni. Per il cabalista, tutti gli uomini sono fratelli e la loro “ignoranza” non è per lui che motivo di istruirli. Vi furono illustri cabalisti tra Egizi e Greci, e le loro dottrine sono state accettate dalla Chiesa ortodossa. Molti ve ne furono tra gli Arabi, e la loro saggezza non fu considerata dalla chiesa medioevale. 

I saggi portavano con fierezza il nome di cabalista. La Kabalah incorporava una nobile filosofia, pura, non misterica ma simbolica. Insegnava la dottrina dell’unicità di Dio, l’arte di conoscere e spiegare l’essenza e le azioni dell’Essere Supremo, delle forze spirituali e naturali e di determinare la loro azione con figure simboliche, con l’aiuto dell’alfabeto, la combinazione dei numeri, l’inversione di lettere nello scrivere e altri mezzi che essi dichiararono di aver messo a punto a tale scopo. La Kabalah è la chiave delle scienze occulte e gli gnostici derivano dai cabalisti.

La scienza dei numeri rappresenta non solo quantità aritmetiche, ma tutte le grandezze e proporzioni. A mezzo suo noi giungiamo necessariamente alla scoperta del primo principio o causa prima di tutte le cose, chiamato oggi l’Assoluto.

Questa fonte, questo centro vitale del Cosmo, questo principio di esistenza, sconosciuto nella sua essenza, manifesto nei suoi effetti, fu l’eccelsa intuizione verso la quale tutte le idee di Pitagora confluirono. Egli rifiutò il titolo di Saggio, che significa “colui che sa”. Inventò, e riferì a se stesso, quello di filosofo, significando con ciò “colui che ama studiare per sapere”. L’astronomia che egli insegnò era astrologia; la sua scienza dei numeri era invece basata su principi cabalistici.

Gli antichi, e lo stesso Pitagora, la cui filosofia non è ancora stata del tutto compresa, non intesero mai attribuire ad un numero, cioè a un segno astratto, una speciale virtù. È vero invece che i Saggi dell’antichità erano d’accordo nel riconoscere una Prima Causa (materiale o spirituale) dell’esistenza dell’Universo. L’Unità divenne pertanto il simbolo della Suprema Divinità. Fu creata per esprimere, per rappresentare Dio, ciò non significa che si attribuisse al numero uno alcun potere divino o sovrannaturale. Per i cabalisti l’Unità è simbolo di identità, di uguaglianza, conservazione e generale armonia; il Fuoco centrale, il Punto nel Cerchio.

Il Due, o la coppia, è invece simbolo di diversità, disuguaglianza, divisione, separazione e mutamento.

Il segno “l” rappresenta l’uomo vivente (un corpo in piedi), essendo l’uomo l’unico essere che possiede tale facoltà. Aggiungendogli la testa, otteniamo la lettera P, segno della Paternità, o potere creativo, e, con un’ulteriore aggiunta, la R, simboleggiante l’uomo che cammina.

La Coppia è l’origine dei contrasti. È l’imperfetta condizione nella quale, secondo i Pitagorici, un essere cade quando si stacca da Dio. Gli esseri spirituali, sebbene emananti direttamente da Dio, sono avviluppati nella coppia e hanno conoscenze che sono semplici impressioni.

Come il numero Uno designava l’armonia, l’ordine, il principio buono (l’Uno e solo Dio, espresso dal latino Solus, da cui le parole Sol, Soleil, simboli di tale Dio), così il numero Due esprimeva l’idea opposta. Ogni cosa che fosse doppia, falsa, contrapposta alla sola e unica realtà, era espressa dal numero Due, il quale esprimeva anche lo stato di contrasto proprio del mondo fisico, dove tutto è doppio: giorno e notte, luce e oscurità, freddo e caldo, umido e secco, salute e malattia, errore e verità, l’uno e l’altro sesso, e così via. Perciò i Romani dedicavano il secondo mese dell’anno a Plutone, dio degli Inferi, e il secondo giorno di tale mese ai manes.

Un’attenta esegesi dei racconti ermetici tramandati dai popoli antichi mostra che gli dei principali erano, per primo, l’Uno, la Monade Creatrice, poi il Tre, poi 3 volte 3, 3 volte 9 e 3 volte 27. Questa progressione con ragione 3 si riferisce alle tre età della Natura, il Passato, il Presente e il Futuro, o ai tre gradi di generazione universale, Nascita, Vita, Morte … inizio, prosecuzione, fine.

L’Uno era maschile, perché la sua azione non produce cambiamenti in essa stessa, ma fuori di essa. Rappresentava il principio creativo. Il due, al contrario, era femminile, sempre mutevole per addizione, sottrazione o moltiplicazione. Rappresenta la materia priva di forma.

L’unione di uno e due originava la Triade, che significa il mondo formato dalla materia del principio creativo. Pitagora rappresentava il mondo con un triangolo rettangolo, in cui la somma dei quadrati dei lati più corti è equivalente al quadrato del lato più lungo. Così il creato è uguale alla causa creatrice e alla materia rivestita di forma.

La terna è il primo dei numeri ineguali. La Triade, misterioso numero che gioca una parte così grande nelle tradizioni asiatiche e nella filosofia di Platone, è immagine dell’Essere Supremo e include in sé le proprietà dei primi due numeri. Il tre era, per i Filosofi, un simbolo misterioso e consacrato ai Misteri; perciò vi sono in Massoneria tre gradi essenziali; perciò si venera nel triangolo il mistero più elevato, quello della Sacra Trinità, oggetto di omaggio e di studio.

In geometria, una linea non può rappresentare un corpo perfetto. A malapena due linee formano una figura. Ma tre linee formano, intersecandosi, il Triangolo, figura fondamentale, il primo dei poligoni; perciò è servito, e ancora serve, a caratterizzare l’Eterno, il quale, infinitamente perfetto nella sua natura è, come Creatore Universale, il primo Essere e di conseguenza la Prima Perfezione.

È stato notato che il nome di Dio in latino (Deus) ha come iniziale il delta del triangolo greco. E’ questa la ragione per cui, tra antichi e moderni, si celebra il Sacro Triangolo, i cui tre lati sono i simboli dei tre regni della Natura o di Dio.

Il segno 3 simboleggia la Terra. E’ un’immagine dei corpi celesti. Il 2, metà superiore del 3, simboleggia il mondo vegetale, essendo la metà inferiore nascosta alla nostra vista.

Il 3 rappresenta anche armonia, amicizia, pace, concordia e temperanza. I Pitagorici lo consideravano perfetta armonia.

Tre, quattro, dieci e dodici erano numeri sacri tra gli Etruschi, come pure tra i Giudei, gli Egiziani e gli Indù.

Nelle tavole dei Re, scoperte a Nimrod, non meno di cinque dei tredici nomi di Dei lì iscritti consistevano di tre lettere solo: Anu, San, Yau, Bar, Bel.

Il quattro è il numero perfetto; è la radice di altri numeri, e di tutte le cose. La quaterna esprime la prima virtù matematica. Rappresenta perciò anche il potere generativo, da cui derivano tutte le combinazioni. Gli Iniziati lo consideravano emblema del Movimento e dell’Infinito, rappresentante tutto ciò che non è corporeo né sensibile. Pitagora lo comunicò ai suoi discepoli come simbolo del principio eterno o creatore, sotto il nome di Tetrade, ineffabile nome di Dio, fonte di tutto ciò che ha ricevuto il dono dell’esistenza e che, tra gli Ebrei, consisteva di quattro lettere. Nella quaterna troviamo la prima figura solida, il simbolo universale dell’immortalità, la piramide. Gli Gnostici affermavano che l’intero edificio della loro scienza poggiava su un quadrato i cui lati erano: il Silenzio, la Profondità, l’Intelligenza.

Lisia e Timeo di Locri dicono che non potrebbe trovarsi una sola cosa che non dipenda, almeno nella sua radice, dal numero 4.

Secondo i Pitagorici, esiste una connessione tra Dei e numeri, che costituisce la base di quella pratica divina teoria chiamata aritmomanzia. L’anima è un numero: è causa del proprio moto; contiene in sé il numero 4.

Poiché la materia è rappresentata dal numero 9, 3 volte 3, e lo spirito Immortale ha come simbolo geroglifico la quaterna o il numero 4, i Saggi asserivano che l’Uomo si era perso in un inestricabile labirinto, percorrendo la strada dal 4 al 9. La sola maniera di emergere da queste colpevoli situazioni, da questo vagare senza meta, da quell’abisso del male in cui era caduto, era di ripercorrere il cammino a ritroso, e riandare dal 9 al 4.

L’ingegnosa e mistica idea che spinse a venerare il triangolo fu applicata alla Figura 4. Si disse che rappresentava un essere vivente, 1, che sopportava il peso del Delta (quarta lettera dell’alfabeto), il triangolo, emblema di Dio; cioè l’uomo che porta in sé il principio divino.

Il 4 era un numero divino; si riferiva alla Divinità, e molti antichi popoli davano al loro Dio un nome di quattro lettere, come gli Ebrei “….”, gli Egiziani “Amun”, i Persiani “Sura” i Greci “Teos”, i Latini “Deus”. Era il Tetragrammaton degli Ebrei, e i Pitagorici lo chiamavano Tetraktis, e nel suo nome solennizzavano i loro giuramenti. Così anche “Odin” tra gli Scandinavi, “Zeus” tra i Greci, “Phta” tra gli Egiziani, “Thoth” tra i Fenici e “As-ur” e “Nebo” tra gli Assiri; e la lista potrebbe proseguire.

Il numero 5 era considerato misterioso, perché composto dal 2, simbolo del Falso e Doppio, e dal 3, così interessante nei suoi sviluppi. Esso esprime efficacemente lo stato di imperfezione, di ordine e disordine, di felicità e sfortuna, di vita e di morte, che vediamo sulla terra. Alle Società Misteriche offrì la terribile immagine del Principio del Male, che porta affanni all’ordine inferiore, in una parola il Binario agente sul Ternario.

D’altro canto era anche il simbolo del matrimonio, perché composto dal 2, il primo numero pari, e dal 3, il primo dispari. Perciò Giunone, Dea del matrimonio, aveva nei geroglifici il numero 5.

Per di più esso ha una delle proprietà del numero 9, quella di riprodursi, se moltiplicato per se stesso, essendovi sempre un 5 nella lista delle unità del risultato; ciò condusse al suo uso come simbolo di cambiamenti materiali. Gli antichi rappresentavano il mondo con il numero 5. Ragione di ciò, secondo Diodoro, è che esso rappresentava la terra, l’aria, il fuoco e l’etere.

Il numero 5 designava l’universale quintessenza, e simboleggiava, con la sua Forma 5, l’essenza vitale, lo spirito animatore, che serpeggia (lat. serpentat) attraverso l’intera natura. In effetti, questa ingegnosa figura è l’unione dei due “spiriti” (simboli fonetici greci) che si ponevano sopra le vocali, a seconda che dovessero venire aspirate o no.

Il triplo triangolo, figura costituita da cinque linee intersecantesi in cinque punti, era per i Pitagorici il simbolo della Salvezza.

È il Pentalfa di Pitagora, o il Pentagramma di Salomone, che ha cinque lati e cinque angoli, ed è, tra i Massoni, l’origine della stella a cinque punte, emblema di Società.

Il numero 6 era, negli antichi Misteri, un emblema della natura, perché presentava le sei linee di sviluppo di tutti i corpi solidi, e cioè le quattro linee direttrici, Nord, Sud, Est, Ovest, e le due linee di altezza e profondità, Zenit e Nadir. I saggi usavano il 6 per intendere l’uomo fisico, mentre il 7 era per loro lo spirito immortale.

Il sestetto geroglifico (il doppio triangolo equilatero) è simbolo della Divinità. Il sei è anche emblema di salute, e simbolo di giustizia, perché è il primo numero perfetto: cioè il primo numero frazionabile in altri che posti in successione e addizionati danno come somma quel numero.

Nessun numero è stato così universalmente ben visto come il 7. La sua notorietà è dovuta senza dubbio al fatto che i pianeti conosciuti fossero sette. I Pitagorici lo ritenevano formato dai numeri 3 e 4, il primo immagine dei tre elementi materiali, il secondo principio di tutto ciò che non è corporeo né sensibile: il risultato appariva loro come l’emblema di tutto ciò che è perfetto.

Considerandolo invece composto dal 6 e dall’unità, serve a designare l’invisibile centro o anima di tutte le cose, perché non esiste nessun corpo che non abbia sei linee che ne individuano la forma, e che non abbia un settimo punto interno, centro e realtà del corpo stesso, del quale le dimensioni esterne danno solo l’apparenza.

Le numerose applicazioni del 7 confermarono agli antichi saggi l’utilità dell’uso di tale simbolo. Di più, essi esaltarono le proprietà del numero 7, come avente, in via subordinata, la perfezione dell’unità: perché se l’unità è increata, e nessun numero la produce, anche il 7 non è generato da nessuno dei numeri tra 1 e 10.

Il 7, tra gli Egiziani, simboleggiava la vita; perciò la lettera Z, tra i Greci, era l’iniziale del verbo Zao, vivere, di Zeus, Giove, padre della Vita.

Il numero 8 è composto dai sacri numeri 3 e 5. Dai cieli, dai sette pianeti, dalla sfera delle stelle fisse, dalle estreme unità e dal misterioso 7 è composto l’8, l’ogdoado, primo cubo di un numero pari, sacro nella filosofia pitagorica. L’ogdoado degli Gnostici aveva otto stelle, rappresentanti le 8 Cabirie di Samotracia, gli 8 principi egizi e fenici, gli 8 di Senocrate, gli otto angoli di un cubo. L’8 simboleggia la perfezione: e il suo simbolo rappresenta il perpetuo e regolare corso dell’Universo.

È il primo cubo (2x2x2) e sta a significare amicizia, prudenza, saggezza e giustizia. Era un simbolo della legge primitiva che riguardava tutti gli uomini come uguali.

Se il 3 era venerato tra gli antichi saggi, la ennupla, o tripla terna, 3 volte 3, aveva non minore venerazione. Infatti secondo loro ciascuno dei 3 elementi costituenti il nostro corpo è triplo: l’acqua contenendo terra e fuoco, e il fuoco essendo temperato da particelle d’acqua e nutrito da particelle di terra. Non essendo alcuno dei tre elementi separabile nettamente dagli altri, tutti gli esseri materiali composti di questi tre elementi, dei quali ciascuno è triplo, possono venire indicati dal numero simbolico 3 volte 3, che è divenuto così il simbolo della trasformazione dei corpi. Di qui anche il nome di nono involucro, dato alla materia. Ogni estensione materiale, ogni linea circolare ha tra i Pitagorici il 9 come segno rappresentativo; essi avevano osservato la proprietà, che tale numero possiede, di riprodursi incessantemente e perfettamente, in ogni moltiplicazione: ciò offriva alla mente un probante emblema della materia, che si ricompone incessantemente sotto i nostri occhi dopo aver subito mille e mille decomposizioni.

Il numero 9 era consacrato ai corpi celesti e alla Muse. E’ il simbolo della circonferenza: perché un angolo di 360 gradi equivale a 9. Nondimeno, gli Antichi riguardavano tale segno con una sorta di terrore: lo consideravano presagio di sfortuna, in quanto simbolo di labilità, mutamento e simbolo della caducità delle cose umane. Perciò essi evitavano tutti i numeri in cui appariva il 9, specie l’81, prodotto di 9 per se stesso, e le cui cifre sommate, 8 + 1, ridanno ancora 9.

Come la figura del 6 era il simbolo del globo terrestre, animato da uno spirito divino, la figura del 9 simboleggia la terra sotto l’influenza del principio del Male; di qui il terrore che essa ispirava. Nondimeno, secondo i cabalisti, il 9 simboleggiava un uovo, o l’immagine di un piccolo essere globulare, dal cui lato inferiore sembra sgorgare lo spirito vitale.

La ennupla, aggregato di 9 oggetti o persone, è il primo quadrato di numeri dispari. Tutti conoscono le proprietà singolari del numero 9, il quale, moltiplicato per se stesso o qualunque altro numero, dà un risultato la cui somma delle cifre è uguale a 9, o per esso divisibile.

Il numero 10 è la misura di ogni cosa, e riduce i numeri moltiplicati per esso all’unità. Contenendo tutte le relazioni numeriche ed armoniche, e tutte le proprietà dei numeri che lo precedono, esso conclude l’Abaco o Tavola Pitagorica. Per le società misteriche, questo numero è l’unione di tutte le meraviglie dell’Universo. Esse lo tramandano così: 0, cioè l’unità nel mezzo dello zero, come centro di un circolo, simbolo di divinità. Si volle vedere in questa figura tutto ciò che poteva condurre a riflessione: il centro, il raggio e la circonferenza, cioè Dio, l’Uomo e l’Universo.

Tale numero era, tra i Saggi, simbolo di concordia, amore, pace. Per i Massoni è segno di unione e fedeltà; è anche espresso dall’unione delle due mani, nel segno del Maestro, ed è rappresentato dalla Tetractis di Pitagora.

Il 12, come il 7, è celebrato nell’adorazione della natura. Le due più famose divisioni dei cieli, quella del 7, che è quella dei pianeti, e quella del 12, che è quella dei segni dello Zodiaco, si trovano sui monumenti religiosi di tutti i popoli del mondo antico. Benché Pitagora non parli del 12, nondimeno esso non è l’ultimo dei numeri sacri. È l’immagine dello Zodiaco, cioè del Sole che lo percorre.

Tali erano le antiche idee riguardo questi numeri che così spesso appaiono in Massoneria; esattamente compresi, come fecero gli antichi Saggi, contengono molte lezioni.

Prima di addentrarci nella lezione finale di filosofia massonica, ci soffermeremo sull’interpretazione cristiana delle Logge simboliche.

Nel primo grado, si applicano tre simbolismi:

1)L’uomo, dopo la Caduta, fu lasciato nudo e senza difesa contro il giusto sdegno della Divinità. Dedita al male, la specie umana cadde ciecamente nella stessa coltre oscura dell’empietà, trascinata dalla sua natura peccaminosa. La corruzione morale fu seguita da miseria fisica. La povertà e il bisogno invasero la terra. Guerra, carestia e pestilenza riempirono la misura del male, e l’uomo corse coi piedi nudi e feriti sui taglienti vetri della sfortuna e dell’avversità. Questa situazione di cecità, miseria, bisogno e orrore, da cui li riscattò il Redentore, è simboleggiata dalla condizione del candidato, quando è portato per la prima volta alla porta della Loggia.

2)Nonostante la morte del Redentore, l’uomo può essere salvato dalla fede, dal pentimento, dall’uniformarsi ai voleri di Dio. Per pentirsi, deve sentire la penetrante punta della coscienza e del rimorso, che come una spada ferisce la sua pelle. La sua fiducia nella propria guida, che egli deve seguire, la sua fede in Dio, di cui egli compie professione, e la punta della spada diretta nel suo petto nudo dal lato del cuore contro la sua carne, simboleggiano la Fede, il pentimento e la volontà di migliorare, necessari a portarlo alla luce.

3)Pentitosi e miglioratosi, legatosi al servizio di Dio con un severo giuramento, la luce della speranza cristiana splende, pur nell’oscurità, sul cuore dell’umile penitente, e lo solleva al livello del Cielo.

Ciò è simboleggiato dal fatto che il candidato riceve la luce, dopo il giuramento, dal Maestro Venerabile, che nel fare ciò rappresenta il Redentore, e lo porta alla luce, con l’aiuto dei Fratelli, e come Lui insegnava la parola, con l’aiuto degli Apostoli.

Nel secondo grado vi sono due simbolismi:

4)Il cristiano assume nuovi doveri verso Dio e verso i propri simili. Verso Dio, di amore, di gratitudine e venerazione, e un ansioso desiderio di servirlo e glorificarlo; verso i propri simili, di tolleranza, umanità, giustizia.

L’assunzione di tali doveri è simboleggiata dal giuramento di Compagno, col quale viene accolto tra i Fratelli e assume i doveri attivi di un buon Massone.

5)Il cristiano, riconciliato con Dio, vede il mondo sotto una nuova luce. Questo grande Universo non è più un semplice meccanismo costruito seimila o sei milioni di anni fa, e lasciato camminare per sempre, in virtù di una legge cosmica creata all’inizio, senza ulteriore cura e considerazione da parte della Divinità; esso diventa per lui una grande emanazione di Dio, il prodotto del Suo pensiero, non una semplice macchina senza vita, ma un qualcosa di vivente, su cui Dio veglia continuamente, e ogni suo movimento è immediatamente prodotto dalla Sua azione, essendo la legge dell’armonia essenza della Divinità, che si attua in ogni istante.

Ciò è simboleggiato dall’imperfetta istruzione data nel grado di Compagno, nelle scienze, e particolarmente nella geometria, connesse, come quest’ultima, con Dio nella mente di un Massone, perché la stessa lettera, sospesa nell’Est, rappresenta entrambi; e l’astronomia, o la conoscenza delle leggi del moto e dell’armonia che governano le sfere celesti, non è che una minima parte della geometria. E’ così simboleggiato, perché è qui, nel secondo grado, che il candidato riceve per la prima volta un’istruzione più che morale.

Vi sono anche due simbolismi del terzo grado:

6)Il candidato, dopo essere passato attraverso la prima parte della cerimonia, si immagina Maestro, ed è sorpreso allorché lo si informa che ancora non lo è, e che è incerto se mai lo sarà. Gli si parla di un difficile e pericoloso cammino ancora da compiere, e lo si avvisa che da quel viaggio dipende se egli diverrà o no Maestro. Questo è simbolo di quel che i nostri Savi dissero a Nicodemo, cioè che, nonostante moralmente fosse libero da ogni pecca, pure non poteva entrare nel regno dei cieli, finché non fosse nato di nuovo, morendo simbolicamente, e di nuovo entrando nel mondo rigenerato, come un neonato dallo spirito purissimo.

7)L’assassinio di Hiram, la sua sepoltura e la sua resurrezione da parte del Maestro sono simboli della morte, sepoltura e resurrezione del Redentore; e della morte e sepoltura dell’uomo, e della sua resurrezione a nuova vita, o rinascita, dovuta alla diretta azione del Redentore, dopo che la moralità (simboleggiata dalla stretta di mano del Compagno) non è riuscita a sollevarlo.

Quello del Leone, infatti, è il segno del vincolo più forte, l’alleanza con cui Cristo, discendente della stirpe di Giuda, ha legato a sé l’intera umanità, abbracciandola strettamente e affettuosamente come i Fratelli si abbracciano l’un l’altro con i cinque punti dell’amicizia e della fraternità.

Quando sono Apprendisti e Compagni, ai Massoni si insegna ad imitare il lodevole esempio di quei Fratelli che lavorarono alla costruzione del Tempio di Salomone, e a piantare solidamente e profondamente nel proprio cuore quelle pietre emblematiche di verità giustizia, temperanza, fortezza, prudenza e carità su cui erigere quel carattere cristiano su cui tutte le tempeste e le sfortune e tutti i poteri e le tentazioni del male non possono prevalere; quei sentimenti e nobili affetti che sono i più grandi omaggi che possono venir resi al Grande Architetto e Gran Padre dell’Universo, e che rendono il cuore un tempio vivente a Lui dedicato nel quale le sfrenate passioni sono sottomesse a regola e misura, e i loro eccessi sono cacciati col maglietto dell’autocontrollo; quando ogni principio è accuratamente corretto dalla squadra della saggezza, la livella dell’umiltà, il filo a piombo della giustizia.

Le due colonne, Jachin e Boaz, sono i simboli di quella profonda fede e implicito affidamento in Dio e nel Redentore che sono la forza del cristiano; e di quelle buone opere con le quali solo tale fede può venire stabilita e resa operativa ed effettiva per la salvezza.

I Tre Pilastri che sorreggono la Loggia sono i simboli della speranza cristiana in un futuro stato di felicità, della fede nelle promesse, nel carattere divino e nella missione del Redentore, ed equità di giudizio verso gli altri uomini.

I tre assassini di Khir-Ohm rappresentano Ponzio Pilato, Caifa e Giuda Iscariota: e i tre colpi infertigli sono il tradimento di Giuda, il rifiuto della protezione romana da parte di Pilato e la condanna del Gran Sacerdote. Esse anche simboleggiano il taglio dell’orecchio, la flagellazione e la corona di spine. I dodici compagni mandati alla ricerca del corpo sono i dodici discepoli, in dubbio se credere o no che il Redentore sarebbe risorto.

La parola del Maestro, che si suppone essere perduta, simboleggia la fede e la religione cristiane, che si credevano abbattute e cancellate quando il Saggio fu crocifisso, dopo il tradimento dell’Iscariota, e l’abiura di Pietro, e quando altri discepoli dubitavano della Sua resurrezione, ma che sorsero dalla Sua tomba e si sparsero rapidamente in tutto il mondo civilizzato, cosicché ciò che si pensava perduto fu trovato. Simboleggiano anche il Saggio stesso: il Verbo che era all’inizio, che era con Dio e che era Dio, il Verbo di vita, che si fece carne e dimorò presso di noi; e che fu ritenuto perso, mentre giaceva nella tomba, per tre giorni, mentre i suoi discepoli “ancora ignoravano la profezia secondo la quale Egli sarebbe risorto” e ancora erano dubbiosi quando sentirono della Sua resurrezione, e furono stupiti e atterriti e ancora dubitavano quando Egli apparve tra di loro.

Il cespo di acacia posto a capo del sepolcro di Khir-Ohm è un emblema di resurrezione e immortalità.

Tali sono le conclusioni dei nostri Fratelli Cristiani: degne, come quelle di tutti i Massoni, di rispettosa considerazione.