XXXII Grado “Sublimi Principi del Real Segreto” (Albert Pike)

Iniziazione

La scienza occulta degli antichi Magi era celata negli antichi Misteri. Fu rivelata parzialmente e non senza errori di interpretazione dagli Gnostici. Se ne scorgono il fascino e le tracce negli enigmi che ancora avvolgono la vicenda dei Templari e del misterioso processo ad essi intentato. Si trova infine avvolta in formule arcane nei rituali degli ultimi gradi massonici.

La magia era la scienza di Abramo e di Orfeo, di Confucio e di Zoroastro. I dogmi di questa scienza erano scolpiti sulle tavole di pietra di Henoch e Trismegisto. Mosè li purificò e li “ri-velò”, li coprì cioè di un velo nuovo quando fece della sacra kabalah, il patrimonio religioso del popolo di Israele, segreto inviolabile ai suoi sacerdoti. Anche i Misteri di Tebe ed Eleusi avevano tramandato ai popoli alcuni simboli dell’antica tradizione ormai alterati, la cui chiave interpretativa era stata perduta fra gli strumenti di una sempre crescente superstizione. Gerusalemme, assassinata dai suoi profeti, e così spesso prostituitasi ai falsi idoli dei Siriani e dei Babilonesi, aveva perduto a sua volta la Parola Sacra, quando un Profeta, annunziato ai Magi dalla consacrata Stella dell’Iniziazione, venne a togliere via il logoro velo del vecchio tempio, per dare alla Chiesa nuove leggende e nuovi simboli che, oggi come ieri, celano al profano e rivelano all’eletto le stesse verità.

Fu il ricordo di questa scienza ispirata ma rigorosa, di questa dottrina riassunta in una sola parola, la Parola, alternativamente perduta e ritrovata, ad essere trasmesso agli Eletti di tutte le antiche tradizioni iniziatiche. Fu questo stesso ricordo, conservato nell’ordine dei Templari e quindi profanato, che diventò per tutte le società iniziatiche, dei Rosa+Croce, degli Illuminati e dei Frammassoni Ermetici, la ragione dei loro insoliti riti, dei loro segni di riconoscimento e, soprattutto, della loro reciproca devozione e della loro forza.

Come è noto, la Gnosi fu proscritta dai Cristiani e il Santuario fu chiuso. In questo modo la violenza e l’ignoranza travolsero l’antico sapere. La distruzione del Tempio comportò quella dello Stato; infatti, sempre, il Re è sostenuto dalla Chiesa, ed è dall’eterno santuario dell’istruzione divina che i potenti della terra, per assicurarsi una forza duratura, devono ricevere la loro consacrazione.

La scienza ermetica della prima era cristiana, coltivata anche da Geber, Alfarabius ed altri filosofi arabi, studiata dai capi dei Templari e trasmessa in forma simbolica nei più alti gradi della Libera Muratoria, può essere definita come Kabalah dell’azione, ovvero Magia dei lavori.

Si articola in tre gradi secondo tre programmi, religioso, filosofico e scientifico.

Sul piano religioso esse ha per scopo la fondazione durevole del vero impero e del vero sacerdozio che governa nel regno dell’intelletto umano. Sul piano filosofico mira a fondare una dottrina assoluta, conosciuta in tutti i tempi come la “Dottrina Sacra”, e della quale Plutarco, nel trattato De Iside et Osiride, parla molto, ma velatamente; a questo scopo è necessaria un’istituzione gerarchica per assicurare l’ininterrotta successione di adepti fra gli iniziati. Sul piano scientifico essa mira alla scoperta e all’applicazione del Microcosmo, della legge creativa che incessantemente popola il grande universo.

Misurate un angolo qualsiasi del creato, moltiplicate questo spazio secondo una data proporzione geometrica e l’Universo intero si aprirà ai vostri occhi con tutti i suoi mondi contenuti in segmenti corrispondenti e rapportabili alle misure del vostro compasso. Adesso supponete che da un punto qualsiasi dell’Infinito posto sopra di voi una mano regga un altro compasso o squadra. Ebbene le linee del Triangolo Celeste incontreranno necessariamente quelle del Compasso della Scienza, per formare il misterioso sigillo di Salomone.

Tutte le ipotesi scientificamente probabili sono gli ultimi barlumi del crepuscolo del sapere, o le sue ultime ombre.

La fede comincia dove la ragione si esaurisce.

Al disopra della ragione umana vi è la ragione divina, alla quale è possibile quel che per noi è assurdo, l’assurdo infinito, che ci confonde e a cui crediamo.

Così, per il Maestro il Compasso della Fede è al disopra della Squadra della ragione, ma entrambi posano sulle Sacre Scritture e si uniscono fino a formare la Stella della Verità.

Non tutti gli occhi vedono ugualmente.. Anche il creato non è, per tutti quelli che lo guardano, della stessa forma e colore. Il nostro cervello è come un libro stampato e i suoi caratteri sono, per la totalità degli uomini, più o meno confusi.

Il fondamentale insegnamento adombrato nella “Rivelazione” è tramandato nella Kabalah dei Sacerdoti di Israele. La dottrina kabalistica, che era anche il dogma dei Magi e di Hermes, è contenuta nella Sepher yetsairah, nel Sohar e nel Talmud. Secondo questa dottrina l’Assoluto è l’Essere nel quale è la Parola. Parola che è affermazione e espressione dell’essere e della vita.

Magico è ciò che è, che è di per se stesso come la matematica che è l’esatta e assoluta scienza della natura e delle sue leggi.

Magica è la scienza degli antichi Magi, e la religione cristiana, che ha ridotto al silenzio gli oracoli e messo fine al potere dei falsi dei, essa stessa però dà credito ai Magi che vennero dall’Oriente, guidati da una stella, per adorare il Salvatore del mondo nella sua culla.

La tradizione dà a questi Magi il titolo di “Re”, perché l’iniziazione nella magia costituisce una genuina regalità e perché la grande arte dei Magi è definita da tutti gli adepti quale Arte Reale, il Regno Santo o Impero, Sanctum Regnum.

La stella che li guidò è la stessa che troviamo raffigurata in tutte le tradizioni iniziatiche.

Per gli alchimisti essa è il segno della Quintessenza, per i Magi il Grande Arcano, per i Kabalisti il Sacro Pentagramma.

Lo studio di questo Pentagramma non poté che condurre i Magi alla conoscenza del Redentore che stava sorgendo sull’orizzonte e faceva inginocchiare tutte le creature che avevano fede nel Verbo di Dio.

La Magia riunì in una sola varie scuole filosofiche, riconoscendosi nella religione dell’Infallibile e dell’Eterno. Essa riconcilia perfettamente e incontestabilmente termini che, a prima vista, sembrano fra loro opposti: fede e ragione, scienza e religione, autorità e libertà. Dà inoltre alla mente umana uno strumento di indagine speculativa e spirituale, rigoroso come la matematica e garante dell’infallibilità della matematica stessa.

Così vi è un Assoluto, termine limite dell’intelligenza e della Fede. La suprema ragione non ha lasciato che i barlumi della comprensione umana vacillassero nell’incertezza.

Vi è un’incontestabile verità e vi è un metodo infallibile per giungere ad essa. Quelli che l’accettano come una regola possono dare alla loro volontà un potere sovrano che li renderà padroni di tutte le cose e di tutti gli spiriti erranti, li renderà arbitri e re del mondo.

La scienza alterna momenti di ombra e di splendore, infatti l’intelletto umano procede verso le sue conquiste per gradi e secondo un processo che ha fasi regolari.

Nella vera luce riscopriamo ciò che ci sembrava nascosto, ma niente di ciò che scopriamo è assolutamente nuovo. Dio ha dato alla Scienza, che è il riflesso della Sua gloria, il suggello della Sua eternità.

Non è nei libri dei filosofi, ma nel simbolismo religioso degli Antichi, che dobbiamo cercare le impronte della Scienza e riscoprire i misteri del sapere.

I sacerdoti dell’Egitto conobbero, prima e meglio di noi, le leggi del movimento della vita. Essi sapevano come mitigare o intensificare l’azione con la reazione; e puntualmente previdero la realizzazione di certi effetti, dopo averne identificato le cause. Le Colonne di Seth, Enoch, Salomone ed Ercole hanno simbolizzato, nelle Tradizioni della Magia, la legge universale dell’Equilibrio. La scienza dell’equilibrio condusse a concepire una sorta di legge di gravitazione universale attorno ai centri della vita, del calore e della luce.

Talete e Pitagora appresero nei santuari d’Egitto che la Terra gira intorno al Sole, ma non lo resero noto, poiché per farlo sarebbe stato necessario rivelare uno dei grandi misteri del Tempio: quella legge di attrazione e di repulsione, di simpatia e antipatia, di fissità e di movimento, che è il principio della creazione e la causa perpetua della vita.

Questa verità fu messa in ridicolo dal cristiano Lattanzio e in seguito, per effetto della persecuzione del Papato di Roma, si pensò di averne provata definitivamente la falsità.

Così ragionavano i filosofi, mentre i sacerdoti, senza deriderli né polemizzare con loro, trasmisero i principi segreti dell’antica verità secondo i simboli la cui interpretazione ha originato tutti i dogmi.

Quando arriva la verità del mondo, la stella della Sapienza informa i Magi, i quali si affrettano ad adorare il divino Infante. E’ solo con la comprensione di un utile ordine gerarchico, e quindi con l’obbedienza, che una persona giunge all’Iniziazione. Se i capi hanno un diritto divino al governo, il vero iniziato obbedirà loro fedelmente.

L’antica tradizione fu dalla Caldea portata nella sua forma originaria da Abramo. Essa dominò in Egitto al tempo di Giuseppe, assieme alla conoscenza del vero Dio. Mosè portò fuori dall’Egitto l’antica scienza e, nelle tradizioni segrete della Kabalah, troviamo una teologia perfetta, organicamente enunciata come quella che nel Cristianesimo è ampiamente spiegata dai Dottori della Chiesa. Il tutto con una consistenza e un’armonia che finora non è dato al mondo di penetrare.

Il Sohar, che è la chiave delle Sacre Scritture, scopre in tutta la profondità le luci e le ombre delle antiche mitologie e delle scienze originariamente celate nei santuari.

Il segreto di questa chiave deve essere conosciuto perché uno possa servirsene, e anche per gli intelletti più sottili, non iniziati al segreto, il Sohar è assolutamente incomprensibile e quasi illeggibile.

Il segreto delle scienze occulte è quello della stessa natura, il segreto della generazione degli Angeli e dei Mondi, quello dell’Onnipotenza di Dio.

“Voi sarete come l’Elohim, conoscendo il bene e il male” disse il serpente della Genesi, e l’albero del Signore diventò l’albero della Morte.

Da seimila anni i martiri del sapere lavorano e muoiono ai piedi di questo albero, che potrebbe diventare di nuovo l’albero della Vita.

L’Assoluto, cercato invano dagli stolti e trovato dai saggi, è la verità, la realtà e la ragione dell’equilibrio universale, l’equilibrio è l’armonia che risulta dall’analogia dei contrari.

Finora l’umanità ha cercato di reggersi su di un piede, ora sull’uno, ora sull’altro.

Le civiltà umane sono nate e perite sia per l’anarchica follia del dispotismo che per la dispotica anarchia della rivolta.

Organizzare l’anarchia è il problema che i rivoluzionari hanno, ed eternamente avranno, da risolvere. E’ il Macigno di Sisifo che ricadrà sempre su di loro.

Per esistere un solo minuto essi sono, e sempre saranno, ridotti dalla fatalità ad improvvisarsi tiranni, esercitando un potere necessariamente dispotico, violento e cieco, come la necessità. Noi lasciamo l’olimpica e serena sovranità della ragione per cadere sotto il dominio della follia.

Alcune volte un’esaltazione superstiziosa, altre volte i meschini calcoli dell’umana ambizione hanno portato fuori strada i popoli. Ma Dio, alla fine, riconduce l’umanità alla fede nella ragione.

Abbiamo avuto troppi profeti senza filosofia e filosofi senza religione; i credenti, ciechi, scettici, si rassomigliano e sono tutti lontani dalla verità.

Nel caos del dilemma universale che scatena conflitti tra la ragione e la fede, i grandi sapienti si sono mostrati deboli e privi di equilibrio, sempre alla ricerca dell’ideale, a rischio e pericolo della loro stessa ragione di vita. Vivendo solo nella speranza di essere incoronati, essi sono i primi a fare ciò che Pitagora raccomanda di non fare nel suo mirabile Simboli. Essi strappano corone e le calpestano sotto i piedi.

  • La luce è l’equilibrio tra le tenebre e l’accecante raggio del Sole.
  • Il movimento è l’equilibrio tra l’Inerzia e l’Attività.
  • L’Autorità è l’equilibrio tra la Libertà e il Potere.
  • La Saggezza è l’equilibrio nei pensieri, le scintille che irradiano nell’Universo.
  • La virtù è l’equilibrio negli affetti: la bellezza è l’armonica proporzione delle forme.
  • Vite belle sono quelle regolate, e le meraviglie della natura sono un’algebra di grazia e di splendore.
  • Tutto ciò che è giusto è bello; ogni cosa bella dovrebbe essere giusta.

Nell’Universo non vi è nessun “Niente”, alcuna cosa inutile e vuota. Dal punto più alto e lontano della nostra atmosfera al sole, fino ai pianeti e alle stelle più remote, in tutte le direzioni, per centinaia di secoli l’uomo ha immaginato che vi fosse un semplice, inutile spazio vuoto. Comparando le limitate nostre conoscenze con l’infinito risulta che i filosofi sapevano poco più delle scimmie. In tutto questo spazio “vuoto” vi sono infinite forze di Dio, agenti in una illimitata varietà di direzioni, mai inattive. Questa è la Luce, manifestazione visibile di Dio, attiva attraverso la Sua totale Infinità. La terra e ogni altro pianeta o corpo celeste che non sia un centro di luce trascina con sé il suo cono d’ombra mentre vola e lampeggia nel percorso della sua orbita; ma l’oscurità non è di casa nell’universo. Per illuminare la sfera da una parte proietta un cono d’oscurità nell’altra. L’Errore è l’ombra della Verità con cui Dio illumina l’anima.

In tutto questo “vuoto” vi è una misteriosa e sempre attiva energia, il calore e l’onnipresente etere. Per volontà di Dio l’invisibile diventa visibile. Due gas invisibili, combinandosi e comprimendosi, si trasformano e formano l’acqua che riempie i grandi bacini degli oceani, scorre nei fiumi e nei ruscelli, scaturisce dalle sorgenti dalle rocce, cade sulla Terra come pioggia, la imbianca con le nevi, copre il Danubio di ghiaccio o si raccoglie in vasti bacini nel cuore della Terra. Dio riempie tutta l’estensione che noi solitamente chiamiamo “spazio vuoto”.

In qualunque luogo dell’Universo, ciò che chiamiamo vita deriva da un continuo conflitto di forze o impulsi. Quando ha fine questo contrasto risultano immobilità e inerzia, simbolo di morte.

Dice la Kabalah che se la giustizia di Dio, che è “Severità” o “Femmina”, regnasse da sola la creazione di esseri imperfetti come l’uomo sarebbe stata impossibile. Infatti, essendo il peccato congenito all’umanità, commisurandolo con l’Infinità di Dio, la Giustizia infinita avrebbe dovuto annientare l’Umanità all’istante della sua creazione, e non solo l’Umanità ma anche gli Angeli poiché anche essi, come tutto ciò che Dio ha creato, sono peccatori. Nulla di imperfetto sarebbe stato possibile. Se, d’altra parte, la misericordia o benevolenza di Dio, il “Maschio”, non fossero in alcun modo stati offesi, il peccato sarebbe rimasto impunito e l’Universo sarebbe caduto in un caos di corruzione.

Fate sì che Dio annulli un solo principio o legge di attrazione o di coesione della materia e le forze contrarie equilibrate nella natura, liberate dalla gravità, tutto istantaneamente si trasformerebbe in impalpabile e invisibile gas, come l’acqua che compressa in un cilindro e portata a ebollizione da quella misteriosa energia che chiamiamo calore è liberata alla fine sotto forma di vapore.

Incessantemente le grandi correnti e canali di aria si spostano dall’Equatore alle gelide regioni polari e, di nuovo, ai torridi regni equatoriali. Logica conseguenza di questi grandi, immensi, equilibrati e benefici movimenti, causati dal contrasto del calore equatoriale con il freddo polare, sono i tifoni, i tornado, i cicloni che scaturiscono dallo scontro delle correnti in moto.

Questi e i benefici venti alisei provengono dalla stessa legge. Dio è onnipotente, ma gli effetti senza causa sono impossibili e questi effetti possono talvolta essere negativi. Il fuoco non potrebbe scaldare la carne se non potesse bruciarla. I veleni più potenti sono tra i farmaci più efficaci se somministrati nella giusta quantità.

Il male è l’ombra del bene e da esso è inseparabile.

La Saggezza divina limita con giusta moderazione l’onnipotenza del divino volere e il risultato è la bellezza e l’armonia del creato. Gli archi non poggiano su di una sola colonna, ma raccordano l’una all’altra. Così è anche per la giustizia e misericordia divina, per la ragione e la fede.

La teologia della Scolastica, derivata dalle categorie di Aristotele e dalle sentenze di Pietro Lombardo, la logica del sillogismo, che discute invece di ragionare, e trova una risposta ad ogni quesito col sottilizzare sulle parole, ignorò completamente il dogma kabalistico e andò vagando nella triste vacuità delle tenebre. Era una delle tante filosofie, e non la vera sapienza che ha al suo arco ben altre frecce e, aggirando gli ostacoli, mette a nudo la verità. Non era l’umano verbo, ma il monotono sibilo di una macchina, l’inanimato balbettio di un androide. Era solo la precisione di un artificioso meccanismo, non la libera ricerca di razionali necessità a cui si applica l’intelletto. San Tommaso d’Aquino spazzò via con un semplice soffio tutta questa impalcatura di parole, costruite una sull’altra, proclamando l’eterno impeto della ragione, con quella magnifica frase: “Una cosa non è giusta perché Dio la vuole, ma Dio la vuole perché è giusta”. La prima conseguenza di questa asserzione, considerata attentamente, è la seguente: “Una cosa non è vera perché l’ha detta Aristotele, ma ragionevolmente Aristotele non avrebbe potuto dirla se non fosse stata vera. Cercate, quindi, prima di tutto, la verità e la giustizia. Poi tutta la scienza di Aristotele vi sarà data come dono ulteriore”.

E’ un’immagine degna del più grande dei poeti, quella dell’Inferno, per cui si scopre la propria inutilità quando il Cielo che si stava per conquistare si chiude sulla nostra testa. In altri termini, è vero che il bene deve trionfare definitivamente sul male e stabilire il suo regno per l’eternità. Così racconta la leggenda persiana di Ahriman che coi suoi ministri del male si sarebbe alla fine, per opera di un Redentore e Mediatore, riconciliato con Dio e ogni male sarebbe scomparso. Ma non si devono neppure dimenticare le leggi dell’equilibrio e pretendere di ricevere la Luce da una fonte che risplende senza ombra o il movimento da un assoluto stato di quiete come la fine della vita. Finché ci sarà una luce visibile, vi sarà un’ombra proporzionale ad essa e qualunque cosa, illuminata, formerà un suo cono d’ombra. Il riposo non darà mai felicità, se non sarà corretto da un movimento analogo e contrario. Questa è l’immutabile legge della natura, l’eterna volontà della giustizia, che è Dio.

Dunque all’umanità sono necessari il male e il dolore come è indispensabile la salsedine dell’acqua dei mari. Anche qui l’armonia può derivare soltanto dall’equilibrio dei contrari e e le montagne esistono in ragione della profondità dei mari. Se si riempissero le valli le montagne scomparirebbero; così se eliminassero le ombre, la luce, che è solo visibile col giusto contrasto di oscurità e splendore, sarebbe annullata producendo come effetto una totale cecità.

Anche i colori della luce esistono per la presenza dell’ombra. C’è dunque un’alleanza tra il giorno e la notte, luminosa immagine della verità per la luce diventata ombra. Così il Salvatore è il Verbo diventato uomo. Tutto ciò è in accordo con la fondamentale legge della creazione, l’unica e assoluta legge della natura, quella della distinzione e dell’armonico rapporto delle forze contrarie nell’equilibrio universale.

Le due grandi colonne del Tempio, simbolizzanti l’Universo, sono la necessità, ovvero l’onnipotente volere di Dio a cui niente e nessuno può disubbidire, e la libertà, cioè la libera volontà delle Sue creature. Sembra dunque che, nonostante le diversità che separano tra di loro gli esseri umani, la ragione sia capace di mostrare la possibilità che tendenze contrarie convivono insieme.

Il potere e la saggezza di Dio potrebbero così governare l’Universo e l’infinita catena di rapporti causativi per lasciare al tempo stesso libertà d’azione all’uomo, prevedendo ciò che ognuno in qualsiasi istante potrebbe pensare o fare, usare la libertà d’azione di ciascuno come uno strumento di cui avvalersi per scopi rispondenti al progetto divino. Del resto anche un uomo, prevedendo l’azione altrui, senza considerarla né determinarla, può giovarsene per raggiungere i propri scopi.

Il risultato è l’Armonia, la terza colonna che sostiene la Loggia. La stessa Armonia risulta dall’associazione tra la necessità e la libertà.

Ne deriva la stabilità, coesione e permanenza nell’Universo, assoluto dominio di Dio. La vittoria, la gloria, la stabilità e il dominio sono appunto gli ultimi quattro Sephiroth della Kabalah.

“Io sono” dice Dio a Mosè “ciò che è, era e sarà per sempre”. Ma il vero Dio, nella sua essenza, concepito come increato e Unico, non ha nome. Tale era la dottrina di tutti i Saggi ed è così specificatamente dichiarato nella Kabalah. Dato che Dio mai “non era stato”, così Egli “mai non pensò”. Perciò l’Universo non ha mai avuto un inizio, come il pensiero divino di cui è l’espressione, e come Dio stesso. La nascita dell’Universo è solo un punto a mezza strada sulla linea infinita dell’eternità: il Creatore non fu mai inattivo durante l’eternità che si estende dietro questo punto.

L’Architetto dell’Universo esiste da sempre nella Mente Divina. La parola era in principio con Dio, anzi era Dio stesso. E l’Ineffabile Nome è quello, non della vera essenza, ma dell’Assoluto che si manifesta come Essere o Esistenza. Per l’Esistenza o l’Essere, dicevano i sapienti, c’è una limitazione. Invece l’essenza di Dio non è limitata né definita, ma tutto ciò che può presumibilmente essere, oltre tutto ciò che è, era e sarà.

Invertendo le lettere dell’Ineffabile Nome e dividendole, abbiamo una parola composta, Yud-he o Jah. Cominciamo a intendere qualcosa dell’oscuro linguaggio della Kabalah. L’espressione sta per “il più alto” e le colonne Jachin e Boaz ne sono i simboli.

Si dice che “Dio creò l’uomo a sua immagine; li creò maschio e femmina”, e lo scrittore, simbolizzando il divino con l’umano, aggiunse che la donna, prima contenuta nell’uomo, fu poi tratta dal suo fianco.

Così Minerva, dea della Sapienza e donna in armi, nacque dalla testa di Giove, e dentro Brahma, la fonte di tutto, il vero Dio senza sesso né nome, si sviluppò Maya, la madre di tutto ciò che è. La Parola è prima e sola procreata dal Padre, ed il rispetto con il quale erano considerati i Misteri maggiori ha imposto il silenzio sulla natura dello Spirito Santo. La Parola è la Luce e la vita dell’umanità.

Spetta agli adepti penetrare il significato dei simboli. Torniamo ora ai gradi della Massoneria Blu e cerchiamo una possibile spiegazione di alcuni simboli.

Voi vedete sull’altare la Squadra e il Compasso e, certamente, ricordate come essi siano sempre presenti sull’altare di ogni grado.

La squadra è uno strumento adatto solo su superfici piane e per questo è impiegato nella geometria, o “misurazione della terra”.

Il compasso è uno strumento che ha relazione con le sfere e le superfici sferiche, adatto alla trigonometria, ossia quel ramo della matematica che si interessa dei cieli e delle orbite dei corpi planetari.

La Squadra perciò è il simbolo naturale e appropriato di questa terra e delle cose che le appartengono; il Compasso è egualmente il simbolo naturale e appropriato dei Cieli e di tutte le cose e degli esseri dell’Universo.

Esiste un simbolo ermetico che apparve una prima volta nell’Athos Philosophorum di Basilio Valentino stampato a Francoforte nel 1613.

La tavola, piena di disegni ermetici e di simboli massonici, costituisce un’allegoria: su un globo alato, inserito in un triangolo rettangolo, riposa un drago sul quale domina una figura umana con due teste contornate dal sole, dalla luna e da cinque stelle. La figura maschile tiene in mano il compasso che rappresenta il principio generativo dell’uomo, mentre la figura femminile sorregge la squadra quale simbolo della procreazione della donna.

Si tratta, evidentemente, della sovrapposizione del compasso alla squadra con la rappresentazione della trasmutazione del talismano ermetico nei simboli massonici.

I cieli e la terra erano personificati come deità anche fra glia Ariani europei, dagli Indù della Zend, e dai Persiani; e il Rig Veda Sanhita contiene inni a loro indirizzati come dei. Essi erano deificati anche tra i Fenici e fra i Greci, dove Urano e Gea, Cielo e Terra, furono cantati da Esiodo come le più antiche deità.

Gea è la più grande, fertile, magnifica madre, la Terra che produce senza limiti tutto ciò che serve all’uomo. Dal suo fecondo e fertile seno vengono, a seconda delle stagioni, frutta grano e fiori. Da essa proviene tutto ciò che alimenta le creature terrestri e che l’uomo utilizza per lavoro o per cibarsi.

Nel suo grembo si trovano gli utili e preziosi minerali. Suoi sono i mari che pullulano di vita, suoi i fiumi che danno acqua e cibo. Sue le montagne su cui scorrono le acque che si riversano in questi fiumi. Sue le foreste che alimentano i sacri fuochi per i sacrifici e brillano nei focolari domestici.

La Terra per questo era sempre rappresentata come una donna, la grande produttrice, la grande, generosa, benefica Terra.

D’altra parte la luce e il calore del Sole nei Cieli e le piogge, che sembrano provenire da loro, rendono fruttifera questa Terra, ridandole vita e calore dopo l’inverno. Come gli agenti generativi e procreativi, il Cielo e il Sole sono stati da sempre considerati maschi, procreatori che fecondano la Terra e la fanno produrre.

La figura ermafrodita rappresenta dunque la doppia natura, anticamente attribuita alla Deità che è a un tempo procreatore e generatrice, maschio e femmina come Brahma e Maya fra gli Ariani, Osiride e Isis fra gli Egizi. Dato che il Sole era maschio, così la Luna era femmina e Isis era contemporaneamente sorella e moglie di Osiris. Il compasso perciò era il simbolo ermetico della Deità creativa e la Squadra della Terra feconda.

Il Genesi dice che Jehovah creò l’uomo con la polvere della terra e soffiò nelle sue narici l’alito della vita. Attraverso le sette sfere planetarie, rappresentate dalla mistica scala delle Iniziazioni Mitriache (la scala che Giacobbe vide nel suo sogno), le Anime, emanazioni della Deità, discesero per unirsi ai corpi umani. Attraverso queste sette sfere debbono poi risalire per tornare alla loro origine e dimora, nel seno di Dio.

Il Compasso perciò, quale simbolo del Cielo, rappresenta la parte spirituale, intellettuale e morale di questa doppia natura dell’umanità; e la Squadra, simbolo della Terra, la sua parte materiale e sensuale.

“Verità e intelligenza” disse una delle antiche scuole di filosofi indiani “sono gli eterni attributi di Dio, non della singola anima che è sapiente e ignorante, soffre e gode. Perciò Dio e la singola anima sono distinti”.

Questa espressione degli antichi filosofi Nyaya in merito alla Verità ci è stata trasmessa attraverso una lunga successione di tempi, nelle lezioni della Libera Muratoria, in cui leggiamo che “la Verità è un attributo divino e il fondamento di ogni virtù”; “quando è incorporata nella materia” – essi dicevano – “l’anima si trova in uno stato di prigionia, ed è sotto l’influenza delle passioni umane; ma quando, purificatasi, arriva alla conoscenza degli elementi e principi della natura, raggiunge il posto dell’Eterno nel cui stato di grazia la sua individualità non cessa”.

Fu sostenuto anche dai filosofi Indù che la vitalità che anima le forme mortali, il “soffio della vita” di cui si parla nel Genesi, perisce con essa. L’anima infatti è divina, un’emanazione dello spirito di Dio, ma non una sua parte. Essi la paragonarono al calore e alla luce del sole, o ad un raggio di quella luce, che non diminuisce né divide la sua essenza.

Comunque creata o dotata di esistenza individuale, l’anima, che è soltanto emanazione divina, non può conoscere il modo della sua creazione, né capire le sua propria individualità. Non può neanche capire come l’essere, nel cui corpo essa si trova, può provare dolore, vedere, udire i rumori e l’armonia della musica o distinguere i profumi dei fiori.

Il Creatore si è compiaciuto di porre dei limiti alle capacità della nostra umana ragione. Perciò, se siamo capaci di concepire nella nostra mente l’idea di una creazione, Egli ha voluto sottrarla alla nostra totale comprensione con un velo impenetrabile. Ma le parole usate per esprimere il suo gesto non hanno altro significato che “Egli fece sì che l’Universo cominciasse a esistere”.

Ci è sufficiente sapere, come la Massoneria insegna, che non siamo completamente mortali; che l’anima e lo spirito, la nostra parte raziocinante e intellettuale, il nostro vero “me stesso”, non è soggetto a guastarsi né a dissolversi, ma è un elemento immateriale che sopravvive alla morte del corpo, è suscettibile di miglioramento, ci consente di progredire nella conoscenza delle cose divine, di diventare più saggi e migliori e sempre più meritevoli di immortalità. Soprattutto ci insegna che aiutare e migliorare gli altri e tutta l’umanità è la più nobile ambizione e la più alta opera che possiamo pensare di conseguire in questa breve, imperfetta esistenza.

In ogni essere umano il divino e l’umano sono inscindibili. In ognuno vi è la ragione e il senso morale, le passioni che istigano al male e gli appetiti dei sensi.

“Se vi fate schiavi della carne, morirete,” – disse Paolo scrivendo ai cristiani di Roma – “ma se attraverso lo spirito mortificherete gli istinti del corpo, voi vivrete. Perché quanti sono guidati dallo spirito di Dio sono figli di Dio”.

“La carne lotta contro lo spirito e lo spirito contro la carne” – egli affermò scrivendo ai cristiani di Galazia – “e sono contrari l’uno all’altra così che voi non potrete mai obbedire a entrambi”. “Ciò che faccio non lo faccio volontariamente” – egli scrisse ai Romani -“perché non faccio ciò che vorrei, ma ciò che detesto. Non sono più io a fare, ma il peccato che abita in me. Il volere è presente in me, ma io non so come fare ciò che è bene. E non facendo il bene che vorrei fare, faccio il male che vorrei evitare. Trovo quindi una regola: che quando desidero fare del bene, il male è presente in me. Così mi delizio nella legge di Dio, seguendo l’uomo che è in me; ma vedo un’altra legge contraria alla legge della mia mente portarmi a obbedire alla legge del peccato che è in me stesso …. così allora con la mia mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato”.

La vita è una battaglia e combatterla eroicamente è lo scopo dell’esistenza di ogni uomo che sia preparato a viverla degnamente. Per respingere le forti correnti avverse, per avanzare malgrado tutti gli ostacoli, strappare alla fortuna la vittoria, per diventare un capo o un condottiero, per salire di rango e potenza con l’eloquenza, il coraggio, la perseveranza, lo studio, l’energia, l’operosità, senza lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi, dai ritardi e dai rischi, per guadagnare ricchezza, per soggiogare gli uomini con il nostro intelletto, gli elementi avversi con la nostra audacia, per aver successo e prosperare, non c’è, secondo la generale opinione, modo diverso che combattere degnamente la battaglia della vita. Anche avere successo negli affari grazie a un’audacia che non si ferma di fronte ai rischi e che è suscitata a ogni occasione, o grazie alla sagacia e prudenza del mercante o dell’operatore poco scrupoloso, sono cose ritenute motivo di grande successo nella vita.

Ma la battaglia più grande e nella quale si guadagna il vero onore e l’autentico successo è quella che il nostro intelletto, la nostra ragione, il nostro senso morale, la nostra natura spirituale combattono contro l’istinto dei sensi, le cattive passioni e le lusinghe del materialismo. E’ qui che troviamo la vera gloria, l’eroismo coronato dalla vittoria, qui soltanto il successo ci dà il diritto al trionfo.

In ogni vita umana si combatte questa battaglia e quelli che vincono in altri campi spesso subiscono ignominiose disfatte, disastrose rotte e vergognose sconfitte in questa guerra incessante.

Avete appreso oltre questa più di una definizione della Libera Muratoria. Le più vere e profonde dovete però ancora conoscerle. Già all’Apprendista, al Compagno, al Maestro viene insegnato a interpretare tali simboli.

Quella qui suggerita è una definizione di ciò che è la Libera Massoneria, dei suoi veri scopi, della sua vera essenza e del suo spirito. Essa ha, per ciascuno di noi, la forza e la sacralità di una legge divina e ci impone un obbligo solenne.

Vengono insegnati all’Apprendista, come a voi, i simboli del Compasso e della Squadra sui quali, come pure sul Libro della Legge sacra e sul Libro delle leggi delle Grandi Costituzioni, avete assunto i vostri obblighi.

Come Cavaliere, vi è stato illustrato il simbolo della spada che rappresenta l’onore e il dovere, vi è stato insegnato il significato della Bilancia, simbolo di ogni equilibrio e della Croce, simbolo di devozione e sacrificio; ma tutti i simboli, sia per gli Apprendisti che per i Maestri, per i Cavalieri e per i Principi, sono riconducibili al Compasso e alla Squadra.

Nel grado di Apprendista le punte del Compasso sono sotto la Squadra; per i compagni una punta è sopra e l’altra sotto. Per il Maestro ambedue sono sopra, perché nel terzo grado si giunge al controllo e all’imperio della materia simboleggiata dalla Squadra.

La Libera Massoneria è la sottomissione dell’uomo al Divino, il dominio dei desideri e delle passioni e l’affermazione del senso morale e della ragione per via di sforzi, lotte e guerre continue, sostenute dallo spirito contro la natura materiale e sensuale dell’uomo. Quando questa vittoria è stata raggiunta e assicurata e il conquistatore può infine riposarsi sul suo scudo e adornarsi del ben meritato alloro, è il vero Sacro Impero.

Per raggiungerlo il Massone deve prima arrivare al solido convincimento, fondato sulla ragione, che egli ha in sé una natura spirituale, un’anima che non muore quando il corpo è decomposto, ma continua ad esistere e ad andare verso la perfezione, attraverso gli stadi dell’eternità. Così egli vede con sempre maggiore chiarezza e, avvicinandosi a Dio, avverte la luce della divina presenza.

Ciò gli insegna la Filosofia del Rito Scozzese Antico e Accettato che lo incoraggia a perseverare aiutandolo a credere che la sua libera volontà è interamente conforme all’onnipotenza e onniscienza di Dio.

Dio non è soltanto dotato di potere infinito e di infinita saggezza, ma di infinita misericordia e infinità pietà e amore per le fragili e imperfette creature del mondo.

Ogni grado del Rito Scozzese Antico e Accettato dal 1° al 33° insegna, con il suo cerimoniale e con i suoi ammaestramenti, che lo scopo più nobile della vita e il più alto dovere di un uomo è di combattere incessantemente e risolutamente al fine di raggiungere una totale padronanza di sé e porre ciò che in lui è spirituale e divino al di sopra di ciò che è materiale e sensuale. Così anche in lui, come nell’universo che Dio governa, Armonia e Bellezza saranno il risultato di un giusto equilibrio.

Un altro insegnamento vi è stato impartito in quei gradi, conferitivi nella Loggia di Perfezione che imprime in particolare il carattere della moralità e operatività della massoneria. Vi fu chiesto di essere sincero e onesto in tutte le vostre azioni, anche a costo di enormi sacrifici, caritatevole anche quando l’egoismo vi spingesse a chiudere la mano, a rimanere insensibile di fronte ai bisognosi; di giudicare sempre giustamente e imparzialmente, di essere tolleranti quando la passione vi trascina all’intolleranza e alla persecuzione, di fare ciò che è giusto quando il male sembra promettervi un più grande beneficio e di non portar via ad alcuno le cose che gli appartengono.

In tutte queste obbligazioni e in altre che avete giurato nei vari gradi la vostra natura spirituale viene educata e incoraggiata per poter imporre il suo giusto dominio sopra i vostri desideri e le vostre passioni.

I gradi filosofici vi hanno insegnato il valore del sapere, l’eccellenza della Verità, la superiorità del lavoro intellettuale, l’infinità e la grandezza della vostra anima, il valore dei grandi e nobili pensieri. La Massoneria si è sforzata così di assistervi ad elevarvi al di sopra dell’avidità e delle passioni che scatenano tante miserabili lotte per soddisfare sfrenate ambizioni.

Voi siete spinti invece a trovare più puri piaceri e più nobili ricompense nell’acquisizione del sapere, l’ampliamento dei vostri orizzonti intellettuali, l’interpretazione delle Sacre Scritture e nelle grandi pagine del libro della natura.

I gradi cavallereschi vi hanno condotto sulla stessa strada mostrandovi le superiorità della generosità, della clemenza, del perdono delle offese, della magnanimità, dello sprezzo del pericolo e dei più alti obblighi del dovere e dell’onore.

Vi hanno insegnato a superare la paura della morte, a dedicarvi alla grande causa della libertà civile e religiosa, ad essere paladini di tutto ciò che è giusto e vero anche a costo della vita, ad essere orgogliosi della vostra dignità di Principe del Real Segreto e ad essere di esempio ai vostri Fratelli che a voi guardano quali fari di costante riferimento per acquisire maggior coraggio e più fulgida luce.

Con tutto questo voi confermate la vostra superiorità e il diritto al dominio di ciò che è spirituale e divino.

Nessuna meschina paura del pericolo e della morte, nessuna sordida ambizione e deplorevole avidità possono spingere un vero Principe al disonore e rendere così schiavi il suo intelletto, la sua ragione, la sua anima.

Non è possibile creare una Fratellanza vera e genuina finché la viltà può sfiorare anche soltanto uno dei suoi membri; o se l’attività intellettuale viene limitata in discorsi astratti sulla natura di Dio, e su altri problemi di fede religiosa, né con l’insediamento di un sistema di associazione utile al reciproco beneficio e con il quale, in considerazione delle quote versate, ognuno abbia diritto ad una scontata solidarietà in caso di bisogno.

Non vi può essere genuina fratellanza senza reciproco rispetto, buona opinione e stima, reciproca carità e tolleranza per colpe o debolezze. Sono soltanto quelli che abitualmente imparano a pensare il meglio l’uno per l’altro, a cercare il buono che c’è fra di loro e si rispettano e dimenticano il male, ad essere fratelli l’uno dell’altro nel vero senso della parola. Coloro che godono delle debolezze altrui, e amano pensare che gli altri siano esseri vili e inferiori, dotati di una natura nella quale il male predomina e non si può trovare in essi qualche buona qualità, non potranno mai essere amici e tantomeno fratelli.

Nessuno ha il diritto di disprezzare i suoi simili, se non estende anche a se stesso il suo disprezzo. Se da un’unica colpa o errore giudica il carattere di un altro e prende il singolo atto come prova della natura dell’uomo e di tutta la sua vita, egli dovrebbe consentire di essere giudicato secondo questo stesso metro.

Ma un simile giudizio diverrà impossibile quando egli ricordi continuamente a se stesso che in ogni uomo c’è un’anima immortale, che si sforza di fare ciò che è bene e giusto, un raggio, per quanto piccolo e quasi impercettibile, della grande fonte di Luce e dell’Intelligenza che lotta sempre tra gli intralci dei sensi e gli impedimenti delle passioni e che, in ogni uomo, questo raggio se pure soccombe, per le sue cattive inclinazioni e i suoi incontrollati appetiti, non sarà mai totalmente distrutto o estinto. Capirà allora che non è la vittoria, ma la battaglia che merita onore perché in questa come in ogni cosa nessun uomo può avere completo successo.

Fra un nugolo di errori e di fallimenti egli ritroverà l’anima del combattente, per difendere ciò che, in mezzo a tanto male, rimane buono in ognuno di noi, credendo che l’essere umano è migliore di quanto non sembri dai suoi atti ed omissioni. Crederà anche che Dio ne ha sempre cura, e lo ama. Egli sentirà allora che anche il peccatore è un suo fratello, che ha diritto alla sua comprensione e che è legato a lui da indissolubili legami di naturale solidarietà.

Se non c’è nulla di divino nell’uomo che cosa è egli dopo tutto, se non un animale un po’ più intelligente degli altri? Egli non ha colpe o vizi che le bestie non abbiano, perciò, a giudicare dai vizi, è soltanto un essere più evoluto e non possiede alcuna particolare dote che nessun animale abbia in qualche modo; anzi l’animale è migliore per generosità, fedeltà e mitezza.

Bardesan, il siriano cristiano, nel suo libro sulle Leggi delle Nazioni dice degli uomini che “nella vita del corpo rivelano la loro natura animale e nelle vita spirituale essi riescono a fare ciò che desiderano, come se fossero liberi e potenti a somiglianza di Dio”. E Moliton, Arcivescovo di Sardis, nella sua orazione a Cesare Antonio, dice: “Fate che Lui, il sempiterno Dio, sia sempre presente nella vostra mente; perché il tuo stesso intelletto emana da Dio ed è invisibile e illimitato nelle proiezioni del pensiero. Siccome Lui esiste in eterno così anche voi, quando avrete lasciato questo mondo terreno visibile e corruttibile, rimarrete davanti a Lui per sempre in un’esistenza illuminata dalla divina Sapienza”.

Come si conviene per ciò che esiste al di là della nostra comprensione, nel Genesi le parole usate per esprimere l’origine delle cose sono di dubbio significato, e certe espressioni possono indifferentemente tradursi con le parole “generato”, “prodotto”, “fatto” o “creato”.

Noi non dobbiamo discutere se l’anima o lo spirito dell’uomo sia un raggio emanato o scaturito dalla Suprema Intelligenza, o se la Potenza Infinita ha chiamato in vita ogni essere dal nulla, con un semplice atto della Sua volontà, dotandolo di immortalità e di intelligenza.

In ambedue i casi si può dire che il divino è unito all’umano e una delle due tesi vale l’altra. Il Triangolo equilatero inscritto nel cerchio è il Simbolo di questa unione.

Vediamo l’anima, disse Platone, come gli uomini vedono la statua di Glauco recuperata dal mare ove era rimasta per molti anni.

Osservandola, non erra semplice discernere quale fosse la sua originaria natura essendo state le sue membra parte rotte e parte corrose o deformate dal disfacimento per l’azione delle onde, delle alghe, delle incrostazioni ad essa aderenti. Così l’anima si concepisce più come un’indefinita parte immateriale dell’uomo che come un’emanazione di origine divina.

Ma il Massone che possiede il Segreto Reale è forte del suo amore per la saggezza, della sua tendenza a cogliere il nesso umano e divino, delle sue grandi aspirazioni e battaglie, sostenute per superare i vincoli del mondo dei sensi e delle passioni. Perciò egli sa che l’anima, liberata dall’involucro materiale che la tiene prigioniera, apparirà di nuovo nella sua vera natura e, gradualmente, ascenderà attraverso la mistica scala delle sfere celesti alla sua primitiva sede di origine divina.

Il Segreto Reale, di cui siete Principe, se cercate la vera conoscenza e la filosofia, è per voi emanazione di bellezza divina e ciò che il Sohar chiama il Mistero della Bilancia è il segreto dell’equilibrio universale.

Si tratta dell’equilibrio nella divinità fra l’infinita divina saggezza e l’infinito divino potere, da cui risultano la stabilità dell’universo, l’immutabilità della Legge divina e i principi della verità, giustizia e diritto che sono parte integrante di essa; il segreto della suprema potestà della legge divina su tutti gli uomini come superiore ad ogni altra legge e comprendente tutte le leggi degli uomini e delle nazioni. E’ l’equilibrio fra infinita giustizia divina e infinita divina misericordia il cui risultato è la divina infinita equità, l’armonia morale o bellezza dell’Universo. Per esso l’esistenza di nature create e imperfette al cospetto di una Perfetta Deità è resa possibile ed anche per Lui, come per noi, amare è meglio che odiare e il perdono è certamente preferibile alla vendetta o al castigo.

E’ l’equilibrio fra necessità e libertà, fra l’azione dell’onnipotenza divina e la libera volontà dell’uomo, per cui i vizi e le azioni vili, i pensieri non generosi e le menzogne sono errori e crimini giustamente puniti dalla Legge della causa e dell’effetto perché nulla nell’universo può avvenire ed essere posto in essere contro la volontà di Dio, senza la quale la libertà e necessità, della libera volontà delle creature e l’onnipotenza del Creatore, non potrebbero coesistere, né avrebbe senso la religione, alcuna legge del giusto e dell’ingiusto, del merito e del demerito, né vi sarebbe giustizia nelle pene previste dalle leggi penali delle varie Nazioni.

E l’equilibrio fra il bene e il male, la luce e le tenebre nel mondo, ci assicura che tutto è opera dell’infinita saggezza o di un amore infinito; e che non vi è demone ribelle del male o principe delle Tenebre coesistente e in eterna lotta con Dio. Attenendoci alla conoscenza di questo equilibrio possiamo, con la fede, osservare che l’esistenza nel mondo del male, delle sofferenze e del dolore, si svolge accanto a quella dell’infinita bontà e dell’infinita saggezza dell’Onnipotente.

Amore e odio, attrazione e repulsione, ciascuna forza della natura lotta nelle anime degli uomini, nell’universo delle sfere e dei mondi e, dall’azione e opposizione dell’una contro l’altra, risultano l’armonia e quel movimento che è la Vita dell’Universo e il respiro del mondo. Non sono in antagonismo l’una con l’altra. La forza che respinge un pianeta dal Sole non è superiore alla forza che attrae il pianeta verso il centro della Luce, perché ognuna è creata e regolata dall’equilibrio cosmico; il risultato è l’armonico movimento dei pianeti secondo le loro orbite ellittiche e nella matematica precisione e invariabile regolarità dei loro movimenti.

Emblematicamente è quell’Equilibrio fra autorità e azione individuale che è alla base di un governo libero e stabilisce un rigido rapporto tra la libertà e l’obbedienza alla Legge, l’eguaglianza e il rispetto dell’autorità, la fraternità e la subordinazione al più saggio e al migliore; di quell’Equilibrio fra l’energia attiva della volontà del presente, espressa dal voto del popolo, e la passiva stabilità e permanenza della volontà del passato espressa nelle costituzioni dei governi, scritte e orali, nelle leggi o nelle consuetudini, grigie per l’età, ma consolidate e santificate dal tempo quali precedenti e quindi dotate di autorità; quell’Equilibrio è rappresentato dall’arco che si appoggia sulle due colonne, Jachin e Boaz, che si ergono all’ingresso del Tempio costruito sulla Saggezza; su di una la Massoneria ha posto il Globo Celeste, simbolo della parte spirituale della nostra complessa natura, e sull’altra il Globo Terrestre, simbolo di quella materiale.

E’ insomma quell’Equilibrio, possibile dentro di noi, per il cui conseguimento la Massoneria incessantemente opera presso i suoi iniziati richiedendolo ai suoi adepti e Principi, altrimenti non meritevoli dei loro titoli. Un equilibrio tra lo spirituale e il divino, il materiale e l’umano nell’uomo; fra l’intelletto, la ragione e il senso morale da una parte e gli istinti e le passioni dall’altra da cui risulti l’armonia e la bellezza di una vita ben regolata e moralmente ineccepibile.

Perciò anche gli istinti e le passioni debbono essere usati con saggezza e senza abusarne. Vanno controllati e tenuti come i giusti freni della ragione e del senso morale.

Questo equilibrio ci insegna, soprattutto, a onorare noi stessi come anime immortali e ad avere rispetto e carità verso gli altri nostri simili, partecipi come noi della divina natura, illuminati da un raggio dell’intelligenza divina, capaci come noi di progredire verso la perfezione e bisognosi di amore e comprensione, ma mai di odio e disprezzo.

Come noi, tutti devono essere aiutati e incoraggiati in questa lotta per la vita e non essere abbandonati né lasciati soli a vagare tra le tenebre e ancor meno essere calpestati nei nostri sforzi per innalzarci.

Dalla reciproca azione e reazione di ciascuna di queste coppie di forze opposte e contrarie deriva ciò che, con loro, forma il Triangolo, per i Saggi antichi, simbolo della divinità, come da Osiris e Isis, Har-Oeri il Maestro della Luce e della Vita, e la Parola Creatrice. A ognuno degli angoli stanno simbolicamente le tre colonne che sostengono la Loggia, essa stessa simbolo dell’Universo, Saggezza, Potere, Armonia e Bellezza.

Uno di questi simboli, conosciuto già nella tavola dei lavori nel grado di Apprendista, richiama e conferma questa ultima lezione di Massoneria.

E’ il triangolo rettangolo, simbolo dell’Uomo, come unione dello spirituale con il materiale, del divino con l’umano. La base, misurata con il numero tre, numero del triangolo, rappresenta la Deità e il Divino; la perpendicolare, indicata con il numero quattro, il numero della Squadra, rappresenta la Terra, il materiale e l’umano; l’ipotenusa, indicata col numero cinque, rappresenta quella natura prodotta dall’unione del divino e dell’umano, l’anima e il corpo; i quadrati nove e sedici, della base e della perpendicolare, addizionati danno venticinque, la cui radice quadrata è cinque, il numero della sintesi divina dell’uomo.

E come in ogni Triangolo di Perfezione uno è tre e tre sono uno, così l’uomo è uno sebbene di duplice natura e raggiunge gli scopi del suo essere soltanto quando le due nature, che sono in lui, si trovano in un perfetto equilibrio; e la sua vita ha successo solo quando è in perfetta armonia come le grandi Armonie di Dio e dell’Universo.

Tale è, Fratello mio, la vera Parola di un Maestro Massone; tale il vero Segreto Reale che rende possibile e farà, alla fine trionfare il Sacro Impero della vera Fraternità Massonica.

GLORIA DEI EST CELARE VERBUM – AMEN

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” III Parte (Albert Pike)

Iniziazione

CONSIDERAZIONI FINALI

Non v’è pretesa di infallibilità nella Massoneria. Non è da noi dettare all’uomo ciò in cui deve credere. Finora ci siamo limitati ad esporre i grandi pensieri che hanno trovato espressione nelle differenti età del mondo, lasciando ai fratelli libertà di interpretazione e di giudizio. Non verremo meno a tale impegno neppure in queste istruzioni finali di natura filosofica, in cui affronteremo le più alte questioni che mai mente umana si sia posta: l’esistenza e la natura di Dio, l’esistenza e la natura dell’anima, le relazioni tra spirito divino e spirito umano, e di entrambi con l’Universo. Non possono esistere questioni più importanti per il nostro intelletto, nessun argomento può avere per noi un interesse più diretto e personale. Perciò vi invitiamo a meditare seriamente quanto stiamo per dire che è solo il completamento e il risultato di ciò che abbiamo già detto in molti dei precedenti gradi, a riguardo dell’antico pensiero e degli antichi filosofi.

Nell’idea di ricompensare il credente e l’intelligente studioso col trasmettergli la conoscenza della vera “parola”, la Massoneria ha perpetuato una grande verità: l’immagine che l’uomo si fa di Dio è sempre l’elemento rivelatore della sua concezione del mondo e della vita sia nei rapporti sociali sia nella sfera privata. E’ diverso dagli altri, sia in guerra sia in pace, quel popolo che si figura la Divinità come un dio crudele, che si delizia di sacrifici cruenti. Allo stesso modo è diverso quell’uomo che si interroga sulla natura del libero arbitrio e medita sulle sue scelte di vita.

Col tempo gli studi filosofici sembrano aver posto in crisi le vecchie concezioni religiose. E sempre più spesso si parla di ateismo che è negazione di Dio a parole, non in realtà. Un uomo afferma: non esiste Dio, cioè quel Dio auto-creato, o increato, sempre esistente, Causa prima dell’esistenza, mente dell’Universo; e quell’ordine, bellezza, armonia del mondo materiale e spirituale non indicano alcun piano a proposito della Divinità. Ma egli dice: la Natura è potente, saggia, attiva e buona; essa sì, è auto-creazione, o sempre esistente, causa di sé, mente dell’Universo e sua Provvidenza. Esiste ovviamente un piano e un proposito da cui scaturiscono ordine, bellezza e armonia, ma sono piani e propositi della Natura.

In tal caso, l’assoluta negazione di Dio è solo formale e non reale. Le qualità di Dio sono ammesse, e tutta la questione nasce dal fatto che esse non vengono riconosciute in un dato “Dio”. Un uomo può chiamare la somma di certi divini attributi Natura, un altro Cielo, un terzo Universo, un quarto Materia, un quinto Spirito, un altro ancora Dio, Theos, Zeus, Al-Fadir, Allah, o come più gli piace. Tutti ammettono l’esistenza di un Essere Supremo, un potere, un ente superiore, comunque lo chiamino. Il vero ateismo è piuttosto negazione di ogni Dio, mente, intelligenza, ente, causa e provvidenza dell’universo, che sia e che intenzionalmente o intelligentemente produca ordine, bellezza, armonia. Il vero ateo dovrebbe giungere a sostenere che la materia è eterna, o che si auto-origina, il che è assurdo, o che fu originata da un’intelligenza o almeno da una Causa prima: col che ammette Dio.

In verità, la dottrina dell’ateismo è tutta qui: “La morte è la fine: questo è un mondo senza Dio, e noi siamo corpi senz’anima, con un oggi senza un domani; una terra, senza rigenerazione. Si muore e si torna polvere. L’uomo è ossa, sangue, visceri, cervello; la mente è materia, e non c’è anima nell’uomo. Possiamo vedere lontano fino a riconoscere una piccola stella nella nebulosa cintura di Orione, così distante che la sua luce impiega milioni di anni per giungere sulla Terra, pur viaggiando alla velocità di dodici milioni di miglia al minuto. E non esiste cielo in tutto ciò: vedete così lontano, e non c’è uno spicchio di cielo, eppure pensate che ve ne sia, al di là; ma pure se vi fosse, come potreste raggiungerlo? Non esiste Essere Supremo. L’intera natura è un semplice agglomerato di atomi, il pensiero di una casuale ed effimera funzione della materia, una fortuita vibrazione di un prodotto già fortuito, una probabilità scaturita dall’energia dell’Universo. Gli eventi accadono, non sono predisposti. C’è fortuna e sfortuna, ma nessuna segreta intelligenza. Con la morte ritornerete nella polvere”.

Può tutto ciò soddisfare l’umano istinto dell’immortalità che spinge l’uomo alla ricerca della verità e verso la via del ritorno alla sorgente di luce con l’umanità intera, per l’eternità?

L’uomo non si rassegnerà a credere che non esista un Essere Supremo che lo creò, né una coscienza che attuò leggi eterne, né una legge di amore universale che guidi l’umanità sulla via della giustizia, della saggezza e della fraternità. La storia non è fortuito concorso di eventi, né la Natura soltanto un casuale agglomerato di atomi. Non possiamo credere che non vi sia alcun piano né proposito della Natura, che guidi il nostro cammino, che ci sia un moto senza direzione, che bellezza, saggezza, affetto, giustizia, moralità nel mondo non siano che fatti accidentali, che possono finire da un momento all’altro.

Nessun uomo si poté mai, né mai si potrà, rassegnare a questa tesi. L’evidenza di Dio si è piantata così profondamente nella Natura e così intimamente intessuta nell’ordito della trama umana, che l’ateismo non è mai divenuto una fede, anche se a volte ha assunto l’aspetto di una teoria filosofica. La religione è naturale per l’uomo. Istintivamente egli si rivolge a Dio. Nella matematica dei cieli, scritta in grossi caratteri di fuoco, egli vede la legge, l’ordine, la beatitudine, l’armonia universale. In tutta la natura, animata e inanimata, vede la manifestazione di un disegno, di una volontà, di un’intelligenza, di un Dio; un Dio infinito, saggio, misericordioso e onnipresente. L’uomo, circondato dall’Universo materiale, è conscio dell’influenza che questo ambiente materiale esercita sulle sue vicende e sul suo destino terreno. Per l’uomo, i cieli stellati, l’alternarsi delle stagioni, il sorgere della Luna e del Sole, sono tutti segni evidenti di un ordine universale. E ancora oggi, dopo millenni di ricerche, quei segni incalzano la mente umana, per aprire le vie di maggiore conoscenza, che sarà acquisita gradualmente nel corso di secoli futuri, e forse sempre lo faranno invano.

Quando poi l’uomo cessò di guardare alle parti singole e alle forze separate dell’Universo, quando cioè egli ne ebbe una visione unitaria, tra le prime domande che insistentemente gli vennero alla mente ci fu questa: “E’ tale universo esistente in sé e per sé, o fu creato? E’ eterno o ha un’origine?”. E immediatamente si chiese: “E’ tale Universo un puro aggregato di casuali combinazioni di materia, o è il risultato del lavoro di un’intelligenza che agisce secondo schemi preordinati?”. E ancora: “Se esiste una tale intelligenza, cosa e dove è? E’ lo stesso Universo un centro soggetto a leggi immutabili di armonia cosmica? E’ come l’uomo, materia e energia? La Natura agisce su se stessa, o esiste una causa oltre essa che produce tale azione?”. “Se esiste un Grande Architetto, staccato dall’Universo materiale, che creò tutte le cose, Egli, essendo increato, è corporeo o incorporeo, materiale o spirituale, anima dell’Universo o da esso separato? E se Egli è energia spirituale, cos’è lo Spirito?” “La Suprema Volontà era attiva o no prima della creazione? E se era inattiva per una precedente eternità, quale necessità della Sua natura la mosse infine a creare il mondo?” “La materia era con Lui coesistente, o fu creata dal nulla, o ordinata da un caos già esistente? Il nostro ORDO AB CHAO.  “La Divinità creò direttamente la materia, o essa fu creazione di divinità inferiori, Sue emanazioni?”. “Se Egli è buono e giusto, come si giustifica il fatto che, pur prevedendo tutto, permette al male e al dolore di esistere, e come conciliare con la Sua benevolenza e saggezza l’esistenza del vizio e la sofferenza dell’uomo virtuoso?”.

E ancora, riguardo a se stesso, l’uomo si pose queste e altre domande, che puntualmente ritornano per tutti noi. “Qual è la parte pensante in noi? Il pensiero è forse puro risultato di organizzazione della materia, o c’è un’anima in noi che pensa, separata ma interna al corpo? Se essa esiste, è eterna e increata, o altrimenti come è stata creata? È distinta da Dio, o è una Sua emanazione? È immortale in sé, o solo perché Dio ha voluto così? Deve tonare a Lui e in Lui annientarsi, o esisterà sempre, da Lui separata, nella sua attuale identità?”. “Se Dio ha previsto ha previsto e programmato tutto ciò che accade, come può l’uomo avere realmente un libero arbitrio, o anche il minimo controllo delle circostanze? Come può qualcosa essere realizzato contro il potere dell’infinita Onnipotenza?”. “Qual è il fondamento della legge morale? La dettò Dio per suo puro piacere? E se è così, non può Egli a Suo piacimento cambiarla? Chi ci assicura che non lo vorrà fare, rendendo bene il male e vizio la virtù? O essa è necessità della Sua natura, e allora chi l’ha dettata? Non forse un potere, come l’antico Fato, superiore a Dio?”.

Poi sopraggiunse la grande domanda sul Futuro, su un’altra vita, sul destino dell’anima, e le mille altre questioni a esse connesse sulla materia, lo spirito, il futuro, Dio; quelle che in definitiva hanno prodotto tutti i sistemi filosofici, metafisici e teologici, che il mondo conosce.

Ciò che gli antichi filosofi pensavano intorno a tali grandi interrogativi, abbiamo già spiegato. Abbiamo cercato di farvi conoscere le dottrine gnostiche e orientali. Vi abbiamo riferito l’insegnamento dei Cabalisti, degli esseni, di Filone. Abbiamo mostrato come, e con quale meccanica, molta dell’antica mitologia derivasse dal quotidiano e annuale ricorrere dei fenomeni celesti. Vi abbiamo fornito le antiche nozioni con cui l’uomo cercava di spiegarsi l’esistenza e la prevalenza del male; in qualche grado fatto conoscere le loro idee metafisiche sulla natura di Dio. Ma molto rimane ancora da fare, ed è oltre il nostro potere farlo. Noi stiamo attoniti sulle sponde del grande oceano del Tempo e della Conoscenza. Dinanzi a noi si stende illimitata l’immensità silenziosa del Passato, e le sue onde, sfiorando i nostri piedi lungo la riva di sabbia amorfa, ci portano di tanto in tanto, dalle profondità dell’oceano senza fine, una conchiglia, un po’ di alghe o una pietra levigata e questo è tutto quel che resta di tutti i tesori dell’antico pensiero che vi giacciono sepolti.

Eppure l’uomo, pur sapendo così poco del mondo nel quale vive, si avventurò, e ancor oggi si avventura, a speculare sulla natura di Dio e a definire dogmaticamente nei credo un soggetto che è proprio il meno comprensibile per le sue facoltà, e anche a odiare e perseguitare chi non accetta tali credo.

Tuttavia, benché la conoscenza dell’Essenza Divina sia impossibile, le concezioni originatesi intorno ad essa sono stimolanti per ulteriori approfondite ricerche da parte di filosofi, teologi e massoni. La storia della religione è la storia della mente umana, e le concezioni che essa si forma dell’Essere Supremo sono sempre in esatta relazione col suo sviluppo morale e intellettuale. L’una è la misura e l’indice dell’altra.

La nozione negativa di Dio, consistente nell’astrarre dall’indefinito e dal finito, è, secondo Filone, la sola via per cui è possibile all’uomo rettamente apprendere la nozione di Dio. Esaurita la varietà dei simbolismi, confrontiamo la grandezza dell’Essere Supremo con il microcosmo dell’uomo e impieghiamo espressioni apparentemente affermative, come “Infinito”, “Onnipotente”, “Onnisciente”, “Eterno”, e simili; ma esse in realtà non fanno che negare, in Dio, quei limiti che le facoltà umane mostrano, e così ci sentiamo appagati da aggettivi che in realtà sono soltanto la definizione correlata ai nostri limiti umani e certamente lontana dalla maestà del Grande Architetto dell’Universo.

Gli Ebrei e i Greci esprimevano astratta esistenza, senza manifestazioni o sviluppi esterni. Della stessa natura sono le definizioni: “Dio è un’entità il cui centro è ovunque, e la cui superficie in nessun luogo”. “Dio è l’Onniveggente, Invisibile in Sé”.

La maggior parte delle cosiddette idee o definizioni dell’Assoluto sono solo collezioni di negazioni, per cui, siccome non affermano nulla, nulla da esse si può apprendere.

Dio fu dapprima identificato con i corpi celesti e con gli elementi della Natura. Quando la coscienza dell’uomo della propria intellettualità fu maturata, ed egli si convinse che l’interna facoltà del pensiero era qualcosa di più del sottile elemento, egli trasferì questa nuova concezione all’oggetto della sua adorazione, e deificò un principio mentale anziché fisico. In ogni caso faceva Dio a propria immagine perché, nostro malgrado, i più alti sforzi del pensiero umano non possono condurre a nulla di più alto della supremazia dell’intelletto, e così si ritorna sempre a qualche familiare tipologia di esaltata umanità.

L’eterna aspirazione del sentimento religioso nell’uomo è l’unirsi a Dio. Nel suo primo sviluppo, il desiderio e il suo appagamento erano simultanei, attraverso una cieca fede. Man mano che la concezione di Dio fu esaltata, la nozione della Sua presenza, o vicinanza terrena, fu abbandonata, e la difficoltà di comprendere il divino governo, insieme ai grandiosi errori di superstizione che sorgevano dalla sua errata interpretazione, misero in pericolo tutta la fede.

Anche le luci del Cielo, che come “chiare potenze celesti” erano prima vigili sorveglianti delle economia terrene, ora erano più fredde e distanti, e Uriel non poteva più scendere su un raggio di sole. Ma il vero cambiamento consisteva nell’ascesa delle facoltà umane, e non in quella della Natura Divina. Le stelle infatti non sono ora più distanti di quanto non lo fossero quando si pensava che posassero sulle spalle di Atlante. Eppure un certo senso di disappunto e di umiliazione permeò il primo risveglio dell’anima, quando la ragione, guardando alla Deità, fu colpita da una profonda sensazione di smarrimento.

Poi la speranza sopravvisse allo scoramento, e ogni popolo che avanzò nelle più elementari concezioni sentì la necessità del tentativo di colmare l’abisso, reale o immaginario, tra l’uomo e Dio. Il far ciò fu il grande compito della poesia, della filosofia, delle religioni. Di qui le personificazioni degli attributi divini, dei Suoi sviluppi, delle Sue manifestazioni, come “Potenza”, “Intelligenza”, “Angeli”, “Emanazioni”, attraverso i quali, insieme con la propria facoltà oracolare, l’uomo si metteva in comunione con Dio.

Anche la divisione della Causa Prima e Suprema in due parti, l’una attiva e l’altra passiva, l’Universo Agente e Inerte, l’ermafrodita Dio-Mondo, è uno dei più antichi e diffusi dogmi della filosofia e della teologia naturale. Quasi ogni popolo gli diede un posto nel suo culto, nei suoi misteri, nelle sue cerimonie.

Dalla dottrina dei due principi, attivo e passivo, derivò quella dell’Universo, vivificata da un principio di vita eterna e da un’anima universale, dalla quale ogni essere individuale e temporaneo riceveva alla sua nascita un’emanazione, che alla sua morte torna alla propria fonte. La vita della materia appartiene alla natura così come alla materia stessa, e poiché la vita è caratterizzata dal movimento, le fonti della vita sembrarono logicamente risiedere nei corpi luminosi ed eterni, e soprattutto nel cosmo in cui essi si muovono, e che li trascina con sé in quella sua rapida corsa che è più veloce di ogni altro movimento. Sia fuoco che calore hanno un’analogia così forte con la vita, che il freddo, come l’assenza di movimento, sembrò carattere distintivo della morte. Conseguentemente, il fuoco vitale che arde nel Sole, e produce quel calore che vivifica ogni cosa, fu riguardato come principio di organizzazione e vita di tutti gli esseri sublunari. Secondo questa dottrina l’Universo, nella sua azione creatrice eterna, non deve essere riguardato solo come un’immensa macchina, mossa da potentissime fonti di energia e trascinata in perenne moto che, partendo dalla circonferenza, si dirige verso il centro, agisce e reagisce in ogni possibile direzione, e riproduce ordinatamente tutte le varie forme che la materia riceve. Una tale concezione porterebbe a considerarlo freddo “atto” puramente meccanico, la cui energia non potrebbe mai produrre la vita.

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” II Parte (Albert Pike)

Iniziazione

Nei Misteri, ovunque essi furono praticati, si insegnava dunque la verità della primitiva rivelazione, l’esistenza di un Essere Supremo, infinito, immanente, che era da adorare senza superstizione. La Sua vera natura ed essenza, i suoi attributi, erano insegnati solo agli iniziati, mentre il popolo attribuiva le Sue opere a dei secondari, personificati, ed isolati da Lui in fantastica indipendenza.

Nonostante la Massoneria sia identica agli antichi Misteri, lo è solo in questo preciso senso, che presenta solo un’imperfetta immagine del loro splendore. Essa ha riportato alla luce le rovine della loro grandezza, ma, rispetto a ciò che è dato intuire fossero i Misteri, l’attuale sistema massonico appare imperfetto per aver subito progressive alterazioni, frutto di eventi sociali e di circostanze politiche. Lasciato l’Egitto, i Misteri risentirono delle abitudini dei differenti popoli presso i quali furono introdotti. Benché in origine avessero un carattere e un interesse squisitamente etico-politico, presto i sacerdoti divennero depositari della tradizione misterica. In realtà però i Misteri miravano a contenere il potere delle caste sacerdotali, insegnando ad un illuminato laicato la follia e l’assurdità di certe credenze popolari. Proprio perciò si adattarono ai sistemi religiosi dei paesi in cui si diffusero. In Grecia erano i Misteri di Cerere; a Roma di Bona Dea, la Dea benefica; in Gallia la scuola di Marte; in Sicilia l’Accademia delle Scienze. Fra gli Ebrei, i riti misterici si confusero con quelli di una religione che riponeva tutti i poteri del governo, e tutta la conoscenza, nelle mani dei Sacerdoti e dei Leviti. Le pagode dell’India, i ritratti dei Magi in Persia e in Caldea e le piramidi d’Egitto non erano più le sole fonti da cui l’uomo potesse attingere saggezza. Ciascun popolo, che ne fosse stato in grado, ebbe col tempo i suoi Misteri. Dopo un po’, anche i Templi di Grecia e la Scuola di Pitagora persero la loro fama e la Libera Muratoria ne continuò la genuina tradizione.

La Massoneria, se attentamente considerata, è un’interpretazione del grande libro della Natura, un breviario per la comprensione dei fenomeni astronomici e fisici, insomma una più pura filosofia. È, per così dire, il deposito in cui, come in un tesoro, sono conservate tutte le verità della primitiva rivelazione, che formano la base di tutte le religioni. Nella moderna Massoneria tre sono le cose da notare: l’immagine dei tempi passati, la tavola delle cause efficienti dell’Universo e il libro in cui è racchiusa la moralità di tutti i popoli, il codice secondo il quale si devono governare se vogliono prosperare.

La dottrina cabalistica fu a lungo la dottrina dei saggi e dei sapienti. Come la Massoneria, essa tendeva alla perfezione spirituale dell’uomo e alla fusione delle varie religioni e delle diverse popolazioni. Per il cabalista, tutti gli uomini sono fratelli e la loro “ignoranza” non è per lui che motivo di istruirli. Vi furono illustri cabalisti tra Egizi e Greci, e le loro dottrine sono state accettate dalla Chiesa ortodossa. Molti ve ne furono tra gli Arabi, e la loro saggezza non fu considerata dalla chiesa medioevale. 

I saggi portavano con fierezza il nome di cabalista. La Kabalah incorporava una nobile filosofia, pura, non misterica ma simbolica. Insegnava la dottrina dell’unicità di Dio, l’arte di conoscere e spiegare l’essenza e le azioni dell’Essere Supremo, delle forze spirituali e naturali e di determinare la loro azione con figure simboliche, con l’aiuto dell’alfabeto, la combinazione dei numeri, l’inversione di lettere nello scrivere e altri mezzi che essi dichiararono di aver messo a punto a tale scopo. La Kabalah è la chiave delle scienze occulte e gli gnostici derivano dai cabalisti.

La scienza dei numeri rappresenta non solo quantità aritmetiche, ma tutte le grandezze e proporzioni. A mezzo suo noi giungiamo necessariamente alla scoperta del primo principio o causa prima di tutte le cose, chiamato oggi l’Assoluto.

Questa fonte, questo centro vitale del Cosmo, questo principio di esistenza, sconosciuto nella sua essenza, manifesto nei suoi effetti, fu l’eccelsa intuizione verso la quale tutte le idee di Pitagora confluirono. Egli rifiutò il titolo di Saggio, che significa “colui che sa”. Inventò, e riferì a se stesso, quello di filosofo, significando con ciò “colui che ama studiare per sapere”. L’astronomia che egli insegnò era astrologia; la sua scienza dei numeri era invece basata su principi cabalistici.

Gli antichi, e lo stesso Pitagora, la cui filosofia non è ancora stata del tutto compresa, non intesero mai attribuire ad un numero, cioè a un segno astratto, una speciale virtù. È vero invece che i Saggi dell’antichità erano d’accordo nel riconoscere una Prima Causa (materiale o spirituale) dell’esistenza dell’Universo. L’Unità divenne pertanto il simbolo della Suprema Divinità. Fu creata per esprimere, per rappresentare Dio, ciò non significa che si attribuisse al numero uno alcun potere divino o sovrannaturale. Per i cabalisti l’Unità è simbolo di identità, di uguaglianza, conservazione e generale armonia; il Fuoco centrale, il Punto nel Cerchio.

Il Due, o la coppia, è invece simbolo di diversità, disuguaglianza, divisione, separazione e mutamento.

Il segno “l” rappresenta l’uomo vivente (un corpo in piedi), essendo l’uomo l’unico essere che possiede tale facoltà. Aggiungendogli la testa, otteniamo la lettera P, segno della Paternità, o potere creativo, e, con un’ulteriore aggiunta, la R, simboleggiante l’uomo che cammina.

La Coppia è l’origine dei contrasti. È l’imperfetta condizione nella quale, secondo i Pitagorici, un essere cade quando si stacca da Dio. Gli esseri spirituali, sebbene emananti direttamente da Dio, sono avviluppati nella coppia e hanno conoscenze che sono semplici impressioni.

Come il numero Uno designava l’armonia, l’ordine, il principio buono (l’Uno e solo Dio, espresso dal latino Solus, da cui le parole Sol, Soleil, simboli di tale Dio), così il numero Due esprimeva l’idea opposta. Ogni cosa che fosse doppia, falsa, contrapposta alla sola e unica realtà, era espressa dal numero Due, il quale esprimeva anche lo stato di contrasto proprio del mondo fisico, dove tutto è doppio: giorno e notte, luce e oscurità, freddo e caldo, umido e secco, salute e malattia, errore e verità, l’uno e l’altro sesso, e così via. Perciò i Romani dedicavano il secondo mese dell’anno a Plutone, dio degli Inferi, e il secondo giorno di tale mese ai manes.

Un’attenta esegesi dei racconti ermetici tramandati dai popoli antichi mostra che gli dei principali erano, per primo, l’Uno, la Monade Creatrice, poi il Tre, poi 3 volte 3, 3 volte 9 e 3 volte 27. Questa progressione con ragione 3 si riferisce alle tre età della Natura, il Passato, il Presente e il Futuro, o ai tre gradi di generazione universale, Nascita, Vita, Morte … inizio, prosecuzione, fine.

L’Uno era maschile, perché la sua azione non produce cambiamenti in essa stessa, ma fuori di essa. Rappresentava il principio creativo. Il due, al contrario, era femminile, sempre mutevole per addizione, sottrazione o moltiplicazione. Rappresenta la materia priva di forma.

L’unione di uno e due originava la Triade, che significa il mondo formato dalla materia del principio creativo. Pitagora rappresentava il mondo con un triangolo rettangolo, in cui la somma dei quadrati dei lati più corti è equivalente al quadrato del lato più lungo. Così il creato è uguale alla causa creatrice e alla materia rivestita di forma.

La terna è il primo dei numeri ineguali. La Triade, misterioso numero che gioca una parte così grande nelle tradizioni asiatiche e nella filosofia di Platone, è immagine dell’Essere Supremo e include in sé le proprietà dei primi due numeri. Il tre era, per i Filosofi, un simbolo misterioso e consacrato ai Misteri; perciò vi sono in Massoneria tre gradi essenziali; perciò si venera nel triangolo il mistero più elevato, quello della Sacra Trinità, oggetto di omaggio e di studio.

In geometria, una linea non può rappresentare un corpo perfetto. A malapena due linee formano una figura. Ma tre linee formano, intersecandosi, il Triangolo, figura fondamentale, il primo dei poligoni; perciò è servito, e ancora serve, a caratterizzare l’Eterno, il quale, infinitamente perfetto nella sua natura è, come Creatore Universale, il primo Essere e di conseguenza la Prima Perfezione.

È stato notato che il nome di Dio in latino (Deus) ha come iniziale il delta del triangolo greco. E’ questa la ragione per cui, tra antichi e moderni, si celebra il Sacro Triangolo, i cui tre lati sono i simboli dei tre regni della Natura o di Dio.

Il segno 3 simboleggia la Terra. E’ un’immagine dei corpi celesti. Il 2, metà superiore del 3, simboleggia il mondo vegetale, essendo la metà inferiore nascosta alla nostra vista.

Il 3 rappresenta anche armonia, amicizia, pace, concordia e temperanza. I Pitagorici lo consideravano perfetta armonia.

Tre, quattro, dieci e dodici erano numeri sacri tra gli Etruschi, come pure tra i Giudei, gli Egiziani e gli Indù.

Nelle tavole dei Re, scoperte a Nimrod, non meno di cinque dei tredici nomi di Dei lì iscritti consistevano di tre lettere solo: Anu, San, Yau, Bar, Bel.

Il quattro è il numero perfetto; è la radice di altri numeri, e di tutte le cose. La quaterna esprime la prima virtù matematica. Rappresenta perciò anche il potere generativo, da cui derivano tutte le combinazioni. Gli Iniziati lo consideravano emblema del Movimento e dell’Infinito, rappresentante tutto ciò che non è corporeo né sensibile. Pitagora lo comunicò ai suoi discepoli come simbolo del principio eterno o creatore, sotto il nome di Tetrade, ineffabile nome di Dio, fonte di tutto ciò che ha ricevuto il dono dell’esistenza e che, tra gli Ebrei, consisteva di quattro lettere. Nella quaterna troviamo la prima figura solida, il simbolo universale dell’immortalità, la piramide. Gli Gnostici affermavano che l’intero edificio della loro scienza poggiava su un quadrato i cui lati erano: il Silenzio, la Profondità, l’Intelligenza.

Lisia e Timeo di Locri dicono che non potrebbe trovarsi una sola cosa che non dipenda, almeno nella sua radice, dal numero 4.

Secondo i Pitagorici, esiste una connessione tra Dei e numeri, che costituisce la base di quella pratica divina teoria chiamata aritmomanzia. L’anima è un numero: è causa del proprio moto; contiene in sé il numero 4.

Poiché la materia è rappresentata dal numero 9, 3 volte 3, e lo spirito Immortale ha come simbolo geroglifico la quaterna o il numero 4, i Saggi asserivano che l’Uomo si era perso in un inestricabile labirinto, percorrendo la strada dal 4 al 9. La sola maniera di emergere da queste colpevoli situazioni, da questo vagare senza meta, da quell’abisso del male in cui era caduto, era di ripercorrere il cammino a ritroso, e riandare dal 9 al 4.

L’ingegnosa e mistica idea che spinse a venerare il triangolo fu applicata alla Figura 4. Si disse che rappresentava un essere vivente, 1, che sopportava il peso del Delta (quarta lettera dell’alfabeto), il triangolo, emblema di Dio; cioè l’uomo che porta in sé il principio divino.

Il 4 era un numero divino; si riferiva alla Divinità, e molti antichi popoli davano al loro Dio un nome di quattro lettere, come gli Ebrei “….”, gli Egiziani “Amun”, i Persiani “Sura” i Greci “Teos”, i Latini “Deus”. Era il Tetragrammaton degli Ebrei, e i Pitagorici lo chiamavano Tetraktis, e nel suo nome solennizzavano i loro giuramenti. Così anche “Odin” tra gli Scandinavi, “Zeus” tra i Greci, “Phta” tra gli Egiziani, “Thoth” tra i Fenici e “As-ur” e “Nebo” tra gli Assiri; e la lista potrebbe proseguire.

Il numero 5 era considerato misterioso, perché composto dal 2, simbolo del Falso e Doppio, e dal 3, così interessante nei suoi sviluppi. Esso esprime efficacemente lo stato di imperfezione, di ordine e disordine, di felicità e sfortuna, di vita e di morte, che vediamo sulla terra. Alle Società Misteriche offrì la terribile immagine del Principio del Male, che porta affanni all’ordine inferiore, in una parola il Binario agente sul Ternario.

D’altro canto era anche il simbolo del matrimonio, perché composto dal 2, il primo numero pari, e dal 3, il primo dispari. Perciò Giunone, Dea del matrimonio, aveva nei geroglifici il numero 5.

Per di più esso ha una delle proprietà del numero 9, quella di riprodursi, se moltiplicato per se stesso, essendovi sempre un 5 nella lista delle unità del risultato; ciò condusse al suo uso come simbolo di cambiamenti materiali. Gli antichi rappresentavano il mondo con il numero 5. Ragione di ciò, secondo Diodoro, è che esso rappresentava la terra, l’aria, il fuoco e l’etere.

Il numero 5 designava l’universale quintessenza, e simboleggiava, con la sua Forma 5, l’essenza vitale, lo spirito animatore, che serpeggia (lat. serpentat) attraverso l’intera natura. In effetti, questa ingegnosa figura è l’unione dei due “spiriti” (simboli fonetici greci) che si ponevano sopra le vocali, a seconda che dovessero venire aspirate o no.

Il triplo triangolo, figura costituita da cinque linee intersecantesi in cinque punti, era per i Pitagorici il simbolo della Salvezza.

È il Pentalfa di Pitagora, o il Pentagramma di Salomone, che ha cinque lati e cinque angoli, ed è, tra i Massoni, l’origine della stella a cinque punte, emblema di Società.

Il numero 6 era, negli antichi Misteri, un emblema della natura, perché presentava le sei linee di sviluppo di tutti i corpi solidi, e cioè le quattro linee direttrici, Nord, Sud, Est, Ovest, e le due linee di altezza e profondità, Zenit e Nadir. I saggi usavano il 6 per intendere l’uomo fisico, mentre il 7 era per loro lo spirito immortale.

Il sestetto geroglifico (il doppio triangolo equilatero) è simbolo della Divinità. Il sei è anche emblema di salute, e simbolo di giustizia, perché è il primo numero perfetto: cioè il primo numero frazionabile in altri che posti in successione e addizionati danno come somma quel numero.

Nessun numero è stato così universalmente ben visto come il 7. La sua notorietà è dovuta senza dubbio al fatto che i pianeti conosciuti fossero sette. I Pitagorici lo ritenevano formato dai numeri 3 e 4, il primo immagine dei tre elementi materiali, il secondo principio di tutto ciò che non è corporeo né sensibile: il risultato appariva loro come l’emblema di tutto ciò che è perfetto.

Considerandolo invece composto dal 6 e dall’unità, serve a designare l’invisibile centro o anima di tutte le cose, perché non esiste nessun corpo che non abbia sei linee che ne individuano la forma, e che non abbia un settimo punto interno, centro e realtà del corpo stesso, del quale le dimensioni esterne danno solo l’apparenza.

Le numerose applicazioni del 7 confermarono agli antichi saggi l’utilità dell’uso di tale simbolo. Di più, essi esaltarono le proprietà del numero 7, come avente, in via subordinata, la perfezione dell’unità: perché se l’unità è increata, e nessun numero la produce, anche il 7 non è generato da nessuno dei numeri tra 1 e 10.

Il 7, tra gli Egiziani, simboleggiava la vita; perciò la lettera Z, tra i Greci, era l’iniziale del verbo Zao, vivere, di Zeus, Giove, padre della Vita.

Il numero 8 è composto dai sacri numeri 3 e 5. Dai cieli, dai sette pianeti, dalla sfera delle stelle fisse, dalle estreme unità e dal misterioso 7 è composto l’8, l’ogdoado, primo cubo di un numero pari, sacro nella filosofia pitagorica. L’ogdoado degli Gnostici aveva otto stelle, rappresentanti le 8 Cabirie di Samotracia, gli 8 principi egizi e fenici, gli 8 di Senocrate, gli otto angoli di un cubo. L’8 simboleggia la perfezione: e il suo simbolo rappresenta il perpetuo e regolare corso dell’Universo.

È il primo cubo (2x2x2) e sta a significare amicizia, prudenza, saggezza e giustizia. Era un simbolo della legge primitiva che riguardava tutti gli uomini come uguali.

Se il 3 era venerato tra gli antichi saggi, la ennupla, o tripla terna, 3 volte 3, aveva non minore venerazione. Infatti secondo loro ciascuno dei 3 elementi costituenti il nostro corpo è triplo: l’acqua contenendo terra e fuoco, e il fuoco essendo temperato da particelle d’acqua e nutrito da particelle di terra. Non essendo alcuno dei tre elementi separabile nettamente dagli altri, tutti gli esseri materiali composti di questi tre elementi, dei quali ciascuno è triplo, possono venire indicati dal numero simbolico 3 volte 3, che è divenuto così il simbolo della trasformazione dei corpi. Di qui anche il nome di nono involucro, dato alla materia. Ogni estensione materiale, ogni linea circolare ha tra i Pitagorici il 9 come segno rappresentativo; essi avevano osservato la proprietà, che tale numero possiede, di riprodursi incessantemente e perfettamente, in ogni moltiplicazione: ciò offriva alla mente un probante emblema della materia, che si ricompone incessantemente sotto i nostri occhi dopo aver subito mille e mille decomposizioni.

Il numero 9 era consacrato ai corpi celesti e alla Muse. E’ il simbolo della circonferenza: perché un angolo di 360 gradi equivale a 9. Nondimeno, gli Antichi riguardavano tale segno con una sorta di terrore: lo consideravano presagio di sfortuna, in quanto simbolo di labilità, mutamento e simbolo della caducità delle cose umane. Perciò essi evitavano tutti i numeri in cui appariva il 9, specie l’81, prodotto di 9 per se stesso, e le cui cifre sommate, 8 + 1, ridanno ancora 9.

Come la figura del 6 era il simbolo del globo terrestre, animato da uno spirito divino, la figura del 9 simboleggia la terra sotto l’influenza del principio del Male; di qui il terrore che essa ispirava. Nondimeno, secondo i cabalisti, il 9 simboleggiava un uovo, o l’immagine di un piccolo essere globulare, dal cui lato inferiore sembra sgorgare lo spirito vitale.

La ennupla, aggregato di 9 oggetti o persone, è il primo quadrato di numeri dispari. Tutti conoscono le proprietà singolari del numero 9, il quale, moltiplicato per se stesso o qualunque altro numero, dà un risultato la cui somma delle cifre è uguale a 9, o per esso divisibile.

Il numero 10 è la misura di ogni cosa, e riduce i numeri moltiplicati per esso all’unità. Contenendo tutte le relazioni numeriche ed armoniche, e tutte le proprietà dei numeri che lo precedono, esso conclude l’Abaco o Tavola Pitagorica. Per le società misteriche, questo numero è l’unione di tutte le meraviglie dell’Universo. Esse lo tramandano così: 0, cioè l’unità nel mezzo dello zero, come centro di un circolo, simbolo di divinità. Si volle vedere in questa figura tutto ciò che poteva condurre a riflessione: il centro, il raggio e la circonferenza, cioè Dio, l’Uomo e l’Universo.

Tale numero era, tra i Saggi, simbolo di concordia, amore, pace. Per i Massoni è segno di unione e fedeltà; è anche espresso dall’unione delle due mani, nel segno del Maestro, ed è rappresentato dalla Tetractis di Pitagora.

Il 12, come il 7, è celebrato nell’adorazione della natura. Le due più famose divisioni dei cieli, quella del 7, che è quella dei pianeti, e quella del 12, che è quella dei segni dello Zodiaco, si trovano sui monumenti religiosi di tutti i popoli del mondo antico. Benché Pitagora non parli del 12, nondimeno esso non è l’ultimo dei numeri sacri. È l’immagine dello Zodiaco, cioè del Sole che lo percorre.

Tali erano le antiche idee riguardo questi numeri che così spesso appaiono in Massoneria; esattamente compresi, come fecero gli antichi Saggi, contengono molte lezioni.

Prima di addentrarci nella lezione finale di filosofia massonica, ci soffermeremo sull’interpretazione cristiana delle Logge simboliche.

Nel primo grado, si applicano tre simbolismi:

1)L’uomo, dopo la Caduta, fu lasciato nudo e senza difesa contro il giusto sdegno della Divinità. Dedita al male, la specie umana cadde ciecamente nella stessa coltre oscura dell’empietà, trascinata dalla sua natura peccaminosa. La corruzione morale fu seguita da miseria fisica. La povertà e il bisogno invasero la terra. Guerra, carestia e pestilenza riempirono la misura del male, e l’uomo corse coi piedi nudi e feriti sui taglienti vetri della sfortuna e dell’avversità. Questa situazione di cecità, miseria, bisogno e orrore, da cui li riscattò il Redentore, è simboleggiata dalla condizione del candidato, quando è portato per la prima volta alla porta della Loggia.

2)Nonostante la morte del Redentore, l’uomo può essere salvato dalla fede, dal pentimento, dall’uniformarsi ai voleri di Dio. Per pentirsi, deve sentire la penetrante punta della coscienza e del rimorso, che come una spada ferisce la sua pelle. La sua fiducia nella propria guida, che egli deve seguire, la sua fede in Dio, di cui egli compie professione, e la punta della spada diretta nel suo petto nudo dal lato del cuore contro la sua carne, simboleggiano la Fede, il pentimento e la volontà di migliorare, necessari a portarlo alla luce.

3)Pentitosi e miglioratosi, legatosi al servizio di Dio con un severo giuramento, la luce della speranza cristiana splende, pur nell’oscurità, sul cuore dell’umile penitente, e lo solleva al livello del Cielo.

Ciò è simboleggiato dal fatto che il candidato riceve la luce, dopo il giuramento, dal Maestro Venerabile, che nel fare ciò rappresenta il Redentore, e lo porta alla luce, con l’aiuto dei Fratelli, e come Lui insegnava la parola, con l’aiuto degli Apostoli.

Nel secondo grado vi sono due simbolismi:

4)Il cristiano assume nuovi doveri verso Dio e verso i propri simili. Verso Dio, di amore, di gratitudine e venerazione, e un ansioso desiderio di servirlo e glorificarlo; verso i propri simili, di tolleranza, umanità, giustizia.

L’assunzione di tali doveri è simboleggiata dal giuramento di Compagno, col quale viene accolto tra i Fratelli e assume i doveri attivi di un buon Massone.

5)Il cristiano, riconciliato con Dio, vede il mondo sotto una nuova luce. Questo grande Universo non è più un semplice meccanismo costruito seimila o sei milioni di anni fa, e lasciato camminare per sempre, in virtù di una legge cosmica creata all’inizio, senza ulteriore cura e considerazione da parte della Divinità; esso diventa per lui una grande emanazione di Dio, il prodotto del Suo pensiero, non una semplice macchina senza vita, ma un qualcosa di vivente, su cui Dio veglia continuamente, e ogni suo movimento è immediatamente prodotto dalla Sua azione, essendo la legge dell’armonia essenza della Divinità, che si attua in ogni istante.

Ciò è simboleggiato dall’imperfetta istruzione data nel grado di Compagno, nelle scienze, e particolarmente nella geometria, connesse, come quest’ultima, con Dio nella mente di un Massone, perché la stessa lettera, sospesa nell’Est, rappresenta entrambi; e l’astronomia, o la conoscenza delle leggi del moto e dell’armonia che governano le sfere celesti, non è che una minima parte della geometria. E’ così simboleggiato, perché è qui, nel secondo grado, che il candidato riceve per la prima volta un’istruzione più che morale.

Vi sono anche due simbolismi del terzo grado:

6)Il candidato, dopo essere passato attraverso la prima parte della cerimonia, si immagina Maestro, ed è sorpreso allorché lo si informa che ancora non lo è, e che è incerto se mai lo sarà. Gli si parla di un difficile e pericoloso cammino ancora da compiere, e lo si avvisa che da quel viaggio dipende se egli diverrà o no Maestro. Questo è simbolo di quel che i nostri Savi dissero a Nicodemo, cioè che, nonostante moralmente fosse libero da ogni pecca, pure non poteva entrare nel regno dei cieli, finché non fosse nato di nuovo, morendo simbolicamente, e di nuovo entrando nel mondo rigenerato, come un neonato dallo spirito purissimo.

7)L’assassinio di Hiram, la sua sepoltura e la sua resurrezione da parte del Maestro sono simboli della morte, sepoltura e resurrezione del Redentore; e della morte e sepoltura dell’uomo, e della sua resurrezione a nuova vita, o rinascita, dovuta alla diretta azione del Redentore, dopo che la moralità (simboleggiata dalla stretta di mano del Compagno) non è riuscita a sollevarlo.

Quello del Leone, infatti, è il segno del vincolo più forte, l’alleanza con cui Cristo, discendente della stirpe di Giuda, ha legato a sé l’intera umanità, abbracciandola strettamente e affettuosamente come i Fratelli si abbracciano l’un l’altro con i cinque punti dell’amicizia e della fraternità.

Quando sono Apprendisti e Compagni, ai Massoni si insegna ad imitare il lodevole esempio di quei Fratelli che lavorarono alla costruzione del Tempio di Salomone, e a piantare solidamente e profondamente nel proprio cuore quelle pietre emblematiche di verità giustizia, temperanza, fortezza, prudenza e carità su cui erigere quel carattere cristiano su cui tutte le tempeste e le sfortune e tutti i poteri e le tentazioni del male non possono prevalere; quei sentimenti e nobili affetti che sono i più grandi omaggi che possono venir resi al Grande Architetto e Gran Padre dell’Universo, e che rendono il cuore un tempio vivente a Lui dedicato nel quale le sfrenate passioni sono sottomesse a regola e misura, e i loro eccessi sono cacciati col maglietto dell’autocontrollo; quando ogni principio è accuratamente corretto dalla squadra della saggezza, la livella dell’umiltà, il filo a piombo della giustizia.

Le due colonne, Jachin e Boaz, sono i simboli di quella profonda fede e implicito affidamento in Dio e nel Redentore che sono la forza del cristiano; e di quelle buone opere con le quali solo tale fede può venire stabilita e resa operativa ed effettiva per la salvezza.

I Tre Pilastri che sorreggono la Loggia sono i simboli della speranza cristiana in un futuro stato di felicità, della fede nelle promesse, nel carattere divino e nella missione del Redentore, ed equità di giudizio verso gli altri uomini.

I tre assassini di Khir-Ohm rappresentano Ponzio Pilato, Caifa e Giuda Iscariota: e i tre colpi infertigli sono il tradimento di Giuda, il rifiuto della protezione romana da parte di Pilato e la condanna del Gran Sacerdote. Esse anche simboleggiano il taglio dell’orecchio, la flagellazione e la corona di spine. I dodici compagni mandati alla ricerca del corpo sono i dodici discepoli, in dubbio se credere o no che il Redentore sarebbe risorto.

La parola del Maestro, che si suppone essere perduta, simboleggia la fede e la religione cristiane, che si credevano abbattute e cancellate quando il Saggio fu crocifisso, dopo il tradimento dell’Iscariota, e l’abiura di Pietro, e quando altri discepoli dubitavano della Sua resurrezione, ma che sorsero dalla Sua tomba e si sparsero rapidamente in tutto il mondo civilizzato, cosicché ciò che si pensava perduto fu trovato. Simboleggiano anche il Saggio stesso: il Verbo che era all’inizio, che era con Dio e che era Dio, il Verbo di vita, che si fece carne e dimorò presso di noi; e che fu ritenuto perso, mentre giaceva nella tomba, per tre giorni, mentre i suoi discepoli “ancora ignoravano la profezia secondo la quale Egli sarebbe risorto” e ancora erano dubbiosi quando sentirono della Sua resurrezione, e furono stupiti e atterriti e ancora dubitavano quando Egli apparve tra di loro.

Il cespo di acacia posto a capo del sepolcro di Khir-Ohm è un emblema di resurrezione e immortalità.

Tali sono le conclusioni dei nostri Fratelli Cristiani: degne, come quelle di tutti i Massoni, di rispettosa considerazione.  

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” I Parte (Albert Pike)

Iniziazione

Dio è l’autore di ogni cosa, l’Essere Supremo e Eterno, per Lui nulla di ciò che è nell’Universo è segreto. Non fate di Lui idoli o immagini visibili. Adoratelo piuttosto nella profonda solitudine di isolate foreste. Perché Egli è invisibile, ed è l’anima dell’Universo e non vive in alcun Tempio!

Con un solo sguardo Egli vede passato, presente e futuro: gli antichi costruttori delle Piramidi, insieme con noi e con i nostri più remoti discendenti, sfilano davanti ai Suoi occhi. Egli legge i nostri pensieri prima che essi siano da noi stessi concepiti. Regola i movimenti dell’Universo, e tutti gli eventi e i cambiamenti sono prodotti dalla Sua volontà. Infatti Egli è mente infinita e suprema intelligenza.

In principio l’uomo possedeva la Parola, e quella Parola gli veniva da Dio. Oltre al soffio vitale che in essa e per mezzo di essa gli fu comunicato, l’uomo ebbe anche la luce della vera vita. Fate che nessun uomo possa pronunciare quella “Parola”, perché per suo mezzo il Padre creò la Luce e le Tenebre, il mondo e le creature!

“Il Caldeo nelle sue pianure mi adorava, e mi adorava il Fenicio amante del mare. Mi costruirono Templi e Torri, e compirono sacrifici per me sopra mille altari. La Luce era per loro una divinità, ed essi pensavano che io fossi un dio. Ma io non sono nulla: e la luce è la creatura dell’invisibile Dio che insegnò la vera religione agli antichi patriarchi: l’Assoluto, l’Ineffabile!”

Mentre ancora il primo albero metteva le sue foglie, l’uomo perse la perfetta conoscenza dell’unico vero Dio, e cominciò a navigare senza guida nell’oceano. Allora la sua anima cominciò a torturarsi, per sapere se la materia dell’Universo fosse una pura combinazione di atomi, o il prodotto di una infinita increata saggezza, se la divinità fosse immateriale, o coincidesse con l’Universo, o se fosse invece un’esistenza del tutto particolare, cioè un’essenza onnipotente, eterna, suprema, che governa la materia a sua volontà, avendola sottomessa per l’eternità a immutabili leggi. Con la loro finita e limitata visione, gli uomini cercarono di conoscere l’origine del male per spiegare l’esistenza della pena e del dolore; e così precipitarono sempre più nelle tenebre, e si perdettero. Per loro non c’era più alcun Dio, ma solo un grande, muto, inanimato Universo, pieno di muti emblemi e simboli.

Veniamo dunque ora a spiegare i nomi e le caratteristiche delle varie immaginarie divinità, con cui è stato rappresentato presso le antiche popolazioni il grande astro dell’Universo.

Athom o Athom-Ra era il primo e più antico Dio Supremo dell’Alto Egitto, adorato a Tebe; come l’Om o Aum dell’Indo, il cui nome era impronunciabile e che, come il Brehm di popoli più recenti, era “l’Essere che è stato, che è, e sarà; il grande Dio, il grande Onnipotente, Onnisciente e Onnipresente Uno, il più grande dell’Universo” il cui simbolo era una perfetta sfera. Ciò mostrava che Egli era principio e fine eterno e infinito; superiore a tutti gli “dei” della natura, cioè a qualunque personificazione di poteri, elementi ed astri. Esso era rappresentato convenzionalmente dalla luce, il principio della vita.

Amun, Dio della Natura, o Spirito della Natura, chiamato anche Amun-Ra, era adorato in Egitto e nella Libia, era lo Juppiter dei libici, e rappresentava la forza intelligente e legiferante che si sviluppa nella Natura, quando le “idee” sono rivelate ai sensi, secondo le leggi naturali, a seguito della loro unione con la materia. Questo Dio coincideva con Kneph, dalla cui bocca uscì l’uovo, dal quale, secondo gli Orfici, sarebbe nato l’Universo.

Dioniso era il Dio della Natura presso i Greci, come Amun presso gli Egizi. Nelle leggende popolari Dioniso, come Ercole, sarebbe stato un eroe tebano, nato cioè da madre mortale. Ambedue figli di Zeus, sarebbero stati entrambi perseguitati da Hera. Ma mentre in Ercole il dio è subordinato all’eroe, Dioniso, anche nella tradizione poetica, mantiene le sue prerogative divine, e si identifica con Bacco, il Genio che presiede ai Misteri. Personificazione del Sole nel Toro, come mostrano i suoi zoccoli bifidi, liberò la terra dal duro dominio dell’inverno; guidò il grande coro delle stelle, e l’annuale rivoluzione celeste; annunciava le stagioni, e come loro subiva periodici decadimenti. Egli era il Sole invocato dagli Eleatici, Pyrigenes, che si rivelava al mondo con luce e tuono, il potente Cacciatore dello Zodiaco, il dorato Zagreo.

Zagreo, figlio di Persefone, era infatti una prefigurazione di Dioniso. Come lui, era nato da Zeus nella costellazione del Serpente, e suo padre fu incaricato di produrre il Tuono e circondato dalla danza protettrice dei Curiti.

Grazie ai malefici di Hera, gelosa di Giove, i Titani elusero la sorveglianza dei loro guardiani e fecero a pezzi il corpo di Dioniso, ma Pallade restituì il cuore ancora palpitante al padre, il quale incaricò Apollo di seppellirne i resti dilaniati sul Parnaso.

Dioniso, come Apollo, proteggeva le Muse, e la tomba dell’uno invitava al culto dell’altro; erano la stessa cosa, pur differendo, anzi contrastandosi, come due ruoli complementari e separati di uno stesso dramma. Può dirsi che queste due mitiche ed eroiche personificazioni, il Dio della Natura e dell’Ade, sembrano, in qualche remoto periodo, esser scaturite da una fonte comune. La loro separazione fu formale più che sostanziale. Infatti, da quando Ercole ottenne l’iniziazione di Triptolemo, e Pitagora ricevette gli ordini orfici, le due concezioni tesero a riunirsi. E’ stato detto che Dioniso e Poseidone abbiano preceduto Apollo nell’ufficio di oracoli, e Dioniso fu sempre ritenuto nella teologia greca quale guaritore e salvatore, autore della vita e dell’immortalità. I Pitagorici “figli di Apollo” si dedicarono, dopo la loro diaspora, al culto orfico di Dioniso.

Dioniso è il Sole, liberatore degli elementi; e la sua meditazione spirituale fu suggerita da quella stessa fantasia creativa che fece dello Zodiaco la scala su cui gli spiriti scendevano e tornavano al cielo.

La sua seconda nascita, come progenie del sommo Dio, simboleggia la rigenerazione spirituale dell’uomo. Come Apollo, egli era precettore delle Muse e fonte di ispirazione. La sua regola non prescriveva alcuna dolorosa rinuncia: un simile giogo era facile da portare, e le sue sacerdotesse piene di letizia univano la gioia di vivere alla serietà del loro impegno e non facevano che celebrare la mitica età dell’oro, in cui la Terra aveva conosciuto un’eterna primavera, quando fontane di miele, latte e vino sgorgavano dal suo seno al tocco di un tirso. Dioniso era il “Liberatore” come Osiride, infatti liberava le anime e le accompagnava attraverso il processo di purificazione, reale e simbolico, alla loro dimora. Morì e discese nel regno delle Ombre, e la sua sofferenza era il grande segreto dei Misteri, come la morte è il grande segreto dell’esistenza. Era l’immortale esecutore dell’opera di Psyche (l’Anima), perciò chiamava il mondo all’essere e, scuotendo l’anima dal sonno morale, la restituiva dalla terra al cielo.

Gli Indi chiamavano il Sole Surya, i Persiani Mitra, gli Egizi Osiride, gli Assiri e i Caldei Bel, gli Sciti e gli Etruschi e gli antichi Pelasgi Arcaleo o Ercole, i Fenici Adonai o Adone, gli Scandinavi Odino.

Dal nome Surya, dato dagli Indi al Sole, la setta che più particolarmente era legata al suo culto si chiamò Souras. I loro pittori rappresentavano il carro del dio Sole trainato da sette cavalli.

Nel Tempio di Visweswara, in Benares, è conservato un antico frammento scolpito, in pietra, che lo rappresenta seduto su di un carro trainato da un cavallo con dodici teste. L’auriga, posto alla guida del cocchio è Arun, e i dodici cavalli indicano i suoi diversi poteri nei dodici mesi dell’anno. Questi poteri sono chiamati Aditya, e ciascuno di essi ha un nome particolare. Gli indiani pensavano che Surya fosse sceso varie volte sulla terra, sotto umane spoglie, e avesse lasciato in India una progenie terrena, come gli Eliadi presso i Greci. Egli è spesso chiamato Re delle Stelle e dei Pianeti, e così ci ricorda l’Adon-Tshauth (dio delle Stelle) della letteratura ebraica.

Mitra era il dio-sole dei Persiani, e si narrava fosse nato in una caverna, al solstizio d’inverno. Le sue feste erano celebrate nel periodo in cui il Sole cominciava a tornare al Nord. Questa era la grande festa della religione dei Magi. Il calendario romano, pubblicato ai tempi di Costantino, in quel periodo cioè in cui il culto solare cominciava a sorgere in Roma, fissò la sua festa il 25 di dicembre. Sulle sue statue o immagini era inciso: “Al dio del Sole, l’invitto Mitra”. A lui erano consacrati oro, incenso e mirra. Dice Marziano Capella nel suo inno al Sole: “Tu che gli abitanti del Nilo adorano come Serapis, quelli di Menfi come Osiride; che nei sacri riti della Persia sei Mitra; in Frigia, Ari; Ammone cui i Libici si inginocchiano; Adone dei libri dei Fenici, tutto il mondo ti adora sia pur con i differenti nomi”.

Osiride era figlio di Helios (Phra), la “divina progenie nata con l’alba”, e rappresenta in forma familiare l’aspetto benevolo di tutte le più alte emanazioni, e in lui era rappresentata la concezione di un essere totalmente buono, cosicché divenne necessario contrapporgli un altro potere, chiamato Set, Bahys o Tifone, per rendere conto delle influenze nefaste della Natura.

Alla pratica dell’agricoltura gli egizi riferivano le più profonde verità della loro religione. L’anima dell’uomo era come il seme nascosto nella terra, e le spoglie mortali, come esso consegnate all’oscuro riposto tombale, attendevano di essere restituite alla fonte della vita. Osiride non era solo il benefattore dei viventi, egli era anche Serapis, Ade e Radamanto, il re dei morti. “Morte” perciò, nella religione egizia, significava “palingenesi”, infatti il Dio che ad essa presiede è quello stesso che incessantemente rinnova la vitalità della Natura. Ogni corpo debitamente imbalsamato veniva chiamato “Osiride”, e nella tomba si credeva che fosse unito, o almeno prossimo, alla divinità.

 Nella morte, come nella vita, Iside e Osiride erano modelli dell’umanità; i loro sepolcri si ergevano nei Templi degli Dei Supremi; e nonostante i loro resti fossero stati sepolti secondo la leggenda a Menfi come ad Abido, la loro divinità non ne era diminuita, ed essi splendevano come stelle in cielo, o posti nel mondo soprasensibile presiedevano al futuro degli spiriti che la morte, purificandoli, portava più vicini a loro.

L’idea della morte di un dio, così frequente nelle leggende orientali, e di cui abbiamo parlato nei Gradi precedenti, era la naturale conseguenza di una interpretazione letterale del culto della natura; infatti la natura, che le vicissitudini delle stagioni sembravano portare alla morte, rappresentava per i primi religiosi l’immagine espressa della Divinità, e anzi, in un periodo remoto, essa si identificava nel “Dio che cambia”, i cui attributi specifici non si esaurivano solo nella vitalità, ma anche nelle sue mutazioni. La Divinità, la cui idea era suggerita dal dramma della Natura, era adorata con riti partecipativi. Un periodo di pianto sull’Equinozio di autunno, e uno di gioia sul ritorno della primavera, era quasi universale.

La morte del dio, come era intesa dagli Orientali, non era in contrasto con la sua immortalità. Il temporaneo declino del “Figli della Luce” non è che un episodio della loro continuità eterna. Come il giorno e l’anno sono frazioni per noi comode del tempo infinito, così la morte violenta di Fetonte o di Ercole non è che interruzione del processo naturale che i Fenici intendevano come perpetuo rinnovamento, in virtù del quale lo spirito di Osiride vive in eterno nella successione dei sacerdoti di Api a Menfi. Ogni anno si celebra la resurrezione di Adone, e le lacrime versate dalle Eliadi per la morte prematura del loro fratello sono la goccia d’oro piena di prolifica speranza, in cui Giove discende dalla bronzea vetta celeste nel seno della terra bruciata.

Bal, rappresentazione o personificazione del Sole, era uno dei grandi dei della Siria, Assiria e Caldea, e il suo nome si trova sui monumenti di Nimrod e ricorre frequentemente nelle scritture degli Ebrei. Era per i babilonesi il grande dio della Natura, la forza del calore, della vita, della rigenerazione. Suo simbolo era il Sole, ed era raffigurato seduto su un toro. Tutti gli arredi del suo tempio di Babilonia, descritto da Erodoto, sono riprodotti con singolare fedeltà, ma in scala ridotta, nei tabernacoli dei templi ebraici. Manca solo il simulacro d’oro.

Il nome Bal, o Baal, come il nome di Adone, significa Signore e Maestro. Era la suprema divinità dei Moabiti, Ammoniti e Cartaginesi, e dei Sabeani in generale; i Galli adoravano il Sole sotto il nome di Belin o Belinus, e Bela è stato trovato rappresentato come Dio sugli antichi monumenti celtici. I Galli, invece dei Greci, mantennero, insieme a più severi costumi, anche uno stile religioso più virile di quello assunto dai popoli mediterranei e raffigurarono nel loro Perseo sia Ercole che Mitra, la somma cioè delle qualità che essi ammiravano.

Quasi ogni nazione conserva nelle proprie tradizioni la memoria di un mitico essere, le cui virtù e debolezze descrivono più o meno la vicenda del corso del Sole nelle stagioni. C’era un Ercole celtico, uno teutonico, uno scita, uno etrusco, uno lidio, e tutti avevano come archetipo l’eroe greco. Erodoto trovò che il nome di Ercole era da molto tempo familiare nell’Egitto e nell’Oriente in genere, e che in origine era stato attribuito a un personaggio ben più importante del relativamente moderno eroe conosciuto in Grecia come il figlio di Alcmena. Si diceva anzi che il tempio di Ercole a Tiro fosse stato costruito 2.300 anni prima di Erodoto, che Ercole, il cui nome greco si suppose essere di origine Fenicia, significasse “Circuitor” cioè il “viandante”, l’”errante” della terra, così come “Iperione” fosse il patrono, e il modello, di quei famosi naviganti che portarono i suoi altari di costa in costa in tutto il Mediterraneo, fino all’estremo Occidente. Qui “Arcaleo” fondò la città di Gades (Cadice), e un perpetuo fuoco ardeva in suo onore. Egli sarebbe stato discendente diretto di Perseo, il lucente Figlio delle Tenebre, concepito in una sotterranea camera bronzea; e questi non sarebbe stato altro che una diversa rappresentazione del persiano Mitra, che innalzava i suoi simbolici leoni sulle porte di Micene, e che portava la spada di Jemsheed per combattere le Gorgoni dell’Ovest.

Mitra è infatti descritto nello “Zend-Avesta” come il potente eroe, il veloce corridore, il cui occhio penetrante abbracciava tutte le cose contemporaneamente, le cui braccia impugnavano la clava con cui distrusse Darood.

Ercole, che con un ginocchio poggiato al suolo solleva la sua clava e la scaglia sul capo del Serpente, era, come Prometeo e Tantalo, una delle tante raffigurazioni del Sole che lotta per non tramontare. Le mitiche fatiche di Ercole non sono che rappresentazioni del cammino del Sole, che sempre si rinnova. Era nel lontano Nord, tra gli Iperborei, che, toltosi la sua pelle di leone, egli giaceva dormiente, perdendo per un po’ di tempo il controllo dei cavalli del suo carro. Perciò quella regione oscura all’estremo nord, chiamata “il luogo della morte e della resurrezione di Adone”, quel Caucaso i cui estremi settentrionali sono così lontani che, come il Meru dell’India, sembra essere la fine e l’inizio del ciclo solare, divenne per l’immaginazione dei Greci la fine di tutte le cose, il dominio dell’inverno, della desolazione, il pinnacolo dell’arco che univa i mondi superiori e inferiori, e di conseguenza il posto adatto per la pena di Prometeo. Le figlie di Israele, che piangevano Thammuz, come dice Ezechiele, sedevano rivolte a Nord e attendevano il suo ritorno da quelle regioni. Fu mentre Cybele, insieme al figlio del Sole, era tra gli Iperborei, che la Frigia, da lei abbandonata, soffrì gli orrori della carestia. Delo e Delfi attendevano il ritorno di Apollo dagli Iperborei, ed Ercole da lì portò ad Olimpia l’ulivo. Per tutti i massoni, questo Nord è stato, a memoria d’uomo, il regno dell’oscurità, e nessuna delle grandi luci della Loggia è situata a Nord.

“Giove” – dice Massimo Tirio – “non risparmiò il suo proprio figlio Ercole, né lo volle esimere dalle calamità connesse alla condizione umana”. La progenie tebana di Giove ebbe la sua parte di pene e sofferenze. Attraverso assillanti difficoltà terrene, provava la propria affinità col cielo. La sua vita fu una continua battaglia. Soccombette a Tifone nel deserto; e all’inizio dell’autunno “cum longa redi hora noctis” scese con la guida di Minerva all’Ade. Morì, ma prima fu iniziato da Eumolpo, per simbolizzare quello stato di preparazione religiosa che dovrebbe precedere il cambiamento, momentaneo, di “forma” di vita. Nell’Ade egli liberò Teseo e rimosse la pietra tombale di Ascalafo, rianimò gli spiriti senza corpo e trascinò alla luce del giorno il mostruoso Cerbero, giustamente reputato invincibile, in quanto simbolo del Tempo; ruppe le catene della morte e infine trionfò come all’alba della sua epopea, per essere ammesso dopo le sue fatiche al riposo celeste, nelle sue mansioni divine, vivendo con Zeus sempre e per sempre nell’eterna giovinezza.   

La spigliata fantasia degli antichi, che tesseva la tela dei miti e delle leggende, era consacrata alla Fede. Non aveva, come le menti moderne, isolato un piccolo santuario di “credo” presi a prestito, al di fuori dei quali tutto è banale o poco chiaro.

Per quegli antichi popoli, questa Terra era il centro dell’Universo. Per loro non esistevano altri mondi popolati, con i quali spartire le cure e le attenzioni della Divinità. Per loro il mondo era un grande piano di ignote, forse inconoscibili, dimensioni, e il Sole, la Luna e le Stelle gli giravano attorno, per dargli luce. Perciò l’adorazione del Sole divenne la base di tutte le religioni dell’antichità.

L’idea primitiva di infinità spaziale esisteva nei primi uomini come esiste ora in noi, così l’idea di infinità temporale. L’uomo non può sapere perché ad una frazione di spazio se ne possa aggiungere sempre un’altra e perché ad ogni evento ne conseguano altri, in eterno. La mente umana troverà sempre un ostacolo, al cercare di comprendere come, non importa quanto grande sia il volume da noi considerato, debba esistere, al di là di esso, una sconfinata distesa senza limiti, in cui è il nulla. Allo stesso modo, l’idea di un tempo senza principio e fine forza e supera l’umana comprensione. Il tempo, senza eventi, è così vuoto, un nulla anch’esso.

Nello spazio vuoto, l’uomo primitivo sapeva non essere né luce né calore.

L’oscurità gli era nemica, malefica, ed egli ne avvertiva una vaga terribile paura. Era la vera materializzazione del genio del male; e l’uomo pensava che il male da essa fosse nato. Quando il Sole inclinava a Sud, verso quel vuoto, l’uomo tremava di terrore e quando, al solstizio d’inverno, cominciava di nuovo la marcia solare verso il Nord, egli gioiva e compiva riti sacri; come pure al solstizio d’estate, quando maggiormente appariva nel suo orgoglioso splendore. Questi giorni sono stati celebrati come festivi in tutte le nazioni civilizzate fino ai nostri tempi. Il cristiano ne ha fatto due festività ecclesiastiche, dedicandole ai due S. Giovanni; la Massoneria ha fatto lo stesso.

Noi conosciamo la distanza del Sole e la sua grandezza; abbiamo misurato le orbite delle più veloci comete e le distanze delle immobili stelle; conosciamo l’esistenza di soli uguali al nostro, ciascuno con la sua corte di pianeti, tutti governati dalle stesse infallibili leggi cosmiche; con i nostri telescopi abbiamo separato galassie e nebulose dalle loro stelle costituenti; scoperti nuovi pianeti, prima misurando le forze da essi esercitate, che disturbavano il moto di quelli già noti, poi imparando che tutti, Giove, Venere, il rosso Marte, e Saturno, così come la pallida, dolce e cangiante Luna, sono solo scuri, aridi, opachi globi come la nostra Terra, e non sono sfere brillanti di fuoco celeste. Abbiamo anche classificato e studiato i monti e le valli lunari, con telescopi che ci potrebbero mostrare distintamente il tempio di Salomone, se esso fosse lì nella sua originale antica interezza; noi possiamo calcolare le eclissi del Sole e della Luna, passate e future, per un arco di diecimila anni. Eppure noi con le nostre accresciute concezioni della potenza e degli attributi del Grande Architetto dell’Universo, ma con gli inevitabili limiti imposti all’uomo, non possiamo, neppure in minimo grado, sentire, ma solo in parte e imperfettamente immaginare, ciò che quei grandi, primitivi, ingenui figli della Natura sentivano rispetto a questi fuochi celesti, lì sulle cime dell’Himalaya, o nelle pianure caldee, o nei deserti di Persia e di Media, o sulle rive del Nilo.

Se dunque ci fermassimo alla superficie delle cose, l’antichità sarebbe solo inesplicabile, oscuro caos. Ma quando queste allegorie sono spiegate, cessano di essere assurde favole, o eventi folkloristici, e diventano lezioni di saggezza per l’intera umanità. Nessuno che le abbia studiate può dubitare che esse provengano da una radice comune. Anzi certamente si inganna chi spiega i miti antichi riferendoli ai fenomeni celesti e pensa che tutti gli dei celesti non siano che nomi dati al Sole, alle Stelle, ai Pianeti, ai segni dello Zodiaco, agli elementi, alle forze della Natura universale. Al contrario, risalendo alla più remota antichità che la luce della storia e il barlume della tradizione raggiungono, noi troviamo, presso tutti i popoli al di sopra di tutti gli dei che rappresentano le stelle o gli elementi, e di quelli che personificano gli innati poteri della Natura universale, una Divinità più elevata, indefinita, incomprensibile, il Supremo, l’Uno, da cui tutto il resto fluisce ed emana, o è da Lui creato. Oltre la dea Luna, Iside, e il dio-Sole Osiride degli Egizi, c’era Amun, il dio della Natura e sopra di lui ancora, l’infinita ineffabile divinità, Athom.

Brehm, il muto, assorto unico originario Dio che contempla se stesso, era per gli Indi la fonte di Brhama, Vishnu, Siva. Al di sopra di Zeus, o prima di lui, erano Kronos e Urano.

Al di sopra di Alohayim regnava il grande Dio della Natura e ancora al di sopra di lui era l’Ente Astratto, Ihun – colui che è, ed è stato, e sarà. Al di sopra di tutte le divinità persiane era il Tempo Illimitato, Zeruane-Akherene; e più alto di Odin e Thor v’era per gli scandinavi il dio Alfadir.

All’inizio l’uomo ebbe la Parola; e quella Parola era da Dio; ed oltre al potere vitale comunicato all’uomo con la Parola, venne la luce della sua esistenza. Dio fece l’uomo a propria immagine. Quando, per mezzo di una lunga successione di sconvolgimenti tellurici, Egli ebbe preparato la Terra ad essere la sua dimora, lo creò e pose in quella parte dell’Asia che tutti i popoli ormai definiscono “culla dell’umanità”, da cui poi la corrente umana fluì all’India, alla Cina, all’Egitto, alla Persia, all’Arabia, alla Fenicia. Egli comunicò all’uomo la conoscenza della natura del suo creatore e della pura, primitiva, religione. La peculiare e distintiva eccellenza del primo uomo, come pure la sua reale essenza, consistevano nella sua somiglianza a Dio. Egli impresse la propria immagine nell’anima dell’uomo. Quell’immagine è stata, nel cuore di ogni uomo e dell’umanità in generale, grandemente alterata, indebolita, snaturata, ma i suoi originali caratteri, ormai quasi cancellati, si possono trovare in tutti i più antichi poemi orientali; e quanto alla reale immagine, ogni mente che sia in grado di riflettere la troverà scrutando la sua anima.

Sebbene, per la sempre crescente degenerazione dell’umanità, questa parola primordiale di rivelazione sia stata snaturata da vari errori, coperta e oscurata da menzogne e sfigurata oltre ogni immaginazione, ancora sarebbe possibile ad una profonda verifica trovare nel paganesimo molte fondamentali vestigia della primitiva verità. Il vecchio paganesimo infatti aveva sempre una base di verità; e se noi potessimo separare quella pura intuizione della natura e dei suoi simboli, che ne costituiva il substrato, dal cumulo di errori e dalle aggiunte spurie, dietro quei primi geroglifici, che rappresentavano l’istintiva scienza degli uomini primordiali, apparirebbe la verità della reale conoscenza della natura, un’immagine di libera, pura, completa, perfetta filosofia di vita.

Il contrasto cha da allora dura, ed eterno durerà, tra la volontà divina e quella naturale nell’anima dell’uomo, ebbe inizio immediatamente dopo la creazione. Caino uccise suo fratello Abele e fuggì ramingo a popolare regioni lontane con una razza empia, dimentica e ostile al vero Dio. Gli altri discendenti del comune Padre si unirono con le donne della stirpe di Caino: e tutte le nazioni conservarono il ricordo di quella scissione della razza umana in giusti ed empi, nelle loro distorte e confuse leggende delle guerre tra gli Dei, i Giganti e i Titani. Allorché, in epoca posteriore, si verificò una ulteriore scissione, la sola stirpe di Seth conservò la religione e la scienza primitive, e le trasmise alla posterità negli antichi simboli e caratteri, su monumenti di pietra; e molti popoli conservarono nelle loro leggende la menzione delle colonne di Enoch e di Seth. Poi il mondo declinò dalla sua originale condizione di felicità verso l’idolatria e la barbarie, ma tutti i popoli conservarono memoria di quell’antico stato; e i poeti, soli storici di quei tempi, commemorarono la successione dell’età dell’oro, argento, bronzo e ferro.

In seguito l’interiore e divina parola, originariamente comunicata da Dio all’uomo, divenne oscura, e la connessione uomo-Dio fu spezzata, ed anche il linguaggio esteriore divenne necessariamente disordinato e confuso. La semplice divina verità fu ricoperta di varie sovrastrutture, celate da simboli fittizi, e infine pervertitesi in orrendi fantasmi. E, come il progredire dell’idolatria richiede, accadde che ciò che era da principio adorato come simbolo di un principio superiore, si confuse gradatamente e venne infine a identificarsi con l’oggetto stesso, e come tale fu venerato, e quest’errore portò ancora a forme di idolatria sempre più scandalose. I popoli antichi ricevettero molto della primordiale fonte di sacra tradizione; ma l’arroganza e l’orgoglio, che sembrano essere parte essenziale della natura umana, portarono ciascuno a presentare le reliquie frammentarie dell’originale verità come peculiare proprio possesso, esagerando così ciascuno il proprio valore e la propria importanza, assumendosi il ruolo di favoriti di Dio, da Lui scelti a popolo eletto, da Lui fatti edotti della sacra verità. Per fare di questi frammenti di verità propria esclusiva prerogativa, li riprodussero sotto forme particolari, celandoli con simboli, ricorrendo ad allegorie e inventando leggende. Così, invece di preservare nella sua primitiva e pura semplicità, la rivelazione, rivestirono la nuda verità di poetica bellezza, in modo che il tutto ha finito per assumere un aspetto fiabesco, finché almeno non si riesca, con una rigorosa e severa indagine, a scoprire la verità che la leggenda cela.

Solo col popolo cinese, patriarcale, semplice, isolato, l’idolatria non fece che piccoli progressi. Essi inventarono la scrittura dopo tre generazioni dal diluvio, e conservarono molto della primitiva rivelazione nelle loro tradizioni; ricorsero meno di altri popoli alle leggende per coprire la verità originale. Erano tra i più vicini alle fonti della sacra tradizione e molti passi dei loro più antichi scritti contengono notevoli elementi di eterna verità e molte parti della Parola rivelata, eredità di un pensiero ad essa preesistente. Ma tra gli altri popoli di quell’età, un fanatismo irrefrenabile e una sensuale idolatria presto caratterizzarono l’adorazione dell’Onnipotente, e posero in disparte, o snaturarono, la pura fede in un eterno Spirito increato. Le grandi forze e gli elementi della natura ricevettero adorazione quasi divina.

Gli animali che rappresentavano le costellazioni, dapprima riguardati come puri simboli, vennero poi venerati come dei; i cieli, la terra, i fenomeni della natura furono personificati; e personaggi mitici inventati per giustificare l’invenzione delle scienze e delle arti; gli stessi principi del bene e del male, personificati, divennero oggetto di venerazione; ma attraverso questi veli, ancora splendevano le lucenti tracce dell’antica rivelazione.

Familiarizzandosi con i primi scritti orientali, ci si rende conto sempre più che è molto probabile che essi derivino tutti da una stessa fonte. I declivi orientali e meridionali del Paropismus o Xlindukusch sembrano esser stati abitati da razze iraniane, con uguali abitudini, lingue, religioni. Le prime divinità indiane e persiane sono simboli di luci celesti. Le religioni di questi popoli erano all’inizio culto della natura, specie nelle sue manifestazioni di fuoco e di luce: le coincidenze sono troppo marcate per essere accidentali. Deva, Dio, è derivato dalla radice div, splendere. Indra, come Ormuz o Ahura Mazda, è il cielo stellato; Sura o Surya, il Celeste, uno dei nomi del Sole, viene riecheggiato dalle parole Zend: “Huare”, il Sole, da cui derivano anche Khur e Korshid, o Corasch. Uschas e Mitra erano per i Medi ciò che erano le divinità Zend e gli Amschaspand o “immortali esseri celesti” dello Zend-Avesta, cioè incarnazioni delle sette Stelle-Dio Vediche, le stelle dell’Orsa. Lo Zend-Avesta, come il Buddismo, rappresentò un’innovazione al confronto delle religioni precedenti; e fra i Parsee e i Bramini possono essere trovate tracce di uno scisma, oltre che parziali coincidenze. L’originale adorazione della natura, in cui erano combinate le concezioni di una Presenza universale e di un Principio attivo, si sviluppò poi per diverse vie, dovute anche alla differenza fra i modi di pensare.

I primi pastori del Panjab, chiamato allora la terra dei sette fiumi, alla cui ispirata o infusa saggezza, quella dei Veda, noi dobbiamo le prime espressioni religiose, chiamavano con nomi di esseri viventi gli oggetti della loro adorazione. Primo, in questa scala di dei era Indra, dio del firmamento “blu” o “lucente”, chiamato Devaspiti, padre dei Deva o Forze degli elementi, che era al di fuori del cerchio dei cieli e aveva creato la terra; l’ideale dominio di Varouna “Onnicomprendente” è quasi altrettanto esteso, e include aria, acqua, notte e il vuoto tra il cielo e la terra; Agni, che è presente nel fuoco del sacrificio, sul focolare domestico e nelle luci celesti, è il grande intermediario tra Dio e l’Uomo; Uschas, l’Alba, che guida gli dei al mattino nel loro quotidiano viaggio nel corpo impuro dell’offertorio della natura, di cui il sacerdote officiante può solo comporre una simbolica imitazione. Poi vengono i vari dei-Sole: Adityas gli attributi solari, Suria il Celeste, Savitri il progenitore, Pashan il Dispensatore di cibo, Bagha il Dispensatore di Felicità e Mitra l’Amico.

La creazione eseguita dall’Essere Eterno era rappresentata come un matrimonio, essendo la sua prima emanazione la madre universale, che si supponeva potenzialmente coesistente con Lui per l’Eternità o, in linguaggio simbolico, sua “moglie e sorella”.

Le più popolari forme o manifestazioni di Vishnu il Conservatore furono le sue successive avataras, o personificazioni, che mostravano come la Divinità, uscita dall’alone di mistero incomprensibile che circondava la Sua natura, si rivelasse nelle epoche critiche della storia in cui nel mondo, sia fisico sia morale, si produceva un nuovo periodo di prosperità e di ordine. Combattendo il potere del male nelle varie manifestazioni, la Divinità, pur variando aspetto, è sempre la stessa, o che figuri come promotrice di innovazioni economiche e sociali, in epiche vittorie contro i nemici, o in strani fenomeni fisici di cui a volte a fatica troviamo traccia esaminando accuratamente le scritture e studiando le teorie cosmogoniche. Come Rama, l’epico eroe armato di spada, lancia e arco, prototipo di Ercole e Mitra, Vishnu lotta con i Patriarchi ebrei contro le Forze delle Tenebre; come Chrishna-Govinda, il Pastore Divino, messaggero di pace, riempie il mondo di musica e di amore. Sotto le umane spoglie, non cessa mai di essere il Sommo. Egli dice nel Bhagavad-ghita: “Lo stolto, incapace di comprendere il mistero della mia natura divina, mi disprezza in queste forme umane. Invece gli uomini di senno, che racchiudono in sé la luce del Principio divino, mi riconoscono come l’Incorruttibile e il Protoesistente, e mi obbediscono senza esitazione”. E ancora: “Io non sono riconosciuto da tutti come essere concepito dal potere sovrannaturale che è in me; eppure a me sono note tutte le cose passate, presenti e future; io ero prima di Vaivaswata e Menou. Io sono il supremo Dio, creatore del mondo, l’Eterno Poorooscha (Dio-Verbo-Uomo, o Genio del Mondo). E nonostante io sia per mia natura sottratto alle leggi della vita e della morte, e sia Signore di tutto il Creato, pure spesso, poiché la virtù è indebolita e prevalgono il vizio e l’ingiustizia, io mi manifesto e mi rivelo, di età in età, per salvare il giusto, punire il colpevole e sorreggere i vacillanti passi della virtù. Chi mi conosce anche così, quando lasciando la sua spoglia mortale non entrerà in un’altra, perché entrerà in me, e molti che hanno creduto in me fanno già parte di me, purificati dalla virtù della saggezza. Io aiuto chi cammina sulla mia strada”.

Brahma, l’agente creatore, si sacrificò quando, confondendosi con la materia, si identificò con la propria opera; e la sua storia è quella dell’Universo. Così, e benché Signore di tutte le creature (Prajapati), egli partecipava dell’imperfezione e della corruzione di una natura inferiore e, calatosi in forme molteplici e corruttibili, si potrebbe dire, come del dio greco Urano, che si mutilasse e si degradasse. In tal modo Egli combinava due caratteri, l’immortale e il mortale, l’essere e il non essere, il moto e la quiete. Come incarnazione dell’Intelligenza, o Verbo, Egli comunicava all’uomo ciò che Gli era stato rivelato dall’Eterno, perché Egli è l’anima e il corpo della creazione, e dentro di Lui è impressa la divina Parola, in caratteri che ogni spirito cosciente è capace di interpretare.

I principi fondamentali della religione Indù consistevano dunque nella fede nell’esistenza di un solo Dio, nell’immortalità dell’anima e nell’esistenza di uno “stato” futuro di premio o di castigo. I suoi precetti eretici inculcavano la pratica della virtù come necessaria per procurarsi la felicità, anche in questa vita effimera, e le sue dottrine religiose facevano dipendere da tale pratica la felicità nel mondo ultraterreno.

Faceva parte della loro dottrina quest’altra teoria: “Un solo grande e ineffabile Dio è esistito per tutta l’Eternità. Tutto ciò che conosciamo, inclusi noi stessi, non è che una sua emanazione. L’anima, la mente e l’intelletto degli dei e degli uomini, e di tutte le creature intelligenti, sono elementi temporaneamente separati della Sua anima e ad essa, al tempo stabilito, torneranno. Ma la mente degli esseri limitati è piena di una ininterrotta serie di illusioni, che essi confondono con la realtà se non riescono ad attingere alla grande fonte della saggezza. Di queste illusioni, la prima ed essenziale è il sentimento della propria individualità. A causa di essa, l’anima dimentica la propria natura e origine, e il suo destino. Si considera un’entità a sé, non più una scintilla della Divinità, anello di un’infinita catena, una piccola e indispensabile porzione di un grande Tutto”.

 La tendenza a indugiare nell’immaginazione spinse i primi uomini a personificare quelli che essi intendevano quali attributi di Dio, forse allo scopo di presentare le cose in una forma più adatta alla comprensione del popolo di quanto non lo sia l’astratta idea di “ineffabile”, invisibile Dio; di qui l’invenzione di un Brahma, un Vishnu, un Siva.

Ogni creatura dotata di facoltà raziocinanti doveva essere ai loro occhi conscia dell’esistenza di Dio, come Prima Causa; ed essi consideravano non solo prova di follia, ma anche di estrema empietà il cercare di spiegare la natura di quest’Essere, o anche in ogni modo il tentare di assimilarlo a noi.

I filosofi Vedanta e Nyaya riconoscevano i principi dell’unicità del Supremo Essere e dell’immortalità dell’anima. Essi parlano dell’Essere Supremo come di una eterna essenza che pervade lo spazio, fonte di vita e di esistenza. Di tale spirito immanente, universale ed eterno, i Vedanta immaginarono quattro forme; ma poiché essi si riferiscono alla sua natura, sarebbe erroneo attribuire a ciascuna di esse una distinta essenza.

Essi non considerano la creazione istantanea produzione di tutte le cose, ma solo una manifestazione di ciò che eternamente esiste nell’Essere Supremo. I filosofi Nyaya credono che spirito e materia siano eterni; ma non affermano che il mondo sia esistito nella sua attuale forma dall’eternità: ciò che è eterno è la materia prima da cui esso è scaturito quando su di essa operò la Parola dell’Onnipotente, la causa intelligente che produsse le combinazioni e le aggregazioni che portarono all’universo fisico. Sebbene credano che l’anima sia un’emanazione dell’Essere Supremo, pure la distinguono da quell’’Essere, nella sua individuale esistenza.

Verità e Intelligenza sono per loro gli eterni attributi di Dio e non dell’anima individuale, che è suscettibile di conoscenza e ignoranza, di piacere e di pena; perciò Dio e l’anima sono distinti. Anche quando questa ritorna all’Eterno, e riceve la suprema benedizione, indubbiamente non si annulla. Benché unita all’Essere Supremo, non è in Esso assorbita, ma possiede ancora l’astratta natura di definita e visibile esistenza.

“La dissoluzione del mondo – essi affermano – consiste nella distruzione delle forme e qualità visibili delle cose, ma l’essenza materiale rimane, e da essa nuovi mondi sono formati dall’energia creatrice di Dio: e così l’universo è dissolto e rinnovato in una successione senza fine”.

I Jaunas, una setta presente a Mysore e in altri luoghi, affermano che l’antica religione dell’India consisteva nell’adorazione di un Dio, un puro Spirito, indivisibile onnisciente e onnipotente. Questo Dio, preordinato il corso degli eventi e data all’uomo una sufficiente facoltà raziocinante o intelletto, che lo guidi nella sua condotta, lo lascia arbitro del suo destino. Senza il libero arbitrio l’uomo stesso non potrebbe essere ritenuto responsabile della proprie scelte.

Menou, il legislatore Indù, adorava non il Sole visibile, materiale, ma “quella divina e incomparabilmente maggiore luce che – per usare la parole del più venerabile testo delle Scritture indiane – illumina tutto, delizia tutto, da cui tutto procede, a cui tutto tornerà, e che solo può irradiare i nostri intelletti”.

Gli antichi Persiani riecheggiarono sotto molti aspetti gli Indù, nel linguaggio e nelle tradizioni. Le loro conquiste li portarono a contatto con la Cina, ed essi sottomisero anche l’Egitto e la Giudea. Le loro concezioni su Dio e sulla religione rispecchiavano in modo particolare quelle degli ebrei e infatti il popolo di Giuda prese da essi alcune tra le più importanti dottrine; proprio quelle che noi siamo soliti ritenere parte essenziale dell’originale credo ebraico. Essi, come gli Ebrei, parlavano di un Re del Cielo, Padre di Eterna Luce, di un Puro Mondo di Luce, di un’eterna Parola dalla quale tutte le cose vennero create, di sette potenti Spiriti vicini al trono della Luce e dell’Onnipotente, della gloria di queste Luci celesti, dell’origine del male e del Principe delle Tenebre, monarca degli spiriti ribelli, nemici di ogni bene. I Persiani provavano il più forte disprezzo per l’idolatria, e sotto il regno di Cambise seguirono un regolare piano per estirparla. Serse, quando invase la Grecia, ne distrusse i templi, ed eresse are sacre lungo l’intero suo percorso; la loro religione era eminentemente spirituale, e i fuochi e i sacrifici erano solo segni simbolici di una devozione diversa per un più alto potere.

Così la dottrina fondamentale dell’antica religione dell’India e della Persia era all’inizio una semplice adorazione della natura, dei suoi elementi puri e delle sue primarie energie. Tali erano il fuoco sacro e, soprattutto, la luce, l’aria, intesa non come atmosfera, ma quale puro e chiaro etere celeste, il soffio che pervade e anima il respiro della vita. Questa semplice venerazione della natura è forse la più antica, e fu di gran lunga la predominante nel mondo primitivo.

Non si trattava comunque di una deificazione della natura, o di una negazione della sovranità di Dio. Questi elementi puri e queste energie primarie della natura creata offrivano ai primi uomini, ancora in stretta comunicazione con la Divinità, non una somiglianza esteriore, o una fantastica immagine di poetica visione, ma un naturale e vero simbolo del divino potere. Dovunque nelle scritture ebraiche la pura luce o il sacro fuoco figurano come immagini dell’onni-immanente e onniardente potere e onnipresenza della Divinità.

Il Suo respiro era la prima fonte di vita.

“Tutte le cose sono progenie di un solo fuoco. Il Padre le creò tutte e ne affidò la conservazione alla Seconda Mente, che tutti i popoli chiamano il Sommo. La natura coesiste con il potere intellettuale del Padre; infatti è l’Anima che riveste il grande Cielo, dopo il Padre. L’Anima, essendo puro fuoco, grazie al potere del Padre, è immortale ed è dispensatrice di vita e riempie tutti i luoghi del mondo. Il fuoco non poteva esplicare i suoi effetti tangibilmente fin tanto che una volontà non intervenisse a dargli vita. Luce generata dal Padre! Solo il fuoco, creato dal Padre, è capace di comprendere la mente del Padre, e di instillare in tutte le fonti e i principi la capacità di comprendere e di rinnovare sempre un movimento senza fine”. Tale era il linguaggio di Zoroastro, che rappresenta l’antico pensiero Persiano.

Ormuzd dice a Zoroastro, nel Boundehesch: “Io sono colui che regge i cieli coperti di stelle nello spazio etereo; colui che rende questa sfera, una volta immersa nell’oscurità, un profluvio di luce. Per mezzo mio la Terra divenne un pianeta duro e compatto, e su di essa cammina il Signore del mondo. Io sono colui che fa sì che la luce del Sole, della Luna e delle Stelle trapassi le nuvole. Io faccio maturare il grano, il cui seme caduto nella terra cresce di nuovo … Io creai l’uomo, i cui occhi sono luce, la cui vita è respiro. Io posi in lui la scintilla vitale di un potere inestinguibile”.

Tra la vita e la morte, tra lo splendore solare e l’ombra, Mitra è la presente personificazione di quella primordiale Unità da cui tutte le cose sorsero e a cui, attraverso la sua mediazione, tutti i contrari saranno assorbiti. Il suo annuale sacrificio è il rinnovarsi delle cariche dei Magi, un richiamo simbolico di rigenerazione morale e fisica. Egli suscita una nuova corrente di vita per rinvigorire la Natura, così alla fine del mondo egli porterà la pesante eredità dei tempi, davanti a Dio, lasciando quale estremo sacrificio l’Anima della Natura alla sua forma mortale per iniziare una nuova più alta esistenza.

Giamblico (de Mys., VIII, 4) dice: “Gli Egizi sono molto lontani dall’ascrivere tutte le cose a cause fisiche. Essi distinguono infatti il principio vitale e l’intelligenza da ogni essenza materiale, sia nell’uomo che nell’universo. Essi pongono l’intelletto e la ragione come primi e auto-esistenti, e da essi derivano il mondo creato. Come ordinatore del creato essi pongono un demiurgo e riconoscono una forza vitale sia nei cieli che prima dei cieli. Essi pongono il puro Intelletto al di sopra e oltre l’Universo, e un altro essere incorruttibile (la Mente, rivelata al mondo materiale), che pervade l’Universo e si spande in tutte le sue parti e sfere celesti”. L’antica concezione degli Egizi era dunque quella di tutte le filosofie trascendentali, secondo cui esiste una divinità ad un tempo immanente e trascendente, uno Spirito che si manifesta senza mai perdere la sua vitalità.

La saggezza trasmessa dai papiri “canonici” di Ermes è facilmente riconducibile a questa credenza. Per esempio a Tebe si dice che fosse venerato un Essere senza inizio né fine, chiamato Amun, o Amun-Kneh, l’onnimanente Spirito, o Respiro della Natura. Un tale Essere sarebbe stato a capo dei tre ordini di divinità menzionati da Erodoto, ove ad essi si riguardi come un’arbitraria classificazione di esseri simili o uguali, divisi in successive emanazioni, secondo una stima della loro comparativa dignità. Gli otto grandi dei, o prima classe, erano probabilmente manifestazioni dirette della Mente divina, nelle numerose parti e forze dell’Universo.

Negli antichi libri ermetici, come tramanda Giamblico, era costantemente riferita all’Essere Supremo la seguente espressione: “Prima di tutto ciò che attualmente esiste e prima di tutte le cose c’era un Dio, anteriore anche ai primi dei sovrani, uno e immutabile nella maestà della propria Unità; di Lui non possiamo farci alcun concetto. Egli è infatti alla fonte di tutte le cose, e alla base dei pensieri concepiti dall’intelletto; che sono le prime cose ad esistere. E da questo Uno, l’auto-creato Dio originò se stesso e si manifestò. In questo senso Egli è Padre di se stesso, autocreazione. Infatti Egli è insieme inizio, Dio degli Dei, Monade l’Uno, antecedente alla sostanza e all’inizio della sostanza, perché da Lui sono e la sostanzialità e la sostanza. Perciò anch’Egli è chiamato l’inizio delle cose concepite dall’intelletto. Questi dunque sono i più antichi principi di tutte le cose, che Hermes pone davanti agli eterei ed empirei e celestiali dei”.

“Chang-ti, o il Supremo Signore l’Essere – diceva l’antico credo cinese – è il principio di tutto ciò che esiste, e Padre di tutti i viventi. Egli è eterno, immobile, indipendente. Il Suo potere non conosce confini: la Sua vista abbraccia ugualmente Passato, Presente e Futuro, penetrando fin nei più intimi recessi del cuore. Il Cielo e la Terra sono sotto il suo governo: tutti gli eventi, tutti i mutamenti, sono frutto della Sua volontà dispensatrice. Egli è puro, santo, imparziale; la malvagità offende il Suo sguardo; al contrario, Egli guarda compiaciuto alle azioni virtuose dell’uomo. Severo, ma giusto, punisce il vizio in maniera esemplare, anche nei principi e nei sovrani. Spesso abbatte il colpevole per incoronare d’onore l’uomo che cammina secondo il proprio cuore, e che Egli solleva dall’oscurità. Buono, clemente, pietoso, perdona il malvagio dopo il suo pentimento, e le pubbliche calamità e le irregolarità delle stagioni non sono che salutari avvertimenti che la sua paterna bontà dà all’uomo, per indurlo a pentirsi e a ravvedersi”.

Governato dalla ragione più che dall’immaginazione, il popolo cinese non cadde nell’idolatria fino a dopo il tempo di Confucio, due secoli prima della nascita di Cristo; quando la religione di Budda fu portata lì dall’India. Il culto praticato fu a lungo ispirato dalla pura adorazione di Dio, e i fondamenti di quell’ordinamento e di quel credo morale riposavano su una solida, giusta ragione, conforme alle vere idee della Divinità. Essi non avevano falsi dei o idoli e il loro terzo imperatore, Hoam’ti, eresse un Tempio, il primo probabilmente mai eretto al Grande Architetto dell’Universo.

Confucio quindi vietò di raffigurare con immagini o qualunque altra rappresentazione la Divinità. Egli non applicò nessuna idea di personificazione ad essa, ma la considerò come un potere o un principio, che pervade tutta la natura. Perciò i Cinesi designavano la Causa Prima col nome di “Divina Ragione”.

I Giapponesi credevano anch’essi in un Supremo Essere invisibile, che essi chiamavano Amida o Omith, e dicevano che era senza principio e senza fine; che era venuto sulla Terra, dove era rimasto mille anni, diventando il Redentore della specie umana. Dicevano inoltre che Egli giudicava tutti gli uomini, e che il buono vivrà per sempre, mentre il cattivo sarà condannato in eterno.

Gli Arabi non ebbero mai una forma di politeismo né poetico, né religioso, né filosofico. Le loro tradizioni storiche presentano molte analogie con quelle degli Ebrei. La pura fede e l’adorazione della divinità, quale era stata insegnata dai Patriarchi, non appare mai totalmente estinta tra di loro. Perciò l’idolatria non poté guadagnare molti consensi fin quasi al tempo di Maometto, il quale, riconducendosi alla fede primitiva, insegnò la dottrina monoteistica, annunciandosi profeta del vero Dio.

Tra i Greci, discepoli degli Egizi, tutte le più alte idee e le più severe dottrine sulla Divinità furono esposte da Pitagora, Anassagora e Socrate e giunsero alla forma più alta e più composta per merito di Platone.

La conoscenza delle primitive verità giunse a Pitagora da Zoroastro, che a sua volta le aveva ricevute dagli Indiani. I suoi discepoli rifiutavano l’uso dei templi, altari, effigi e irridevano la follia di quei popoli che immaginavano che la Divinità derivasse o avesse qualche affinità con la natura umana. Le cime delle più alte montagne furono i luoghi scelti per i sacrifici. Il Dio Supremo, che riempie il vasto cerchio dei Cieli, era l’oggetto al quale tali preghiere erano indirizzate, secondo la testimonianza di Erodoto. Essi consideravano la Luce non tanto come oggetto di culto, ma piuttosto come il più puro e vivente emblema, prima emanazione dell’eterno Dio.

“Se noi risaliamo – dice il Muller – ai più remoti albori della storia greca, l’idea di un Dio come Essere Supremo ci si presenta come un semplice dato di fatto. Oltre all’adorazione di un Dio, Padre del Cielo, e degli uomini, troviamo in Grecia la contemplazione della Natura”.

Zeus era il Dio degli Dei, chiamato dai Greci “Figlio del Tempo”, a significare che non esisteva alcun Dio prima di Lui, e che Egli era eterno. “Zeus” dice un codice orfico “è l’inizio, Zeus è ciò che sta in mezzo, da Lui tutte le cose sono state create”.

Zeus (Zeus fu, Zeus è, Zeus sarà: o grande Zeus), Egli era Zeus (Zeus, il migliore e il più grande).

I Parsee, tramandando la vecchia religione insegnata da Zadischt, dicono nel loro catechismo: “Noi crediamo in un solo Dio, e in nessuno al di fuori di Lui; Egli creò i Cieli, la Terra, gli Angeli. Il nostro Dio non ha volto, né forma, né colore, né aspetto, né è presente in alcun luogo. Non c’è nessun altro come Lui, né la nostra mente può concepirlo”.

Tra gli Ebrei era fatto divieto di pronunciare la parola Tetragrammaton, o qualche altra parola che ad esso alludeva. Per impedire che tale parola andasse perduta tra i Leviti, il Gran Sacerdote la pronunciava una volta l’anno, nel Tempio, il decimo giorno del mese di Tisri, il giorno della grande festa dell’espiazione. Durante questa cerimonia il popolo ebraico era obbligato a innalzare grandi clamori, affinché la sacra parola non potesse essere udita da alcuno che non ne avesse diritto. Per qualsiasi profano il semplice udirla sarebbe stato come una condanna a morte.

I grandi iniziati Egizi, anteriori nel tempo agli Ebrei, seguivano la stessa pratica riguardo alla parola “Iside”; tale parola era infatti da essi ritenuta sacra e incomunicabile.

Origene dice: “Vi sono nomi che hanno una potenza naturale. Tali sono quelli che usavano i Saggi in Egitto, i Magi in Persia, i Bramini in India. Ciò che è chiamato ‘magico’ non è solo un’azione vana o chimerica, come pretendono Stoici ed Epicurei. I nomi Sabaoth e Adonai non furono coniati a caso, ma appartengono a una misteriosa teologia, che risale fino al Creatore. Da Lui proviene la virtù di tali nomi, quando sono scritti e pronunciati secondo certe regole”.

La parola Indù “Aum” rappresentava i tre poteri combinati nella loro divinità: Brahma, Vishnu e Siva, cioè le forze creatrici, conservatrici, distruttrici.

La parola “Aum”, dice il Ramanuja, rappresenta “l’Essere degli Esseri, Unica Sostanza in tre forme; senza modi, senza qualità, senza passioni: immenso, incomprensibile, infinito, indivisibile, immutabile, incorporeo, irresistibile”.

Erodoto tramanda che gli antichi Pelasgi non costruivano templi, né adoravano idoli, e avevano un sacro nome per la divinità, nome che non era assai antico. Venendo interrogato su quale delle divinità fosse chiamata così, rispose: “Gli iniziati sono tenuti a celare i segreti misteri. Sappiate perciò che è il Gran Dio supremo che regna su tutto”.

Gli Ebrei pensano che il vero nome di Dio sia irrimediabilmente caduto in disuso, non sapendo neppure pronunciarlo. Ritengono che questo e altri misteri saranno rivelati alla venuta del loro Messia. Essi attribuiscono la perdita del nome sacro alla decisione di ricorrere nella trascrizione del nome di Dio ai “punti masoterici” e alla conseguente abolizione delle vocali della parola. E’ detto anche, nel Gemara di Abodah-Zara, che Dio avrebbe permesso che un celebre iniziato ebreo venisse bruciato vivo da un Imperatore Romano, per aver pronunciato la parola sacra contrariamente alle norme della riservatezza tradizionale.

I Giudei temevano che i pagani si impossessassero della parola: perciò nelle Scritture essa figura in caratteri samaritani, anziché ebraici o caldei, affinché i nemici non ne potessero fare improprio uso. Essi infatti attribuivano a quel nome virtù miracolose e affermavano che le sventure dell’Egitto erano state provocate da Mosè, il quale aveva inciso tale nome sul suo bastone. Ogni persona che ne avesse appreso l’esatta pronuncia sarebbe stata capace di ripetere ciò che Mosè aveva operato.

Giuseppe racconta che il nome di Dio era sconosciuto, finché Dio stesso non lo rivelò a Mosè nel deserto. La parola era andata perduta per la malvagità dell’uomo.

Anche i seguaci di Maometto riferiscono una tradizione secondo la quale esiste un nome segreto della Divinità che possiede miracolose proprietà e che il solo mezzo per conoscerlo è quello di farsi iniziare ai misteri dell’Ism-Abla.

Presso tutti i più antichi popoli, la dottrina dell’immortalità dell’anima era riguardata non come una probabile ipotesi, che necessita di laboriose ricerche e profonde argomentazioni per produrre convinzioni della sua verità. Non si creda però che essa costituisse la base per una qualche particolare forma di culto. Era piuttosto una vivente certezza, come il sentimento della propria esistenza e identità, o la sensazione di una cosa reale.

Anche la dottrina della trasmigrazione delle anime, universalmente diffusa tra gli Indù e gli Egizi, riposava sulla base dell’antica religione primitiva e si riconnetteva a un sentimento puramente religioso. Tale dottrina aveva in sé questo nobile elemento di verità: poiché l’uomo aveva vagato nel peccato e si era allontanato da Dio, sarebbero serviti molti sforzi e sarebbe stato necessario affrontare le fatiche di un lungo e penoso pellegrinaggio prima che l’uomo potesse ricongiungersi alla fonte di tutte le perfezioni. Essa si esprimeva anche nella ferma convinzione e positiva certezza che niente di difettoso, impuro o macchiato di colpe terrene, possa mai entrare nella pura regione dei perfetti spiriti, ed essere eternamente unito a Dio, perciò l’anima doveva superare molte difficili prove e conoscere successive e graduali purificazioni prima di raggiungere la meta celeste.

Pitagora diede alla dottrina della trasmigrazione delle anime quello stesso significato che i saggi Egizi le avevano attribuito nei loro Misteri. Perciò egli non insegnò mai tale dottrina nella forma volgare in cui era nota al popolo.

Ierode, uno dei suoi più zelanti e noti seguaci, espressamente dice che chi crede che l’anima dell’uomo, dopo la morte, passerà nel corpo della bestia, per i suoi vizi, o diventerà una pianta, per la stupidità, si inganna di gran lunga e che anzi è assolutamente ignorante circa il mistero dell’immortalità dell’anima, che è immutabile. L’uomo resta sempre uomo, si dice che può diventare Dio o bestia, attraverso la virtù o il vizio, solamente per indicare una sua qualche inclinazione verso tali estremi.

Timeo di Locri, un altro pitagorico, dice che per tenere gli uomini lontani dalle perfide e vili azioni essi erano minacciati con la prospettiva di strane umiliazioni e punizioni, dichiarando sempre che le loro anime sarebbero passate in nuovi corpi, per esempio quella di un rapace nel corpo di un qualche animale feroce, e quella di un sensuale nel corpo di un maiale.

Ed è in tale forma che la dottrina è esposta da Platone nel Fedone. E Lisia dice che dopo che l’anima, finalmente purificata, è ritornata al cielo, non è più soggetta a cambiamenti o a morte, ma gode di un’eterna felicità. Secondo gli Indù, essa si ricongiungeva all’Anima Universale che vivifica ogni cosa.

Anche nelle dottrine del Lamaismo troviamo, sia pure oscurati e velati da leggende, frammenti della primitiva verità. Infatti secondo tale religione, “Vi sarà un giudizio finale davanti a Eslik Khan; i buoni saranno ammessi al Paradiso, i cattivi condannati all’Inferno, che è diviso in otto regioni di fuoco e otto di ghiaccio”.

Conoscenza e azione (René Guénon)

Iniziazione

Noi adesso considereremo in via particolare uno dei principali aspetti dell’opposizione oggi esistente fra lo spirito orientale e lo spirito occidentale: opposizio­ne che, come è stato spiegato, nel suo aspetto più generale, è quella fra spirito tradizionale e spirito an­titradizionale. Da un certo punto di vista, che è poi uno dei più essenziali, siffatta opposizione si presenta come quella fra contemplazione e azione o, per parlar più preciso, come quella riferentesi alla funzione da assegnare rispettivamente all’uno e all’altro dei due termini. Contem­plazione e azione possono venire considerate secondo un vario rapporto: sono opposte l’una all’altra, come si pensa comunemente? o sarebbero piuttosto complementari? o, in­fine, non esisterebbe forse fra di loro una relazione non di coordinazione, bensì di subordinazione? Questi sono i di­versi aspetti del problema, aspetti che si riferiscono ad al­trettanti punti di vista, d’importanza tutt’altro che uguale, ma tali che ciascuno di essi può esser giustificato sotto un certo riguardo e in corrispondenza ad un certo ordine di realtà.

Anzitutto il punto di vista più superficiale e esteriore è quello consistente nell’opporre in modo puro e semplice contemplazione e azione, al titolo di due contrari nel senso proprio del termine. Che apparentemente una opposizione esista, ciò è invero incontestabile. Tuttavia, se essa fosse assolutamente irriducibile, fra contemplazione e azione esi­sterebbe una incompatibilità completa ed esse non potreb­bero mai ritrovarsi riunite. Ora sta di fatto che le cose non si presentano così. Almeno nei casi normali, nessun popolo, e forse nemmeno nessun individuo, può essere esclusivamente contemplativo o esclusivamente attivo. La verità è che si tratta di due tendenze, l’una delle quali domina quasi necessariamente l’altra, di modo che lo sviluppo dell’una sembra effettuarsi a detrimento dell’altra, per la semplice ragione che l’attività umana, nel suo senso più generale, non può esercitarsi egualmente e simultaneamente in tutti i domini e in tutte le direzioni. Ciò crea l’apparenza di una opposizione. Ma una conciliazione fra questi contrari o pseudo‑contrari deve esser possibile. Del resto, ciò vale per tutti i contrari in genere, che cessano di esser tali non appe­na chi li considera si porta di là da un certo piano, al quale si restringe la realtà della loro opposizione. Chi dice oppo­sizione o contrasto dice con ciò stesso disarmonia o squili­brio, cioè qualcosa che ‑ come già abbiamo sufficientemente chiarito ‑ può esistere solo da un punto di vista relativo, particolare e limitato.
Chi invece considera la contemplazione e l’azione come complementari, si pone da un punto di vista già più pro­fondo e più vero del precedente, giacché l’opposizione vi si trova conciliata e risolta, i due termini equilibrandosi, in un certo qual modo, a vicenda. Sembrerebbe dunque trattarsi di due elementi egualmente necessari, completantisi e fon­dantisi mutualmente, costituenti la doppia attività, interna e esterna, di un unico essere, sia esso il singolo ovvero l’umanità collettivamente considerata. Questa concezione è sicuramente più armonica e soddisfacente della prima. Chi si tenesse solo ad essa, sarebbe però tentato, per via della correlazione così stabilita, di porre la contemplazione e l’azio­ne sullo stesso piano, così che tutto si ridurrebbe a garan­tire il loro equilibrio, senza mai porsi il problema di una qualunque superiorità dell’una di fronte all’altra. Quel che mostra chiara l’insufficienza di un simile punto di vista, è il fatto che questo problema della superiorità invece si pone e sempre si è posto, quale si sia poi la soluzione che ad esso si è voluta dare.
Il punto che, del resto, nel riguardo, importa, non è quel predominio di fatto che, tutto sommato, si ridurrebbe ad una faccenda di temperamento o di razza, ma ciò che si potrebbe chiamare il predominio di diritto; e i due aspetti non sono solidali che fino ad un certo punto. Non v’è dub­bio che il riconoscimento della superiorità dell’una tenden­za sull’altra inciterà a sviluppare il più possibile quella rite­nuta superiore; ma, nelle applicazioni, non è men vero che la parte della contemplazione e dell’azione nel complesso della vita di un uomo, o di un popolo dipenderà sempre e essenzialmente dalla natura propria di esso, poiché qui en­trano in gioco le speciali possibilità di ciascuno. È chiaro che l’attitudine alla contemplazione è più diffusa e più ge­neralmente sviluppata fra gli Orientali. Non vi è forse nes­sun paese in cui questo sviluppo abbia raggiunto l’altezza dell’India, ed è per questo che tale popolo può venir con­siderato come l’esponente per eccellenza di quel che abbia­mo chiamato lo spirito orientale. Per contro, è incontesta­bile che, in via generale, l’attitudine all’azione, o la tenden­za risultante da tale attitudine, è quella che predomina fra i popoli occidentali nella grande maggioranza dei singoli e che, quando anche siffatta tendenza non fosse esagerata e deviata come oggi lo è, essa sussisterebbe egualmente, sì che la contemplazione non potrà mai essere, in Occidente, che la prerogativa di una élite assai più esigua. Per questo in India si ama dire che, se l’Occidente ritornasse ad uno stato normale e possedesse una organizzazione sociale regolare, vi si troverebbero indubbiamente molti kshatriya, ma pochi brahmana [La contemplazione e l’azione sono infatti rispettivamente le fun­zioni proprie alle due prime caste della gerarchia indù, quella dei brah­mana e quella dei kshatriya. Anche i loro rapporti sono simultaneamente quelli fra autorità spirituale e potere temporale. Ma per un tale lato della questione rimandiamo alle esposizioni contenute nel nostro libro Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Paris, 1929)]. Tuttavia ciò basterebbe già per un ritorno al­l’ordine, se l’élite intellettuale davvero si costituisse e se la sua supremazia fosse riconosciuta, la potenza spirituale non dipendendo per nulla dal numero, la legge del quale è solo quella della materia. Va d’altronde rilevato che nell’antichi­tà e soprattutto nel Medioevo la disposizione naturale al­l’azione degli Occidentali non impedì loro di riconoscere la superiorità della contemplazione, cioè dell’intelligenza pura. Perché nel mondo moderno le cose vanno altrimenti? Per­ché gli Occidentali, sviluppando esageratamente le loro fa­coltà di azione, hanno finito col perdere la loro intellettualità, e per consolarsi hanno inventato delle teorie ponenti l’azio­ne al disopra di tutto giungendo perfino ‑ col «pragmati­smo» ‑ a negare l’esistenza di alcunché di valido al di fuori di essa? O è questo modo di vedere che, avendo preso a prevalere inizialmente, ha condotto all’atrofia intellettuale che oggi constatiamo? Nelle due ipotesi, e anche nel caso molto probabile, che la verità corrispondesse ad una com­binazione dell’una e dell’altra, i risultati sono esattamente gli stessi. Al punto in cui le cose sono giunte, urge reagire, ed è qui, diciamolo ancora una volta, che l’Oriente potreb­be soccorrere l’Occidente, sempreché questo lo voglia: non per imporre ad esso concezioni estranee, come alcuni sem­brano temere, bensì per aiutarlo a ritrovare quella sua tra­dizione, di cui ha perduto il senso.
Si potrebbe dire che allo stato attuale delle cose l’anti­tesi fra Oriente e Occidente consiste nel fatto che l’Oriente ha tutelato la superiorità della contemplazione sull’azione, mentre l’Occidente moderno ha affermato la superiorità dell’azione sulla contemplazione. Con che non si tratta più, come prima, di semplici rapporti di opposizione o di com­plementarismo, e quindi di una coordinazione fra i due ter­mini; non si tratta più di punti di vista aventi ciascuno la propria ragion d’essere e accettabili almeno come espressio­ne di una certa verità relativa. Ogni rapporto di subordina­zione è, per via della sua stessa natura, irreversibile, onde le due concezioni sono realmente antitetiche, tali da esclu­dersi a vicenda. Se si dovesse ammettere che si tratta dav­vero di subordinazione, ne risulterebbe dunque di necessità che l’una concezione è vera, l’altra falsa. Prima di andare in fondo alla questione, notiamo ancor questo: mentre lo spirito mantenutosi in Oriente è invero, come dicevamo poco fa, quello di ogni tempo, l’altro spirito ha fatto appa­rizione solo in un’epoca assai recente, cosa che, a prescindere da ogni altra considerazione, può già far pensare che esso corrisponde ad alcunché d’anormale. Questa impressio­ne è confermata dall’eccesso stesso nel quale, seguendo la ten­denza che gli è propria, cade lo spirito occidentale moderno, il quale, non pago di proclamare in ogni occasione la supe­riorità dell’azione, è giunto a far di essa la sua preoccupa­zione esclusiva e a negare alla contemplazione ogni valore, di essa ignorando o disconoscendo la vera natura. Invece le dottrine orientali, pur affermando nel modo più netto la su­periorità e perfino la trascendenza della contemplazione ri­spetto all’azione, non per questo hanno contestato ad essa il suo posto legittimo ma ne hanno riconosciuto volentieri tutta l’importanza nell’ordine delle contingenze umane [Chi dubitasse di questa importanza reale, benché relativa, accor­data all’azione dalle dottrine tradizionali d’Oriente, e soprattutto dell’In­dia, per convincersene, non avrebbe che da riferirsi alla Bhagavad‑gita, che è d’altronde ‑ non si deve dimenticarlo, se se ne vuole intendere bene il senso ‑ un libro specialmente destinato ai kshatriya].
Al pari delle antiche dottrine occidentali, le dottrine orientali sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo che l’immutabile è superiore al mutamento [È in virtù del rapporto così stabilito che vien detto che il brahmana rappresenta il tipo degli esseri stabili e il kshatriya quello degli esseri mobili o mutevoli. Così tutti gli esseri del mondo, seguendo la loro natura, sono principalmente in relazione con l’uno o con l’altro tipo, es­sendovi una perfetta corrispondenza fra ordine cosmico e ordine umano]. L’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficien­te. Se non si riconnette ad un principio che vada di là dal suo dominio contingente, essa non è che illusione pura; e il principio donde esso può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, è da trovarsi solo nella contemplazione o, se lo si preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno coin­cidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si raggiunge non possono in alcun modo venir separa­te [Bisogna infatti notare, come conseguenza di questo carattere momentaneo dell’azione, che nel dominio di essa i risultati son sempre staccati da chi li produce, mentre la conoscenza possiede in se stessa il proprio frutto]. Del pari, il mutamento, nel suo senso più generale, è inintelligibile e contradittorio, cioè impossibile, senza un principio da cui proceda e che, per il fatto stesso di essere il suo principio, non può soggiacere al mutamento, e quindi è di necessità immutabile. Per questo nell’antichità occiden­tale Aristotele ha affermato la necessità di un «motore im­mobile» di tutte le cose. La conoscenza ha, di fronte al­l’azione, appunto questa funzione di «motore immobile». È evidente che l’azione appartiene tutta al mondo del mu­tamento, del «divenire»: solo la conoscenza permette di uscire da questo mondo e dalle limitazioni ad esso inerenti, e quando raggiunga l’immutabile ‑ come accade nel caso della conoscenza per principi o conoscenza metafisica, la quale è il conoscere per eccellenza ‑ possiede essa stessa l’immutabilità, ogni conoscenza vera essendo essenzialmen­te identificazione al suo oggetto. È proprio quel che igno­rano gli Occidentali moderni, i quali, in fatto di conoscenza, non sanno più che di una conoscenza razionale e discorsiva, quindi indiretta e imperfetta, tale che si potrebbe chiamare conoscenza per riflesso: non solo, ma essi apprezzano questa stessa conoscenza inferiore nella sola misura in cui essa ser­va immediatamente a fini pratici: presi nell’azione tanto da negare tutto quel che la trascende, essi non si accorgono che questa stessa azione, per tal via, mancando di principi, de­genera in una agitazione tanto vana quanto sterile.
Proprio questo è difatti il carattere più visibile del­l’epoca moderna: il bisogno di un’agitazione incessante, di un mutamento continuo, di una velocità sempre crescente che così riflette quella stessa secondo la quale oggi si svol­gono gli avvenimenti. È la dispersione nel molteplice, in un molteplice non più unificato dalla coscienza di un qualche superiore principio. Nella vita comune così come nelle con­cezioni scientifiche, è l’analisi spinta all’estremo, il fraziona­mento indefinito, una vera disgregazione dell’attività umana in tutti i campi in cui essa può ancora esercitarsi. Donde quell’incapacità di sintesi, quell’impossibilità di ogni concen­trazione che colpisce ogni Orientale. Sono, queste, le conseguenze naturali e inevitabili di una materializzazione sem­pre più accentuata, perché la materia è essenzialmente molteplicità e divisione ‑ ed è anche per questo, diciamolo di passata, che quanto procede da un simile stato di cose può solo condurre a lotte e conflitti d’ogni genere, fra i popoli così come fra gli individui. Più ci si sprofonda nella mate­ria, più i fattori di divisione e di opposizione si accentuano e si estendono. Per contro, più ci si innalza verso la spiri­tualità pura, più ci si avvicina all’unità, la quale può realiz­zarsi pienamente solo mediante la coscienza dei principi universali.
Il più strano è che oggi il movimento e il mutamento sono invero cercati in se stessi, e non per uno scopo qual­siasi cui possano condurre. Ciò deriva direttamente dal fatto che tutte le facoltà umane sono assorbite in quell’azione esteriore, di cui abbiamo segnalato or ora il carattere di momentaneità. Si tratta sempre della dispersione, considerata sotto un altro aspetto e in uno stadio più spinto: è, po­trebbe dirsi, una specie di tendenza all’istantaneità, avente per limite uno stato di squilibrio puro che, qualora potesse venir davvero raggiunto, coinciderebbe con una dissoluzione definitiva. Questa è una delle caratteristiche più nette del­l’ultimo periodo del kali‑yuga.
Lo stesso si verifica nell’ordine scientifico: è la ricerca per la ricerca, assai più che non per i risultati parziali e frammentari a cui conduce; è il succedersi sempre più rapi­do di teorie e di ipotesi infondate che crollano non appena costruite, per dar luogo ad altre, la cui durata sarà ancor più breve: vero caos, nel quale sarebbe vano cercare degli elementi definitivamente acquisiti, nel quale tutto si riduce ad un mostruoso ammucchiamento di fatti che non possono né provare né significare nulla. Ciò, naturalmente, per quel che si riferisce al punto di vista speculativo, nella misura in cui esso ancora sussiste. Circa le applicazioni pratiche, sono stati invece ottenuti risultati incontestabili, cosa che non stupisce, dato che queste applicazioni si riferiscono di­rettamente al campo materiale, che è invero il solo nel quale l’uomo moderno può vantare una reale superiorità. Bisogna dunque aspettarsi che le scoperte o, meglio, le invenzioni meccaniche e industriali si sviluppino e si moltiplichino an­cora, con un ritmo anch’esso sempre più veloce, sino alla fine dell’èra attuale. E chi sa se, con i pericoli di distruzione che vi si connettono, non saranno proprio esse uno dei prin­cipali fattori dell’ultimo crollo, ove le cose giungano ad un punto tale, che esso non possa più venire evitato?
In ogni caso, si ha l’impressione assai generale che allo stato attuale non esista più alcuna stabilità. Ma mentre alcuni sentono il pericolo e cercano di reagire, la gran parte dei nostri contemporanei si compiacciono di questo disor­dine ove vedono una specie di immagine esteriorizzata della loro stessa mentalità. Vi è infatti una corrispondenza esatta fra un mondo in cui tutto sembra essere in puro «diveni­re», ove non vi è più alcun posto per l’immutabile e il per­manente, e lo stato d’animo di uomini che riducono a que­sto stesso divenire ogni realtà, il che implica una negazione sia della conoscenza vera, sia dell’oggetto di essa, cioè dei principi trascendenti e universali. Ma si può andare più ol­tre ancora: noi ci troviamo dinanzi alla negazione di ogni reale conoscenza, di qualunque ordine essa sia, perfino del dominio del relativo, giacché, come l’abbiamo indicato poco fa, il relativo è inintelligibile e impossibile senza l’assoluto, il contingente senza l’immutabile, la molteplicità senza l’uni­tà. Il «relativismo» porta in se stesso la propria contraddi­zione, e a voler ridurre tutto al mutamento, si dovrebbe fini­re logicamente col negare l’esistenza stessa di esso. I famosi argomenti di Zenone d’Elea, non avevano, in fondo, un senso diverso. Infatti, non essendovi ragione di esagerare, si può ben dire che teorie del genere non sono proprie esclu­sivamente dei tempi moderni. Qualche esempio possiamo tro­varlo nella filosofia greca, e il caso di Eraclito col suo «flui­re universale» è, nel riguardo, il più noto. È quel che in­dusse gli Eleati a combattere tali concezioni, insieme a quelle atomistiche, mediante una specie di riduzione all’as­surdo. Nella stessa India ebbe a verificarsi qualcosa di simi­le, ma, naturalmente, da un punto di vista diverso da quello filosofico. Il Buddhismo presentò infatti lo stesso carattere, una delle sue tesi essenziali essendo quella della «dissolubi­lità di tutte le cose» (Poco dopo le sue origini, il Buddhismo si associò ad una delle principali manifestazioni della rivolta dei kshatriya contro l’autorità dei brahmana. Ora, in via generale, è facile comprendere dalle indicazioni precedenti che esiste una connessione assai diretta fra la negazione di ogni principio immutabile e quella dell’autorità spirituale, fra la riduzione di ogni realtà al «divenire» e l’affermazione della supremazia del potere temporale, il cui dominio proprio è il mondo dell’azione. E si potrebbe constatare che la comparsa delle dottrine «naturaliste» o antimetafisiche avviene sempre nel punto in cui l’elemento che rappresenta il potere temporale prende, in una civiltà, il sopravvento su quello che rappresenta l’autorità spirituale). Solo che siffatte teorie allora non erano che eccezioni, e tali rivolte contro lo spirito tradizionale, che potettero verificarsi lungo tutto il kali‑yuga, non ebbero insomma che una portata assai limitata. L’elemento nuovo è la generalizzazione di simili concezioni, quale la constatiamo nell’Occidente contemporaneo.
Si deve notare che le «filosofie del divenire», sotto l’influsso dell’idea recentissima del «progresso», fra i mo­derni hanno assunto una forma speciale, mai presentata dalle teorie antiche dello stesso genere. Questa forma, su­scettibile del resto di molte varietà, è quel che in genere si può designare con la parola «evoluzionismo». Senza torna­re su quel che già abbiamo detto altrove, ricorderemo solo che ogni concezione non ammettente nulla fuor dal «dive­nire», per ciò stesso è una concezione «naturalista», im­plicante, come tale, una formale negazione di tutto quel che sta di là dalla natura, cioè del dominio metafisico, che è il dominio dei principi immutabili e eterni. A proposito delle teorie antimetafisiche, rileveremo anche che l’idea bergso­niana della «durata pura» corrisponde esattamente a quel­la dispersione nell’istantaneo, di cui parlavamo poco fa. La pretesa intuizione, che si modella sul flusso incessante delle cose sensibili, lungi dall’esser l’organo di una conoscenza vera, rappresenta in realtà la dissoluzione di ogni possibilità di conoscenza.
Ciò ci conduce a fissare una volta per tutte un punto essenziale, sul quale non deve sorgere alcun equivoco: l’in­tuizione intellettuale, mediante la quale si ottiene la vera conoscenza metafisica, non ha assolutamente nulla da spar­tire con quell’intuizione di cui parlano certi filosofi contem­poranei, «irrazionalisti» e «vitalisti». Questa è di ordine sensibile, anzi addirittura sub‑razionale, mentre la prima, procedente dall’intelletto puro, è super‑razionale. Ma i mo­derni, che nel dominio dell’intelligenza non conoscono nulla di superiore alla ragione, non concepiscono nemmeno cosa possa essere l’intuizione intellettuale, mentre le dottrine del­l’antichità e del Medioevo, anche quando avevano soltanto un carattere filosofico e quindi non potevano riferirsi di fatto a questa intuizione, non per questo ne disconoscevano l’esistenza e la supremazia di fronte a tutte le altre facoltà. Per tale motivo prima di Descartes non esistette un «razio­nalismo»: il quale, di nuovo, è qualcosa di specificamente moderno, d’altronde strettamente solidale con l’«individua­lismo», poiché esso altro non è se non la negazione di ogni facoltà di ordine superindividuale. Finché gli Occidentali si ostineranno a disconoscere o a negare l’intuizione intellet­tuale, essi non potranno avere nessuna tradizione nel senso vero del termine ed essi non potranno intendersi con gli autentici rappresentanti delle civiltà orientali, nelle quali tut­to gravita su tale intuizione, in sé immutabile e infallibile, unico punto di partenza per ogni sviluppo conforme alle norme tradizionali. 

«Riunire ciò che è sparso» (René Guénon)

Iniziazione

In una nostra opera abbiamo citato, a proposito del Ming-tang e della Tien-ti-Huei, una formula massonica secondo la quale il compito dei Maestri consiste nel «diffondere la luce e riunire ciò che è sparso». Di fatto, l’accostamento che facevamo allora riguardava soltanto la prima parte della formula; in quanto alla seconda, che può sembrare più enigmatica, siccome essa ha nel simbolismo tradizionale notevolissime connessioni, ci sembra interessante fornire su questo punto alcune indicazioni che non avevano potuto trovar posto in quella occasione.

Per capire nel modo più completo possibile la cosa, conviene innanzitutto riferirsi alla tradizione vêdica, che è più esplicita di altre a tale riguardo: secondo essa, infatti, “ciò che è sparso” sono le membra del Purusha primordiale che fu diviso nel primo sacrificio compiuto dai Dêva all’inizio dei tempi, e da cui nacquero, grazie a tale divisione, tutti gli esseri manifestati.

È evidente che si tratta di una descrizione simbolica del passaggio dall’unità alla molteplicità, senza di cui non potrebbe effettivamente esserci alcuna manifestazione; e ci si può già rendere conto così che la “riunione di ciò che è sparso”, o la ricostituzione del Purusha quale esso era “prima dell’inizio”, se è consentito esprimersi così, cioè nello stato non-manifestato, non è altro che il ritorno all’unità principiale. Purusha è identico a Prajâpati, il “Signore degli esseri prodotti”, essendo questi ultimi tutti derivati da lui e di conseguenza considerati quasi come la sua “progenie”; è anche Vishwakarma, cioè il “Grande Architetto dell’Universo”, e, in quanto Vishwakarma, è lui a compiere il sacrificio pur essendone nello stesso tempo la vittima; e, se si dice che è sacrificato dai Dêva, ciò non comporta in realtà alcuna differenza, poiché i Dêva non sono in definitiva nient’altro che le “potenze” che egli porta in se stesso.

Abbiamo già detto a varie riprese che ogni sacrificio rituale deve essere considerato un’immagine di questo primo sacrificio cosmogonico; e sempre in ogni sacrificio, come ha fatto notare Coomaraswamy, «la vittima, come mostrano con evidenza i Brâhmana, è una rappresentazione del sacrificante, o, come dicono i testi, è il sacrificante stesso; in accordo con la legge universale secondo cui l’iniziazione (dîkshâ) è una morte e una rinascita, è evidente che l’«iniziato è l’oblazione» (Taittiriya Samhitâ, VI, 1, 4, 5), «la vittima è sostanzialmente il sacrificante stesso» (Aitarêya Brâhmana, II, 11)». Questo ci riporta direttamente al simbolismo massonico del grado di Maestro, nel quale l’iniziato si identifica effettivamente con la vittima; si è d’altronde spesso insistito sui rapporti fra la leggenda di Hiram e il mito di Osiride di modo che, quando si tratta di “riunire ciò che è sparso”, si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse. È vero che nel caso di Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno esplicitamente, ma di un assassinio; ma questo non cambia nulla essenzialmente, poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come sacrificio sotto l’aspetto “dêvico” e come assassinio sotto l’aspetto “asurico”; ci accontentiamo di segnalare questo punto di sfuggita, perché non potremmo insistervi senza addentrarci in argomentazioni troppo circostanziate ed estranee al problema che ora stiamo trattando.

Sempre allo stesso modo, nella Cabala ebraica, per quanto non si parli più propriamente né di sacrificio né di assassinio, ma piuttosto di una specie di “disintegrazione” le cui conseguenze sono del resto le stesse, è dalla frammentazione del corpo dell’Adam Qadmon che si è formato l’Universo con tutti gli esseri che contiene, di modo che questi ultimi sono quasi particelle di tale corpo, e la loro “reintegrazione” nell’unità appare come la ricostituzione stessa dell’Adam Qadmon. Esso è l’“Uomo Universale”, e Purusha, secondo uno dei significati di questa parola, è pure l’“Uomo” per eccellenza; si tratta quindi esattamente della stessa cosa. Aggiungiamo a questo proposito, prima di procedere, che poiché il grado di Maestro rappresentava, almeno virtualmente, il termine dei “piccoli misteri”, bisogna quindi considerare in questo caso propriamente la reintegrazione al centro dello stato umano; ma è noto che lo stesso simbolismo è sempre applicabile a livelli diversi, in virtù delle corrispondenze che esistono fra di essi, di modo che lo si può riferire sia a un mondo determinato, sia a tutto l’insieme della manifestazione universale; e la reintegrazione nello “stato primordiale”, che è d’altronde anche “adamico”, è quasi una figura della reintegrazione totale e finale, per quanto essa sia ancora solo, in realtà, una tappa sulla via che vi conduce.

Nello studio che abbiamo citato sopra, A.K. Coomaraswamy dice che «l’essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo riunire»; esso comporta dunque le due fasi complementari della “disintegrazione” e della “reintegrazione” che costituiscono il processo cosmico nel suo complesso: il Purusha, «essendo uno, diventa molti, ed essendo molti, ridiventa uno». La ricostituzione del Purusha è operata simbolicamente, in particolare, nella costruzione dell’altare vêdico, che comprende nelle sue diverse parti una rappresentazione di tutti i mondi; e il sacrificio, per essere compiuto correttamente, richiede una cooperazione di tutte le arti, il che assimila il sacrificante a Vishwakarma stesso. D’altra parte, poiché si può considerare che ogni azione rituale, cioè in definitiva ogni azione veramente normale e conforme all’“ordine” (rita), sia dotata di un carattere in certo modo “sacrificale”, secondo il senso etimologico di questa parola (da sacrum facere), quel che è vero per l’altare vêdico lo è anche, in una certa maniera e in una certa misura, per ogni costruzione edificata conformemente alle regole tradizionali, poiché quest’ultima procede sempre in realtà da uno stesso “modello cosmico”, come abbiamo spiegato in altre occasioni. Si vede come ciò sia in diretto rapporto con un simbolismo “costruttivo” come quello della massoneria; e d’altronde, anche nel senso più immediato, il costruttore riunisce effettivamente dei materiali sparsi per farne un edificio che, se è veramente quel che dev’essere, avrà un’unità “organica”, paragonabile a quella di un essere vivente, se ci si pone dal punto di vista microcosmico, o a quella di un mondo, se ci si pone dal punto di vista macrocosmico.

Per concludere, ci resta ancora da parlare un poco di un simbolismo d’altro genere, che può sembrare assai diverso nelle sue apparenze esteriori, ma è nondimeno, in fondo, equivalente nel significato: si tratta della ricostituzione di una parola a partire dai suoi elementi letterali presi dapprima isolatamente. Per comprenderlo, bisogna ricordarsi che il vero nome di un essere non è altro, dal punto di vista tradizionale, che l’espressione della sua essenza stessa; la ricostituzione del nome equivale quindi, simbolicamente, alla ricostituzione dell’essere stesso. È anche noto il ruolo che svolgono le lettere in un simbolismo come quello della Cabala riguardo alla creazione o alla manifestazione universale; si potrebbe dire che questa è formata dalle lettere separate, che corrispondono alla molteplicità dei suoi elementi, e che, riunendo tali lettere, la si riconduce per ciò stesso al suo Principio, sempre che la riunione venga operata in modo da ricostituire effettivamente il nome del Principio. Da questo punto di vista, “riunire ciò che è sparso” è lo stesso che “ritrovare la Parola perduta”, poiché, in realtà, e nel suo senso più profondo, tale “Parola perduta” non è altro che il vero nome del “Grande Architetto dell’Universo”.

Tra Squadra e Compasso (René Guénon)

Iniziazione

Un punto che dà luogo a un accostamento particolarmente notevole tra la tradizione estremo-orientale e le tradizioni iniziatiche occidentali, è quello che concerne il simbolismo del compasso e della squadra: questi, come abbiamo già indicato, corrispondono manifestamente al cerchio e al quadrato, ossia alle figure geometriche che rappresentano rispettivamente il Cielo e la Terra. Nel simbolismo massonico, conformemente a questa corrispondenza, il compasso è normalmente posto in alto e la squadra in basso; tra i due è raffigurata generalmente la Stella fiammeggiante, che è un simbolo dell’Uomo e più precisamente dell’“uomo rigenerato”, e che completa così la rappresentazione della Grande Triade. Per di più, è detto che «un Maestro Massone si trova sempre tra la squadra e il compasso», ossia nel “luogo” stesso in cui s’inscrive la Stella fiammeggiante, e che è propriamente l’“Invariabile Mezzo”; con ciò il Maestro è dunque assimilato all’“uomo vero”, posto tra la Terra e il Cielo ed esercitante la funzione di “mediatore”; e questo è tanto più esatto in quanto, simbolicamente e “virtualmente” perlomeno, se non effettivamente, la Maestria rappresenta il completamento dei “piccoli misteri”, di cui lo stato dell’“uomo vero” è il termine stesso; si vede che abbiamo qui un simbolismo rigorosamente equivalente a quello da noi incontrato in precedenza, sotto parecchie forme differenti, nella tradizione estremo-orientale.

A proposito di quel che abbiamo appena detto sul carattere della Maestria, faremo incidentalmente un’osservazione: questo carattere, appartenente all’ultimo grado della Massoneria propriamente detta, s’accorda bene con il fatto che, come abbiamo indicato altrove, le iniziazioni di mestiere e quelle che ne sono derivate si riferiscono propriamente ai “piccoli misteri”. Bisogna peraltro aggiungere che, in quelli che sono chiamati “alti gradi” e che sono formati da elementi di provenienza abbastanza diversa, vi sono certi riferimenti ai “grandi misteri”, tra i quali ve n’è almeno uno che si ricollega direttamente all’antica Massoneria operativa, il che indica che questa apriva perlomeno certe prospettive su ciò che è oltre il termine dei “piccoli misteri”: vogliamo parlare della distinzione che è fatta, nella Massoneria anglosassone, tra la Square Masonry e l’Arch Masonry. Infatti, nel passaggio “from square to arch”, o, come si diceva in modo equivalente nella Massoneria francese del XVIII secolo, “dal triangolo al cerchio”, si ritrova l’opposizione tra le figure quadrate (o più in generale rettilinee) e le figure circolari, in quanto corrispondenti rispettivamente alla Terra e al Cielo; non può quindi trattarsi che di un passaggio dallo stato umano, rappresentato dalla Terra, agli stati sopra-umani, rappresentati dal Cielo (o dai Cieli), ossia di un passaggio dal dominio dei “piccoli misteri” a quello dei “grandi misteri”.

Per tornare all’accostamento che segnalavamo all’inizio, dobbiamo ancora dire che, nella tradizione estremo-orientale, il compasso e la squadra non soltanto sono supposti implicitamente come atti a tracciare il cerchio e il quadrato, ma vi appaiono essi stessi espressamente in certi casi, e segnatamente quali attributi di Fo-hi e di Niu-kua, come abbiamo già segnalato in altra occasione; ma allora non abbiamo tenuto conto di una particolarità che, a prima vista, può sembrare un’anomalia a tale riguardo, e che ci resta da spiegare adesso. Infatti, il compasso, simbolo “celeste”, e quindi yang o maschile, appartiene propriamente a Fo-hi, e la squadra, simbolo “terrestre”, e quindi yin o femmi- nile, a Niu-kua; ma, quando sono rappresentati insieme e uniti per le loro code di serpente (corrispondendo così esattamente ai due serpenti del caduceo), è al contrario Fo-hi a portare la squadra e Niu-kua il compasso. Ciò in realtà si spiega con uno scambio paragonabile a quello di cui è stata questione sopra per quanto concerne i numeri “celesti” e “terrestri”, scambio che, in simili casi, si può qualificare assai propriamente come “ierogamico”; non si vede come, senza un simile scambio, il compasso potrebbe appartenere a Niu-kua, tanto più che le azioni che le sono attribuite la rappresentano soprattutto nell’esercizio della funzione d’assicurare la stabilità del mondo, funzione che si riferisce bene al lato “sostanziale” della manifestazione, e che la stabilità è espressa nel simbolismo geometrico dalla forma cubica. Per contro, in un certo senso, la squadra appartiene proprio a Fo-hi in quanto “Signore della Terra”, che essa gli serve a misurare, e, sotto quest’aspetto, egli corrisponde, nel simbolismo massonico, al “Venerabile Maestro che governa con la squadra” (the Worshipful Master who rules by the square); ma, se è così, è che, in se stesso e non più nella sua relazione con Niu-kua, egli è yin- yang in quanto reintegrato nello stato e nella natura dell’“uomo primordiale”. Sotto questo nuovo rapporto, la stessa squadra prende un altro significato, giacché, dal fatto che è formata da due bracci rettangolari, si può allora considerarla come la riunione dell’orizzontale e della verticale, che, in uno dei loro sensi, corrispondono rispettivamente, come abbiamo visto in precedenza, alla Terra e al Cielo, come pure allo yin e allo yang in tutte le loro applicazioni; ed è peraltro così che, nel simbolismo massonico ancora, la squadra del Venerabile è considerata infatti come l’unione o la sintesi della livella e del filo a piombo. Aggiungeremo un’ultima osservazione per quanto concerne la raffigurazione di Fo-hi e di Niu-kua: il primo è posto a sinistra e la seconda a destra, il che corrisponde bene alla preminenza che la tradizione estremo-orientale attribuisce abitualmente alla sinistra sulla destra, e di cui abbiamo dato la spiegazione sopra. Allo stesso tempo, Fo-hi regge la squadra con la mano sinistra, e Niu-kua regge il compasso con la mano destra; qui, dato il rispettivo significato degli stessi compasso e squadra, occorre ricordarsi di queste parole che abbiamo già riportato: «La Via del Cielo preferisce la destra, la Via della Terra preferisce la sinistra». Si vede perciò molto nettamente, in un siffatto esempio, che il simbolismo tradizionale è sempre perfettamente coerente, ma anche che esso non saprebbe prestarsi ad alcuna “sistematizzazione” più o meno ristretta, poiché deve rispondere alla moltitudine dei diversi punti di vista sotto i quali le cose possono essere considerate, e che è per questo che esso apre possibilità di concezione realmente illimitate.

 

Conosci te stesso (René Guènon)

Iniziazione

Si cita abitualmente questa frase: “Conosci te stesso”, ma spesso se ne perde di vista il senso esatto. A proposito della confusione che regna riguardo a queste parole è possibile porsi due domande: la prima concerne l’origine di quell’espressione, la seconda il suo senso reale e la sua ragion d’essere. Certi lettori potrebbero credere che queste due domande siano interamente distinte e non abbiano tra loro alcuna relazione. Riflettendo e dopo attento esame appare nettamente che esse sono in stretto rapporto.

Se si domanda a coloro che hanno studiato la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare per primo questo saggio motto, i più non esiteranno a rispondere che l’autore di questa massima è Socrate, benché alcuni pretendono di rapportarla a Platone e altri a Pitagora. Da questi pareri contraddittori, da queste divergenze d’opinione abbiamo il diritto di concludere che quella frase non ha per autore nessuno di questi filosofi e che non è presso di loro che ne va cercata l’origine.

Ci sembra lecito formulare questo parere, che parrà giusto al lettore quando saprà che due di quei filosofi, Pitagora e Socrate, non hanno lasciato alcuno scritto.

Quanto a Platone nessuno, quale che sia la sua competenza filosofica, sarebbe in grado di distinguere ciò che è stato detto da lui oppure dal suo maestro Socrate. La maggior parte della dottrina di quest’ultimo non c’è conosciuta che per il tramite di Platone e si sa d’altra parte che è nell’insegnamento di Pitagora che Platone ha raccolto certune delle conoscenze di cui fa mostra nei suoi dialoghi. Con ciò vediamo che è estremamente difficile delimitare ciò che tocca a ciascuno dei tre filosofi. Quel che si attribuisce a Platone è spesso attribuito anche a Socrate, e, tra le teorie considerate, certune sono anteriori a entrambi e provengono dalla scuola di Pitagora o dallo stesso Pitagora.

In verità, l’origine dell’espressione studiata è ben anteriore ai tre filosofi qui menzionati. Ancor meglio, essa è più antica della storia della filosofia, e supera anche il dominio della filosofia.

Si dice che quelle parole fossero inscritte sul frontone del tempio d’Apollo a Delfi. Furono in seguito adottate da Socrate, e pure da altri filosofi, come uno dei principi del loro insegnamento, malgrado la differenza che poté esistere tra questi diversi insegnamenti e gli scopi perseguiti dai loro autori. È d’altronde probabile che pure Pitagora abbia impiegato quell’espressione ben prima di Socrate. Con ciò, questi filosofi si proponevano di mostrare che il loro insegnamento non era loro strettamente personale, che proveniva da un punto di partenza più antico, da un punto di vista più elevato congiungente la stessa sorgente dell’ispirazione originaria, spontanea e divina.

Costatiamo che questi filosofi erano, in ciò, molto diversi dai filosofi moderni che dispiegano tutti i loro sforzi per esprimere qualcosa di nuovo al fine di presentarlo come l’espressione del proprio pensiero, di porsi come i soli autori delle loro opinioni, come se la verità potesse essere la proprietà di un uomo.

Vediamo ora perché gli antichi filosofi hanno voluto ricollegare il loro insegnamento a quell’espressione o a qualche altra simile, e perché si può dire che quella massima è di un ordine superiore a ogni filosofia.

Per rispondere alla seconda parte di quella domanda, diremo che la risposta si trova nel senso originario ed etimologico della parola “filosofia”, che, si dice, sarebbe stata impiegata per la prima volta da Pitagora. La parola filosofia esprime propriamente il fatto d’amare Sophia, la saggezza, l’aspirazione a questa o la disposizione richiesta per acquisirla.

Questa parola è sempre stata impiegata per qualificare una preparazione a quest’acquisizione della saggezza, e specialmente gli studi che potevano aiutare il philosophos, o colui che provava per essa qualche inclinazione, a divenire sophos, vale a dire saggio.

Così, come il mezzo non può essere preso per un fine, l’amore della saggezza non può costituire la stessa saggezza. E poiché la saggezza è di per sé identica alla vera conoscenza interiore, si può dire che la conoscenza filosofica non è che una conoscenza superficiale ed esteriore. Essa non ha dunque in sé e per sé un valore proprio. Costituisce solamente un primo grado nella via della conoscenza superiore e vera che è la saggezza.

È ben noto a chi abbia studiato gli antichi filosofi che costoro avevano due generi d’insegnamento, l’uno exoterico e l’altro esoterico. Tutto ciò che era scritto apparteneva solamente al primo. Quanto al secondo, è impossibile conoscerne esattamente la natura, perché da una parte era riservato a pochi e dall’altra aveva un carattere segreto. Queste due qualità non avrebbero avuto alcuna ragione d’essere se in questo non vi fosse stato qualcosa di superiore alla semplice filosofia.

Si può perlomeno ritenere che quest’insegnamento esoterico fosse in stretta e diretta relazione con la saggezza e non facesse affatto appello solamente alla ragione o alla logica com’è il caso per la filosofia, che per ciò è stata chiamata la conoscenza razionale. I filosofi dell’antichità ammettevano che la conoscenza razionale, cioè la filosofia, non fosse il più alto grado della conoscenza, non fosse la saggezza.

Può essere che la saggezza sia insegnata come s’insegna la conoscenza esteriore con  la parola o mediante i libri? Ciò è realmente impossibile e ne vedremo la ragione. Ma quel che possiamo già affermare, è che la preparazione filosofica non era sufficiente, neanche come preparazione, giacché essa non concerne che una facoltà limitata quale la ragione, mentre la saggezza concerne la realtà dell’intero essere.

Dunque esiste una preparazione alla saggezza più elevata della filosofia, che non si rivolge più alla ragione, ma all’anima e allo spirito, e che potremo chiamare preparazione interiore; e pare che tale sia stato il carattere dei più alti gradi della scuola di Pitagora. Essa ha esteso la sua influenza attraverso la scuola di Platone sino al neoplatonismo della scuola d’Alessandria in cui riappare di nuovo chiaramente, così come presso i neo- pitagorici della stessa epoca.

Se per questa preparazione interiore si impiegavano ancora delle parole, queste non potevano più esservi prese che come simboli destinati a fissare la contemplazione interiore. Con tale preparazione, l’uomo è portato a certi stati che gli permettono di oltrepassare la conoscenza razionale alla quale era pervenuto anteriormente, e siccome tutto ciò è al di sopra del livello della ragione, era anche al di sopra della filosofia, poiché il nome filosofia è sempre impiegato in realtà per designare qualcosa che appartiene alla sola ragione.

Tuttavia è sorprendente che i moderni siano arrivati a considerare la filosofia, così definita, come se fosse completa in se stessa, e dimentichino così quel che v’è di più elevato e superiore.

L’insegnamento esoterico è stato conosciuto nei paesi dell’Oriente prima di propagarsi in Grecia ove aveva ricevuto il nome di “misteri”. I primi filosofi, in particolare Pitagora, vi avevano ricollegato il loro insegnamento, semplicemente come un’espressione nuova d’idee antiche. Esistevano più generi di misteri aventi diverse origini. Quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto d’Apollo. I “misteri” ebbero sempre un carattere riservato e segreto, la stessa parola mistero significa etimologicamente silenzio totale, le cose alle quali essi si riferivano non potendo essere espresse con delle parole, ma solamente insegnate per una via silenziosa. Ma i moderni, ignorando ogni altro metodo che non sia quello che implica l’uso delle parole, e che possiamo chiamare il metodo dell’insegnamento exoterico, hanno falsamente ritenuto, a causa di ciò, che non vi fosse in ciò alcun insegnamento.

Possiamo affermare che quell’insegnamento silenzioso ricorreva a figure, simboli, e altri mezzi aventi lo scopo di condurre l’uomo a degli stati interiori che gli permettessero di pervenire gradualmente alla reale conoscenza o saggezza. Era quello lo scopo essenziale e finale di tutti i “misteri” e di cose simili che si possono trovare altrove.

Quanto ai “misteri” specialmente ricollegati al culto di Apollo e allo stesso Apollo, occorre ricordare che egli era il dio del sole e della luce, essendo questa in senso spirituale la sorgente da cui sgorga ogni conoscenza e da cui derivano le scienze e le arti.

Si dice che i riti d’Apollo fossero venuti dal Nord e questo si riferisce a una tradizione molto antica, che si ritrova nei libri sacri quali il Vêda indù e l’Avesta persiano. Quest’origine nordica era asserita più specialmente anche per Delfi che si riteneva essere un centro spirituale universale; vi era infatti nel suo tempio una pietra chiamata “omphalos” che simboleggiava il centro del mondo.

Si ritiene che la storia di Pitagora e lo stesso nome Pitagora abbiano un legame certo con i riti d’Apollo. Egli era chiamato Pythios, e si dice che Pytho fosse il nome originale di Delfi. La donna che riceveva l’ispirazione degli Dei nel tempio si chiamava Pizia. Il nome Pitagora significa dunque guida della Pizia, il che si applica allo stesso Apollo. Si racconta anche che fu la Pizia a dichiarare che Socrate fosse il più saggio degli uomini. Sembra con ciò che Socrate avesse un legame con il centro spirituale di Delfi, così come lo stesso Pitagora.

Aggiungiamo che se tutte le scienze erano attribuite ad Apollo, così era più particolarmente per la geometria e la medicina. Nella scuola pitagorica, la geometria e tutte le branche della matematica occupavano il primo posto nella preparazione alla conoscenza superiore. Nei confronti di questa stessa conoscenza, tali scienze non erano accantonate, ma restavano al contrario impiegate come simboli della verità spirituale. Anche Platone considerava la geometria come un’indispensabile preparazione a ogni altro insegna- mento e aveva fatto inscrivere sulla porta della sua scuola queste parole: “Nessuno entri qui se non è geometra”. Si comprende il senso di tali parole quando le si raffronti con un’altra formula dello stesso Platone: “Dio fa sempre della geometria”, se aggiungiamo che Platone, parlando di un Dio geometra, faceva ancora allusione ad Apollo.

Non ci si deve dunque stupire che i filosofi dell’Antichità abbiano impiegato la frase inscritta sul frontone del tempio di Delfi, poiché ora conosciamo i legami che li ricollegavano ai riti e al simbolismo d’Apollo.

Da tutto ciò, possiamo facilmente comprendere il reale senso della frase qui studiata e l’errore dei moderni in merito. Quest’errore viene dal fatto che essi hanno considerato questa frase come una semplice parola di un filosofo, al quale attribuiscono sempre un pensiero paragonabile al loro. Ma in realtà il pensiero antico differiva profondamente dal pensiero moderno. Così, molti attribuiscono a questa frase un senso psicologico; ma quel che essi chiamano psicologia consiste solamente nello studio dei fenomeni mentali, che non sono che modificazioni esteriori – e non l’essenza – dell’essere.

Altri vi vedono, soprattutto tra coloro che l’attribuiscono a Socrate, uno scopo morale, piuttosto che la ricerca di una legge applicabile alla vita pratica. Tutte queste interpretazioni esteriori, senza essere sempre interamente false, non giustificano il carattere sacro che essa aveva all’origine, e che implica un senso molto più profondo di quello che si vorrebbe così attribuirle. Essa significa anzitutto che nessun insegnamento exoterico è capace di dare la reale conoscenza, che l’uomo deve trovare solamente in se stesso, giacché, in realtà, ogni conoscenza non può essere acquisita che mediante una comprensione personale.

Senza questa comprensione, nessun insegnamento può condurre a un risultato efficace, e l’insegnamento che non risvegli in colui che lo riceve una risonanza personale non può procurare alcun genere di conoscenza. Per questo Platone dice che “tutto ciò che l’uomo apprende è già in lui”. Tutte le esperienze, tutte le cose esteriori che lo circondano non sono che un’occasione per aiutarlo a prender coscienza di ciò che ha in se stesso. Questo risveglio è quel che egli chiama anamnésis, che significa “reminiscenza”.

Se questo è vero per ogni conoscenza, lo è ancor di più per una conoscenza più elevata e più profonda, e, quando l’uomo avanza verso questa conoscenza, tutti i mezzi esteriori e sensibili divengono sempre di più insufficienti, fino a perdere alla fine ogni utilità. Se possono aiutare ad avvicinare la saggezza a qualche grado, tali mezzi sono impotenti ad acquisirla realmente e si dice correntemente nell’India che il vero guru o maestro si trova nell’uomo stesso e non nel mondo esteriore, quantunque un aiuto esteriore possa essere utile all’inizio, per preparare l’uomo a trovare in sé e da se stesso ciò che non può trovare altrove, e particolarmente ciò che è al di sopra del livello della conoscenza razionale. Per raggiungerla, occorre realizzare certi stati che vanno sempre più profondamente nell’essere, verso il centro che è simboleggiato dal cuore e in cui la coscienza dell’uomo dev’essere trasferita per renderlo capace d’arrivare alla reale conoscenza. Questi stati che erano realizzati negli antichi misteri erano dei gradi nella via di questa trasposizione dal mentale al cuore.

Nel tempio di Delfi, abbiamo detto, v’era una pietra chiamata omphalos, che rappresentava il centro dell’essere umano come pure il centro del mondo, secondo la corrispondenza che esiste tra il macrocosmo e il microcosmo, vale a dire l’uomo, in modo tale che tutto ciò che è nell’uno è in diretto rapporto con ciò che è nell’altro. Avicenna ha detto: “Tu ti credi un nulla, ed è in te che risiede il mondo”.

È curioso far notare la credenza diffusa nell’antichità che l’omphalos fosse caduto dal cielo, e si avrebbe un’esatta idea del sentimento dei Greci verso questa pietra dicendo che esso era somigliante a quello che noi proviamo verso la sacra pietra nera della Kaabah.

La similitudine che esiste tra il macrocosmo e il microcosmo fa sì che ciascuno sia l’immagine dell’altro, e la corrispondenza degli elementi che li compongono mostra che l’uomo deve per prima cosa conoscere se stesso per potere in seguito conoscere tutte le cose, giacché, in verità, può trovare tutte le cose in lui. È per questa ragione che certe scienze – soprattutto quelle che facevano parte dell’antica conoscenza e che sono quasi ignorate dai nostri contemporanei – possiedono un doppio senso. Per l’apparenza esteriore, queste scienze sì riferiscono al macrocosmo e possono essere considerate giustamente da questo punto di vista. Ma nello stesso tempo esse hanno anche un senso più profondo, quello che si riferisce all’uomo stesso e alla via interiore mediante la quale egli può realizzare la conoscenza in se stesso, realizzazione che non è altro che quella del proprio essere. Aristotele ha detto: “L’essere è tutto quel che conosce”, di modo che, là ove v’è reale conoscenza – non la sua apparenza o la sua ombra – la conoscenza e l’essere sono una sola e medesima cosa.

L’ombra, secondo Platone, è la conoscenza mediante i sensi e anche la conoscenza razionale che, benché più elevata, ha la sua origine nei sensi. Quanto alla reale conoscenza, essa è al di sopra del livello della ragione; e la sua realizzazione, o la realizzazione dello stesso essere, è simile alla formazione del mondo, secondo la corrispondenza di cui abbiamo parlato sopra.

Per questo certe scienze possono descriverla sotto l’apparenza di tale formazione; questo doppio senso era incluso negli antichi misteri, come pure lo s’incontra in tutti i generi d’insegnamento miranti allo stesso scopo tra i popoli dell’Oriente.

Sembra che in Occidente ugualmente quest’insegnamento sia esistito durante tutto il medioevo, sebbene oggigiorno sia completamente scomparso al punto che la maggior parte degli Occidentali non ha alcuna idea della sua natura o persino della sua esistenza.

Da tutto quanto precede, vediamo che la reale conoscenza non ha per via la ragione, ma lo spirito e l’intero essere, giacché essa non è altro che la realizzazione di quest’essere in tutti i suoi stati, il che è il completamento della conoscenza e l’ottenimento della suprema saggezza. In realtà, quanto appartiene all’anima, e anche allo spirito, rappresenta solamente i gradi nella via verso l’intima essenza che è il vero sé, e che può essere trovato solamente quando l’essere ha raggiunto il proprio centro, tutte le sue potenze essendo unite e concentrate come in un solo punto, nel quale tutte le cose gli appaiono, essendo contenute in tale punto come nel loro primo e unico principio, e così egli può conoscere tutte le cose come in se stesso e da se stesso, come la totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.

È facile vedere quanto ciò sia lontano dalla psicologia nel senso moderno della parola, e come anzi vada ben oltre una conoscenza più vera e più profonda dell’anima, che non può essere che il primo passo in tale via. È importante notare che il significato della parola nafs non deve qui essere limitato all’anima, giacché tale parola si trova nella traduzione in arabo della frase considerata mentre il suo equivalente greco psyché non compare nell’originale. Non bisogna dunque attribuire a questa parola il senso corrente, giacché è certo che essa possiede un altro significato molto più elevato che la rende assimilabile alla parola essenza, e che si riferisce al o all’essere reale; ne abbiamo per prova quanto è detto nel hadîth, che è come un complemento della frase greca: “Chi conosce se stesso, conosce il suo Signore”.

Quando l’uomo conosce se stesso nella sua essenza profonda, vale a dire nel centro del suo essere, è allora che egli conosce il suo Signore. E conoscendo il suo Signore, egli conosce nello stesso tempo tutte le cose, che da Lui vengono e a Lui ritornano. Egli conosce tutte le cose nell’unità suprema del Principio divino, al di fuori del quale, secondo le parole di Mohyiddîn ibn ‘Arabî, “non v’è assolutamente nulla che esista”, giacché nulla può esistere fuori dell’Infinito.