Il Bene e il Male (Kahlil Gibran)

Iniziazione

E uno degli anziani della città disse: parlaci del Bene e del Male.

Ed egli disse:

Io posso parlare del bene che è in voi, ma non del male.

Poiché che cos’è il male se non il bene torturato dalla sua stessa fame e sete?

In verità quando il bene è affamato cerca persino in buie spelonche, e quando è assetato beve persino da acque morte.

Siete buoni quando siete voi stessi;

ma anche quando non vi è unità in voi stessi, non siete cattivi; perché una casa divisa non è un covo di ladri, è solo una casa divisa.

E una nave priva di timone può errare senza meta tra isole pericolose senza tuttavia andare a fondo.

Siete buoni quando vi sforzate di dare qualcosa di voi stessi.

Però non siete cattivi quando cercate il vostro guadagno; giacché quando lottate per il tornaconto non siete che una radice che si avvinghia alla terra e le succhia il seno.

Il frutto non può di sicuro dire alla radice: “Sii come me, maturo e carnoso, e dona sempre la tua abbondanza”.

Perché come il frutto ha necessità di dare, la radice ha necessità di ricevere.

Siete buoni quando siete completamente desti nel vostro discorrere;

però non siete cattivi quando, dormendo, le vostra lingua si muove esitante e senza scopo; persino un discorso incespicante può rafforzare una debole lingua.

Siete buoni quando camminate verso la meta, con fermezza e passi audaci;

però se vi andate zoppicando non siete cattivi;

persino quelli che zoppicano non vanno a ritroso.

Ma voi che siete forti e veloci, badate bene di non zoppicare davanti allo zoppo, ritenendola una cortesia.

Siete buoni in innumerevoli modi; e quando non siete buoni, non siete cattivi;

solo indugiate e siete pigri.

Peccato che i cervi non possano insegnare la velocità alle tartarughe.

Nell’anelito per un io gigante giace la vostra bontà, e quell’anelito è in tutti voi;

ma in alcuni è un torrente che scorre veloce e con impeto verso il mare trascinando con sé i segreti dei colli e i canti delle foreste;

Mentre in altri è solo un placido corso d’acqua che si perde negli angoli, e curva, e si attarda, prima di raggiungere la spiaggia.

Ma non permettete che chi tanto desidera dica a colui che poco desidera: “Per quale motivo sei lento e zoppicante?”

Perché il vero buono non chiede al nudo:

“Dov’è il tuo vestito?”

Né al senzatetto:

“Cos’è successo alla tua casa?”

La Biblioteca di Babele (Jorge Luis Borges)

Il cammino Iniziazione

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, orlati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le  necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s’inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?); io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l’aria insondabile: il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell’estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora, ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d’accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi.

Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che   l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.

Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque (1). Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide nell’esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere MCV, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. È ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano… Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che  i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea).

Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preferite o remote. Ora, è vero che gli uomini piú antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani piú sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili MCV non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Alcuni insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di MCV nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono a una crittografia; quest’ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore (2) trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questi gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli assicurò che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca.

Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi uguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabili, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione del catalogo falso, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione.

Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono. Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che  la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero.

Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni… Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro piú vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla.

Alla speranza smodata, com’è naturale, successe un’eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi, che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparí, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine.

Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i « tesori » che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali, onnipotenti, illustrati e magici.

Sappiamo anche di un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle piú lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosí all’infinito… In avventure come queste ho prodigato e consumato i  miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale (3); prego gli dèi ignoti che un uomo – uno solo, e sia pure da migliaia d’anni! – l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno. Ch’io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.

Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) vi è una quasi miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della «Biblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio». Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlö. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

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che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in uno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni – e così pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno piú frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.

Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. Io m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine (4).

1941, Mar della Plata

  1. II manoscritto originale non contiene cifre né maiuscole. La punteggiatura è limitata alla virgola e al punto. Questi due segni, lo spazio, e le ventidue lettere d’alfabeto, sono i venticinque simboli sufficienti che enumera lo sconosciuto [N.d.E.].
  2. Prima, per ogni tre esagoni c’era un uomo. Il suicidio e le malattie polmonari hanno distrutto questa proporzione. Fatto indicibilmente malinconico: a volte ho viaggiato molte notti per corridoi e scale levigate senza trovare un solo bibliotecario.
  3. Ripeto: perché un libro esista, basta che sia possibile. Solo l’impossibile è escluso. Per esempio: nessun libro è anche una scala, sebbene esistano sicuramente dei libri che discutono, che negano, che dimostrano questa possibilità, e altri la cui struttura corrisponde a quella d’una scala.
  4. Letizia Alvarez de Toledo ha osservato che la vasta Biblioteca è inutile; a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al principio del secolo XVII, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d’un numero infinito di piani). Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; l’inconcepibile foglio centrale non avrebbe rovescio.

La Libertà (Kahlil Gibran)

Iniziazione

E un oratore chiese: Parlaci della Libertà.

Ed egli rispose:

Alle porte della città e presso il focolare vi ho visto prostrarvi e adorare la vostra libertà,

proprio come gli schiavi si umiliano davanti a un tiranno e lo lodano nonostante egli li uccida.

Ahimè sì, nel boschetto del tempio e all’ombra della cittadella ho visto i più liberi fra voi indossare la libertà come giogo e manette.

E dentro di me il cuore sanguinava, giacché potrete essere liberi soltanto quando persino il desiderio di cercare la libertà diventerà una bardatura, e quando cesserete di parlare della libertà come di un traguardo e di un compimento.

Voi sarete liberi in verità non quando i vostri giorni saranno senza affanni, e le vostre notti senza un bisogno e un dolore, ma piuttosto quando queste cose vi cingeranno la vita e ciononostante vi eleverete al di sopra di esse nudi e sciolti.

E come potrete elevarvi al di sopra dei giorni e delle notti se non spezzerete le catene che voi stessi, all’alba della vostra comprensione, avete legato intorno al vostro mezzogiorno?

Ciò che voi chiamate libertà è in verità la più forte di queste catene, sebbene i suoi anelli scintillino nel sole e abbaglino gli occhi.

E cosa sono se non frammenti del vostro io quelli che vorreste scartare per poter diventare liberi?

Se è una legge ingiusta che vorreste abolire, quella legge è stata scritta con la vostra mano sulla vostra fronte,

non potete cancellarla bruciando i vostri libri di legge, né lavando la fronte dei vostri giudici, anche versandovi sopra il mare.

E se vorreste privare un despota del trono,

badate prima di distruggere il suo trono eretto dentro di voi; poiché come può un tiranno dominare uomini liberi e fieri, se non a causa di un dispotismo nella loro stessa libertà e di una vergogna nel loro stesso orgoglio?

Se è una preoccupazione che vorreste gettar via,

quella preoccupazione è stata scelta da voi, piuttosto che impostavi.

E se è una paura che vorreste disperdere,

la sede di quella paura è nel vostro cuore e non nella mano della persona temuta.

In verità tutte le cose si agitano nel vostro essere in un costante

semi-abbraccio: il desiderato e il temuto, il ripugnante e il prediletto, l’inseguito e ciò che vorreste fuggire.

Queste cose si muovono dentro di voi come luci e ombre in coppie attaccate.

E quando l’ombra si affievolisce e si dilegua, la luce che si attarda ed è lenta a scomparire, diventa ombra per un’altra luce.

E così la vostra libertà quando perde i ceppi, diventa essa stessa il ceppo di una più grande libertà.

Tra Squadra e Compasso (René Guénon)

Iniziazione

Un punto che dà luogo a un accostamento particolarmente notevole tra la tradizione estremo-orientale e le tradizioni iniziatiche occidentali, è quello che concerne il simbolismo del compasso e della squadra: questi, come abbiamo già indicato, corrispondono manifestamente al cerchio e al quadrato, ossia alle figure geometriche che rappresentano rispettivamente il Cielo e la Terra. Nel simbolismo massonico, conformemente a questa corrispondenza, il compasso è normalmente posto in alto e la squadra in basso; tra i due è raffigurata generalmente la Stella fiammeggiante, che è un simbolo dell’Uomo e più precisamente dell’“uomo rigenerato”, e che completa così la rappresentazione della Grande Triade. Per di più, è detto che «un Maestro Massone si trova sempre tra la squadra e il compasso», ossia nel “luogo” stesso in cui s’inscrive la Stella fiammeggiante, e che è propriamente l’“Invariabile Mezzo”; con ciò il Maestro è dunque assimilato all’“uomo vero”, posto tra la Terra e il Cielo ed esercitante la funzione di “mediatore”; e questo è tanto più esatto in quanto, simbolicamente e “virtualmente” perlomeno, se non effettivamente, la Maestria rappresenta il completamento dei “piccoli misteri”, di cui lo stato dell’“uomo vero” è il termine stesso; si vede che abbiamo qui un simbolismo rigorosamente equivalente a quello da noi incontrato in precedenza, sotto parecchie forme differenti, nella tradizione estremo-orientale.

A proposito di quel che abbiamo appena detto sul carattere della Maestria, faremo incidentalmente un’osservazione: questo carattere, appartenente all’ultimo grado della Massoneria propriamente detta, s’accorda bene con il fatto che, come abbiamo indicato altrove, le iniziazioni di mestiere e quelle che ne sono derivate si riferiscono propriamente ai “piccoli misteri”. Bisogna peraltro aggiungere che, in quelli che sono chiamati “alti gradi” e che sono formati da elementi di provenienza abbastanza diversa, vi sono certi riferimenti ai “grandi misteri”, tra i quali ve n’è almeno uno che si ricollega direttamente all’antica Massoneria operativa, il che indica che questa apriva perlomeno certe prospettive su ciò che è oltre il termine dei “piccoli misteri”: vogliamo parlare della distinzione che è fatta, nella Massoneria anglosassone, tra la Square Masonry e l’Arch Masonry. Infatti, nel passaggio “from square to arch”, o, come si diceva in modo equivalente nella Massoneria francese del XVIII secolo, “dal triangolo al cerchio”, si ritrova l’opposizione tra le figure quadrate (o più in generale rettilinee) e le figure circolari, in quanto corrispondenti rispettivamente alla Terra e al Cielo; non può quindi trattarsi che di un passaggio dallo stato umano, rappresentato dalla Terra, agli stati sopra-umani, rappresentati dal Cielo (o dai Cieli), ossia di un passaggio dal dominio dei “piccoli misteri” a quello dei “grandi misteri”.

Per tornare all’accostamento che segnalavamo all’inizio, dobbiamo ancora dire che, nella tradizione estremo-orientale, il compasso e la squadra non soltanto sono supposti implicitamente come atti a tracciare il cerchio e il quadrato, ma vi appaiono essi stessi espressamente in certi casi, e segnatamente quali attributi di Fo-hi e di Niu-kua, come abbiamo già segnalato in altra occasione; ma allora non abbiamo tenuto conto di una particolarità che, a prima vista, può sembrare un’anomalia a tale riguardo, e che ci resta da spiegare adesso. Infatti, il compasso, simbolo “celeste”, e quindi yang o maschile, appartiene propriamente a Fo-hi, e la squadra, simbolo “terrestre”, e quindi yin o femmi- nile, a Niu-kua; ma, quando sono rappresentati insieme e uniti per le loro code di serpente (corrispondendo così esattamente ai due serpenti del caduceo), è al contrario Fo-hi a portare la squadra e Niu-kua il compasso. Ciò in realtà si spiega con uno scambio paragonabile a quello di cui è stata questione sopra per quanto concerne i numeri “celesti” e “terrestri”, scambio che, in simili casi, si può qualificare assai propriamente come “ierogamico”; non si vede come, senza un simile scambio, il compasso potrebbe appartenere a Niu-kua, tanto più che le azioni che le sono attribuite la rappresentano soprattutto nell’esercizio della funzione d’assicurare la stabilità del mondo, funzione che si riferisce bene al lato “sostanziale” della manifestazione, e che la stabilità è espressa nel simbolismo geometrico dalla forma cubica. Per contro, in un certo senso, la squadra appartiene proprio a Fo-hi in quanto “Signore della Terra”, che essa gli serve a misurare, e, sotto quest’aspetto, egli corrisponde, nel simbolismo massonico, al “Venerabile Maestro che governa con la squadra” (the Worshipful Master who rules by the square); ma, se è così, è che, in se stesso e non più nella sua relazione con Niu-kua, egli è yin- yang in quanto reintegrato nello stato e nella natura dell’“uomo primordiale”. Sotto questo nuovo rapporto, la stessa squadra prende un altro significato, giacché, dal fatto che è formata da due bracci rettangolari, si può allora considerarla come la riunione dell’orizzontale e della verticale, che, in uno dei loro sensi, corrispondono rispettivamente, come abbiamo visto in precedenza, alla Terra e al Cielo, come pure allo yin e allo yang in tutte le loro applicazioni; ed è peraltro così che, nel simbolismo massonico ancora, la squadra del Venerabile è considerata infatti come l’unione o la sintesi della livella e del filo a piombo. Aggiungeremo un’ultima osservazione per quanto concerne la raffigurazione di Fo-hi e di Niu-kua: il primo è posto a sinistra e la seconda a destra, il che corrisponde bene alla preminenza che la tradizione estremo-orientale attribuisce abitualmente alla sinistra sulla destra, e di cui abbiamo dato la spiegazione sopra. Allo stesso tempo, Fo-hi regge la squadra con la mano sinistra, e Niu-kua regge il compasso con la mano destra; qui, dato il rispettivo significato degli stessi compasso e squadra, occorre ricordarsi di queste parole che abbiamo già riportato: «La Via del Cielo preferisce la destra, la Via della Terra preferisce la sinistra». Si vede perciò molto nettamente, in un siffatto esempio, che il simbolismo tradizionale è sempre perfettamente coerente, ma anche che esso non saprebbe prestarsi ad alcuna “sistematizzazione” più o meno ristretta, poiché deve rispondere alla moltitudine dei diversi punti di vista sotto i quali le cose possono essere considerate, e che è per questo che esso apre possibilità di concezione realmente illimitate.

 

Conosci te stesso (René Guènon)

Iniziazione

Si cita abitualmente questa frase: “Conosci te stesso”, ma spesso se ne perde di vista il senso esatto. A proposito della confusione che regna riguardo a queste parole è possibile porsi due domande: la prima concerne l’origine di quell’espressione, la seconda il suo senso reale e la sua ragion d’essere. Certi lettori potrebbero credere che queste due domande siano interamente distinte e non abbiano tra loro alcuna relazione. Riflettendo e dopo attento esame appare nettamente che esse sono in stretto rapporto.

Se si domanda a coloro che hanno studiato la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare per primo questo saggio motto, i più non esiteranno a rispondere che l’autore di questa massima è Socrate, benché alcuni pretendono di rapportarla a Platone e altri a Pitagora. Da questi pareri contraddittori, da queste divergenze d’opinione abbiamo il diritto di concludere che quella frase non ha per autore nessuno di questi filosofi e che non è presso di loro che ne va cercata l’origine.

Ci sembra lecito formulare questo parere, che parrà giusto al lettore quando saprà che due di quei filosofi, Pitagora e Socrate, non hanno lasciato alcuno scritto.

Quanto a Platone nessuno, quale che sia la sua competenza filosofica, sarebbe in grado di distinguere ciò che è stato detto da lui oppure dal suo maestro Socrate. La maggior parte della dottrina di quest’ultimo non c’è conosciuta che per il tramite di Platone e si sa d’altra parte che è nell’insegnamento di Pitagora che Platone ha raccolto certune delle conoscenze di cui fa mostra nei suoi dialoghi. Con ciò vediamo che è estremamente difficile delimitare ciò che tocca a ciascuno dei tre filosofi. Quel che si attribuisce a Platone è spesso attribuito anche a Socrate, e, tra le teorie considerate, certune sono anteriori a entrambi e provengono dalla scuola di Pitagora o dallo stesso Pitagora.

In verità, l’origine dell’espressione studiata è ben anteriore ai tre filosofi qui menzionati. Ancor meglio, essa è più antica della storia della filosofia, e supera anche il dominio della filosofia.

Si dice che quelle parole fossero inscritte sul frontone del tempio d’Apollo a Delfi. Furono in seguito adottate da Socrate, e pure da altri filosofi, come uno dei principi del loro insegnamento, malgrado la differenza che poté esistere tra questi diversi insegnamenti e gli scopi perseguiti dai loro autori. È d’altronde probabile che pure Pitagora abbia impiegato quell’espressione ben prima di Socrate. Con ciò, questi filosofi si proponevano di mostrare che il loro insegnamento non era loro strettamente personale, che proveniva da un punto di partenza più antico, da un punto di vista più elevato congiungente la stessa sorgente dell’ispirazione originaria, spontanea e divina.

Costatiamo che questi filosofi erano, in ciò, molto diversi dai filosofi moderni che dispiegano tutti i loro sforzi per esprimere qualcosa di nuovo al fine di presentarlo come l’espressione del proprio pensiero, di porsi come i soli autori delle loro opinioni, come se la verità potesse essere la proprietà di un uomo.

Vediamo ora perché gli antichi filosofi hanno voluto ricollegare il loro insegnamento a quell’espressione o a qualche altra simile, e perché si può dire che quella massima è di un ordine superiore a ogni filosofia.

Per rispondere alla seconda parte di quella domanda, diremo che la risposta si trova nel senso originario ed etimologico della parola “filosofia”, che, si dice, sarebbe stata impiegata per la prima volta da Pitagora. La parola filosofia esprime propriamente il fatto d’amare Sophia, la saggezza, l’aspirazione a questa o la disposizione richiesta per acquisirla.

Questa parola è sempre stata impiegata per qualificare una preparazione a quest’acquisizione della saggezza, e specialmente gli studi che potevano aiutare il philosophos, o colui che provava per essa qualche inclinazione, a divenire sophos, vale a dire saggio.

Così, come il mezzo non può essere preso per un fine, l’amore della saggezza non può costituire la stessa saggezza. E poiché la saggezza è di per sé identica alla vera conoscenza interiore, si può dire che la conoscenza filosofica non è che una conoscenza superficiale ed esteriore. Essa non ha dunque in sé e per sé un valore proprio. Costituisce solamente un primo grado nella via della conoscenza superiore e vera che è la saggezza.

È ben noto a chi abbia studiato gli antichi filosofi che costoro avevano due generi d’insegnamento, l’uno exoterico e l’altro esoterico. Tutto ciò che era scritto apparteneva solamente al primo. Quanto al secondo, è impossibile conoscerne esattamente la natura, perché da una parte era riservato a pochi e dall’altra aveva un carattere segreto. Queste due qualità non avrebbero avuto alcuna ragione d’essere se in questo non vi fosse stato qualcosa di superiore alla semplice filosofia.

Si può perlomeno ritenere che quest’insegnamento esoterico fosse in stretta e diretta relazione con la saggezza e non facesse affatto appello solamente alla ragione o alla logica com’è il caso per la filosofia, che per ciò è stata chiamata la conoscenza razionale. I filosofi dell’antichità ammettevano che la conoscenza razionale, cioè la filosofia, non fosse il più alto grado della conoscenza, non fosse la saggezza.

Può essere che la saggezza sia insegnata come s’insegna la conoscenza esteriore con  la parola o mediante i libri? Ciò è realmente impossibile e ne vedremo la ragione. Ma quel che possiamo già affermare, è che la preparazione filosofica non era sufficiente, neanche come preparazione, giacché essa non concerne che una facoltà limitata quale la ragione, mentre la saggezza concerne la realtà dell’intero essere.

Dunque esiste una preparazione alla saggezza più elevata della filosofia, che non si rivolge più alla ragione, ma all’anima e allo spirito, e che potremo chiamare preparazione interiore; e pare che tale sia stato il carattere dei più alti gradi della scuola di Pitagora. Essa ha esteso la sua influenza attraverso la scuola di Platone sino al neoplatonismo della scuola d’Alessandria in cui riappare di nuovo chiaramente, così come presso i neo- pitagorici della stessa epoca.

Se per questa preparazione interiore si impiegavano ancora delle parole, queste non potevano più esservi prese che come simboli destinati a fissare la contemplazione interiore. Con tale preparazione, l’uomo è portato a certi stati che gli permettono di oltrepassare la conoscenza razionale alla quale era pervenuto anteriormente, e siccome tutto ciò è al di sopra del livello della ragione, era anche al di sopra della filosofia, poiché il nome filosofia è sempre impiegato in realtà per designare qualcosa che appartiene alla sola ragione.

Tuttavia è sorprendente che i moderni siano arrivati a considerare la filosofia, così definita, come se fosse completa in se stessa, e dimentichino così quel che v’è di più elevato e superiore.

L’insegnamento esoterico è stato conosciuto nei paesi dell’Oriente prima di propagarsi in Grecia ove aveva ricevuto il nome di “misteri”. I primi filosofi, in particolare Pitagora, vi avevano ricollegato il loro insegnamento, semplicemente come un’espressione nuova d’idee antiche. Esistevano più generi di misteri aventi diverse origini. Quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto d’Apollo. I “misteri” ebbero sempre un carattere riservato e segreto, la stessa parola mistero significa etimologicamente silenzio totale, le cose alle quali essi si riferivano non potendo essere espresse con delle parole, ma solamente insegnate per una via silenziosa. Ma i moderni, ignorando ogni altro metodo che non sia quello che implica l’uso delle parole, e che possiamo chiamare il metodo dell’insegnamento exoterico, hanno falsamente ritenuto, a causa di ciò, che non vi fosse in ciò alcun insegnamento.

Possiamo affermare che quell’insegnamento silenzioso ricorreva a figure, simboli, e altri mezzi aventi lo scopo di condurre l’uomo a degli stati interiori che gli permettessero di pervenire gradualmente alla reale conoscenza o saggezza. Era quello lo scopo essenziale e finale di tutti i “misteri” e di cose simili che si possono trovare altrove.

Quanto ai “misteri” specialmente ricollegati al culto di Apollo e allo stesso Apollo, occorre ricordare che egli era il dio del sole e della luce, essendo questa in senso spirituale la sorgente da cui sgorga ogni conoscenza e da cui derivano le scienze e le arti.

Si dice che i riti d’Apollo fossero venuti dal Nord e questo si riferisce a una tradizione molto antica, che si ritrova nei libri sacri quali il Vêda indù e l’Avesta persiano. Quest’origine nordica era asserita più specialmente anche per Delfi che si riteneva essere un centro spirituale universale; vi era infatti nel suo tempio una pietra chiamata “omphalos” che simboleggiava il centro del mondo.

Si ritiene che la storia di Pitagora e lo stesso nome Pitagora abbiano un legame certo con i riti d’Apollo. Egli era chiamato Pythios, e si dice che Pytho fosse il nome originale di Delfi. La donna che riceveva l’ispirazione degli Dei nel tempio si chiamava Pizia. Il nome Pitagora significa dunque guida della Pizia, il che si applica allo stesso Apollo. Si racconta anche che fu la Pizia a dichiarare che Socrate fosse il più saggio degli uomini. Sembra con ciò che Socrate avesse un legame con il centro spirituale di Delfi, così come lo stesso Pitagora.

Aggiungiamo che se tutte le scienze erano attribuite ad Apollo, così era più particolarmente per la geometria e la medicina. Nella scuola pitagorica, la geometria e tutte le branche della matematica occupavano il primo posto nella preparazione alla conoscenza superiore. Nei confronti di questa stessa conoscenza, tali scienze non erano accantonate, ma restavano al contrario impiegate come simboli della verità spirituale. Anche Platone considerava la geometria come un’indispensabile preparazione a ogni altro insegna- mento e aveva fatto inscrivere sulla porta della sua scuola queste parole: “Nessuno entri qui se non è geometra”. Si comprende il senso di tali parole quando le si raffronti con un’altra formula dello stesso Platone: “Dio fa sempre della geometria”, se aggiungiamo che Platone, parlando di un Dio geometra, faceva ancora allusione ad Apollo.

Non ci si deve dunque stupire che i filosofi dell’Antichità abbiano impiegato la frase inscritta sul frontone del tempio di Delfi, poiché ora conosciamo i legami che li ricollegavano ai riti e al simbolismo d’Apollo.

Da tutto ciò, possiamo facilmente comprendere il reale senso della frase qui studiata e l’errore dei moderni in merito. Quest’errore viene dal fatto che essi hanno considerato questa frase come una semplice parola di un filosofo, al quale attribuiscono sempre un pensiero paragonabile al loro. Ma in realtà il pensiero antico differiva profondamente dal pensiero moderno. Così, molti attribuiscono a questa frase un senso psicologico; ma quel che essi chiamano psicologia consiste solamente nello studio dei fenomeni mentali, che non sono che modificazioni esteriori – e non l’essenza – dell’essere.

Altri vi vedono, soprattutto tra coloro che l’attribuiscono a Socrate, uno scopo morale, piuttosto che la ricerca di una legge applicabile alla vita pratica. Tutte queste interpretazioni esteriori, senza essere sempre interamente false, non giustificano il carattere sacro che essa aveva all’origine, e che implica un senso molto più profondo di quello che si vorrebbe così attribuirle. Essa significa anzitutto che nessun insegnamento exoterico è capace di dare la reale conoscenza, che l’uomo deve trovare solamente in se stesso, giacché, in realtà, ogni conoscenza non può essere acquisita che mediante una comprensione personale.

Senza questa comprensione, nessun insegnamento può condurre a un risultato efficace, e l’insegnamento che non risvegli in colui che lo riceve una risonanza personale non può procurare alcun genere di conoscenza. Per questo Platone dice che “tutto ciò che l’uomo apprende è già in lui”. Tutte le esperienze, tutte le cose esteriori che lo circondano non sono che un’occasione per aiutarlo a prender coscienza di ciò che ha in se stesso. Questo risveglio è quel che egli chiama anamnésis, che significa “reminiscenza”.

Se questo è vero per ogni conoscenza, lo è ancor di più per una conoscenza più elevata e più profonda, e, quando l’uomo avanza verso questa conoscenza, tutti i mezzi esteriori e sensibili divengono sempre di più insufficienti, fino a perdere alla fine ogni utilità. Se possono aiutare ad avvicinare la saggezza a qualche grado, tali mezzi sono impotenti ad acquisirla realmente e si dice correntemente nell’India che il vero guru o maestro si trova nell’uomo stesso e non nel mondo esteriore, quantunque un aiuto esteriore possa essere utile all’inizio, per preparare l’uomo a trovare in sé e da se stesso ciò che non può trovare altrove, e particolarmente ciò che è al di sopra del livello della conoscenza razionale. Per raggiungerla, occorre realizzare certi stati che vanno sempre più profondamente nell’essere, verso il centro che è simboleggiato dal cuore e in cui la coscienza dell’uomo dev’essere trasferita per renderlo capace d’arrivare alla reale conoscenza. Questi stati che erano realizzati negli antichi misteri erano dei gradi nella via di questa trasposizione dal mentale al cuore.

Nel tempio di Delfi, abbiamo detto, v’era una pietra chiamata omphalos, che rappresentava il centro dell’essere umano come pure il centro del mondo, secondo la corrispondenza che esiste tra il macrocosmo e il microcosmo, vale a dire l’uomo, in modo tale che tutto ciò che è nell’uno è in diretto rapporto con ciò che è nell’altro. Avicenna ha detto: “Tu ti credi un nulla, ed è in te che risiede il mondo”.

È curioso far notare la credenza diffusa nell’antichità che l’omphalos fosse caduto dal cielo, e si avrebbe un’esatta idea del sentimento dei Greci verso questa pietra dicendo che esso era somigliante a quello che noi proviamo verso la sacra pietra nera della Kaabah.

La similitudine che esiste tra il macrocosmo e il microcosmo fa sì che ciascuno sia l’immagine dell’altro, e la corrispondenza degli elementi che li compongono mostra che l’uomo deve per prima cosa conoscere se stesso per potere in seguito conoscere tutte le cose, giacché, in verità, può trovare tutte le cose in lui. È per questa ragione che certe scienze – soprattutto quelle che facevano parte dell’antica conoscenza e che sono quasi ignorate dai nostri contemporanei – possiedono un doppio senso. Per l’apparenza esteriore, queste scienze sì riferiscono al macrocosmo e possono essere considerate giustamente da questo punto di vista. Ma nello stesso tempo esse hanno anche un senso più profondo, quello che si riferisce all’uomo stesso e alla via interiore mediante la quale egli può realizzare la conoscenza in se stesso, realizzazione che non è altro che quella del proprio essere. Aristotele ha detto: “L’essere è tutto quel che conosce”, di modo che, là ove v’è reale conoscenza – non la sua apparenza o la sua ombra – la conoscenza e l’essere sono una sola e medesima cosa.

L’ombra, secondo Platone, è la conoscenza mediante i sensi e anche la conoscenza razionale che, benché più elevata, ha la sua origine nei sensi. Quanto alla reale conoscenza, essa è al di sopra del livello della ragione; e la sua realizzazione, o la realizzazione dello stesso essere, è simile alla formazione del mondo, secondo la corrispondenza di cui abbiamo parlato sopra.

Per questo certe scienze possono descriverla sotto l’apparenza di tale formazione; questo doppio senso era incluso negli antichi misteri, come pure lo s’incontra in tutti i generi d’insegnamento miranti allo stesso scopo tra i popoli dell’Oriente.

Sembra che in Occidente ugualmente quest’insegnamento sia esistito durante tutto il medioevo, sebbene oggigiorno sia completamente scomparso al punto che la maggior parte degli Occidentali non ha alcuna idea della sua natura o persino della sua esistenza.

Da tutto quanto precede, vediamo che la reale conoscenza non ha per via la ragione, ma lo spirito e l’intero essere, giacché essa non è altro che la realizzazione di quest’essere in tutti i suoi stati, il che è il completamento della conoscenza e l’ottenimento della suprema saggezza. In realtà, quanto appartiene all’anima, e anche allo spirito, rappresenta solamente i gradi nella via verso l’intima essenza che è il vero sé, e che può essere trovato solamente quando l’essere ha raggiunto il proprio centro, tutte le sue potenze essendo unite e concentrate come in un solo punto, nel quale tutte le cose gli appaiono, essendo contenute in tale punto come nel loro primo e unico principio, e così egli può conoscere tutte le cose come in se stesso e da se stesso, come la totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.

È facile vedere quanto ciò sia lontano dalla psicologia nel senso moderno della parola, e come anzi vada ben oltre una conoscenza più vera e più profonda dell’anima, che non può essere che il primo passo in tale via. È importante notare che il significato della parola nafs non deve qui essere limitato all’anima, giacché tale parola si trova nella traduzione in arabo della frase considerata mentre il suo equivalente greco psyché non compare nell’originale. Non bisogna dunque attribuire a questa parola il senso corrente, giacché è certo che essa possiede un altro significato molto più elevato che la rende assimilabile alla parola essenza, e che si riferisce al o all’essere reale; ne abbiamo per prova quanto è detto nel hadîth, che è come un complemento della frase greca: “Chi conosce se stesso, conosce il suo Signore”.

Quando l’uomo conosce se stesso nella sua essenza profonda, vale a dire nel centro del suo essere, è allora che egli conosce il suo Signore. E conoscendo il suo Signore, egli conosce nello stesso tempo tutte le cose, che da Lui vengono e a Lui ritornano. Egli conosce tutte le cose nell’unità suprema del Principio divino, al di fuori del quale, secondo le parole di Mohyiddîn ibn ‘Arabî, “non v’è assolutamente nulla che esista”, giacché nulla può esistere fuori dell’Infinito.

 

La caverna iniziatica

Iniziazione

«E se non fosse stato uno di quelli che glorificano il Signore, sarebbe rimasto nel ventre del pesce fino al giorno della resurrezione. Lo rigettammo debole  come un infante, sulla terra nuda.» (Cor. 37,143-145).

Il simbolismo della caverna viene proposto più volte nel Corano e ricorre anche in altre tradizioni. Nella trattazione che svilupperò qui di seguito, cercherò di evidenziarne alcuni significati, di interesse per il lavoro iniziatico.

La caverna è un luogo coperto e nascosto agli occhi: essa è collocata sottoterra, circostanza che la accosta già a un primo esame all’idea della morte e della conseguente sepoltura. È un luogo a cui è difficile accedere: la sua collocazione nel sottosuolo la rende nascosta ai più; inoltre, la sua entrata può essere mascherata – come nel caso della tela del ragno che proteggeva la caverna in cui il Profeta dell’Islam (sA’ws) si era rifugiato – o ostruita da una pietra. A volte, tali ostacoli vengono simbolizzati con un labirinto che, se percorso fino in fondo, porta all’ingresso. Il labirinto rappresenta una prova difficile da superare (si pensi a Teseo che vi accede per uccidere il Minotauro), ma allo stesso tempo è simbolo del lungo viaggio e del pellegrinaggio; infatti, nel medioevo, percorrere il labirinto tracciato sul pavimento di certe chiese era sostitutivo del pellegrinaggio in Terra Santa, per coloro che non potessero compierlo.

La caverna come meta posta alla fine del labirinto rappresenta forse il centro spirituale, verso cui tende il pellegrino? A conferma di questa ipotesi, dell’accostamento caverna- centro, è l’associazione che si può fare fra caverna e cuore. L’espressione “caverna del cuore”, che indica la cavità insita al centro del petto, è identificata nei testi hindu come sede del principio divino nell’uomo; essa rappresenta quindi il centro spirituale dell’individuo. Tale identificazione è d’altronde perfettamente rispondente a quanto troviamo nell’islam e nelle pratiche delle confraternite sufi, in cui il dhikru-l qalb, la rammemorazione di Dio nel proprio cuore, è pratica tipica.

La corrispondenza della caverna con il centro spirituale si può facilmente trasporre, dall’ambito individuale, a un livello più generale: in questo caso, essa rappresenta la Via iniziatica. La Via iniziatica, o tariqa in arabo, è il percorso che porta al centro non solo dell’uomo, ma del cosmo a cui l’uomo si conforma, fino all’identificazione con il Principio stesso; anche il pellegrinaggio, a cui abbiamo accennato in tema di labirinto, è un viaggio al centro. Diciamo però che, posto a guardia e protezione dell’ingresso, il labirinto rappresenta uno stadio che precede la via vera e propria: esso costituisce le prove iniziatiche, che allo stesso tempo costituiscono un ostacolo per chi non è in grado di oltrepassarlo, e qualificano chi le supera come degno di accedere.

Continuando con lo sviluppo del tema, l’accesso alla caverna corrisponde dunque al rito di iniziazione; d’altronde, il termine stesso “iniziazione”, nella sua derivazione dal latino in – ire, contiene proprio il concetto di accesso. Questo accesso è un addio al mondo profano; almeno, così spera l’iniziato: egli simbolicamente muore al mondo, ma questa morte coincide con la sua seconda nascita. Per l’iniziato, la luce esterna e le tenebre della sua notte interiore subiscono quindi un ribaltamento: l’esterno è il luogo delle tenebre, il luogo dell’errare di chi si è perso nel labirinto; l’interno della caverna è invece il luogo in cui cercare la luce. A tal proposito, il versetto della luce (Corano, 24:35) dice che la luce di Allah assomiglia a “una nicchia in cui è una lampada”, che arde di un olio “che brilla anche se il fuoco non lo tocca”. La caverna, illuminata interiormente, è autonoma dal mondo esterno: essa è immagine del cosmo, che tutto vi si riflette nella metà superiore e in quella inferiore. Essendo immagine del Cosmo, ossia della manifestazione ordinata, in essa vi si riflettono le leggi che presiedono a questo ordine, leggi con cui è dunque possibile entrare in contatto. A differenza di chi si trova nelle tenebre esterne, dunque, l’iniziato potrà cercare di comprendere queste leggi e parteciparne attivamente, anziché patirle. Si osserva, a proposito dell’essere la caverna un cosmo, che un parallelo può essere costituito con la loggia massonica. La corrispondenza con la caverna non è tale da assimilare i due concetti, ma anche la loggia è illuminata interiormente e in essa i lavori si svolgono “al coperto”.

Definita come luogo dove avviene la seconda nascita, nella caverna si compirà l’evoluzione spirituale fino alla realizzazione dei piccoli misteri, ovvero la rigenerazione psichica che realizza appieno le possibilità dell’individuo nell’ambito sottile della manifestazione. Realizzati i piccoli misteri, il percorso non è però ultimato: coerentemente con la tradizione del sufismo, ma anche delle altre vie iniziatiche complete, l’uomo che ha realizzato in sé lo “stato primordiale”, una volta reintegrato attivamente nella pienezza delle proprie facoltà, cercherà l’uscita dall’ambito umano per raggiungere la permanenza nel Principio Supremo: la realizzazione dei grandi misteri. L’iniziazione ai grandi misteri, coerentemente col simbolismo finora adottato, comporterà una seconda morte e una terza nascita. Tale nascita dovrà corrispondere all’uscita dalla caverna: se la caverna è un cosmo completo, i grandi misteri sono al di là di ogni manifestazione del cosmo; da questa prospettiva, la caverna, che era il luogo della vita rispetto al mondo esterno per il quale è avvenuta la prima morte, tornerà ad acquisire dunque il ruolo di sepolcro: il sepolcro da cui l’iniziato deve ora uscire per realizzarsi completamente. L’uscita per cui passerà l’iniziato non sarà però la stessa da cui è entrato; egli infatti non torna al mondo profano: si accorgerà che il luogo in cui si trova, che appariva illuminato rispetto alle tenebre esterne, in realtà non lo è di luce propria. La luce che vede è solo il riflesso della vera luce che entra nella caverna con un raggio proveniente dall’alto, dal centro del cielo che si riflette sulla volta. Essendo la caverna immagine del cosmo, questa luce proveniente dall’esterno sarà necessariamente extra cosmica. Si noti come quest’immagine è la stessa narrata nel famoso mito della caverna di Platone. E come il raggio di sole cade dallo zenit a tracciare la via diritta che porta al principio, così la direzione dell’uscita dovrebbe essere lungo l’asse verticale, lo stesso asse che l’iniziato ha percorso sin dall’ingresso, in senso ascendente. La caverna diventa così solo una tappa del percorso.

A questo punto, si vedrà che tale descrizione viene meglio rappresentata sostituendo all’asse verticale una sua proiezione da nord a sud sul piano terrestre. Infatti, a rigor di logica, il discorso sin qui fatto in termini verticali comporterebbe che l’iniziato entri nella caverna dal punto opposto a quello da cui esce dopo l’iniziazione ai grandi misteri, ossia che entri dal fondo della terra per uscire dalla volta. Questa rappresentazione, per quanto rigorosa, risulta poco pratica nell’applicazione nello spazio terrestre. In termini solari, dunque, l’asse verticale nord-sud sarà proiettato sul piano orizzontale: essendo il nord il punto che indica l’alto, a nord sarà collocata la porta degli dei, attraverso la quale si esce dalla caverna per non tornarvi; a sud si situerà invece la porta degli uomini. A questa corrispondenza spaziale si unisce d’altronde una corrispondenza temporale legata al ciclo annuale. Si consideri a questo proposito il percorso annuale del sole nel cielo come diviso in due metà: la metà ascendente, che ha origine dal solstizio invernale e porta al risveglio della vita; la metà discendente, per converso, è quella che dal punto più alto vede il sole scendere e la natura addormentarsi. Sulla base di questa considerazione, i due ingressi della caverna saranno in corrispondenza con le due porte solstiziali che aprono al ciclo ascendente e discendente del sole. Il nord coinciderà con il solstizio d’inverno, e il sud con il solstizio d’estate, nonostante il punto in cui il sole si trova al solstizio d’inverno sia il più basso del cammino. Questa apparente contraddizione è d’altronde in accordo con il principio di analogia, secondo cui ciò che è in alto (nell’ordine celeste) è come ciò che è in basso (nell’ordine terrestre) o, citando il detto evangelico, i primi (nell’ordine principiale) sono gli ultimi (nell’ordine manifestato).

Con un’inversione rispetto al senso comune, dunque, il momento in cui il sole è più alto nell’ordine spirituale, dal punto di vista terrestre, non sarà il mezzogiorno ma la mezzanotte; non a caso infatti la nascita di Gesù nel simbolismo cristiano è posta alla mezzanotte del solstizio d’inverno, ponendosi così in doppia corrispondenza con la porta degli dei. Nello stesso senso si può anche intendere il detto islamico secondo cui la notte è meglio del giorno, che sancisce la superiorità del non manifestato rispetto al manifestato.

BIBLIOGRAFIA

Ventura (trad.): “Il Corano”, Mondadori

M.A. Amir-Moezzi (cur.): “Dizionario del Corano”, Mondadori

P. Nutrizio: “La caverna cosmica e le porte solstiziali”, in Rivista di Studi Tradizionali nn. 17 e 18

R. Guénon: “Simboli della scienza sacra”, Adelphi

 

(A cura della Zawiya Ismailiyya d’Italia)

 

Il vedânta e la tradizione occidentale (A.K. Coomaraswamy)

Iniziazione

Vi sono stati maestri come Orfeo, Ermete, Buddha, Lao-tzu e Cristo, la cui esistenza umana è di storicità dubbia e ai quali può essere accordata la dignità più elevata di realtà mitiche. Shankara, come Plotino, Agostino o Eckhart, fu certamente un uomo tra gli uomini, anche se in confronto ad essi sappiamo ben poco della sua vita. Era originario del sud dell’India e brahmano di nascita, visse nella prima metà del IX secolo d.C. e fondò un ordine monastico che ancor oggi sopravvive. Divenne un samnyasin, o «uomo veramente povero», all’età di otto anni, come discepolo di un certo Govinda e del maestro di questi, Gaudapada, autore di un trattato sulle Upanisad in cui vi è esposta la loro dottrina essenziale sulla non-dualità dell’Essere divino. Shankara viaggiò a Benares e lì, a dodici anni di età, scrisse il famoso commentario ai Brahma Sutra; i commentari alle Upanisad e alla Bhagavad Gita furono scritti invece più tardi. La maggior parte della vita di questo grande saggio fu passata errando per l’India, insegnando e prendendo parte alle controversie. Si suppone che morì tra i trenta e i quaranta anni di età. Peregrinazioni e dispute come le sue sono state sempre istituzioni tipicamente indiane; ai suoi giorni, come ora, il sanscrito era la lingua franca degli uomini istruiti, così come il latino lo è stato per secoli nei paesi occidentali, e il libero dibattito pubblico era una pratica tanto ampiamente riconosciuta che in quasi tutte le corti si adibivano sale espressamente per la sistemazione dei maestri e polemisti peripatetici. La metafisica tradizionale alla quale si ricollega il nome di Shankara è conosciuta come il Vedanta, parola che compare nelle Upanisad e che significa «compimento del Veda» sia nel senso di «parte finale» sia di «significato ultimo» dei Veda; è conosciuta anche come Atmavidya, la dottrina della conoscenza del vero «sé» o «essenza spirituale», o come Advaita, «Nondualità», un termine che, mentre nega la dualità, non afferma alcunché sulla natura dell’unità né deve implicare niente di simile ai nostri monismi o panteismi. In questa metafisica si insegna una gnosi (jna). Shankara non fu in nessun modo il fondatore, lo scopritore, o promulgatore di una nuova religione o filosofia; la sua grande opera di commentatore tradizionale consistette nel mostrare chiaramente l’unità e coerenza di fondo della dottrina vedica risolvendo le apparenti contraddizioni dei testi con una correlazione appropriata tra differenti formulazioni e loro impliciti punti di vista. In particolare, ed esattamente come si verificò nella scolastica europea, egli distinse tra due approcci complementari a Dio: la teologia affermativa e negativa. Nella via che procede per affermazione, o conoscenza relativa, si predicano qualità inerenti all’Identità Suprema per modo di eccellenza, mentre nella via della negazione si astraggono tutte queste qualità. Il famoso «No, no» delle Upanisad, che forma la base del metodo di Shankara, come lo fu pure per il Buddha, dipende dal riconoscimento della verità secondo cui –verità espressa da Dante tra molti altri– esistono realtà che si trovano al di là della portata del pensiero discorsivo e che non possono essere comprese se non negando loro aspetti particolari. Lo stile di Shankara è di grande originalità, forza e sottigliezza. Vorrei citare un passaggio del suo commentario alla Bhagavad Gita che ha il vantaggio ulteriore di introdurci immediatamente nel problema centrale del Vedanta, vale a dire il discernimento di ciò che è realmente, e non meramente secondo il nostro modo individuale di pensare, il vero «me stesso». «Come è possibile», dice Shankara, «che vi siano maestri che mantengono, come uomini ordinari, l’illusione “io sono tal-dei-tali” e “Questo è mio”? Ascolta: ciò si deve al fatto che la loro cosiddetta erudizione consiste in fondo nel pensare al corpo come al loro proprio “sé”». Nel Commentario ai Brahma Sutra, Shankara formula in sole quattro parole sanscrite ciò che percorre dal principio alla fine tutta la metafisica indiana, vale a dire la dottrina pienamente coerente dello Spirito immanente entro ciascuno di voi quale unico conoscitore, agente e trasmigrante. La letteratura metafisica che soggiace nelle esposizioni di êaökara è costituita essenzialmente dai Quattro Veda, insieme ai Brahmana e alle loro Upanisad, considerati tutti come rivelati ed eterni, databili (quanto alla loro redazione, in ogni caso) anteriormente al 500 a. C. e ai quali bisogna aggiungere la Bhagavad Gita e i Brahma Sutra (databili prima dell’inizio dell’era cristiana). Di questi libri, i Veda sono testi liturgici, i Brahmana consistono in spiegazioni del rituale e le Upanisad sono dedicate alla dottrina di Brahma o Theologia Mystica, che si dà per scontata nella liturgia e nel rituale. I Brahma Sutra sono un compendio molto condensato della dottrina delle Upanisad, e la Bhagavad Gita è un’esposizione adattata alla comprensione di coloro la cui occupazione primaria ha più relazione con la vita attiva che con la contemplativa.Per numerose ragioni, che tenterò di spiegare, sarà molto più arduo cercare di esporre il Vedanta di quanto lo potrebbe essere per le opinioni personali di un «pensatore» moderno, o anche di pensatori come Platone o Aristotele. Né l’inglese vernacolo moderno né il gergo filosofico o psicologico attuale ci forniscono un vocabolario adeguato, né l’educazione moderna ci provvede di una base ideologica che sarebbe essenziale per intraprendere una facile comunicazione. Dovrò far uso di un linguaggio puramente simbolico, astratto e tecnico, come se si stesse trattando in termini di alta matematica; ci si può ricordare che Emile Mâle parla del simbolismo cristiano come di un «calcolo». Tuttavia vi è questo di vantaggio: la materia che stiamo per esporre e i simboli impiegati non sono più peculiarmente indiani di quanto siano specificamente greci o islamici, egizi o cristiani.La metafisica ricorre, in generale, a simboli visivi (croci e cerchi, per esempio) e, soprattutto, al simbolismo della luce e del sole, poiché, come dice Dante, «nessun oggetto dei sensi nel mondo intero è più degno di essere fatto un tipo di Dio». Dovrò impiegare anche termini tecnici come essenza e sostanza, potenza e atto, inspirazione ed espirazione, somiglianza esemplare, eviternità, forma e accidente. La metempsicosi andrà distinta dalla trasmigrazione, ed entrambe dalla «reincarnazione». Cercheremo di distinguere anima da spirito. Prima infatti di poter sapere quando eventualmente è opportuno tradurre una data parola sanscrita con il nostro termine «anima» (animapsyche), dovremo conoscere in quali molteplici sensi la parola «anima» è stata impiegata nella tradizione europea; inoltre, che genere di anima può essere «salvata», quale anima richiede Cristo di «odiare» se vogliamo essere suoi discepoli; ovvero a quale si riferisce Meister Eckhart quando afferma che l’anima deve «mettersi a morte». Dovremo conoscere ciò che intende dire Filone con l’espressione «anima dell’anima» e pure chiederci per quale motivo pensiamo gli animali come esseri «senza anima» quando la parola «animale» significa letteralmente «dotato di anima [ensouled, n.d.t.]». Bisognerà distinguere essenza da esistenza. E io stesso potrò essere obbligato a coniare un termine come «orasempre» per esprimere il senso originale e pieno di espressioni come «subitamente», «immediatamente» e «istantaneamente».La letteratura sacra dell’India è accessibile alla maggior parte di noi occidentali unicamente nelle traduzioni fatte da studiosi esperti in linguistica piuttosto che in metafisica; ed è stata principalmente esposta e spiegata –o per essere più esatti, spiegata “dal di fuori”– da eruditi condizionati dagli stessi pregiudizi dei naturalisti e degli antropologi, eruditi le cui capacità intellettuali si sono tanto inibite a causa delle loro stesse facoltà di osservazione che non possono più distinguere la realtà dall’apparenza, il Sole Celestiale o Supremo della metafisica dal sole fisico della loro propria esperienza. Oltre a questi, la letteratura indiana è stata studiata e spiegata anche da propagandisti cristiani il cui interesse principale era dimostrare la falsità ed assurdità delle dottrine in questione, o anche dai teosofisti che hanno deformato a caricature le dottrine tradizionali con le migliori intenzioni e forse anche con i risultati peggiori. D’altra parte, l’uomo istruito di oggigiorno ha perso completamente ogni contatto con quei modi europei di pensiero e con quegli aspetti intellettuali della dottrina cristiana che più si avvicinano a quelli delle tradizioni vediche. Una conoscenza del cristianesimo moderno sarà di scarsa utilità, poiché il sentimentalismo di fondo della nostra epoca ha ridotto ciò che una volta era una dottrina intellettuale a mera moralità che appena può distinguersi da un umanesimo pragmatico. Difficilmente si può dire che un europeo è adeguatamente preparato per lo studio del Vedanta se non abbia almeno acquisito qualche conoscenza e comprensione di Platone, Filone, Ermete, Plotino, dei Vangeli (specialmente quello di San Giovanni), San Dionisio e, infine, di Meister Eckhart che, con la possibile eccezione di Dante, può essere considerato da un punto di vista indiano come il più grande tra tutti gli [scrittori di tradizione] europei. Il Vedanta non è una «filosofia» nel senso corrente della parola, ma solamente nel senso che il termine possiede nell’espressione «Philosophia Perennis», e a condizione di avere a mente la «filosofia» ermetica o quella «Saggezza» dalla quale Boezio fu consolato. Le filosofie moderne sono sistemi chiusi, che impiegano il metodo dialettico e danno per stabilito che gli opposti possono solo escludersi a vicenda. Nella filosofia moderna, le cose sono o non sono così; nella filosofia eterna, questo dipende dalla nostra prospettiva. La metafisica non è un sistema, ma una dottrina coerente; non è interessata meramente alla esperienza condizionata e quantitativa, ma alla possibilità universale. Considera pertanto possibilità che possono non essere possibilità di manifestazione né possibilità in alcun modo formali, così come insiemi di possibilità che possono essere realizzati in un dato mondo. La realtà ultima della metafisica è una Identità Suprema nella quale si risolve l’opposizione di tutti i contrari, inclusa l’opposizione di essere e non-essere; i suoi «mondi» e «dèi» sono livelli di riferimento ed entità simboliche, non luoghi né individui ma stati dell’essere realizzabili entro ciascuno di voi. I filosofi hanno teorie personali sulla natura del mondo; la nostra «disciplina filosofica» è primariamente uno studio della storia di queste opinioni e delle loro connessioni storiche. Noi incoraggiamo il filosofo in erba ad avere opinioni sue proprie con l’aspettativa che queste possano rappresentare una miglioria o progresso rispetto alle teorie precedenti. Non consideriamo invece, come è il caso della Philosophia Perennis, la possibilità di conoscere la Verità una volta per tutte; e ancora meno ci proponiamo, come nostra meta, di divenire questa stessa verità. La «filosofia» metafisica è chiamata «perenne» in ragione della sua eternità, universalità ed immutabilità; è la «Saggezza increata, la stessa ora come sempre fu e sempre sarà» di Sant’Agostino; la religione che, come egli pure dice, venne chiamata «cristianesimo» solamente dopo la venuta di Cristo. Ciò che fu rivelato al principio contiene implicitamente la verità intera; e fino a quando la tradizione si trasmetterà senza deviazioni, in altre parole, fintantoché la catena di maestri e discepoli permarrà intatta, né l’incoerenza né l’errore saranno possibili. D’altra parte, la comprensione della dottrina deve rinnovarsi perpetuamente e ciò non è solo una questione di parole. Che la dottrina non sia soggetta alla storia non esclude in alcuna maniera la possibilità, o persino la necessità, di uno svolgimento perpetuo delle sue formule, di un adattamento tradizionale dei riti praticati in origine, e dell’applicazione dei suoi principi alle arti e alle scienze. Quanto più declina l’umanità dalla sua pienezza originale, tanto più necessaria risulterà una tale applicazione. Di questi svolgimenti e adattamenti è possibile stilare una storia. Si stabilisce così una distinzione tra ciò che al principio fu «udito» e ciò che è stato «ricordato» in seguito. Una deviazione o eresia è possibile solo quando l’insegnamento essenziale è stato frainteso o pervertito in alcuno dei suoi aspetti. Dire, per esempio, che «io sono un panteista» significa semplicemente confessare che «io non sono un metafisico», così come dire che «due più due fanno cinque» equivale a riconoscere che «non sono un matematico». All’interno della tradizione stessa non vi possono essere teorie o dogmi contraddittori o che si escludono a vicenda. Per esempio, quelli che vengono denominati i «sei sistemi della filosofia indiana» (una frase nella quale solamente le parole «sei» e «indiana» sono giustificate) non sono teorie mutuamente contraddittorie ed esclusive. I cosiddetti «sistemi» non sono né più né meno ortodossi di quanto lo siano le matematiche, la chimica e la botanica, le quali, sebbene discipline scientifiche più o meno separate tra loro, non sono altro che branche di una «scienza» unica. In India infatti si fa uso del termine «branche» per denotare ciò che gli indologi male interpretano come «sette». Si deve invece precisamente al fatto che non esistano «sette» entro l’ambito dell’ortodossia brahmanica che un fenomeno come quello dell’intolleranza, nel senso europeo del termine, sia stato pressoché sconosciuto nella storia indiana, e per questa stessa ragione può risultare dunque ugualmente facile a me pensare nei termini della filosofia ermetica così come in termini propri al Vedanta. Vi devono essere «branche» perché nulla può essere conosciuto se non nel modo proprio al conoscitore; per quanto  fermamente convinti che tutte le vie conducano all’unico Sole, è ugualmente evidente che ciascun uomo deve eleggere quel particolare cammino che principia là dove egli si trova al momento di intraprendere il viaggio. Per le stesse ragioni, l’induismo non è stato mai una fede missionaria. Può essere vero che la tradizione metafisica è stata meglio e più compiutamente preservata in India che in Europa. Se è così, ciò significa solo che il cristiano può apprendere dal Vedanta come intendere meglio la sua propria «via». Il filosofo sa di dover provare i suoi assunti. Per il metafisico è sufficiente mostrare che una dottrina che si suppone falsa implica una contraddizione con i princìpi primi. Per esempio, il filosofo che sostiene l’immortalità dell’anima si sforza di scoprire le prove della sopravvivenza della personalità; al metafisico basta ricordare che «l’inizio deve essere lo stesso della fine» – dalla qual cosa segue che l’anima, in quanto la si considera creata nel tempo, non può non avere la propria fine che nel tempo. Il metafisico non può essere convinto [dell’immortalità del «Sé»] da nessuna cosiddetta «prova della sopravvivenza della personalità», più di quanto possa essere convinto un fisico da una qualche supposta prova circa la possibilità del moto perpetuo di un meccanismo. Inoltre, la metafisica tratta in maggior parte di argomenti che non possono essere provati in modo aperto, ma possono solo essere dimostrati, cioè, fatti intelligibili mediante analogia e che, anche quando verificati nell’esperienza personale, possono solo essere espressi nei termini del simbolo e del mito. Allo stesso tempo, la fede si fa relativamente facile per la logica infallibile dei testi stessi, cosa che costituisce la loro bellezza e il loro potere attrattivo. Ricordiamo la definizione cristiana di fede come «assentimento a una proposizione credibile». Si deve credere al fine di comprendere, e comprendere per credere. Tuttavia, questi non sono atti successivi della mente, bensì simultanei. In altre parole, non vi può essere conoscenza di qualcosa alla quale la volontà neghi il suo consenso, né amore di ciò che non è stato conosciuto.La metafisica differisce ancora più dalla filosofia in quanto il suo proposito è eminentemente pratico. Non è una ricerca [astratta] della verità per la verità come neppure le arti ad essa correlate sono una ricerca dell’arte per l’arte né la condotta corrispondente una ricerca della moralità per la moralità. Vi è certamente una ricerca, ma il cercatore già conosce, nella misura in cui ci si può esprimere in parole, che cos’è ciò che sta cercando e la sua ricerca è terminata solamente quando egli stesso è divenuto l’oggetto del suo cercare. Né la conoscenza verbale, né un assenso meramente formale, né una condotta impeccabile sono nient’altro di più che valori preliminari indispensabili, mezzi in vista di un fine. Presi nella loro materialità, come semplice «letteratura», i testi e i simboli sono inevitabilmente incompresi da coloro che non partecipano essi stessi a questa ricerca. Senza eccezione, i termini e i simboli metafisici sono i termini tecnici ai quali dare la caccia. Non si tratta mai di meri ornamenti letterari, e come disse così bene Malinowski in altro contesto, «Il linguaggio tecnico, in materia di ricerca pratica, acquisisce tutto il suo significato solamente mediante la partecipazione diretta personale di chi è impegnato in questo tipo di ricerca». Per questa ragione, chi è indiano si rende conto che i testi vedantici sono stati compresi dagli eruditi europei, i cui metodi di studio sono per loro stessa confessione limitati all’oggetto o fenomeno e neutri [objective and noncommittal, n.d.t.], unicamente da un punto di vista verbale e grammaticale, ma mai compresi realmente. Il Vedanta può essere conosciuto solo nella misura in cui è stato vissuto. Di conseguenza, l’indiano non può confidare in un maestro la cui dottrina non trova diretto riflesso nel suo proprio essere. Qui vi è davvero qualcosa di molto distante dal moderno concetto europeo di erudizione. Dobbiamo aggiungere, per coloro che si dilettano con idee romantiche sull’«Oriente misterioso», che il Vedanta non ha nulla a che vedere con la magia né con la pratica di poteri occulti. È certo che in India si dà per assodata l’efficacia dei procedimenti magici e la realtà dei poteri occulti. Ma la magia è considerata una scienza applicata dell’ordine più basso; e sebbene nel corso della pratica contemplativa si acquisiscano incidentalmente poteri occulti, come quello dell’azione «a distanza», il loro uso –a meno che non sia in circostanze assolutamente eccezionali– è considerato piuttosto una pericolosa deviazione dal cammino spirituale. Il Vedanta non è un tipo di psicologia né lo Yoga una sorta di pratica terapeutica, se non molto accidentalmente. La salute fisica e morale è un prerequisito per il progresso spirituale. L’analisi psicologica è impiegata esclusivamente per sgretolare la nostra amata credenza nell’unità ed immaterialità dell’«anima», e con in vista di distinguere meglio lo spirito da ciò che non è spirito ma solo una manifestazione psicofisica temporanea di una delle sue più limitate modalità. Chiunque insista, come fa Jung, nel tradurre i concetti essenziali della metafisica indiana o cinese in termini di psicologia sta semplicemente distorcendo il significato dei testi. Da un punto di vista indiano, la psicologia moderna ha lo stesso valore di quello attribuito allo spiritismo, alla magia e ad altre «superstizioni». Infine, devo segnalare che la metafisica, il Vedanta, non è una forma di misticismo, se non nel senso in cui possiamo parlare con Dionisio di una Theologia Mystica. Ciò che abitualmente si intende con «misticismo» implica una ricettività passiva –«noi dobbiamo permettere che le cose si presentino spontaneamente nella psiche» è il modo di Jung di definire il concetto (e in questa affermazione si proclama egli stesso «mistico»). Ma la metafisica ripudia completamente la psiche. Le parole di Cristo, «Nessun uomo può essere mio discepolo se non odia la propria anima», sono state espresse più e più volte da ogni guru indiano; e così, lungi da implicare passività, la pratica contemplativa suppone un’attività che si compara frequentemente all’ardore di un fuoco a temperatura tanto alta da non mostrare né tremolio né fumo. Il pellegrino lo si chiama allora «affaticato» e il ritornello caratteristico della canzone del pellegrino è «andare avanti, andare avanti». La «Via» di colui che segue il Vedanta è più di ogni altra cosa attività.

IL NIRVANA NEL “PENSIERO” DEL BUDDHA (Appunti da Richard Gombrich)

Iniziazione

Il testo che segue si compone di parti dell’opera di Gombrich sul pensiero del Buddha, a proposito del Nirvana. Ho riportato ciò che mi sembrava essenziale ai fini della mia ricerca personale sullo stato coscienziale “Kadosch”, quello che riguarda, cioè, l’ultima parte della Via iniziatica scozzese. Il termine “pensiero” viene utilizzato sempre impropriamente, a questo livello di coscienza, poiché la Conoscenza non si struttura più secondo dialettica e sfugge, quindi, ad ogni definizione e possibilità di comunicazione. Questo però è anche il punto, se così si può dire, in cui le Vie iniziatiche trovano la loro convergenza nell’unità coscienziale. Per questo può essere utile trarre spunti da fonti diverse e ugualmente “nobili”, nella speranza che questi spunti possano arricchire il percorso di ogni sincero ricercatore. Bisogna tenere anche conto, nella lettura del testo, del fatto che l’autore è uno studioso, uno storico, che ragiona secondo la sua scienza e la sua coscienza. Così come accade ad ognuno di noi.

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Riscontro che quando tengo un corso sul buddhismo ai principianti, durante il primo incontro la domanda più frequente è: “Che cos’è il Nirvana?”.

Facile spiegare la metafora, e spiegare che bisogna liberarsi completamente dalla passione, dall’odio e dalla confusione; come risposta provvisoria può andar bene.

Ma la risposta completa, ovvero che il nirvana è definibile come l’esatto opposto di tutto ciò che appartiene alla nostra esperienza ordinaria, richiede ovviamente pazienza: la classe deve prima apprendere in che modo il Buddha concepisse l’esperienza ordinaria.

Dobbiamo ricordare che per il Buddha “esistere” significa esistere senza mutamenti; essere e divenire sono opposti. Il nostro mondo è ciò che sperimentiamo ed è un mondo di cambiamenti, di divenire, di processi. E’ costruito, composto (samkhata) dal nostro apparato cognitivo. C’è però un’unica cosa che non è composita ma che esiste di per sé: il nirvana. Esso non “appare” soltanto, ma è. Il nirvana è l’unico dhamma a non nascere da cause.

Non ha senso dire che il nirvana sia una verità, perché la verità è una proprietà delle proposizioni, mentre la realtà è una proprietà delle cose (distinzione tra epistemologia e ontologia). Il nirvana, naturalmente, non è una proposizione.

IMPIEGHI DEL TERMINE NIRVANA

  1. Secondo il Buddha l’esperienza della salvezza era un’esperienza al di là delle parole. Da questo punto di vista il Buddha si inserisce in una tradizione apparentemente universale connessa all’esperienza mistica (attenzione all’improprietà di linguaggio; N.D. FSV), ma più specificamente segue le orme delle Upanisad. Occorre però aggiungere che per il Buddha ciò non è niente di così speciale, dato che il linguaggio non è mai in grado di catturare appieno l’esperienza. Tuttavia l’esperienza dell’Illuminazione è sentita come totalmente dissimile da qualunque altra esperienza. Nondimeno, vi si accenna per mezzo di metafore. Per esempio, l’esperienza è paragonata al risveglio, o alla sensazione che i fuochi della passione, dell’odio o della confusione, da cui si era prima riarsi, si siano estinti.

2) Dopo avere sperimentato l’Illuminazione, è possibile dire come ci si sente. Nel clima caldo dell’India sembra frequente il riferimento al fatto di sentirsi freschi e a proprio agio. …. Una casuale somiglianza fonetica ha creato un’associazione fra una particolare parola per dire “beato” (nibbuta) e il nirvana. A quanto sembra, il Buddha considerava l’esperienza della Illuminazione irreversibile e indimenticabile.

3) Mentre si ha l’esperienza iniziale dell’Illuminazione non si è assolutamente in grado di descriverla; si può tentare di farlo soltanto dopo. D’altro canto, è probabile che ancor prima di avere l’esperienza la persona sia a conoscenza delle descrizioni fornite da altri e sappia a grandi linee cosa aspettarsi. Quindi, nonostante la separazione fra gli aspetti soggettivi e oggettivi dell’esperienza iniziale possa apparire futile dal punto di vista di chi ha l’esperienza, e sebbene non vi sia certamente alcunché di oggettivo, nel senso di qualcosa di suscettibile di pubblico esame, una tradizione può avere – e in questo caso ha senza dubbio – molto da dire sul contenuto. Come ha osservato William James, si ha la sensazione che ciò di cui si ha esperienza abbia un contenuto oggettivo, anche se pure questo è al di là delle parole. All’Illuminazione il Buddha spesso fa riferimento come a una “visione delle cose così come sono”. Oltre a ciò, il linguaggio può di nuovo essere dovizioso, poiché può dire molto su tutte le altre esperienze ordinarie, come infatti fece il Buddha, e poi affermare che ciò che l’illuminato sperimenta – di cui prende coscienza – è l’opposto.

L’ultima distinzione cui devo accennare è delineata all’interno del buddhismo stesso. Il nirvana discusso finora è l’Illuminazione, ma il termine si riferisce anche alla morte di un illuminato. Poiché il fatto che un illuminato non rinasce più è un assunto centrale del buddhismo, e ovviamente non possono esistere resoconti di illuminati che descrivano la loro morte, qui la tradizione apofatica non ha rivali.

Né esistente né inesistente

Una tradizione buddhista nata in Cina sostiene che il Buddha insegnò una via di mezzo tra l’essere e il non essere. L’origine di questa dottrina non è difficile da spiegare. Nel Kaccayana-gotto Sutta nel Samyutta Nikaya il Buddha dice che egli non predica né sabbam atthi (tutto esiste) né sabbam natthi (nulla esiste). Ciò che predica è la Via di mezzo fra questi due estremi, ovvero l’originazione dipendente; è questa la “retta visione” (samma ditthi). Si presuppone che l’esistenza sia definita come esistenza immutabile, concepita come l’opposto del cambiamento o di un processo. Il Buddha ripete semplicemente che nel nostro mondo, ovvero nella nostra esperienza, tutto è un processo, e per giunta un processo causalmente condizionato. Ignorando sia il contesto immediato di tale affermazione sia quello più ampio dell’insegnamento del Buddha, si è creduto che tale affermazione perfettamente razionale autorizzasse a una totale irrazionalità e la convinzione che il Buddhismo si faccia beffe delle normali leggi della logica. Non so se ciò sia valido dal punto di vista religioso, ma di certo non lo è dal punto di vista storico.

 

 

ERRORI DIVERSI RIGUARDO ALL’INIZIAZIONE (René Guénon)

Iniziazione

Non riteniamo superfluo, per sgomberare in qualche modo il terreno, segnalare fin d’ora alcuni errori riguardanti la natura e il fine dell’iniziazione, giacché tutto quello che abbiamo avuto occasione di leggere su questo argomento nel corso di numerosi anni ci ha fornito, si può dire giornalmente, le prove di un’incomprensione pressoché generale. E’ ovvio che non possiamo pensare di effettuare qui una sorta di “rassegna” in cui rilevare tali errori uno per uno in modo particolareggiato, cosa che risulterebbe troppo fastidiosa e priva di interesse; meglio sarà che ci limitiamo a esaminare alcuni casi in certo qual modo “tipici”, e questo avrà nello stesso tempo il vantaggio di dispensarci dal fare riferimenti troppo diretti ad autori o scuole definiti, giacché è sottinteso che le osservazioni che faremo hanno per noi una portata assolutamente indipendente da qualsiasi questione di “personalità”, come comunemente si dice, ovvero, per usare un linguaggio più esatto, di individualità.

Ricorderemo, per incominciare, e senza insistervi eccessivamente, le concezioni troppo diffuse secondo cui l’iniziazione sarebbe qualcosa di carattere semplicemente “morale” e “sociale” (è questo in particolare il punto di vista della maggioranza dei Massoni attuali, così come è sullo stesso terreno esclusivamente “sociale” che contemporaneamente si pone la maggior parte di coloro che li combattono, e questo non fa che provare una volta di più che le organizzazioni iniziatiche offrono il fianco agli attacchi dall’esterno soltanto nella misura in cui subiscano un processo degenerativo; N.D.A.).

Si tratta di concezioni anche troppo limitate e “terrestri”, se così possiamo esprimerci e, come spesso abbiamo detto a propositi di altri argomenti, l’errore più grossolano è lungi dall’essere sempre il più pericoloso. Diremo soltanto, per tagliar corto con ogni confusione, che concezioni simili non si attagliano realmente neppure a quella prima parte dell’iniziazione che l’antichità indicava con il nome di “piccoli misteri”; questi ultimi riguardano di fatto l’individualità umana, ma nello sviluppo integrale delle sue possibilità , perciò al di là della modalità corporea, la cui attività si esercita nella sfera che è comune a tutti gli uomini. Non riusciamo proprio a capire che valore avrebbe, o addirittura quale ragion d’essere, una pretesa iniziazione che si limitasse a ripetere, mascherandolo sotto una forma più o meno enigmatica, quanto di più banale è contenuto nell’istruzione profana, quanto di più comune c’è in essa, vale a dire “alla portata di tutti”. Con questo non intendiamo negare che la conoscenza iniziatica possa avere applicazioni nella sfera sociale, così come in qualsiasi altro ambito; ma questa è una questione del tutto diversa: innanzi tutto applicazioni contingenti di questo genere non costituiscono assolutamente lo scopo dell’iniziazione, così come le scienze tradizionali secondarie non costituiscono l’essenza di una tradizione; inoltre, esse hanno un carattere del tutto diverso da quello di ciò di cui stiamo parlando, in quanto discendono da principi che non hanno nulla a che vedere con precetti di “morale corrente”, soprattutto quando si tratti della troppo decantata “morale laica” cara a tanti nostri contemporanei e, per di più, procedono per vie inaccessibili ai profani, in virtù della natura stessa delle cose; siamo con esse, perciò, piuttosto lontani da quella che in passato abbiamo sentito chiamare testualmente da qualcuno, “la preoccupazione di vivere a modo”. Finché ci si limiterà a “fare della morale” basandosi sui simboli, sia pure con le migliori delle intenzioni, non si farà certo qualcosa che abbia a che vedere con l’iniziazione.

A errori più sottili, e di conseguenza più temibili, si dà luogo talvolta quando, a proposito dell’iniziazione, si parla di una “comunicazione” con stati superiori o con “mondi spirituali”; prima di tutto, troppo spesso un tal modo di esprimersi sottintende l’illusione costituita dal ritenere “superiore” qualcosa che veramente superiore non è, ma che così appare semplicemente perché è più o meno straordinario o “anormale”. In fondo, dovremmo ripetere qui tutto quello che abbiamo già detto in altra sede sulla confusione tra lo psichico e lo spirituale (Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi), giacché essa è infatti quella in cui più frequentemente si cade in simili occasioni; di fatto gli stati psichici non hanno nulla di “superiore” né di “trascendente”, inteso che fanno parte dello stato individuale umano; e quando noi parliamo di stati superiori dell’essere, in tal caso senza nessun abuso di linguaggio, intendiamo esclusivamente gli stati sovraindividuali. Qualcuno spinge ancor più lontano la confusione, e del termine “spirituale” fa più o meno un sinonimo di “invisibile”, vale a dire che ritiene tale, indistintamente, tutto quello che non cade sotto i sensi ordinari e “normali”; in questo modo abbiamo visto denominare persino il mondo “eterico”, ossia semplicemente la parte meno grossolana del mondo corporeo! In queste condizioni c’è fortemente da temere che la “comunicazione” di cui è questione si riduca in definitiva a non altro che alla “chiaroveggenza”, o alla “chiaroudienza”, o all’esercizio di qualche altra facoltà psichica dello stesso genere e non meno insignificante, anche quando sia reale. E’ proprio quel che capita di fatto sempre, e in fondo è a questo che si riducono tutte le scuole pseudo-iniziatiche dell’Occidente moderno; alcune di esse si assegnano addirittura espressamente lo scopo dello “sviluppo dei poteri psichici latenti nell’uomo”; nel seguito avremo da ritornare ulteriormente sulla questione dei pretesi “poteri psichici” e delle illusioni a cui essi danno luogo (ma non in questo blog. C’è un limite di decenza anche rispetto alle sciocchezze che è necessario confutare; N.D. FSV).

Ma non è tutto: anche ammettendo che nel pensiero di qualcuno si tratti veramente di una comunicazione con gli stati superiori, ciò sarebbe ancora assai lontano dall’essere sufficiente per caratterizzare l’iniziazione. In effetti, una comunicazione simile è stabilita anche mediante i riti di ordine puramente exoterico, in particolare con i riti religiosi; bisogna non dimenticare che anche in questo caso entrano realmente in gioco influenze spirituali e non più soltanto psichiche, quantunque per fini completamente diversi da quelli che si riferiscono all’ambito iniziatico. L’intervento di un elemento “non umano” può definire in maniera generale tutto quel che è autenticamente tradizionale; ma la presenza di tale carattere comune non è una ragione sufficiente perché non si facciano poi le distinzioni necessarie e in particolare perché si confonda l’ambito religioso con quello iniziatico, o perché si veda al massimo, tra i due, soltanto una differenza di grado, quando c’è invece una reale differenza di natura e, possiamo dire, addirittura di natura profonda. Quest’ultima confusione è anch’essa molto frequente, principalmente in coloro che pretendono di studiare l’iniziazione “dal di fuori”, con intenzioni che possono d’altronde essere assai diverse; per cui è indispensabile denunciarla formalmente: l’esoterismo è qualcosa di essenzialmente diverso dalla religione, e non è la parte “interiore” di una religione come tale, anche quando assuma la sua base e il suo punto di appoggio in essa come accade in alcune forme tradizionali, ad esempio nell’Islamismo; né l’iniziazione è una sorta di religione speciale riservata a una minoranza, come sembrano immaginare, ad esempio, coloro che parlano dei misteri antichi facendoli passare per “religiosi”.

Non possiamo sviluppare in questa occasione tutte le differenze che separano le due sfere religiosa e iniziatica giacché, più ancora di quando si trattava soltanto dell’ambito mistico, che non è se non una parte della prima, questo ci porterebbe sicuramente molto distante; senonché ci basterà, per lo scopo che ci prefiggiamo al presente, precisare che la religione prende in considerazione l’essere unicamente nello stato individuale umano e non mira assolutamente a farlo uscire da esso, anzi tende al contrario ad assicurargli le condizioni migliori proprio in tale stato, mentre l’iniziazione ha come scopo essenziale di andare al di là delle possibilità di questo stato e di rendere effettivamente possibile il passaggio agli stati superiori, e infine di condurre inoltre l’essere al di là di qualsiasi stato condizionato.

Si deduce da ciò che, per quel che riguarda l’iniziazione, la semplice comunicazione con gli stati superiori non può essere considerata come uno scopo, ma soltanto come un punto di partenza: se tale comunicazione deve essere effettuata inizialmente mediante l’azione di un’influenza spirituale, questo è per permettere in seguito una presa di possesso effettiva di tali stati, e non semplicemente, come nell’ambito religioso, per far discendere sull’essere una “grazia” che in qualche modo lo leghi ad essi, ma senza che in essi lo faccia penetrare. Per esprimere la cosa in un modo che sarà forse più comprensibile, possiamo dire che se, ad esempio, qualcuno potrà venire in rapporto con gli angeli, senza con ciò cessare di essere egli stesso rinchiuso nella propria condizione di individuo umano, dal punto di vista iniziatico non avrà ottenuto alcun avanzamento; da tale punto di vista, infatti, non si tratta di comunicare con altri esseri che siano in uno stato “angelico”, ma di raggiungere e di realizzare in proprio un tale stato sovraindividuale, evidentemente non in quanto individuo umano, cosa che sarebbe assurda, ma in quanto l’essere che si manifesta come individuo umano in un certo stato ha in sé le possibilità di tutti gli altri stati. Ogni realizzazione iniziatica è perciò essenzialmente e puramente “interiore”, al contrario di quella “uscita da sé” in cui consiste l'”estasi” nel senso proprio ed etimologico della parola; e in questo risiede non la sola differenza, certo, ma per lo meno una delle grandi differenze che esistono tra gli stati mistici, i quali si strutturano interamente nell’ambito religioso, e gli stati iniziatici. Di fatto, è su questa distinzione che in definitiva si deve sempre ritornare, perché la confusione tra il punto di vista iniziatico e il punto di vista mistico, di cui abbiamo tenuto a sottolineare fin dall’inizio il carattere particolarmente insidioso, è di tal natura che può ingannare intelligenze che non si lascerebbero accalappiare dalle deformazioni più grossolane delle pseudo-iniziazioni, intelligenze che forse potrebbero anche arrivare senza troppa difficoltà a capire cos’è veramente l’iniziazione se non incontrassero sulla loro strada questi sottili errori, che sembrano persino esservi stati posti apposta per distoglierle da tale comprensione.

 

 

 

Via iniziatica e via mistica (René Guénon)

Iniziazione

La confusione tra il dominio esoterico e iniziatico e l’ambito mistico, o, se si preferisce, tra i punti di vista che rispettivamente vi corrispondono, è una di quelle che più frequentemente si commettono oggi, e questo, sembrerebbe, in un modo che non è sempre completamente disinteressato; si tratta per altro di un atteggiamento piuttosto nuovo, o che almeno, in certi ambienti, è andato molto generalizzandosi in questi ultimi anni, ed è per questo che ci sembra necessario incominciare con lo spiegarci chiaramente su tale punto. Va ora di moda, se così si può dire, trattare come “mistiche” persino le dottrine orientali, ivi comprese quelle in cui non c’è neppure l’ombra di un’apparenza esteriore che possa, per coloro che non sono capaci di andare oltre, dar luogo a una qualifica del genere; l’origine di questa falsa interpretazione è naturalmente imputabile ad alcuni orientalisti, i quali del resto possono non esservi stati indotti da un secondo fine chiaramente definito, ma soltanto dalla propria incomprensione e dal partito preso più o meno incosciente, che è loro abituale, di ricondurre tutto a punti di vista occidentali.

In seguito ne sono però venuti altri, che si sono impadroniti di questa assimilazione abusiva e, vedendo i vantaggi che se ne potevano trarre per i loro propri fini, si sforzano di propagarne l’idea al di fuori del mondo particolare, tutto sommato abbastanza circoscritto, degli orientalisti e della loro clientela; e questo è più grave, non soltanto perché è così che tale confusione si diffonde sempre di più, ma anche perché non è difficile vedere in ciò dei segni non equivoci di un tentativo “annessionistico” contro il quale è opportuno stare in guardia. In effetti, coloro a cui ci riferivamo sono quelli che si possono considerare i negatori più “seri” dell’esoterismo, vogliamo dire gli exoteristi religiosi che non vogliono ammettere nulla al di fuori del loro proprio ambito, ma indubbiamente ritengono che tale assimilazione o “annessione” sia più abile di una negazione brutale; e, a giudicare dal modo in cui alcuni di loro si danno da fare per travestire da “misticismo” le dottrine più evidentemente iniziatiche, sembrerebbe veramente che questa necessità abbia ai loro occhi un carattere particolarmente urgente. A dire il vero, ci sarebbe pure , in quello stesso ambito religioso a cui appartiene il misticismo, qualcosa che, sotto certi aspetti, potrebbe prestarsi meglio a un accostamento o piuttosto a un’apparenza di accostamento: è ciò che viene denominato col termine “ascetica”, perché si tratta per lo meno di un metodo attivo, in luogo dell’assenza di metodo e della passività che caratterizza il misticismo e sulle quali dovremo ritornare fra poco; ma è ovvio che queste rassomiglianze sono del tutto esteriori, e d’altronde tale “ascetica” ha forse scopi solo troppo visibilmente circoscritti per poter essere utilizzata con vantaggio nel modo che indicavamo, mentre con il misticismo non si sa mai ben precisamente dove si va a parare, ed è proprio tale vaghezza che è sicuramente propizia alle confusioni. Soltanto che coloro che si dedicano a questo lavoro con proposito deliberato, analogamente a quelli che li seguono più o meno inconsapevolmente, non sembrano rendersi conto che, in tutto ciò che ha attinenza con l’iniziazione, in realtà non c’è niente di vago né di nebuloso, ma si tratta al contrario di cose molto precise e molto “positive”; e, di fatto, l’iniziazione è, per sua stessa natura, propriamente incompatibile con il misticismo.

Tale incompatibilità, del resto, non deriva da ciò che il termine misticismo implica originariamente, termine che è anzi manifestamente apparentato con l’antica denominazione dei “misteri”, vale a dire con qualcosa che, al contrario, appartiene all’ambito iniziatico; soltanto che tale parola è una di quelle per le quali, lungi dal potersi riferire unicamente all’etimologia, si è rigorosamente obbligati, se ci si vuol far comprendere, a tener conto del senso che è stato loro imposto dall’uso, senso che è, di fatto, il solo che gli si attribuisca attualmente. Ora, ognuno sa cosa si intende con misticismo, ormai già da molti secoli, cosicché non è più possibile servirsi di questo termine per indicare qualcos’altro; ed è questo che noi diciamo che non ha e non può avere niente in comune con l’iniziazione, in primo luogo perché il misticismo appartiene esclusivamente all’ambito religioso, vale a dire exoterico, e poi perché la via mistica differisce dalla via iniziatica in tutti i suoi caratteri essenziali, e questa differenza è tale che ne risulta tra di loro una vera incompatibilità. Precisiamo però che si tratta di una incompatibilità di fatto più che di principio, nel senso che non è che noi intendiamo negare il valore almeno relativo del misticismo, o di contestare il posto che gli può legittimamente competere in certe forme tradizionali; la via iniziatica e la via mistica possono coesistere perfettamente, ma quel che vogliamo dire e che è impossibile che qualcuno segua sia l’una sia l’altra, e questo senza neppure prendere in esame la questione dello scopo a cui devono condurre, anche se si può già prevedere, in ragione della differenza profonda dei domini a cui si riferiscono, che tale scopo non potrà in realtà essere il medesimo.

Abbiamo detto che la confusione che fa vedere a qualcuno del misticismo anche dove non ce n’è la minima traccia ha la sua origine nella tendenza a tutto ridurre ai modi di vedere occidentali; il fatto è che, in effetti, il misticismo propriamente detto è qualcosa di esclusivamente occidentale e, in fondo, di specificamente cristiano. A tal proposito, ci è capitato di fare una constatazione abbastanza curiosa perché la riportiamo qui: in un libro di cui abbiamo parlato in un’altra sede, il filosofo Bergson, opponendo l’una all’altra quelle che egli chiama la “religione statica” e la “religione dinamica”, vede la più alta espressione di quest’ultima nel misticismo, che del resto non capisce gran che, e ammira soprattutto per ciò che, al contrario, noi potremmo trovarvi di vago e persino di difettoso sotto certi rapporti; ma quel che può sembrare veramente strano da parte di un “non cristiano”, è che per lui il “misticismo completo”, per quanto poco soddisfacente sia l’idea che se ne fa, è comunque quello dei mistici cristiani. Per la verità, come conseguenza necessaria della poca stima che prova per la “religione statica”, egli dimentica un po’ troppo che questi ultimi sono cristiani ancor prima di essere mistici o, per lo meno, per giustificarli di essere cristiani, pone indebitamente il misticismo all’origine dello stesso Cristianesimo; e per stabilire sotto questo profilo una sorta di continuità tra quest’ultimo e l’Ebraismo, arriva al punto di trasformare in “mistici” i profeti ebraici; evidentemente non ha la minima idea del carattere della missione dei profeti e della natura della loro ispirazione. Comunque stiano le cose, se il misticismo cristiano, per quanto deformato e sminuito sia il concetto che egli se ne fa, è in tal modo ai suoi occhi il tipo stesso del misticismo, la ragione di ciò è in fondo molto facile da capire: essa è che, di fatto e rigorosamente parlando, non esiste altro misticismo all’infuori di quello cristiano; e anche i mistici che vengono chiamati “indipendenti”, e che noi diremmo più volentieri “aberranti”, in realtà si ispirano soltanto, fosse pure a loro insaputa, a idee cristiane denaturate e più o meno svuotate del loro contenuto originario. Ma anche questo, come tante altre cose, sfugge al nostro filosofo, il quale si sforza di scoprire, anteriormente al Cristianesimo, degli “abbozzi del misticismo futuro”, mentre si tratta di cose totalmente diverse; in particolare, si trovano a tal proposito alcune pagine sull’India che rivelano un’incomprensione inaudita. Ci si trovano anche i misteri greci, e qui l’accostamento, fondato sulla parentela etimologica che segnalavamo prima, si riduce tutto sommato a un ben brutto gioco di parole; del resto, Bergson stesso è obbligato a confessare che “la maggior parte dei misteri non ebbe nulla di mistico”; ma allora perché parlarne attribuendogli questa denominazione? Quanto a quel che furono questi misteri, egli se li rappresenta nel modo più profano che si possa immaginare; tutto ignorando dell’iniziazione , come potrebbe capire che si trattò, così come nel caso dell’India, di qualcosa che prima di tutto non aveva assolutamente un carattere religioso, e poi andava incomparabilmente più lontano del suo “misticismo” e, bisogna pur dirlo, anche del misticismo autentico, il quale, per il fatto stesso che si confina nell’ambito puramente exoterico, soffre necessariamente anch’esso delle sue limitazioni?

Non ci proponiamo al presente di esporre nei particolari e in modo completo tutte le differenze che separano in realtà i due punti di vista iniziatico e mistico, giacché già solo questo richiederebbe un intero volume; la nostra intenzione è soprattutto di insistere qui sulla differenza in virtù della quale l’iniziazione, nel suo stesso processo, presenta caratteri completamente diversi da quelli del misticismo, vuoi addirittura opposti, il che basta per mostrare che di fatto si tratta di due “vie” non solo distinte, ma incompatibili nel senso già da noi precisato. Ciò che più spesso si dice a questo proposito, è che il misticismo è “passivo”, mentre l’iniziazione è “attiva”; è una cosa verissima, a condizione di determinare bene l’accezione in cui si deve intenderla esattamente. Ciò significa soprattutto che, nel caso del misticismo, l’individuo si limita a ricevere semplicemente quel che gli si presenta, e come gli si presenta, senza intervenire per nulla; e diciamolo subito, è in questo che per lui risiede il pericolo principale, per il fatto che in tal modo è “aperto” a tutte le influenze, di qualunque ordine siano, e perché per di più, in generale e salvo rare eccezioni, non ha la preparazione dottrinale che sarebbe necessaria per permettergli di stabilire fra di esse una qualsivoglia discriminazione.

Nel caso dell’iniziazione, al contrario, è all’individuo che compete l’iniziativa di una “realizzazione” che proseguirà metodicamente, sotto un controllo rigoroso e incessante, e dovrà normalmente condurre al superamento delle possibilità stesse dell’individuo in quanto tale; è indispensabile aggiungere che tale iniziativa non è sufficiente, perché è ben evidente che l’individuo non potrebbe andare al di là di se stesso con i suoi propri mezzi ma, ed è ciò che per il momento ci importa, è essa a costituire obbligatoriamente il punto di partenza di qualsiasi “realizzazione” per l’iniziato, mentre il mistico non ne ha nessuna, sia pure per cose che non vanno assolutamente al di là del campo delle possibilità individuali. Questa distinzione può già sembrare abbastanza netta, giacché fa vedere bene come non si possano seguire contemporaneamente le due vie iniziatica e mistica, tuttavia non è ancora sufficiente; potremmo anzi dire che essa corrisponde ancora soltanto all’aspetto più “exoterico” della questione e, in ogni caso, è troppo incompleta per ciò che riguarda l’iniziazione, di cui è molto lontana dall’includere tutte le condizioni necessarie; senonché, prima di affrontare lo studio di tali condizioni, ci restano ancora da dissipare alcune confusioni.

 

 

 

“ORDO AB CHAO” E “POST TENEBRAS LUX” (René Guénon)

Iniziazione

Negli alti gradi della Massoneria Scozzese esistono due motti il cui senso ha un rapporto con alcune delle considerazioni da noi esposte in precedenza: uno è Post Tenebras Lux e l’altro Ordo ab Chao; e a dire il vero il loro significato è così strettamente connesso da essere pressoché identico, anche se Ordo ab Chao è forse suscettibile di un’applicazione più ampia. In effetti essi si riferiscono entrambi all'”illuminazione” iniziatica, il primo direttamente e il secondo in via consequenziale, dato che è la vibrazione originaria del Fiat Lux a determinare l’inizio del processo cosmogonico in conseguenza del quale il “caos” sarà ordinato per diventare il “cosmo”. Le tenebre rappresentano sempre, nel simbolismo tradizionale, lo stato delle potenzialità non sviluppate che costituiscono il caos; e correlativamente, la luce è messa in rapporto con il mondo manifestato, nel quale queste potenzialità saranno rese attuali, vale a dire con il “cosmo”, attualizzazione che è determinata o misurata, in ciascun momento del processo di manifestazione, dall’estensione dei “raggi solari” partiti dal punto centrale in cui è stato proferito il Fiat Lux iniziale.

La luce è perciò effettivamente “dopo le tenebre”, e ciò non soltanto dal punto di vista “macrocosmico”, ma altresì dal punto di vista “microcosmico” che è quello dell’iniziazione, giacché, sotto questo profilo, le tenebre rappresentano il mondo profano dal quale proviene il recipiendario, ovvero lo stato profano in cui questi si trova inizialmente, fino al momento preciso in cui diventerà iniziato col “ricevere la luce”. Mediante l’iniziazione l’essere passa perciò “dalle tenebre alla luce”, così come il mondo, alla sua origine (e il simbolismo della “nascita” è ugualmente applicabile in entrambi i casi), è passato “dalle tenebre alla luce” in virtù dell’atto del Verbo creatore e ordinatore; e di conseguenza l’iniziazione è veramente, del resto secondo un carattere molto generale dei riti tradizionali, un’immagine di “ciò che fu fatto all’inizio”.

D’altro canto, il “cosmo”, in quanto “ordine” o insieme ordinato di possibilità, non è soltanto derivato dal caos come stato “non ordinato”, ma è inoltre propriamente prodotto a partire da quest’ultimo (ab Chao), nel quale tali possibilità sono contenute allo stato potenziale e indistinto, e che è in tal modo la materia prima (in senso relativo, ovverosia più esattamente e nei confronti della vera materia prima o sostanza universale, la materia secunda di un particolare mondo) o il punto di partenza “sostanziale” della manifestazione di tale mondo, così come il Fiat Lux ne è, da parte sua, il punto di partenza “essenziale”. In modo analogo, lo stato dell’essere prima dell’iniziazione costituisce la sostanza “indistinta” di tutto quel che esso può diventare effettivamente in seguito, perché, come già abbiamo detto in precedenza, l’iniziazione non può avere l’effetto di introdurre in lui possibilità che non esistano in lui fin dall’inizio (ed è questa la ragion d’essere delle qualificazioni richieste come condizione preventiva), in modo non diverso dal fatto che neppure il Fiat Lux cosmogonico è in grado di aggiungere nulla alle possibilità del mondo per il quale è proferito; senonché tali possibilità vi si trovano ancora soltanto in uno stato “caotico e tenebroso”, e occorre l'”illuminazione” perché esse possano incominciare a ordinarsi e, proprio a causa di ciò, a passare dalla potenza all’atto. E’ cosa che va ben capita, in effetti, che questo passaggio non si effettua istantaneamente, ma prosegue nel corso di tutto il lavoro iniziatico, analogamente al fatto che, dal punto di vista “macrocosmico”, esso prosegue durante tutto il corso del ciclo di manifestazione del mondo considerato; il “cosmo” o “ordine”, non esiste ancora se non virtualmente in forza del Fiat Lux iniziale (il quale – in sé e per sé – deve essere concepito come avente carattere di “intemporalità”, perché precede lo svolgimento del ciclo di manifestazione e non può quindi situarsi all’interno di quest’ultimo), e, del pari, l’iniziazione non è ancora se non virtualmente compiuta in virtù della comunicazione dell’influenza spirituale della quale la luce è in qualche modo il “supporto” rituale.

Le altre considerazioni che si possono ancora dedurre dal motto Ordo ab Chao si riferiscono piuttosto al ruolo delle organizzazioni iniziatiche verso il mondo esteriore: poiché – come abbiamo appena detto – la realizzazione dell'”ordine”, in quanto essa fa una sola cosa con quella della stessa manifestazione nel campo di uno stato di esistenza qual è il nostro mondo, prosegue in modo continuo fino all’esaurimento delle possibilità che vi sono implicate (esaurimento in grazia del quale viene raggiunto l’estremo confine a cui può spingersi la “misura” di questo mondo), tutti gli esseri che sono in grado di prenderne coscienza devono, ciascuno al suo posto e secondo le sue modalità proprie, concorrere effettivamente a tale realizzazione, la quale è anche indicata come quella del “piano del Grande Architetto dell’Universo”, nell’ambito generale ed esteriore, mentre – nello stesso tempo – ognuno di essi, in virtù del lavoro iniziatico vero e proprio, realizza in se stesso, interiormente e in particolare, il piano che a quest’ultimo corrisponde dal punto di vista “microcosmico”. Si può capire facilmente come tutto ciò sia – in tutti gli ambiti – suscettivo di applicazioni diverse e molteplici; così per quel che riguarda più specialmente l’ordine sociale, ciò che che è in questione qui potrà tradursi nella costituzione di un’organizzazione tradizionale completa, sotto l’ispirazione delle organizzazioni iniziatiche, le quali, costituendo la parte esoterica, saranno in qualche modo lo “spirito” vero e proprio di tutto l’insieme di una simile organizzazione sociale; e quest’ultima rappresenta di fatto bene, anche sotto il profilo exoterico, un vero “ordine”, in opposizione al “caos” rappresentato dallo stato puramente profano al quale corrisponde l’assenza di una tale organizzazione.

Ricorderemo ancora, senza insistervi oltre misura, un altro significato di carattere più particolare, il quale è d’altronde legato in modo abbastanza diretto a quello da noi indicato in ultimo, giacché si riferisce tutto sommato allo stesso ambito: tale significato si riferisce all’utilizzazione, per farle concorrere alla realizzazione dello stesso piano d’insieme, di organizzazioni esteriori, inconsapevoli come tali di questo piano e apparentemente opposte le una alle altre, sotto una direzione “invisibile” unica, la quale è, essa, al di là di tutte le opposizioni; a ciò abbiamo fatto accenno in precedenza, segnalando che la cosa aveva trovato applicazione, in modo particolarmente preciso, nella tradizione estremo-orientale. In se stesse, le opposizioni, a causa dell’azione disordinata che generano, costituiscono di fatto una specie di “caos” per lo meno apparente; senonché si tratta precisamente di far servire proprio questo “caos” (assumendolo in qualche modo come la “materia” su cui si esercita l’azione dello “spirito” rappresentato dalle organizzazioni iniziatiche dalla natura più elevata e più “interiore”) alla realizzazione dell'”ordine ” generale, così come, nell’insieme del “cosmo”, tutte le cose che sembrano opporsi tra di loro non perciò perdono, infine, la loro reale natura di elementi dell’ordine totale. Perché le cose siano veramente così, occorre che ciò che presiede all'”ordine” adempia, nei confronti del mondo esteriore, la funzione di “motore immobile”: questi, mantenendosi nel punto fisso che è il centro della “ruota cosmica”, è per ciò stesso il perno attorno al quale la ruota gira, la norma sulla quale il suo movimento è regolato; ciò può esserlo solo perché non partecipa al movimento, e tale è senza che debba intervenire appositamente, perciò senza intromettersi in nessun modo nell’azione esteriore, la quale appartiene nella sua integralità alla circonferenza della ruota. Tutto quello che è coinvolto nelle rotazioni di quest’ultima non può se non avere la natura di modificazione contingente che muta e passa; solo permane ciò che, unito al Principio, si mantiene invariabilmente nel centro, immutabile come il Principio stesso; e il centro – che da nulla può essere influenzato nella sua unità indifferenziata – è il punto di partenza della molteplicità indefinita di tali modificazioni, che costituiscono la manifestazione universale; e nello stesso tempo è anche il punto a cui esse confluiscono, giacché è nei suoi versi che esse tutte sono in definitiva ordinate, così come le potenze di ogni essere sono necessariamente ordinate in vista della sua reintegrazione finale nell’immutabilità principale.

 

CONOSCENZA INIZIATICA E “CULTURA” PROFANA (René Guénon)

Iniziazione

Abbiamo già fatto rilevare come occorra evitare ogni confusione tra la conoscenza dottrinale di ordine iniziatico, anche quando sia ancora soltanto teorica e semplicemente propedeutica alla “realizzazione”, e tutto quello che è istruzione puramente esteriore o sapere profano, che non ha nessun rapporto con tale conoscenza. Dobbiamo tuttavia insistere ancora più specialmente su questo punto giacché abbiamo dovuto troppo spesso constatarne la necessità: occorre farla finita con il pregiudizio troppo diffuso che pretende che quella che si è convenuto chiamare “cultura”, in senso profano e “mondano”, abbia un qualsiasi valore, fosse anche a titolo di preparazione, nei confronti della conoscenza iniziatica, mentre essa non ha, e non può avere veramente, nessun punto di contatto con quest’ultima.

In linea di principio si tratta in effetti, puramente e semplicemente di un’assenza di rapporto: l’istruzione profana, a qualunque grado la si prende in esame, ai fini della conoscenza iniziatica non può servire a nulla, e (fatte le necessarie riserve sulla degradazione intellettuale che comporta l’adozione del punto di vista profano in sé) neppure è incompatibile con quest’ultima; sotto questo profilo essa si presenta unicamente come qualcosa di indifferente, allo stesso titolo dell’abilità manuale acquisita con la pratica di un mestiere meccanico, o anche della “cultura fisica” tanto di moda ai giorni nostri. In fondo queste sono cose che, per chi si ponga dal punto di vista che ci occupa qui, appartengono tutte esattamente allo stesso ordine; senonché il pericolo è che ci si lasci attirare dall’ingannevole apparenza di una sedicente “intellettualità” che non ha assolutamente nulla a che vedere con l’intellettualità pura e vera, e l’abuso costante della parola “intellettuale”, che precisamente viene perpetrato dai nostri contemporanei, basta a provare che si tratta di un pericolo fin troppo reale. Ne risulta spesso, tra gli altri inconvenienti, una tendenza a voler unire – o piuttosto mescolare – tra di loro cose che sono di natura tutta diversa; senza che sia il caso di riparlare a questo proposito dell’intrusione di una speculazione prettamente profana in certe organizzazioni iniziatiche occidentali, ricorderemo soltanto la vanità – da noi segnalata in svariate occasioni – di tutti i tentativi fatti per instaurare un legame o un qualunque confronto tra la scienza moderna e la conoscenza tradizionale. Qualcuno si spinge perfino, in questo senso, fino al punto di avere la pretesa di trovare nella prima conferme per la seconda, quasi che quest’ultima, che riposa su principi immutabili, potesse trarre il minimo beneficio da una conformità accidentale e del tutto esteriore con qualcuno dei risultati ipotetici e incessantemente mutevoli di quella ricerca incerta ed esitante che i moderni si compiacciono di decorare con il nome di “scienza”.

Ma non è su questo aspetto della questione che ci tocca insistere in particolare in questa occasione, e neppure sul pericolo che si corre quando si accordi un’importanza esagerata a un simile sapere inferiore (e spesso assolutamente illusorio), di dedicarvi tutta la propria attività a detrimento di una conoscenza superiore, la cui stessa possibilità giungerà così ad essere totalmente disconosciuta o ignorata. E’ fin troppo noto che questo caso è in effetti quello della maggioranza dei nostri contemporanei; e, per costoro, la questione di un rapporto con la conoscenza iniziatica, o addirittura tradizionale in generale, non si pone evidentemente più, dal momento che essi non sospettano neppure dell’esistenza di una conoscenza simile. Ma, senza neanche andare a toccare questa estremità, l’istruzione profana può costituire ben spesso di fatto, se non di principio, un ostacolo all’acquisizione della vera conoscenza, ossia tutto il contrario di una preparazione efficace, e ciò per diverse ragioni, sulle quali dobbiamo spiegarci un po’ più in particolare.

Innanzi tutto, l’educazione profana impone determinate abitudini mentali delle quali può essere più o meno difficile sbarazzarsi in seguito; è fin troppo facile constatare che le limitazioni e financo le deformazioni che sono l’abituale conseguenza dell’insegnamento universitario sono spesso irrimediabili; e per sfuggire completamente a questa deleteria influenza occorrono disposizioni particolari che non possono essere se non eccezionali. Parliamo qui in modo del tutto generale e non ci dilungheremo su certi inconvenienti più specifici, quali la ristrettezza di vedute che deriva inevitabilmente dalla specializzazione, o la miopia intellettuale che è l’abituale accompagnamento dell’erudizione coltivata per se stessa; quel che è essenziale osservare è che, se la conoscenza profana in sé e per sé è semplicemente indifferente, i metodi con i quali essa è inculcata sono in realtà la negazione stessa di quelli che aprono l’accesso alla conoscenza iniziatica.

Poi bisogna tener conto, come di un ostacolo che è lungi dall’essere trascurabile, di quella specie di infatuazione che è frequentemente causata da un presunto sapere ed è inoltre, in non poche persone, tanto più accentuata quanto maggiormente tale sapere è più elementare, inferiore e incompleto; del resto, senza che sia neppure il caso di uscire dalle contingenze della “vita ordinaria”, i danni dell’istruzione “primaria” in proposito sono riconosciuti volentieri da tutti coloro che non sono accecati da certe idee preconcette. E’ cosa evidente che, tra due ignoranti, quello che si rende conto di non sapere nulla si trova in una disposizione molto più favorevole per l’acquisizione della conoscenza di quegli che crede di sapere qualcosa; si potrebbe dire che le possibilità naturali del primo sono intatte, mentre quelle del secondo sono in qualche modo inibite e non possono più svilupparsi liberamente. D’altra parte, anche dando per scontata una eguale buona volontà nei due individui considerati, resterebbe sempre in ogni caso da tener conto che uno dei due avrebbe da disfarsi preventivamente delle idee false di cui è ingombro il suo mentale, mentre l’altro sarebbe per lo meno dispensato da questo lavoro preliminare e negativo, il quale costituisce uno dei significati di quella che l’iniziazione massonica denomina simbolicamente come la “spoliazione dai metalli”.

Con questo si spiega con facilità un fatto che abbiamo frequentemente avuto occasione di constatare e che riguarda le persone dette “colte”; è noto cosa si intenda comunemente con tale parola: non si tratta neppure di gente fornita di una qualche istruzione, sia pure non molto solida, per quanto limitata e inferiore possa esserne la portata, ma di una “vernice” superficiale su ogni sorta di cose, di un’educazione soprattutto “letteraria”, in tutti i casi puramente libresca e verbale, che permette di parlare con sufficienza di tutto, comprese le cose che si ignorano più completamente, e tale da ingannare coloro che, sedotti da questa brillante apparenza, non si accorgono che essa non nasconde che il vuoto. Una simile “cultura” produce in generale, a un altro livello, effetti confrontabili con quelli che ricordavamo poco fa trattando dell’istruzione primaria, o elementare; le eccezioni certamente esistono, giacché può capitare che qualcuno che ha ricevuto una “cultura” del genere sia dotato di disposizioni naturali abbastanza felici da indurlo a giudicarla solo nel suo giusto valore e a non lasciarsi imbrogliare da essa; ma non esageriamo certo se diciamo che, al di fuori di tali eccezioni, la gran maggioranza delle persone “colte” deve essere classificata fra coloro il cui stato mentale è fra i più sfavorevoli per la ricezione della vera conoscenza. C’è in costoro, nei confronti di quest’ultima, una sorta di resistenza spesso inconsapevole, talvolta anche voluta; quelli stessi che non negano formalmente, per partito preso e a priori, tutto ciò che è di natura esoterica o iniziatica, danno per lo meno prova, nei suoi confronti, di una totale mancanza di interesse, e può capitare addirittura che manifestino come un vanto la loro ignoranza di queste cose, quasi che essa fosse, ai loro occhi, uno degli indizi della superiorità che la loro cultura è in grado di conferirgli! E non si creda che dicendo queste cose siamo spinti dalla minima intenzione caricaturale; non facciamo che descrivere esattamente quel che abbiamo visto in svariate circostanze, non solo in Occidente, ma anche in Oriente, dove però questo tipo d’uomo “colto” ha fortunatamente poca importanza, non essendo comparso se non assai di recente e come prodotto di una certa educazione “occidentalizzata”, cosa da cui si deduce – notiamolo di sfuggita – che un tal uomo “colto” è necessariamente allo stesso tempo un “modernista”. La conclusione che si può trarre da tutto ciò è che le persone di questa risma sono semplicemente i meno iniziabili tra i profani, e che sarebbe perfettamente irragionevole tenere nel minimo conto la loro opinione, fosse anche solo per cercare di adattare ad essa la presentazione di certe idee; d’altronde è opportuno aggiungere che la preoccupazione per l'”opinione pubblica” in generale è uno degli atteggiamenti che sono il più possibile “anti-iniziatici”.

In questa occasione ci resta ancora da precisare un punto che si ricollega direttamente alle considerazioni già fatte: si tratta del fatto che qualsiasi conoscenza esclusivamente “libresca” non ha niente in comune con la conoscenza iniziatica, quand’anche intesa nel suo stadio semplicemente teorico. Dopo quel che abbiamo detto poco fa ciò può anche sembrare evidente, giacché tutto quello che è soltanto libresco fa incontestabilmente parte dell’educazione più esteriore; se vi insistiamo è perché ci si potrebbe ingannare nel caso in cui tale studio verta su libri il cui contenuto sia di natura iniziatica. Chi legge libri di questo tipo al modo delle persone “colte”, o pure chi li studia alla maniera degli “eruditi” e secondo i metodi profani, non sarà con questo minimamente più vicino alla vera conoscenza, a causa del fatto che la sua lettura è caratterizzata da disposizioni che non gli permettono di penetrare il senso reale dei libri che legge né di assimilarne il contenuto in una qualunque misura; l’esempio degli orientalisti, con l’incomprensione totale di cui danno generalmente prova, è un’illustrazione particolarmente impressionante di quel che stiamo dicendo. Del tutto differente è il caso di chi, prendendo questi stessi libri come “supporti” del suo lavoro interiore – che è la funzione per la quale essi sono essenzialmente destinati – sappia vedere al di là delle parole e trovi in essi un’occasione e un punto d’appoggio per lo sviluppo delle sue proprie possibilità; in tal caso si ritorna, tutto sommato, alla questione dell’uso propriamente simbolico di cui è capace il linguaggio, e del quale abbiamo parlato in precedenza. Ciò, si capirà senza sforzo, non ha più nulla in comune con il semplice studio libresco, quand’anche i libri ne siano il punto di partenza; il fatto di ammassare nella propria memoria nozioni verbali non produce neppure l’ombra di una conoscenza reale; la sola che conti è la penetrazione dello “spirito” avvolto sotto le forme esteriori, penetrazione che presuppone che l’essere porti in se stesso possibilità corrispondenti, giacché qualsiasi conoscenza è essenzialmente identificazione; e, in assenza di tale qualificazione inerente alla natura stessa di quell’essere, le più elevate espressioni della conoscenza iniziatica, nella misura in cui essa è esprimibile, e persino le Scritture sacre di tutte le tradizioni, non saranno mai se non “lettera morta” e flatus vocis.

 

 

L’INSEGNAMENTO INIZIATICO (René Guénon)

Iniziazione

Sembra che, in un senso abbastanza generale, non ci si renda conto esattamente di ciò che è, o di ciò che dovrebbe essere, l’insegnamento iniziatico, di ciò che lo caratterizza essenzialmente, differenziandolo profondamente dall’insegnamento profano. Molti, in simile materia, prendono le cose in un modo troppo superficiale, si fermano alle apparenze ed alle forme esteriori, e così non vedono, come particolarità degna di nota, nulla più dell’uso del simbolismo, di cui non comprendono affatto la ragion d’essere, si può dire anche la necessità, e che, in queste condizioni, non possono sicuramente trovare che strano e per lo meno inutile.

A parte ciò, essi suppongono che la dottrina iniziatica, in fondo, non sia quasi che una filosofia come le altre, un po’ differente forse per il suo metodo, ma in ogni caso niente di più, perché la loro mentalità è così fatta che sono incapaci di concepire altra cosa.

E quelli che acconsentiranno lo stesso a riconoscere all’insegnamento di una tale dottrina qualche valore da uno o dall’altro punto di vista, e per motivi qualunque, che non hanno abitualmente nulla di iniziatico, non potranno mai arrivare anche essi che a farne tutt’al più una specie di prolungamento dell’insegnamento profano, di completamento dell’educazione ordinaria, ad uso di un'”elite” relativa. Ora, è forse ancor meglio negare interamente il suo valore, il che equivale in fondo ad ignorarlo puramente e semplicemente, che trascinarlo così in basso e presentare, troppo spesso, in suo nome ed al suo posto, l’espressione di vedute particolari, più o meno coordinate, su ogni sorta di cose che, in realtà, non sono iniziatiche né in se stesse, né per il modo con cui vengono trattate.

E, se questa maniera per lo meno difettosa di concepire l’insegnamento iniziatico non è dovuta, dopo tutto, che all’incomprensione della sua vera natura, ve ne è un’altra che lo è presso a poco altrettanto, benché in apparenza affatto contraria a quella. E’ quella che consiste nel volere ad ogni costo opporlo all’insegnamento profano, pur attribuendogli d’altra parte per oggetto una certa scienza speciale, più o meno vagamente definita, messa ogni momento in contraddizione e in conflitto colle altre scienze, e sempre proclamata superiore ad esse senza che se ne sappia troppo il perché, quando essa non è né meno sistematica nella sua esposizione, né meno dogmatica nelle sue conclusioni. I partigiani di un insegnamento di questo genere, sedicente iniziatico, affermano bene, è vero, che esso è di tutt’altra natura dell’insegnamento ordinario, sia scientifico, filosofico o religioso; ma non danno di questo alcuna prova e, disgraziatamente, non si fermano lì in fatto di affermazioni gratuite o ipotetiche. Ma vi è di più; raggruppandosi in scuole multiple e sotto denominazioni diverse, essi si contraddicono tra di loro non meno di quanto essi non contraddicano, spesso per partito preso, rappresentanti dei diversi rami dell’insegnamento profano, il che non impedisce a ciascuno di loro di pretendere di essere creduto sulla parola e considerato più o meno infallibile.

Ma, se l’insegnamento iniziatico non è il prolungamento dell’insegnamento profano, come lo vorrebbero gli uni, né la sua antitesi, come sostengono gli altri, se non è né un sistema filosofico, né una scienza specializzata, si può chiedere che cosa è; perché non basta avere detto che cosa non è, bisogna anche, se non darne una definizione propriamente detta, il che è forse impossibile, almeno tentare di fare comprendere in che cosa consista la sua natura. E far comprendere la sua natura, almeno nella proporzione in cui ciò può essere fatto, è spiegare ad un tempo, e proprio per tale mezzo, perché non è possibile definirlo senza deformarlo, ed inoltre perché ci si è ingannati così generalmente, e in qualche modo necessariamente, sul suo vero carattere. L’impiego costante del simbolismo nella trasmissione di questo insegnamento, di cui forma come la base, potrebbe per altro bastare a fare già intravederlo, per chiunque rifletta un poco, quando si ammetta, come è semplicemente logico fare senza neppure spingersi fino al fondo delle cose, che un modo di espressione del tutto diverso dal linguaggio ordinario deve essere stato creato per esprimere, almeno alla sua origine, ed in quanto di origine si può parlare, delle idee parimenti diverse da quelle che esprime quest’ultimo, e delle concezioni che non si lasciano tradurre integralmente per mezzo di parole, per le quali occorre un linguaggio meno limitato, più universale, perché esse stesse appartengono ad un ordine più universale.

Ma se le concezioni iniziatiche sono cosa diversa dalle concezioni profane, si è che esse procedono innanzi tutto da un’altra mentalità che quella da cui queste procedono, dalle quali esse differiscono meno ancora per il loro oggetto che per il punto di vista sotto il quale esse guardano questo oggetto. Ora, se tale è la distinzione essenziale che esiste tra questi due ordini di concezioni, è facile ammettere che, da una parte, tutto quello che può essere considerato da un punto di vista profano può esserlo anche, ma allora in tutt’altro modo e con tutt’altra comprensione, dal punto di vista iniziatico, mentre che, d’altra parte, vi sono cose che sfuggono completamente al dominio profano e che sono proprie del dominio iniziatico, poiché questo non è sottoposto alle medesime limitazioni di quello.

Che il simbolismo, che è come la forma sensibile di ogni insegnamento iniziatico, sia in realtà un linguaggio più universale dei linguaggi volgari, non è permesso dubitarne un solo istante, quando solamente si consideri che ogni simbolo è suscettibile di interpretazioni multiple, per niente in contraddizione tra loro, ma al contrario completantesi reciprocamente, e tutte egualmente vere benché procedenti da punti di vista differenti; e, se la cosa sta così, dipende dall’essere il simbolo la rappresentazione sintetica e schematica di tutto un insieme di idee e di concezioni che ciascuno potrà affermare secondo le proprie attitudini mentali e nella misura in cui egli è preparato alla loro intelligenza. E così il simbolo, per chi perverrà a penetrarne la significazione profonda, potrà far concepire ben più di tutto quel che è possibile esprimere per mezzo delle parole; e questo mostra la necessità del simbolismo: ciò sta nell’essere il solo mezzo di trasmettere tutto quell’inesprimibile che costituisce il dominio proprio dell’iniziazione o piuttosto in germe le concezioni di questo ordine nell’intelletto dell’iniziato, che dovrà in seguito farle passare dalla potenza all’atto, svilupparle ed elaborarle col suo lavoro personale, perché non si può fare nulla di più che prepararvelo tracciandogli, con delle formule appropriate, il piano che egli dovrà poi realizzare in se stesso per pervenire al possesso effettivo dell’iniziazione che egli ha ricevuto dall’esterno solo simbolicamente.

Ma se l’iniziazione simbolica, che non è che la base o il sostegno dell’iniziazione vera ed effettiva, è la sola che possa essere data esteriormente, essa può per lo meno venire conservata e trasmessa anche da quelli che non ne comprendono né il senso né la portata. Basta che i simboli siano mantenuti intatti perché siano sempre suscettibili di risvegliare, in chi ne è capace, tutte le concezioni di cui raffigurano la sintesi. Ed è in questo che risiede il vero segreto iniziatico, che è di sua natura inviolabile e si difende per se stesso dalla curiosità dei profani, e di cui non è che una figurazione simbolica il segreto relativo di certi segni esteriori. Non vi è altro mistero che l’inesprimibile, che è evidentemente incomunicabile proprio per questo; ciascuno potrà più o meno penetrarlo secondo l’estensione del suo orizzonte culturale; ma quando pure lo abbia penetrato integralmente, non potrà comunicare ad altri che quello che ne avrà compreso egli stesso; tutt’al più potrà aiutare a pervenire a questa comprensione quelli soltanto che vi sono attualmente atti.

Così, il segreto iniziatico è qualche cosa che risiede ben al di là di tutti i rituali e di tutte le forme sensibili in uso per la trasmissione dell’iniziazione esteriore e simbolica, il che non impedisce che queste forme abbiano nonostante, soprattutto nei primi studi di preparazione iniziatica, la loro funzione necessaria e il loro proprio valore, proveniente dal fatto che esse non fanno che tradurre i simboli fondamentali in gesti, prendendo questa parola nel suo senso più esteso, e che, in questo modo, esse fanno in un certo senso vivere all’iniziato l’insegnamento che gli si presenta, ciò che è la maniera più adeguata e più generalmente applicabile di preparargliene l’assimilazione, poiché tutte le manifestazioni dell’individualità umana si traducono, nelle sue condizioni attuali di esistenza, in modi diversi dall’attività vitale. Ma si avrebbe torto di andare più lontano e di pretendere di fare della vita, come molti vorrebbero, una specie di principio assoluto; l’espressione di un’idea in modo vitale non è dopo tutto che un simbolo come gli altri, così bene come lo è per esempio la sua traduzione in modo spaziale, che costituisce un simbolo geometrico o un ideogramma. E se ogni processo di iniziazione presenta nelle sue differenti fasi una corrispondenza, sia con la vita umana individuale, sia anche con l’insieme della vita terrestre, sì che la stessa evoluzione vitale, particolare o generale, può essere considerata come lo sviluppo di un piano analogo a quello che l’iniziato deve realizzare per realizzare se stesso nella completa espansione di tutte le potenze del suo essere. Sono sempre e dovunque dei piani corrispondenti ad una medesima concezione sintetica, di maniera che essi sono identici in principio, e, benché tutti diversi e indefinitamente variati nella loro realizzazione, procedono da un Archetipo ideale unico, piano universale tracciato da una Forza e Volontà cosmica che, senza d’altra parte pregiudicare in nulla sopra la sua natura, possiamo chiamare il Grande Architetto dell’Universo.

Ogni essere dunque, individuale o collettivo, tende, consciamente o no, a realizzare in se stesso, con i mezzi appropriati alla sua particolare natura, il piano del Grande Architetto dell’Universo, ed a concorrere così secondo la funzione che gli appartiene nell’insieme cosmico, alla realizzazione totale di questo stesso piano, la quale insomma non è che l’universalizzazione della sua propria personale realizzazione. L’iniziazione vera comincia per un essere al punto preciso della sua evoluzione in cui esso prende effettivamente coscienza di questa finalità; e, quando esso ha preso coscienza di se stesso, l’iniziazione deve condurlo, secondo la sua via personale, a questa realizzazione integrale che si compie non nello sviluppo isolato di certe facoltà speciali e più o meno straordinarie, ma nello sviluppo completo, armonico e gerarchico, di tutte le possibilità implicate virtualmente nell’essenza di questo essere. E poiché la fine è necessariamente la medesima per tutto ciò che ha medesimo principio, è nei mezzi impiegati per pervenirvi che risiede esclusivamente quello che fa il valore proprio di un essere qualunque, considerato nei limiti della funzione speciale che è determinata per lui dalla sua natura individuale, o da certi elementi di essa; questo valore dell’essere è d’altra parte relativo e non esiste che in rapporto alla sua funzione, perché non vi è da stabilire alcun paragone di inferiorità o di superiorità tra funzioni differenti, che corrispondono ad altrettanti ordini particolari egualmente differenti benché tutti egualmente compresi nell’Ordine universale, di cui sono, tutti al medesimo titolo, degli elementi necessari.

Così, l’istruzione iniziatica, considerata nella sua universalità, deve comprendere, come altrettante applicazioni, in varietà indefinita, di uno stesso principio trascendente e astratto, tutte le vie di realizzazione particolari, non soltanto ad ogni categoria di esseri, ma anche ad ogni essere individuale; e, così, comprendendole tutte, essa le totalizza e le sintetizza nell’unità assoluta della Via universale. Se, dunque, i principi dell’iniziazione sono immutabili, la loro rappresentazione simbolica non pertanto può e deve variare in modo da adattarsi alle condizioni di cui la diversità fa sì che non vi possono essere matematicamente due cose identiche in tutto l’universo, perché fossero veramente identiche in tutto o, in altri termini, se fossero in perfetta coincidenza in tutta l’estensione della loro comprensione, non sarebbero evidentemente due cose distinte, ma una sola e medesima cosa.

Si può dunque dire, in particolare, che è impossibile vi siano, per due individui diversi, due iniziazioni assolutamente simili, anche dal punto di vista esteriore e rituale e, a fortiori, dal punto di vista del lavoro interiore dell’iniziato. L’unità e l’immutabilità del principio non esigono affatto l’unità e l’immobilità, d’altra parte irrealizzabili, delle forme esteriori, e questo consente, nell’applicazione pratica che deve essere fatta all’espressione e alla trasmissione dell’insegnamento iniziatico, di conciliare le due nozioni, così spesso e a torto messe tra loro in opposizione, della tradizione e del progresso, ma non riconoscendo comunque a quest’ultimo che un carattere puramente relativo. Solo la traduzione esteriore dell’istruzione iniziatica e la sua assimilazione da parte di questa e di quella individualità sono suscettibili di modificazioni, e non questa istruzione considerata in se stessa; infatti, nella misura in cui tale traduzione è possibile, essa deve forzatamente tener conto della relatività, mentre ciò che essa esprime ne è indipendente nell’universalità ideale della sua essenza, e non si può evidentemente far questione di progresso da un punto di vista che comprende tutte le possibilità nella simultaneità di una sintesi unica.

L’insegnamento iniziatico, esteriore e trasmissibile nelle forme, non è in realtà e non può essere che una preparazione dell’individuo a ricevere la vera istruzione iniziatica per effetto del suo lavoro personale. Si può così indicargli la via da seguire, il piano da tradurre in realtà, e disporlo ad acquisire l’attitudine mentale e intellettuale necessaria alla intelligenza delle concezioni iniziatiche; si può anche assisterlo e guidarlo controllandone il lavoro in una maniera costante, ma è tutto, perché nessun altro, fosse pure un Maestro nella più completa accezione della parola, può fare questo lavoro per lui. Quello che l’iniziato deve forzatamente acquistare da solo, perché nessuno né alcuna cosa a lui esteriore può comunicarglielo, è precisamente quello che sfugge per la sua stessa natura ad ogni curiosità profana, vale a dire il possesso effettivo del segreto iniziatico propriamente detto. Ma, perché egli possa arrivare a realizzare questo possesso in tutta la sua estensione, è necessario che l’insegnamento che serve in qualche modo di base e di sostegno al suo lavoro personale si apra su delle possibilità illimitate, e gli permetta così di estendere indefinitamente le sue concezioni, invece di rinchiuderle nei limiti più o meno ristretti di una teoria sistematica o di una formula dogmatica qualunque.

Ora, stabilito questo, fin dove può andare questo insegnamento quando si estende al di là delle prime fasi di preparazione iniziatica con le forme esteriori che vi sono più specialmente collegate? In quali condizioni può esistere tale quale deve essere per compiere la funzione che gli è dovuta ed aiutare effettivamente nel loro lavoro quelli che vi partecipano, purché solamente essi siano capaci di raccogliere da soli i frutti? Come sono realizzate queste condizioni dalle diverse organizzazioni rivestite di carattere iniziatico? Infine, a che cosa corrispondono in una maniera precisa, nell’iniziazione reale, le gerarchie che tali organizzazioni comportano? Sono altrettante questioni che non è possibile trattare in poche parole e che al contempo meriterebbero tutte di essere ampiamente sviluppate, senza d’altra parte che sia mai possibile, facendolo, di fornire altra cosa che un tema su cui riflettere e meditare, e senza avere la vana pretesa di dare fondo ad un argomento che si estende e che si approfondisce di più in misura che si procede nel suo studio, precisamente perché, a chi lo studia con le disposizioni di spirito richieste, esso apre degli orizzonti concettuali realmente illimitati.