Seconda riflessione sulla Verità

Il cammino Iniziazione La Verità Uncategorized

La domanda fondamentale: cos’è l’ente?

Introduzione: la Verità come comprensione dell’essere e interiorizzazione

Nel viaggio alla ricerca della Verità, sorge inevitabilmente la domanda fondamentale: cos’è l’ente? Partendo dalla prospettiva che la Verità non risiede nella semplice corrispondenza tra intelletto e realtà esterna, ma nella profonda comprensione dell’essere come insieme degli enti e nella conseguente interiorizzazione di questa comprensione, diventa essenziale esplorare il concetto di ente. È attraverso la comprensione degli enti e l’assimilazione interiore di questa conoscenza che ci avviciniamo alla Verità intesa come realizzazione dell’essere nella sua totalità.

L’essere come insieme degli enti

Concepire l’essere come l’insieme degli enti significa riconoscere che ogni ente, ogni elemento della realtà, contribuisce alla totalità dell’essere. Non esiste un’essenza dell’essere separata dagli enti stessi; l’essere si manifesta attraverso gli enti e le loro interazioni. Questa visione olistica sottolinea l’importanza di comprendere non solo gli enti individualmente, ma anche le relazioni che li uniscono in un tutto coerente.

Cos’è l’ente?

Definizione dell’ente

L’ente, dal latino ens (participio presente del verbo esse ‘essere’), è ciò che esiste, ciò che ha un’essenza e una presenza nell’essere. Gli enti possono essere materiali o immateriali, concreti o astratti, contingenti o necessari. Essi rappresentano le varie manifestazioni dell’essere, le espressioni attraverso le quali l’essere si rivela e si rende accessibile alla nostra comprensione.

Caratteristiche dell’ente

Esistenza ed Essenza: L’ente è caratterizzato dalla sua esistenza (il fatto che è) e dalla sua essenza (ciò che è). L’essenza definisce la natura dell’ente, mentre l’esistenza ne attesta la presenza nell’essere.

Identità e Differenza: Ogni ente possiede un’identità unica che lo distingue dagli altri enti. Questa identità emerge dalla sua essenza e dalle sue proprietà specifiche.

Relazionalità: Gli enti non esistono in isolamento, ma sono in relazione tra loro. È attraverso queste relazioni che l’essere si configura come un insieme integrato.

La comprensione dell’ente come via alla Verità

Secondo la prospettiva in esame, la Verità si raggiunge attraverso la comprensione profonda degli enti e l’interiorizzazione di questa conoscenza. Questo processo va oltre la semplice acquisizione di informazioni; richiede una trasformazione interiore che ci permette di assimilare l’essenza degli enti e di percepire l’unità dell’essere.

Interiorizzazione della Conoscenza

Consapevolezza profonda: Non basta conoscere gli enti a livello superficiale; è necessario sviluppare una consapevolezza profonda della loro essenza e del loro ruolo nell’insieme dell’essere.

Esperienza interiore: L’interiorizzazione implica un’esperienza personale e diretta degli enti. Attraverso la riflessione, la meditazione e l’intuizione, possiamo cogliere l’essenza degli enti oltre le apparenze fenomeniche.

Trasformazione dell’essere: La comprensione e l’interiorizzazione degli enti conducono a una trasformazione del nostro stesso essere. Diventiamo parte attiva dell’unità dell’essere, partecipando alla Verità in modo integrale.

Prospettive Filosofiche sull’ente e la Verità

Eraclito

Eraclito sosteneva che tutto scorre (panta rei) e che la realtà è in costante divenire. Gli enti sono manifestazioni di un logos universale, un principio unificante che può essere compreso attraverso l’intuizione e l’interiorizzazione.

Plotino

Nella filosofia neoplatonica, Plotino vede gli enti come emanazioni dell’Uno, l’essere supremo. La Verità si raggiunge risalendo dai molti enti all’Uno attraverso un percorso di interiorizzazione e contemplazione.

Martin Heidegger

Heidegger critica l’oblio dell’essere nella filosofia occidentale, che si è concentrata troppo sugli enti senza interrogarsi sull’essere stesso. Egli propone un ritorno all’analisi dell’essere attraverso l’esperienza esistenziale e l’apertura al senso dell’essere che si manifesta negli enti.

La via dell’interiorizzazione nelle Tradizioni Spirituali

Le vie iniziatiche e le tradizioni spirituali hanno da sempre sottolineato l’importanza dell’interiorizzazione per raggiungere la Verità.

Mistica cristiana

Mistici come San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila hanno descritto un percorso interiore di purificazione e contemplazione che porta all’unione con Dio, inteso come l’essere supremo.

Buddhismo

Il Buddhismo insegna che la comprensione della natura interdipendente degli enti conduce all’illuminazione. Mediante la meditazione profonda, si interiorizza la verità dell’impermanenza e dell’assenza di un sé separato.

Advaita Vedanta

Questa scuola filosofica indiana sostiene che l’Atman (il sé individuale) è identico al Brahman (la realtà ultima). Attraverso la conoscenza interiore e l’auto-indagine, si realizza questa unità fondamentale.

La Sintesi tra conoscenza razionale e interiorizzazione

Mentre la conoscenza razionale ci fornisce gli strumenti per analizzare e comprendere gli enti, è attraverso l’interiorizzazione che questa conoscenza diventa viva e trasformativa. La Verità emerge dalla sintesi tra l’intelletto e l’esperienza interiore, conducendo a una comprensione integrale dell’essere.

Processo di interiorizzazione

Riflessione profonda: Analizzare gli enti non solo a livello intellettuale, ma riflettere sul loro significato esistenziale.

Intuizione: Sviluppare la capacità di percepire direttamente l’essenza degli enti, oltre le categorie concettuali.

Pratica spirituale: Utilizzare meditazione, contemplazione e altre pratiche per favorire l’interiorizzazione e la trasformazione interiore.

Conclusione: La Verità come realizzazione dell’essere attraverso l’ente

In questa prospettiva, la Verità non è un semplice rispecchiamento della realtà esterna nell’intelletto, ma una realizzazione profonda dell’essere attraverso la comprensione e l’interiorizzazione degli enti. È un percorso che coinvolge l’intera persona, integrando conoscenza, esperienza e trasformazione.

Comprendere cos’è l’ente diventa quindi fondamentale per avvicinarsi alla Verità. L’ente è il ponte tra l’essere e la nostra esperienza; è attraverso di esso che l’essere si manifesta e può essere compreso. Interiorizzando questa comprensione, partecipiamo attivamente all’essere, realizzando la Verità come esperienza vivente.

Riferimenti bibliografici e motivazioni

Parmenide, Sulla natura. Esplora l’essere come realtà unica e immutabile.

Eraclito, Frammenti. Introduce il concetto del logos e del divenire degli enti.

Platone, Il Sofista. Discute la natura dell’ente e dell’essere.

Plotino, Enneadi. Descrive l’emanazione degli enti dall’Uno e il ritorno all’unità attraverso l’interiorizzazione.

Martin Heidegger, Essere e Tempo. Indaga il senso dell’essere attraverso l’analisi dell’ente umano (Dasein).

Edmund Husserl, Meditazioni Cartesiane. Esplora la fenomenologia come metodo per accedere all’essenza degli enti attraverso l’esperienza interna.

San Giovanni della Croce, La notte oscura dell’anima. Descrive il percorso interiore verso l’unione con l’essere divino.

Nagarjuna, Madhyamaka Karika. Analizza la natura degli enti e dell’essere nella filosofia buddhista Madhyamaka.

Adi Shankaracharya, Vivekachudamani. Esplora l’auto-indagine e la realizzazione dell’identità tra Atman e Brahman.

Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione. Esamina il ruolo dell’esperienza corporea nella comprensione degli enti.

Nota Finale

La ricerca della Verità è un percorso che richiede sia la comprensione intellettuale degli enti sia l’interiorizzazione di questa comprensione. È attraverso l’ente che l’essere si manifesta a noi, e attraverso l’interiorizzazione che questa manifestazione diventa trasformativa. La Verità, dunque, non è un concetto statico o esterno, ma una realtà dinamica che si realizza nella misura in cui comprendiamo e interiorizziamo l’essere come insieme degli enti.

Questo approccio invita a una partecipazione attiva e consapevole all’essere, dove la conoscenza diventa esperienza vissuta e la Verità si rivela come la piena realizzazione dell’essere nel nostro stesso esistere.

Prima riflessione sulla Verità

Il cammino Iniziazione La Verità Uncategorized

Introduzione: Una Definizione della Verità

La Verità è stata da sempre uno dei concetti più elevati e sfuggenti nella storia del pensiero umano. Non è semplicemente la corrispondenza tra una proposizione e un fatto, ma rappresenta l’aspirazione ultima alla comprensione profonda dell’essere e della realtà. La Verità, in senso alto, è ciò che è assoluto, immutabile e universale; è il fondamento su cui poggia ogni conoscenza e ogni esistenza. È l’armonia sottostante all’apparente molteplicità del mondo, la luce che illumina l’intelletto e guida l’anima verso il suo compimento.

Partendo da questa definizione elevata, possiamo esplorare come l’essere, inteso come l’insieme degli enti, si rapporti alla Verità, e come sia possibile avvicinarsi ad essa attraverso la conoscenza razionale e gli stati di coscienza superiori delle vie iniziatiche.

L’Essere come Insieme degli Enti

Concepire l’essere come l’insieme degli enti significa riconoscere che tutto ciò che esiste, in qualsiasi forma o manifestazione, contribuisce alla totalità dell’essere. Gli enti sono le espressioni concrete e astratte della realtà: oggetti materiali, fenomeni naturali, idee, emozioni, relazioni. Questa visione ci invita a vedere l’universo non come un insieme frammentato di parti isolate, ma come una rete interconnessa in cui ogni ente ha un ruolo nel tessuto dell’essere.

In questa prospettiva, la Verità non è qualcosa di separato o al di sopra degli enti, ma è intrinseca all’essere stesso. Comprendere la Verità significa quindi comprendere l’essenza degli enti e le relazioni che li uniscono.

La Conoscenza Razionale come Via alla Verità

La ragione è uno strumento potente che l’umanità ha sviluppato per indagare la realtà. Attraverso la logica, la matematica, la scienza e la filosofia, cerchiamo di svelare i principi fondamentali che governano gli enti. La conoscenza razionale ci permette di analizzare, classificare e comprendere il mondo che ci circonda.

Ad esempio, la fisica esplora le leggi che regolano la materia e l’energia, la biologia studia i processi vitali degli organismi, la filosofia indaga le questioni ultime sull’esistenza e il significato. Ogni disciplina contribuisce a illuminare un aspetto dell’essere, avvicinandoci alla Verità.

Tuttavia, la ragione ha i suoi limiti. Come già osservato da filosofi come Immanuel Kant, la mente umana è confinata dalle categorie attraverso cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Esistono aspetti della realtà che sfuggono all’analisi razionale, dimensioni dell’essere che richiedono un approccio diverso.

Gli Stati di Coscienza Superiori nelle Vie Iniziatiche

Le tradizioni spirituali e iniziatiche di diverse culture hanno riconosciuto che esiste una dimensione della Verità accessibile solo attraverso l’esperienza diretta e trasformativa. Pratiche come la meditazione, la contemplazione, il rito e l’ascesi sono state sviluppate per trascendere le limitazioni della percezione ordinaria e raggiungere stati di coscienza superiori.

In queste esperienze, l’individuo può percepire l’unità fondamentale dell’essere, superando la dualità tra soggetto e oggetto. La Verità si rivela non come un concetto astratto, ma come una realtà viva e presente. Questo stato è stato descritto come illuminazione, nirvana, samadhi, gnosi o unione mistica, a seconda delle tradizioni.

Per esempio:

Nel Buddhismo, il raggiungimento del nirvana porta alla comprensione profonda della realtà così com’è, libera dalle illusioni dell’ego.

Nell’Induismo, il samadhi è lo stato in cui l’individuo realizza l’identità tra l’Atman (sé individuale) e il Brahman (realtà assoluta).

Nella mistica cristiana, l’unione con Dio è vista come la massima realizzazione dell’anima.

Questi stati di coscienza superiore offrono una via diretta alla Verità, complementare alla conoscenza razionale.

La Sintesi tra Ragione e Intuizione

La ricerca della Verità ultima richiede quindi una sintesi tra la conoscenza razionale e l’esperienza diretta degli stati di coscienza superiori. La ragione ci fornisce gli strumenti per comprendere gli enti e le loro relazioni, mentre l’intuizione e l’esperienza interiore ci permettono di cogliere l’essenza dell’essere in modo immediato.

Filosofi come Plotino hanno sostenuto che l’intelletto può ascendere gradualmente verso l’Uno attraverso la contemplazione, superando i limiti del pensiero discorsivo. Henri Bergson ha distinto tra l’intelligenza analitica e l’intuizione, quest’ultima capace di cogliere la durata e la continuità della realtà.

La filosofia perenne, un concetto sviluppato da pensatori come Aldous Huxley e René Guénon, afferma che esiste una verità universale comune a tutte le tradizioni spirituali, accessibile attraverso l’esperienza diretta e la trasformazione interiore.

La Verità come Realizzazione dell’Essere

La Verità, in questa visione elevata, non è semplicemente una conoscenza da acquisire, ma uno stato dell’essere da realizzare. È l’allineamento dell’individuo con la realtà fondamentale, la dissoluzione delle illusioni e delle separazioni. Questo percorso richiede una trasformazione profonda, un lavoro su di sé che coinvolge tutte le dimensioni dell’essere: fisica, mentale, emotiva e spirituale.

La via iniziatica diventa quindi un cammino di crescita integrale, in cui l’individuo sviluppa sia la comprensione razionale che la saggezza intuitiva. Attraverso l’equilibrio tra conoscenza e esperienza, tra azione e contemplazione, è possibile avvicinarsi alla Verità ultima.

Conclusione: L’Unione tra l’Essere e la Verità

Partendo da una definizione alta della Verità come realtà assoluta e universale, abbiamo posto le basi per comprendere come l’essere, inteso come insieme degli enti, sia il campo in cui questa Verità si manifesta. La conoscenza razionale ci permette di indagare gli enti e le loro relazioni, contribuendo a costruire una comprensione sempre più approfondita del mondo.

Allo stesso tempo, gli stati di coscienza superiori offrono accesso diretto alla Verità, superando i limiti della percezione ordinaria e della razionalità. La sintesi di questi approcci conduce a una realizzazione piena dell’essere, in cui la Verità non è più un oggetto esterno da conoscere, ma una realtà interiore da vivere.

La ricerca della Verità diventa così un percorso personale e universale, che coinvolge l’intera umanità nella scoperta del significato profondo dell’esistenza. È un invito a trascendere le divisioni, a riconoscere l’unità fondamentale di tutte le cose e a partecipare attivamente alla realizzazione del potenziale umano.

Riferimenti bibliografici e motivazioni

Platone, La Repubblica. Esplorazione dell’idea del Bene come Verità suprema.

Aristotele, Metafisica. Analisi dell’essere e dei principi primi.

Plotino, Enneadi. Descrizione dell’ascesa dell’anima verso l’Uno.

Immanuel Kant, Critica della ragion pura. Riflessione sui limiti della conoscenza razionale.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello Spirito. Dialettica dell’autocoscienza e realizzazione della Verità.

Martin Heidegger, Essere e Tempo. Indagine sul significato dell’essere e sulla Verità come disvelamento.

Henri Bergson, L’evoluzione creatrice. Distinzione tra intelletto e intuizione nella comprensione della realtà.

Aldous Huxley, La filosofia perenne. Sintesi delle verità comuni alle tradizioni spirituali.

René Guénon, Simboli della Scienza Sacra. Analisi delle vie iniziatiche e del simbolismo tradizionale.

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni. Esplorazione dell’inconscio collettivo e dell’individuazione.

Ken Wilber, La coscienza senza frontiere. Proposta di una psicologia transpersonale integrale.

Nota Finale

La Verità, intesa nella sua accezione più elevata, è al contempo il punto di partenza e la meta del viaggio umano. È l’orizzonte verso cui tendiamo con la ragione, il cuore e lo spirito. Riconoscere l’essere come l’insieme degli enti ci offre una mappa per navigare nella complessità del mondo, mentre le vie iniziatiche ci guidano verso le profondità dell’anima. Unendo questi percorsi, possiamo sperare di avvicinarci sempre più alla Verità, realizzando pienamente il nostro potenziale e contribuendo al benessere di tutta l’umanità.

Il mito della caverna di Platone nel contesto delle tradizioni spirituali e iniziatiche

Iniziazione Uncategorized

Introduzione

Il mito della caverna di Platone, esposto nel libro VII della Repubblica, è una delle allegorie più potenti e influenti della filosofia occidentale. Sebbene nasca come una riflessione filosofica sulla conoscenza e la realtà, il mito è stato interpretato nel corso dei secoli in molti contesti differenti, inclusi quelli spirituali e iniziatici. Questo saggio si propone di esplorare il mito della caverna non solo attraverso una lettura letterale, analogica e anagogica, ma anche collocandolo all’interno di un quadro più ampio che abbraccia le tradizioni spirituali e iniziatiche di diverse culture.

Livello Letterale: La Condizione Umana di Ignoranza

A livello letterale, il mito della caverna descrive la storia di un gruppo di prigionieri incatenati in una caverna fin dalla nascita. Costretti a guardare solo le ombre proiettate su un muro da oggetti illuminati da un fuoco alle loro spalle, i prigionieri prendono queste ombre per la realtà. Quando uno di loro viene liberato e portato fuori dalla caverna, inizialmente è accecato dalla luce del sole, ma gradualmente si abitua e scopre il mondo reale.

Questa narrazione letterale può essere vista come una metafora della condizione umana di ignoranza. Gli esseri umani, intrappolati in un mondo di percezioni sensoriali limitate, spesso scambiano le apparenze per la realtà. La caverna rappresenta il mondo sensibile, un regno di illusioni in cui la verità è oscurata dalle ombre delle cose. Il prigioniero liberato simboleggia l’individuo che, attraverso un processo di apprendimento e riflessione, riesce a vedere oltre le apparenze e a scoprire la vera natura della realtà.

Livello Analogico: Il Cammino della Conoscenza e le Vie Iniziatiche

A livello analogico, il mito della caverna rappresenta il cammino della conoscenza, che può essere paragonato a un percorso iniziatico. Nelle tradizioni iniziatiche di molte culture, il processo di acquisizione della conoscenza non è semplicemente un’operazione intellettuale, ma un viaggio spirituale che coinvolge una trasformazione profonda dell’individuo.

In questo contesto, la caverna è vista come il mondo profano, il regno dell’ignoranza e dell’illusione. I prigionieri incatenati rappresentano l’umanità prima dell’iniziazione, legata alle credenze superficiali e alle false apparenze. La liberazione del prigioniero e la sua ascesa verso l’esterno simboleggiano il cammino dell’iniziato, che, attraverso riti e insegnamenti, si distacca dalle illusioni del mondo sensibile e si avvicina alla verità trascendente.

Questo cammino iniziatico è comune a molte tradizioni spirituali. Ad esempio, nei Misteri Eleusini dell’antica Grecia, gli iniziati passavano attraverso esperienze rituali che rappresentavano la morte simbolica e la rinascita, conducendoli a una comprensione più profonda della vita e della morte. Analogamente, nelle tradizioni esoteriche occidentali, come l’ermetismo e la massoneria, l’iniziazione è vista come un processo di illuminazione, in cui l’individuo viene condotto fuori dalle “tenebre” dell’ignoranza alla “luce” della conoscenza.

Livello Anagogico: Liberazione dal Corpo e Ascensione Spirituale

Il livello anagogico del mito della caverna, nella tua interpretazione, rappresenta la liberazione dell’anima dal corpo, un concetto centrale non solo nel pensiero platonico, ma anche in molte tradizioni religiose e spirituali. Platone considerava il corpo come una prigione per l’anima, una visione che trova paralleli in numerose dottrine spirituali che vedono l’esistenza materiale come una condizione di limitazione rispetto alla realtà spirituale.

La caverna, in questa lettura, rappresenta il mondo materiale e sensibile, mentre il viaggio del prigioniero fuori dalla caverna è simbolo della liberazione dell’anima dai vincoli corporei. Questo processo di ascensione è presente in molte tradizioni spirituali. Nella tradizione cristiana, ad esempio, l’anima è vista come intrappolata nel corpo, ma destinata a essere liberata alla morte per ascendere al cielo e unirsi con Dio. In modo simile, nelle tradizioni gnostiche, il mondo materiale è considerato un regno di oscurità e ignoranza, dal quale l’anima deve liberarsi per ritornare alla luce divina.

Questa liberazione finale conduce alla conoscenza pura, una conoscenza non contaminata dalle percezioni sensoriali e dalle limitazioni del corpo. Nel pensiero platonico, questo corrisponde alla contemplazione delle Idee pure, con il Bene (rappresentato dal sole) come l’Idea suprema che illumina tutte le altre.

La Tradizione Platonica e il Suo Impatto su Altre Tradizioni Iniziatiche

Il mito della caverna ha avuto un impatto significativo su molte tradizioni spirituali e iniziatiche. La filosofia platonica stessa, con la sua enfasi sulla dualità tra mondo sensibile e mondo intelligibile, ha influenzato profondamente il pensiero religioso e filosofico successivo. Il neoplatonismo, sviluppatosi nel III secolo d.C. con Plotino, ampliò ulteriormente queste idee, proponendo una visione dell’ascensione dell’anima attraverso vari gradi di realtà fino all’unione con l’Uno, il principio supremo.

Il cristianesimo, in particolare, ha integrato molti elementi della filosofia platonica, utilizzando la metafora della luce e delle tenebre per rappresentare la lotta tra il bene e il male, e la conoscenza divina come l’illuminazione che libera l’anima dall’ignoranza. I padri della Chiesa, come Agostino, adottarono concetti platonici per spiegare la natura dell’anima e il suo destino dopo la morte.

Anche in contesti più esoterici, come l’alchimia, la Kabbalah e le scuole di misteri, la metafora della caverna può essere ritrovata nell’idea del viaggio interiore verso l’illuminazione. L’alchimia, ad esempio, utilizza il simbolismo della trasformazione della materia grezza in oro come metafora della purificazione e dell’illuminazione dell’anima.

Conclusione

Il mito della caverna di Platone, attraverso le sue interpretazioni su più livelli e il suo inserimento in un contesto più ampio di tradizioni spirituali e iniziatiche, dimostra la sua ricchezza e la sua capacità di ispirare riflessioni profonde sulla natura della conoscenza, della realtà e della liberazione spirituale. Dal livello letterale che descrive la condizione di ignoranza umana, al livello anagogico che rappresenta la liberazione dell’anima, il mito rimane un potente simbolo del cammino umano verso la verità e la luce.

La sua influenza sulle tradizioni spirituali e iniziatiche evidenzia come il pensiero platonico abbia fornito un modello universale per comprendere il percorso dell’anima verso la conoscenza suprema e la liberazione, un tema che continua a risuonare in molte culture e tempi diversi.

Bibliografia

  1. Platone. “Repubblica.” A cura di Giovanni Reale. Bompiani, 2008.
    • Un testo fondamentale che include il mito della caverna, con un commentario dettagliato sul contesto e l’interpretazione del mito.
  2. Reale, Giovanni. “Il pensiero di Platone e Aristotele.” Vita e Pensiero, 2001.
    • Esplora le idee fondamentali della filosofia di Platone, con particolare attenzione alle sue teorie sulla conoscenza e la realtà.
  3. Cornford, F. M. “Platone e Parmenide.” Laterza, 1971.
    • Una lettura approfondita dei dialoghi platonici, inclusa una discussione sull’allegoria della caverna e le sue implicazioni metafisiche.
  4. Vlastos, Gregory. “Platone e la metafisica del Bene.” Feltrinelli, 1981.
    • Analisi dettagliata del concetto di Bene in Platone, essenziale per comprendere il significato del sole nel mito della caverna.
  5. Friedländer, Paul. “Platone.” Einaudi, 2002.
    • Un’opera che esamina in profondità la filosofia di Platone, con particolare attenzione alle sue allegorie e miti.
  6. Dodds, E. R. “I Greci e l’irrazionale.” La Nuova Italia, 1978.
    • Questo testo esplora la dimensione spirituale e irrazionale della filosofia greca, con riferimento ai riti misterici e alla filosofia di Platone.
  7. Eliade, Mircea. “Riti e simboli di iniziazione.” Red Edizioni, 1994.
    • Un’analisi delle tradizioni iniziatiche in diverse culture, con paralleli al percorso di conoscenza descritto nel mito della caverna.

Sitografia

  1. Stanford Encyclopedia of Philosophy. “Plato’s Ethics and Politics in The Republic.”
  2. Internet Encyclopedia of Philosophy. “Plato: The Republic.”
    • https://iep.utm.edu/republic/
    • Una risorsa dettagliata che offre una panoramica sulla Repubblica di Platone, con un focus specifico sull’interpretazione del mito della caverna.
  3. Philosophy Talk. “The Allegory of the Cave: Reflecting on Reality.”

BHAGAVAD-GITA

Il cammino Iniziazione

Il Signore Beato disse:
O Arjuna senza peccato, come ho già spiegato, ci sono due tipi di uomini
che cercano di realizzare la Verità Assoluta. Alcuni tentano di capirLa con
l ‘empirismo o ricerca filosofica, altri con l’attività devozionale.

SPIEGAZIONE
Nel secondo capitolo, verso 39, il Signore ha indicato due vie, quella del
salikhya-yoga e quella del karma-yoga, o buddhi-yoga. In questo verso il
Signore spiega queste due vie in modo più ampio. Il salikhya-yoga, ovvero lo
studio analitico della materia e dello spirito, è il sentiero di coloro che amano
la speculazione e cercano di comprendere l ‘universo mediante la filosofia e la
scienza sperimentale. Gli altri sono coloro che agiscono nella coscienza di
Krsna, come spiega il verso 61 del secondo capitolo. Il Signore ha spiegato
inoltre (B.g. , 2. 39) che agendo secondo i principi del buddhi-yoga (la coscienza
di Krsna) ci si può liberare dalle catene dell’azione e ha precisato che
questa via è senza imperfezioni. Nello stesso capitolo (B.g. , 2.61) si afferma
che il buddhi-yoga consiste nel dipendere interamente dall’Essere Supremo,
Krsna, e che applicando questo metodo diventa molto facile controllare i
sensi. Di conseguenza queste due forme di yoga sono complementari, come
la religione e la filosofia. Infatti, la religione senza filosofia è solo sentimentalismo
e la filosofia senza religione è solo speculazione mentale.
Il fine ultimo è Krsna. e i filosofi che cercano con sincerità la Verità Assoluta
giungono immancabilmente alla coscienza di Krsna. Ciò è confermato
anche nella Bhagavad-gita. Si tratta di comprendere la vera natura dell’anima
individuale in relazione con l’Anima Suprema. La via indiretta è costituita
dalla speculazione filosofica, con cui ci si può gradualmente elevare alla
coscienza di Krsna; ma la via diretta consiste nel vedere tutto, fin dall’inizio,
in relazione a Krsna. Delle due, la coscienza di Krsna è la via migliore perché
non richiede nessun ripiego speculativo per purificare i sensi. Sublime e
allo stesso tempo semplice, la coscienza di Krsna, via di devozione e d’amore,
è purificatrice in sé stessa.

Conoscenza e la ricerca del Dao (Zhuangzi)

Iniziazione


Conoscenza partì verso il nord alla ricerca del Dao. Giunse alle rive del Mare Oscuro e si arrampicò sulla montagna Altezze Nascoste. Lì incontrò Non Fare, il Silenzioso.
“Ci sono tre domande che voglio porti,” disse Conoscenza. “La prima è: con quali tecniche di concentrazione o di meditazione posso arrivare a conoscere il Dao? La seconda: in quale eremo, con quali pratiche ascetiche posso trovare riposo nel Dao? E la terza: per quale via, con quale metodo posso arrivare al Dao?”
Queste erano le tre domande di Conoscenza. Ma Non Fare, il Silenzioso, non rispose. Non solo non rispose: non sapeva neppure come rispondere!
Non avendo ottenuto risposta, Conoscenza si diresse verso il sud, raggiunse le rive del Mare Luminoso e si arrampicò sulla montagna Dubbi Risolti. Lì incontrò Impulso Irriflesso e gli sottopose le stesse tre domande. “Ah, certo!” esclamò Impulso Irriflesso.
“Te lo dico subito!” Aprì la bocca per dire qualcosa, ma aveva già dimenticato cosa stava per dire.
Non avendo ottenuto risposta, Conoscenza ritornò verso il centro, si diresse verso il palazzo imperiale e ottenne udienza dall’Imperatore Giallo. Gli sottopose le tre domande.
L’Imperatore Giallo rispose: “Solo quando non c’è più né concentrazione né meditazione puoi arrivare a conoscere il Dao. Solo quando non abiti in alcun luogo e non pratichi alcunché puoi trovare riposo nel Dao. Solo quando non segui alcuna via e non hai alcun metodo puoi arrivare al Dao.”

Conoscenza disse: “Tu lo sai e ora anch’io lo so. Ma gli altri due che ho interrogato non lo sapevano. Chi è nel vero?”
L’Imperatore Giallo disse: “Solo Non Fare, il Silenzioso, è perfettamente nel vero.
Impulso Irriflesso ha un’apparenza di verità. Ma tu e io non ci avviciniamo neppure alla verità. Quelli che sanno non parlano e quelli che parlano non sanno; il saggio insegna senza parole.”
Quando questa conversazione fu riferita a Impulso Irriflesso egli si dichiarò d’accordo con l’Imperatore Giallo.
Non sembra che Non Fare, il Silenzioso, abbia mai sentito parlare della cosa né che abbia fatto alcun commento.

CONOSCENZA INIZIATICA E “CULTURA” PROFANA (René Guénon)

Iniziazione

Abbiamo già fatto rilevare come occorra evitare ogni confusione tra la conoscenza dottrinale di ordine iniziatico, anche quando sia ancora soltanto teorica e semplicemente propedeutica alla “realizzazione”, e tutto quello che è istruzione puramente esteriore o sapere profano, che non ha nessun rapporto con tale conoscenza. Dobbiamo tuttavia insistere ancora più specialmente su questo punto giacché abbiamo dovuto troppo spesso constatarne la necessità: occorre farla finita con il pregiudizio troppo diffuso che pretende che quella che si è convenuto chiamare “cultura”, in senso profano e “mondano”, abbia un qualsiasi valore, fosse anche a titolo di preparazione, nei confronti della conoscenza iniziatica, mentre essa non ha, e non può avere veramente, nessun punto di contatto con quest’ultima.

In linea di principio si tratta in effetti, puramente e semplicemente di un’assenza di rapporto: l’istruzione profana, a qualunque grado la si prende in esame, ai fini della conoscenza iniziatica non può servire a nulla, e (fatte le necessarie riserve sulla degradazione intellettuale che comporta l’adozione del punto di vista profano in sé) neppure è incompatibile con quest’ultima; sotto questo profilo essa si presenta unicamente come qualcosa di indifferente, allo stesso titolo dell’abilità manuale acquisita con la pratica di un mestiere meccanico, o anche della “cultura fisica” tanto di moda ai giorni nostri. In fondo queste sono cose che, per chi si ponga dal punto di vista che ci occupa qui, appartengono tutte esattamente allo stesso ordine; senonché il pericolo è che ci si lasci attirare dall’ingannevole apparenza di una sedicente “intellettualità” che non ha assolutamente nulla a che vedere con l’intellettualità pura e vera, e l’abuso costante della parola “intellettuale”, che precisamente viene perpetrato dai nostri contemporanei, basta a provare che si tratta di un pericolo fin troppo reale. Ne risulta spesso, tra gli altri inconvenienti, una tendenza a voler unire – o piuttosto mescolare – tra di loro cose che sono di natura tutta diversa; senza che sia il caso di riparlare a questo proposito dell’intrusione di una speculazione prettamente profana in certe organizzazioni iniziatiche occidentali, ricorderemo soltanto la vanità – da noi segnalata in svariate occasioni – di tutti i tentativi fatti per instaurare un legame o un qualunque confronto tra la scienza moderna e la conoscenza tradizionale. Qualcuno si spinge perfino, in questo senso, fino al punto di avere la pretesa di trovare nella prima conferme per la seconda, quasi che quest’ultima, che riposa su principi immutabili, potesse trarre il minimo beneficio da una conformità accidentale e del tutto esteriore con qualcuno dei risultati ipotetici e incessantemente mutevoli di quella ricerca incerta ed esitante che i moderni si compiacciono di decorare con il nome di “scienza”.

Ma non è su questo aspetto della questione che ci tocca insistere in particolare in questa occasione, e neppure sul pericolo che si corre quando si accordi un’importanza esagerata a un simile sapere inferiore (e spesso assolutamente illusorio), di dedicarvi tutta la propria attività a detrimento di una conoscenza superiore, la cui stessa possibilità giungerà così ad essere totalmente disconosciuta o ignorata. E’ fin troppo noto che questo caso è in effetti quello della maggioranza dei nostri contemporanei; e, per costoro, la questione di un rapporto con la conoscenza iniziatica, o addirittura tradizionale in generale, non si pone evidentemente più, dal momento che essi non sospettano neppure dell’esistenza di una conoscenza simile. Ma, senza neanche andare a toccare questa estremità, l’istruzione profana può costituire ben spesso di fatto, se non di principio, un ostacolo all’acquisizione della vera conoscenza, ossia tutto il contrario di una preparazione efficace, e ciò per diverse ragioni, sulle quali dobbiamo spiegarci un po’ più in particolare.

Innanzi tutto, l’educazione profana impone determinate abitudini mentali delle quali può essere più o meno difficile sbarazzarsi in seguito; è fin troppo facile constatare che le limitazioni e financo le deformazioni che sono l’abituale conseguenza dell’insegnamento universitario sono spesso irrimediabili; e per sfuggire completamente a questa deleteria influenza occorrono disposizioni particolari che non possono essere se non eccezionali. Parliamo qui in modo del tutto generale e non ci dilungheremo su certi inconvenienti più specifici, quali la ristrettezza di vedute che deriva inevitabilmente dalla specializzazione, o la miopia intellettuale che è l’abituale accompagnamento dell’erudizione coltivata per se stessa; quel che è essenziale osservare è che, se la conoscenza profana in sé e per sé è semplicemente indifferente, i metodi con i quali essa è inculcata sono in realtà la negazione stessa di quelli che aprono l’accesso alla conoscenza iniziatica.

Poi bisogna tener conto, come di un ostacolo che è lungi dall’essere trascurabile, di quella specie di infatuazione che è frequentemente causata da un presunto sapere ed è inoltre, in non poche persone, tanto più accentuata quanto maggiormente tale sapere è più elementare, inferiore e incompleto; del resto, senza che sia neppure il caso di uscire dalle contingenze della “vita ordinaria”, i danni dell’istruzione “primaria” in proposito sono riconosciuti volentieri da tutti coloro che non sono accecati da certe idee preconcette. E’ cosa evidente che, tra due ignoranti, quello che si rende conto di non sapere nulla si trova in una disposizione molto più favorevole per l’acquisizione della conoscenza di quegli che crede di sapere qualcosa; si potrebbe dire che le possibilità naturali del primo sono intatte, mentre quelle del secondo sono in qualche modo inibite e non possono più svilupparsi liberamente. D’altra parte, anche dando per scontata una eguale buona volontà nei due individui considerati, resterebbe sempre in ogni caso da tener conto che uno dei due avrebbe da disfarsi preventivamente delle idee false di cui è ingombro il suo mentale, mentre l’altro sarebbe per lo meno dispensato da questo lavoro preliminare e negativo, il quale costituisce uno dei significati di quella che l’iniziazione massonica denomina simbolicamente come la “spoliazione dai metalli”.

Con questo si spiega con facilità un fatto che abbiamo frequentemente avuto occasione di constatare e che riguarda le persone dette “colte”; è noto cosa si intenda comunemente con tale parola: non si tratta neppure di gente fornita di una qualche istruzione, sia pure non molto solida, per quanto limitata e inferiore possa esserne la portata, ma di una “vernice” superficiale su ogni sorta di cose, di un’educazione soprattutto “letteraria”, in tutti i casi puramente libresca e verbale, che permette di parlare con sufficienza di tutto, comprese le cose che si ignorano più completamente, e tale da ingannare coloro che, sedotti da questa brillante apparenza, non si accorgono che essa non nasconde che il vuoto. Una simile “cultura” produce in generale, a un altro livello, effetti confrontabili con quelli che ricordavamo poco fa trattando dell’istruzione primaria, o elementare; le eccezioni certamente esistono, giacché può capitare che qualcuno che ha ricevuto una “cultura” del genere sia dotato di disposizioni naturali abbastanza felici da indurlo a giudicarla solo nel suo giusto valore e a non lasciarsi imbrogliare da essa; ma non esageriamo certo se diciamo che, al di fuori di tali eccezioni, la gran maggioranza delle persone “colte” deve essere classificata fra coloro il cui stato mentale è fra i più sfavorevoli per la ricezione della vera conoscenza. C’è in costoro, nei confronti di quest’ultima, una sorta di resistenza spesso inconsapevole, talvolta anche voluta; quelli stessi che non negano formalmente, per partito preso e a priori, tutto ciò che è di natura esoterica o iniziatica, danno per lo meno prova, nei suoi confronti, di una totale mancanza di interesse, e può capitare addirittura che manifestino come un vanto la loro ignoranza di queste cose, quasi che essa fosse, ai loro occhi, uno degli indizi della superiorità che la loro cultura è in grado di conferirgli! E non si creda che dicendo queste cose siamo spinti dalla minima intenzione caricaturale; non facciamo che descrivere esattamente quel che abbiamo visto in svariate circostanze, non solo in Occidente, ma anche in Oriente, dove però questo tipo d’uomo “colto” ha fortunatamente poca importanza, non essendo comparso se non assai di recente e come prodotto di una certa educazione “occidentalizzata”, cosa da cui si deduce – notiamolo di sfuggita – che un tal uomo “colto” è necessariamente allo stesso tempo un “modernista”. La conclusione che si può trarre da tutto ciò è che le persone di questa risma sono semplicemente i meno iniziabili tra i profani, e che sarebbe perfettamente irragionevole tenere nel minimo conto la loro opinione, fosse anche solo per cercare di adattare ad essa la presentazione di certe idee; d’altronde è opportuno aggiungere che la preoccupazione per l'”opinione pubblica” in generale è uno degli atteggiamenti che sono il più possibile “anti-iniziatici”.

In questa occasione ci resta ancora da precisare un punto che si ricollega direttamente alle considerazioni già fatte: si tratta del fatto che qualsiasi conoscenza esclusivamente “libresca” non ha niente in comune con la conoscenza iniziatica, quand’anche intesa nel suo stadio semplicemente teorico. Dopo quel che abbiamo detto poco fa ciò può anche sembrare evidente, giacché tutto quello che è soltanto libresco fa incontestabilmente parte dell’educazione più esteriore; se vi insistiamo è perché ci si potrebbe ingannare nel caso in cui tale studio verta su libri il cui contenuto sia di natura iniziatica. Chi legge libri di questo tipo al modo delle persone “colte”, o pure chi li studia alla maniera degli “eruditi” e secondo i metodi profani, non sarà con questo minimamente più vicino alla vera conoscenza, a causa del fatto che la sua lettura è caratterizzata da disposizioni che non gli permettono di penetrare il senso reale dei libri che legge né di assimilarne il contenuto in una qualunque misura; l’esempio degli orientalisti, con l’incomprensione totale di cui danno generalmente prova, è un’illustrazione particolarmente impressionante di quel che stiamo dicendo. Del tutto differente è il caso di chi, prendendo questi stessi libri come “supporti” del suo lavoro interiore – che è la funzione per la quale essi sono essenzialmente destinati – sappia vedere al di là delle parole e trovi in essi un’occasione e un punto d’appoggio per lo sviluppo delle sue proprie possibilità; in tal caso si ritorna, tutto sommato, alla questione dell’uso propriamente simbolico di cui è capace il linguaggio, e del quale abbiamo parlato in precedenza. Ciò, si capirà senza sforzo, non ha più nulla in comune con il semplice studio libresco, quand’anche i libri ne siano il punto di partenza; il fatto di ammassare nella propria memoria nozioni verbali non produce neppure l’ombra di una conoscenza reale; la sola che conti è la penetrazione dello “spirito” avvolto sotto le forme esteriori, penetrazione che presuppone che l’essere porti in se stesso possibilità corrispondenti, giacché qualsiasi conoscenza è essenzialmente identificazione; e, in assenza di tale qualificazione inerente alla natura stessa di quell’essere, le più elevate espressioni della conoscenza iniziatica, nella misura in cui essa è esprimibile, e persino le Scritture sacre di tutte le tradizioni, non saranno mai se non “lettera morta” e flatus vocis.