“Di ciò di cui non si può parlare si può raccontare.” 3

Iniziazione

“Baudolino” e l’ineffabile

1. La fusione tra storia e mito:

“Baudolino” è ambientato nel XII e XIII secolo e segue le avventure del protagonista, un giovane piemontese con un talento straordinario per le lingue e un’immaginazione fervida. Baudolino è un narratore instancabile che mescola eventi storici reali con leggende e miti, creando una realtà dove il confine tra verità e finzione è sfumato. Questa fusione permette a Eco di esplorare l’ineffabile, rappresentando concetti e luoghi che esistono al di là della conoscenza concreta.

2. La ricerca del Regno del Prete Gianni:

Il cuore del romanzo è la ricerca del leggendario Regno del Prete Gianni , un luogo mitico che simboleggia l’utopia, il mistero e l’ignoto. Questo regno rappresenta l’ineffabile per eccellenza: un luogo che esiste più nell’immaginazione e nel desiderio che nella realtà tangibile. La spedizione verso questo regno simboleggia il desiderio umano di raggiungere l’inconoscibile e di dare un senso al mondo attraverso miti e leggende.

3. l’Invenzione come strumento per esplorare l’ineffabile:

Baudolino è un maestro nell’arte dell’invenzione. Le sue storie e bugie non sono semplici falsità, ma strumenti attraverso cui esplora e dà forma all’ineffabile. Inventando lingue, creature fantastiche e terre inesplorate, Baudolino crea una realtà alternativa che permette di avvicinarsi a ciò che non può essere espresso direttamente. La sua narrazione diventa un mezzo per sondare la profondità dell’esperienza umana.


La narrazione come mezzo per raccontare l’ineffabile

1. Il potere delle storie:

Eco mostra come le storie possano plasmare la percezione della realtà. Le invenzioni di Baudolino influenzano non solo la sua vita, ma anche quella di coloro che lo circondano, compresi personaggi storici come l’imperatore Federico Barbarossa. Questo sottolinea il potere della narrazione nel dare forma all’ineffabile e nel rendere tangibili concetti altrimenti sfuggenti.

2. Il tema della fede e del credere:

La credulità dei personaggi nei confronti delle storie di Baudolino riflette il ruolo della fede nell’approccio all’ineffabile. Quando la ragione e le prove non bastano, è attraverso la fede e la credenza che le persone si connettono con ciò che è oltre la comprensione. Questo elemento evidenzia come la narrazione possa colmare il divario tra il conoscibile e l’inconoscibile.

3. L’ineffabilità del significato ultimo:

Il viaggio di Baudolino è anche una metafora della ricerca di un ultimo significato, una verità assoluta che rimane sempre fuori portata. Nonostante gli sforzi, il Regno del Prete Gianni rimane un luogo di mito, e la ricerca stessa diventa più significativa della meta. Questo riflette l’idea che l’ineffabile non è qualcosa da possedere, ma da esplorare continuamente.


Confronto con “Il Pendolo di Foucault”

1. La costruzione della realtà attraverso la narrazione:

Mentre in “Il Pendolo di Foucault” i protagonisti creano un complesso sistema cospirativo che sfugge al loro controllo, in “Baudolino” la narrazione si concentra sull’atto creativo di inventare storie e miti come mezzo per esplorare l’ineffabile.

  • “Il Pendolo di Foucault”: esplora le conseguenze della ricerca ossessiva di significati nascosti, mostrando come questa possa condurre alla paranoia e alla perdita del contatto con la realtà.
  • “Baudolino”: presenta l’invenzione e l’immaginazione come strumenti positivi per comprendere il mondo, pur riconoscendo i rischi di confondere la finzione con la realtà.

2. Il tema della verità e della finzione:

Entrambi i romanzi interrogano la natura della verità e come questa possa essere influenzata o distorta dalla narrazione. In “Baudolino”, la verità è fluida e soggettiva, e le storie diventano vere nel momento in cui le persone vi credono.


Conclusione

In “Baudolino” , Umberto Eco racconta l’ineffabile attraverso una narrazione che celebra l’immaginazione, la fantasia e il potere trasformativo delle storie. Il protagonista utilizza la narrazione non solo come mezzo di inganno, ma come strumento per esplorare e dare senso a un mondo complesso e spesso incomprensibile.

La ricerca del Regno del Prete Gianni simboleggia il desiderio umano di raggiungere ciò che è oltre la comprensione, di dare un volto all’ignoto attraverso miti e leggende. La narrazione diventa così un modo per avvicinarsi all’ineffabile, per “raccontare ciò di cui non si può parlare” .

“Baudolino” conferma l’idea che la narrazione è un mezzo potente per esplorare la profondità dell’esperienza umana. Attraverso storie ricche di simbolismo e creatività, Eco ci invita a riflettere su come la realtà possa essere plasmata dalle nostre credenze e su come l’ineffabile possa essere avvicinato attraverso l’immaginazione e la condivisione di storie.


In sintesi , in “Baudolino” , Eco continua la sua esplorazione dell’ineffabile iniziata nelle opere precedenti. Utilizzando la narrazione come strumento, ci mostra che attraverso l’invenzione e il racconto possiamo avvicinarci a verità profonde che sfuggono al linguaggio diretto. Il romanzo diventa così una celebrazione del potere delle storie nel dare forma al mondo e nel permetterci di esplorare l’inconoscibile.

“Di ciò di cui non si può parlare si può raccontare.” 2

Iniziazione

Cos’è l’ineffabile del quale si può raccontare?

L’ineffabile è ciò che non può essere pienamente espresso o descritto attraverso il linguaggio ordinario. Si tratta di esperienze, sentimenti, intuizioni o concetti così profondi, complessi o trascendenti che le parole non riescono a catturarne l’essenza completa. L’ineffabile riguarda spesso dimensioni dell’esperienza umana che sfuggono alla razionalità o alla descrizione diretta, come il sacro, il mistico, l’assoluto, l’infinito, l’amore profondo o la bellezza sublime.

Quando Umberto Eco afferma “Di ciò di cui non si può parlare si può raccontare“, suggerisce che, sebbene il linguaggio diretto possa essere inadeguato per esprimere l’ineffabile, la narrazione diventa un mezzo potente per avvicinarsi ad esso. Attraverso storie, miti, simboli e metafore, possiamo comunicare e condividere esperienze che altrimenti rimarrebbero incomunicabili.


La narrazione come strumento per esplorare l’ineffabile

La narrazione offre un percorso alternativo per esplorare e comunicare l’ineffabile:

  • Coinvolgimento emotivo: le storie toccano le emozioni, facilitando una comprensione più profonda.
  • Esperienza condivisa: attraverso la narrazione, le esperienze ineffabili possono essere condivise e comprese a livello collettivo.
  • Stimolo all’Immaginazione: le storie attivano l’immaginazione, permettendo al lettore o all’ascoltatore di intravedere ciò che le parole non possono descrivere direttamente.

Esempi di ineffabile:

  • Esperienze spirituali o mistiche: momenti di trascendenza, illuminazione o connessione profonda con l’universo.
  • Emozioni intense: sentimenti come l’amore incondizionato, il dolore profondo o la gioia estasiata.
  • Concetti filosofici astratti: idee come l’infinito, l’eternità, l’essere o il nulla.
  • Bellezza sublime: la contemplazione di opere d’arte straordinarie o di paesaggi naturali mozzafiato.

Come si può raccontare l’ineffabile?

  • Attraverso la narrazione simbolica: utilizzando storie e miti che, pur non descrivendo direttamente l’ineffabile, ne evocano l’essenza.
  • Mediante l’arte e la poesia: forme espressive che superano i limiti del linguaggio ordinario, toccando corde emotive e intuitive.
  • Con l’uso di metafore e allegorie: strumenti che permettono di suggerire significati profondi attraverso immagini e racconti simbolici.
  • Attraverso il dialogo filosofico: come nei dialoghi di Platone, dove le idee vengono esplorate in modo dinamico e partecipativo.

Umberto Eco e “Il Pendolo di Foucault”: raccontare l’Ineffabile

Ne “Il Pendolo di Foucault” , Umberto Eco racconta l’ineffabile attraverso una narrazione complessa e ricca di simbolismo che esplora temi esoterici, filosofici e metafisici.

Esplorazione dell’ineffabile nel romanzo

1. La Ricerca del significato profondo:

Il romanzo segue tre redattori editoriali che, inizialmente per gioco, elaborano una fittizia teoria cospirativa chiamata “Il Piano”, intrecciando elementi da varie tradizioni esoteriche. Questa ricerca diventa un’ossessione, riflettendo il desiderio umano di comprendere l’incomprensibile e di dare un senso al caos dell’esistenza.

2. Il simbolismo e l’esoterismo:

Eco infonde la narrazione con simboli, riferimenti alla cabala, all’alchimia, ai Templari e ad altre società segrete. Questi elementi esoterici rappresentano tentativi di avvicinarsi a verità nascoste e ineffabili, che sfuggono alla comprensione razionale e al linguaggio diretto.

3. La fusione tra realtà e finzione:

Il confine tra ciò che è reale e ciò che è immaginato si dissolve man mano che i protagonisti si immergono nel loro “Piano”. Questa ambiguità riflette la natura ineffabile di certe verità, che non possono essere pienamente afferrate o espresse.

La narrazione come strumento per raccontare l’ineffabile

1. Metanarrazione e riflessione sul linguaggio:

Eco utilizza una narrazione stratificata che invita il lettore a riflettere sulla natura del linguaggio e della conoscenza. Il romanzo stesso diventa una meditazione su come le storie possono avvicinarsi a ciò che non può essere detto direttamente.

2. L’Ossessione per il significato nascosto:

I protagonisti rappresentano l’umanità nella sua incessante ricerca di significati profondi e nascosti. Attraverso le loro avventure, Eco illustra come il desiderio di comprendere l’ineffabile possa portare sia all’illuminazione che all’illusione.

3. Il gioco intellettuale come via di accesso:

Il romanzo è anche un gioco intellettuale, pieno di enigmi e riferimenti eruditi. Questo approccio ludico permette di esplorare concetti complessi in modo coinvolgente, avvicinandosi all’ineffabile attraverso l’ingegno e la creatività.


Conclusione

Ne “Il Pendolo di Foucault” , Umberto Eco racconta l’ineffabile mettendo in scena la tensione tra il desiderio umano di conoscere l’assoluto ei limiti intrinseci del linguaggio e della ragione. Attraverso una trama intricata e simbolica, il romanzo diventa un viaggio nell’ignoto, dimostrando come la narrazione possa essere un mezzo potente per esplorare e comunicare ciò che non può essere espresso direttamente.

La storia dei protagonisti che si perdono nelle proprie costruzioni mentali riflette l’idea che “di ciò di cui non si può parlare si può raccontare” . Eco ci mostra che, sebbene alcune verità siano ineffabili, attraverso la narrazione possiamo avvicinarci ad esse, condividendo esperienze e intuizioni che arricchiscono la nostra comprensione dell’esistenza.


Sintesi finale

L’ineffabile rappresenta quelle dimensioni dell’esperienza umana che sfuggono al linguaggio e alla comprensione razionale. Umberto Eco, attraverso la sua opera, dimostra come la narrazione possa essere utilizzata per avvicinarsi a queste realtà sfuggenti. “Il Pendolo di Foucault” è un esempio magistrale di come una storia possa esplorare temi profondi e complessi, utilizzando simboli, metafore e una trama avvincente.

La narrazione diventa così un ponte tra il detto e il non detto, tra il conoscibile e l’inconoscibile. Attraverso di essa, possiamo condividere esperienze ineffabili, stimolare l’immaginazione e approfondire la nostra comprensione dell’esistenza. Come suggerisce Eco, anche quando il linguaggio diretto fallisce, raccontare rimane un modo potente per esplorare e comunicare ciò che è oltre le parole.

“Di ciò di cui non si può parlare si può raccontare.”

Iniziazione

Con questa affermazione enigmatica, contenuta nella quarta di copertina della prima edizione, Umberto Eco ci introduce nel mondo de “Il Nome della Rosa”, suggerendo che la narrazione può diventare un mezzo privilegiato per esplorare ciò che è ineffabile o difficile da esprimere attraverso il linguaggio diretto. Questa idea non solo risuona profondamente nell’opera di Platone, che attraverso i suoi dialoghi filosofici ha cercato di affrontare temi complessi e profondi, ma trova anche una forte correlazione con il metodo iniziatico, inteso come esplorazione e narrazione collettiva di sé stessi.

La potenza della narrazione nell’esprimere l’ineffabile

La frase di Eco rappresenta una sorta di antitesi alla famosa affermazione di Ludwig Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere.” Mentre Wittgenstein sottolinea i limiti del linguaggio nel catturare l’essenza dell’ineffabile, Eco suggerisce che attraverso la narrazione possiamo avvicinarci a queste verità elusive. La narrazione diventa così uno strumento per sondare le profondità dell’esperienza umana, superando le barriere imposte dal linguaggio ordinario.

Platone e il dialogo come forma di narrazione filosofica

Platone, uno dei più grandi filosofi dell’antichità, ha scelto deliberatamente il dialogo come forma espressiva per le sue opere filosofiche. Questa scelta non è casuale, ma riflette una profonda consapevolezza dei limiti della scrittura e della necessità di un approccio più dinamico e coinvolgente per esplorare concetti filosofici complessi.

  • Diffidenza verso la scrittura: nel “Fedro”, Platone esprime una certa sfiducia nella scrittura, sostenendo che essa non può rispondere alle domande né adattarsi alle esigenze dell’interlocutore. La scrittura è vista come statica e incapace di replicare la vivacità del dialogo orale.
  • Il dialogo come strumento maieutico: attraverso il dialogo, Platone mette in scena discussioni tra Socrate e altri personaggi, utilizzando la maieutica socratica per guidare l’interlocutore (e il lettore) verso la scoperta della verità. Questo metodo permette di esplorare idee complesse in modo graduale e partecipativo.

Il metodo iniziatico: esplorazione e narrazione collettiva di sé

Il metodo iniziatico rappresenta un percorso di trasformazione personale che si sviluppa attraverso esperienze simboliche e narrative condivise all’interno di una comunità. Esso implica:

  • Riti di passaggio: cerimonie che segnano una transizione importante nella vita dell’individuo, facilitando la crescita personale.
  • Simbolismo profondo: l’uso di simboli e miti per rappresentare sfide interiori e conquiste spirituali.
  • Narrazione collettiva: la condivisione di storie ed esperienze che rafforzano i legami comunitari e arricchiscono l’identità personale.

Convergenze tra Eco, Platone e il metodo iniziatico

Nonostante le differenze di contesto e di epoca, emergono significative somiglianze tra l’approccio di Eco, Platone e il metodo iniziatico:

  • Esplorazione dell’inconoscibile: tutti e tre riconoscono che esistono dimensioni dell’esperienza umana che sfuggono alla descrizione diretta.
  • Uso della narrazione come veicolo: la narrazione diventa il mezzo attraverso il quale esprimere e condividere queste dimensioni.
  • Coinvolgimento comunitario: che sia attraverso il dialogo filosofico, il romanzo o i riti iniziatici, l’esperienza è arricchita dalla partecipazione collettiva.

Il ruolo della narrazione nella comprensione profonda

La narrazione, sia nell’opera di Eco che in quella di Platone e nel metodo iniziatico, svolge un ruolo cruciale nel comunicare ciò che è altrimenti ineffabile:

  • Accesso a verità profonde: le storie e i dialoghi permettono di esplorare dimensioni dell’esperienza umana e della realtà che sfuggono alla mera esposizione razionale.
  • Coinvolgimento del lettore o partecipante: la narrazione attiva l’immaginazione e l’empatia, coinvolgendo l’individuo non solo a livello intellettuale ma anche emotivo.
  • Molteplicità di significati: attraverso la narrazione, è possibile veicolare significati multipli e stratificati, offrendo diverse chiavi di lettura e interpretazione.

Il metodo iniziatico come narrazione di sé

Nel metodo iniziatico, l’individuo intraprende un viaggio interiore che può essere visto come una narrazione personale:

  • Auto-scoperta: attraverso prove e riflessioni, si esplorano aspetti profondi della propria identità.
  • Trasformazione: come in una storia, l’individuo affronta ostacoli e cresce, emergendo cambiato dall’esperienza.
  • Condivisione dell’esperienza: raccontare il proprio percorso arricchisce sia l’individuo che la comunità, creando una narrazione collettiva.

La narrazione collettiva come strumento di crescita

La narrazione non è solo individuale ma anche collettiva:

  • Costruzione di significato comune: attraverso storie condivise, si crea un patrimonio culturale e spirituale comune.
  • Empatia e comprensione: le narrazioni permettono di comprendere meglio le esperienze altrui, rafforzando i legami sociali.
  • Evoluzione della comunità: le storie collettive guidano la comunità attraverso le sfide, adattandosi e crescendo insieme.

Il potere trasformativo della narrazione

La narrazione ha un ruolo cruciale nel processo iniziatico e nella filosofia:

  • Superamento dei limiti linguistici: permette di esprimere ciò che non può essere detto direttamente.
  • Stimolo alla riflessività: invita a una profonda introspezione e alla riconsiderazione delle proprie convinzioni.
  • Connettività: collega l’individuo al trascendente e alla comunità, creando un senso di appartenenza e significato.

La narrazione come forma di conoscenza

La narrazione non è solo un mezzo estetico, ma anche epistemologico. Attraverso di essa, si possono esplorare e comunicare forme di conoscenza che trascendono la razionalità pura.

  • Conoscenza intuitiva: le storie possono veicolare intuizioni profonde sulla natura umana, la realtà e l’esistenza, spesso in modi che la pura argomentazione logica non può.
  • Trasmissione culturale: la narrazione è uno strumento fondamentale per la trasmissione di valori, tradizioni e conoscenze all’interno di una cultura.

Ancora sulle convergenze tra Eco, Platone e il metodo iniziatico

  • Esplorazione dei limiti del linguaggio: entrambi riconoscono che il linguaggio ha limiti intrinseci e cercano modalità alternative per esprimere l’inesprimibile.
  • Centralità del dialogo e della narrazione: anche se in forme diverse, il dialogo è centrale nelle opere di entrambi. Eco spesso inserisce discussioni filosofiche nei suoi romanzi, mentre Platone costruisce interamente le sue opere su di esso.
  • Interdisciplinarità: le opere di Eco sono note per la loro interdisciplinarità, mescolando semiotica, filosofia, storia e letteratura. Platone, da parte sua, integra etica, epistemologia, metafisica e politica nei suoi dialoghi. Il metodo iniziatico, a sua volta, abbraccia aspetti rituali, psicologici e spirituali.

Il Significato Profondo della Narrazione

Alla luce di queste considerazioni, la narrazione emerge come un mezzo potente per:

  • Superare i limiti della razionalità: permette di accedere a dimensioni dell’esperienza umana che non possono essere completamente afferrate dalla ragione.
  • Favorire l’empatia e la comprensione: attraverso l’identificazione con personaggi e situazioni, il lettore o il partecipante può comprendere prospettive diverse dalla propria.
  • Stimolare la riflessività e la crescita personale: la narrazione invita a una riflessione profonda, spesso mettendo in discussione assunzioni e credenze radicate.

Conclusione

La frase di Umberto Eco “Di ciò di cui non si può parlare si può raccontare” non è solo un aforisma suggestivo, ma una profonda riflessione sul potere della narrazione. Essa ci ricorda che, di fronte ai limiti del linguaggio e della ragione, la narrazione offre una via per esplorare l’inesprimibile, per avvicinarci a verità che altrimenti rimarrebbero nascoste.

Platone, con la sua scelta del dialogo come forma espressiva, ha anticipato questa intuizione, utilizzando la narrazione per sondare i misteri della conoscenza, dell’essere e del bene. Il metodo iniziatico arricchisce ulteriormente questa prospettiva, mostrando come attraverso l’esplorazione e la narrazione collettiva di sé stessi si possano affrontare le grandi domande dell’esistenza.

Tutti e tre ci invitano a considerare la narrazione non solo come intrattenimento, ma come uno strumento essenziale per la comprensione profonda di noi stessi e del mondo che ci circonda. La narrazione diventa così un ponte tra l’individuale e il collettivo, tra il conosciuto e l’ignoto, permettendo una trasformazione che è al contempo personale e comunitaria.

In un’epoca in cui l’informazione è spesso frammentaria e superficiale, riscoprire il valore della narrazione e dei percorsi di auto-esplorazione può offrirci strumenti preziosi per navigare le sfide della vita contemporanea. Come ci insegnano Eco, Platone e le tradizioni iniziatiche, attraverso la narrazione possiamo dare voce a ciò che è oltre le parole, arricchendo la nostra comprensione e rafforzando i legami che ci uniscono.

In sintesi…

La narrazione emerge come una forza trasformativa che trascende i limiti del linguaggio e della ragione. Che sia attraverso il romanzo, il dialogo filosofico o il rito iniziatico, essa ci permette di esplorare l’ineffabile, di condividere esperienze profonde e di costruire significati comuni. La frase di Eco ci ricorda il potere di raccontare ciò che non può essere detto, invitandoci a intraprendere un viaggio di scoperta che è al tempo stesso personale e collettivo.

Platone, la conoscenza iniziatica e l’avversione verso la scrittura

Iniziazione

Una delle tematiche più discusse dagli studiosi di Platone è la sua avversione verso la scrittura come mezzo per comunicare la conoscenza profonda o iniziatica. Questo scritto esplorerà le ragioni dietro questa posizione, evidenziando come Platone distingua tra conoscenza iniziatica e conoscenza scientifica, e come questa distinzione influenza il suo atteggiamento nei confronti della scrittura.

La concezione platonica della conoscenza

Per comprendere l’avversione di Platone verso la scrittura, è fondamentale analizzare la sua concezione della conoscenza. Platone distingue tra:

  • Doxa (opinione) : conoscenza basata sulle percezioni sensoriali, mutabile e soggetta a errori.
  • Episteme (conoscenza vera) : conoscenza delle Idee o Forme, immutabile e accessibile attraverso la ragione e la dialettica.

La conoscenza iniziatica rientra nella sfera dell’episteme. Si tratta di un percorso di elevazione dell’anima, che conduce l’individuo a cogliere le verità ultime dell’esistenza. Questo tipo di conoscenza non è semplicemente informativa ma trasformativa, richiedendo un coinvolgimento personale e una guida esperta.

La critica della scrittura nel “Fedro”

Nel dialogo “Fedro”, Platone, attraverso le parole di Socrate, espone una critica articolata della scrittura. Il mito di Thoth e del re Thamus servono come allegoria per evidenziare i limiti della scrittura:

  • Illusione di sapere : la scrittura offre una parvenza di conoscenza senza la comprensione profonda. Chi legge può accumulare informazioni senza realmente assimilare il sapere.
  • Indebolimento della memoria : affidandosi ai testi scritti, gli individui rischiano di non esercitare la memoria e la capacità di riflessione autonoma.
  • Incapacità di dialogo : un testo scritto non può rispondere alle domande del lettore, né adattarsi al suo livello di comprensione.
  • Diffusione Indiscriminata : la scrittura rende il sapere accessibile a tutti, compresi coloro che non sono preparati a riceverlo correttamente.

La conoscenza iniziatica e l’oralità

Per Platone, la conoscenza iniziatica richiede un approccio interattivo:

  • Dialogo socratico : il metodo dialettico permette di esplorare le idee attraverso domande e risposte, stimolando la riflessione critica.
  • Maestro e discepolo : la presenza di un maestro è essenziale per guidare l’allievo nel percorso di apprendimento, adattando l’insegnamento alle sue esigenze.
  • Esperienza diretta : la comprensione profonda avviene attraverso l’esperienza personale e l’intuizione, elementi che la scrittura non può trasmettere.

L’oralità garantisce che la conoscenza sia trasmessa in modo controllato, preservando la sua integrità e assicurando che solo chi è pronto possa accedervi.

La scrittura e la conoscenza scientifica

La conoscenza scientifica o tecnica nell’antica Grecia era spesso di natura pratica:

  • Trasmissione scritta accettata : per informazioni tecniche o manuali d’istruzione, la scrittura era uno strumento utile e consentito.
  • Meno implicazioni filosofiche : la conoscenza scientifica non richiedeva lo stesso livello di introspezione o trasformazione interiore.

Platone non esprime la stessa preoccupazione per la scrittura in questo ambito perché non coinvolge le verità ultime o la formazione dell’anima.

Le contraddizioni di Platone

È paradossale che Platone abbia scritto numerosi dialoghi nonostante la sua critica alla scrittura:

  • Uso strategico della scrittura : i suoi testi possono essere visti come strumenti per introdurre i lettori alla filosofia, stimolando la riflessione senza svelare completamente la conoscenza iniziatica.
  • Forma dialogica : la scelta del dialogo come forma letteraria cerca di imitare l’interattività del discorso orale.
  • Consapevolezza dei limiti : Platone potrebbe aver riconosciuto che la scrittura, pur con i suoi limiti, era necessaria per preservare e diffondere le sue idee.

Implicazioni per la trasmissione del sapere

La posizione di Platone solleva questioni importanti sulla natura della conoscenza e su come dovrebbe essere trasmessa:

  • Qualità contro quantità : l’enfasi è sulla profondità della comprensione piuttosto che sulla quantità di informazioni accumulate.
  • Preparazione dell’allievo : Non tutti sono pronti a ricevere la conoscenza profonda; è necessario un percorso preparatorio.
  • Rischi della diffusione indiscriminata : La conoscenza senza comprensione può portare a fraintendimenti o uso improprio.

Conclusione

La critica di Platone alla scrittura nel contesto della conoscenza iniziatica riflette una visione della filosofia come percorso esoterico, riservata a coloro che sono disposti a intraprendere un viaggio di trasformazione interiore. La scrittura, per quanto utile in altri ambiti, è vista come insufficiente per trasmettere questo tipo di sapere.

Nel distinguere tra conoscenza iniziatica e scientifica, Platone sottolinea che non tutti i tipi di conoscenza sono uguali né richiedono gli stessi metodi di trasmissione. La sua avversione verso la scrittura non è assoluta ma contestualizzata: riguarda la salvaguardia della profondità e della purezza della conoscenza filosofica.

In un’epoca come la nostra, caratterizzata da un accesso illimitato alle informazioni, le riflessioni di Platone ci invitano a considerare non solo cosa apprendiamo ma anche come lo facciamo. La vera conoscenza richiede più di una semplice lettura; richiede dialogo, riflessione e un impegno personale profondo.

A proposito dei simboli e delle leggende in Massoneria

Iniziazione

La massoneria non utilizza i simboli e le leggende esattamente come vengono interpretati nelle religioni e nelle filosofie da cui provengono. Invece, li trasforma e li adatta per servire ai propri scopi iniziatici e didattici.

La massoneria prende questi simboli e li reinterpreta in un contesto universale e allegorico, spesso distaccandoli dai significati originali specifici. Questo processo di trasformazione permette di creare un linguaggio simbolico che è accessibile e significativo per i membri indipendentemente dalle loro origini culturali o religiose.

Ad esempio, mentre in alcune tradizioni un simbolo può avere un significato religioso specifico, nella massoneria quel simbolo viene rielaborato per rappresentare principi come la moralità, la verità o il progresso spirituale. Questo adattamento rende i simboli strumenti efficaci per l’insegnamento iniziatico, focalizzandosi sull’esperienza personale e sulla crescita interiore piuttosto che su dogmi o credenze specifiche.

Inoltre, attraverso questa reinterpretazione, la massoneria mira a promuovere valori universali e a incoraggiare i membri a riflettere profondamente sul significato dei simboli nel contesto del proprio percorso di vita. Il simbolismo diventa così un mezzo per esplorare concetti complessi e per stimolare una comprensione più profonda di sé e del mondo.

In sintesi, la massoneria trasforma e adatta i simboli e le leggende di varie tradizioni per allinearli ai suoi insegnamenti iniziatici, utilizzandoli come strumenti per guidare i membri nel loro viaggio di crescita personale e spirituale.

In particolare, il Vangelo di Giovanni

Il Vangelo di Giovanni occupa un posto speciale nel contesto iniziatico, soprattutto all’interno di tradizioni esoteriche e massoniche. Questo Vangelo si distingue dagli altri tre sinottici (Matteo, Marco e Luca) per il suo approccio più mistico e filosofico, concentrandosi su temi come la luce, il verbo (Logos) e la relazione profonda tra l’umanità e il divino.

Nel contesto iniziatico, il Vangelo di Giovanni viene interpretato simbolicamente per rappresentare il percorso di illuminazione e conoscenza interiore dell’iniziato. Il Prologo di Giovanni, che inizia con “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”, è visto come un richiamo all’origine divina di tutto ciò che esiste e alla connessione tra l’uomo e il principio creativo universale.

Significato simbolico nel percorso iniziatico:

Il Verbo (Logos): Rappresenta la saggezza divina e la parola creatrice. Nel percorso iniziatico, il Logos simboleggia la ricerca della verità e della conoscenza superiore che l’iniziato deve perseguire per avvicinarsi al divino.

La Luce: Frequentemente menzionata nel Vangelo di Giovanni, la luce simboleggia l’illuminazione spirituale. L’iniziato è incoraggiato a “camminare nella luce”, ossia a vivere secondo i principi di verità, amore e giustizia.

La Rinascita Spirituale: Gesù parla a Nicodemo della necessità di “nascere di nuovo” per vedere il regno di Dio. Questo concetto è parallelo all’idea iniziatica di una trasformazione interiore profonda, un passaggio da uno stato di ignoranza a uno di conoscenza e consapevolezza.

L’Acqua Viva: L’incontro con la Samaritana al pozzo introduce il tema dell'”acqua viva” che disseta per sempre. Simbolicamente, rappresenta la conoscenza esoterica che nutre l’anima e conduce all’immortalità spirituale.

Nel contesto massonico:

Uso Cerimoniale: Alcune tradizioni massoniche utilizzano il Vangelo di Giovanni durante le cerimonie, sottolineando l’importanza della luce come simbolo di conoscenza e verità. La figura di Giovanni è associata alla ricerca incessante della comprensione del divino.

Simbolo di Universalità: Il Vangelo di Giovanni, con il suo linguaggio universale e filosofico, si presta a un’interpretazione che trascende le specifiche dottrine religiose, allineandosi con l’approccio massonico di promuovere valori universali e la fratellanza tra gli uomini.

Il Discepolo Amato: Giovanni è spesso identificato come il “discepolo che Gesù amava”, simbolizzando un legame profondo e personale con il divino che l’iniziato aspira a realizzare attraverso il proprio percorso.

Adattamento e Trasformazione:

La massoneria e altre tradizioni iniziatiche non adottano una lettura letterale o dogmatica del Vangelo di Giovanni, ma ne estraggono significati simbolici che supportano gli insegnamenti sulla crescita morale e spirituale. I racconti e gli insegnamenti del Vangelo vengono reinterpretati per enfatizzare il viaggio interiore dell’individuo verso la perfezione e l’unità con il principio divino.

Conclusione:

Nel contesto iniziatico, il Vangelo di Giovanni è visto come una fonte ricca di simbolismo esoterico. Offre spunti profondi sulla natura dell’esistenza, sul rapporto tra l’uomo e il divino e sul cammino verso l’illuminazione spirituale. La sua lettura simbolica permette all’iniziato di esplorare concetti elevati e di integrarne gli insegnamenti nel proprio percorso di trasformazione interiore, andando oltre le interpretazioni religiose tradizionali per abbracciare una dimensione più universale e filosofica.

Principi generali di ermeneutica massonica: il simbolismo delle Grandi Luci, il Vangelo di Giovanni e i criteri ermeneutici della Squadra e del Compasso

Iniziazione

L’ermeneutica massonica rappresenta l’arte dell’interpretazione dei simboli, dei rituali e degli insegnamenti all’interno della Massoneria. Essa è fondamentale per penetrare la profondità filosofica e spirituale dell’Ordine. Al centro di questa pratica interpretativa vi è il simbolismo delle Grandi Luci, che sono pilastri essenziali nella tradizione massonica. In particolare, il Vangelo di Giovanni occupa un posto di rilievo come simbolo supremo nella ricerca della Verità. Inoltre, la Squadra e il Compasso non sono solo simboli morali, ma fungono anche da criteri ermeneutici per interpretare l’intera simbolica massonica.


Introduzione

La Massoneria, con le sue radici profonde nelle tradizioni esoteriche e iniziatiche, utilizza un linguaggio simbolico ricco e complesso. Questo linguaggio permette ai suoi adepti di intraprendere un percorso di auto-conoscenza e di esplorazione dei misteri dell’esistenza. Le Grandi Luci —il Volume della Legge Sacra, la Squadra e il Compasso— sono strumenti chiave in questo viaggio. In Occidente, il Vangelo di Giovanni è spesso adottato come Volume della Legge Sacra, diventando così il simbolo più importante nella ricerca della Verità all’interno della tradizione massonica.


Criteri Generali di Ermeneutica Massonica

  1. Simbolismo multilivello: i simboli massonici sono concepiti per essere interpretabili su vari livelli, da quello letterale a quello esoterico. Questa stratificazione consente ai membri di approfondire progressivamente la loro comprensione, man mano che avanzano nei gradi dell’Ordine.
  2. Universalità dei Simboli: la Massoneria attinge a simboli e archetipi universali, presenti in diverse culture e tradizioni. Ciò facilita una connessione profonda con principi morali e spirituali condivisi dall’umanità.
  3. Ricerca personale della Verità: l’Ordine incoraggia ogni individuo a intraprendere una ricerca personale e interiore della Verità, utilizzando i simboli come strumenti di introspezione e crescita.
  4. Contestualizzazione storica e culturale: comprendere il contesto storico e culturale in cui i simboli sono stati adottati permette di svelare significati più profondi e applicazioni contemporanee.
  5. Interdisciplinarità: l’ermeneutica massonica integra conoscenze provenienti da filosofia, teologia, storia e scienze, riflettendo un approccio olistico all’apprendimento e alla comprensione.

Il Simbolismo delle Grandi Luci

1. Il Volume della Legge Sacra (VLS)

  • Simbolismo: Rappresenta la parola divina, la guida spirituale e l’autorità morale suprema.
  • Il Vangelo di Giovanni come VLS in Occidente:
    • Simbolo della ricerca della Verità: il Vangelo di Giovanni è considerato il simbolo più importante nella ricerca della Verità. Il suo prologo, con l’enfasi sul Logos (“In principio era il Verbo“), mette in luce la relazione tra la parola divina e la luce della conoscenza.
    • Profondità filosofica: il testo esplora temi come la luce, la verità e la vita, che risuonano profondamente con i principi massonici. La luce, in particolare, è un simbolo centrale nella Massoneria, rappresentando l’illuminazione spirituale e intellettuale.
    • Tradizione Iniziatica e adattamento culturale: l’utilizzo del Vangelo di Giovanni riflette la tradizione massonica di adottare gli strumenti e le culture dei paesi in cui opera. In Occidente, dove il cristianesimo ha avuto una forte influenza culturale, questo testo sacro offre un ponte tra la tradizione religiosa locale e gli insegnamenti universali della Massoneria.
    • Universalità del messaggio: pur essendo un testo cristiano, il Vangelo di Giovanni viene interpretato in modo allegorico, enfatizzando temi universali che trascendono le specifiche dottrine religiose. Questo approccio permette ai massoni di diverse fedi di trovare significato nel testo.

2. La Squadra

  • Simbolismo: simboleggia la rettitudine, l’onestà e la virtù morale.
  • Criterio ermeneutico: la squadra rappresenta il principio della rettitudine e della giustizia, fornendo un criterio per misurare la correttezza delle azioni e delle interpretazioni. Nella lettura dei simboli massonici, la squadra invita a valutare ogni significato attraverso il prisma dell’etica e della moralità.

3. Il Compasso

  • Simbolismo: rappresenta l’autocontrollo, la misura e l’equilibrio.
  • Criterio ermeneutico: Il compasso simboleggia il principio dell’equilibrio e della misura, invitando a tracciare confini appropriati nelle interpretazioni simboliche. Serve come guida per evitare eccessi e per mantenere un approccio equilibrato nella comprensione dei misteri massonici.

La Squadra e il Compasso come criteri ermeneutici

La Squadra e il Compasso non sono solo simboli morali, ma fungono da veri e propri strumenti ermeneutici per decifrare l’intera simbologia massonica.

  • Squadra (Rettitudine e Giustizia): offre un criterio per discernere la verità morale nei simboli, assicurando che le interpretazioni siano allineate con i principi etici dell’Ordine.
  • Compasso (Equilibrio e Misura): fornisce un mezzo per bilanciare le interpretazioni, evitando estremismi e assicurando che la comprensione sia armoniosa e proporzionata.

Insieme, la Squadra e il Compasso guidano il massone nel suo percorso interpretativo, assicurando che la ricerca della Verità sia condotta con integrità e saggezza.


Interconnessione tra le Grandi Luci

  • Equilibrio tra spirito e materia: le Grandi Luci lavorano in sinergia per guidare il massone nell’equilibrare le esigenze materiali con le aspirazioni spirituali.
  • Guida nell’azione e nell’interpretazione: offrono un quadro etico e morale per l’azione e un metodo per l’interpretazione simbolica, combinando principi divini (VLS) con pratiche morali e ermeneutiche (Squadra e Compasso).
  • Percorso di auto-miglioramento: simboleggiano il continuo percorso di perfezionamento personale, stimolando la riflessione, l’auto-disciplina e l’applicazione pratica dei principi massonici.

Applicazione pratica dei simboli

  • Meditazione e riflessione: i massoni sono incoraggiati a meditare sul significato profondo dei simboli, in particolare sul Vangelo di Giovanni, per approfondire la propria comprensione e promuovere la crescita personale.
  • Interpretazione guidata dalla Squadra e dal Compasso: nell’analisi dei simboli, i massoni utilizzano la squadra e il compasso come criteri ermeneutici per assicurare che le loro interpretazioni siano etiche ed equilibrate.
  • Condotta morale: l’adozione dei principi rappresentati dalle Grandi Luci guida il comportamento etico nel mondo profano, incoraggiando azioni basate su integrità e giustizia.
  • Unità fraterna: i simboli servono a unire i membri dell’Ordine, creando un linguaggio comune di valori e obiettivi condivisi.
  • Adattamento culturale: l’utilizzo dei testi sacri e dei simboli del contesto culturale locale, come il Vangelo di Giovanni in Occidente, facilita l’integrazione dei principi massonici nella vita quotidiana dei membri.

Conclusione

Il simbolismo delle Grandi Luci è fondamentale nell’ermeneutica massonica, offrendo un ricco terreno per l’esplorazione filosofica e spirituale. Il Vangelo di Giovanni, in particolare, emerge come il simbolo più importante nella ricerca della Verità. La sua profondità filosofica e il suo richiamo universale alla luce e al logos lo rendono uno strumento privilegiato per i massoni occidentali nel loro percorso iniziatico.

La Squadra e il Compasso, oltre a essere simboli morali, fungono da criteri ermeneutici essenziali per interpretare l’intera simbolica massonica. Guidano il massone nell’applicazione pratica dei principi dell’Ordine, assicurando che la ricerca della Verità sia condotta con rettitudine e equilibrio.

Attraverso lo studio e l’interpretazione di questi simboli, i massoni sono guidati in un viaggio di auto-miglioramento, ricerca della verità e servizio all’umanità. I criteri generali di ermeneutica massonica forniscono un quadro per questa esplorazione, integrando tradizione, introspezione personale e applicazione pratica.


Conoscenza, Filia e Fratellanza

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Introduzione

Platone e Aristotele, due dei più grandi pensatori dell’antichità, hanno posto l’accento sul ruolo del lavoro comune e del dialogo nella ricerca della conoscenza. Platone sottolinea che la conoscenza nasce dopo lunghi dialoghi, accendendosi come una fiamma improvvisa nell’anima, mentre Aristotele considera il filosofare con le persone care come una delle esperienze più belle. Queste visioni possono essere messe in relazione con il senso di fratellanza nella Massoneria, un’istituzione che ha fatto del lavoro comune e della ricerca della verità attraverso il dialogo uno dei suoi pilastri. Questo saggio esplorerà il rapporto tra la filosofia di Platone e Aristotele e l’ideale massonico di fratellanza, mettendo in luce come la ricerca della conoscenza, la collaborazione e il legame fraterno siano elementi chiave in tutti e tre i contesti.

Platone: La Conoscenza attraverso il Dialogo e il Lavoro Comune

Nel pensiero platonico, la conoscenza non è una mera acquisizione di informazioni, ma un processo trasformativo che coinvolge l’anima. Nella Settima Lettera, Platone sottolinea che la verità emerge attraverso lunghi dialoghi e riflessioni comuni. La dialettica platonica è un percorso di ricerca che avviene all’interno di una comunità filosofica, dove ogni partecipante contribuisce al processo di scoperta della verità.

In questa visione, il lavoro comune è essenziale. La ricerca filosofica è un’impresa corale, in cui la verità non può essere raggiunta da un individuo isolato, ma solo attraverso l’interazione, il confronto e il dialogo con gli altri. La fiamma della conoscenza si accende nell’anima di chi è coinvolto in questo processo collettivo, rappresentando una forma di comunione intellettuale e spirituale.

Aristotele: La Filosofia come Atto di Fratellanza

Aristotele, nel suo approccio alla filosofia, enfatizza l’importanza delle relazioni umane e della comunità nella ricerca della conoscenza. Nell’Etica Nicomachea, descrive la filia (amicizia) come un elemento centrale nella vita umana e nella pratica filosofica. Filosofare con le persone care non è solo un esercizio intellettuale, ma un’esperienza di condivisione e crescita reciproca.

“E per ciascun tipo di uomini, qualunque sia per loro il senso dell’esistenza, ovvero ciò per cui per loro la vita è desiderabile, è in questo che essi vogliono trascorrere il tempo in compagnia degli amici. E per questo che alcuni bevono insieme, altri giocano insieme ai dadi, altri fanno ginnastica e cacciano insieme  o fanno filosofia insieme, e che trascorrono insieme le giornate, ciascuno dedito a ciò che ama più di tutto nella vita: volendo, infatti, vivere insieme con gli amici, fanno e mettono in comune le cose in cui, secondo loro, consiste la vita” (Aristotele, Etica Nicomachea, Libro IX).

La filia aristotelica è una forma di legame profondo che si basa sulla condivisione di valori e sulla ricerca comune del bene e della verità. Questo legame rappresenta un tipo di fratellanza che va oltre la semplice amicizia, poiché coinvolge la partecipazione attiva di ogni individuo in un percorso di vita virtuosa e di ricerca della conoscenza. Aristotele vede nella filia la condizione ideale per il dialogo filosofico, un ambiente in cui la verità può essere ricercata attraverso il rispetto reciproco, l’apertura e il confronto costruttivo.

La Fratellanza in Massoneria

La Massoneria, un’istituzione di natura iniziatica e filosofica, ha fatto della fratellanza uno dei suoi principi fondamentali. La Massoneria promuove l’idea che tutti i suoi membri, chiamati “fratelli,” siano uniti da un legame che trascende le differenze individuali e sociali. Questo senso di fratellanza è alla base del lavoro comune che i massoni intraprendono nella loro ricerca della verità e del perfezionamento personale.

La fratellanza massonica non è solo un sentimento di amicizia, ma un legame spirituale e intellettuale. I massoni si impegnano a lavorare insieme per il miglioramento reciproco e della società, attraverso un processo di autoeducazione e dialogo. Nei lavori di loggia, i massoni discutono, riflettono e condividono le loro esperienze, in un contesto che richiama l’ideale platonico del dialogo e il concetto aristotelico di filia.

L’idea che la verità e la saggezza siano raggiunte attraverso il lavoro comune è centrale nella Massoneria. Come nei dialoghi platonici, la conoscenza è vista come un processo che si sviluppa attraverso il confronto e la collaborazione tra i membri. La loggia massonica diventa così un luogo di crescita personale e collettiva, dove ogni “fratello” contribuisce al percorso di conoscenza e illuminazione degli altri, in uno spirito di rispetto e sostegno reciproco.

Relazione tra Platone, Aristotele e la Fratellanza Massonica

Mettere in relazione il pensiero di Platone e Aristotele con il senso di fratellanza massonica rivela una profonda consonanza tra queste visioni.

Platone e la Massoneria: La concezione platonica del dialogo come strumento per raggiungere la conoscenza si riflette nei lavori di loggia massonici. La Massoneria, come Platone, vede la ricerca della verità come un processo di illuminazione che avviene attraverso il confronto e il dialogo tra i fratelli. La fiamma della conoscenza si accende nell’anima di chi partecipa attivamente a questo processo corale.

Aristotele e la Massoneria: L’idea aristotelica che il filosofare con le persone care sia la cosa più bella trova un’eco nel senso di fratellanza massonica. La filia aristotelica, come la fratellanza massonica, è un legame che unisce gli individui nella ricerca comune del bene e della verità. La Massoneria promuove un ambiente in cui i fratelli lavorano insieme, in uno spirito di amicizia e sostegno, per il perfezionamento personale e collettivo.

Il Lavoro Comune: In tutti e tre i contesti, la ricerca della verità è vista come un’impresa collettiva. Platone vede la conoscenza come il frutto di lunghi dialoghi, Aristotele sottolinea il valore del filosofare con gli amici, e la Massoneria celebra il lavoro comune come mezzo per l’illuminazione e il miglioramento dell’umanità. In questo senso, la fratellanza diventa il tessuto che lega insieme gli individui nella loro ricerca della verità e della saggezza.

Conclusione

Il lavoro comune e corale è un elemento fondamentale sia nella filosofia di Platone e Aristotele che nel senso di fratellanza della Massoneria. Platone, attraverso l’idea della conoscenza come fiamma che si accende attraverso il dialogo, e Aristotele, con la sua enfasi sulla filia e sul filosofare con gli amici, mettono in luce come la verità sia il risultato di un processo collettivo. La Massoneria, con il suo ideale di fratellanza e lavoro comune, continua questa tradizione, promuovendo un ambiente in cui la conoscenza e la crescita personale sono raggiunte attraverso il confronto, la condivisione e il sostegno reciproco. In tutti e tre i contesti, la ricerca della verità è vista come un viaggio condiviso, un processo di illuminazione che coinvolge l’intera comunità in uno spirito di fratellanza.

Bibliografia

Platone. “Lettere.” SE, 2019.

Aristotele. “Etica Nicomachea.” A cura di Claudio Mazzarelli. Laterza, 1999.

Pike, Albert. “Morals and Dogma of the Ancient and Accepted Scottish Rite of Freemasonry.” Charleston, 1871.

Hadot, Pierre. “Esercizi spirituali e filosofia antica.” Einaudi, 2005.

Terza riflessione sulla Verità

Il cammino Iniziazione La Verità

Definizione ontologica dell’uomo a partire dall’enigma della Sfinge: L’essenza tecnica dell’essere umano


Introduzione

L’enigma della Sfinge è uno dei miti più antichi e affascinanti della cultura greca, carico di significati simbolici profondi riguardanti la natura umana. Il celebre enigma recita:

“Qual è l’essere che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre?”

La risposta, l’uomo, riflette le fasi della vita umana: infanzia, maturità e vecchiaia. Tuttavia, oltre alla semplice descrizione delle età dell’uomo, l’enigma offre una chiave per una definizione ontologica dell’essere umano che include intrinsecamente la tecnica come elemento costitutivo della sua essenza.

Questa riflessione esplora come l’enigma della Sfinge possa essere interpretato per definire ontologicamente l’uomo, evidenziando il ruolo fondamentale della tecnica nella sua esistenza e nel suo rapporto con l’essere.


1. L’Enigma della Sfinge e le Fasi dell’Esistenza Umana

L’enigma suddivide la vita dell’uomo in tre fasi simboliche:

  1. Mattino (Infanzia): l’uomo cammina su quattro zampe, rappresentando il neonato che gattona. Questa fase simboleggia la dipendenza e la scoperta iniziale del mondo.
  2. Mezzogiorno (Età Adulta): cammina su due gambe, indicando la maturità, l’autonomia e la piena espressione delle capacità umane.
  3. Sera (Vecchiaia): cammina su tre gambe, utilizzando un bastone come supporto. Questa fase rappresenta la saggezza accumulata e la dipendenza parziale dagli strumenti per compensare le limitazioni fisiche.

2. Il Bastone come Simbolo della Tecnica

Il bastone nell’enigma non è solo un supporto fisico, ma un simbolo potente della tecnica come estensione dell’essere umano. Esso rappresenta:

  • Prolungamento del corpo: Il bastone estende le capacità fisiche dell’uomo, permettendogli di superare le proprie limitazioni.
  • Simbolo della creatività umana: Riflette l’ingegnosità e la capacità dell’uomo di creare strumenti per adattarsi all’ambiente.
  • Manifestazione della ragione: L’uso del bastone implica una comprensione razionale dei bisogni e delle soluzioni possibili.

3. Definizione Ontologica dell’Uomo come Essere Tecnico

Alla luce dell’enigma e del simbolismo del bastone, possiamo definire ontologicamente l’uomo come un essere tecnico:

  • Essere razionale: l’uomo possiede la capacità di pensiero astratto, riflessione e comprensione delle leggi che governano la realtà.
  • Essere tecnico: la tecnica è intrinseca all’essenza umana; l’uomo non solo utilizza strumenti, ma li crea e li perfeziona, trasformando il mondo e se stesso.
  • Essere temporale: vive attraverso il tempo, evolvendo nelle diverse fasi della vita, ognuna con proprie caratteristiche e sfide.
  • Essere relazionale: interagisce con altri enti e con l’ambiente, costruendo relazioni sociali e culturali complesse.

Questa definizione sottolinea che la tecnica non è un’aggiunta esterna all’uomo, ma una componente fondamentale della sua esistenza ontologica.


4. La Tecnica come Mediazione tra l’Uomo e l’Essere

La tecnica svolge un ruolo di mediazione essenziale tra l’uomo e l’essere:

  • Comprensione dell’essere: attraverso la tecnica, l’uomo esplora e comprende l’essenza degli enti che lo circondano.
  • Trasformazione degli enti: la capacità di modificare l’ambiente riflette una relazione attiva con l’essere, non passiva.
  • Autorealizzazione: la tecnica permette all’uomo di esprimere la propria creatività e di realizzare il proprio potenziale.

5. Implicazioni Filosofiche della Tecnica nell’Essere Umano

L’inclusione della tecnica nell’ontologia umana porta a diverse riflessioni filosofiche:

  • Tecnica e libertà: la capacità di creare strumenti offre all’uomo la libertà di trascendere le proprie limitazioni naturali.
  • Tecnica e responsabilità: con il potere di trasformare l’ambiente sorgono gli interrogativi etici sull’utilizzazione della tecnica.
  • Tecnica e identità: gli strumenti e le tecnologie influenzano l’identità individuale e collettiva, modellando culture e società.

6. La Tecnica nell’Evoluzione dell’Uomo

Storicamente, la tecnica ha accompagnato l’evoluzione umana:

  • Preistoria: l’uso di strumenti di pietra segna l’inizio della cultura umana.
  • Rivoluzioni tecnologiche: l’invenzione dell’agricoltura, della scrittura, della macchina a vapore e, più recentemente, della tecnologia digitale, ha trasformato radicalmente la società.
  • Futuro tecnologico: l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e altre innovazioni pongono nuove sfide e opportunità per l’umanità.

7. Critiche e Riflessioni sulla Tecnica

Filosofi come Martin Heidegger hanno espresso preoccupazioni riguardo al dominio della tecnica:

  • Tecnica come fine a sé stessa: la tecnica rischia di diventare un fine anziché un mezzo, alienando l’uomo dalla sua essenza.
  • Perdita di autenticità: un’eccessiva dipendenza dalla tecnologia può allontanare l’uomo dall’esperienza autentica dell’essere.

Tuttavia, riconoscendo la tecnica come parte integrante dell’ontologia umana, possiamo cercare un equilibrio che valorizzi sia l’innovazione che l’umanità.


8. Conclusione

L’enigma della Sfinge offre una prospettiva profonda sulla natura umana, evidenziando come la tecnica sia intrinsecamente legata all’essere dell’uomo. Definire ontologicamente l’uomo come essere tecnico ci permette di comprendere meglio il suo ruolo nel mondo e la sua relazione con l’essere.

La tecnica è al contempo una manifestazione della razionalità umana e un mezzo per realizzare il proprio potenziale. Riconoscendo questo, possiamo aspirare a un uso della tecnica che sia etico, sostenibile e in armonia con l’essere.


Riferimenti bibliografici e motivazioni

  • Aristotele. Metafisica. Esplorazione delle cause e dei principi primi dell’essere.
  • Platone. Il Simposio. Riflessioni sulla natura umana e sulla ricerca della conoscenza.
  • Martin Heidegger. La questione della tecnica. Analisi critica del rapporto tra uomo e tecnica nella modernità.
  • Hans-Georg Gadamer. Verità e metodo. Esame dell’interpretazione e della comprensione nella filosofia ermeneutica.
  • Gilbert Simondon. Du mode d’existence des objets techniques. Studio sull’ontologia degli oggetti tecnici e il loro ruolo nella società.
  • Lewis Mumford. Il mito della macchina. Critica storica e filosofica dell’impatto della tecnologia sulla civiltà.
  • Hannah Arendt. Vita activa. Analisi delle condizioni umane dell’agire, del lavoro e dell’azione politica.
  • Giorgio Agamben. L’uomo senza contenuto. Riflessione sull’arte, la tecnica e la perdita di esperienza nell’epoca moderna.
  • Karl Jaspers. Origine e senso della storia. Discussione sul ruolo della tecnica nella formazione della storia umana.
  • Jacques Ellul. La tecnica o l’attenzione all’efficacia. Critica della società tecnologica e dei suoi effetti sull’uomo e sull’ambiente.

Nota Finale

Interpretare l’enigma della Sfinge attraverso una lente ontologica che comprende necessariamente la tecnica ci permette di riscoprire aspetti fondamentali dell’essere umano. La tecnica, lungi dall’essere un semplice strumento, è parte integrante della nostra essenza e del nostro modo di esistere nel mondo. Questa comprensione ci porta a interrogarci sul modo in cui utilizziamo la tecnologia e sul significato che essa ha nelle nostre vite, promuovendo un rapporto più consapevole e autentico con l’essere.

Seconda riflessione sulla Verità

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La domanda fondamentale: cos’è l’ente?

Introduzione: la Verità come comprensione dell’essere e interiorizzazione

Nel viaggio alla ricerca della Verità, sorge inevitabilmente la domanda fondamentale: cos’è l’ente? Partendo dalla prospettiva che la Verità non risiede nella semplice corrispondenza tra intelletto e realtà esterna, ma nella profonda comprensione dell’essere come insieme degli enti e nella conseguente interiorizzazione di questa comprensione, diventa essenziale esplorare il concetto di ente. È attraverso la comprensione degli enti e l’assimilazione interiore di questa conoscenza che ci avviciniamo alla Verità intesa come realizzazione dell’essere nella sua totalità.

L’essere come insieme degli enti

Concepire l’essere come l’insieme degli enti significa riconoscere che ogni ente, ogni elemento della realtà, contribuisce alla totalità dell’essere. Non esiste un’essenza dell’essere separata dagli enti stessi; l’essere si manifesta attraverso gli enti e le loro interazioni. Questa visione olistica sottolinea l’importanza di comprendere non solo gli enti individualmente, ma anche le relazioni che li uniscono in un tutto coerente.

Cos’è l’ente?

Definizione dell’ente

L’ente, dal latino ens (participio presente del verbo esse ‘essere’), è ciò che esiste, ciò che ha un’essenza e una presenza nell’essere. Gli enti possono essere materiali o immateriali, concreti o astratti, contingenti o necessari. Essi rappresentano le varie manifestazioni dell’essere, le espressioni attraverso le quali l’essere si rivela e si rende accessibile alla nostra comprensione.

Caratteristiche dell’ente

Esistenza ed Essenza: L’ente è caratterizzato dalla sua esistenza (il fatto che è) e dalla sua essenza (ciò che è). L’essenza definisce la natura dell’ente, mentre l’esistenza ne attesta la presenza nell’essere.

Identità e Differenza: Ogni ente possiede un’identità unica che lo distingue dagli altri enti. Questa identità emerge dalla sua essenza e dalle sue proprietà specifiche.

Relazionalità: Gli enti non esistono in isolamento, ma sono in relazione tra loro. È attraverso queste relazioni che l’essere si configura come un insieme integrato.

La comprensione dell’ente come via alla Verità

Secondo la prospettiva in esame, la Verità si raggiunge attraverso la comprensione profonda degli enti e l’interiorizzazione di questa conoscenza. Questo processo va oltre la semplice acquisizione di informazioni; richiede una trasformazione interiore che ci permette di assimilare l’essenza degli enti e di percepire l’unità dell’essere.

Interiorizzazione della Conoscenza

Consapevolezza profonda: Non basta conoscere gli enti a livello superficiale; è necessario sviluppare una consapevolezza profonda della loro essenza e del loro ruolo nell’insieme dell’essere.

Esperienza interiore: L’interiorizzazione implica un’esperienza personale e diretta degli enti. Attraverso la riflessione, la meditazione e l’intuizione, possiamo cogliere l’essenza degli enti oltre le apparenze fenomeniche.

Trasformazione dell’essere: La comprensione e l’interiorizzazione degli enti conducono a una trasformazione del nostro stesso essere. Diventiamo parte attiva dell’unità dell’essere, partecipando alla Verità in modo integrale.

Prospettive Filosofiche sull’ente e la Verità

Eraclito

Eraclito sosteneva che tutto scorre (panta rei) e che la realtà è in costante divenire. Gli enti sono manifestazioni di un logos universale, un principio unificante che può essere compreso attraverso l’intuizione e l’interiorizzazione.

Plotino

Nella filosofia neoplatonica, Plotino vede gli enti come emanazioni dell’Uno, l’essere supremo. La Verità si raggiunge risalendo dai molti enti all’Uno attraverso un percorso di interiorizzazione e contemplazione.

Martin Heidegger

Heidegger critica l’oblio dell’essere nella filosofia occidentale, che si è concentrata troppo sugli enti senza interrogarsi sull’essere stesso. Egli propone un ritorno all’analisi dell’essere attraverso l’esperienza esistenziale e l’apertura al senso dell’essere che si manifesta negli enti.

La via dell’interiorizzazione nelle Tradizioni Spirituali

Le vie iniziatiche e le tradizioni spirituali hanno da sempre sottolineato l’importanza dell’interiorizzazione per raggiungere la Verità.

Mistica cristiana

Mistici come San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila hanno descritto un percorso interiore di purificazione e contemplazione che porta all’unione con Dio, inteso come l’essere supremo.

Buddhismo

Il Buddhismo insegna che la comprensione della natura interdipendente degli enti conduce all’illuminazione. Mediante la meditazione profonda, si interiorizza la verità dell’impermanenza e dell’assenza di un sé separato.

Advaita Vedanta

Questa scuola filosofica indiana sostiene che l’Atman (il sé individuale) è identico al Brahman (la realtà ultima). Attraverso la conoscenza interiore e l’auto-indagine, si realizza questa unità fondamentale.

La Sintesi tra conoscenza razionale e interiorizzazione

Mentre la conoscenza razionale ci fornisce gli strumenti per analizzare e comprendere gli enti, è attraverso l’interiorizzazione che questa conoscenza diventa viva e trasformativa. La Verità emerge dalla sintesi tra l’intelletto e l’esperienza interiore, conducendo a una comprensione integrale dell’essere.

Processo di interiorizzazione

Riflessione profonda: Analizzare gli enti non solo a livello intellettuale, ma riflettere sul loro significato esistenziale.

Intuizione: Sviluppare la capacità di percepire direttamente l’essenza degli enti, oltre le categorie concettuali.

Pratica spirituale: Utilizzare meditazione, contemplazione e altre pratiche per favorire l’interiorizzazione e la trasformazione interiore.

Conclusione: La Verità come realizzazione dell’essere attraverso l’ente

In questa prospettiva, la Verità non è un semplice rispecchiamento della realtà esterna nell’intelletto, ma una realizzazione profonda dell’essere attraverso la comprensione e l’interiorizzazione degli enti. È un percorso che coinvolge l’intera persona, integrando conoscenza, esperienza e trasformazione.

Comprendere cos’è l’ente diventa quindi fondamentale per avvicinarsi alla Verità. L’ente è il ponte tra l’essere e la nostra esperienza; è attraverso di esso che l’essere si manifesta e può essere compreso. Interiorizzando questa comprensione, partecipiamo attivamente all’essere, realizzando la Verità come esperienza vivente.

Riferimenti bibliografici e motivazioni

Parmenide, Sulla natura. Esplora l’essere come realtà unica e immutabile.

Eraclito, Frammenti. Introduce il concetto del logos e del divenire degli enti.

Platone, Il Sofista. Discute la natura dell’ente e dell’essere.

Plotino, Enneadi. Descrive l’emanazione degli enti dall’Uno e il ritorno all’unità attraverso l’interiorizzazione.

Martin Heidegger, Essere e Tempo. Indaga il senso dell’essere attraverso l’analisi dell’ente umano (Dasein).

Edmund Husserl, Meditazioni Cartesiane. Esplora la fenomenologia come metodo per accedere all’essenza degli enti attraverso l’esperienza interna.

San Giovanni della Croce, La notte oscura dell’anima. Descrive il percorso interiore verso l’unione con l’essere divino.

Nagarjuna, Madhyamaka Karika. Analizza la natura degli enti e dell’essere nella filosofia buddhista Madhyamaka.

Adi Shankaracharya, Vivekachudamani. Esplora l’auto-indagine e la realizzazione dell’identità tra Atman e Brahman.

Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione. Esamina il ruolo dell’esperienza corporea nella comprensione degli enti.

Nota Finale

La ricerca della Verità è un percorso che richiede sia la comprensione intellettuale degli enti sia l’interiorizzazione di questa comprensione. È attraverso l’ente che l’essere si manifesta a noi, e attraverso l’interiorizzazione che questa manifestazione diventa trasformativa. La Verità, dunque, non è un concetto statico o esterno, ma una realtà dinamica che si realizza nella misura in cui comprendiamo e interiorizziamo l’essere come insieme degli enti.

Questo approccio invita a una partecipazione attiva e consapevole all’essere, dove la conoscenza diventa esperienza vissuta e la Verità si rivela come la piena realizzazione dell’essere nel nostro stesso esistere.

Prima riflessione sulla Verità

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Introduzione: Una Definizione della Verità

La Verità è stata da sempre uno dei concetti più elevati e sfuggenti nella storia del pensiero umano. Non è semplicemente la corrispondenza tra una proposizione e un fatto, ma rappresenta l’aspirazione ultima alla comprensione profonda dell’essere e della realtà. La Verità, in senso alto, è ciò che è assoluto, immutabile e universale; è il fondamento su cui poggia ogni conoscenza e ogni esistenza. È l’armonia sottostante all’apparente molteplicità del mondo, la luce che illumina l’intelletto e guida l’anima verso il suo compimento.

Partendo da questa definizione elevata, possiamo esplorare come l’essere, inteso come l’insieme degli enti, si rapporti alla Verità, e come sia possibile avvicinarsi ad essa attraverso la conoscenza razionale e gli stati di coscienza superiori delle vie iniziatiche.

L’Essere come Insieme degli Enti

Concepire l’essere come l’insieme degli enti significa riconoscere che tutto ciò che esiste, in qualsiasi forma o manifestazione, contribuisce alla totalità dell’essere. Gli enti sono le espressioni concrete e astratte della realtà: oggetti materiali, fenomeni naturali, idee, emozioni, relazioni. Questa visione ci invita a vedere l’universo non come un insieme frammentato di parti isolate, ma come una rete interconnessa in cui ogni ente ha un ruolo nel tessuto dell’essere.

In questa prospettiva, la Verità non è qualcosa di separato o al di sopra degli enti, ma è intrinseca all’essere stesso. Comprendere la Verità significa quindi comprendere l’essenza degli enti e le relazioni che li uniscono.

La Conoscenza Razionale come Via alla Verità

La ragione è uno strumento potente che l’umanità ha sviluppato per indagare la realtà. Attraverso la logica, la matematica, la scienza e la filosofia, cerchiamo di svelare i principi fondamentali che governano gli enti. La conoscenza razionale ci permette di analizzare, classificare e comprendere il mondo che ci circonda.

Ad esempio, la fisica esplora le leggi che regolano la materia e l’energia, la biologia studia i processi vitali degli organismi, la filosofia indaga le questioni ultime sull’esistenza e il significato. Ogni disciplina contribuisce a illuminare un aspetto dell’essere, avvicinandoci alla Verità.

Tuttavia, la ragione ha i suoi limiti. Come già osservato da filosofi come Immanuel Kant, la mente umana è confinata dalle categorie attraverso cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Esistono aspetti della realtà che sfuggono all’analisi razionale, dimensioni dell’essere che richiedono un approccio diverso.

Gli Stati di Coscienza Superiori nelle Vie Iniziatiche

Le tradizioni spirituali e iniziatiche di diverse culture hanno riconosciuto che esiste una dimensione della Verità accessibile solo attraverso l’esperienza diretta e trasformativa. Pratiche come la meditazione, la contemplazione, il rito e l’ascesi sono state sviluppate per trascendere le limitazioni della percezione ordinaria e raggiungere stati di coscienza superiori.

In queste esperienze, l’individuo può percepire l’unità fondamentale dell’essere, superando la dualità tra soggetto e oggetto. La Verità si rivela non come un concetto astratto, ma come una realtà viva e presente. Questo stato è stato descritto come illuminazione, nirvana, samadhi, gnosi o unione mistica, a seconda delle tradizioni.

Per esempio:

Nel Buddhismo, il raggiungimento del nirvana porta alla comprensione profonda della realtà così com’è, libera dalle illusioni dell’ego.

Nell’Induismo, il samadhi è lo stato in cui l’individuo realizza l’identità tra l’Atman (sé individuale) e il Brahman (realtà assoluta).

Nella mistica cristiana, l’unione con Dio è vista come la massima realizzazione dell’anima.

Questi stati di coscienza superiore offrono una via diretta alla Verità, complementare alla conoscenza razionale.

La Sintesi tra Ragione e Intuizione

La ricerca della Verità ultima richiede quindi una sintesi tra la conoscenza razionale e l’esperienza diretta degli stati di coscienza superiori. La ragione ci fornisce gli strumenti per comprendere gli enti e le loro relazioni, mentre l’intuizione e l’esperienza interiore ci permettono di cogliere l’essenza dell’essere in modo immediato.

Filosofi come Plotino hanno sostenuto che l’intelletto può ascendere gradualmente verso l’Uno attraverso la contemplazione, superando i limiti del pensiero discorsivo. Henri Bergson ha distinto tra l’intelligenza analitica e l’intuizione, quest’ultima capace di cogliere la durata e la continuità della realtà.

La filosofia perenne, un concetto sviluppato da pensatori come Aldous Huxley e René Guénon, afferma che esiste una verità universale comune a tutte le tradizioni spirituali, accessibile attraverso l’esperienza diretta e la trasformazione interiore.

La Verità come Realizzazione dell’Essere

La Verità, in questa visione elevata, non è semplicemente una conoscenza da acquisire, ma uno stato dell’essere da realizzare. È l’allineamento dell’individuo con la realtà fondamentale, la dissoluzione delle illusioni e delle separazioni. Questo percorso richiede una trasformazione profonda, un lavoro su di sé che coinvolge tutte le dimensioni dell’essere: fisica, mentale, emotiva e spirituale.

La via iniziatica diventa quindi un cammino di crescita integrale, in cui l’individuo sviluppa sia la comprensione razionale che la saggezza intuitiva. Attraverso l’equilibrio tra conoscenza e esperienza, tra azione e contemplazione, è possibile avvicinarsi alla Verità ultima.

Conclusione: L’Unione tra l’Essere e la Verità

Partendo da una definizione alta della Verità come realtà assoluta e universale, abbiamo posto le basi per comprendere come l’essere, inteso come insieme degli enti, sia il campo in cui questa Verità si manifesta. La conoscenza razionale ci permette di indagare gli enti e le loro relazioni, contribuendo a costruire una comprensione sempre più approfondita del mondo.

Allo stesso tempo, gli stati di coscienza superiori offrono accesso diretto alla Verità, superando i limiti della percezione ordinaria e della razionalità. La sintesi di questi approcci conduce a una realizzazione piena dell’essere, in cui la Verità non è più un oggetto esterno da conoscere, ma una realtà interiore da vivere.

La ricerca della Verità diventa così un percorso personale e universale, che coinvolge l’intera umanità nella scoperta del significato profondo dell’esistenza. È un invito a trascendere le divisioni, a riconoscere l’unità fondamentale di tutte le cose e a partecipare attivamente alla realizzazione del potenziale umano.

Riferimenti bibliografici e motivazioni

Platone, La Repubblica. Esplorazione dell’idea del Bene come Verità suprema.

Aristotele, Metafisica. Analisi dell’essere e dei principi primi.

Plotino, Enneadi. Descrizione dell’ascesa dell’anima verso l’Uno.

Immanuel Kant, Critica della ragion pura. Riflessione sui limiti della conoscenza razionale.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello Spirito. Dialettica dell’autocoscienza e realizzazione della Verità.

Martin Heidegger, Essere e Tempo. Indagine sul significato dell’essere e sulla Verità come disvelamento.

Henri Bergson, L’evoluzione creatrice. Distinzione tra intelletto e intuizione nella comprensione della realtà.

Aldous Huxley, La filosofia perenne. Sintesi delle verità comuni alle tradizioni spirituali.

René Guénon, Simboli della Scienza Sacra. Analisi delle vie iniziatiche e del simbolismo tradizionale.

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni. Esplorazione dell’inconscio collettivo e dell’individuazione.

Ken Wilber, La coscienza senza frontiere. Proposta di una psicologia transpersonale integrale.

Nota Finale

La Verità, intesa nella sua accezione più elevata, è al contempo il punto di partenza e la meta del viaggio umano. È l’orizzonte verso cui tendiamo con la ragione, il cuore e lo spirito. Riconoscere l’essere come l’insieme degli enti ci offre una mappa per navigare nella complessità del mondo, mentre le vie iniziatiche ci guidano verso le profondità dell’anima. Unendo questi percorsi, possiamo sperare di avvicinarci sempre più alla Verità, realizzando pienamente il nostro potenziale e contribuendo al benessere di tutta l’umanità.

Il mito della caverna di Platone nel contesto delle tradizioni spirituali e iniziatiche

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Introduzione

Il mito della caverna di Platone, esposto nel libro VII della Repubblica, è una delle allegorie più potenti e influenti della filosofia occidentale. Sebbene nasca come una riflessione filosofica sulla conoscenza e la realtà, il mito è stato interpretato nel corso dei secoli in molti contesti differenti, inclusi quelli spirituali e iniziatici. Questo saggio si propone di esplorare il mito della caverna non solo attraverso una lettura letterale, analogica e anagogica, ma anche collocandolo all’interno di un quadro più ampio che abbraccia le tradizioni spirituali e iniziatiche di diverse culture.

Livello Letterale: La Condizione Umana di Ignoranza

A livello letterale, il mito della caverna descrive la storia di un gruppo di prigionieri incatenati in una caverna fin dalla nascita. Costretti a guardare solo le ombre proiettate su un muro da oggetti illuminati da un fuoco alle loro spalle, i prigionieri prendono queste ombre per la realtà. Quando uno di loro viene liberato e portato fuori dalla caverna, inizialmente è accecato dalla luce del sole, ma gradualmente si abitua e scopre il mondo reale.

Questa narrazione letterale può essere vista come una metafora della condizione umana di ignoranza. Gli esseri umani, intrappolati in un mondo di percezioni sensoriali limitate, spesso scambiano le apparenze per la realtà. La caverna rappresenta il mondo sensibile, un regno di illusioni in cui la verità è oscurata dalle ombre delle cose. Il prigioniero liberato simboleggia l’individuo che, attraverso un processo di apprendimento e riflessione, riesce a vedere oltre le apparenze e a scoprire la vera natura della realtà.

Livello Analogico: Il Cammino della Conoscenza e le Vie Iniziatiche

A livello analogico, il mito della caverna rappresenta il cammino della conoscenza, che può essere paragonato a un percorso iniziatico. Nelle tradizioni iniziatiche di molte culture, il processo di acquisizione della conoscenza non è semplicemente un’operazione intellettuale, ma un viaggio spirituale che coinvolge una trasformazione profonda dell’individuo.

In questo contesto, la caverna è vista come il mondo profano, il regno dell’ignoranza e dell’illusione. I prigionieri incatenati rappresentano l’umanità prima dell’iniziazione, legata alle credenze superficiali e alle false apparenze. La liberazione del prigioniero e la sua ascesa verso l’esterno simboleggiano il cammino dell’iniziato, che, attraverso riti e insegnamenti, si distacca dalle illusioni del mondo sensibile e si avvicina alla verità trascendente.

Questo cammino iniziatico è comune a molte tradizioni spirituali. Ad esempio, nei Misteri Eleusini dell’antica Grecia, gli iniziati passavano attraverso esperienze rituali che rappresentavano la morte simbolica e la rinascita, conducendoli a una comprensione più profonda della vita e della morte. Analogamente, nelle tradizioni esoteriche occidentali, come l’ermetismo e la massoneria, l’iniziazione è vista come un processo di illuminazione, in cui l’individuo viene condotto fuori dalle “tenebre” dell’ignoranza alla “luce” della conoscenza.

Livello Anagogico: Liberazione dal Corpo e Ascensione Spirituale

Il livello anagogico del mito della caverna, nella tua interpretazione, rappresenta la liberazione dell’anima dal corpo, un concetto centrale non solo nel pensiero platonico, ma anche in molte tradizioni religiose e spirituali. Platone considerava il corpo come una prigione per l’anima, una visione che trova paralleli in numerose dottrine spirituali che vedono l’esistenza materiale come una condizione di limitazione rispetto alla realtà spirituale.

La caverna, in questa lettura, rappresenta il mondo materiale e sensibile, mentre il viaggio del prigioniero fuori dalla caverna è simbolo della liberazione dell’anima dai vincoli corporei. Questo processo di ascensione è presente in molte tradizioni spirituali. Nella tradizione cristiana, ad esempio, l’anima è vista come intrappolata nel corpo, ma destinata a essere liberata alla morte per ascendere al cielo e unirsi con Dio. In modo simile, nelle tradizioni gnostiche, il mondo materiale è considerato un regno di oscurità e ignoranza, dal quale l’anima deve liberarsi per ritornare alla luce divina.

Questa liberazione finale conduce alla conoscenza pura, una conoscenza non contaminata dalle percezioni sensoriali e dalle limitazioni del corpo. Nel pensiero platonico, questo corrisponde alla contemplazione delle Idee pure, con il Bene (rappresentato dal sole) come l’Idea suprema che illumina tutte le altre.

La Tradizione Platonica e il Suo Impatto su Altre Tradizioni Iniziatiche

Il mito della caverna ha avuto un impatto significativo su molte tradizioni spirituali e iniziatiche. La filosofia platonica stessa, con la sua enfasi sulla dualità tra mondo sensibile e mondo intelligibile, ha influenzato profondamente il pensiero religioso e filosofico successivo. Il neoplatonismo, sviluppatosi nel III secolo d.C. con Plotino, ampliò ulteriormente queste idee, proponendo una visione dell’ascensione dell’anima attraverso vari gradi di realtà fino all’unione con l’Uno, il principio supremo.

Il cristianesimo, in particolare, ha integrato molti elementi della filosofia platonica, utilizzando la metafora della luce e delle tenebre per rappresentare la lotta tra il bene e il male, e la conoscenza divina come l’illuminazione che libera l’anima dall’ignoranza. I padri della Chiesa, come Agostino, adottarono concetti platonici per spiegare la natura dell’anima e il suo destino dopo la morte.

Anche in contesti più esoterici, come l’alchimia, la Kabbalah e le scuole di misteri, la metafora della caverna può essere ritrovata nell’idea del viaggio interiore verso l’illuminazione. L’alchimia, ad esempio, utilizza il simbolismo della trasformazione della materia grezza in oro come metafora della purificazione e dell’illuminazione dell’anima.

Conclusione

Il mito della caverna di Platone, attraverso le sue interpretazioni su più livelli e il suo inserimento in un contesto più ampio di tradizioni spirituali e iniziatiche, dimostra la sua ricchezza e la sua capacità di ispirare riflessioni profonde sulla natura della conoscenza, della realtà e della liberazione spirituale. Dal livello letterale che descrive la condizione di ignoranza umana, al livello anagogico che rappresenta la liberazione dell’anima, il mito rimane un potente simbolo del cammino umano verso la verità e la luce.

La sua influenza sulle tradizioni spirituali e iniziatiche evidenzia come il pensiero platonico abbia fornito un modello universale per comprendere il percorso dell’anima verso la conoscenza suprema e la liberazione, un tema che continua a risuonare in molte culture e tempi diversi.

Bibliografia

  1. Platone. “Repubblica.” A cura di Giovanni Reale. Bompiani, 2008.
    • Un testo fondamentale che include il mito della caverna, con un commentario dettagliato sul contesto e l’interpretazione del mito.
  2. Reale, Giovanni. “Il pensiero di Platone e Aristotele.” Vita e Pensiero, 2001.
    • Esplora le idee fondamentali della filosofia di Platone, con particolare attenzione alle sue teorie sulla conoscenza e la realtà.
  3. Cornford, F. M. “Platone e Parmenide.” Laterza, 1971.
    • Una lettura approfondita dei dialoghi platonici, inclusa una discussione sull’allegoria della caverna e le sue implicazioni metafisiche.
  4. Vlastos, Gregory. “Platone e la metafisica del Bene.” Feltrinelli, 1981.
    • Analisi dettagliata del concetto di Bene in Platone, essenziale per comprendere il significato del sole nel mito della caverna.
  5. Friedländer, Paul. “Platone.” Einaudi, 2002.
    • Un’opera che esamina in profondità la filosofia di Platone, con particolare attenzione alle sue allegorie e miti.
  6. Dodds, E. R. “I Greci e l’irrazionale.” La Nuova Italia, 1978.
    • Questo testo esplora la dimensione spirituale e irrazionale della filosofia greca, con riferimento ai riti misterici e alla filosofia di Platone.
  7. Eliade, Mircea. “Riti e simboli di iniziazione.” Red Edizioni, 1994.
    • Un’analisi delle tradizioni iniziatiche in diverse culture, con paralleli al percorso di conoscenza descritto nel mito della caverna.

Sitografia

  1. Stanford Encyclopedia of Philosophy. “Plato’s Ethics and Politics in The Republic.”
  2. Internet Encyclopedia of Philosophy. “Plato: The Republic.”
    • https://iep.utm.edu/republic/
    • Una risorsa dettagliata che offre una panoramica sulla Repubblica di Platone, con un focus specifico sull’interpretazione del mito della caverna.
  3. Philosophy Talk. “The Allegory of the Cave: Reflecting on Reality.”

BHAGAVAD-GITA

Il cammino Iniziazione

Il Signore Beato disse:
O Arjuna senza peccato, come ho già spiegato, ci sono due tipi di uomini
che cercano di realizzare la Verità Assoluta. Alcuni tentano di capirLa con
l ‘empirismo o ricerca filosofica, altri con l’attività devozionale.

SPIEGAZIONE
Nel secondo capitolo, verso 39, il Signore ha indicato due vie, quella del
salikhya-yoga e quella del karma-yoga, o buddhi-yoga. In questo verso il
Signore spiega queste due vie in modo più ampio. Il salikhya-yoga, ovvero lo
studio analitico della materia e dello spirito, è il sentiero di coloro che amano
la speculazione e cercano di comprendere l ‘universo mediante la filosofia e la
scienza sperimentale. Gli altri sono coloro che agiscono nella coscienza di
Krsna, come spiega il verso 61 del secondo capitolo. Il Signore ha spiegato
inoltre (B.g. , 2. 39) che agendo secondo i principi del buddhi-yoga (la coscienza
di Krsna) ci si può liberare dalle catene dell’azione e ha precisato che
questa via è senza imperfezioni. Nello stesso capitolo (B.g. , 2.61) si afferma
che il buddhi-yoga consiste nel dipendere interamente dall’Essere Supremo,
Krsna, e che applicando questo metodo diventa molto facile controllare i
sensi. Di conseguenza queste due forme di yoga sono complementari, come
la religione e la filosofia. Infatti, la religione senza filosofia è solo sentimentalismo
e la filosofia senza religione è solo speculazione mentale.
Il fine ultimo è Krsna. e i filosofi che cercano con sincerità la Verità Assoluta
giungono immancabilmente alla coscienza di Krsna. Ciò è confermato
anche nella Bhagavad-gita. Si tratta di comprendere la vera natura dell’anima
individuale in relazione con l’Anima Suprema. La via indiretta è costituita
dalla speculazione filosofica, con cui ci si può gradualmente elevare alla
coscienza di Krsna; ma la via diretta consiste nel vedere tutto, fin dall’inizio,
in relazione a Krsna. Delle due, la coscienza di Krsna è la via migliore perché
non richiede nessun ripiego speculativo per purificare i sensi. Sublime e
allo stesso tempo semplice, la coscienza di Krsna, via di devozione e d’amore,
è purificatrice in sé stessa.

Riflessioni sulle origini e sul metodo del Rito Scozzese Antico e Accettato

Iniziazione

INTRODUZIONE

La riflessione sulle origini e sul metodo del RSAA nasce prima di tutto sulla base dell’osservazione della sua struttura e dalla presa d’atto della coerenza interna al sistema dei gradi, confermata, ogni volta di più, man mano che nuovi spunti arrivano ad arricchire la riflessione stessa.

È evidente il fatto che tale coerenza interna possa riuscire non chiara a chi ancora non ha percorso in parte o totalmente l’intera strada che il pensiero scozzese predispone. Ma proprio per questo appare importante porre alcuni principi fondamentali che possano guidare il cammino di conoscenza dentro i binari della Ritualità e della Tradizione.

Tali principi sono da ricercare prima di tutto nelle ragioni che hanno determinato la nascita degli Alti Gradi. Gli studiosi ne individuano diverse e di differenti tipologie, dalla più banale, che consiste nella volontà di conferire titoli altisonanti a ceti sociali in cerca di legittimazione, alla più profonda esigenza di preservare le varie fonti culturali che stavano a presupposto della Massoneria, a quella sapienziale che riguarda il senso ultimo di un ordine iniziatico, causa e fine, ben oltre le forme di manifestazione contingenti.

Nello sviluppo di questo lavoro ho operato delle scelte sulle fonti, tralasciando tantissimi altri studiosi che avrebbero meritato e meritano tutta la nostra attenzione. È una questione di limiti che non consentono di allargare l’analisi.

In fondo si tratta di riflessioni che hanno lo scopo di sollecitarne altre e chiaramente non di esaurire l’indagine.

Origine

“Il Rito Scozzese Antico ed Accettato nasce, per la storia, il 31 maggio 1801 a Charleston con la costituzione del primo Supremo Consiglio del mondo; che, per tale motivo, si denomina ancora oggi Supremo Consiglio Madre del mondo. È del tutto evidente che un organismo così complesso non può avere avuto una breve gestazione. Molte sono le necessità (le necessità, a mio sommesso parere, e non i casi) che ne hanno portato a compimento la nascita” (Enrico Simoni, Rito Scozzese Antico e Accettato. Cenni storici).

La riflessione sulle origini e sul metodo del R.S.A.A. parte da questa fondamentale premessa, posta con la consueta sapiente sobrietà da Enrico Simoni. Due indicazioni possiamo inizialmente trarne:

1)La preparazione (gestazione) ha richiesto un tempo non breve;

2)la costituzione del nuovo Rito era, evidentemente, necessaria.

Sulle necessità

In ordine alla proliferazione di sistemi di Alti Gradi e alla conseguente pericolosa confusione

“…Nondimeno i recenti e pressanti rapporti che in questi ultimi tempi ci sono stati inviati da ogni parte, ci dimostrano l’urgenza che c’è di opporre un valido ostacolo allo spirito d’intolleranza, di settarismo, di scissione e di anarchia che recenti innovatori si sforzano di far sorgere fra i Fratelli, mirando a disegni più o meno ristretti, irriflessivi e biasimevoli, presentati sotto forme speciose, capaci di sviare la vera Massoneria snaturandola dallo scopo per raggiungere così il deprezzamento e lo sfacelo dеll’Ordine. Noi stessi riconosciamo questa urgente necessità, edotti, istruiti di tutto quello che oggi avviene negli Stati vicini della nostra Monarchia. Queste ragioni ed altre considerazioni non meno gravi, ci spingono pertanto a raccogliere e riunire in un sol corpo Massonico tutti i Riti del Regime Scozzese, le dottrine dei quali siano generalmente riconosciute essere più identiche a quеllе della primitiva istituzione, che tendono allo stesso scopo e сhе, essendo i rami principali di uno stesso albero, differiscono fra loro soltanto per formule, già chiarite fra le molte e che é facile conciliare. Questi Riti sono quelli сhе vanno sotto il nome di Antico, di Heredom o di Hairdom, dell’Oriente di Killwinning, di S. Andrea, degli Imperatori d’Oriente e d’Oсcidente, di Principe del Reale Segreto o della Perfezione, della Filosofia ed il Rito recentemente detto Primitivo. Pertanto, avendo accettato per base della nostra riforma conservatrice il titolo del primo di questi Riti ed il numero dei Gradi gerarchici dell’ultimo, li dichiariamo fino da ora riuniti ed uniti in un sol Ordine, che professando i dogmi e le pure dottrine della Massoneria primitiva, conterrà tutti i sistemi dei Rito Scozzese riuniti sotto il titolo di RITO SCOZZESE ANTICO ACCETTATO (Preambolo alle Grandi Costituzioni del 1786).

La necessità sorge, dunque, come conseguenza della proliferazione di sistemi di Alti Gradi che ormai era ritenuta fuori controllo e che minacciava la stabilità dell’intera istituzione massonica. Bisognava individuare i sistemi coerenti con lo spirito della “primitiva istituzione” e fonderli, abbandonando al loro destino tutti gli altri. Unificazione e legittimazione, quindi, per portare Ordine nel Caos.

Anche qui possiamo trarre alcune indicazioni fondamentali:

1)Il R.S.A.A. unifica tutti i Riti precedenti del Regime Scozzese in base ad una precisa valutazione di compatibilità, che riguarda l’insegnamento iniziatico e, quindi, lo scopo ultimo;

2)Il nuovo sistema opera scelte precise sulla progressione dei Gradi, trovando la coerenza interna che rende conseguenziale il grado successivo rispetto a quello precedente.

Queste conclusioni si rendono necessarie, ancorché prospettate come opinioni personali (naturalmente), perché non tutti gli studiosi del R.S.A.A. individuano la coerenza interna del Sistema Scozzese.

Articolata, a titolo di esempio, è l’opinione di Yves Hivert-Messeca: “Il termine patchwork sembrerebbe adatto, il che non implica che il RSAA sia incoerente, ma che la sua coerenza e razionalità non risultano evidenti di primo acchito. È inutile voler vedere in esso una progressione graduale, un grado dopo l’altro.

… Non è opportuno cercare una logica generale sulla progressione dei 33 gradi. La coerenza del RSAA è altrove …

Ciò che ha presieduto alla sua costruzione non è una volontà di programmazione. La coesione del RSAA viene dal fatto che i suoi successivi costruttori hanno, in modo deliberato o implicito, cercato di farne un’organizzazione con pretese universalistiche, cosmopolita ed ecumenica. La regola del bricolage è semplice: tutto ciò che è bene deve esservi inserito”.

Perché gli Alti Gradi

In ordine alla penetrazione della Massoneria in sistemi sociali diversi da quello dell’Inghilterra

Tra il 1725 e il 1735 la Massoneria viene esportata, immediatamente in Francia e successivamente in tutta Europa. Ma questa ulteriore diffusione riguarda un modello di Massoneria mutato rispetto a quello originario.

“La frazione della società francese in cui la Massoneria fu introdotta e diffusa era estranea a ogni forma di uguaglianza tra persone di diverso rango, e in verità non sapeva che farsene di un’istituzione che le proponeva di rappresentare operai delle costruzioni, anche se erano altamente qualificati e lavoravano sotto l’egida di Re Salomone. L’origine operaia proclamata dagli inglesi non aveva dunque alcuna opportunità di soddisfare le aspirazioni dei massoni francesi. …Era necessario che la Massoneria francese si adattasse alla struttura della società. La soluzione adottata consistette nell’aggiungere ai tre gradi giunti dall’Inghilterra una serie di gradi o fasi contraddistinti da titoli che riflettevano la situazione sociale degli adepti. …(In più) Il Cavalier Ramsay inventò una nuova origine per i massoni. La soluzione che egli proponeva era impeccabile: la Massoneria era stata portata in Occidente dagli Ospedalieri di San Giovanni.

Quindi la via è aperta, e la Massoneria non è più un’istituzione di operai, ma vanta nobili antenati e quando i primi Alti Gradi compaiono si modellano sulla società civile, con la sua scala di rapporti subordinati, ma con una differenza essenziale: nella Massoneria, il rango, il grado e la funzione sono attribuiti, almeno ufficialmente, per merito e non solo per nascita. ….Da quel momento in poi la Massoneria rappresenta l’ambiente in cui il sogno sociale diviene realtà” (Michel L. Brodsky, Prefazione al testo Simbolica dei gradi di perfezione e degli ordini di saggezza, di Irene Mainguy).

Esigenze di promozione della Massoneria, dunque, che però segna un momento di trasformazione delle società, ponendo le basi del superamento del potere tradizionale (dinastico) in favore di quello che Weber avrebbe definito il potere “legal-razionale”.

In ordine alla conservazione dei fondamenti tradizionali

“Dall’esame storiografico, infatti, si evince che alla base vi fu un’esigenza culturale, per studiare – nell’ambito massonico – molteplici tradizioni del passato, conservandone la memoria attraverso precisi gradi iniziatici e con richiami simbologici, per trasfonderle in una ulteriore ricerca nel cammino esoterico-iniziatico, riconducendole però strutturalmente nel solco dell’Universalismo massonico e dei Principi basici della Massoneria.

La caratteristica del c.d. “Sistema Scozzese” va individuata nell’indirizzo eclettico che esso ebbe fino dai suoi prodromi e nelle prime fasi formative nel 1700. Tale indirizzo era scevro da ogni sudditanza dogmatica e fideistica, rivolto alla “tesaurizzazione” di quanto di meglio avesse prodotto il pensiero umano nei secoli – anzi nei millenni – al fine di stimolarne lo studio e preservare il ricordo, senza fare con ciò scelte dogmatiche.

Questo ha consentito al R.S.A.A. di esercitare una sua funzione di amalgama, di attrazione, di osmosi di Logge aderenti ad altri Riti – molti dei quali confluirono nel Sistema Scozzese o finirono nell’oblio – ed in molti paesi la stessa Massoneria azzurra finì con l’identificarsi con tale indirizzo eclettico, e ciò avvenne anche in Italia.

Questa tesaurizzazione rivela un costante riferimento a quello che in senso lato possono definirsi concezioni Umanistiche che per secoli hanno solcato le filosofie, le religioni, le culture, l’arte, un certo modo di concepire la vita, l’etica, il vivere sociale e che s’impernia in un principio di tolleranza e di libertà di pensiero e di coscienza e che ha avversato tutte le tirannie e le teocrazie” (Bonvicini, Le origini del Rito Scozzese Antico e Accettato).

Indicazioni molto importanti possiamo trarre da questo contributo:

1)Il “Sistema Scozzese”, e quindi il Pensiero Scozzese, ha un indirizzo eclettico;

2)Tale indirizzo era (ed è) privo di ogni sudditanza dogmatica e fideistica;

3)Conseguentemente, ogni scelta dogmatica o fideistica è controiniziatica e confligge completamente con lo Scozzesismo.

4)Il Metodo Scozzese rappresenta lo sviluppo di questi principi e dona la forma attraverso la quale il Pensiero Scozzese si manifesta ai Maestri del Rito.

Un’altra fondamentale indicazione ci viene dallo stesso Bonvicini:

 “Poco importa se il R.S.A.A., sul piano storiografico, nelle sue origini non ha un padre fondatore ben delineato – come invece è avvenuto per molti Riti – perché anzi, non averlo avuto va ascritto positivamente perché, diversamente da altri Riti – non vi è stata una “invenzione” o la scelta creativa di una mente, o di un gruppo, con una precisa scelta di fisionomia, ma vi è stata una graduale opera di meditazione, di amalgama, di fusione con altre realtà ritualistiche, che inoltre erano tutte di tipo eclettico, cioè senza “scelte di campo” di natura dogmatica, ed in particolare religiosa.

In questa lenta opera il R.S.A.A. si è forgiato”.

Quindi, il Rito Scozzese, nelle Sue origini e nel Suo Metodo, non è l’opera di uno e non si presta ad essere, neanche nel Suo sviluppo individuale e istituzionale, l’opera di uno. In nessun senso. Si dice spesso che il lavoro interiore sia un lavoro individuale e questo è certamente vero, a patto di non confondere la crescita che ognuno ottiene lavorando su se stesso con la metodologia che la Massoneria utilizza. Fin dal primo grado, origine della via iniziatica scozzese, il lavoro è collettivo e fondato sulla pluralità e sul reciproco ascolto.

Questa regola non viene mai smentita, ma casomai trova sviluppi via via più profondi, coerenti con la crescita personale.

E dentro questa regola noi dobbiamo cercare le ragioni più profonde del Rito Scozzese Antico e Accettato, quelle cioè che riguardano il senso ultimo di un Ordine Iniziatico Tradizionale, al di là di ogni contingenza storica. Tutte le scelte fatte nella creazione del Rito Scozzese sono state finalizzate a creare un sistema che ci rendesse capaci, praticandolo e interiorizzandolo, di salire fino alla Causa Ultima, nella quale consiste la Sapienza, come ci insegna Aristotele e come è chiaramente evidenziato negli Statuti del RSAA.

FSV

Le mie parole sono facili (Laozi)

Iniziazione


Le mie parole sono facili da capire
e facili da mettere in pratica,
ma nessuno le capisce e nessuno le mette in pratica.
Le mie parole hanno un’origine,
le mie azioni hanno un principio,
ma la gente lo ignora e perciò non mi capisce.
Pochi sono coloro che mi capiscono,
pochi comprendono questo tesoro.
Il saggio indossa rozzi panni di lana,
ma sotto di essi nasconde un gioiello di giada.

La Tavola Smeraldina (Titus Burckhardt)

Iniziazione

Il significato e l’intero edificio del magisterio alchimistico sono riassunti nelle parole della “Tavola Smeraldina” (Tabula Smaragdina). Questo scritto si presenta come una rivelazione di Ermete Trismegisto e come tale fu interpretato dagli alchimisti medievali. In un suo scritto dell’ottavo secolo Djâbir Ibn Hayyân vi accenna per primo e già ad Alberto Magno ne era nota la redazione latina.
Per il suo stile però, la “Tavola Smeraldina” è di origine preislamica e dato che essa concorda perfettamente con lo spirito della tradizione ermetica – ce lo garantiscono all’unanimità gli alchimisti – non esiste una convincente ragione per cui dovremmo dubitare che essa sia legata all’origine dell’ermetismo. Lasceremo tuttavia aperta la domanda se il nome di Ermete Trismegisto indichi una persona o piuttosto una funzione sacerdotale-profetica riferita a Ermete-Thot.
Riportiamo qui il contenuto della “Tavola Smeraldina” tradotta dal suo testo latino tenendo in considerazione la versione araba per l’interpretazione di alcuni punti:

  1. “Invero, certamente e senza dubbio: L’inferiore somiglia al superiore e il superiore somiglia all’inferiore, per compiere i miracoli di una cosa.”
  2. “Cosi come tutte le cose sono nate da Uno e dalla contemplazione di un Singolo, così tutte le cose nascono, per adattamento, da questo Uno.”
  3. “Suo padre è il sole e sua madre è la luna. Il vento lo portò nel proprio ventre e la sua balia è la terra.”
  4. “È il padre di tutti i miracoli del mondo.”
  5. “La sua forza è perfetta se viene convertita in terra.”
  6. “Separa la terra dal fuoco e la materia sottile da quella grossa, dolcemente e con grande cautela.”
  7. “Sale dalla terra al cielo e ritorna poi alla terra perché possa raccogliere la forza dei supremi e degli infimi. Così tu possederai la luce del mondo intero e le tenebre fuggiranno da te.”
  8. “Questa è la forza di tutte le forze perché essa è vittoriosa su tutto ciò che è sottile e pervade tutto ciò che è solido.”
  9. “Il microcosmo viene così creato a immagine del macrocosmo.”
  10. “Per tal ragione e in tal modo sono ottenute applicazioni meravigliose.”
  11. “E perché io posseggo le tre parti della saggezza di tutto il mondo mi chiamano Ermete Trismegisto.”
  12. “È compiuto quello che dissi dell’opera del sole.”
  13. “Invero, certamente e senza dubbio: l’inferiore somiglia al superiore e il superiore somiglia all’inferiore, per compiere i miracoli di una cosa.” L’inizio del testo latino dice esattamente: “Verum,
    sine mendacio, certum et verissimum” ma il testo addotto da Djâbir “invero, certamente e senza dubbio” (ḥaqqan, iaqînan, lâ shakka fih), è più chiaro perché “in verità” si riferisce alla natura della rivelazione e “certamente e senza dubbio” all’esperienza soggettiva relativa a essa. In arabo, la seconda parte della prima frase ha un contenuto – e quindi apparentemente anche un significato – alquanto diverso “il superiore (viene) dall’inferiore e l’inferiore dal superiore”, accennando alla interdipendenza tra attivo e passivo poiché la forma essenziale non può manifestarsi senza la materia passiva e, viceversa, la facoltà passiva si sviluppa solo per l’intervento del polo opposto attivo. Parimenti nel “magisterio maggiore” l’intervento della forza spirituale dipende dalla disposizione del “recipiente” umano e questo dipende da quella. Ma tutto questo non è che un altro aspetto della corrispondenza speculare tra “alto” e “basso”, secondo l’espressione del testo latino. “A compiere i miracoli di una cosa “, cioè del magisterio interiore. “Alto” e “basso” sono quindi riferiti a questa cosa e si integrano in vista di essa.
  1. “Così come tutte le cose sono nate da Uno e dalla contemplazione di un Singolo, così tutte le cose nascono, per adattamento, da questo Uno.” Questo significa che l’opera ermetica nasce da un’unica sostanza come imitazione e immagine “materiale” inversa della creazione del mondo, compiuta, questa, dall’unico Essere divino mediante l’unico Spirito.
    Al posto di “meditatione unius”, “mediante la meditazione di Uno solo”, alcune copie contengono la voce “mediatione unius”, “per la mediazione di Uno solo”, non influendo però sensibilmente
    sul significato dal momento che esso si basa sul concetto che la luce indivisa e inafferrabile dell’Uno assoluto si frange attraverso il prisma dello spirito. Plotino affermò che l’intelletto (nous) contempla costantcmente il supremo Uno senza mai poterlo comprendere o penetrare totalmente e che con questo suo continuo contemplare esso manifesta il tutto molteplice allo stesso modo con cui una lente convergente riflette la luce raccolta in un fascio di raggi. Il termine arabo “tadbîr” a questo punto adottato da alcune versioni della “Tavola Smeraldina” ha il duplice significato di “considerazione” e di “riflessione”.
    Noi tratteniamo “adaptatione”, cioè “per adattamento”. Basilio Valentino scrive “coniunctione”: “per congiunzione”.
  2. “Suo padre è il sole e sua madre è la luna.” Il sole come padre della “pietra” è lo spirito o intelletto (nous), la luna è l’anima (psyche). “Il vento lo portò nel proprio ventre”: il vento che porta il
    germe spirituale nel proprio ventre è il soffio vitale e, più generalmente, la “materia sottile” del regno intermedio che si estende fra il cielo e la terra, cioè tra il mondo sovraformale e puramente spirituale e quello corporeo. Il soffio vitale è anche il mercurio che contiene il germe dell’oro allo stato liquido. “E la sua balia è la terra”, cioè il corpo come realtà interiore.
  3. ” È il padre di tutti i miracoli del mondo.” “Miracolo” è la traduzione approssimata di thelesma, da cui viene “talismano”. Esattamente un talismano (arabo: tilism) è un simbolo che ritiene l’influsso attivo del suo archetipo per essere stato formato in una determinata posizione cosmica (costellazione) e con una determinata concentrazione spirituale. Tale atto teurgico si basa sulla corrispondenza qualitativa tra forma visibile e realtà invisibile attivando questa corrispondenza mediante la condensazione immaginativa di uno stato spirituale. Esiste una certa analogia fra il talismano come portatore di un influsso invisibile e l’elisir alchimistico come “fermento” della conversione metallica.
  4. “La sua forza è perfetta se viene convertito in terra”, significa: se lo spirito si “corpifica”, se il sublime si consolida.
  5. “Separa la terra dal fuoco e la materia sottile da quella grossa, dolcemente e con grande cautela.” La scissione della terra dal fuoco e del sottile dal grosso equivale all’ “estrazione” dell’anima dal
    corpo.
  6. “Sale dalla terra al cielo e ritorna poi alla terra perché possa raccogliere la forza dei supremi e degli infimi”. Allo staccarsi della coscienza da tutte le coagulazioni formali segue la cristallizzazione dello spirito dimodoché l’attivo e il passivo siano completamente congiunti. In tal modo la luce dello spirito diviene costante. “Così tu possederai la luce del mondo intero”, cioè grazie alla tua unione con il solo spirito il quale è la fonte di tutta la luce. “E le tenebre fuggiranno da te”, in altre parole: l’ignoranza, l’inganno, l’incertezza, il dubbio, la stoltezza, scompariranno dalla coscienza.
  7. “Questa è la forza di tutte le forze perché essa è vittoriosa su tutto ciò che è sottile e pervade tutto ciò che è solido.” Il sottile o sublime (arabo: latîf) può essere sconfitto solo se è legato al solido oppure al corporeo, così come uno stato psichico può essere fissato soltanto mediante una immagine concreta; il “fissamento” alchimistico è, però, più intimo e si ricollega a ciò che dicemmo sopra circa l’importanza della coscienza corporea come “appoggio” di stati spirituali. D’altra parte, attraverso l’unione con lo spirito, la coscienza inizialmente corporea si trasforma in una forza fine e penetrante che ha la facoltà di agire verso l’esterno.
    Djâbir scrive a questo proposito: “Se il corpo dal suo stato solido e duro si è trasformato in fine e leggero, esso diventa simile a una cosa spirituale che penetra nei corpi pur conservando la propria
    natura che lo rende resistente al fuoco. In quell’attimo esso si unisce allo spirito, dal momento che è divenuto fine e rado, e lo rende stabile. Al primo processo segue la coagulazione dello spirito in
    questo corpo e ambedue si trasformano in quanto l’uno assume la natura dell’altro. Il corpo diviene spirito e acquista dello spirito la finezza, la leggerezza, la dilatabilità, il colore, la capacità penetrativa e tutte le rimanenti qualità; lo spirito, dal canto suo, diviene corpo acquistandone la resistenza al fuoco, l’immobilità e la durata. Dai due elementi nasce una sostanza leggera che non possiede né la solidità dei corpi né la finezza degli spiriti e la cui natura è esattamente intermedia tra i due estremi…”.
  8. “Il microcosmo viene così creato a immagine del macrocosmo.” In latino questa frase suonava cosi: “In tal modo viene creato il mondo”. Evidentemente il testo arabo da noi seguito è più completo. Il “microcosmo”, perfetta immagine del macrocosmo, è l’uomo che ha realizzato la propria natura originaria, la propria “somiglianza” con Dio. Qui si rivela inequivocabilmente la vera meta dell’alchimia.
  9. “Per tal ragione e in tal modo sono ottenute applicazioni meravigliose.” Nel testo arabo leggiamo: “Questa via è percorsa dai saggi.”
  10. “E perché io posseggo le tre parti della saggezza di tutto il mondo mi chiamano Ermete Trismegisto.” Trismegisto significa “tre volte grande” o “tre volte potente”. Le “tre parti della saggezza” corrispondono alle tre fasi principali del cosmo: all’esistenza meramente spirituale, a quella psichica e a quella corporea, i cui simboli sono il cielo, il regno intermedio dell’aria e la terra.
  11. “È compiuto quello che dissi dell’opera del sole.” Questo può significare anche “del magisterio dell’oro” o “della fabbricazione dell’oro”.
    L’intero contenuto della “Tavola Smeraldina” è come una spiegazione del sigillo di Salomone i cui due triangoli rappresentano rispettivamente la forma essenziale e la materia, lo spirito e l’anima, lo zolfo e il mercurio, il sublime e il solido o la forza spirituale e l’esistenza corporea.

XXXII Grado “Sublimi Principi del Real Segreto” (Albert Pike)

Iniziazione

La scienza occulta degli antichi Magi era celata negli antichi Misteri. Fu rivelata parzialmente e non senza errori di interpretazione dagli Gnostici. Se ne scorgono il fascino e le tracce negli enigmi che ancora avvolgono la vicenda dei Templari e del misterioso processo ad essi intentato. Si trova infine avvolta in formule arcane nei rituali degli ultimi gradi massonici.

La magia era la scienza di Abramo e di Orfeo, di Confucio e di Zoroastro. I dogmi di questa scienza erano scolpiti sulle tavole di pietra di Henoch e Trismegisto. Mosè li purificò e li “ri-velò”, li coprì cioè di un velo nuovo quando fece della sacra kabalah, il patrimonio religioso del popolo di Israele, segreto inviolabile ai suoi sacerdoti. Anche i Misteri di Tebe ed Eleusi avevano tramandato ai popoli alcuni simboli dell’antica tradizione ormai alterati, la cui chiave interpretativa era stata perduta fra gli strumenti di una sempre crescente superstizione. Gerusalemme, assassinata dai suoi profeti, e così spesso prostituitasi ai falsi idoli dei Siriani e dei Babilonesi, aveva perduto a sua volta la Parola Sacra, quando un Profeta, annunziato ai Magi dalla consacrata Stella dell’Iniziazione, venne a togliere via il logoro velo del vecchio tempio, per dare alla Chiesa nuove leggende e nuovi simboli che, oggi come ieri, celano al profano e rivelano all’eletto le stesse verità.

Fu il ricordo di questa scienza ispirata ma rigorosa, di questa dottrina riassunta in una sola parola, la Parola, alternativamente perduta e ritrovata, ad essere trasmesso agli Eletti di tutte le antiche tradizioni iniziatiche. Fu questo stesso ricordo, conservato nell’ordine dei Templari e quindi profanato, che diventò per tutte le società iniziatiche, dei Rosa+Croce, degli Illuminati e dei Frammassoni Ermetici, la ragione dei loro insoliti riti, dei loro segni di riconoscimento e, soprattutto, della loro reciproca devozione e della loro forza.

Come è noto, la Gnosi fu proscritta dai Cristiani e il Santuario fu chiuso. In questo modo la violenza e l’ignoranza travolsero l’antico sapere. La distruzione del Tempio comportò quella dello Stato; infatti, sempre, il Re è sostenuto dalla Chiesa, ed è dall’eterno santuario dell’istruzione divina che i potenti della terra, per assicurarsi una forza duratura, devono ricevere la loro consacrazione.

La scienza ermetica della prima era cristiana, coltivata anche da Geber, Alfarabius ed altri filosofi arabi, studiata dai capi dei Templari e trasmessa in forma simbolica nei più alti gradi della Libera Muratoria, può essere definita come Kabalah dell’azione, ovvero Magia dei lavori.

Si articola in tre gradi secondo tre programmi, religioso, filosofico e scientifico.

Sul piano religioso esse ha per scopo la fondazione durevole del vero impero e del vero sacerdozio che governa nel regno dell’intelletto umano. Sul piano filosofico mira a fondare una dottrina assoluta, conosciuta in tutti i tempi come la “Dottrina Sacra”, e della quale Plutarco, nel trattato De Iside et Osiride, parla molto, ma velatamente; a questo scopo è necessaria un’istituzione gerarchica per assicurare l’ininterrotta successione di adepti fra gli iniziati. Sul piano scientifico essa mira alla scoperta e all’applicazione del Microcosmo, della legge creativa che incessantemente popola il grande universo.

Misurate un angolo qualsiasi del creato, moltiplicate questo spazio secondo una data proporzione geometrica e l’Universo intero si aprirà ai vostri occhi con tutti i suoi mondi contenuti in segmenti corrispondenti e rapportabili alle misure del vostro compasso. Adesso supponete che da un punto qualsiasi dell’Infinito posto sopra di voi una mano regga un altro compasso o squadra. Ebbene le linee del Triangolo Celeste incontreranno necessariamente quelle del Compasso della Scienza, per formare il misterioso sigillo di Salomone.

Tutte le ipotesi scientificamente probabili sono gli ultimi barlumi del crepuscolo del sapere, o le sue ultime ombre.

La fede comincia dove la ragione si esaurisce.

Al disopra della ragione umana vi è la ragione divina, alla quale è possibile quel che per noi è assurdo, l’assurdo infinito, che ci confonde e a cui crediamo.

Così, per il Maestro il Compasso della Fede è al disopra della Squadra della ragione, ma entrambi posano sulle Sacre Scritture e si uniscono fino a formare la Stella della Verità.

Non tutti gli occhi vedono ugualmente.. Anche il creato non è, per tutti quelli che lo guardano, della stessa forma e colore. Il nostro cervello è come un libro stampato e i suoi caratteri sono, per la totalità degli uomini, più o meno confusi.

Il fondamentale insegnamento adombrato nella “Rivelazione” è tramandato nella Kabalah dei Sacerdoti di Israele. La dottrina kabalistica, che era anche il dogma dei Magi e di Hermes, è contenuta nella Sepher yetsairah, nel Sohar e nel Talmud. Secondo questa dottrina l’Assoluto è l’Essere nel quale è la Parola. Parola che è affermazione e espressione dell’essere e della vita.

Magico è ciò che è, che è di per se stesso come la matematica che è l’esatta e assoluta scienza della natura e delle sue leggi.

Magica è la scienza degli antichi Magi, e la religione cristiana, che ha ridotto al silenzio gli oracoli e messo fine al potere dei falsi dei, essa stessa però dà credito ai Magi che vennero dall’Oriente, guidati da una stella, per adorare il Salvatore del mondo nella sua culla.

La tradizione dà a questi Magi il titolo di “Re”, perché l’iniziazione nella magia costituisce una genuina regalità e perché la grande arte dei Magi è definita da tutti gli adepti quale Arte Reale, il Regno Santo o Impero, Sanctum Regnum.

La stella che li guidò è la stessa che troviamo raffigurata in tutte le tradizioni iniziatiche.

Per gli alchimisti essa è il segno della Quintessenza, per i Magi il Grande Arcano, per i Kabalisti il Sacro Pentagramma.

Lo studio di questo Pentagramma non poté che condurre i Magi alla conoscenza del Redentore che stava sorgendo sull’orizzonte e faceva inginocchiare tutte le creature che avevano fede nel Verbo di Dio.

La Magia riunì in una sola varie scuole filosofiche, riconoscendosi nella religione dell’Infallibile e dell’Eterno. Essa riconcilia perfettamente e incontestabilmente termini che, a prima vista, sembrano fra loro opposti: fede e ragione, scienza e religione, autorità e libertà. Dà inoltre alla mente umana uno strumento di indagine speculativa e spirituale, rigoroso come la matematica e garante dell’infallibilità della matematica stessa.

Così vi è un Assoluto, termine limite dell’intelligenza e della Fede. La suprema ragione non ha lasciato che i barlumi della comprensione umana vacillassero nell’incertezza.

Vi è un’incontestabile verità e vi è un metodo infallibile per giungere ad essa. Quelli che l’accettano come una regola possono dare alla loro volontà un potere sovrano che li renderà padroni di tutte le cose e di tutti gli spiriti erranti, li renderà arbitri e re del mondo.

La scienza alterna momenti di ombra e di splendore, infatti l’intelletto umano procede verso le sue conquiste per gradi e secondo un processo che ha fasi regolari.

Nella vera luce riscopriamo ciò che ci sembrava nascosto, ma niente di ciò che scopriamo è assolutamente nuovo. Dio ha dato alla Scienza, che è il riflesso della Sua gloria, il suggello della Sua eternità.

Non è nei libri dei filosofi, ma nel simbolismo religioso degli Antichi, che dobbiamo cercare le impronte della Scienza e riscoprire i misteri del sapere.

I sacerdoti dell’Egitto conobbero, prima e meglio di noi, le leggi del movimento della vita. Essi sapevano come mitigare o intensificare l’azione con la reazione; e puntualmente previdero la realizzazione di certi effetti, dopo averne identificato le cause. Le Colonne di Seth, Enoch, Salomone ed Ercole hanno simbolizzato, nelle Tradizioni della Magia, la legge universale dell’Equilibrio. La scienza dell’equilibrio condusse a concepire una sorta di legge di gravitazione universale attorno ai centri della vita, del calore e della luce.

Talete e Pitagora appresero nei santuari d’Egitto che la Terra gira intorno al Sole, ma non lo resero noto, poiché per farlo sarebbe stato necessario rivelare uno dei grandi misteri del Tempio: quella legge di attrazione e di repulsione, di simpatia e antipatia, di fissità e di movimento, che è il principio della creazione e la causa perpetua della vita.

Questa verità fu messa in ridicolo dal cristiano Lattanzio e in seguito, per effetto della persecuzione del Papato di Roma, si pensò di averne provata definitivamente la falsità.

Così ragionavano i filosofi, mentre i sacerdoti, senza deriderli né polemizzare con loro, trasmisero i principi segreti dell’antica verità secondo i simboli la cui interpretazione ha originato tutti i dogmi.

Quando arriva la verità del mondo, la stella della Sapienza informa i Magi, i quali si affrettano ad adorare il divino Infante. E’ solo con la comprensione di un utile ordine gerarchico, e quindi con l’obbedienza, che una persona giunge all’Iniziazione. Se i capi hanno un diritto divino al governo, il vero iniziato obbedirà loro fedelmente.

L’antica tradizione fu dalla Caldea portata nella sua forma originaria da Abramo. Essa dominò in Egitto al tempo di Giuseppe, assieme alla conoscenza del vero Dio. Mosè portò fuori dall’Egitto l’antica scienza e, nelle tradizioni segrete della Kabalah, troviamo una teologia perfetta, organicamente enunciata come quella che nel Cristianesimo è ampiamente spiegata dai Dottori della Chiesa. Il tutto con una consistenza e un’armonia che finora non è dato al mondo di penetrare.

Il Sohar, che è la chiave delle Sacre Scritture, scopre in tutta la profondità le luci e le ombre delle antiche mitologie e delle scienze originariamente celate nei santuari.

Il segreto di questa chiave deve essere conosciuto perché uno possa servirsene, e anche per gli intelletti più sottili, non iniziati al segreto, il Sohar è assolutamente incomprensibile e quasi illeggibile.

Il segreto delle scienze occulte è quello della stessa natura, il segreto della generazione degli Angeli e dei Mondi, quello dell’Onnipotenza di Dio.

“Voi sarete come l’Elohim, conoscendo il bene e il male” disse il serpente della Genesi, e l’albero del Signore diventò l’albero della Morte.

Da seimila anni i martiri del sapere lavorano e muoiono ai piedi di questo albero, che potrebbe diventare di nuovo l’albero della Vita.

L’Assoluto, cercato invano dagli stolti e trovato dai saggi, è la verità, la realtà e la ragione dell’equilibrio universale, l’equilibrio è l’armonia che risulta dall’analogia dei contrari.

Finora l’umanità ha cercato di reggersi su di un piede, ora sull’uno, ora sull’altro.

Le civiltà umane sono nate e perite sia per l’anarchica follia del dispotismo che per la dispotica anarchia della rivolta.

Organizzare l’anarchia è il problema che i rivoluzionari hanno, ed eternamente avranno, da risolvere. E’ il Macigno di Sisifo che ricadrà sempre su di loro.

Per esistere un solo minuto essi sono, e sempre saranno, ridotti dalla fatalità ad improvvisarsi tiranni, esercitando un potere necessariamente dispotico, violento e cieco, come la necessità. Noi lasciamo l’olimpica e serena sovranità della ragione per cadere sotto il dominio della follia.

Alcune volte un’esaltazione superstiziosa, altre volte i meschini calcoli dell’umana ambizione hanno portato fuori strada i popoli. Ma Dio, alla fine, riconduce l’umanità alla fede nella ragione.

Abbiamo avuto troppi profeti senza filosofia e filosofi senza religione; i credenti, ciechi, scettici, si rassomigliano e sono tutti lontani dalla verità.

Nel caos del dilemma universale che scatena conflitti tra la ragione e la fede, i grandi sapienti si sono mostrati deboli e privi di equilibrio, sempre alla ricerca dell’ideale, a rischio e pericolo della loro stessa ragione di vita. Vivendo solo nella speranza di essere incoronati, essi sono i primi a fare ciò che Pitagora raccomanda di non fare nel suo mirabile Simboli. Essi strappano corone e le calpestano sotto i piedi.

  • La luce è l’equilibrio tra le tenebre e l’accecante raggio del Sole.
  • Il movimento è l’equilibrio tra l’Inerzia e l’Attività.
  • L’Autorità è l’equilibrio tra la Libertà e il Potere.
  • La Saggezza è l’equilibrio nei pensieri, le scintille che irradiano nell’Universo.
  • La virtù è l’equilibrio negli affetti: la bellezza è l’armonica proporzione delle forme.
  • Vite belle sono quelle regolate, e le meraviglie della natura sono un’algebra di grazia e di splendore.
  • Tutto ciò che è giusto è bello; ogni cosa bella dovrebbe essere giusta.

Nell’Universo non vi è nessun “Niente”, alcuna cosa inutile e vuota. Dal punto più alto e lontano della nostra atmosfera al sole, fino ai pianeti e alle stelle più remote, in tutte le direzioni, per centinaia di secoli l’uomo ha immaginato che vi fosse un semplice, inutile spazio vuoto. Comparando le limitate nostre conoscenze con l’infinito risulta che i filosofi sapevano poco più delle scimmie. In tutto questo spazio “vuoto” vi sono infinite forze di Dio, agenti in una illimitata varietà di direzioni, mai inattive. Questa è la Luce, manifestazione visibile di Dio, attiva attraverso la Sua totale Infinità. La terra e ogni altro pianeta o corpo celeste che non sia un centro di luce trascina con sé il suo cono d’ombra mentre vola e lampeggia nel percorso della sua orbita; ma l’oscurità non è di casa nell’universo. Per illuminare la sfera da una parte proietta un cono d’oscurità nell’altra. L’Errore è l’ombra della Verità con cui Dio illumina l’anima.

In tutto questo “vuoto” vi è una misteriosa e sempre attiva energia, il calore e l’onnipresente etere. Per volontà di Dio l’invisibile diventa visibile. Due gas invisibili, combinandosi e comprimendosi, si trasformano e formano l’acqua che riempie i grandi bacini degli oceani, scorre nei fiumi e nei ruscelli, scaturisce dalle sorgenti dalle rocce, cade sulla Terra come pioggia, la imbianca con le nevi, copre il Danubio di ghiaccio o si raccoglie in vasti bacini nel cuore della Terra. Dio riempie tutta l’estensione che noi solitamente chiamiamo “spazio vuoto”.

In qualunque luogo dell’Universo, ciò che chiamiamo vita deriva da un continuo conflitto di forze o impulsi. Quando ha fine questo contrasto risultano immobilità e inerzia, simbolo di morte.

Dice la Kabalah che se la giustizia di Dio, che è “Severità” o “Femmina”, regnasse da sola la creazione di esseri imperfetti come l’uomo sarebbe stata impossibile. Infatti, essendo il peccato congenito all’umanità, commisurandolo con l’Infinità di Dio, la Giustizia infinita avrebbe dovuto annientare l’Umanità all’istante della sua creazione, e non solo l’Umanità ma anche gli Angeli poiché anche essi, come tutto ciò che Dio ha creato, sono peccatori. Nulla di imperfetto sarebbe stato possibile. Se, d’altra parte, la misericordia o benevolenza di Dio, il “Maschio”, non fossero in alcun modo stati offesi, il peccato sarebbe rimasto impunito e l’Universo sarebbe caduto in un caos di corruzione.

Fate sì che Dio annulli un solo principio o legge di attrazione o di coesione della materia e le forze contrarie equilibrate nella natura, liberate dalla gravità, tutto istantaneamente si trasformerebbe in impalpabile e invisibile gas, come l’acqua che compressa in un cilindro e portata a ebollizione da quella misteriosa energia che chiamiamo calore è liberata alla fine sotto forma di vapore.

Incessantemente le grandi correnti e canali di aria si spostano dall’Equatore alle gelide regioni polari e, di nuovo, ai torridi regni equatoriali. Logica conseguenza di questi grandi, immensi, equilibrati e benefici movimenti, causati dal contrasto del calore equatoriale con il freddo polare, sono i tifoni, i tornado, i cicloni che scaturiscono dallo scontro delle correnti in moto.

Questi e i benefici venti alisei provengono dalla stessa legge. Dio è onnipotente, ma gli effetti senza causa sono impossibili e questi effetti possono talvolta essere negativi. Il fuoco non potrebbe scaldare la carne se non potesse bruciarla. I veleni più potenti sono tra i farmaci più efficaci se somministrati nella giusta quantità.

Il male è l’ombra del bene e da esso è inseparabile.

La Saggezza divina limita con giusta moderazione l’onnipotenza del divino volere e il risultato è la bellezza e l’armonia del creato. Gli archi non poggiano su di una sola colonna, ma raccordano l’una all’altra. Così è anche per la giustizia e misericordia divina, per la ragione e la fede.

La teologia della Scolastica, derivata dalle categorie di Aristotele e dalle sentenze di Pietro Lombardo, la logica del sillogismo, che discute invece di ragionare, e trova una risposta ad ogni quesito col sottilizzare sulle parole, ignorò completamente il dogma kabalistico e andò vagando nella triste vacuità delle tenebre. Era una delle tante filosofie, e non la vera sapienza che ha al suo arco ben altre frecce e, aggirando gli ostacoli, mette a nudo la verità. Non era l’umano verbo, ma il monotono sibilo di una macchina, l’inanimato balbettio di un androide. Era solo la precisione di un artificioso meccanismo, non la libera ricerca di razionali necessità a cui si applica l’intelletto. San Tommaso d’Aquino spazzò via con un semplice soffio tutta questa impalcatura di parole, costruite una sull’altra, proclamando l’eterno impeto della ragione, con quella magnifica frase: “Una cosa non è giusta perché Dio la vuole, ma Dio la vuole perché è giusta”. La prima conseguenza di questa asserzione, considerata attentamente, è la seguente: “Una cosa non è vera perché l’ha detta Aristotele, ma ragionevolmente Aristotele non avrebbe potuto dirla se non fosse stata vera. Cercate, quindi, prima di tutto, la verità e la giustizia. Poi tutta la scienza di Aristotele vi sarà data come dono ulteriore”.

E’ un’immagine degna del più grande dei poeti, quella dell’Inferno, per cui si scopre la propria inutilità quando il Cielo che si stava per conquistare si chiude sulla nostra testa. In altri termini, è vero che il bene deve trionfare definitivamente sul male e stabilire il suo regno per l’eternità. Così racconta la leggenda persiana di Ahriman che coi suoi ministri del male si sarebbe alla fine, per opera di un Redentore e Mediatore, riconciliato con Dio e ogni male sarebbe scomparso. Ma non si devono neppure dimenticare le leggi dell’equilibrio e pretendere di ricevere la Luce da una fonte che risplende senza ombra o il movimento da un assoluto stato di quiete come la fine della vita. Finché ci sarà una luce visibile, vi sarà un’ombra proporzionale ad essa e qualunque cosa, illuminata, formerà un suo cono d’ombra. Il riposo non darà mai felicità, se non sarà corretto da un movimento analogo e contrario. Questa è l’immutabile legge della natura, l’eterna volontà della giustizia, che è Dio.

Dunque all’umanità sono necessari il male e il dolore come è indispensabile la salsedine dell’acqua dei mari. Anche qui l’armonia può derivare soltanto dall’equilibrio dei contrari e e le montagne esistono in ragione della profondità dei mari. Se si riempissero le valli le montagne scomparirebbero; così se eliminassero le ombre, la luce, che è solo visibile col giusto contrasto di oscurità e splendore, sarebbe annullata producendo come effetto una totale cecità.

Anche i colori della luce esistono per la presenza dell’ombra. C’è dunque un’alleanza tra il giorno e la notte, luminosa immagine della verità per la luce diventata ombra. Così il Salvatore è il Verbo diventato uomo. Tutto ciò è in accordo con la fondamentale legge della creazione, l’unica e assoluta legge della natura, quella della distinzione e dell’armonico rapporto delle forze contrarie nell’equilibrio universale.

Le due grandi colonne del Tempio, simbolizzanti l’Universo, sono la necessità, ovvero l’onnipotente volere di Dio a cui niente e nessuno può disubbidire, e la libertà, cioè la libera volontà delle Sue creature. Sembra dunque che, nonostante le diversità che separano tra di loro gli esseri umani, la ragione sia capace di mostrare la possibilità che tendenze contrarie convivono insieme.

Il potere e la saggezza di Dio potrebbero così governare l’Universo e l’infinita catena di rapporti causativi per lasciare al tempo stesso libertà d’azione all’uomo, prevedendo ciò che ognuno in qualsiasi istante potrebbe pensare o fare, usare la libertà d’azione di ciascuno come uno strumento di cui avvalersi per scopi rispondenti al progetto divino. Del resto anche un uomo, prevedendo l’azione altrui, senza considerarla né determinarla, può giovarsene per raggiungere i propri scopi.

Il risultato è l’Armonia, la terza colonna che sostiene la Loggia. La stessa Armonia risulta dall’associazione tra la necessità e la libertà.

Ne deriva la stabilità, coesione e permanenza nell’Universo, assoluto dominio di Dio. La vittoria, la gloria, la stabilità e il dominio sono appunto gli ultimi quattro Sephiroth della Kabalah.

“Io sono” dice Dio a Mosè “ciò che è, era e sarà per sempre”. Ma il vero Dio, nella sua essenza, concepito come increato e Unico, non ha nome. Tale era la dottrina di tutti i Saggi ed è così specificatamente dichiarato nella Kabalah. Dato che Dio mai “non era stato”, così Egli “mai non pensò”. Perciò l’Universo non ha mai avuto un inizio, come il pensiero divino di cui è l’espressione, e come Dio stesso. La nascita dell’Universo è solo un punto a mezza strada sulla linea infinita dell’eternità: il Creatore non fu mai inattivo durante l’eternità che si estende dietro questo punto.

L’Architetto dell’Universo esiste da sempre nella Mente Divina. La parola era in principio con Dio, anzi era Dio stesso. E l’Ineffabile Nome è quello, non della vera essenza, ma dell’Assoluto che si manifesta come Essere o Esistenza. Per l’Esistenza o l’Essere, dicevano i sapienti, c’è una limitazione. Invece l’essenza di Dio non è limitata né definita, ma tutto ciò che può presumibilmente essere, oltre tutto ciò che è, era e sarà.

Invertendo le lettere dell’Ineffabile Nome e dividendole, abbiamo una parola composta, Yud-he o Jah. Cominciamo a intendere qualcosa dell’oscuro linguaggio della Kabalah. L’espressione sta per “il più alto” e le colonne Jachin e Boaz ne sono i simboli.

Si dice che “Dio creò l’uomo a sua immagine; li creò maschio e femmina”, e lo scrittore, simbolizzando il divino con l’umano, aggiunse che la donna, prima contenuta nell’uomo, fu poi tratta dal suo fianco.

Così Minerva, dea della Sapienza e donna in armi, nacque dalla testa di Giove, e dentro Brahma, la fonte di tutto, il vero Dio senza sesso né nome, si sviluppò Maya, la madre di tutto ciò che è. La Parola è prima e sola procreata dal Padre, ed il rispetto con il quale erano considerati i Misteri maggiori ha imposto il silenzio sulla natura dello Spirito Santo. La Parola è la Luce e la vita dell’umanità.

Spetta agli adepti penetrare il significato dei simboli. Torniamo ora ai gradi della Massoneria Blu e cerchiamo una possibile spiegazione di alcuni simboli.

Voi vedete sull’altare la Squadra e il Compasso e, certamente, ricordate come essi siano sempre presenti sull’altare di ogni grado.

La squadra è uno strumento adatto solo su superfici piane e per questo è impiegato nella geometria, o “misurazione della terra”.

Il compasso è uno strumento che ha relazione con le sfere e le superfici sferiche, adatto alla trigonometria, ossia quel ramo della matematica che si interessa dei cieli e delle orbite dei corpi planetari.

La Squadra perciò è il simbolo naturale e appropriato di questa terra e delle cose che le appartengono; il Compasso è egualmente il simbolo naturale e appropriato dei Cieli e di tutte le cose e degli esseri dell’Universo.

Esiste un simbolo ermetico che apparve una prima volta nell’Athos Philosophorum di Basilio Valentino stampato a Francoforte nel 1613.

La tavola, piena di disegni ermetici e di simboli massonici, costituisce un’allegoria: su un globo alato, inserito in un triangolo rettangolo, riposa un drago sul quale domina una figura umana con due teste contornate dal sole, dalla luna e da cinque stelle. La figura maschile tiene in mano il compasso che rappresenta il principio generativo dell’uomo, mentre la figura femminile sorregge la squadra quale simbolo della procreazione della donna.

Si tratta, evidentemente, della sovrapposizione del compasso alla squadra con la rappresentazione della trasmutazione del talismano ermetico nei simboli massonici.

I cieli e la terra erano personificati come deità anche fra glia Ariani europei, dagli Indù della Zend, e dai Persiani; e il Rig Veda Sanhita contiene inni a loro indirizzati come dei. Essi erano deificati anche tra i Fenici e fra i Greci, dove Urano e Gea, Cielo e Terra, furono cantati da Esiodo come le più antiche deità.

Gea è la più grande, fertile, magnifica madre, la Terra che produce senza limiti tutto ciò che serve all’uomo. Dal suo fecondo e fertile seno vengono, a seconda delle stagioni, frutta grano e fiori. Da essa proviene tutto ciò che alimenta le creature terrestri e che l’uomo utilizza per lavoro o per cibarsi.

Nel suo grembo si trovano gli utili e preziosi minerali. Suoi sono i mari che pullulano di vita, suoi i fiumi che danno acqua e cibo. Sue le montagne su cui scorrono le acque che si riversano in questi fiumi. Sue le foreste che alimentano i sacri fuochi per i sacrifici e brillano nei focolari domestici.

La Terra per questo era sempre rappresentata come una donna, la grande produttrice, la grande, generosa, benefica Terra.

D’altra parte la luce e il calore del Sole nei Cieli e le piogge, che sembrano provenire da loro, rendono fruttifera questa Terra, ridandole vita e calore dopo l’inverno. Come gli agenti generativi e procreativi, il Cielo e il Sole sono stati da sempre considerati maschi, procreatori che fecondano la Terra e la fanno produrre.

La figura ermafrodita rappresenta dunque la doppia natura, anticamente attribuita alla Deità che è a un tempo procreatore e generatrice, maschio e femmina come Brahma e Maya fra gli Ariani, Osiride e Isis fra gli Egizi. Dato che il Sole era maschio, così la Luna era femmina e Isis era contemporaneamente sorella e moglie di Osiris. Il compasso perciò era il simbolo ermetico della Deità creativa e la Squadra della Terra feconda.

Il Genesi dice che Jehovah creò l’uomo con la polvere della terra e soffiò nelle sue narici l’alito della vita. Attraverso le sette sfere planetarie, rappresentate dalla mistica scala delle Iniziazioni Mitriache (la scala che Giacobbe vide nel suo sogno), le Anime, emanazioni della Deità, discesero per unirsi ai corpi umani. Attraverso queste sette sfere debbono poi risalire per tornare alla loro origine e dimora, nel seno di Dio.

Il Compasso perciò, quale simbolo del Cielo, rappresenta la parte spirituale, intellettuale e morale di questa doppia natura dell’umanità; e la Squadra, simbolo della Terra, la sua parte materiale e sensuale.

“Verità e intelligenza” disse una delle antiche scuole di filosofi indiani “sono gli eterni attributi di Dio, non della singola anima che è sapiente e ignorante, soffre e gode. Perciò Dio e la singola anima sono distinti”.

Questa espressione degli antichi filosofi Nyaya in merito alla Verità ci è stata trasmessa attraverso una lunga successione di tempi, nelle lezioni della Libera Muratoria, in cui leggiamo che “la Verità è un attributo divino e il fondamento di ogni virtù”; “quando è incorporata nella materia” – essi dicevano – “l’anima si trova in uno stato di prigionia, ed è sotto l’influenza delle passioni umane; ma quando, purificatasi, arriva alla conoscenza degli elementi e principi della natura, raggiunge il posto dell’Eterno nel cui stato di grazia la sua individualità non cessa”.

Fu sostenuto anche dai filosofi Indù che la vitalità che anima le forme mortali, il “soffio della vita” di cui si parla nel Genesi, perisce con essa. L’anima infatti è divina, un’emanazione dello spirito di Dio, ma non una sua parte. Essi la paragonarono al calore e alla luce del sole, o ad un raggio di quella luce, che non diminuisce né divide la sua essenza.

Comunque creata o dotata di esistenza individuale, l’anima, che è soltanto emanazione divina, non può conoscere il modo della sua creazione, né capire le sua propria individualità. Non può neanche capire come l’essere, nel cui corpo essa si trova, può provare dolore, vedere, udire i rumori e l’armonia della musica o distinguere i profumi dei fiori.

Il Creatore si è compiaciuto di porre dei limiti alle capacità della nostra umana ragione. Perciò, se siamo capaci di concepire nella nostra mente l’idea di una creazione, Egli ha voluto sottrarla alla nostra totale comprensione con un velo impenetrabile. Ma le parole usate per esprimere il suo gesto non hanno altro significato che “Egli fece sì che l’Universo cominciasse a esistere”.

Ci è sufficiente sapere, come la Massoneria insegna, che non siamo completamente mortali; che l’anima e lo spirito, la nostra parte raziocinante e intellettuale, il nostro vero “me stesso”, non è soggetto a guastarsi né a dissolversi, ma è un elemento immateriale che sopravvive alla morte del corpo, è suscettibile di miglioramento, ci consente di progredire nella conoscenza delle cose divine, di diventare più saggi e migliori e sempre più meritevoli di immortalità. Soprattutto ci insegna che aiutare e migliorare gli altri e tutta l’umanità è la più nobile ambizione e la più alta opera che possiamo pensare di conseguire in questa breve, imperfetta esistenza.

In ogni essere umano il divino e l’umano sono inscindibili. In ognuno vi è la ragione e il senso morale, le passioni che istigano al male e gli appetiti dei sensi.

“Se vi fate schiavi della carne, morirete,” – disse Paolo scrivendo ai cristiani di Roma – “ma se attraverso lo spirito mortificherete gli istinti del corpo, voi vivrete. Perché quanti sono guidati dallo spirito di Dio sono figli di Dio”.

“La carne lotta contro lo spirito e lo spirito contro la carne” – egli affermò scrivendo ai cristiani di Galazia – “e sono contrari l’uno all’altra così che voi non potrete mai obbedire a entrambi”. “Ciò che faccio non lo faccio volontariamente” – egli scrisse ai Romani -“perché non faccio ciò che vorrei, ma ciò che detesto. Non sono più io a fare, ma il peccato che abita in me. Il volere è presente in me, ma io non so come fare ciò che è bene. E non facendo il bene che vorrei fare, faccio il male che vorrei evitare. Trovo quindi una regola: che quando desidero fare del bene, il male è presente in me. Così mi delizio nella legge di Dio, seguendo l’uomo che è in me; ma vedo un’altra legge contraria alla legge della mia mente portarmi a obbedire alla legge del peccato che è in me stesso …. così allora con la mia mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato”.

La vita è una battaglia e combatterla eroicamente è lo scopo dell’esistenza di ogni uomo che sia preparato a viverla degnamente. Per respingere le forti correnti avverse, per avanzare malgrado tutti gli ostacoli, strappare alla fortuna la vittoria, per diventare un capo o un condottiero, per salire di rango e potenza con l’eloquenza, il coraggio, la perseveranza, lo studio, l’energia, l’operosità, senza lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi, dai ritardi e dai rischi, per guadagnare ricchezza, per soggiogare gli uomini con il nostro intelletto, gli elementi avversi con la nostra audacia, per aver successo e prosperare, non c’è, secondo la generale opinione, modo diverso che combattere degnamente la battaglia della vita. Anche avere successo negli affari grazie a un’audacia che non si ferma di fronte ai rischi e che è suscitata a ogni occasione, o grazie alla sagacia e prudenza del mercante o dell’operatore poco scrupoloso, sono cose ritenute motivo di grande successo nella vita.

Ma la battaglia più grande e nella quale si guadagna il vero onore e l’autentico successo è quella che il nostro intelletto, la nostra ragione, il nostro senso morale, la nostra natura spirituale combattono contro l’istinto dei sensi, le cattive passioni e le lusinghe del materialismo. E’ qui che troviamo la vera gloria, l’eroismo coronato dalla vittoria, qui soltanto il successo ci dà il diritto al trionfo.

In ogni vita umana si combatte questa battaglia e quelli che vincono in altri campi spesso subiscono ignominiose disfatte, disastrose rotte e vergognose sconfitte in questa guerra incessante.

Avete appreso oltre questa più di una definizione della Libera Muratoria. Le più vere e profonde dovete però ancora conoscerle. Già all’Apprendista, al Compagno, al Maestro viene insegnato a interpretare tali simboli.

Quella qui suggerita è una definizione di ciò che è la Libera Massoneria, dei suoi veri scopi, della sua vera essenza e del suo spirito. Essa ha, per ciascuno di noi, la forza e la sacralità di una legge divina e ci impone un obbligo solenne.

Vengono insegnati all’Apprendista, come a voi, i simboli del Compasso e della Squadra sui quali, come pure sul Libro della Legge sacra e sul Libro delle leggi delle Grandi Costituzioni, avete assunto i vostri obblighi.

Come Cavaliere, vi è stato illustrato il simbolo della spada che rappresenta l’onore e il dovere, vi è stato insegnato il significato della Bilancia, simbolo di ogni equilibrio e della Croce, simbolo di devozione e sacrificio; ma tutti i simboli, sia per gli Apprendisti che per i Maestri, per i Cavalieri e per i Principi, sono riconducibili al Compasso e alla Squadra.

Nel grado di Apprendista le punte del Compasso sono sotto la Squadra; per i compagni una punta è sopra e l’altra sotto. Per il Maestro ambedue sono sopra, perché nel terzo grado si giunge al controllo e all’imperio della materia simboleggiata dalla Squadra.

La Libera Massoneria è la sottomissione dell’uomo al Divino, il dominio dei desideri e delle passioni e l’affermazione del senso morale e della ragione per via di sforzi, lotte e guerre continue, sostenute dallo spirito contro la natura materiale e sensuale dell’uomo. Quando questa vittoria è stata raggiunta e assicurata e il conquistatore può infine riposarsi sul suo scudo e adornarsi del ben meritato alloro, è il vero Sacro Impero.

Per raggiungerlo il Massone deve prima arrivare al solido convincimento, fondato sulla ragione, che egli ha in sé una natura spirituale, un’anima che non muore quando il corpo è decomposto, ma continua ad esistere e ad andare verso la perfezione, attraverso gli stadi dell’eternità. Così egli vede con sempre maggiore chiarezza e, avvicinandosi a Dio, avverte la luce della divina presenza.

Ciò gli insegna la Filosofia del Rito Scozzese Antico e Accettato che lo incoraggia a perseverare aiutandolo a credere che la sua libera volontà è interamente conforme all’onnipotenza e onniscienza di Dio.

Dio non è soltanto dotato di potere infinito e di infinita saggezza, ma di infinita misericordia e infinità pietà e amore per le fragili e imperfette creature del mondo.

Ogni grado del Rito Scozzese Antico e Accettato dal 1° al 33° insegna, con il suo cerimoniale e con i suoi ammaestramenti, che lo scopo più nobile della vita e il più alto dovere di un uomo è di combattere incessantemente e risolutamente al fine di raggiungere una totale padronanza di sé e porre ciò che in lui è spirituale e divino al di sopra di ciò che è materiale e sensuale. Così anche in lui, come nell’universo che Dio governa, Armonia e Bellezza saranno il risultato di un giusto equilibrio.

Un altro insegnamento vi è stato impartito in quei gradi, conferitivi nella Loggia di Perfezione che imprime in particolare il carattere della moralità e operatività della massoneria. Vi fu chiesto di essere sincero e onesto in tutte le vostre azioni, anche a costo di enormi sacrifici, caritatevole anche quando l’egoismo vi spingesse a chiudere la mano, a rimanere insensibile di fronte ai bisognosi; di giudicare sempre giustamente e imparzialmente, di essere tolleranti quando la passione vi trascina all’intolleranza e alla persecuzione, di fare ciò che è giusto quando il male sembra promettervi un più grande beneficio e di non portar via ad alcuno le cose che gli appartengono.

In tutte queste obbligazioni e in altre che avete giurato nei vari gradi la vostra natura spirituale viene educata e incoraggiata per poter imporre il suo giusto dominio sopra i vostri desideri e le vostre passioni.

I gradi filosofici vi hanno insegnato il valore del sapere, l’eccellenza della Verità, la superiorità del lavoro intellettuale, l’infinità e la grandezza della vostra anima, il valore dei grandi e nobili pensieri. La Massoneria si è sforzata così di assistervi ad elevarvi al di sopra dell’avidità e delle passioni che scatenano tante miserabili lotte per soddisfare sfrenate ambizioni.

Voi siete spinti invece a trovare più puri piaceri e più nobili ricompense nell’acquisizione del sapere, l’ampliamento dei vostri orizzonti intellettuali, l’interpretazione delle Sacre Scritture e nelle grandi pagine del libro della natura.

I gradi cavallereschi vi hanno condotto sulla stessa strada mostrandovi le superiorità della generosità, della clemenza, del perdono delle offese, della magnanimità, dello sprezzo del pericolo e dei più alti obblighi del dovere e dell’onore.

Vi hanno insegnato a superare la paura della morte, a dedicarvi alla grande causa della libertà civile e religiosa, ad essere paladini di tutto ciò che è giusto e vero anche a costo della vita, ad essere orgogliosi della vostra dignità di Principe del Real Segreto e ad essere di esempio ai vostri Fratelli che a voi guardano quali fari di costante riferimento per acquisire maggior coraggio e più fulgida luce.

Con tutto questo voi confermate la vostra superiorità e il diritto al dominio di ciò che è spirituale e divino.

Nessuna meschina paura del pericolo e della morte, nessuna sordida ambizione e deplorevole avidità possono spingere un vero Principe al disonore e rendere così schiavi il suo intelletto, la sua ragione, la sua anima.

Non è possibile creare una Fratellanza vera e genuina finché la viltà può sfiorare anche soltanto uno dei suoi membri; o se l’attività intellettuale viene limitata in discorsi astratti sulla natura di Dio, e su altri problemi di fede religiosa, né con l’insediamento di un sistema di associazione utile al reciproco beneficio e con il quale, in considerazione delle quote versate, ognuno abbia diritto ad una scontata solidarietà in caso di bisogno.

Non vi può essere genuina fratellanza senza reciproco rispetto, buona opinione e stima, reciproca carità e tolleranza per colpe o debolezze. Sono soltanto quelli che abitualmente imparano a pensare il meglio l’uno per l’altro, a cercare il buono che c’è fra di loro e si rispettano e dimenticano il male, ad essere fratelli l’uno dell’altro nel vero senso della parola. Coloro che godono delle debolezze altrui, e amano pensare che gli altri siano esseri vili e inferiori, dotati di una natura nella quale il male predomina e non si può trovare in essi qualche buona qualità, non potranno mai essere amici e tantomeno fratelli.

Nessuno ha il diritto di disprezzare i suoi simili, se non estende anche a se stesso il suo disprezzo. Se da un’unica colpa o errore giudica il carattere di un altro e prende il singolo atto come prova della natura dell’uomo e di tutta la sua vita, egli dovrebbe consentire di essere giudicato secondo questo stesso metro.

Ma un simile giudizio diverrà impossibile quando egli ricordi continuamente a se stesso che in ogni uomo c’è un’anima immortale, che si sforza di fare ciò che è bene e giusto, un raggio, per quanto piccolo e quasi impercettibile, della grande fonte di Luce e dell’Intelligenza che lotta sempre tra gli intralci dei sensi e gli impedimenti delle passioni e che, in ogni uomo, questo raggio se pure soccombe, per le sue cattive inclinazioni e i suoi incontrollati appetiti, non sarà mai totalmente distrutto o estinto. Capirà allora che non è la vittoria, ma la battaglia che merita onore perché in questa come in ogni cosa nessun uomo può avere completo successo.

Fra un nugolo di errori e di fallimenti egli ritroverà l’anima del combattente, per difendere ciò che, in mezzo a tanto male, rimane buono in ognuno di noi, credendo che l’essere umano è migliore di quanto non sembri dai suoi atti ed omissioni. Crederà anche che Dio ne ha sempre cura, e lo ama. Egli sentirà allora che anche il peccatore è un suo fratello, che ha diritto alla sua comprensione e che è legato a lui da indissolubili legami di naturale solidarietà.

Se non c’è nulla di divino nell’uomo che cosa è egli dopo tutto, se non un animale un po’ più intelligente degli altri? Egli non ha colpe o vizi che le bestie non abbiano, perciò, a giudicare dai vizi, è soltanto un essere più evoluto e non possiede alcuna particolare dote che nessun animale abbia in qualche modo; anzi l’animale è migliore per generosità, fedeltà e mitezza.

Bardesan, il siriano cristiano, nel suo libro sulle Leggi delle Nazioni dice degli uomini che “nella vita del corpo rivelano la loro natura animale e nelle vita spirituale essi riescono a fare ciò che desiderano, come se fossero liberi e potenti a somiglianza di Dio”. E Moliton, Arcivescovo di Sardis, nella sua orazione a Cesare Antonio, dice: “Fate che Lui, il sempiterno Dio, sia sempre presente nella vostra mente; perché il tuo stesso intelletto emana da Dio ed è invisibile e illimitato nelle proiezioni del pensiero. Siccome Lui esiste in eterno così anche voi, quando avrete lasciato questo mondo terreno visibile e corruttibile, rimarrete davanti a Lui per sempre in un’esistenza illuminata dalla divina Sapienza”.

Come si conviene per ciò che esiste al di là della nostra comprensione, nel Genesi le parole usate per esprimere l’origine delle cose sono di dubbio significato, e certe espressioni possono indifferentemente tradursi con le parole “generato”, “prodotto”, “fatto” o “creato”.

Noi non dobbiamo discutere se l’anima o lo spirito dell’uomo sia un raggio emanato o scaturito dalla Suprema Intelligenza, o se la Potenza Infinita ha chiamato in vita ogni essere dal nulla, con un semplice atto della Sua volontà, dotandolo di immortalità e di intelligenza.

In ambedue i casi si può dire che il divino è unito all’umano e una delle due tesi vale l’altra. Il Triangolo equilatero inscritto nel cerchio è il Simbolo di questa unione.

Vediamo l’anima, disse Platone, come gli uomini vedono la statua di Glauco recuperata dal mare ove era rimasta per molti anni.

Osservandola, non erra semplice discernere quale fosse la sua originaria natura essendo state le sue membra parte rotte e parte corrose o deformate dal disfacimento per l’azione delle onde, delle alghe, delle incrostazioni ad essa aderenti. Così l’anima si concepisce più come un’indefinita parte immateriale dell’uomo che come un’emanazione di origine divina.

Ma il Massone che possiede il Segreto Reale è forte del suo amore per la saggezza, della sua tendenza a cogliere il nesso umano e divino, delle sue grandi aspirazioni e battaglie, sostenute per superare i vincoli del mondo dei sensi e delle passioni. Perciò egli sa che l’anima, liberata dall’involucro materiale che la tiene prigioniera, apparirà di nuovo nella sua vera natura e, gradualmente, ascenderà attraverso la mistica scala delle sfere celesti alla sua primitiva sede di origine divina.

Il Segreto Reale, di cui siete Principe, se cercate la vera conoscenza e la filosofia, è per voi emanazione di bellezza divina e ciò che il Sohar chiama il Mistero della Bilancia è il segreto dell’equilibrio universale.

Si tratta dell’equilibrio nella divinità fra l’infinita divina saggezza e l’infinito divino potere, da cui risultano la stabilità dell’universo, l’immutabilità della Legge divina e i principi della verità, giustizia e diritto che sono parte integrante di essa; il segreto della suprema potestà della legge divina su tutti gli uomini come superiore ad ogni altra legge e comprendente tutte le leggi degli uomini e delle nazioni. E’ l’equilibrio fra infinita giustizia divina e infinita divina misericordia il cui risultato è la divina infinita equità, l’armonia morale o bellezza dell’Universo. Per esso l’esistenza di nature create e imperfette al cospetto di una Perfetta Deità è resa possibile ed anche per Lui, come per noi, amare è meglio che odiare e il perdono è certamente preferibile alla vendetta o al castigo.

E’ l’equilibrio fra necessità e libertà, fra l’azione dell’onnipotenza divina e la libera volontà dell’uomo, per cui i vizi e le azioni vili, i pensieri non generosi e le menzogne sono errori e crimini giustamente puniti dalla Legge della causa e dell’effetto perché nulla nell’universo può avvenire ed essere posto in essere contro la volontà di Dio, senza la quale la libertà e necessità, della libera volontà delle creature e l’onnipotenza del Creatore, non potrebbero coesistere, né avrebbe senso la religione, alcuna legge del giusto e dell’ingiusto, del merito e del demerito, né vi sarebbe giustizia nelle pene previste dalle leggi penali delle varie Nazioni.

E l’equilibrio fra il bene e il male, la luce e le tenebre nel mondo, ci assicura che tutto è opera dell’infinita saggezza o di un amore infinito; e che non vi è demone ribelle del male o principe delle Tenebre coesistente e in eterna lotta con Dio. Attenendoci alla conoscenza di questo equilibrio possiamo, con la fede, osservare che l’esistenza nel mondo del male, delle sofferenze e del dolore, si svolge accanto a quella dell’infinita bontà e dell’infinita saggezza dell’Onnipotente.

Amore e odio, attrazione e repulsione, ciascuna forza della natura lotta nelle anime degli uomini, nell’universo delle sfere e dei mondi e, dall’azione e opposizione dell’una contro l’altra, risultano l’armonia e quel movimento che è la Vita dell’Universo e il respiro del mondo. Non sono in antagonismo l’una con l’altra. La forza che respinge un pianeta dal Sole non è superiore alla forza che attrae il pianeta verso il centro della Luce, perché ognuna è creata e regolata dall’equilibrio cosmico; il risultato è l’armonico movimento dei pianeti secondo le loro orbite ellittiche e nella matematica precisione e invariabile regolarità dei loro movimenti.

Emblematicamente è quell’Equilibrio fra autorità e azione individuale che è alla base di un governo libero e stabilisce un rigido rapporto tra la libertà e l’obbedienza alla Legge, l’eguaglianza e il rispetto dell’autorità, la fraternità e la subordinazione al più saggio e al migliore; di quell’Equilibrio fra l’energia attiva della volontà del presente, espressa dal voto del popolo, e la passiva stabilità e permanenza della volontà del passato espressa nelle costituzioni dei governi, scritte e orali, nelle leggi o nelle consuetudini, grigie per l’età, ma consolidate e santificate dal tempo quali precedenti e quindi dotate di autorità; quell’Equilibrio è rappresentato dall’arco che si appoggia sulle due colonne, Jachin e Boaz, che si ergono all’ingresso del Tempio costruito sulla Saggezza; su di una la Massoneria ha posto il Globo Celeste, simbolo della parte spirituale della nostra complessa natura, e sull’altra il Globo Terrestre, simbolo di quella materiale.

E’ insomma quell’Equilibrio, possibile dentro di noi, per il cui conseguimento la Massoneria incessantemente opera presso i suoi iniziati richiedendolo ai suoi adepti e Principi, altrimenti non meritevoli dei loro titoli. Un equilibrio tra lo spirituale e il divino, il materiale e l’umano nell’uomo; fra l’intelletto, la ragione e il senso morale da una parte e gli istinti e le passioni dall’altra da cui risulti l’armonia e la bellezza di una vita ben regolata e moralmente ineccepibile.

Perciò anche gli istinti e le passioni debbono essere usati con saggezza e senza abusarne. Vanno controllati e tenuti come i giusti freni della ragione e del senso morale.

Questo equilibrio ci insegna, soprattutto, a onorare noi stessi come anime immortali e ad avere rispetto e carità verso gli altri nostri simili, partecipi come noi della divina natura, illuminati da un raggio dell’intelligenza divina, capaci come noi di progredire verso la perfezione e bisognosi di amore e comprensione, ma mai di odio e disprezzo.

Come noi, tutti devono essere aiutati e incoraggiati in questa lotta per la vita e non essere abbandonati né lasciati soli a vagare tra le tenebre e ancor meno essere calpestati nei nostri sforzi per innalzarci.

Dalla reciproca azione e reazione di ciascuna di queste coppie di forze opposte e contrarie deriva ciò che, con loro, forma il Triangolo, per i Saggi antichi, simbolo della divinità, come da Osiris e Isis, Har-Oeri il Maestro della Luce e della Vita, e la Parola Creatrice. A ognuno degli angoli stanno simbolicamente le tre colonne che sostengono la Loggia, essa stessa simbolo dell’Universo, Saggezza, Potere, Armonia e Bellezza.

Uno di questi simboli, conosciuto già nella tavola dei lavori nel grado di Apprendista, richiama e conferma questa ultima lezione di Massoneria.

E’ il triangolo rettangolo, simbolo dell’Uomo, come unione dello spirituale con il materiale, del divino con l’umano. La base, misurata con il numero tre, numero del triangolo, rappresenta la Deità e il Divino; la perpendicolare, indicata con il numero quattro, il numero della Squadra, rappresenta la Terra, il materiale e l’umano; l’ipotenusa, indicata col numero cinque, rappresenta quella natura prodotta dall’unione del divino e dell’umano, l’anima e il corpo; i quadrati nove e sedici, della base e della perpendicolare, addizionati danno venticinque, la cui radice quadrata è cinque, il numero della sintesi divina dell’uomo.

E come in ogni Triangolo di Perfezione uno è tre e tre sono uno, così l’uomo è uno sebbene di duplice natura e raggiunge gli scopi del suo essere soltanto quando le due nature, che sono in lui, si trovano in un perfetto equilibrio; e la sua vita ha successo solo quando è in perfetta armonia come le grandi Armonie di Dio e dell’Universo.

Tale è, Fratello mio, la vera Parola di un Maestro Massone; tale il vero Segreto Reale che rende possibile e farà, alla fine trionfare il Sacro Impero della vera Fraternità Massonica.

GLORIA DEI EST CELARE VERBUM – AMEN

Norme e paradossi dell’alchimia spirituale (Frithjof Schuon)

Iniziazione

Il presupposto essenziale del pensiero metafisico è l’intellezione, o, diciamo, l’intuizione intellettuale. Quest’ultima non è certo una questione di sentimento, si tratta bensì di intelligenza pura. Senza questa intuizione, la speculazione metafisica non è che un opaco dogmatismo, un impreciso raziocinio. È ovvio che un pensiero speculativo privo delle sue basi intuitive non sarebbe in grado di preparare il terreno alla Gnosi: la Conoscenza diretta, concreta e assoluta. Bisogna precisare che le eventuali lacune della mente umana non sono dovute a cause fortuite, bensì al kali-yuga, l’epoca oscura che, oltre ad altre forme di decadenza, provoca l’indebolimento progressivo dell’intellezione pura e delle propensioni ascensionali dell’anima. È da qui che origina il bisogno delle Rivelazioni religiose, ed è da qui che nasce anche il problematico fenomeno delle filosofie infondate e divergenti. Ma l’uomo rimane sempre uomo, “a immagine e somiglianza di Dio”: niente può impedire, neanche in questi millenni di oscurità, il fiorire della saggezza propria della Sophia Perennis, come le Upanishad, i Brahma-Sûtras e l’Advaita-Vedânta.
Il contenuto della Dottrina universale e primordiale, espresso in termini vedantici, è il seguente: “Brahma è Realtà; il mondo è apparenza; l’anima non è altro che Brahma”. Queste sono le tre grandi tesi della metafisica integrale: una positiva, una negativa, una unificante. In riferimento alla seconda affermazione, è importante capire che la “apparenza” dà luogo a due interpretazioni complementari: in base alla prima di queste, il mondo è illusione, è il nulla; in base alla seconda, è Manifestazione Divina. Vi sono compensazioni in ambedue gli ambiti, ma, a grandi linee, il primo di questi punti di vista è sostenuto da Shankara e Shivaismo, il secondo da Ramanuja e Vishnuismo. La terza affermazione fondamentale sotto un certo aspetto segna il passaggio da “Verità” a “Sentiero”, o, diciamo, da Dottrina a Metodo: dal momento che l’anima non è “altro che Brahama”, la sua vocazione è quella di trascendere il mondo. In altre parole, dato che l’intelletto umano ha, per definizione, la capacità di concepire e realizzare l’Assoluto, questa possibilità è la sua Legge: la concentrazione attiva e unificante è generata dal discernimento speculativo. Alla teologia si congiunge l’orazione: “Prega senza posa”.

Ma vi è ancora un’altra dimensione da considerare, si tratta del clima morale, sotto certi aspetti “estetico”, della spiritualità alchemica. Questo clima costituisce fondamentalmente ciò che viene chiamato la “qualificazione iniziatica”. La Verità e il Sentiero devono essere accompagnate dalle Virtù, ovvero le qualità umane di umiltà, carità, giustizia e dignità: conoscenza rigorosa di se stessi, comprensione benevola degli altri, percezione imparziale della natura delle cose, partecipazione interiore ed esteriore nel “Motore Immobile” – nell’immutabile Archetipo o nell’Essere Supremo. Non vi è sâdhana senza dharma, non vi è alchimia spirituale senza nobiltà di carattere: “La bellezza è lo splendore del Vero”.

Il punto di partenza del Sentiero è la Dottrina, la cui origine è la Rivelazione. L’uomo accetta la Rivelazione per mezzo dell’intuizione intellettiva, o per mezzo di quel certo senso di Verità, o Realtà, che chiamiamo fede. È poco probabile che un uomo nasca con la conoscenza della Dottrina integrale, ma in casi molto eccezionali è possibile che possegga dalla nascita la certezza dell’Essenziale.

L’intelligenza attraverso cui comprendiamo la Dottrina, è l’intelletto, o la ragione. La ragione è lo strumento dell’intelletto. È con la ragione che l’uomo comprende i fenomeni naturali fuori e dentro di sé e, parallelamente ai mezzi di espressione offerti dal simbolismo con cui si traspone la conoscenza intuitiva nell’ordine del linguaggio, è con essa che può descrivere il soprannaturale. La funzione della facoltà razionale può essere quella di causare un’intuizione spirituale attraverso un concetto; la ragione è allora la pietra focaia che accende la scintilla. Il limite dell’Inesprimibile varia a seconda della struttura mentale: ciò che è al di là di ogni espressione per alcuni può essere facilmente esprimibile per altri.

Si è fin troppo pronti a credere che un testo metafisico sia una creazione della ragione solo perché ha la forma di una dimostrazione logica, mentre la ragione in questo caso non è che il metodo di trasmissione. Ci sono mistici che si disinteressano di un dato testo perché è logico, cioè perché credono che sia necessario trascendere questo piano, come se la logica fosse un segno di ignoranza o illusione quando si tratta piuttosto di un riflesso della Causalità universale nella nostra mente.

Secondo alcuni indirizzi di pensiero ostili all’espressione discorsiva, il desiderio di trascendere il piano della logica è associato al desiderio di trascendere la “scissione” tra il soggetto e l’oggetto. Questa opposizione complementare non impedisce al conosciuto – qualunque sia la situazione del conoscitore – di essere del tipo più elevato. Il soggetto e l’oggetto non sono avversari, essi si uniscono in una fusione che, a seconda del contenuto della percezione, può avere una virtù interiorizzante e liberatoria, i cui esempi principali sono il piacere estetico e l’unione d’amore. Nell’Atmâ, la triade Sat, Chit, Ananda, “Essere, Coscienza, Beatitudine”, non sono un fattore di scissione. Analogamente, sulla Terra le dimensioni di spazio fisico non impediscono allo spazio di essere uno, così che non percepiamo in esso alcuna spaccatura.

Ciò che noi rimproveriamo a coloro che disdegnano il “raziocinio metafisico” e “l’opposizione soggetto-oggetto” non è tanto una certa posizione, bensì l’esagerazione che ne risulta o che di essa si nutre. L’eccesso è nella natura umana, la devota esagerazione è inevitabile nel complesso, come lo è una mentalità faziosa. Non ricordiamo chi abbia detto “tutto ciò che è eccessivo è insignificante”. Questo è alquanto vero, ma non perdiamo di vista il fatto che, sul piano religioso, l’iperbole vela un’intenzione infine misericordiosa. È quindi una questione di upâya, di uno “stratagemma di salvezza”. Senza dubbio, le voci di saggezza che esotericamente condannano o giustificano le “sacre assurdità” possono sembrare “eretiche” dal punto di vista di un’ortodossia letterale, ma “Dio conosce i Suoi”; l’Intelletto Divino non è limitato da una certa teologia o una certa morale. Secondo la regola, ciò che è verità salva; secondo la Grazia, ciò che salva è verità.

Senza dubbio, i sostenitori di un intuizionismo simbolista e anti-intellettuale commettono un errore nel rimproverare l’intelligenza speculativa di non essere vera Conoscenza – cosa che non sostiene di essere – e nel concludere che sia un ostacolo al Sentiero. È evidente che la conoscenza teorica è uno stadio indispensabile del pellegrinaggio verso la Conoscenza totale. L’uomo è un essere pensante, non può eludere il pensiero: “In principio era il Verbo”.

Vi è una prospettiva di Trascendenza e vi è una prospettiva di Immanenza. L’una deve essere trovata nell’altra, come a modo suo è dimostrato dallo Yin-Yang taoista. Vi è una Trascendenza soggettiva come vi è una Immanenza oggettiva: l’intelletto è trascendente in relazione all’individuo, come il Creatore è immanente in ciò che ha creato.

Ma anche qui – a dispetto di questi due Misteri – vi sono le divergenze di coloro che fanno di ogni complemento un’alternativa: alcuni credono che tutto debba cadere dal Cielo; altri credono che tutto può e deve venir fuori dai nostri stessi sforzi. Ora, la mente umana, essendo teomorfica, possiede di norma un potere sovrannaturale, ma qualsiasi siano le prerogative della nostra natura, non possiamo fare nulla senza l’aiuto di Dio, poiché è Lui che causa la nostra partecipazione nella Conoscenza che Lui ha di Se Stesso.

Nel buddismo giapponese, si distingue tra il “proprio potere”, jiriki, e il “potere degli altri”, tariki. Il primo si riferisce all’Immanenza e il secondo alla Trascendenza. Il primo significa che tutto, nel Sentiero, dipende dalla nostra forza e dalle nostre iniziative. Il secondo significa che tutto dipende dalla Grazia celeste. In realtà, anche qualora predomini uno dei due punti di vista, essi devono essere amalgamati, poiché da una parte non possiamo salvare noi stessi facendo affidamento interamente sulla nostra forza, e dall’altra il Cielo non ci aiuterà se noi, che siamo stati creati intelligenti e liberi, non collaboriamo alla nostra stessa salvezza.

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Abbiamo visto come la pratica della concentrazione unificante proviene da un discernimento speculativo che la giustifica e addirittura la richiede. Ora, i supporti di questa concentrazione sono infinitamente vari a causa della complessità dell’uomo, distante riflesso dell’Infinità di Dio.

I metodi non sono sempre intelligibili a prima vista. Ad esempio, ci si può chiedere quale sia la rilevanza di una disciplina come la Cerimonia del Tè, che associa l’ascesi all’arte pur essendo materialmente basata su manipolazioni che appaiono a priori insignificanti, ma che sono nobilitate dalla loro sacralizzazione. Prima di tutto, bisogna considerare il fatto che nell’estremo oriente l’intuizione sensoriale è più sviluppata del dono speculativo, e poi anche che il senso pratico e il senso estetico, così come la propensione al simbolismo, sono alla base del suo temperamento spirituale. Nella Cerimonia del Tè, l’atto simbolico e moralmente corretto – l’atto “profondo”, se vogliamo – dovrebbe suscitare una sorta di anamnesi platonica, o coscienza unificante, mentre nell’uomo bianco orientale e occidentale è l’Idea che dovrebbe portare all’atto corretto e virtuoso. Per grandi linee, l’uomo di razza gialla va dall’esperienza sensoriale a quella intellettiva, mentre con l’uomo bianco ha luogo il contrario: iniziando da concetti o da immagini mentali abituali, capisce e classifica i fenomeni senza, tuttavia, sentire la necessità di integrarli consciamente nella sua vita spirituale, eccetto per caso o quando si tratti di simboli tradizionalmente accettati.

Gli uomini sono diversi, ad alcuni piace esprimersi con sottili allusioni per timore di limitare il reale, mentre altri preferiscono l’espressione diretta e analitica per timore di essere imprecisi. Il mondo è bello perché è vario, ma le possibilità possono combinarsi, in quanto l’uomo non è un sistema chiuso. Oltretutto, non si può fare a meno di definire le cose, ma bisogna aver cura di non limitarle troppo nel definirle; e se l’espressione discorsiva è un’arma a doppio taglio è perché la realtà presenta mille sfaccettature.

La Cerimonia del Tè dimostra che dovremmo svolgere tutte le attività e le mansioni della vita quotidiana secondo una perfezione primordiale che è puro simbolismo, coscienza pura dell’Essenziale, bellezza perfetta e padronanza di sé.

L’intenzione è essenzialmente la stessa nelle iniziazioni artigianali occidentali, incluso l’Islam, ma in questo caso le loro basi formali sono la produzione di oggetti utili e non il simbolismo dei gesti; così, parallelamente al suo lavoro, il marmista mira a formare la sua anima in vista dell’unione con Dio. In questo modo si può trovare un modello spirituale in tutti i mestieri e in tutte le arti, come ad esempio nel mondo musulmano, dove ogni attività professionale o casalinga è un tipo di rivelazione associata a uno dei profeti del Corano. Per ciò che riguarda gli aderenti allo Zen, non è vanamente che essi cercano con zelo la loro ispirazione nella “vita ordinaria”, poiché, in quanto intessuta di simbolismo, racchiude misteriosamente in sé la “natura del Buddha”.

Tutto ciò suscita dei quesiti sul Simbolo e sul simbolismo: qual è il ruolo del Simbolo nell’economia della vita spirituale? Abbiamo appena mostrato che l’oggetto di concentrazione non è necessariamente un’idea, ma può essere anche un segno simbolico, un suono, un’immagine o un’attività. Il monosillabo Om, i diagrammi mistici, i mandala e le immagini delle Divinità sono, a modo loro, veicoli di consapevolezza dell’Assoluto privi di elementi dottrinali: la “contemplazione della Signora Nuda”, in certi circoli di Troubadour o di Fedeli d’Amore, suggerisce una visione dell’Infinito e dell’Essere Puro – ovvero non una seduzione, ma una catarsi. La preminenza dell’Idea o del Simbolo è una questione di opportunità piuttosto che di principio; secondo la natura delle cose, le modalità del Sentiero sono diversificate come lo sono gli uomini, e complesse come l’anima umana. Ma qualunque sia il nostro punto di partenza – idea, simbolo o la loro combinazione – vi è anche, essenzialmente, la concentrazione sul Vuoto, la concentrazione fatta di certezza e serenità. Come disse Shankara: “Ciò che è cessazione di agitazione mentale, la Pace suprema che è il vero Benares, questo è ciò che sono”.

Per un certo misticismo riscontrabile in tutti gli ambienti tradizionali, soltanto il sentimento, e non l’intelligenza, offre la soluzione ai problemi principali della nostra esistenza, al significato della vita. L’escatologia assume quindi la funzione della metafisica. In questa promozione del sentimento, la parola “verità” viene comunque usata, ma indica ciò che ci libera e ci garantisce una felicità che sentiamo come fondamentale e duratura: la verità non è più quindi un principio che racchiude i contenuti più diversi, è semplicemente un contenuto dogmatizzato; ci si dimentica che la verità è la natura delle cose, e che niente può avere precedenza su questo nella visione del reale. Sempre in questo clima mentale e morale, l’intelligenza, prospettata come “analitica” e “separatista” è opposta al sentimento, che viene considerato secondo il suo aspetto sintetico e unificante. Pertanto, ciò che viene costruito è un’immagine deformata dell’uomo, come se fosse la vittima di un’intelligenza ingannevole, poi liberato da qualche soluzione sentimentale.

Questo non vuol dire che il sentimento non potrebbe, a sua volta, essere un metodo di conoscenza, dato che amare qualcosa che merita di essere amato significa “conoscerlo” in qualche modo, ma questo non è un motivo per credere che il sentimento, a causa del suo carattere spontaneo, inarticolato e semi-magico, sia l’unico modo possibile di arrivare alla conoscenza, o quello più elevato.

Un fatto che sembra giustificare gli intuizionisti sentimentalisti in questione, ma la cui portata difficilmente sospettano, è il seguente ed è incontestabile: un fenomeno di bellezza può essere più improvvisamente e più profondamente convincente di una spiegazione logica. Da qui proviene la massima: “I Buddha non salvano soltanto con le loro prediche, ma anche con la loro bellezza sovrannaturale”. Anche l’opinione platonica che “il bello è lo splendore del vero” esprime senza equivoci la profonda, intima, ontologica relazione tra il reale e il bello, o tra essere e armonia – una relazione che implica, come abbiamo appena detto, che la bellezza è talvolta un argomento più impressionante e in grado di trasformare di quanto lo sia una dimostrazione verbale: un argomento non logicamente più adeguato, ma umanamente più miracoloso.

Dire bellezza è dire amore, e si sa quanto importante sia questa idea di amore in tutte le religioni e in tutte le alchimie spirituali. Il motivo di questo è che l’amore è propensione verso l’unione; questa propensione può essere un movimento verso l’Immutabile, l’Assoluto, o verso l’Illimitato, l’Infinito. Sul piano delle relazioni umane, un particolare tipo di amore è il sostegno dell’Amore stesso; l’amore dell’uomo per la donna può essere paragonato alla tendenza liberatoria verso l’Infinito Divino – dove la donna personifica la Somma Possibilità; mentre l’amore per la donna verso l’uomo è paragonabile alla stabilizzante tendenza verso il Centro Divino, che offre certezza assoluta e assoluta sicurezza. Tuttavia, ciascun compagno partecipa nella posizione dell’altro, dato che ognuno è un essere umano e che, in questo rispetto, la scissione sessuale è secondaria. Per quanto riguarda la sessualità in sé, il Sufi Ibn Arabi ritiene che l’unione sessuale, nell’ordine naturale, sia l’immagine più adeguata della Conoscenza Suprema: dell’Estinzione in Allah, del “Conoscitore attraverso Allah”.

Il viaggio iniziatico racchiude un’Illuminazione. Essa è generata gradualmente, oppure in un tempo unico, o ancora al momento della morte, quando il dramma psicosomatico favorisce questa irruzione di Luce. È, per un grado o per un altro, Moksha, Bodhi, Satori. L’estasi è una circostanza analoga, ma di ordine differente, poiché non produce in sé uno stadio duraturo. L’Illuminazione, che per di più presuppone sforzi persistenti e spesso prove severe, è stata spesso prospettata come un mistero d’Amore proprio perché si tratta di una realtà integrale e quasi esistenziale che trascende il gioco mentale di congetture e conclusioni: l’Amore che muove il sole e l’altre stelle.

Il viaggio iniziatico prospetta due dimensioni morali di primaria importanza, una esclusiva e ascetica e l’altra inclusiva e simbolica – o estetica, se così si può dire. Tra gli aspiranti alla Liberazione, vi sono innanzitutto coloro i quali, nel nome della Verità, si ritirano dal mondo, come i frati o sannyâsîs; poi ci sono coloro che, nel nome della stessa Verità, rimangono nel mondo e cercano di trasmutare in oro il piombo che a priori il mondo offre, come gli adepti delle iniziazioni cavalleresche e artigianali. Se Shankara raccomandava il sentiero ascetico, è perché è il più sicuro, data la debolezza umana, ma specificava in uno dei suoi scritti che “colui che è liberato in questa vita”, il jivan-mukta, può armoniosamente e vittoriosamente adattarsi a qualsiasi situazione sociale si conformi al Dharma universale, come è mostrato al livello più elevato dall’esempio di Krishna. Per un verso, bisogna vedere Dio in Sé, al di là del mondo, nel Vuoto della Trascendenza. Per un altro e ipso facto, bisogna vedere Dio ovunque, prima nell’esistenza miracolosa delle cose e poi nelle loro qualità teomorfiche e positive. Una volta capita la Trascendenza, l’Immanenza si rivela in sé e per sé.

Nel clima buddista, come in quello indù, si incontra un altruismo mistico che protesta contro “la ricerca di una salvezza egoista”: sembra che non si debba sperare di salvare se stessi, ma bisogni allo stesso tempo desiderare di salvare gli altri, proprio tutti, almeno secondo le proprie intenzioni. Ora, una salvezza egoista è una contraddizione in termini: un egoista non ottiene la salvezza, non c’è posto in Paradiso per un taccagno. Gli altruisti non vedono che nel Sentiero, la distinzione tra “io” e “altri” scompare: ogni realizzazione di salvezza è, per così dire, realizzazione in sé, ed essendo così, una realizzazione ottenuta da una persona ha sempre una radiosità invisibile che benedice l’ambiente. Non c’è bisogno di un sentimentalismo che salvi la Verità, perché con la Verità, l’amore è un dato già esistente. Il cerchio si chiude con una Beatitudine transpersonale e infinitamente generosa. L’Amore per il Creatore implica l’Amore per le creature, e la vera carità implica l’Amore di Dio, della Realtà Divina – o qualunque sia il suo Nome.

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La Dottrina Advaitica racchiude in sé l’idea fondamentale della Verità gerarchica: innanzitutto vi è la Verità una ed assoluta, ma questa non esclude le verità diversificate e relative. Al contrario, le appoggia, poiché esse offrono ai comuni mortali tutto ciò che sono in grado di capire e tutto ciò che può salvarli. Da un lato, ciò che è vero salva ipso facto, dall’altro, ciò che è vero possiede un potere di salvezza.

Questo è ciò che non deve esser perso di vista quando si considerano le sconcertanti diversità dei Sentieri liberatori, e non solo delle sette, ma anche dei Sentieri intrinsecamente ortodossi, qualunque siano i demeriti degli uomini che li rappresentano. Senza dubbio esistono dottrine impegnative che non possono soddisfare tutte le richieste di spiegazioni causali, ma vi sono verità di cui tutti gli uomini devono prendere atto, azioni che tutti devono eseguire, bellezze che tutti devono realizzare. In altre parole, vi è un messaggio per l’ultimo dei mortali. Verità, Preghiera, Virtù – è tutto lì.   

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” III Parte (Albert Pike)

Iniziazione

CONSIDERAZIONI FINALI

Non v’è pretesa di infallibilità nella Massoneria. Non è da noi dettare all’uomo ciò in cui deve credere. Finora ci siamo limitati ad esporre i grandi pensieri che hanno trovato espressione nelle differenti età del mondo, lasciando ai fratelli libertà di interpretazione e di giudizio. Non verremo meno a tale impegno neppure in queste istruzioni finali di natura filosofica, in cui affronteremo le più alte questioni che mai mente umana si sia posta: l’esistenza e la natura di Dio, l’esistenza e la natura dell’anima, le relazioni tra spirito divino e spirito umano, e di entrambi con l’Universo. Non possono esistere questioni più importanti per il nostro intelletto, nessun argomento può avere per noi un interesse più diretto e personale. Perciò vi invitiamo a meditare seriamente quanto stiamo per dire che è solo il completamento e il risultato di ciò che abbiamo già detto in molti dei precedenti gradi, a riguardo dell’antico pensiero e degli antichi filosofi.

Nell’idea di ricompensare il credente e l’intelligente studioso col trasmettergli la conoscenza della vera “parola”, la Massoneria ha perpetuato una grande verità: l’immagine che l’uomo si fa di Dio è sempre l’elemento rivelatore della sua concezione del mondo e della vita sia nei rapporti sociali sia nella sfera privata. E’ diverso dagli altri, sia in guerra sia in pace, quel popolo che si figura la Divinità come un dio crudele, che si delizia di sacrifici cruenti. Allo stesso modo è diverso quell’uomo che si interroga sulla natura del libero arbitrio e medita sulle sue scelte di vita.

Col tempo gli studi filosofici sembrano aver posto in crisi le vecchie concezioni religiose. E sempre più spesso si parla di ateismo che è negazione di Dio a parole, non in realtà. Un uomo afferma: non esiste Dio, cioè quel Dio auto-creato, o increato, sempre esistente, Causa prima dell’esistenza, mente dell’Universo; e quell’ordine, bellezza, armonia del mondo materiale e spirituale non indicano alcun piano a proposito della Divinità. Ma egli dice: la Natura è potente, saggia, attiva e buona; essa sì, è auto-creazione, o sempre esistente, causa di sé, mente dell’Universo e sua Provvidenza. Esiste ovviamente un piano e un proposito da cui scaturiscono ordine, bellezza e armonia, ma sono piani e propositi della Natura.

In tal caso, l’assoluta negazione di Dio è solo formale e non reale. Le qualità di Dio sono ammesse, e tutta la questione nasce dal fatto che esse non vengono riconosciute in un dato “Dio”. Un uomo può chiamare la somma di certi divini attributi Natura, un altro Cielo, un terzo Universo, un quarto Materia, un quinto Spirito, un altro ancora Dio, Theos, Zeus, Al-Fadir, Allah, o come più gli piace. Tutti ammettono l’esistenza di un Essere Supremo, un potere, un ente superiore, comunque lo chiamino. Il vero ateismo è piuttosto negazione di ogni Dio, mente, intelligenza, ente, causa e provvidenza dell’universo, che sia e che intenzionalmente o intelligentemente produca ordine, bellezza, armonia. Il vero ateo dovrebbe giungere a sostenere che la materia è eterna, o che si auto-origina, il che è assurdo, o che fu originata da un’intelligenza o almeno da una Causa prima: col che ammette Dio.

In verità, la dottrina dell’ateismo è tutta qui: “La morte è la fine: questo è un mondo senza Dio, e noi siamo corpi senz’anima, con un oggi senza un domani; una terra, senza rigenerazione. Si muore e si torna polvere. L’uomo è ossa, sangue, visceri, cervello; la mente è materia, e non c’è anima nell’uomo. Possiamo vedere lontano fino a riconoscere una piccola stella nella nebulosa cintura di Orione, così distante che la sua luce impiega milioni di anni per giungere sulla Terra, pur viaggiando alla velocità di dodici milioni di miglia al minuto. E non esiste cielo in tutto ciò: vedete così lontano, e non c’è uno spicchio di cielo, eppure pensate che ve ne sia, al di là; ma pure se vi fosse, come potreste raggiungerlo? Non esiste Essere Supremo. L’intera natura è un semplice agglomerato di atomi, il pensiero di una casuale ed effimera funzione della materia, una fortuita vibrazione di un prodotto già fortuito, una probabilità scaturita dall’energia dell’Universo. Gli eventi accadono, non sono predisposti. C’è fortuna e sfortuna, ma nessuna segreta intelligenza. Con la morte ritornerete nella polvere”.

Può tutto ciò soddisfare l’umano istinto dell’immortalità che spinge l’uomo alla ricerca della verità e verso la via del ritorno alla sorgente di luce con l’umanità intera, per l’eternità?

L’uomo non si rassegnerà a credere che non esista un Essere Supremo che lo creò, né una coscienza che attuò leggi eterne, né una legge di amore universale che guidi l’umanità sulla via della giustizia, della saggezza e della fraternità. La storia non è fortuito concorso di eventi, né la Natura soltanto un casuale agglomerato di atomi. Non possiamo credere che non vi sia alcun piano né proposito della Natura, che guidi il nostro cammino, che ci sia un moto senza direzione, che bellezza, saggezza, affetto, giustizia, moralità nel mondo non siano che fatti accidentali, che possono finire da un momento all’altro.

Nessun uomo si poté mai, né mai si potrà, rassegnare a questa tesi. L’evidenza di Dio si è piantata così profondamente nella Natura e così intimamente intessuta nell’ordito della trama umana, che l’ateismo non è mai divenuto una fede, anche se a volte ha assunto l’aspetto di una teoria filosofica. La religione è naturale per l’uomo. Istintivamente egli si rivolge a Dio. Nella matematica dei cieli, scritta in grossi caratteri di fuoco, egli vede la legge, l’ordine, la beatitudine, l’armonia universale. In tutta la natura, animata e inanimata, vede la manifestazione di un disegno, di una volontà, di un’intelligenza, di un Dio; un Dio infinito, saggio, misericordioso e onnipresente. L’uomo, circondato dall’Universo materiale, è conscio dell’influenza che questo ambiente materiale esercita sulle sue vicende e sul suo destino terreno. Per l’uomo, i cieli stellati, l’alternarsi delle stagioni, il sorgere della Luna e del Sole, sono tutti segni evidenti di un ordine universale. E ancora oggi, dopo millenni di ricerche, quei segni incalzano la mente umana, per aprire le vie di maggiore conoscenza, che sarà acquisita gradualmente nel corso di secoli futuri, e forse sempre lo faranno invano.

Quando poi l’uomo cessò di guardare alle parti singole e alle forze separate dell’Universo, quando cioè egli ne ebbe una visione unitaria, tra le prime domande che insistentemente gli vennero alla mente ci fu questa: “E’ tale universo esistente in sé e per sé, o fu creato? E’ eterno o ha un’origine?”. E immediatamente si chiese: “E’ tale Universo un puro aggregato di casuali combinazioni di materia, o è il risultato del lavoro di un’intelligenza che agisce secondo schemi preordinati?”. E ancora: “Se esiste una tale intelligenza, cosa e dove è? E’ lo stesso Universo un centro soggetto a leggi immutabili di armonia cosmica? E’ come l’uomo, materia e energia? La Natura agisce su se stessa, o esiste una causa oltre essa che produce tale azione?”. “Se esiste un Grande Architetto, staccato dall’Universo materiale, che creò tutte le cose, Egli, essendo increato, è corporeo o incorporeo, materiale o spirituale, anima dell’Universo o da esso separato? E se Egli è energia spirituale, cos’è lo Spirito?” “La Suprema Volontà era attiva o no prima della creazione? E se era inattiva per una precedente eternità, quale necessità della Sua natura la mosse infine a creare il mondo?” “La materia era con Lui coesistente, o fu creata dal nulla, o ordinata da un caos già esistente? Il nostro ORDO AB CHAO.  “La Divinità creò direttamente la materia, o essa fu creazione di divinità inferiori, Sue emanazioni?”. “Se Egli è buono e giusto, come si giustifica il fatto che, pur prevedendo tutto, permette al male e al dolore di esistere, e come conciliare con la Sua benevolenza e saggezza l’esistenza del vizio e la sofferenza dell’uomo virtuoso?”.

E ancora, riguardo a se stesso, l’uomo si pose queste e altre domande, che puntualmente ritornano per tutti noi. “Qual è la parte pensante in noi? Il pensiero è forse puro risultato di organizzazione della materia, o c’è un’anima in noi che pensa, separata ma interna al corpo? Se essa esiste, è eterna e increata, o altrimenti come è stata creata? È distinta da Dio, o è una Sua emanazione? È immortale in sé, o solo perché Dio ha voluto così? Deve tonare a Lui e in Lui annientarsi, o esisterà sempre, da Lui separata, nella sua attuale identità?”. “Se Dio ha previsto ha previsto e programmato tutto ciò che accade, come può l’uomo avere realmente un libero arbitrio, o anche il minimo controllo delle circostanze? Come può qualcosa essere realizzato contro il potere dell’infinita Onnipotenza?”. “Qual è il fondamento della legge morale? La dettò Dio per suo puro piacere? E se è così, non può Egli a Suo piacimento cambiarla? Chi ci assicura che non lo vorrà fare, rendendo bene il male e vizio la virtù? O essa è necessità della Sua natura, e allora chi l’ha dettata? Non forse un potere, come l’antico Fato, superiore a Dio?”.

Poi sopraggiunse la grande domanda sul Futuro, su un’altra vita, sul destino dell’anima, e le mille altre questioni a esse connesse sulla materia, lo spirito, il futuro, Dio; quelle che in definitiva hanno prodotto tutti i sistemi filosofici, metafisici e teologici, che il mondo conosce.

Ciò che gli antichi filosofi pensavano intorno a tali grandi interrogativi, abbiamo già spiegato. Abbiamo cercato di farvi conoscere le dottrine gnostiche e orientali. Vi abbiamo riferito l’insegnamento dei Cabalisti, degli esseni, di Filone. Abbiamo mostrato come, e con quale meccanica, molta dell’antica mitologia derivasse dal quotidiano e annuale ricorrere dei fenomeni celesti. Vi abbiamo fornito le antiche nozioni con cui l’uomo cercava di spiegarsi l’esistenza e la prevalenza del male; in qualche grado fatto conoscere le loro idee metafisiche sulla natura di Dio. Ma molto rimane ancora da fare, ed è oltre il nostro potere farlo. Noi stiamo attoniti sulle sponde del grande oceano del Tempo e della Conoscenza. Dinanzi a noi si stende illimitata l’immensità silenziosa del Passato, e le sue onde, sfiorando i nostri piedi lungo la riva di sabbia amorfa, ci portano di tanto in tanto, dalle profondità dell’oceano senza fine, una conchiglia, un po’ di alghe o una pietra levigata e questo è tutto quel che resta di tutti i tesori dell’antico pensiero che vi giacciono sepolti.

Eppure l’uomo, pur sapendo così poco del mondo nel quale vive, si avventurò, e ancor oggi si avventura, a speculare sulla natura di Dio e a definire dogmaticamente nei credo un soggetto che è proprio il meno comprensibile per le sue facoltà, e anche a odiare e perseguitare chi non accetta tali credo.

Tuttavia, benché la conoscenza dell’Essenza Divina sia impossibile, le concezioni originatesi intorno ad essa sono stimolanti per ulteriori approfondite ricerche da parte di filosofi, teologi e massoni. La storia della religione è la storia della mente umana, e le concezioni che essa si forma dell’Essere Supremo sono sempre in esatta relazione col suo sviluppo morale e intellettuale. L’una è la misura e l’indice dell’altra.

La nozione negativa di Dio, consistente nell’astrarre dall’indefinito e dal finito, è, secondo Filone, la sola via per cui è possibile all’uomo rettamente apprendere la nozione di Dio. Esaurita la varietà dei simbolismi, confrontiamo la grandezza dell’Essere Supremo con il microcosmo dell’uomo e impieghiamo espressioni apparentemente affermative, come “Infinito”, “Onnipotente”, “Onnisciente”, “Eterno”, e simili; ma esse in realtà non fanno che negare, in Dio, quei limiti che le facoltà umane mostrano, e così ci sentiamo appagati da aggettivi che in realtà sono soltanto la definizione correlata ai nostri limiti umani e certamente lontana dalla maestà del Grande Architetto dell’Universo.

Gli Ebrei e i Greci esprimevano astratta esistenza, senza manifestazioni o sviluppi esterni. Della stessa natura sono le definizioni: “Dio è un’entità il cui centro è ovunque, e la cui superficie in nessun luogo”. “Dio è l’Onniveggente, Invisibile in Sé”.

La maggior parte delle cosiddette idee o definizioni dell’Assoluto sono solo collezioni di negazioni, per cui, siccome non affermano nulla, nulla da esse si può apprendere.

Dio fu dapprima identificato con i corpi celesti e con gli elementi della Natura. Quando la coscienza dell’uomo della propria intellettualità fu maturata, ed egli si convinse che l’interna facoltà del pensiero era qualcosa di più del sottile elemento, egli trasferì questa nuova concezione all’oggetto della sua adorazione, e deificò un principio mentale anziché fisico. In ogni caso faceva Dio a propria immagine perché, nostro malgrado, i più alti sforzi del pensiero umano non possono condurre a nulla di più alto della supremazia dell’intelletto, e così si ritorna sempre a qualche familiare tipologia di esaltata umanità.

L’eterna aspirazione del sentimento religioso nell’uomo è l’unirsi a Dio. Nel suo primo sviluppo, il desiderio e il suo appagamento erano simultanei, attraverso una cieca fede. Man mano che la concezione di Dio fu esaltata, la nozione della Sua presenza, o vicinanza terrena, fu abbandonata, e la difficoltà di comprendere il divino governo, insieme ai grandiosi errori di superstizione che sorgevano dalla sua errata interpretazione, misero in pericolo tutta la fede.

Anche le luci del Cielo, che come “chiare potenze celesti” erano prima vigili sorveglianti delle economia terrene, ora erano più fredde e distanti, e Uriel non poteva più scendere su un raggio di sole. Ma il vero cambiamento consisteva nell’ascesa delle facoltà umane, e non in quella della Natura Divina. Le stelle infatti non sono ora più distanti di quanto non lo fossero quando si pensava che posassero sulle spalle di Atlante. Eppure un certo senso di disappunto e di umiliazione permeò il primo risveglio dell’anima, quando la ragione, guardando alla Deità, fu colpita da una profonda sensazione di smarrimento.

Poi la speranza sopravvisse allo scoramento, e ogni popolo che avanzò nelle più elementari concezioni sentì la necessità del tentativo di colmare l’abisso, reale o immaginario, tra l’uomo e Dio. Il far ciò fu il grande compito della poesia, della filosofia, delle religioni. Di qui le personificazioni degli attributi divini, dei Suoi sviluppi, delle Sue manifestazioni, come “Potenza”, “Intelligenza”, “Angeli”, “Emanazioni”, attraverso i quali, insieme con la propria facoltà oracolare, l’uomo si metteva in comunione con Dio.

Anche la divisione della Causa Prima e Suprema in due parti, l’una attiva e l’altra passiva, l’Universo Agente e Inerte, l’ermafrodita Dio-Mondo, è uno dei più antichi e diffusi dogmi della filosofia e della teologia naturale. Quasi ogni popolo gli diede un posto nel suo culto, nei suoi misteri, nelle sue cerimonie.

Dalla dottrina dei due principi, attivo e passivo, derivò quella dell’Universo, vivificata da un principio di vita eterna e da un’anima universale, dalla quale ogni essere individuale e temporaneo riceveva alla sua nascita un’emanazione, che alla sua morte torna alla propria fonte. La vita della materia appartiene alla natura così come alla materia stessa, e poiché la vita è caratterizzata dal movimento, le fonti della vita sembrarono logicamente risiedere nei corpi luminosi ed eterni, e soprattutto nel cosmo in cui essi si muovono, e che li trascina con sé in quella sua rapida corsa che è più veloce di ogni altro movimento. Sia fuoco che calore hanno un’analogia così forte con la vita, che il freddo, come l’assenza di movimento, sembrò carattere distintivo della morte. Conseguentemente, il fuoco vitale che arde nel Sole, e produce quel calore che vivifica ogni cosa, fu riguardato come principio di organizzazione e vita di tutti gli esseri sublunari. Secondo questa dottrina l’Universo, nella sua azione creatrice eterna, non deve essere riguardato solo come un’immensa macchina, mossa da potentissime fonti di energia e trascinata in perenne moto che, partendo dalla circonferenza, si dirige verso il centro, agisce e reagisce in ogni possibile direzione, e riproduce ordinatamente tutte le varie forme che la materia riceve. Una tale concezione porterebbe a considerarlo freddo “atto” puramente meccanico, la cui energia non potrebbe mai produrre la vita.

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” II Parte (Albert Pike)

Iniziazione

Nei Misteri, ovunque essi furono praticati, si insegnava dunque la verità della primitiva rivelazione, l’esistenza di un Essere Supremo, infinito, immanente, che era da adorare senza superstizione. La Sua vera natura ed essenza, i suoi attributi, erano insegnati solo agli iniziati, mentre il popolo attribuiva le Sue opere a dei secondari, personificati, ed isolati da Lui in fantastica indipendenza.

Nonostante la Massoneria sia identica agli antichi Misteri, lo è solo in questo preciso senso, che presenta solo un’imperfetta immagine del loro splendore. Essa ha riportato alla luce le rovine della loro grandezza, ma, rispetto a ciò che è dato intuire fossero i Misteri, l’attuale sistema massonico appare imperfetto per aver subito progressive alterazioni, frutto di eventi sociali e di circostanze politiche. Lasciato l’Egitto, i Misteri risentirono delle abitudini dei differenti popoli presso i quali furono introdotti. Benché in origine avessero un carattere e un interesse squisitamente etico-politico, presto i sacerdoti divennero depositari della tradizione misterica. In realtà però i Misteri miravano a contenere il potere delle caste sacerdotali, insegnando ad un illuminato laicato la follia e l’assurdità di certe credenze popolari. Proprio perciò si adattarono ai sistemi religiosi dei paesi in cui si diffusero. In Grecia erano i Misteri di Cerere; a Roma di Bona Dea, la Dea benefica; in Gallia la scuola di Marte; in Sicilia l’Accademia delle Scienze. Fra gli Ebrei, i riti misterici si confusero con quelli di una religione che riponeva tutti i poteri del governo, e tutta la conoscenza, nelle mani dei Sacerdoti e dei Leviti. Le pagode dell’India, i ritratti dei Magi in Persia e in Caldea e le piramidi d’Egitto non erano più le sole fonti da cui l’uomo potesse attingere saggezza. Ciascun popolo, che ne fosse stato in grado, ebbe col tempo i suoi Misteri. Dopo un po’, anche i Templi di Grecia e la Scuola di Pitagora persero la loro fama e la Libera Muratoria ne continuò la genuina tradizione.

La Massoneria, se attentamente considerata, è un’interpretazione del grande libro della Natura, un breviario per la comprensione dei fenomeni astronomici e fisici, insomma una più pura filosofia. È, per così dire, il deposito in cui, come in un tesoro, sono conservate tutte le verità della primitiva rivelazione, che formano la base di tutte le religioni. Nella moderna Massoneria tre sono le cose da notare: l’immagine dei tempi passati, la tavola delle cause efficienti dell’Universo e il libro in cui è racchiusa la moralità di tutti i popoli, il codice secondo il quale si devono governare se vogliono prosperare.

La dottrina cabalistica fu a lungo la dottrina dei saggi e dei sapienti. Come la Massoneria, essa tendeva alla perfezione spirituale dell’uomo e alla fusione delle varie religioni e delle diverse popolazioni. Per il cabalista, tutti gli uomini sono fratelli e la loro “ignoranza” non è per lui che motivo di istruirli. Vi furono illustri cabalisti tra Egizi e Greci, e le loro dottrine sono state accettate dalla Chiesa ortodossa. Molti ve ne furono tra gli Arabi, e la loro saggezza non fu considerata dalla chiesa medioevale. 

I saggi portavano con fierezza il nome di cabalista. La Kabalah incorporava una nobile filosofia, pura, non misterica ma simbolica. Insegnava la dottrina dell’unicità di Dio, l’arte di conoscere e spiegare l’essenza e le azioni dell’Essere Supremo, delle forze spirituali e naturali e di determinare la loro azione con figure simboliche, con l’aiuto dell’alfabeto, la combinazione dei numeri, l’inversione di lettere nello scrivere e altri mezzi che essi dichiararono di aver messo a punto a tale scopo. La Kabalah è la chiave delle scienze occulte e gli gnostici derivano dai cabalisti.

La scienza dei numeri rappresenta non solo quantità aritmetiche, ma tutte le grandezze e proporzioni. A mezzo suo noi giungiamo necessariamente alla scoperta del primo principio o causa prima di tutte le cose, chiamato oggi l’Assoluto.

Questa fonte, questo centro vitale del Cosmo, questo principio di esistenza, sconosciuto nella sua essenza, manifesto nei suoi effetti, fu l’eccelsa intuizione verso la quale tutte le idee di Pitagora confluirono. Egli rifiutò il titolo di Saggio, che significa “colui che sa”. Inventò, e riferì a se stesso, quello di filosofo, significando con ciò “colui che ama studiare per sapere”. L’astronomia che egli insegnò era astrologia; la sua scienza dei numeri era invece basata su principi cabalistici.

Gli antichi, e lo stesso Pitagora, la cui filosofia non è ancora stata del tutto compresa, non intesero mai attribuire ad un numero, cioè a un segno astratto, una speciale virtù. È vero invece che i Saggi dell’antichità erano d’accordo nel riconoscere una Prima Causa (materiale o spirituale) dell’esistenza dell’Universo. L’Unità divenne pertanto il simbolo della Suprema Divinità. Fu creata per esprimere, per rappresentare Dio, ciò non significa che si attribuisse al numero uno alcun potere divino o sovrannaturale. Per i cabalisti l’Unità è simbolo di identità, di uguaglianza, conservazione e generale armonia; il Fuoco centrale, il Punto nel Cerchio.

Il Due, o la coppia, è invece simbolo di diversità, disuguaglianza, divisione, separazione e mutamento.

Il segno “l” rappresenta l’uomo vivente (un corpo in piedi), essendo l’uomo l’unico essere che possiede tale facoltà. Aggiungendogli la testa, otteniamo la lettera P, segno della Paternità, o potere creativo, e, con un’ulteriore aggiunta, la R, simboleggiante l’uomo che cammina.

La Coppia è l’origine dei contrasti. È l’imperfetta condizione nella quale, secondo i Pitagorici, un essere cade quando si stacca da Dio. Gli esseri spirituali, sebbene emananti direttamente da Dio, sono avviluppati nella coppia e hanno conoscenze che sono semplici impressioni.

Come il numero Uno designava l’armonia, l’ordine, il principio buono (l’Uno e solo Dio, espresso dal latino Solus, da cui le parole Sol, Soleil, simboli di tale Dio), così il numero Due esprimeva l’idea opposta. Ogni cosa che fosse doppia, falsa, contrapposta alla sola e unica realtà, era espressa dal numero Due, il quale esprimeva anche lo stato di contrasto proprio del mondo fisico, dove tutto è doppio: giorno e notte, luce e oscurità, freddo e caldo, umido e secco, salute e malattia, errore e verità, l’uno e l’altro sesso, e così via. Perciò i Romani dedicavano il secondo mese dell’anno a Plutone, dio degli Inferi, e il secondo giorno di tale mese ai manes.

Un’attenta esegesi dei racconti ermetici tramandati dai popoli antichi mostra che gli dei principali erano, per primo, l’Uno, la Monade Creatrice, poi il Tre, poi 3 volte 3, 3 volte 9 e 3 volte 27. Questa progressione con ragione 3 si riferisce alle tre età della Natura, il Passato, il Presente e il Futuro, o ai tre gradi di generazione universale, Nascita, Vita, Morte … inizio, prosecuzione, fine.

L’Uno era maschile, perché la sua azione non produce cambiamenti in essa stessa, ma fuori di essa. Rappresentava il principio creativo. Il due, al contrario, era femminile, sempre mutevole per addizione, sottrazione o moltiplicazione. Rappresenta la materia priva di forma.

L’unione di uno e due originava la Triade, che significa il mondo formato dalla materia del principio creativo. Pitagora rappresentava il mondo con un triangolo rettangolo, in cui la somma dei quadrati dei lati più corti è equivalente al quadrato del lato più lungo. Così il creato è uguale alla causa creatrice e alla materia rivestita di forma.

La terna è il primo dei numeri ineguali. La Triade, misterioso numero che gioca una parte così grande nelle tradizioni asiatiche e nella filosofia di Platone, è immagine dell’Essere Supremo e include in sé le proprietà dei primi due numeri. Il tre era, per i Filosofi, un simbolo misterioso e consacrato ai Misteri; perciò vi sono in Massoneria tre gradi essenziali; perciò si venera nel triangolo il mistero più elevato, quello della Sacra Trinità, oggetto di omaggio e di studio.

In geometria, una linea non può rappresentare un corpo perfetto. A malapena due linee formano una figura. Ma tre linee formano, intersecandosi, il Triangolo, figura fondamentale, il primo dei poligoni; perciò è servito, e ancora serve, a caratterizzare l’Eterno, il quale, infinitamente perfetto nella sua natura è, come Creatore Universale, il primo Essere e di conseguenza la Prima Perfezione.

È stato notato che il nome di Dio in latino (Deus) ha come iniziale il delta del triangolo greco. E’ questa la ragione per cui, tra antichi e moderni, si celebra il Sacro Triangolo, i cui tre lati sono i simboli dei tre regni della Natura o di Dio.

Il segno 3 simboleggia la Terra. E’ un’immagine dei corpi celesti. Il 2, metà superiore del 3, simboleggia il mondo vegetale, essendo la metà inferiore nascosta alla nostra vista.

Il 3 rappresenta anche armonia, amicizia, pace, concordia e temperanza. I Pitagorici lo consideravano perfetta armonia.

Tre, quattro, dieci e dodici erano numeri sacri tra gli Etruschi, come pure tra i Giudei, gli Egiziani e gli Indù.

Nelle tavole dei Re, scoperte a Nimrod, non meno di cinque dei tredici nomi di Dei lì iscritti consistevano di tre lettere solo: Anu, San, Yau, Bar, Bel.

Il quattro è il numero perfetto; è la radice di altri numeri, e di tutte le cose. La quaterna esprime la prima virtù matematica. Rappresenta perciò anche il potere generativo, da cui derivano tutte le combinazioni. Gli Iniziati lo consideravano emblema del Movimento e dell’Infinito, rappresentante tutto ciò che non è corporeo né sensibile. Pitagora lo comunicò ai suoi discepoli come simbolo del principio eterno o creatore, sotto il nome di Tetrade, ineffabile nome di Dio, fonte di tutto ciò che ha ricevuto il dono dell’esistenza e che, tra gli Ebrei, consisteva di quattro lettere. Nella quaterna troviamo la prima figura solida, il simbolo universale dell’immortalità, la piramide. Gli Gnostici affermavano che l’intero edificio della loro scienza poggiava su un quadrato i cui lati erano: il Silenzio, la Profondità, l’Intelligenza.

Lisia e Timeo di Locri dicono che non potrebbe trovarsi una sola cosa che non dipenda, almeno nella sua radice, dal numero 4.

Secondo i Pitagorici, esiste una connessione tra Dei e numeri, che costituisce la base di quella pratica divina teoria chiamata aritmomanzia. L’anima è un numero: è causa del proprio moto; contiene in sé il numero 4.

Poiché la materia è rappresentata dal numero 9, 3 volte 3, e lo spirito Immortale ha come simbolo geroglifico la quaterna o il numero 4, i Saggi asserivano che l’Uomo si era perso in un inestricabile labirinto, percorrendo la strada dal 4 al 9. La sola maniera di emergere da queste colpevoli situazioni, da questo vagare senza meta, da quell’abisso del male in cui era caduto, era di ripercorrere il cammino a ritroso, e riandare dal 9 al 4.

L’ingegnosa e mistica idea che spinse a venerare il triangolo fu applicata alla Figura 4. Si disse che rappresentava un essere vivente, 1, che sopportava il peso del Delta (quarta lettera dell’alfabeto), il triangolo, emblema di Dio; cioè l’uomo che porta in sé il principio divino.

Il 4 era un numero divino; si riferiva alla Divinità, e molti antichi popoli davano al loro Dio un nome di quattro lettere, come gli Ebrei “….”, gli Egiziani “Amun”, i Persiani “Sura” i Greci “Teos”, i Latini “Deus”. Era il Tetragrammaton degli Ebrei, e i Pitagorici lo chiamavano Tetraktis, e nel suo nome solennizzavano i loro giuramenti. Così anche “Odin” tra gli Scandinavi, “Zeus” tra i Greci, “Phta” tra gli Egiziani, “Thoth” tra i Fenici e “As-ur” e “Nebo” tra gli Assiri; e la lista potrebbe proseguire.

Il numero 5 era considerato misterioso, perché composto dal 2, simbolo del Falso e Doppio, e dal 3, così interessante nei suoi sviluppi. Esso esprime efficacemente lo stato di imperfezione, di ordine e disordine, di felicità e sfortuna, di vita e di morte, che vediamo sulla terra. Alle Società Misteriche offrì la terribile immagine del Principio del Male, che porta affanni all’ordine inferiore, in una parola il Binario agente sul Ternario.

D’altro canto era anche il simbolo del matrimonio, perché composto dal 2, il primo numero pari, e dal 3, il primo dispari. Perciò Giunone, Dea del matrimonio, aveva nei geroglifici il numero 5.

Per di più esso ha una delle proprietà del numero 9, quella di riprodursi, se moltiplicato per se stesso, essendovi sempre un 5 nella lista delle unità del risultato; ciò condusse al suo uso come simbolo di cambiamenti materiali. Gli antichi rappresentavano il mondo con il numero 5. Ragione di ciò, secondo Diodoro, è che esso rappresentava la terra, l’aria, il fuoco e l’etere.

Il numero 5 designava l’universale quintessenza, e simboleggiava, con la sua Forma 5, l’essenza vitale, lo spirito animatore, che serpeggia (lat. serpentat) attraverso l’intera natura. In effetti, questa ingegnosa figura è l’unione dei due “spiriti” (simboli fonetici greci) che si ponevano sopra le vocali, a seconda che dovessero venire aspirate o no.

Il triplo triangolo, figura costituita da cinque linee intersecantesi in cinque punti, era per i Pitagorici il simbolo della Salvezza.

È il Pentalfa di Pitagora, o il Pentagramma di Salomone, che ha cinque lati e cinque angoli, ed è, tra i Massoni, l’origine della stella a cinque punte, emblema di Società.

Il numero 6 era, negli antichi Misteri, un emblema della natura, perché presentava le sei linee di sviluppo di tutti i corpi solidi, e cioè le quattro linee direttrici, Nord, Sud, Est, Ovest, e le due linee di altezza e profondità, Zenit e Nadir. I saggi usavano il 6 per intendere l’uomo fisico, mentre il 7 era per loro lo spirito immortale.

Il sestetto geroglifico (il doppio triangolo equilatero) è simbolo della Divinità. Il sei è anche emblema di salute, e simbolo di giustizia, perché è il primo numero perfetto: cioè il primo numero frazionabile in altri che posti in successione e addizionati danno come somma quel numero.

Nessun numero è stato così universalmente ben visto come il 7. La sua notorietà è dovuta senza dubbio al fatto che i pianeti conosciuti fossero sette. I Pitagorici lo ritenevano formato dai numeri 3 e 4, il primo immagine dei tre elementi materiali, il secondo principio di tutto ciò che non è corporeo né sensibile: il risultato appariva loro come l’emblema di tutto ciò che è perfetto.

Considerandolo invece composto dal 6 e dall’unità, serve a designare l’invisibile centro o anima di tutte le cose, perché non esiste nessun corpo che non abbia sei linee che ne individuano la forma, e che non abbia un settimo punto interno, centro e realtà del corpo stesso, del quale le dimensioni esterne danno solo l’apparenza.

Le numerose applicazioni del 7 confermarono agli antichi saggi l’utilità dell’uso di tale simbolo. Di più, essi esaltarono le proprietà del numero 7, come avente, in via subordinata, la perfezione dell’unità: perché se l’unità è increata, e nessun numero la produce, anche il 7 non è generato da nessuno dei numeri tra 1 e 10.

Il 7, tra gli Egiziani, simboleggiava la vita; perciò la lettera Z, tra i Greci, era l’iniziale del verbo Zao, vivere, di Zeus, Giove, padre della Vita.

Il numero 8 è composto dai sacri numeri 3 e 5. Dai cieli, dai sette pianeti, dalla sfera delle stelle fisse, dalle estreme unità e dal misterioso 7 è composto l’8, l’ogdoado, primo cubo di un numero pari, sacro nella filosofia pitagorica. L’ogdoado degli Gnostici aveva otto stelle, rappresentanti le 8 Cabirie di Samotracia, gli 8 principi egizi e fenici, gli 8 di Senocrate, gli otto angoli di un cubo. L’8 simboleggia la perfezione: e il suo simbolo rappresenta il perpetuo e regolare corso dell’Universo.

È il primo cubo (2x2x2) e sta a significare amicizia, prudenza, saggezza e giustizia. Era un simbolo della legge primitiva che riguardava tutti gli uomini come uguali.

Se il 3 era venerato tra gli antichi saggi, la ennupla, o tripla terna, 3 volte 3, aveva non minore venerazione. Infatti secondo loro ciascuno dei 3 elementi costituenti il nostro corpo è triplo: l’acqua contenendo terra e fuoco, e il fuoco essendo temperato da particelle d’acqua e nutrito da particelle di terra. Non essendo alcuno dei tre elementi separabile nettamente dagli altri, tutti gli esseri materiali composti di questi tre elementi, dei quali ciascuno è triplo, possono venire indicati dal numero simbolico 3 volte 3, che è divenuto così il simbolo della trasformazione dei corpi. Di qui anche il nome di nono involucro, dato alla materia. Ogni estensione materiale, ogni linea circolare ha tra i Pitagorici il 9 come segno rappresentativo; essi avevano osservato la proprietà, che tale numero possiede, di riprodursi incessantemente e perfettamente, in ogni moltiplicazione: ciò offriva alla mente un probante emblema della materia, che si ricompone incessantemente sotto i nostri occhi dopo aver subito mille e mille decomposizioni.

Il numero 9 era consacrato ai corpi celesti e alla Muse. E’ il simbolo della circonferenza: perché un angolo di 360 gradi equivale a 9. Nondimeno, gli Antichi riguardavano tale segno con una sorta di terrore: lo consideravano presagio di sfortuna, in quanto simbolo di labilità, mutamento e simbolo della caducità delle cose umane. Perciò essi evitavano tutti i numeri in cui appariva il 9, specie l’81, prodotto di 9 per se stesso, e le cui cifre sommate, 8 + 1, ridanno ancora 9.

Come la figura del 6 era il simbolo del globo terrestre, animato da uno spirito divino, la figura del 9 simboleggia la terra sotto l’influenza del principio del Male; di qui il terrore che essa ispirava. Nondimeno, secondo i cabalisti, il 9 simboleggiava un uovo, o l’immagine di un piccolo essere globulare, dal cui lato inferiore sembra sgorgare lo spirito vitale.

La ennupla, aggregato di 9 oggetti o persone, è il primo quadrato di numeri dispari. Tutti conoscono le proprietà singolari del numero 9, il quale, moltiplicato per se stesso o qualunque altro numero, dà un risultato la cui somma delle cifre è uguale a 9, o per esso divisibile.

Il numero 10 è la misura di ogni cosa, e riduce i numeri moltiplicati per esso all’unità. Contenendo tutte le relazioni numeriche ed armoniche, e tutte le proprietà dei numeri che lo precedono, esso conclude l’Abaco o Tavola Pitagorica. Per le società misteriche, questo numero è l’unione di tutte le meraviglie dell’Universo. Esse lo tramandano così: 0, cioè l’unità nel mezzo dello zero, come centro di un circolo, simbolo di divinità. Si volle vedere in questa figura tutto ciò che poteva condurre a riflessione: il centro, il raggio e la circonferenza, cioè Dio, l’Uomo e l’Universo.

Tale numero era, tra i Saggi, simbolo di concordia, amore, pace. Per i Massoni è segno di unione e fedeltà; è anche espresso dall’unione delle due mani, nel segno del Maestro, ed è rappresentato dalla Tetractis di Pitagora.

Il 12, come il 7, è celebrato nell’adorazione della natura. Le due più famose divisioni dei cieli, quella del 7, che è quella dei pianeti, e quella del 12, che è quella dei segni dello Zodiaco, si trovano sui monumenti religiosi di tutti i popoli del mondo antico. Benché Pitagora non parli del 12, nondimeno esso non è l’ultimo dei numeri sacri. È l’immagine dello Zodiaco, cioè del Sole che lo percorre.

Tali erano le antiche idee riguardo questi numeri che così spesso appaiono in Massoneria; esattamente compresi, come fecero gli antichi Saggi, contengono molte lezioni.

Prima di addentrarci nella lezione finale di filosofia massonica, ci soffermeremo sull’interpretazione cristiana delle Logge simboliche.

Nel primo grado, si applicano tre simbolismi:

1)L’uomo, dopo la Caduta, fu lasciato nudo e senza difesa contro il giusto sdegno della Divinità. Dedita al male, la specie umana cadde ciecamente nella stessa coltre oscura dell’empietà, trascinata dalla sua natura peccaminosa. La corruzione morale fu seguita da miseria fisica. La povertà e il bisogno invasero la terra. Guerra, carestia e pestilenza riempirono la misura del male, e l’uomo corse coi piedi nudi e feriti sui taglienti vetri della sfortuna e dell’avversità. Questa situazione di cecità, miseria, bisogno e orrore, da cui li riscattò il Redentore, è simboleggiata dalla condizione del candidato, quando è portato per la prima volta alla porta della Loggia.

2)Nonostante la morte del Redentore, l’uomo può essere salvato dalla fede, dal pentimento, dall’uniformarsi ai voleri di Dio. Per pentirsi, deve sentire la penetrante punta della coscienza e del rimorso, che come una spada ferisce la sua pelle. La sua fiducia nella propria guida, che egli deve seguire, la sua fede in Dio, di cui egli compie professione, e la punta della spada diretta nel suo petto nudo dal lato del cuore contro la sua carne, simboleggiano la Fede, il pentimento e la volontà di migliorare, necessari a portarlo alla luce.

3)Pentitosi e miglioratosi, legatosi al servizio di Dio con un severo giuramento, la luce della speranza cristiana splende, pur nell’oscurità, sul cuore dell’umile penitente, e lo solleva al livello del Cielo.

Ciò è simboleggiato dal fatto che il candidato riceve la luce, dopo il giuramento, dal Maestro Venerabile, che nel fare ciò rappresenta il Redentore, e lo porta alla luce, con l’aiuto dei Fratelli, e come Lui insegnava la parola, con l’aiuto degli Apostoli.

Nel secondo grado vi sono due simbolismi:

4)Il cristiano assume nuovi doveri verso Dio e verso i propri simili. Verso Dio, di amore, di gratitudine e venerazione, e un ansioso desiderio di servirlo e glorificarlo; verso i propri simili, di tolleranza, umanità, giustizia.

L’assunzione di tali doveri è simboleggiata dal giuramento di Compagno, col quale viene accolto tra i Fratelli e assume i doveri attivi di un buon Massone.

5)Il cristiano, riconciliato con Dio, vede il mondo sotto una nuova luce. Questo grande Universo non è più un semplice meccanismo costruito seimila o sei milioni di anni fa, e lasciato camminare per sempre, in virtù di una legge cosmica creata all’inizio, senza ulteriore cura e considerazione da parte della Divinità; esso diventa per lui una grande emanazione di Dio, il prodotto del Suo pensiero, non una semplice macchina senza vita, ma un qualcosa di vivente, su cui Dio veglia continuamente, e ogni suo movimento è immediatamente prodotto dalla Sua azione, essendo la legge dell’armonia essenza della Divinità, che si attua in ogni istante.

Ciò è simboleggiato dall’imperfetta istruzione data nel grado di Compagno, nelle scienze, e particolarmente nella geometria, connesse, come quest’ultima, con Dio nella mente di un Massone, perché la stessa lettera, sospesa nell’Est, rappresenta entrambi; e l’astronomia, o la conoscenza delle leggi del moto e dell’armonia che governano le sfere celesti, non è che una minima parte della geometria. E’ così simboleggiato, perché è qui, nel secondo grado, che il candidato riceve per la prima volta un’istruzione più che morale.

Vi sono anche due simbolismi del terzo grado:

6)Il candidato, dopo essere passato attraverso la prima parte della cerimonia, si immagina Maestro, ed è sorpreso allorché lo si informa che ancora non lo è, e che è incerto se mai lo sarà. Gli si parla di un difficile e pericoloso cammino ancora da compiere, e lo si avvisa che da quel viaggio dipende se egli diverrà o no Maestro. Questo è simbolo di quel che i nostri Savi dissero a Nicodemo, cioè che, nonostante moralmente fosse libero da ogni pecca, pure non poteva entrare nel regno dei cieli, finché non fosse nato di nuovo, morendo simbolicamente, e di nuovo entrando nel mondo rigenerato, come un neonato dallo spirito purissimo.

7)L’assassinio di Hiram, la sua sepoltura e la sua resurrezione da parte del Maestro sono simboli della morte, sepoltura e resurrezione del Redentore; e della morte e sepoltura dell’uomo, e della sua resurrezione a nuova vita, o rinascita, dovuta alla diretta azione del Redentore, dopo che la moralità (simboleggiata dalla stretta di mano del Compagno) non è riuscita a sollevarlo.

Quello del Leone, infatti, è il segno del vincolo più forte, l’alleanza con cui Cristo, discendente della stirpe di Giuda, ha legato a sé l’intera umanità, abbracciandola strettamente e affettuosamente come i Fratelli si abbracciano l’un l’altro con i cinque punti dell’amicizia e della fraternità.

Quando sono Apprendisti e Compagni, ai Massoni si insegna ad imitare il lodevole esempio di quei Fratelli che lavorarono alla costruzione del Tempio di Salomone, e a piantare solidamente e profondamente nel proprio cuore quelle pietre emblematiche di verità giustizia, temperanza, fortezza, prudenza e carità su cui erigere quel carattere cristiano su cui tutte le tempeste e le sfortune e tutti i poteri e le tentazioni del male non possono prevalere; quei sentimenti e nobili affetti che sono i più grandi omaggi che possono venir resi al Grande Architetto e Gran Padre dell’Universo, e che rendono il cuore un tempio vivente a Lui dedicato nel quale le sfrenate passioni sono sottomesse a regola e misura, e i loro eccessi sono cacciati col maglietto dell’autocontrollo; quando ogni principio è accuratamente corretto dalla squadra della saggezza, la livella dell’umiltà, il filo a piombo della giustizia.

Le due colonne, Jachin e Boaz, sono i simboli di quella profonda fede e implicito affidamento in Dio e nel Redentore che sono la forza del cristiano; e di quelle buone opere con le quali solo tale fede può venire stabilita e resa operativa ed effettiva per la salvezza.

I Tre Pilastri che sorreggono la Loggia sono i simboli della speranza cristiana in un futuro stato di felicità, della fede nelle promesse, nel carattere divino e nella missione del Redentore, ed equità di giudizio verso gli altri uomini.

I tre assassini di Khir-Ohm rappresentano Ponzio Pilato, Caifa e Giuda Iscariota: e i tre colpi infertigli sono il tradimento di Giuda, il rifiuto della protezione romana da parte di Pilato e la condanna del Gran Sacerdote. Esse anche simboleggiano il taglio dell’orecchio, la flagellazione e la corona di spine. I dodici compagni mandati alla ricerca del corpo sono i dodici discepoli, in dubbio se credere o no che il Redentore sarebbe risorto.

La parola del Maestro, che si suppone essere perduta, simboleggia la fede e la religione cristiane, che si credevano abbattute e cancellate quando il Saggio fu crocifisso, dopo il tradimento dell’Iscariota, e l’abiura di Pietro, e quando altri discepoli dubitavano della Sua resurrezione, ma che sorsero dalla Sua tomba e si sparsero rapidamente in tutto il mondo civilizzato, cosicché ciò che si pensava perduto fu trovato. Simboleggiano anche il Saggio stesso: il Verbo che era all’inizio, che era con Dio e che era Dio, il Verbo di vita, che si fece carne e dimorò presso di noi; e che fu ritenuto perso, mentre giaceva nella tomba, per tre giorni, mentre i suoi discepoli “ancora ignoravano la profezia secondo la quale Egli sarebbe risorto” e ancora erano dubbiosi quando sentirono della Sua resurrezione, e furono stupiti e atterriti e ancora dubitavano quando Egli apparve tra di loro.

Il cespo di acacia posto a capo del sepolcro di Khir-Ohm è un emblema di resurrezione e immortalità.

Tali sono le conclusioni dei nostri Fratelli Cristiani: degne, come quelle di tutti i Massoni, di rispettosa considerazione.  

XXVIII Grado R.S.A.A. “Cavaliere del Sole o Principe Adepto” I Parte (Albert Pike)

Iniziazione

Dio è l’autore di ogni cosa, l’Essere Supremo e Eterno, per Lui nulla di ciò che è nell’Universo è segreto. Non fate di Lui idoli o immagini visibili. Adoratelo piuttosto nella profonda solitudine di isolate foreste. Perché Egli è invisibile, ed è l’anima dell’Universo e non vive in alcun Tempio!

Con un solo sguardo Egli vede passato, presente e futuro: gli antichi costruttori delle Piramidi, insieme con noi e con i nostri più remoti discendenti, sfilano davanti ai Suoi occhi. Egli legge i nostri pensieri prima che essi siano da noi stessi concepiti. Regola i movimenti dell’Universo, e tutti gli eventi e i cambiamenti sono prodotti dalla Sua volontà. Infatti Egli è mente infinita e suprema intelligenza.

In principio l’uomo possedeva la Parola, e quella Parola gli veniva da Dio. Oltre al soffio vitale che in essa e per mezzo di essa gli fu comunicato, l’uomo ebbe anche la luce della vera vita. Fate che nessun uomo possa pronunciare quella “Parola”, perché per suo mezzo il Padre creò la Luce e le Tenebre, il mondo e le creature!

“Il Caldeo nelle sue pianure mi adorava, e mi adorava il Fenicio amante del mare. Mi costruirono Templi e Torri, e compirono sacrifici per me sopra mille altari. La Luce era per loro una divinità, ed essi pensavano che io fossi un dio. Ma io non sono nulla: e la luce è la creatura dell’invisibile Dio che insegnò la vera religione agli antichi patriarchi: l’Assoluto, l’Ineffabile!”

Mentre ancora il primo albero metteva le sue foglie, l’uomo perse la perfetta conoscenza dell’unico vero Dio, e cominciò a navigare senza guida nell’oceano. Allora la sua anima cominciò a torturarsi, per sapere se la materia dell’Universo fosse una pura combinazione di atomi, o il prodotto di una infinita increata saggezza, se la divinità fosse immateriale, o coincidesse con l’Universo, o se fosse invece un’esistenza del tutto particolare, cioè un’essenza onnipotente, eterna, suprema, che governa la materia a sua volontà, avendola sottomessa per l’eternità a immutabili leggi. Con la loro finita e limitata visione, gli uomini cercarono di conoscere l’origine del male per spiegare l’esistenza della pena e del dolore; e così precipitarono sempre più nelle tenebre, e si perdettero. Per loro non c’era più alcun Dio, ma solo un grande, muto, inanimato Universo, pieno di muti emblemi e simboli.

Veniamo dunque ora a spiegare i nomi e le caratteristiche delle varie immaginarie divinità, con cui è stato rappresentato presso le antiche popolazioni il grande astro dell’Universo.

Athom o Athom-Ra era il primo e più antico Dio Supremo dell’Alto Egitto, adorato a Tebe; come l’Om o Aum dell’Indo, il cui nome era impronunciabile e che, come il Brehm di popoli più recenti, era “l’Essere che è stato, che è, e sarà; il grande Dio, il grande Onnipotente, Onnisciente e Onnipresente Uno, il più grande dell’Universo” il cui simbolo era una perfetta sfera. Ciò mostrava che Egli era principio e fine eterno e infinito; superiore a tutti gli “dei” della natura, cioè a qualunque personificazione di poteri, elementi ed astri. Esso era rappresentato convenzionalmente dalla luce, il principio della vita.

Amun, Dio della Natura, o Spirito della Natura, chiamato anche Amun-Ra, era adorato in Egitto e nella Libia, era lo Juppiter dei libici, e rappresentava la forza intelligente e legiferante che si sviluppa nella Natura, quando le “idee” sono rivelate ai sensi, secondo le leggi naturali, a seguito della loro unione con la materia. Questo Dio coincideva con Kneph, dalla cui bocca uscì l’uovo, dal quale, secondo gli Orfici, sarebbe nato l’Universo.

Dioniso era il Dio della Natura presso i Greci, come Amun presso gli Egizi. Nelle leggende popolari Dioniso, come Ercole, sarebbe stato un eroe tebano, nato cioè da madre mortale. Ambedue figli di Zeus, sarebbero stati entrambi perseguitati da Hera. Ma mentre in Ercole il dio è subordinato all’eroe, Dioniso, anche nella tradizione poetica, mantiene le sue prerogative divine, e si identifica con Bacco, il Genio che presiede ai Misteri. Personificazione del Sole nel Toro, come mostrano i suoi zoccoli bifidi, liberò la terra dal duro dominio dell’inverno; guidò il grande coro delle stelle, e l’annuale rivoluzione celeste; annunciava le stagioni, e come loro subiva periodici decadimenti. Egli era il Sole invocato dagli Eleatici, Pyrigenes, che si rivelava al mondo con luce e tuono, il potente Cacciatore dello Zodiaco, il dorato Zagreo.

Zagreo, figlio di Persefone, era infatti una prefigurazione di Dioniso. Come lui, era nato da Zeus nella costellazione del Serpente, e suo padre fu incaricato di produrre il Tuono e circondato dalla danza protettrice dei Curiti.

Grazie ai malefici di Hera, gelosa di Giove, i Titani elusero la sorveglianza dei loro guardiani e fecero a pezzi il corpo di Dioniso, ma Pallade restituì il cuore ancora palpitante al padre, il quale incaricò Apollo di seppellirne i resti dilaniati sul Parnaso.

Dioniso, come Apollo, proteggeva le Muse, e la tomba dell’uno invitava al culto dell’altro; erano la stessa cosa, pur differendo, anzi contrastandosi, come due ruoli complementari e separati di uno stesso dramma. Può dirsi che queste due mitiche ed eroiche personificazioni, il Dio della Natura e dell’Ade, sembrano, in qualche remoto periodo, esser scaturite da una fonte comune. La loro separazione fu formale più che sostanziale. Infatti, da quando Ercole ottenne l’iniziazione di Triptolemo, e Pitagora ricevette gli ordini orfici, le due concezioni tesero a riunirsi. E’ stato detto che Dioniso e Poseidone abbiano preceduto Apollo nell’ufficio di oracoli, e Dioniso fu sempre ritenuto nella teologia greca quale guaritore e salvatore, autore della vita e dell’immortalità. I Pitagorici “figli di Apollo” si dedicarono, dopo la loro diaspora, al culto orfico di Dioniso.

Dioniso è il Sole, liberatore degli elementi; e la sua meditazione spirituale fu suggerita da quella stessa fantasia creativa che fece dello Zodiaco la scala su cui gli spiriti scendevano e tornavano al cielo.

La sua seconda nascita, come progenie del sommo Dio, simboleggia la rigenerazione spirituale dell’uomo. Come Apollo, egli era precettore delle Muse e fonte di ispirazione. La sua regola non prescriveva alcuna dolorosa rinuncia: un simile giogo era facile da portare, e le sue sacerdotesse piene di letizia univano la gioia di vivere alla serietà del loro impegno e non facevano che celebrare la mitica età dell’oro, in cui la Terra aveva conosciuto un’eterna primavera, quando fontane di miele, latte e vino sgorgavano dal suo seno al tocco di un tirso. Dioniso era il “Liberatore” come Osiride, infatti liberava le anime e le accompagnava attraverso il processo di purificazione, reale e simbolico, alla loro dimora. Morì e discese nel regno delle Ombre, e la sua sofferenza era il grande segreto dei Misteri, come la morte è il grande segreto dell’esistenza. Era l’immortale esecutore dell’opera di Psyche (l’Anima), perciò chiamava il mondo all’essere e, scuotendo l’anima dal sonno morale, la restituiva dalla terra al cielo.

Gli Indi chiamavano il Sole Surya, i Persiani Mitra, gli Egizi Osiride, gli Assiri e i Caldei Bel, gli Sciti e gli Etruschi e gli antichi Pelasgi Arcaleo o Ercole, i Fenici Adonai o Adone, gli Scandinavi Odino.

Dal nome Surya, dato dagli Indi al Sole, la setta che più particolarmente era legata al suo culto si chiamò Souras. I loro pittori rappresentavano il carro del dio Sole trainato da sette cavalli.

Nel Tempio di Visweswara, in Benares, è conservato un antico frammento scolpito, in pietra, che lo rappresenta seduto su di un carro trainato da un cavallo con dodici teste. L’auriga, posto alla guida del cocchio è Arun, e i dodici cavalli indicano i suoi diversi poteri nei dodici mesi dell’anno. Questi poteri sono chiamati Aditya, e ciascuno di essi ha un nome particolare. Gli indiani pensavano che Surya fosse sceso varie volte sulla terra, sotto umane spoglie, e avesse lasciato in India una progenie terrena, come gli Eliadi presso i Greci. Egli è spesso chiamato Re delle Stelle e dei Pianeti, e così ci ricorda l’Adon-Tshauth (dio delle Stelle) della letteratura ebraica.

Mitra era il dio-sole dei Persiani, e si narrava fosse nato in una caverna, al solstizio d’inverno. Le sue feste erano celebrate nel periodo in cui il Sole cominciava a tornare al Nord. Questa era la grande festa della religione dei Magi. Il calendario romano, pubblicato ai tempi di Costantino, in quel periodo cioè in cui il culto solare cominciava a sorgere in Roma, fissò la sua festa il 25 di dicembre. Sulle sue statue o immagini era inciso: “Al dio del Sole, l’invitto Mitra”. A lui erano consacrati oro, incenso e mirra. Dice Marziano Capella nel suo inno al Sole: “Tu che gli abitanti del Nilo adorano come Serapis, quelli di Menfi come Osiride; che nei sacri riti della Persia sei Mitra; in Frigia, Ari; Ammone cui i Libici si inginocchiano; Adone dei libri dei Fenici, tutto il mondo ti adora sia pur con i differenti nomi”.

Osiride era figlio di Helios (Phra), la “divina progenie nata con l’alba”, e rappresenta in forma familiare l’aspetto benevolo di tutte le più alte emanazioni, e in lui era rappresentata la concezione di un essere totalmente buono, cosicché divenne necessario contrapporgli un altro potere, chiamato Set, Bahys o Tifone, per rendere conto delle influenze nefaste della Natura.

Alla pratica dell’agricoltura gli egizi riferivano le più profonde verità della loro religione. L’anima dell’uomo era come il seme nascosto nella terra, e le spoglie mortali, come esso consegnate all’oscuro riposto tombale, attendevano di essere restituite alla fonte della vita. Osiride non era solo il benefattore dei viventi, egli era anche Serapis, Ade e Radamanto, il re dei morti. “Morte” perciò, nella religione egizia, significava “palingenesi”, infatti il Dio che ad essa presiede è quello stesso che incessantemente rinnova la vitalità della Natura. Ogni corpo debitamente imbalsamato veniva chiamato “Osiride”, e nella tomba si credeva che fosse unito, o almeno prossimo, alla divinità.

 Nella morte, come nella vita, Iside e Osiride erano modelli dell’umanità; i loro sepolcri si ergevano nei Templi degli Dei Supremi; e nonostante i loro resti fossero stati sepolti secondo la leggenda a Menfi come ad Abido, la loro divinità non ne era diminuita, ed essi splendevano come stelle in cielo, o posti nel mondo soprasensibile presiedevano al futuro degli spiriti che la morte, purificandoli, portava più vicini a loro.

L’idea della morte di un dio, così frequente nelle leggende orientali, e di cui abbiamo parlato nei Gradi precedenti, era la naturale conseguenza di una interpretazione letterale del culto della natura; infatti la natura, che le vicissitudini delle stagioni sembravano portare alla morte, rappresentava per i primi religiosi l’immagine espressa della Divinità, e anzi, in un periodo remoto, essa si identificava nel “Dio che cambia”, i cui attributi specifici non si esaurivano solo nella vitalità, ma anche nelle sue mutazioni. La Divinità, la cui idea era suggerita dal dramma della Natura, era adorata con riti partecipativi. Un periodo di pianto sull’Equinozio di autunno, e uno di gioia sul ritorno della primavera, era quasi universale.

La morte del dio, come era intesa dagli Orientali, non era in contrasto con la sua immortalità. Il temporaneo declino del “Figli della Luce” non è che un episodio della loro continuità eterna. Come il giorno e l’anno sono frazioni per noi comode del tempo infinito, così la morte violenta di Fetonte o di Ercole non è che interruzione del processo naturale che i Fenici intendevano come perpetuo rinnovamento, in virtù del quale lo spirito di Osiride vive in eterno nella successione dei sacerdoti di Api a Menfi. Ogni anno si celebra la resurrezione di Adone, e le lacrime versate dalle Eliadi per la morte prematura del loro fratello sono la goccia d’oro piena di prolifica speranza, in cui Giove discende dalla bronzea vetta celeste nel seno della terra bruciata.

Bal, rappresentazione o personificazione del Sole, era uno dei grandi dei della Siria, Assiria e Caldea, e il suo nome si trova sui monumenti di Nimrod e ricorre frequentemente nelle scritture degli Ebrei. Era per i babilonesi il grande dio della Natura, la forza del calore, della vita, della rigenerazione. Suo simbolo era il Sole, ed era raffigurato seduto su un toro. Tutti gli arredi del suo tempio di Babilonia, descritto da Erodoto, sono riprodotti con singolare fedeltà, ma in scala ridotta, nei tabernacoli dei templi ebraici. Manca solo il simulacro d’oro.

Il nome Bal, o Baal, come il nome di Adone, significa Signore e Maestro. Era la suprema divinità dei Moabiti, Ammoniti e Cartaginesi, e dei Sabeani in generale; i Galli adoravano il Sole sotto il nome di Belin o Belinus, e Bela è stato trovato rappresentato come Dio sugli antichi monumenti celtici. I Galli, invece dei Greci, mantennero, insieme a più severi costumi, anche uno stile religioso più virile di quello assunto dai popoli mediterranei e raffigurarono nel loro Perseo sia Ercole che Mitra, la somma cioè delle qualità che essi ammiravano.

Quasi ogni nazione conserva nelle proprie tradizioni la memoria di un mitico essere, le cui virtù e debolezze descrivono più o meno la vicenda del corso del Sole nelle stagioni. C’era un Ercole celtico, uno teutonico, uno scita, uno etrusco, uno lidio, e tutti avevano come archetipo l’eroe greco. Erodoto trovò che il nome di Ercole era da molto tempo familiare nell’Egitto e nell’Oriente in genere, e che in origine era stato attribuito a un personaggio ben più importante del relativamente moderno eroe conosciuto in Grecia come il figlio di Alcmena. Si diceva anzi che il tempio di Ercole a Tiro fosse stato costruito 2.300 anni prima di Erodoto, che Ercole, il cui nome greco si suppose essere di origine Fenicia, significasse “Circuitor” cioè il “viandante”, l’”errante” della terra, così come “Iperione” fosse il patrono, e il modello, di quei famosi naviganti che portarono i suoi altari di costa in costa in tutto il Mediterraneo, fino all’estremo Occidente. Qui “Arcaleo” fondò la città di Gades (Cadice), e un perpetuo fuoco ardeva in suo onore. Egli sarebbe stato discendente diretto di Perseo, il lucente Figlio delle Tenebre, concepito in una sotterranea camera bronzea; e questi non sarebbe stato altro che una diversa rappresentazione del persiano Mitra, che innalzava i suoi simbolici leoni sulle porte di Micene, e che portava la spada di Jemsheed per combattere le Gorgoni dell’Ovest.

Mitra è infatti descritto nello “Zend-Avesta” come il potente eroe, il veloce corridore, il cui occhio penetrante abbracciava tutte le cose contemporaneamente, le cui braccia impugnavano la clava con cui distrusse Darood.

Ercole, che con un ginocchio poggiato al suolo solleva la sua clava e la scaglia sul capo del Serpente, era, come Prometeo e Tantalo, una delle tante raffigurazioni del Sole che lotta per non tramontare. Le mitiche fatiche di Ercole non sono che rappresentazioni del cammino del Sole, che sempre si rinnova. Era nel lontano Nord, tra gli Iperborei, che, toltosi la sua pelle di leone, egli giaceva dormiente, perdendo per un po’ di tempo il controllo dei cavalli del suo carro. Perciò quella regione oscura all’estremo nord, chiamata “il luogo della morte e della resurrezione di Adone”, quel Caucaso i cui estremi settentrionali sono così lontani che, come il Meru dell’India, sembra essere la fine e l’inizio del ciclo solare, divenne per l’immaginazione dei Greci la fine di tutte le cose, il dominio dell’inverno, della desolazione, il pinnacolo dell’arco che univa i mondi superiori e inferiori, e di conseguenza il posto adatto per la pena di Prometeo. Le figlie di Israele, che piangevano Thammuz, come dice Ezechiele, sedevano rivolte a Nord e attendevano il suo ritorno da quelle regioni. Fu mentre Cybele, insieme al figlio del Sole, era tra gli Iperborei, che la Frigia, da lei abbandonata, soffrì gli orrori della carestia. Delo e Delfi attendevano il ritorno di Apollo dagli Iperborei, ed Ercole da lì portò ad Olimpia l’ulivo. Per tutti i massoni, questo Nord è stato, a memoria d’uomo, il regno dell’oscurità, e nessuna delle grandi luci della Loggia è situata a Nord.

“Giove” – dice Massimo Tirio – “non risparmiò il suo proprio figlio Ercole, né lo volle esimere dalle calamità connesse alla condizione umana”. La progenie tebana di Giove ebbe la sua parte di pene e sofferenze. Attraverso assillanti difficoltà terrene, provava la propria affinità col cielo. La sua vita fu una continua battaglia. Soccombette a Tifone nel deserto; e all’inizio dell’autunno “cum longa redi hora noctis” scese con la guida di Minerva all’Ade. Morì, ma prima fu iniziato da Eumolpo, per simbolizzare quello stato di preparazione religiosa che dovrebbe precedere il cambiamento, momentaneo, di “forma” di vita. Nell’Ade egli liberò Teseo e rimosse la pietra tombale di Ascalafo, rianimò gli spiriti senza corpo e trascinò alla luce del giorno il mostruoso Cerbero, giustamente reputato invincibile, in quanto simbolo del Tempo; ruppe le catene della morte e infine trionfò come all’alba della sua epopea, per essere ammesso dopo le sue fatiche al riposo celeste, nelle sue mansioni divine, vivendo con Zeus sempre e per sempre nell’eterna giovinezza.   

La spigliata fantasia degli antichi, che tesseva la tela dei miti e delle leggende, era consacrata alla Fede. Non aveva, come le menti moderne, isolato un piccolo santuario di “credo” presi a prestito, al di fuori dei quali tutto è banale o poco chiaro.

Per quegli antichi popoli, questa Terra era il centro dell’Universo. Per loro non esistevano altri mondi popolati, con i quali spartire le cure e le attenzioni della Divinità. Per loro il mondo era un grande piano di ignote, forse inconoscibili, dimensioni, e il Sole, la Luna e le Stelle gli giravano attorno, per dargli luce. Perciò l’adorazione del Sole divenne la base di tutte le religioni dell’antichità.

L’idea primitiva di infinità spaziale esisteva nei primi uomini come esiste ora in noi, così l’idea di infinità temporale. L’uomo non può sapere perché ad una frazione di spazio se ne possa aggiungere sempre un’altra e perché ad ogni evento ne conseguano altri, in eterno. La mente umana troverà sempre un ostacolo, al cercare di comprendere come, non importa quanto grande sia il volume da noi considerato, debba esistere, al di là di esso, una sconfinata distesa senza limiti, in cui è il nulla. Allo stesso modo, l’idea di un tempo senza principio e fine forza e supera l’umana comprensione. Il tempo, senza eventi, è così vuoto, un nulla anch’esso.

Nello spazio vuoto, l’uomo primitivo sapeva non essere né luce né calore.

L’oscurità gli era nemica, malefica, ed egli ne avvertiva una vaga terribile paura. Era la vera materializzazione del genio del male; e l’uomo pensava che il male da essa fosse nato. Quando il Sole inclinava a Sud, verso quel vuoto, l’uomo tremava di terrore e quando, al solstizio d’inverno, cominciava di nuovo la marcia solare verso il Nord, egli gioiva e compiva riti sacri; come pure al solstizio d’estate, quando maggiormente appariva nel suo orgoglioso splendore. Questi giorni sono stati celebrati come festivi in tutte le nazioni civilizzate fino ai nostri tempi. Il cristiano ne ha fatto due festività ecclesiastiche, dedicandole ai due S. Giovanni; la Massoneria ha fatto lo stesso.

Noi conosciamo la distanza del Sole e la sua grandezza; abbiamo misurato le orbite delle più veloci comete e le distanze delle immobili stelle; conosciamo l’esistenza di soli uguali al nostro, ciascuno con la sua corte di pianeti, tutti governati dalle stesse infallibili leggi cosmiche; con i nostri telescopi abbiamo separato galassie e nebulose dalle loro stelle costituenti; scoperti nuovi pianeti, prima misurando le forze da essi esercitate, che disturbavano il moto di quelli già noti, poi imparando che tutti, Giove, Venere, il rosso Marte, e Saturno, così come la pallida, dolce e cangiante Luna, sono solo scuri, aridi, opachi globi come la nostra Terra, e non sono sfere brillanti di fuoco celeste. Abbiamo anche classificato e studiato i monti e le valli lunari, con telescopi che ci potrebbero mostrare distintamente il tempio di Salomone, se esso fosse lì nella sua originale antica interezza; noi possiamo calcolare le eclissi del Sole e della Luna, passate e future, per un arco di diecimila anni. Eppure noi con le nostre accresciute concezioni della potenza e degli attributi del Grande Architetto dell’Universo, ma con gli inevitabili limiti imposti all’uomo, non possiamo, neppure in minimo grado, sentire, ma solo in parte e imperfettamente immaginare, ciò che quei grandi, primitivi, ingenui figli della Natura sentivano rispetto a questi fuochi celesti, lì sulle cime dell’Himalaya, o nelle pianure caldee, o nei deserti di Persia e di Media, o sulle rive del Nilo.

Se dunque ci fermassimo alla superficie delle cose, l’antichità sarebbe solo inesplicabile, oscuro caos. Ma quando queste allegorie sono spiegate, cessano di essere assurde favole, o eventi folkloristici, e diventano lezioni di saggezza per l’intera umanità. Nessuno che le abbia studiate può dubitare che esse provengano da una radice comune. Anzi certamente si inganna chi spiega i miti antichi riferendoli ai fenomeni celesti e pensa che tutti gli dei celesti non siano che nomi dati al Sole, alle Stelle, ai Pianeti, ai segni dello Zodiaco, agli elementi, alle forze della Natura universale. Al contrario, risalendo alla più remota antichità che la luce della storia e il barlume della tradizione raggiungono, noi troviamo, presso tutti i popoli al di sopra di tutti gli dei che rappresentano le stelle o gli elementi, e di quelli che personificano gli innati poteri della Natura universale, una Divinità più elevata, indefinita, incomprensibile, il Supremo, l’Uno, da cui tutto il resto fluisce ed emana, o è da Lui creato. Oltre la dea Luna, Iside, e il dio-Sole Osiride degli Egizi, c’era Amun, il dio della Natura e sopra di lui ancora, l’infinita ineffabile divinità, Athom.

Brehm, il muto, assorto unico originario Dio che contempla se stesso, era per gli Indi la fonte di Brhama, Vishnu, Siva. Al di sopra di Zeus, o prima di lui, erano Kronos e Urano.

Al di sopra di Alohayim regnava il grande Dio della Natura e ancora al di sopra di lui era l’Ente Astratto, Ihun – colui che è, ed è stato, e sarà. Al di sopra di tutte le divinità persiane era il Tempo Illimitato, Zeruane-Akherene; e più alto di Odin e Thor v’era per gli scandinavi il dio Alfadir.

All’inizio l’uomo ebbe la Parola; e quella Parola era da Dio; ed oltre al potere vitale comunicato all’uomo con la Parola, venne la luce della sua esistenza. Dio fece l’uomo a propria immagine. Quando, per mezzo di una lunga successione di sconvolgimenti tellurici, Egli ebbe preparato la Terra ad essere la sua dimora, lo creò e pose in quella parte dell’Asia che tutti i popoli ormai definiscono “culla dell’umanità”, da cui poi la corrente umana fluì all’India, alla Cina, all’Egitto, alla Persia, all’Arabia, alla Fenicia. Egli comunicò all’uomo la conoscenza della natura del suo creatore e della pura, primitiva, religione. La peculiare e distintiva eccellenza del primo uomo, come pure la sua reale essenza, consistevano nella sua somiglianza a Dio. Egli impresse la propria immagine nell’anima dell’uomo. Quell’immagine è stata, nel cuore di ogni uomo e dell’umanità in generale, grandemente alterata, indebolita, snaturata, ma i suoi originali caratteri, ormai quasi cancellati, si possono trovare in tutti i più antichi poemi orientali; e quanto alla reale immagine, ogni mente che sia in grado di riflettere la troverà scrutando la sua anima.

Sebbene, per la sempre crescente degenerazione dell’umanità, questa parola primordiale di rivelazione sia stata snaturata da vari errori, coperta e oscurata da menzogne e sfigurata oltre ogni immaginazione, ancora sarebbe possibile ad una profonda verifica trovare nel paganesimo molte fondamentali vestigia della primitiva verità. Il vecchio paganesimo infatti aveva sempre una base di verità; e se noi potessimo separare quella pura intuizione della natura e dei suoi simboli, che ne costituiva il substrato, dal cumulo di errori e dalle aggiunte spurie, dietro quei primi geroglifici, che rappresentavano l’istintiva scienza degli uomini primordiali, apparirebbe la verità della reale conoscenza della natura, un’immagine di libera, pura, completa, perfetta filosofia di vita.

Il contrasto cha da allora dura, ed eterno durerà, tra la volontà divina e quella naturale nell’anima dell’uomo, ebbe inizio immediatamente dopo la creazione. Caino uccise suo fratello Abele e fuggì ramingo a popolare regioni lontane con una razza empia, dimentica e ostile al vero Dio. Gli altri discendenti del comune Padre si unirono con le donne della stirpe di Caino: e tutte le nazioni conservarono il ricordo di quella scissione della razza umana in giusti ed empi, nelle loro distorte e confuse leggende delle guerre tra gli Dei, i Giganti e i Titani. Allorché, in epoca posteriore, si verificò una ulteriore scissione, la sola stirpe di Seth conservò la religione e la scienza primitive, e le trasmise alla posterità negli antichi simboli e caratteri, su monumenti di pietra; e molti popoli conservarono nelle loro leggende la menzione delle colonne di Enoch e di Seth. Poi il mondo declinò dalla sua originale condizione di felicità verso l’idolatria e la barbarie, ma tutti i popoli conservarono memoria di quell’antico stato; e i poeti, soli storici di quei tempi, commemorarono la successione dell’età dell’oro, argento, bronzo e ferro.

In seguito l’interiore e divina parola, originariamente comunicata da Dio all’uomo, divenne oscura, e la connessione uomo-Dio fu spezzata, ed anche il linguaggio esteriore divenne necessariamente disordinato e confuso. La semplice divina verità fu ricoperta di varie sovrastrutture, celate da simboli fittizi, e infine pervertitesi in orrendi fantasmi. E, come il progredire dell’idolatria richiede, accadde che ciò che era da principio adorato come simbolo di un principio superiore, si confuse gradatamente e venne infine a identificarsi con l’oggetto stesso, e come tale fu venerato, e quest’errore portò ancora a forme di idolatria sempre più scandalose. I popoli antichi ricevettero molto della primordiale fonte di sacra tradizione; ma l’arroganza e l’orgoglio, che sembrano essere parte essenziale della natura umana, portarono ciascuno a presentare le reliquie frammentarie dell’originale verità come peculiare proprio possesso, esagerando così ciascuno il proprio valore e la propria importanza, assumendosi il ruolo di favoriti di Dio, da Lui scelti a popolo eletto, da Lui fatti edotti della sacra verità. Per fare di questi frammenti di verità propria esclusiva prerogativa, li riprodussero sotto forme particolari, celandoli con simboli, ricorrendo ad allegorie e inventando leggende. Così, invece di preservare nella sua primitiva e pura semplicità, la rivelazione, rivestirono la nuda verità di poetica bellezza, in modo che il tutto ha finito per assumere un aspetto fiabesco, finché almeno non si riesca, con una rigorosa e severa indagine, a scoprire la verità che la leggenda cela.

Solo col popolo cinese, patriarcale, semplice, isolato, l’idolatria non fece che piccoli progressi. Essi inventarono la scrittura dopo tre generazioni dal diluvio, e conservarono molto della primitiva rivelazione nelle loro tradizioni; ricorsero meno di altri popoli alle leggende per coprire la verità originale. Erano tra i più vicini alle fonti della sacra tradizione e molti passi dei loro più antichi scritti contengono notevoli elementi di eterna verità e molte parti della Parola rivelata, eredità di un pensiero ad essa preesistente. Ma tra gli altri popoli di quell’età, un fanatismo irrefrenabile e una sensuale idolatria presto caratterizzarono l’adorazione dell’Onnipotente, e posero in disparte, o snaturarono, la pura fede in un eterno Spirito increato. Le grandi forze e gli elementi della natura ricevettero adorazione quasi divina.

Gli animali che rappresentavano le costellazioni, dapprima riguardati come puri simboli, vennero poi venerati come dei; i cieli, la terra, i fenomeni della natura furono personificati; e personaggi mitici inventati per giustificare l’invenzione delle scienze e delle arti; gli stessi principi del bene e del male, personificati, divennero oggetto di venerazione; ma attraverso questi veli, ancora splendevano le lucenti tracce dell’antica rivelazione.

Familiarizzandosi con i primi scritti orientali, ci si rende conto sempre più che è molto probabile che essi derivino tutti da una stessa fonte. I declivi orientali e meridionali del Paropismus o Xlindukusch sembrano esser stati abitati da razze iraniane, con uguali abitudini, lingue, religioni. Le prime divinità indiane e persiane sono simboli di luci celesti. Le religioni di questi popoli erano all’inizio culto della natura, specie nelle sue manifestazioni di fuoco e di luce: le coincidenze sono troppo marcate per essere accidentali. Deva, Dio, è derivato dalla radice div, splendere. Indra, come Ormuz o Ahura Mazda, è il cielo stellato; Sura o Surya, il Celeste, uno dei nomi del Sole, viene riecheggiato dalle parole Zend: “Huare”, il Sole, da cui derivano anche Khur e Korshid, o Corasch. Uschas e Mitra erano per i Medi ciò che erano le divinità Zend e gli Amschaspand o “immortali esseri celesti” dello Zend-Avesta, cioè incarnazioni delle sette Stelle-Dio Vediche, le stelle dell’Orsa. Lo Zend-Avesta, come il Buddismo, rappresentò un’innovazione al confronto delle religioni precedenti; e fra i Parsee e i Bramini possono essere trovate tracce di uno scisma, oltre che parziali coincidenze. L’originale adorazione della natura, in cui erano combinate le concezioni di una Presenza universale e di un Principio attivo, si sviluppò poi per diverse vie, dovute anche alla differenza fra i modi di pensare.

I primi pastori del Panjab, chiamato allora la terra dei sette fiumi, alla cui ispirata o infusa saggezza, quella dei Veda, noi dobbiamo le prime espressioni religiose, chiamavano con nomi di esseri viventi gli oggetti della loro adorazione. Primo, in questa scala di dei era Indra, dio del firmamento “blu” o “lucente”, chiamato Devaspiti, padre dei Deva o Forze degli elementi, che era al di fuori del cerchio dei cieli e aveva creato la terra; l’ideale dominio di Varouna “Onnicomprendente” è quasi altrettanto esteso, e include aria, acqua, notte e il vuoto tra il cielo e la terra; Agni, che è presente nel fuoco del sacrificio, sul focolare domestico e nelle luci celesti, è il grande intermediario tra Dio e l’Uomo; Uschas, l’Alba, che guida gli dei al mattino nel loro quotidiano viaggio nel corpo impuro dell’offertorio della natura, di cui il sacerdote officiante può solo comporre una simbolica imitazione. Poi vengono i vari dei-Sole: Adityas gli attributi solari, Suria il Celeste, Savitri il progenitore, Pashan il Dispensatore di cibo, Bagha il Dispensatore di Felicità e Mitra l’Amico.

La creazione eseguita dall’Essere Eterno era rappresentata come un matrimonio, essendo la sua prima emanazione la madre universale, che si supponeva potenzialmente coesistente con Lui per l’Eternità o, in linguaggio simbolico, sua “moglie e sorella”.

Le più popolari forme o manifestazioni di Vishnu il Conservatore furono le sue successive avataras, o personificazioni, che mostravano come la Divinità, uscita dall’alone di mistero incomprensibile che circondava la Sua natura, si rivelasse nelle epoche critiche della storia in cui nel mondo, sia fisico sia morale, si produceva un nuovo periodo di prosperità e di ordine. Combattendo il potere del male nelle varie manifestazioni, la Divinità, pur variando aspetto, è sempre la stessa, o che figuri come promotrice di innovazioni economiche e sociali, in epiche vittorie contro i nemici, o in strani fenomeni fisici di cui a volte a fatica troviamo traccia esaminando accuratamente le scritture e studiando le teorie cosmogoniche. Come Rama, l’epico eroe armato di spada, lancia e arco, prototipo di Ercole e Mitra, Vishnu lotta con i Patriarchi ebrei contro le Forze delle Tenebre; come Chrishna-Govinda, il Pastore Divino, messaggero di pace, riempie il mondo di musica e di amore. Sotto le umane spoglie, non cessa mai di essere il Sommo. Egli dice nel Bhagavad-ghita: “Lo stolto, incapace di comprendere il mistero della mia natura divina, mi disprezza in queste forme umane. Invece gli uomini di senno, che racchiudono in sé la luce del Principio divino, mi riconoscono come l’Incorruttibile e il Protoesistente, e mi obbediscono senza esitazione”. E ancora: “Io non sono riconosciuto da tutti come essere concepito dal potere sovrannaturale che è in me; eppure a me sono note tutte le cose passate, presenti e future; io ero prima di Vaivaswata e Menou. Io sono il supremo Dio, creatore del mondo, l’Eterno Poorooscha (Dio-Verbo-Uomo, o Genio del Mondo). E nonostante io sia per mia natura sottratto alle leggi della vita e della morte, e sia Signore di tutto il Creato, pure spesso, poiché la virtù è indebolita e prevalgono il vizio e l’ingiustizia, io mi manifesto e mi rivelo, di età in età, per salvare il giusto, punire il colpevole e sorreggere i vacillanti passi della virtù. Chi mi conosce anche così, quando lasciando la sua spoglia mortale non entrerà in un’altra, perché entrerà in me, e molti che hanno creduto in me fanno già parte di me, purificati dalla virtù della saggezza. Io aiuto chi cammina sulla mia strada”.

Brahma, l’agente creatore, si sacrificò quando, confondendosi con la materia, si identificò con la propria opera; e la sua storia è quella dell’Universo. Così, e benché Signore di tutte le creature (Prajapati), egli partecipava dell’imperfezione e della corruzione di una natura inferiore e, calatosi in forme molteplici e corruttibili, si potrebbe dire, come del dio greco Urano, che si mutilasse e si degradasse. In tal modo Egli combinava due caratteri, l’immortale e il mortale, l’essere e il non essere, il moto e la quiete. Come incarnazione dell’Intelligenza, o Verbo, Egli comunicava all’uomo ciò che Gli era stato rivelato dall’Eterno, perché Egli è l’anima e il corpo della creazione, e dentro di Lui è impressa la divina Parola, in caratteri che ogni spirito cosciente è capace di interpretare.

I principi fondamentali della religione Indù consistevano dunque nella fede nell’esistenza di un solo Dio, nell’immortalità dell’anima e nell’esistenza di uno “stato” futuro di premio o di castigo. I suoi precetti eretici inculcavano la pratica della virtù come necessaria per procurarsi la felicità, anche in questa vita effimera, e le sue dottrine religiose facevano dipendere da tale pratica la felicità nel mondo ultraterreno.

Faceva parte della loro dottrina quest’altra teoria: “Un solo grande e ineffabile Dio è esistito per tutta l’Eternità. Tutto ciò che conosciamo, inclusi noi stessi, non è che una sua emanazione. L’anima, la mente e l’intelletto degli dei e degli uomini, e di tutte le creature intelligenti, sono elementi temporaneamente separati della Sua anima e ad essa, al tempo stabilito, torneranno. Ma la mente degli esseri limitati è piena di una ininterrotta serie di illusioni, che essi confondono con la realtà se non riescono ad attingere alla grande fonte della saggezza. Di queste illusioni, la prima ed essenziale è il sentimento della propria individualità. A causa di essa, l’anima dimentica la propria natura e origine, e il suo destino. Si considera un’entità a sé, non più una scintilla della Divinità, anello di un’infinita catena, una piccola e indispensabile porzione di un grande Tutto”.

 La tendenza a indugiare nell’immaginazione spinse i primi uomini a personificare quelli che essi intendevano quali attributi di Dio, forse allo scopo di presentare le cose in una forma più adatta alla comprensione del popolo di quanto non lo sia l’astratta idea di “ineffabile”, invisibile Dio; di qui l’invenzione di un Brahma, un Vishnu, un Siva.

Ogni creatura dotata di facoltà raziocinanti doveva essere ai loro occhi conscia dell’esistenza di Dio, come Prima Causa; ed essi consideravano non solo prova di follia, ma anche di estrema empietà il cercare di spiegare la natura di quest’Essere, o anche in ogni modo il tentare di assimilarlo a noi.

I filosofi Vedanta e Nyaya riconoscevano i principi dell’unicità del Supremo Essere e dell’immortalità dell’anima. Essi parlano dell’Essere Supremo come di una eterna essenza che pervade lo spazio, fonte di vita e di esistenza. Di tale spirito immanente, universale ed eterno, i Vedanta immaginarono quattro forme; ma poiché essi si riferiscono alla sua natura, sarebbe erroneo attribuire a ciascuna di esse una distinta essenza.

Essi non considerano la creazione istantanea produzione di tutte le cose, ma solo una manifestazione di ciò che eternamente esiste nell’Essere Supremo. I filosofi Nyaya credono che spirito e materia siano eterni; ma non affermano che il mondo sia esistito nella sua attuale forma dall’eternità: ciò che è eterno è la materia prima da cui esso è scaturito quando su di essa operò la Parola dell’Onnipotente, la causa intelligente che produsse le combinazioni e le aggregazioni che portarono all’universo fisico. Sebbene credano che l’anima sia un’emanazione dell’Essere Supremo, pure la distinguono da quell’’Essere, nella sua individuale esistenza.

Verità e Intelligenza sono per loro gli eterni attributi di Dio e non dell’anima individuale, che è suscettibile di conoscenza e ignoranza, di piacere e di pena; perciò Dio e l’anima sono distinti. Anche quando questa ritorna all’Eterno, e riceve la suprema benedizione, indubbiamente non si annulla. Benché unita all’Essere Supremo, non è in Esso assorbita, ma possiede ancora l’astratta natura di definita e visibile esistenza.

“La dissoluzione del mondo – essi affermano – consiste nella distruzione delle forme e qualità visibili delle cose, ma l’essenza materiale rimane, e da essa nuovi mondi sono formati dall’energia creatrice di Dio: e così l’universo è dissolto e rinnovato in una successione senza fine”.

I Jaunas, una setta presente a Mysore e in altri luoghi, affermano che l’antica religione dell’India consisteva nell’adorazione di un Dio, un puro Spirito, indivisibile onnisciente e onnipotente. Questo Dio, preordinato il corso degli eventi e data all’uomo una sufficiente facoltà raziocinante o intelletto, che lo guidi nella sua condotta, lo lascia arbitro del suo destino. Senza il libero arbitrio l’uomo stesso non potrebbe essere ritenuto responsabile della proprie scelte.

Menou, il legislatore Indù, adorava non il Sole visibile, materiale, ma “quella divina e incomparabilmente maggiore luce che – per usare la parole del più venerabile testo delle Scritture indiane – illumina tutto, delizia tutto, da cui tutto procede, a cui tutto tornerà, e che solo può irradiare i nostri intelletti”.

Gli antichi Persiani riecheggiarono sotto molti aspetti gli Indù, nel linguaggio e nelle tradizioni. Le loro conquiste li portarono a contatto con la Cina, ed essi sottomisero anche l’Egitto e la Giudea. Le loro concezioni su Dio e sulla religione rispecchiavano in modo particolare quelle degli ebrei e infatti il popolo di Giuda prese da essi alcune tra le più importanti dottrine; proprio quelle che noi siamo soliti ritenere parte essenziale dell’originale credo ebraico. Essi, come gli Ebrei, parlavano di un Re del Cielo, Padre di Eterna Luce, di un Puro Mondo di Luce, di un’eterna Parola dalla quale tutte le cose vennero create, di sette potenti Spiriti vicini al trono della Luce e dell’Onnipotente, della gloria di queste Luci celesti, dell’origine del male e del Principe delle Tenebre, monarca degli spiriti ribelli, nemici di ogni bene. I Persiani provavano il più forte disprezzo per l’idolatria, e sotto il regno di Cambise seguirono un regolare piano per estirparla. Serse, quando invase la Grecia, ne distrusse i templi, ed eresse are sacre lungo l’intero suo percorso; la loro religione era eminentemente spirituale, e i fuochi e i sacrifici erano solo segni simbolici di una devozione diversa per un più alto potere.

Così la dottrina fondamentale dell’antica religione dell’India e della Persia era all’inizio una semplice adorazione della natura, dei suoi elementi puri e delle sue primarie energie. Tali erano il fuoco sacro e, soprattutto, la luce, l’aria, intesa non come atmosfera, ma quale puro e chiaro etere celeste, il soffio che pervade e anima il respiro della vita. Questa semplice venerazione della natura è forse la più antica, e fu di gran lunga la predominante nel mondo primitivo.

Non si trattava comunque di una deificazione della natura, o di una negazione della sovranità di Dio. Questi elementi puri e queste energie primarie della natura creata offrivano ai primi uomini, ancora in stretta comunicazione con la Divinità, non una somiglianza esteriore, o una fantastica immagine di poetica visione, ma un naturale e vero simbolo del divino potere. Dovunque nelle scritture ebraiche la pura luce o il sacro fuoco figurano come immagini dell’onni-immanente e onniardente potere e onnipresenza della Divinità.

Il Suo respiro era la prima fonte di vita.

“Tutte le cose sono progenie di un solo fuoco. Il Padre le creò tutte e ne affidò la conservazione alla Seconda Mente, che tutti i popoli chiamano il Sommo. La natura coesiste con il potere intellettuale del Padre; infatti è l’Anima che riveste il grande Cielo, dopo il Padre. L’Anima, essendo puro fuoco, grazie al potere del Padre, è immortale ed è dispensatrice di vita e riempie tutti i luoghi del mondo. Il fuoco non poteva esplicare i suoi effetti tangibilmente fin tanto che una volontà non intervenisse a dargli vita. Luce generata dal Padre! Solo il fuoco, creato dal Padre, è capace di comprendere la mente del Padre, e di instillare in tutte le fonti e i principi la capacità di comprendere e di rinnovare sempre un movimento senza fine”. Tale era il linguaggio di Zoroastro, che rappresenta l’antico pensiero Persiano.

Ormuzd dice a Zoroastro, nel Boundehesch: “Io sono colui che regge i cieli coperti di stelle nello spazio etereo; colui che rende questa sfera, una volta immersa nell’oscurità, un profluvio di luce. Per mezzo mio la Terra divenne un pianeta duro e compatto, e su di essa cammina il Signore del mondo. Io sono colui che fa sì che la luce del Sole, della Luna e delle Stelle trapassi le nuvole. Io faccio maturare il grano, il cui seme caduto nella terra cresce di nuovo … Io creai l’uomo, i cui occhi sono luce, la cui vita è respiro. Io posi in lui la scintilla vitale di un potere inestinguibile”.

Tra la vita e la morte, tra lo splendore solare e l’ombra, Mitra è la presente personificazione di quella primordiale Unità da cui tutte le cose sorsero e a cui, attraverso la sua mediazione, tutti i contrari saranno assorbiti. Il suo annuale sacrificio è il rinnovarsi delle cariche dei Magi, un richiamo simbolico di rigenerazione morale e fisica. Egli suscita una nuova corrente di vita per rinvigorire la Natura, così alla fine del mondo egli porterà la pesante eredità dei tempi, davanti a Dio, lasciando quale estremo sacrificio l’Anima della Natura alla sua forma mortale per iniziare una nuova più alta esistenza.

Giamblico (de Mys., VIII, 4) dice: “Gli Egizi sono molto lontani dall’ascrivere tutte le cose a cause fisiche. Essi distinguono infatti il principio vitale e l’intelligenza da ogni essenza materiale, sia nell’uomo che nell’universo. Essi pongono l’intelletto e la ragione come primi e auto-esistenti, e da essi derivano il mondo creato. Come ordinatore del creato essi pongono un demiurgo e riconoscono una forza vitale sia nei cieli che prima dei cieli. Essi pongono il puro Intelletto al di sopra e oltre l’Universo, e un altro essere incorruttibile (la Mente, rivelata al mondo materiale), che pervade l’Universo e si spande in tutte le sue parti e sfere celesti”. L’antica concezione degli Egizi era dunque quella di tutte le filosofie trascendentali, secondo cui esiste una divinità ad un tempo immanente e trascendente, uno Spirito che si manifesta senza mai perdere la sua vitalità.

La saggezza trasmessa dai papiri “canonici” di Ermes è facilmente riconducibile a questa credenza. Per esempio a Tebe si dice che fosse venerato un Essere senza inizio né fine, chiamato Amun, o Amun-Kneh, l’onnimanente Spirito, o Respiro della Natura. Un tale Essere sarebbe stato a capo dei tre ordini di divinità menzionati da Erodoto, ove ad essi si riguardi come un’arbitraria classificazione di esseri simili o uguali, divisi in successive emanazioni, secondo una stima della loro comparativa dignità. Gli otto grandi dei, o prima classe, erano probabilmente manifestazioni dirette della Mente divina, nelle numerose parti e forze dell’Universo.

Negli antichi libri ermetici, come tramanda Giamblico, era costantemente riferita all’Essere Supremo la seguente espressione: “Prima di tutto ciò che attualmente esiste e prima di tutte le cose c’era un Dio, anteriore anche ai primi dei sovrani, uno e immutabile nella maestà della propria Unità; di Lui non possiamo farci alcun concetto. Egli è infatti alla fonte di tutte le cose, e alla base dei pensieri concepiti dall’intelletto; che sono le prime cose ad esistere. E da questo Uno, l’auto-creato Dio originò se stesso e si manifestò. In questo senso Egli è Padre di se stesso, autocreazione. Infatti Egli è insieme inizio, Dio degli Dei, Monade l’Uno, antecedente alla sostanza e all’inizio della sostanza, perché da Lui sono e la sostanzialità e la sostanza. Perciò anch’Egli è chiamato l’inizio delle cose concepite dall’intelletto. Questi dunque sono i più antichi principi di tutte le cose, che Hermes pone davanti agli eterei ed empirei e celestiali dei”.

“Chang-ti, o il Supremo Signore l’Essere – diceva l’antico credo cinese – è il principio di tutto ciò che esiste, e Padre di tutti i viventi. Egli è eterno, immobile, indipendente. Il Suo potere non conosce confini: la Sua vista abbraccia ugualmente Passato, Presente e Futuro, penetrando fin nei più intimi recessi del cuore. Il Cielo e la Terra sono sotto il suo governo: tutti gli eventi, tutti i mutamenti, sono frutto della Sua volontà dispensatrice. Egli è puro, santo, imparziale; la malvagità offende il Suo sguardo; al contrario, Egli guarda compiaciuto alle azioni virtuose dell’uomo. Severo, ma giusto, punisce il vizio in maniera esemplare, anche nei principi e nei sovrani. Spesso abbatte il colpevole per incoronare d’onore l’uomo che cammina secondo il proprio cuore, e che Egli solleva dall’oscurità. Buono, clemente, pietoso, perdona il malvagio dopo il suo pentimento, e le pubbliche calamità e le irregolarità delle stagioni non sono che salutari avvertimenti che la sua paterna bontà dà all’uomo, per indurlo a pentirsi e a ravvedersi”.

Governato dalla ragione più che dall’immaginazione, il popolo cinese non cadde nell’idolatria fino a dopo il tempo di Confucio, due secoli prima della nascita di Cristo; quando la religione di Budda fu portata lì dall’India. Il culto praticato fu a lungo ispirato dalla pura adorazione di Dio, e i fondamenti di quell’ordinamento e di quel credo morale riposavano su una solida, giusta ragione, conforme alle vere idee della Divinità. Essi non avevano falsi dei o idoli e il loro terzo imperatore, Hoam’ti, eresse un Tempio, il primo probabilmente mai eretto al Grande Architetto dell’Universo.

Confucio quindi vietò di raffigurare con immagini o qualunque altra rappresentazione la Divinità. Egli non applicò nessuna idea di personificazione ad essa, ma la considerò come un potere o un principio, che pervade tutta la natura. Perciò i Cinesi designavano la Causa Prima col nome di “Divina Ragione”.

I Giapponesi credevano anch’essi in un Supremo Essere invisibile, che essi chiamavano Amida o Omith, e dicevano che era senza principio e senza fine; che era venuto sulla Terra, dove era rimasto mille anni, diventando il Redentore della specie umana. Dicevano inoltre che Egli giudicava tutti gli uomini, e che il buono vivrà per sempre, mentre il cattivo sarà condannato in eterno.

Gli Arabi non ebbero mai una forma di politeismo né poetico, né religioso, né filosofico. Le loro tradizioni storiche presentano molte analogie con quelle degli Ebrei. La pura fede e l’adorazione della divinità, quale era stata insegnata dai Patriarchi, non appare mai totalmente estinta tra di loro. Perciò l’idolatria non poté guadagnare molti consensi fin quasi al tempo di Maometto, il quale, riconducendosi alla fede primitiva, insegnò la dottrina monoteistica, annunciandosi profeta del vero Dio.

Tra i Greci, discepoli degli Egizi, tutte le più alte idee e le più severe dottrine sulla Divinità furono esposte da Pitagora, Anassagora e Socrate e giunsero alla forma più alta e più composta per merito di Platone.

La conoscenza delle primitive verità giunse a Pitagora da Zoroastro, che a sua volta le aveva ricevute dagli Indiani. I suoi discepoli rifiutavano l’uso dei templi, altari, effigi e irridevano la follia di quei popoli che immaginavano che la Divinità derivasse o avesse qualche affinità con la natura umana. Le cime delle più alte montagne furono i luoghi scelti per i sacrifici. Il Dio Supremo, che riempie il vasto cerchio dei Cieli, era l’oggetto al quale tali preghiere erano indirizzate, secondo la testimonianza di Erodoto. Essi consideravano la Luce non tanto come oggetto di culto, ma piuttosto come il più puro e vivente emblema, prima emanazione dell’eterno Dio.

“Se noi risaliamo – dice il Muller – ai più remoti albori della storia greca, l’idea di un Dio come Essere Supremo ci si presenta come un semplice dato di fatto. Oltre all’adorazione di un Dio, Padre del Cielo, e degli uomini, troviamo in Grecia la contemplazione della Natura”.

Zeus era il Dio degli Dei, chiamato dai Greci “Figlio del Tempo”, a significare che non esisteva alcun Dio prima di Lui, e che Egli era eterno. “Zeus” dice un codice orfico “è l’inizio, Zeus è ciò che sta in mezzo, da Lui tutte le cose sono state create”.

Zeus (Zeus fu, Zeus è, Zeus sarà: o grande Zeus), Egli era Zeus (Zeus, il migliore e il più grande).

I Parsee, tramandando la vecchia religione insegnata da Zadischt, dicono nel loro catechismo: “Noi crediamo in un solo Dio, e in nessuno al di fuori di Lui; Egli creò i Cieli, la Terra, gli Angeli. Il nostro Dio non ha volto, né forma, né colore, né aspetto, né è presente in alcun luogo. Non c’è nessun altro come Lui, né la nostra mente può concepirlo”.

Tra gli Ebrei era fatto divieto di pronunciare la parola Tetragrammaton, o qualche altra parola che ad esso alludeva. Per impedire che tale parola andasse perduta tra i Leviti, il Gran Sacerdote la pronunciava una volta l’anno, nel Tempio, il decimo giorno del mese di Tisri, il giorno della grande festa dell’espiazione. Durante questa cerimonia il popolo ebraico era obbligato a innalzare grandi clamori, affinché la sacra parola non potesse essere udita da alcuno che non ne avesse diritto. Per qualsiasi profano il semplice udirla sarebbe stato come una condanna a morte.

I grandi iniziati Egizi, anteriori nel tempo agli Ebrei, seguivano la stessa pratica riguardo alla parola “Iside”; tale parola era infatti da essi ritenuta sacra e incomunicabile.

Origene dice: “Vi sono nomi che hanno una potenza naturale. Tali sono quelli che usavano i Saggi in Egitto, i Magi in Persia, i Bramini in India. Ciò che è chiamato ‘magico’ non è solo un’azione vana o chimerica, come pretendono Stoici ed Epicurei. I nomi Sabaoth e Adonai non furono coniati a caso, ma appartengono a una misteriosa teologia, che risale fino al Creatore. Da Lui proviene la virtù di tali nomi, quando sono scritti e pronunciati secondo certe regole”.

La parola Indù “Aum” rappresentava i tre poteri combinati nella loro divinità: Brahma, Vishnu e Siva, cioè le forze creatrici, conservatrici, distruttrici.

La parola “Aum”, dice il Ramanuja, rappresenta “l’Essere degli Esseri, Unica Sostanza in tre forme; senza modi, senza qualità, senza passioni: immenso, incomprensibile, infinito, indivisibile, immutabile, incorporeo, irresistibile”.

Erodoto tramanda che gli antichi Pelasgi non costruivano templi, né adoravano idoli, e avevano un sacro nome per la divinità, nome che non era assai antico. Venendo interrogato su quale delle divinità fosse chiamata così, rispose: “Gli iniziati sono tenuti a celare i segreti misteri. Sappiate perciò che è il Gran Dio supremo che regna su tutto”.

Gli Ebrei pensano che il vero nome di Dio sia irrimediabilmente caduto in disuso, non sapendo neppure pronunciarlo. Ritengono che questo e altri misteri saranno rivelati alla venuta del loro Messia. Essi attribuiscono la perdita del nome sacro alla decisione di ricorrere nella trascrizione del nome di Dio ai “punti masoterici” e alla conseguente abolizione delle vocali della parola. E’ detto anche, nel Gemara di Abodah-Zara, che Dio avrebbe permesso che un celebre iniziato ebreo venisse bruciato vivo da un Imperatore Romano, per aver pronunciato la parola sacra contrariamente alle norme della riservatezza tradizionale.

I Giudei temevano che i pagani si impossessassero della parola: perciò nelle Scritture essa figura in caratteri samaritani, anziché ebraici o caldei, affinché i nemici non ne potessero fare improprio uso. Essi infatti attribuivano a quel nome virtù miracolose e affermavano che le sventure dell’Egitto erano state provocate da Mosè, il quale aveva inciso tale nome sul suo bastone. Ogni persona che ne avesse appreso l’esatta pronuncia sarebbe stata capace di ripetere ciò che Mosè aveva operato.

Giuseppe racconta che il nome di Dio era sconosciuto, finché Dio stesso non lo rivelò a Mosè nel deserto. La parola era andata perduta per la malvagità dell’uomo.

Anche i seguaci di Maometto riferiscono una tradizione secondo la quale esiste un nome segreto della Divinità che possiede miracolose proprietà e che il solo mezzo per conoscerlo è quello di farsi iniziare ai misteri dell’Ism-Abla.

Presso tutti i più antichi popoli, la dottrina dell’immortalità dell’anima era riguardata non come una probabile ipotesi, che necessita di laboriose ricerche e profonde argomentazioni per produrre convinzioni della sua verità. Non si creda però che essa costituisse la base per una qualche particolare forma di culto. Era piuttosto una vivente certezza, come il sentimento della propria esistenza e identità, o la sensazione di una cosa reale.

Anche la dottrina della trasmigrazione delle anime, universalmente diffusa tra gli Indù e gli Egizi, riposava sulla base dell’antica religione primitiva e si riconnetteva a un sentimento puramente religioso. Tale dottrina aveva in sé questo nobile elemento di verità: poiché l’uomo aveva vagato nel peccato e si era allontanato da Dio, sarebbero serviti molti sforzi e sarebbe stato necessario affrontare le fatiche di un lungo e penoso pellegrinaggio prima che l’uomo potesse ricongiungersi alla fonte di tutte le perfezioni. Essa si esprimeva anche nella ferma convinzione e positiva certezza che niente di difettoso, impuro o macchiato di colpe terrene, possa mai entrare nella pura regione dei perfetti spiriti, ed essere eternamente unito a Dio, perciò l’anima doveva superare molte difficili prove e conoscere successive e graduali purificazioni prima di raggiungere la meta celeste.

Pitagora diede alla dottrina della trasmigrazione delle anime quello stesso significato che i saggi Egizi le avevano attribuito nei loro Misteri. Perciò egli non insegnò mai tale dottrina nella forma volgare in cui era nota al popolo.

Ierode, uno dei suoi più zelanti e noti seguaci, espressamente dice che chi crede che l’anima dell’uomo, dopo la morte, passerà nel corpo della bestia, per i suoi vizi, o diventerà una pianta, per la stupidità, si inganna di gran lunga e che anzi è assolutamente ignorante circa il mistero dell’immortalità dell’anima, che è immutabile. L’uomo resta sempre uomo, si dice che può diventare Dio o bestia, attraverso la virtù o il vizio, solamente per indicare una sua qualche inclinazione verso tali estremi.

Timeo di Locri, un altro pitagorico, dice che per tenere gli uomini lontani dalle perfide e vili azioni essi erano minacciati con la prospettiva di strane umiliazioni e punizioni, dichiarando sempre che le loro anime sarebbero passate in nuovi corpi, per esempio quella di un rapace nel corpo di un qualche animale feroce, e quella di un sensuale nel corpo di un maiale.

Ed è in tale forma che la dottrina è esposta da Platone nel Fedone. E Lisia dice che dopo che l’anima, finalmente purificata, è ritornata al cielo, non è più soggetta a cambiamenti o a morte, ma gode di un’eterna felicità. Secondo gli Indù, essa si ricongiungeva all’Anima Universale che vivifica ogni cosa.

Anche nelle dottrine del Lamaismo troviamo, sia pure oscurati e velati da leggende, frammenti della primitiva verità. Infatti secondo tale religione, “Vi sarà un giudizio finale davanti a Eslik Khan; i buoni saranno ammessi al Paradiso, i cattivi condannati all’Inferno, che è diviso in otto regioni di fuoco e otto di ghiaccio”.

Il Libro del Nulla (Hsin Hsin Ming)

Iniziazione

La Grande Via non è difficile per coloro che non hanno alcuna preferenza. Quando Amore e Odio sono entrambi assenti ogni cosa diviene chiara e viene svelata. Ma fai la più piccola distinzione, e paradiso e terra saranno infinitamente lontani. Se desideri vedere la verità non parteggiare a favore o contro. La lotta tra ciò che uno vuole e ciò che non vuole è la malattia della mente. 


Quando il profondo significato delle cose non viene compreso la pace essenziale della mente è disturbata senza alcun vantaggio. La via è perfetta come un vasto spazio in cui nulla difetti e nulla sia in eccesso. In realtà, spetta a noi decidere se accettare o rifiutare il fatto che non vediamo la vera natura delle cose. Vivi né nelle trappole delle cose esterne, né nei sentimenti interiori di vuotezza. Sii sereno senza forzare l’attività nell’interezza delle cose e tali erronee convinzioni scompariranno da sole. Quando provi a interrompere l’attività per conseguire la passività il tuo stesso sforzo ti pervade di attività. Fino a che rimani in un estremo o in un altro non conoscerai mai l’Interezza. Coloro che non vivono nella singola Via trascurano sia attività che passività, affermazione e negazione. 

II
Negare la realtà delle cose è non cogliere la loro realtà; asserire la vanità delle cose è non cogliere la loro realtà. Più parli e pensi a ciò, più ti allontani dalla verità. Smetti di parlare e pensare e non ci sarà nulla che non sarai in grado di sapere. 

III 
Il ritorno alle origini serve a trovare il significato, ma basarsi sulle apparenze significa lasciarsi sfuggire la causa. Al momento dell’illuminazione interiore c’è un andare al di là dell’apparenza e della vacuità. I cambiamenti che apparentemente avvengono nel vuoto mondo noi li chiamiamo reali solo a causa della nostra ignoranza. Non cercare la verità; smetti solo di avere opinioni. Non rimanere in una condizione dualistica; evita con cura tale perseguimento. Se vi è una traccia di questo o quello, il giusto e l’errato, la Mente-essenza verrà persa nella confusione. Sebbene tutte le dualità provengano dall’Unico, non avere attaccamento nemmeno ad esso. Quando la mente esiste indisturbata nella Via, niente al mondo può nuocerle, e quando una cosa non può più nuocere essa cessa di esistere nella vecchio modo. Quando non sorgono pensieri discriminatori, la vecchia mente cessa di esistere. 

IV 
Quando gli oggetti del pensiero svaniscono, il soggetto pensante svanisce, poiché quando la mente sparisce, gli oggetti svaniscono. Le cose sono oggetti a causa del soggetto; la mente è tale a causa delle cose. Comprendi la relatività di questi due e la realtà basilare: l’unità della vacuità. In questo Vuoto i due sono indistinguibili e ognuno di essi contiene in sé il mondo intero. Se non fai differenza tra il grezzo e il fine non sarai tentato al pregiudizio e all’opinione.


Vivere nella Grande Via non è né facile né difficile, ma coloro che hanno punti di vista limitati sono timorosi e irresoluti: più essi si affrettano, più lentamente essi vanno, e l’attaccamento non può essere evitato: anche il mostrare attaccamento all’idea dell’illuminazione significa andare fuori strada. Semplicemente lascia che le cose siano così come sono e non vi sarà né andare né venire. Obbedisci alla natura delle cose (la tua stessa natura), e camminerai libero e indisturbato. Quando il pensiero è in catene la verità è nascosta, poiché tutto è confuso ed oscuro e la gravosa pratica del giudizio porta molestia e stanchezza. Quali benefici possono derivare dalle distinzioni e separazioni? Se vuoi andare nell’Unica Via non disdegnare neppure il mondo delle sensazioni e delle idee. In verità, accettare pienamente essi è identico alla vera Illuminazione. L’uomo saggio non si sforza per il raggiungimento di alcun fine, ma lo stolto si ostacola da solo. Esiste un solo Dharma, verità, legge, non molti; le distinzioni nascono dal bisogno di attaccamento degli ignoranti. Identificare la Mente con la mente discriminante è il più grande errore di tutti. 

VI 
Calma e inquietudine derivano dall’illusione; con l’illuminazione non vi è ciò che si preferisce e cio che è sgradito. Tutte le dualità provengono da deduzioni inconsapevoli. Esse sono come sogni di fiori nell’aria; è sciocco cercare di afferrarli. Guadagno e perdita, giusto e sbagliato: questi pensieri devono finalmente essere eliminati immediatamente. Se l’occhio non dorme mai, tutti i sogni cesseranno naturalmente. Se la mente non discrimina, le diecimila cose sono così come sono, di sola essenza. Comprendere il mistero di questa Unica-essenza significa essere liberati da ogni impedimento. Quando tutte le cose sono considerate imparzialmente, l’Auto-essenza è raggiunta. Nessuna comparazione o analogia è possibile stato privo di causa e relazioni. 

VII 
Considera fermo il movimento e l’immobilità nel movimento, ed entrambi gli stati di movimento e di quiete scompariranno. Quando tali dualità cessano di esistere l’Interezza stessa non può esistere. A tale definitiva finalità non può applicarsi nessuna legge o descrizione. Per la mente unificata in accordo con la Via tutte le aspirazioni provenienti dal sé finiscono. Dubbi e indecisioni svaniscono e la vita in pura fede è possibile. Con un solo colpo siamo liberati dalla schiavitù; niente si attacca a noi e noi non tratteniamo niente. Tutto è vuoto, chiaro, auto-illuminante, senza l’uso dell’energia della mente. Qui pensiero, sensazione, conoscenza e immaginazione sono di nessun valore. 

VIII 
In questo mondo di Similitudine non esiste nemmeno il sé o l’altro-dal-sé. Per entrare direttamente in sintonia con questa realtà quando i dubbi sorgono dì semplicemente “Non due.” In questo “non due” niente è separato, niente è escluso. Non importa quando o dove, illuminazione significa penetrare questa verità. E questa verità è al di là dell’estensione o diminuzione del tempo o dello spazio; in essa un singolo pensiero dura diecimila anni. 

IX 
Vacuità qui, Vacuità lì, ma l’universo infinito rimane sempre davanti ai nostri occhi. Infinitamente grande e infinitamente piccolo; nessuna differenza, poiché le definizioni sono scomparse e non si vedono limiti. Così pure circa l’Essere e il non-Essere. Non perdere tempo in dubbi e discussioni che non hanno nulla a che vedere con ciò. Una cosa, tutte le cose: si muovono e si mescolano, senza distinzione. Vivere in questa realizzazione significa essere privi di ansietà circa la non-perfezione. Vivere in tale fede è la strada al non-dualismo, poiché il non-duale è uno con la mente fiduciosa. Parole! La Via è oltre il linguaggio, poiché in essa non c’è 
Nessun ieri 
Nessun domani 
Nessun oggi. 

L’Imperatore Giallo (Liezi)

Iniziazione

Per quindici anni dopo la sua ascesa al trono l’Imperatore Giallo godette del suo potere.
Coltivò ogni piacere dei sensi, cercò la gioia dell’occhio e dell’orecchio, del naso e del palato, finché la sua carne era secca e scura e la sua anima inebetita e smarrita.
Nei quindici anni seguenti si sforzò di porre rimedio al disordine dell’impero, dedicò l’acume della sua vista e del suo udito, tutta la sua intelligenza e la sua forza al compito di governare. Ma la sua carne era secca e scura e la sua anima inebetita e smarrita.
Allora l’Imperatore Giallo sospirò profondamente e disse: “Quanto mi sono sbagliato! È una sciagura curarsi di sé soltanto e una sciagura altrettanto grande governare le miriadi degli esseri.”
Dopo di che rinunciò ai mille artifici, lasciò le camere imperiali, licenziò i propri servitori, sciolse l’orchestra di cembali e tamburi, semplificò la propria cucina. Si ritirò a vivere in un padiglione nel grande cortile del palazzo, concentrando il suo spirito per disciplinare il corpo e per tre mesi si tenne lontano dagli affari di stato.
Un giorno si addormentò e sognò di viaggiare nel paese di Hua Xu. Questo paese si trova a ovest della provincia di Yan nell’estremo ovest, a nord della provincia di Tai nell’estremo nordovest e a non so a quante miriadi di miglia dal Regno di Mezzo. Non ci si può arrivare né in barca, né su un carro, né a piedi, ma solo con lo spirito.
In questo paese non ci sono né maestri né governanti: ogni cosa segue il suo
corso naturale. La gente non ha desideri e tutto accade spontaneamente. Nessuno è attaccato alla vita e detesta la morte, perciò nessuno muore prematuramente. Ignorano l’egoismo e l’ostilità, perciò non amano né odiano. Non si volgono verso le cose né volgono le spalle a esse, non seguono la corrente né la contrastano. Perciò nulla è per loro beneficio o danno. Non c’è nulla che provochi loro risentimento o rimpianto, nulla che
provochi invidia o avversione. Entrano nell’acqua senza annegare e nel fuoco senza bruciarsi. Colpi o frustate non producono loro ferite né dolore; nessun tormento li irrita. Si muovono nell’aria come se camminassero sulla terra, dormono sospesi nel vuoto come se fossero sul proprio letto. Nubi e nebbia non arrestano il loro sguardo, il tuono non assorda il loro udito, la bellezza e la bruttezza non confondono il loro cuore, valli e montagne non
fermano i loro passi, perché essi viaggiano solo con lo spirito.
Risvegliandosi, l’Imperatore Giallo provò una grande felicità e sentì di essersi ritrovato.
Convocò i suoi ministri e disse loro:
“Ho vissuto indisturbato per tre mesi, concentrando il mio spirito per disciplinare il corpo meditando su come prendermi cura di me e governare gli altri, ma non ho trovato il modo.
Mi sono addormentato per la stanchezza e ho fatto questo sogno. Ora so che il Dao non si raggiunge tramite le passioni. Ho capito, ho trovato, ma non posso comunicarvelo.”
Dopo altri ventotto anni, quando l’impero era quasi tanto ben ordinato quanto il paese di Hua Xu, l’Imperatore Giallo salì al cielo. La sua gente lo pianse per oltre duecento anni.

L’UNO (Plotino)

Iniziazione

Tutti gli enti sono enti per l’Uno sia quelli che sono tali in primo grado [le idee], sia quelli che partecipano in qualche modo dell’Essere [i corpi]. Che cosa sarebbero, infatti, se non fossero uno? Poiché nessuno di essi, privato della sua unità, non è più quello. Per esempio: non c’è l’esercito se non è uno, né sono il coro o il gregge, se non sono uno; neppure sono la casa o la nave se non hanno unità, poiché la casa e la nave sono uno e, tolta l’unità, la casa non sarebbe più casa, né la nave più nave. Così le grandezze continue non sarebbero se in esse non fosse presente l’uno: infatti se vengono divise, in quanto perdono l’unità, perdono il loro essere.

Inoltre, anche i corpi delle piante e degli animali, essendo uno ciascuno, se sfuggono all’unità, si dividono in molte parti e perdono l’essere che avevano; e se diventano qualcosa di diverso, anche il nuovo essere esiste in quanto uno. C’è la salute in quanto il corpo si accorda nell’unità; c’è la bellezza quando la natura dell’uno armonizza le parti; c’è la virtù dell’anima quando le sue potenze si fondono in unità e concordia.

La sua infinitezza dipende dal fatto che Egli non è «più di uno» e che non c’è nulla che possa limitare qualcuna delle cose che sono in Lui; proprio perché è Uno, Egli non è né misurabile né numerabile. Egli non trova un limite né in altri né in Se Stesso, poiché se così fosse, sarebbe dualità. Non ha dunque figura, in quanto non ha parti né forma.

Quanto alla sua autosufficienza, nessuno potrà negarne l’unità. Infatti, se fra tutti gli esseri Egli è il più dotato e il più autosufficiente, ne consegue che Egli non ha assolutamente bisogno di nulla. Tutto il molteplice e il non-uno è manchevole perché consta di molti: perciò la sua essenza ha bisogno dell’unità; l’Uno, invece, non ha bisogno di se stesso perché Egli stesso è uno. Ciò che è molteplice ha bisogno di tutte le cose che appartengono al suo essere; e poi, ogni cosa che è in esso esiste insieme con le altre e non sta in se stessa, poiché si mostra bisognosa delle altre; e così, nel singolo come nel tutto, un tale essere è manchevole. Ora, se è vero che deve esserci qualcosa di assolutamente sufficiente a se stesso, questa cosa non può essere altri che l’Uno, il quale è tale da non essere manchevole né rispetto a se stesso né rispetto ad altri.

Di fatto, a Lui non manca nulla né per avere l’essere né per avere il benessere né per possedere il suo fondamento: poiché, essendo causa per le altre cose, Egli non trae ciò che è da queste cose; quanto poi al benessere potrebbe questo trovarsi fuori di Lui? Insomma, per Lui il benessere non è accidentale, ma è Lui stesso. […].

Ma chi è Principio non ha bisogno delle cose che vengono dopo di lui, poiché il principio del Tutto non ha bisogno di questo Tutto. In realtà, ciò che è bisognoso, è bisognoso in quanto tende al suo principio; ma se l’Uno è bisognoso, può cercare evidentemente questo soltanto: di non essere Uno. Sicché Egli avrebbe bisogno del suo distruttore! Ma tutto ciò che noi chiamiamo bisognoso, è bisognoso di bene: ha bisogno cioè di chi lo conservi. Perciò nulla è bene per l’Uno, e quindi non avrà voglia di nessun bene, anzi Egli è Super-Bene, e non è bene per se stesso, ma è bene per gli altri esseri che possono parteciparne. E neppure Egli è pensiero, altrimenti in Lui ci sarebbe alterità. E neppure è movimento, poiché Egli è prima del movimento e prima del pensiero. Infatti, a che cosa dovrebbe pensare? A se stesso? Ma allora, prima del pensiero, dovrebbe essere ignorante e dovrebbe ricorrere al pensiero per conoscersi, Egli che basta a se stesso! Perciò in Lui non ci sarà mai ignoranza, in quanto Egli non conosce né pensa se stesso: poiché l’ignoranza sussiste quando esiste un secondo essere e l’uno ignora l’altro. Ma Colui che è solo non conosce nulla, e nemmeno ha qualcosa da ignorare; invece, essendo uno e con se stesso, non ha bisogno di pensare se stesso.

Dal momento che c’è un’origine [un principio, arché], tutto ne deriva senz’altro, immediatamente; ed è ben detto che non bisogna cercare alcuna causa di tale origine, che è tale nella sua perfezione da fare tutt’uno col fine: essa è insieme origine e fine, è tutt’insieme con se stessa e non ha bisogno di nulla.

L’uno era soltanto la potenza di tutte le cose. Ma che senso ha questa potenza? Certamente non quello in cui si dice che la materia è in potenza, poiché questa, essendo passiva, riceve soltanto; ma così avremmo senz’altro il contrario di «generare».

Il principio (l’Uno) è inesprimibile

Qualora questo indivisibile assoluto dovesse dire (ciò che è) se stesso, dovrebbe in primo luogo dire le cose che è; in tal modo, per essere uno, sarebbe anche molti. Se dicesse «sono questo» e con «questo» intendesse qualcosa di diverso da sé, direbbe il falso; se invece intendesse qualcosa di accidentale, direbbe di essere molti oppure direbbe «sono sono» e «io io».

Forse anche il nome uno non è altro che la negazione del molteplice… Se l’uno, sia come nome che come cosa designata, avesse un senso positivo, esso sarebbe meno chiaro che se non gli si desse alcun nome.

Poiché nulla possiamo dire di lui… dentro i limiti del possibile cerchiamo di dare, così fra noi, un cenno su di lui. Anche quaggiù noi riusciamo a comprendere spesso persino chi tace, da un semplice sguardo.

Appunto perché l’essenza dell’Uno è la generatrice di tutte le cose, essa non è nessuna di esse: perciò essa non è «qualcosa», né è qualità, né quantità, né Intelligenza, né Anima; non «in movimento» e nemmeno «in quiete»; non è «in uno spazio» né «in un tempo»; essa è in sé solitaria, tutta chiusa in se stessa, o meglio, è l’Informe prima di ogni forma, prima del moto e prima della quiete: poiché tali proprietà appartengono all’essere e lo fanno molteplice. Ma, se Egli non è in moto, perché non è nemmeno in quiete? Perché l’una di queste due alternative, o ambedue, aderiscono necessariamente solo all’essere, e poi, ciò che è in quiete è quieto in virtù della quiete ma non si identifica con essa: perciò quiete e moto gli aderirebbero solo per accidente, ed Egli non sarebbe più semplice.

Anche quando lo riconosciamo come causa, non vuol dire che noi gli attribuiamo un accidente: questo termine vale soltanto per noi, in quanto noi abbiamo qualcosa da Lui, mentre Egli è sempre in se stesso.

Chi parla esattamente non dovrebbe dire di Lui né «questo» né «quello».

[…] Noi siamo travagliosamente incerti sulle parole che dobbiamo adoperare e parliamo dell’Ineffabile ed escogitiamo dei nomi con il desiderio di denominarlo, come ci è possibile a noi stessi. Forse, anche il nome «Uno» non è altro che la negazione del molteplice. Perciò anche i Pitagorici, fra loro, lo chiamarono simbolicamente Apollo per significare la negazione della molteplicità «a-pollon»: infatti, se l’Uno, sia come nome che come cosa significata, avesse un senso positivo, esso sarebbe meno chiaro che se non gli si desse alcun nome.

Forse il nome «Uno» gli fu dato affinché l’indagatore, cominciando da ciò che significa la massima semplicità, finisse poi col negargli anche questo, pensando che esso, benché scelto felicemente dal suo inventore, non era degno di rivelare quella natura, poiché Colui non può essere compreso né con l’udito né da chi ascolta.

In che maniera dunque, e che cosa dobbiamo pensare del Primo, se Egli resta immobile? Un irradiamento che si diffonde da Lui, da Lui che resta immobile, com’è nel sole la luce che gli splende tutt’intorno; un irradiamento che si rinnova eternamente, mentre Egli resta immobile. Tutti gli esseri, finché sussistono, producono necessariamente dal fondo della loro essenza, intorno a sé e fuori di sé, una certa esistenza […]: il fuoco effonde da sé il suo calore, e la neve non conserva il freddo soltanto dentro  di sé; un’ottima prova di ciò che stiamo dicendo la danno le sostanze odorose, dalle quali, finché sono efficienti, deriva qualcosa tutt’intorno, di cui gode chi gli sta vicino.

L’Intelligenza divina (il mondo delle idee) generata dal principio è infinitamente complessa (al di là della non contraddizione)

E, invero, gli esseri dell’Intelligenza [le idee: essere, moto, quiete ecc.], pur essendo « molti » sono « uno »; e, pur essendo « uno », sono, altresì, « molti » in virtù della loro natura che non ha limiti. E, così, « molti » in « uno »; « uno » in « molti »; e tutti esistono, simultaneamente. Il loro atto, se è riferito all’universale, avviene con tutto il loro essere; ma, anche se è riferito al particolare, avviene pure con tutto il loro essere.

Ecco: l’Essere basta di per sé anche per ogni singolo individuo e serra in sé tutte le anime e tutti gli spiriti. Infatti, Egli è uno  ma d’altro canto è pur infinito: è tutto a un tempo e reca in sé il singolo, distinto, e, nondimeno, non-distinto per via di separazione. In quale altro senso, infatti, l’Essere potrebbe dirsi infinito se non in questo che possiede tutto a un tempo, vale a dire ogni vita ed ogni anima ed ogni spirito? Ognuno di questi esseri, però, non è separato dagli altri per via di barriere; ed ecco perché l’Essere è, altresì, Uno.

Questa molteplicità raccolta insieme – che è appunto il mondo intelligibile – è in vicinanza del Primo; anzi, la ragione afferma che essa esiste necessariamente, se è vero che anche l’esistenza dell’Anima si può dimostrare. Ma questa molteplicità dell’Intelligenza è qualcosa di più importante dell’Anima; e tuttavia, l’Intelligenza non è il Primo poiché non è né unità né semplicità. Soltanto l’Uno è semplice, cioè il principio del tutto.

Concludendo: ciò che è anteriore a quanto v’è di più prezioso nel campo dell’essere, poiché è necessario che ci sia qualcosa prima dell’Intelligenza, la quale vorrebbe essere una ma non lo è ed è appena uniforme – intendo dire che l’Intelligenza ha la forma dell’Uno poiché per lei non c’è frazionamento ma è tutta raccolta in se stessa, senza divisioni e scissioni perché vicina a Lui, subito dopo di Lui, ed osò staccarsi, non so come, dall’Uno! – quella meraviglia, che è anteriore all’Intelligenza è veramente l’Uno.

Lassù [nell’Intelligenza] il Sole è tutti gli astri, e ogni stella è un Sole e tutti gli altri assieme. Eppure ogni cosa è diversa e, insieme, tutte le cose appaiono in essa… Lassù ciascuna cosa nasce dal tutto e, insieme, è singola ed è tutto: appare infatti come una parte, ma a una vista acuta si manifesta come tutto.

L’intelligenza… rimane sempre identica a se stessa, ma rimane una e identica non nella singola parte ma nel tutto, poiché anche ciascuna parte non è una ma si divide a sua volta all’infinito… Poiché (ogni elemento) è tutto identico e tutto diverso, nessun diverso gli può mancare.

È evidente che l’Essere, nella sua totalità, in quanto racchiude in sé tutti gli esseri, è molteplicità in grado superiore ed è perciò diverso dall’uno; e se possiede l’Uno, lo possiede per partecipazione soltanto. L’Essere, poi, possiede anche vita e intelligenza, poiché non è una cosa morta: esso è dunque molteplicità. Se l’Essere fosse soltanto Intelligenza, sarebbe molteplicità anche in questo caso; e lo è a maggior ragione, poiché deve racchiudere in sé le idee; e nemmeno l’idea è unità ma è piuttosto numero, sia la singola idea, sia l’insieme delle idee; e così essa è unitaria come è unitario il cosmo.

L’Uno è dunque assolutamente Primo, ma non sono primi l’Intelligenza, le idee, l’essere: ogni idea infatti implica molti elementi: è un composto ed è perciò una realtà posteriore, poiché quegli elementi, di cui consta, sono, per se stessi, anteriori. […] Dunque, se è il pensante e il pensato, sarà duplice, non semplice, e, per conseguenza, non sarà l’Uno; Essendo dunque così varia, L’Intelligenza è molto lontana dall’essere Uno.

Concludiamo perciò che l’Uno non può essere la Totalità, poiché allora non sarebbe Uno, né Intelligenza; anche in questo caso, infatti, sarebbe «tutti gli esseri»; e nemmeno è l’Essere, poiché l’essere è la Totalità.

Questi, dunque, non è l’Intelligenza, ma è anteriore all’Intelligenza. Poiché l’Intelligenza è «qualcosa» che fa parte degli esseri. Quello, invece, non è «qualcosa», ma è anteriore a qualsiasi cosa; e nemmeno non è essere, poiché l’essere possiede – diciamo così – una forma, la forma dell’essere. Ma l’Uno è privo di forma, privo anche della forma intelligibile.

Per conoscere il principio l’anima (dell’uomo) deve conoscere se stessa

Bisogna credere certamente che alcuni antichi e fortunati filosofi abbiano scoperto la verità. Giova però esaminare chi mai l’abbia veramente raggiunta e in che modo anche noi possiamo riconoscerla.

Se Porfirio non mi interrogasse io non avrei da risolvere problemi e così non avrei da dire nulla che potesse essere scritto.

Eraclito, che ci invita alla ricerca… , ci ha offerto immagini, ma non si è curato di renderci chiaro il suo logos, forse perché bisogna che ciascuno cerchi da sé, come egli stesso aveva trovato cercando.

E su quale argomento potremmo discutere più ampiamente ed esaminare meglio che su questo?… Iniziando questa ricerca, noi obbediamo al precetto del dio che ci comanda di conoscere noi stessi. Se vogliamo cercare e trovare ogni altra cosa, è giusto che ricerchiamo chi è colui che ricerca: desiderando così di cogliere l’amorosa visione delle cose supreme.

La vera conoscenza implica il riconoscimento della propria similitudine o, perfino, identità col principio

E’ necessario che l’occhio si faccia eguale e simile all’oggetto per accostarsi e contemplarlo. L’occhio non vedrebbe mai il sole (helion) se non fosse già simile al sole (helioeides), né l’anima vedrebbe il bello se non fosse bella.

Fu detto giustamente: «pensare (noein) ed essere sono il medesimo» (Parmenide), «la scienza delle cose immateriali è identica al suo oggetto» (Aristotele), e «investigai me stesso» (Eraclito).

[L’anima è quindi scissa in due parti di cui] la parte che conosce, quanto più conosce… diventa una cosa sola con l’oggetto conosciuto. Infatti se rimanessero due, il soggetto sarebbe diverso dall’oggetto, sicché l’uno sarebbe in certo modo accanto all’altro e l’anima non avrebbe ancora superato questa duplicità, come quando ci sono logoi nell’anima che non agiscono.

Poichè la contemplazione procede dalla natura all’anima e dall’anima all’intelligenza e diviene sempre più affine e unita al contemplante, poiché nell’anima virtuosa l’oggetto conosciuto diventa identico al soggetto in quanto essa aspira all’intelligenza, è evidente che nell’intelligenza soggetto e oggetto sono il medesimo, non per affinità, come nelle anime migliori, ma per essenza (ousia), in quanto (= come diceva Parmenide) «essere e pensare (= intendere, noein) sono il medesimo». Il soggetto non differisce dall’oggetto altrimenti dovrà esserci a sua volta qualcos’altro, in cui l’uno non differisca dall’altro.

Uno è divenuto intelligenza quando, abbandonate le altre …cose che gli appartenevano, guarda l’intelligenza, cioè guarda se stesso per mezzo di se stesso. Egli è dunque intelligenza e vede se stesso.

La contemplazione deve essere identica alla realtà contemplata… o non ci sarebbe verità.

Come ciò che è grandezza può pensare ciò che non è grandezza? e col divisibile pensare l’indivisibile?… Non è certamente in compagnia della carne o della materia che si può astrarre il cerchio, il triangolo, la linea, il punto. E’ necessario che l’anima si astragga, in questo caso, dal corpo: essa perciò non può essere corpo. E’ inesteso, io penso, anche il bello e il giusto: perciò è inesteso anche il pensiero di queste cose.

Chi vuol percepire qualcosa dev’essere uno in se stesso e deve cogliere ogni oggetto col medesimo punto. La parte conoscente, quanto più conosce… diventa una cosa sola con l’oggetto conosciuto.

Non si può diventare diversi da ciò che si è.

La conoscenza del Principio implica, dunque, trasformazione di sé, guidata da amore

L’anima, quando si sia infiammata d’amore per lui, si spoglia di qualsiasi forma che possieda, perfino di quella intelligibile… perché chi abbia qualche altro interesse e si dedichi ad esso, non può né guardare a lui, né accordarsi con lui. L’anima, per accoglierlo da solo a solo, non deve avere nulla per sé, né di bene, né di male. Quando l’anima riesca a raggiungerlo ed egli venga a lei, o meglio, le manifesti la sua presenza… allora essa lo vede apparire improvvisamente in sé: nulla c’è ormai tra l’anima e il bene, né essi sono più due ma una cosa sola; e nemmeno potresti distinguerli finché egli è presente; ne sono quaggiù un’immagine gli amanti che desiderano fondersi insieme nel loro amore.

L’amante [… ] ha qualche reminiscenza della bellezza, ma, poiché essa è trascendente, non sa comprenderla, mentre rimane attonito dinanzi al fascino delle bellezze visibili. Bisogna perciò insegnargli a non lasciarsi attrarre da un solo corpo, ma a pensare a tutti i corpi, mostrando che la bellezza è identica in tutti e differente da essi, che essa viene a quelli da altrove e che «si manifesta» di più in esseri differenti «dai corpi» come nelle belle occupazioni e nelle belle leggi – e così lo si avvezza a trovare l’oggetto dell’amore in esseri incorporei – come pure nelle arti, nelle scienze, nelle virtù. Poi bisogna fargli vedere l’unità (del Bello) e insegnargli come si forma; indi salire gradualmente dalle virtù all’Intelligenza e all’Essere; e quindi percorrere la via superiore.

L’anima che si volge verso l’alto è l’intelligenza; quella che si volge verso il basso è il complesso delle sue potenze che variano a seconda della sua discesa… Ma forse quelle che abbiamo chiamato parti inferiori dell’anima sono soltanto una sua immagine.

Ciascuna anima è diversa perché contempla qualcosa di diverso ed è e diventa ciò che contempla. E’ necessario che noi stessi diveniamo intelligenza e facciamo di noi stessi visione.

Ma quando l’anima desidera vedere solo per se stessa e, così contemplando, si raccoglie in unità ed è una perché è una con Lui, non crede di possedere ciò che ricerca perché non è diversa dall’oggetto del suo pensiero. Proprio così deve fare colui che si avvia a filosofare intorno all’Uno. Ora, poiché noi andiamo cercando l’Uno e scrutiamo il Principio di tutte le cose, cioè il Bene e il Primo, non dobbiamo allontanarci dai primi esseri per cadere nelle cose ultime, ma dobbiamo elevarci ai primi svincolandoci dalle cose sensibili che sono le ultime, e da qualunque malizia; proprio perché desiderosi di avvicinarci al Bene, dobbiamo salire al Principio che è immanente in noi e raccoglierci, via dalla molteplicità, nell’unità, per raggiungere la contemplazione del Principio e dell’Uno.

È necessario dunque che l’anima si trasformi in lntelligenza e tutta si affidi e riposi in lei per poter accogliere, pienamente desta, ciò che l’Intelligenza vede e, con questo, per poter contemplare l’Uno senza ricorrere a nessuna sensazione o a cosa che derivi dal senso: è necessario con pura Intelligenza, anzi col principio stesso dell’Intelligenza, contemplare il Purissimo. Ma nel contemplare, non rivolgere al di fuori il tuo pensiero. Egli [l’Uno] infatti non è in un punto qualsiasi, privando gli altri di sé, ma è presente in chi può toccarlo, e in chi non può non è presente. Come non è concesso di pensare qualcosa a chi ne pensa un’altra e ad essa attende, ma non deve sovrapporre nient’altro a ciò che pensa per poter trasformarsi realmente nell’oggetto pensato, così bisogna comportarsi anche qui, poiché non è dato, a chi abbia già nell’anima l’impronta di un’altra cosa, pensare l’Uno, finché questa impronta è operante; anche perché l’anima, mentre è presa e dominata da altre cose, non può accogliere in sé l’impronta dell’oggetto contrario; all’inverso, come si dice della materia, che cioè essa deve essere spoglia di qualsiasi qualità, se vuole accogliere le impronte di tutte le cose, così, in un grado ancor superiore, l’anima dev’essere nuda di forme, se veramente desidera che nulla intervenga a ostacolare la pienezza e la folgorazione in lei da parte della Natura prima [l’Uno].

E’ necessario che chi vuol conoscere che cosa sia l’intelligenza si ponga davanti agli occhi l’anima e dell’anima ciò che è più divino… Anzitutto elimina il corpo dall’uomo, e perciò anche da te stesso; elimina poi anche l’anima che lo plasma e, insieme, la sensibilità, nonché le passioni e le ire e le altre futilità che ci fanno piegare verso ciò che è mortale. Quello che rimane è ciò che noi abbiamo chiamato immagine dell’intelligenza – cioè la dianoia, il ragionamento – … L’anima deve cercare, sillogizzando (= ragionando), di quale natura sia l’intelligenza; l’intelligenza, invece, si intuisce da sé, senza sillogizzare su se stessa.

L’anima deve staccarsi da tutte le cose esteriori, rivolgersi alla sua interiorità, completamente, non piegarsi più verso qualcosa di esterno, ma spegnendo ogni conoscenza, prima attraverso la propria disposizione, poi, di fatto, negli stessi contenuti di pensiero, spegnendo altresì la conoscenza di se stessa, deve abbandonarsi alla contemplazione di lui.

Mi sforzo di ricondurre il divino ch’è in noi al divino che è nel tutto.

Tu eri già tutto, ma poiché qualche cosa ti si è aggiunta in più del tutto, tu sei diventato minore del tutto per questa aggiunta stessa. Tale aggiunta non aveva nulla di positivo (infatti che cosa si potrebbe aggiungere a ciò che è tutto?), era interamente negativa. Chi diventa qualcuno non è più il tutto, gli aggiunge una negazione. E ciò dura finché non si scarti tale negazione. Dunque, il tutto ti sarà presente… Non ha bisogno di venire per essere presente. Se non è presente, è perché tu ti sei allontanato da lui. Allontanarsi, non significa lasciarlo per andare altrove, poiché è lì; ma è voltargli le spalle quando è presente.

Tu sei già arrivato nel Tutto e non indugi più in una sua parte e non dici più di te stesso: «Come sono grande! », ma lasci da parte questa grandezza per diventare «tutto». Eppure eri «tutto» anche prima; ma poiché ti sei aggiunto qualcosa d’altro oltre il Tutto, tu, proprio per questa aggiunta, sei diventato piccolo, poiché l’aggiunta non veniva dal Tutto – al quale non si può aggiungere nulla! – bensì dal non-tutto. Ma se uno s’è fatto qualcuno per mezzo del non essere, egli è non-tutto, e sarà tutto quando avrà eliminato il non-essere.

Tu dunque aumenti te stesso quando getti via le altre cose e il Tutto ti si fa presente quando le hai eliminate; ma a chi resta con le altre cose, esso non si manifesta. Egli però non è venuto per starti vicino, ma sei tu che te ne vai quando Egli non ti è presente.

E se tu te ne sei andato, non sei andato via da Lui – poiché Egli è sempre presente. Chi vuol conoscere la sua natura deve buttare via le cose aggiunte.

Dicendo queste cose, possiamo esser contenti e andarcene? No: l’anima soffre ancora le sue doglie, e ancora di più. Forse è bene che essa finalmente partorisca, dopo essersi slanciata verso lo Stesso (autos) nel momento culminante dei suoi dolori. Ma dobbiamo forse incantarla un’altra volta qualora riusciamo a scoprire un incantesimo per le sue doglie. E forse l’incantesimo potrebbe nascere persino dai ragionamenti fatti finora, se li volessimo ripetere. E quale nuovo incantamento potremo trovare? L’anima, che corre dietro a tutte le verità, anche a quelle di cui soltanto partecipiamo, si eclissa tuttavia quando si esige che  essa parli e pensi logicamente, dal momento che è necessario che il pensiero discorsivo, per poter dire qualcosa, colga i concetti l’uno dopo l’altro: solo così infatti si ha il processo del pensiero. Ma in chi è assolutamente semplice, quale processo è possibile? Nessuno: ma basterà un semplice contatto interiore. Ma durante il contatto – almeno finché avviene – non si avrà affatto né la possibilità, né il bisogno di dire: solo più tardi si potrà ragionarci sopra. Ma in quell’istante bisogna credere di aver visto, quando l’anima coglie, improvvisamente, la luce. Poiché questa luce proviene da lui (autos = Sé), o meglio è lui stesso. In quell’istante bisogna credere che egli sia presente, allorché, come un altro dio, avvicinandosi alla casa di chi lo ha invitato, lo illumini; e se non si avvicina, non lo illumina. È così: un’anima non illuminata è priva di Dio; ma se è illuminata, possiede ciò che cercava. Questo è il vero fine dell’anima: toccare quella luce e contemplarla mediante quella luce stessa, non con la luce di un altro, ma con quella stessa con la quale essa vede. Poiché la luce, dalla quale è illuminata, è la luce stessa che essa deve contemplare. Nemmeno il Sole si vede mediante una luce diversa. Ma come questo può avvenire? Elimina ogni cosa.