Il Libro della Meditazione (Al-Ghazâlî)

Iniziazione

(Kitâb at-tafakkur)

Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole.

Lode a Dio che non ha predeterminato [agli uomini] una direzione né un campo cui pervenire [con la meditazione] sulla Sua Potenza e non ha stabilito un percorso verso il recinto della Sua Grandezza ai gradini che l’immaginazione loro deve salire e al gettito degli strali che la loro mente deve fare, ma ha lasciato confuso e stupefatto il cuore di coloro che cercano nell’impervio deserto della Sua Gloria sicché ogni qualvolta essi fremono per raggiungere il loro scopo sono a forza allontanati dagli splendori della Maestà, ma quando, disperando di raggiungerla, essi vorrebbero allontanarsi, si sentono gridare dai padiglioni della Bellezza: «Perseveranza! Perseveranza!». Poi vien detto loro: «Datevi a riflettere sulla vostra umile condizione di servi; perché voi, se meditaste sulla Maestà del Signore, mai la potreste misurare; e se cercate qualcosa che esorbiti dal prendere in esame le vostre qualità, allora considerate come vi arrivino senza sosta gli uni dopo gli altri le grazie e i benefici di Dio eccelso e rinnovate per ognuno di questi il ricordo di Dio e la gratitudine a Lui. Meditate sull’oceano delle divine predisposizioni, come esso riversi sul mondo bene e male, utilità e danno, difficoltà e facilità, successo e perdita, ripristino e rovina, occultamento e divulgazione, fede e miscredenza, riconoscimento e disconoscimento. Se poi passate dall’esame degli Atti [divini] a quello della [Sua] Essenza, tentate un’impresa nefanda e mettete in pericolo voi stessi, superando il limite dell’umana facoltà col fare cosa oltraggiosa e ingiusta; difatti gli intelletti restano abbagliati prima ancora di essere da Lui illuminati, ricadendo indietro necessariamente, per forza».

Benedizione e copiosa salvezza siano su Muhammad, signore dei figli d’Adamo, anche se egli non reputò gloria la sua signoria, – una benedizione che rimanga per noi come provvigione e tesoro [quando saremo] nei recinti della Risurrezione –, e anche sui suoi Familiari e Compagni, ognuno dei quali fu come luna piena nel cielo della religione e guida per gruppi di Musulmani!

Nella sunnah si trova questa tradizione: «la meditazione (tafakkur) di un’ora è migliore del culto di un anno», e nel Libro di Dio eccelso spesso ricorre l’esortazione a ponderare, considerare, esaminare, riflettere; né s’ignora che la meditazione è la chiave per accedere alle luci, il principio per ottenere il discernimento, la rete [per captare] le scienze e il laccio [per catturare] nozioni e idee. Tuttavia la maggior parte degli uomini, pur avendo conosciuto il merito e il valore della meditazione, hanno ignorato la sua vera natura e i suoi frutti, donde essa prende inizio e dove può arrivare, qual è la sua via e quale ne è il campo, quale il metodo e quale il modo [di compierla] e non si è mai insegnato come, su che cosa e perché si debba meditare né se ciò che si cerca con la meditazione sia voluto per se stesso o per un frutto che se ne ricava: se è per un frutto, qual è questo frutto? riguarda esso le scienze (‘ulùm)o gli stati spirituali (ahwàl)? o le une e gli altri assieme? Mettere in luce tutto questo è importante e noi parleremo prima del merito della meditazione, poi della natura e del frutto di essa, quindi delle vie che il pensiero percorre e dei campi in cui s’aggira, se Iddio eccelso vorrà!

Merito della meditazione

Iddio eccelso in innumerevoli passi del suo Libro prezioso ha comandato di meditare e ponderare, e ha lodato coloro che così fanno, dicendo: [che son] coloro «i quali rammentano il nome santo di Dio, in piedi, seduti o coricati sui fianchi e meditano sulla creazione dei cieli e della terra così: “O Signore! non hai creato tutto questo invano!» (Corano, III, 191).

[‘Abd Allah] ibn ‘Abbâs – si compiaccia Iddio del padre e del figlio! – così racconta: «Avendo alcuni meditato su Dio grande e potente, il Profeta – lo benedica Iddio e lo salvi! – disse loro: “Meditate sulla Sua creazione e non su di Lui, poiché mai potreste rendervi conto della Sua Potenza”».

Si tramanda che il Profeta, recatosi un giorno presso alcuni che stavano meditando, chiese loro: «Perché non parlate?». Risposero: «Stiamo meditando sulla creazione di Dio grande e potente». Ed egli: «Bene! così dovete fare! Meditate sulla Sua creazione, non su di Lui. Ad occidente del vostro paese v’ha una terra bianca la cui luce è il suo biancore e il cui biancore è la sua luce e in essa il cammino del sole è di quaranta giorni: là abitano creature di Dio grande e potente, che nemmeno per un istante hanno a Lui disobbedito». Chiesero: «E quale è la posizione del demonio nei loro riguardi?». Rispose: «Esse non sanno se il demonio sia stato creato o meno». Chiesero ancora: «Appartengono esse ai figli di Adamo?». Il Profeta: «Ignorano se Adamo sia stato creato o meno». Si narra che ‘Atà disse: «Un giorno io e ‘Ubayd ibn ‘Umayr ci recammo da ‘Â’ishah – Iddio si compiaccia di lei! – ed ella ci parlò da dietro una cortina. Disse: «O ‘Ubayd, che cosa ti trattiene dal farci visita?» E quegli: «Le parole dell’Inviato di Dio – lo benedica Egli o lo salvi! –: ‘Visita di rado e sarai più amato’”. Poi Ibn ‘Umayr le chiese: “Narraci la cosa più straordinaria che tu abbia visto dell’Inviato di Dio – lo benedica Egli e lo salvi! –”». Così ‘Atâ’ continuò il suo racconto: «Ella si mise a piangere e disse: “Ogni sua cosa era una meraviglia. In una notte a me riservata egli mi si appressò tanto che la sua pelle toccò la mia, poi disse: ‘Lascia che mi dedichi all’adorazione del mio Signore grande e potente’; andò all’otre e, fatte le abluzioni, si mise a pregare, quindi pianse tanto da bagnarsi la barba, poi si prosternò fino a bagnare la terra; infine si adagiò sul fianco finché non venne Bilâl per invitarlo alla preghiera del mattino e chiese: ‘O Inviato di Dio, che cosa ti fa piangere, avendoti Iddio già perdonato le colpe passate e le susseguenti?’ (cf. Corano,XLVIII, 2). Rispose: ‘Povero Bilâl! che cosa può impedirmi di piangere dal momento che Iddio eccelso questa notte mi ha rivelato: E in verità, nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi del giorno e della notte, vi sono segni per quei che hanno sano intelletto (Corano,III, 190)?’. Quindi soggiunse: ‘Guai a chi reciterà questo versetto senza meditarvi sopra!’”».

Fu chiesto ad al-Awzâ’î: «Qual è lo scopo della meditazione sui versetti del Corano?». Rispose: «Che uno li reciti e li comprenda».

Sull’autorità di Muhammad ibn Wâsi’ si tramanda che un uomo di Basra, recatosi da Umm Dharrdopo la morte di Abû Dharr, la interrogò sulle devozioni di questi ed ella rispose: «Se ne stava durante tutto il giorno in un angolo della casa a meditare».

Di al-Hasan si narra aver egli affermato: «La meditazione (tafakkur) di un’ora è migliore della veglia in devozioni per un’intera notte».

E di al-Fudayl: «La meditazione (fikr) è uno specchio che ti fa vedere le tue azioni buone e cattive».

Fu detto ad Ibràhìm [ibn Adham]: «Tu mediti troppo a lungo su una cosa». Ribatté: «La meditazione (fìkrah) è il midollo dell’azione».

Sufyàn ibn ‘Uyayna citava spesso il verso di un poeta:

«Se in grado di meditare è l’uomo

per lui in ogni cosa vi è allora

un ammaestramento».

Si narra che Tâwûs disse: «Gli Apostoli chiesero a Gesù, figlio di Maria: “O Spirito di Dio, v’ha; oggi sulla terra uno simile a te?”. Rispose: “Sì! colui del quale la parola è menzione del nome di Dio, il silenzio è meditazione e lo sguardo considerazione, costui è simile a me”».

Al-Hasan affermò: «In un uomo, le parole che non sono saggezza sono discorso vano, il silenzio che non è meditazione è distrazione, lo sguardo che non è considerazione è sollazzo».

Riguardo la parola dell’Eccelso: «E stornerò dai Miei segni coloro che s’inorgogliscono sulla terra senza ragione»(Corano,VII, 146), al-Hasan spiegò: «Impedirò alle loro menti di meditare su di Me».

Si tramanda che Abû Sa’îd al-Khudrî raccontò: «All’Inviato di Dio – lo benedica Egli e lo salvi! – che aveva detto: “Date ai vostri occhi la loro parte di adorazione”, fu chiesto: “O Inviato di Dio, qual è essa?”. Rispose: “Riflettere sul Libro, meditarvi sopra e trarre dal suo meraviglioso contenuto insegnamento”».

Di una donna abitante nel deserto nei pressi della Mecca si racconta che affermò: «Se le menti dei timorati di Dio potessero scorgere col pensiero il bene dell’Aldilà loro riservato nei veli dell’Invisibile, in questo mondo non ci sarebbero più per loro momenti sereni né tali da dar loro sollievo».

Luqmân  era solito starsene da solo a lungo seduto ed al patrono che, passandogli accanto, diceva: «O Luqmân, tu persisti a startene in disparte, ma se sedessi in compagnia di altri sarebbe più gradevole per te», rispondeva? «La solitudine prolungata fa comprendere meglio quel che si medita e a sua volta la meditazione prolungata conduce alla via del paradiso».

Wahb ibn Munabbih disse: «Mai un uomo meditò a lungo su una cosa senza acquistarne conoscenza, e mai acquistò conoscenza senza metterla in pratica».

‘Umar ibn ‘Abd al-’Azîz affermò: «Meditare sulle grazie di Dio grande e potente è fra gli atti di culto più meritevoli».

‘Abd Allah ibn al-Mubârak, vedendo un giorno Sahl ibn ‘Alî silenzioso e meditabondo gli chiese: «Dove sei giunto?». Rispose: «Al Ponte (Sirât)».

Bishr asserì: «Se gli uomini meditassero sulla Maestà di Dio grande e potente, non sarebbero a Lui disobbedienti».

Di Ibn ‘Abbâs si narra che disse: «Due rak’ah inserite nel mezzo di una meditazione sono migliori delle devozioni di una notte fatte senza la partecipazione del cuore».

Abû Shurayh, mentre stava camminando, ecco che si sedette, si coprì il viso col mantello e cominciò a piangere; essendogli stato chiesto che cosa lo facesse piangere, rispose: «Ho meditato sul trascorrer della mia vita, la pochezza del mio operato e l’avvicinarsi della mia morte».

Abû Sulaymân disse: «Abituate i vostri occhi al pianto e le vostre menti alla meditazione», e affermò inoltre: «Pensare al mondo è un velame che nasconde l’Aldilà e una punizione per chi è amico di Dio, mentre pensare all’Aldilà genera saggezza e vivifica i cuori».

Hâtim affermò: «Dal considerare le cose deriva un accrescimento di scienza, dal menzionare il Nome di Dio un accrescimento di amore, dal meditare un accrescimento di timore».

Ibn ‘Abbâs disse: «Meditare sul bene invita a farlo e pentirsi del male invita ad abbandonarlo».

Si narra che Iddio eccelso ha detto in uno dei Suoi Libri: «Io non accolgo la parola di un saggio, ma guardo al suo interesse e alla sua affezione: se l’uno e l’altra sono per Me, allora faccio del suo silenzio una meditazione e della sua parola una lode [a Me] anche se egli non abbia parlato».

Al-Hasan affermò: «I dotati d’intelletto col menzionare il nome di Dio han preso l’abitudine di meditare e col meditare han preso l’abitudine di menzionare il nome di Dio fino a che han fatto parlare il loro cuore che ha espresso saggezza».

Ishâq ibn Khalaf raccontò: «Dâwûd at-Tâ’î – Iddio eccelso abbia misericordia di lui! – trovandosi in una notte di luna su di un terrazzo, meditò sul Regno dei cieli e della terra e mentre guardava il cielo, piangeva, finché non cadde nella casa di un vicino». [Ishâq] così continuò il suo racconto: «Allora il padrone di quella casa, credendo trattarsi di un ladro, balzò dal letto, nudo, spada in pugno; ma quando vide Dâwûd, si fece indietro e, riposta la spada, gli chiese: «Chi t’ha gettato dal terrazzo?». Rispose quegli: «Non me ne sono accorto»».

Al-Junayd asserì: «Persone che siedono insieme non conoscono momento più nobile ed elevato di quello cui s’accompagna la riflessione sull’Unicità di Dio, aspirando la brezza soave della conoscenza di Lui, bevendo al calice dell’amore che proviene dal mare dell’Affetto divino e facendo considerazioni con le migliori idee [che si possano avere] di Dio grande e potente». Poi aggiunse: «Oh, che momento! quanto è mirabile! Che bevanda! quant’è deliziosa! Beato chi ne viene fornito!».

Ash-Shâf‘ì – Iddio eccelso abbia misericordia di lui! –: «Per il kalâm,cercate aiuto nel silenzio; per dedurre [nuove norme dalle fonti], cercatelo nella meditazione».

Disse pure: «Fare un buon esame delle cose è un modo per liberarsi dall’errore, prendere una decisione con l’opinione personale è salvarsi dalla negligenza e dal pentimento; ponderare e riflettere rivelano risolutezza e perspicacia, consultare i saggi dà sicurezza all’animo e forza al discernimento. Rifletti dunque prima di decidere, pondera prima di intraprendere e consulta prima di procedere».

Disse inoltre: «Le virtù sono quattro: una è la saggezza, che ha per base la riflessione; la seconda è la continenza, che ha per base la brama; la terza è la fortezza, che ha per base l’ira; la quarta è la giustizia, che ha per base l’equilibrio delle forze dell’anima».

Queste sono le massime dei dotti riguardanti la meditazione: nessuno di essi però s’è mai curato di parlare della sua reale natura e di spiegare come debba compiersi.

Spiegazione della vera natura della meditazione e del frutto che essa dà.

Sappi che meditare (fikr) significa far venire alla mente due cognizioni per derivarne una terza. Per esempio chi predilige la vita transitoria e dà la sua preferenza a questo mondo, se vuole arrivare a comprendere che l’altra vita è più degna di scelta che non la transitoria, ha davanti a sé due vie; la prima consiste nel prestare ascolto ad altri [che gli dicono] essere l’altra vita da preferirsi alla terrena, quindi nel dar loro ragione e ritenerli degni di fede, senza cercar di capire la verità della cosa e inclinando con le azioni a dare preferenza all’altra vita, basandosi sulla sola affermazione di quelle persone: questo si chiama «accettazione passiva» (taqlîd)e non già «conoscenza» (ma‘rifah). La seconda via consiste nel sapere che è da preferirsi la cosa più duratura e sapere inoltre che l’altra vita è più duratura, quindi nel dedurre da queste cognizioni una terza, cioè che l’altra vita è da preferirsi: quest’ultima cognizione non si può ottenere che tramite le due precedenti. Far giungere alla mente le due precedenti cognizioni per arrivare così alla terza si chiama tafakkur (meditare), i‘tibâr (considerare), tadhakkur (richiamare alla mente), nazar (esaminare), ta‘ammul (riflettere), tadabbur (ponderare).

I termini tadabbur, ta‘ammul e tafakkur sono sinonimi esprimenti un unico concetto e non implicanti significati differenti; i termini tadhakkur, i‘tibâr e nazar hanno significati differenti anche se la cosa di cui si parla è di fatto la medesima; si ha un caso analogo negli appellativi: sârim (spada fendente), muhannad (spada indiana), sayf (spada), i quali stanno a indicare una stessa cosa considerata da punti di vista differenti: difatti il termine sârim designa la spada in quanto tagliente, il termine muhannad la designa per il suo rapporto col luogo di produzione, e il termine sayf è un’indicazione generica che non tiene conto delle suddette aggiunte [nel significato]. Allo stesso modo il termine i‘tibâr (considerare) implica l’idea che nella mente si presentano due cognizioni sicché da quelle due si passa ad una terza; se il passaggio (‘ubùr) [alla terza] non avviene ed è possibile fermarsi soltanto alle due cognizioni, allora si adopera il termine tadhakkur (richiamare alla mente) e non i‘tibâr (considerare, che nella prima forma verbale, ha il senso di passare). I termini nazar (esaminare, indagare) e tafakkur (meditare, pensare) implicano poi nei loro significati la ricerca di una terza cognizione; chi non cerca questa terza cognizione non è detto nàzir (persona che esamina). Quindi ogni mutafakkir (persona che medita) è mutadhakkir (persona che richiama alla mente), ma non ogni mutadhakkir è mutafakkir, il vantaggio del ti-dhkàr (richiamare alla mente) è che le cognizioni ritornano alla mente per radicarvisi senza scomparirne più; e il vantaggio del tafakkur (meditare) è che esso accresce la scienza e procura una cognizione che non c’era: questa è la differenza fra tadhakkur e tafakkur. Quando nella mente le cognizioni si raccolgono e si connettono secondo un particolare ordine, danno come frutto un’altra cognizione, e così la cognizione è il prodotto della cognizione; quando essa si ottiene e viene connessa con un’altra ancora, ne vien fuori un altro prodotto: in questo modo si estende [tale] produzione [di conoscenze], si estendono le scienze e il pensiero s’estende indefinitamente. La via per l’accrescimento delle cognizioni viene bloccata solamente dalla morte, oppure dagli ostacoli.

Quanto abbiamo fin qui esposto vale per chi è capace di far fruttificare le scienze e si fa guidare alla via della meditazione; ma gli uomini, per la maggior parte, trovano impedimento ad accrescere le scienze, perché manca loro il capitale costituito dalle cognizioni per mezzo delle quali le scienze sono rese fruttifere; essi sono come chi non ha merce, quindi non può guadagnare o pur possedendo a volte la merce, non conosce bene l’arte del commercio e di conseguenza non guadagna niente. Parimenti avviene che l’uomo abbia in fatto di cognizioni quanto rappresenterebbe il capitale delle scienze, però non sa bene come adoperarle, né connetterle e promuovere l’accoppiamento che porta al frutto. Sapere come farne uso e come ricavarne frutto è cosa che talvolta avviene per una luce divina nel cuore, effetto spontaneo della natura originaria dell’uomo (fìtrah) come è avvenuto per i Profeti – le benedizioni di Dio siano sopra di essi tutti! –, ma ciò è molto raro; talvolta si ha per apprendimento ed esercizio, e questo è il caso più frequente. Può anche avvenire che a chi medita si presentino quelle cognizioni e gliene pervenga il frutto, senza che egli si renda conto di come gli è pervenuto né sia in grado di dare spiegazioni per mancanza d’esercizio nell’arte di esprimersi dando spiegazioni. Quanti uomini ben sanno che l’altra vita è da preferirsi! Ma se venissero interrogati sulla causa di questa loro cognizione, non sarebbero capaci di esporla e spiegarla, sebbene essa non sia che il risultato delle due cognizioni precedenti e cioè quella che la cosa più duratura è da preferirsi e quella che l’altra vita è più duratura della terrena; quindi risulta loro una terza cognizione, che è: l’altra vita è da preferirsi. Insomma l’essenza della meditazione consiste nel richiamare alla mente due cognizioni per arrivare con esse ad una terza.

Il frutto della meditazione poi è costituito dalle scienze (‘ulûm), dagli stati (ahwâl) e dalle azioni (a‘mâl); però frutto specifico di essa è la scienza e non altro. Sì! Quando nel cuore arriva la scienza, lo stato di quello cambia e quando ciò avviene, cambiano le azioni delle membra; quindi l’azione segue lo stato, lo stato segue la scienza, e questa la meditazione, la quale è dunque principio e chiave a tutti i beni.

Ciò che abbiamo fin qui detto ti rivela quanto sia eccellente il tafakkur (meditazione) e come sia migliore del dhikr (ricordare) e del tadhakkur (richiamare alla mente), perché il flikr (pensare) è dhikr con qualcosa in più: a sua volta il dhikr del cuore è migliore dell’azione delle membra, anzi, se quest’azione è nobile, lo è per il dhikr (ricordo del cuore) insito in essa. Dunque la meditazione è migliore del complesso delle opere. Perciò fu detto: «La meditazione di un’ora è migliore del culto di un anno»; e ancora: «È essa che provoca il passaggio dalle cose riprovevoli a quelle da amarsi, dal desiderio e dalla bramosia alla rinuncia e alla temperanza»; inoltre: «È essa che porta ad attestare [l’esistenza] di Dio e a temerLo». Perciò dice l’Eccelso: «[Così Noi rivelammo il Corano…] affinché possa renderli timorati o suscitar in loro un ricordo»(Corano,XX, 113).

Se vuoi capire come la meditazione cambi lo stato (hâl) ti valga ad esempio quanto abbiamo detto a proposito dell’altra vita, giacché meditarvi sopra ci fa sapere che l’altra vita è da preferirsi; quando tale conoscenza si sia radicata come certezza dei nostri cuori, questi cambiano volgendosi al desiderio dell’altra vita e alla rinuncia delle cose terrene. Ciò è appunto quello che intendiamo col termine «stato», poiché prima della conoscenza lo stato del cuore è amore per la vita transitoria ed inclinazione ad essa, avversione e scarso desiderio per l’altra vita; con quella conoscenza lo stato del cuore cambia, e muta [l’oggetto della] sua volontà e del suo desiderio; inoltre il mutamento [dell’oggetto] della volontà dà come frutto quelle azioni delle membra che comportano ripudio delle cose terrene e dedizione alle opere per l’altra vita. A questo proposito sono da distinguere cinque gradi. Primo: il richiamare alla mente (tadhakkur), il quale consiste nel presentar ad essa le due cognizioni. Secondo: il meditare (tafakkur),che consiste nella ricerca della cognizione che da quelle due si vuole [raggiungere]. Terzo: l’ottenere la cognizione richiesta e l’illuminazione del cuore con essa. Quarto: il mutare dello stato del cuore rispetto a quel che era, essendosi ottenuta la luce della cognizione. Quinto: il servizio che le membra rendono al cuore conformemente al nuovo stato che in esso si presenta.

Come la pietra focaia, quando viene battuta sul ferro, sprizza un fuoco che illumina il luogo, quindi l’occhio diviene capace di vedere mentre prima non vedeva e di conseguenza le membra si levano all’azione, così la meditazione (fikr) è l’acciarino che dà la luce della cognizione. Difatti tra le due cognizioni avviene un’unione come quella fra la pietra e il ferro e si stabilisce una particolare connessione fra loro come quando si batte in un determinato modo la pietra sul ferro, e la luce della cognizione sprizza come il fuoco dal ferro. A causa di quella luce il cuore cambia fino ad inclinare verso ciò cui non inclinava prima, allo stesso modo che la [condizione della] facoltà visiva, grazie alla luce del fuoco, cambia permettendo di vedere ciò che non si vedeva; poi le membra si levano all’azione secondo quanto esige lo stato della mente, allo stesso modo che l’incapace di agire a causa dell’oscurità si leva all’azione allorché la sua facoltà visiva percepisce ciò che prima non percepiva.

Frutto della meditazione sono dunque cognizioni e stati; le cognizioni sono senza fine, come innumerevoli sono gli stati che possiamo immaginare avvicendarsi nel cuore. Perciò, se un novizio (murîd) volesse determinare i generi, le vie della meditazione e le cose su cui meditare, non ci riuscirebbe perché le vie della meditazione sono innumerevoli e i suoi frutti non hanno fine. Noi ci sforzeremo di precisare quelle vie in rapporto alle questioni più importanti delle scienze religiose e agli stati che costituiscono le tappe (maqâmât) di quanti percorrono la via mistica (sâlikin): sarà [la nostra] una precisazione sommaria, giacché una minuziosa classificazione richiederebbe che si dessero spiegazioni di tutte le scienze; e questi nostri libri nel loro complesso sono commento ad alcune fra esse, in quanto contengono scienze risultanti da particolari riflessioni. Passiamo a precisare ciò che è comune ad esse tutte per ottenere la conoscenza delle vie della meditazione.

Vie della meditazione

Sappi che la meditazione talvolta si svolge su argomenti connessi con la religione e talvolta su altri ad essa estranei; nostro scopo è parlare solamente degli argomenti che sono in rapporto con la religione, tralasciamo pertanto gli altri. Per «religione» (din) noi intendiamo i rapporti dell’uomo verso il Signore eccelso. Tutti i pensieri dell’uomo riguardano o lui stesso, le sue qualità e i suoi stati oppure riguardano l’Essere da servire, le Sue Qualità e i Suoi Atti: non è possibile che esorbitino dalle suddette due categorie. Per quanto riguarda l’uomo, oggetto dell’esame sono le cose che il Signore eccelso ama o quelle che Egli detesta: non c’è bisogno di meditare su cosa diversa da questi due casi. Per quanto riguarda il Signore eccelso, oggetto dell’esame sono o la Sua Essenza, le Sue Qualità e i Suoi bei Nomi, oppure i Suoi Atti, il Suo Regno, il Suo Reame e tutto quanto esiste nei cieli e sulla terra e quanto v’è fra essi.

Come la meditazione sia riducibile ai suddetti casi ti riuscirà manifesto se prendi a paragone, per lo stato di coloro che s’incamminano verso Dio eccelso e di quelli bramosi d’incontrarLo, lo stato degli innamorati, ad esempio quello dell’innamoramento folle. Diciamo: costui, completamente immerso nella sua passione, non va col pensiero oltre ciò che riguarda la persona amata o se stesso: se medita sulla persona amata lo fa o ripensando alla bellezza e alla leggiadra figura di lei per goderne col pensarla o col richiamarla alla mente o riflettendo sulle gentili e belle azioni di lei che ne dimostrano i costumi e le qualità, affinché ciò moltiplichi in lui la delizia e rafforzi l’amore; se egli medita su se stesso, allora il suo pensiero si sofferma sulle proprie qualità, tanto quelle che lo sminuirebbero agli occhi della persona amata, al fine di spogliarsene, quanto quelle che lo avvicinerebbero a lei e lo renderebbero ad essa più caro, al fine di rivestirsene. Se poi meditasse su qualcosa che esula dai suddetti casi, ciò esorbiterebbe dai limiti della passione e sarebbe una deficienza di questa, perché è passione completa e perfetta quella che assorbe l’innamorato e ne riempie il cuore fino a non lasciarvi spazio per altra cosa. Quindi chi ama Dio eccelso bisogna che sia come [l’innamorato], e il suo esame e la sua meditazione non devono andare al di là dell’Amato: qualsiasi cosa egli mediti, restando nei limiti dei quattro casi suddetti, non sarà assolutamente al di fuori di ciò che l’amore esige.

Prima Categoria

La meditazione sulle qualità e azioni dell’uomo

Cominciamo dalla prima categoria che consiste nella meditazione dell’uomo sulle proprie qualità ed azioni per distinguere quelle che Dio ama da quelle che Egli detesta, ossia la meditazione connessa con la scienza della pratica religiosa (‘ilm al-mu ‘âmalah) che è oggetto di questo libro, mentre l’altra categoria si connette con la scienza dello svelamento intuitivo (‘ilm al-mukâshafah). Tutto quello che è detestato da Dio o a Lui gradito, si divide in «manifesto» – lo sono ad esempio gli atti di obbedienza e quelli di disobbedienza – e in «occulto» – lo sono ad esempio le qualità insite nel cuore che portano alla salvezza o alla perdizione e di cui abbiamo fatto un’esposizione dettagliata nei tomi: Cause di perdizione e Mezzi di salvezza. Gli atti di obbedienza e quelli di disobbedienza si dividono a loro volta, in atti connessi con le sette membra del corpo e atti concernenti il corpo intero, come ad esempio disertare in guerra, disobbedire ai genitori e dimorare in luogo vietato. Per ognuna delle cose detestate [da Dio] l’uomo deve meditare su tre punti: 1) se la cosa è o meno detestata da Dio, giacché talvolta ciò non risulta evidente ma lo si può capire con un esame minuzioso; 2) se è detestata, l’uomo deve studiare quale sia la via per salvaguardarsene; 3) se egli attualmente vi sia soggetto e quindi debba abbandonarla, se vi sarà esposto in avvenire e se ne debba cautelare, o se l’abbia commessa in una situazione del passato e quindi debba porvi riparo. La stessa suddivisione vale per ognuna delle cose gradite a Dio.

Se si assommano i suddetti casi, le vie della meditazione su di essi superano le cento e l’uomo sarà portato a meditare o su tutti o sulla maggior parte di essi. La spiegazione di ciascuno di questi casi sarebbe assai lunga, però la [divisione della] categoria in questione è limitata a quattro specie: gli atti di obbedienza, gli atti di disobbedienza, le qualità che portano a perdizione e quelle che conducono alla salvezza; per ciascuna specie noi proporremo un esempio perché con esso il novizio giudichi gli altri casi, a lui aprendosi la porta della meditazione e allargandosi la via che vi conduce.

Prima Specie: gli atti di disobbedienza

Ogni mattina l’uomo deve passare in rassegna tutte le sette membra [del suo corpo] singolarmente, poi il corpo nel complesso per stabilire se nel momento attuale egli stia commettendo l’atto di disobbedienza e quindi lo lascerà, oppure l’abbia perpetrato in precedenza, quindi lo riparerà lasciandolo o pentendosi, o ancora se dovesse restare ad esso esposto durante il giorno, e quindi si preparerà a salvaguardarsene e a tenersene lontano. Così pure egli farà l’esame [dei vizi] della lingua e affermerà d’essere esposto a fare maldicenza, a dire menzogne, a trovare scuse per se stesso, a deridere, a disputare, a canzonare, a gettarsi in discorsi che non lo riguardano, ecc.; quindi egli stesso come prima cosa riconoscerà che quelle sono azioni deplorevoli agli occhi di Dio eccelso e mediterà sulle attestazioni del Corano e della Sunnah in merito al castigo tremendo per esse inflitto. Poi mediterà su come avviene che egli, nelle sue varie situazioni, è esposto a quelle colpe senza accorgersene; mediterà quindi su come se ne debba salvaguardare e apprenderà che non potrà fare questo che nel ritiro e nella solitudine oppure accompagnandosi a un uomo devoto e timorato di Dio che lo rimproveri ogniqualvolta dica cose detestate da Dio; altrimenti, se starà in compagnia di altra persona [priva di quei requisiti], si ponga una pietra in bocca affinché questo mezzo gli sia di monito. È così che bisogna studiare gli accorgimenti per cautelarsi.

Mediterà egli sull’udito [chiedendosi] se non porga ascolto alla maldicenza, alla menzogna, ai discorsi frivoli, alle parole spassose, alle affermazioni eretiche e se cose del genere egli non le senta che da Zayd e da ‘Amr, bisogna quindi che se ne guardi restando appartato da loro oppure vietando loro quanto è riprovevole. Ad ogni modo, nel caso che la disobbedienza riguardi il suo ventre, mediti egli se, compiendola, disubbidisce a Dio eccelso solo perché mangia e beve eccedendo nella quantità dei cibi leciti – cosa deplorevole agli occhi di Dio e che rinforza gli appetiti, arma del diavolo nemico di Dio – ovvero perché consuma cibi illeciti o sospetti d’illiceità. Esaminerà quindi donde provengono i suoi cibi e i suoi indumenti, donde il suo alloggio e il suo guadagno e la natura di tale guadagno; egli mediterà sulla via da seguire per arrivare al lecito e sulle possibilità di accedervi; poi mediterà sul modo di adoperare gli accorgimenti per trarre profitti da essi e salvaguardarsi dall’illecito. Convincerà se stesso che andranno perduti tutti quanti i suoi atti cultuali se nel contempo mangia cibi illeciti, il consumo di cibo lecito essendo la base di tutti gli atti cultuali, e che Iddio eccelso non accoglie la preghiera di un Suo servo quando nel prezzo pagato per un suo abito ci sia un dirham illecito, come in proposito dichiara la tradizione. Analogamente egli mediterà su [tutte] le membra del suo corpo. Quanto abbiamo detto è sufficiente ad esimerci dall’approfondire la questione. Pertanto, qualunque cosa venga effettivamente a sapere dei casi suddetti con la sua meditazione, il servo di Dio si adopererà con costante vigilanza (murâqabah) tutto il giorno per salvaguardare in essi le sue membra.

Seconda Specie: gli atti di obbedienza

Egli esaminerà dapprima come adempia gli atti di culto obbligatori a lui prescritti (farâ’id) e come li preservi da omissione e negligenza oppure come ripari alla loro omissione con molte opere supererogatorie (nawâfil). Poi egli ritornerà alle membra del suo corpo singolarmente e mediterà sulle azioni gradite a Dio eccelso che a quelle si riferiscono, dicendo per esempio: «L’occhio è stato creato per considerare il Reame dei cieli e della terra [e trarne] ammaestramento, per essere usato [negli atti] di obbedienza a Dio eccelso, per studiare il Libro di Dio e la Sunnah del Suo Inviato. Io posso occupare l’occhio nella lettura del Corano e della Sunnah, perché non lo faccio? Posso guardare con ammirazione il tal dei tali che [a Dio] obbedisce dando così gioia al suo cuore, o guardare con occhio sdegnoso il tal dei tali cattivo musulmano, impedendogli in questo modo di disobbedire a Dio; perché non lo faccio?». Parimenti riguardo all’udito dirà: «Io posso ascoltare le parole di un afflitto o le parole di saggezza e scienza o la recitazione del Corano e la menzione del nome di Dio; perché non dovrei servirmi dell’udito quando Dio me ne ha fatto un beneficio e me lo ha dato in deposito affinché Gli sia grato? Come posso io disconoscere la grazia di Dio insita in esso col non avvalermene e col trascurarlo?». Similmente mediterà sulla lingua e dirà: «Io posso avvicinarmi a Dio eccelso insegnando, ammonendo, ingraziandomi l’affetto dei buoni, informandomi sulle condizioni dei poveri, arrecando gioia al cuore dell’onesto Zayd o del dotto ‘Amr mediante una parola buona, che ogni parola buona è un’elemosina». Parimenti egli mediterà sui suoi beni e dirà: «Io sono in grado di fare elemosina con quel tale mio bene giacché ne posso fare a meno, che qualora ne avessi bisogno, Dio eccelso me ne provvederebbe uno pari; se ora sono bisognoso di qualcosa, lo sono più della ricompensa per il mio altruismo nell’aver dato preferenza a chi ha più di me bisogno di quella ricchezza». Così pure indagherà su ciascuna delle sue membra, sul proprio corpo nel suo complesso e sulle proprie ricchezze, anzi anche sul suo bestiame, i suoi servi ed i suoi figli, giacché tutte queste cose costituiscono gli strumenti e i mezzi di cui egli dispone e con cui può obbedire a Dio eccelso; quindi egli stabilirà con minuziosa riflessione gli atti di obbedienza possibili con quei mezzi e mediterà su quanto può suscitare in lui il desiderio di procedere subito a compiere quegli atti; mediterà sulla sincerità della sua intenzione riguardo ad essi e cercherà le occasioni che a suo giudizio ne possono favorire l’attuazione affinché la sua opera per loro tramite sia pura. Un analogo discorso si faccia per tutti gli altri atti di obbedienza!

Terza Specie: le qualità insite nel cuore che portano alla perdizione

L’uomo le conoscerà basandosi su quanto abbiamo detto nel tomo: Cause di perdizione. Queste sono: il predominio della concupiscenza, dell’ira, dell’avarizia, della superbia, dell’alterigia, dell’ipocrisia, dell’invidia, del giudizio temerario, della negligenza, dell’illusione, ecc. Egli esaminerà i suddetti vizi rispetto al suo cuore e, se ritiene che esso ne è esente, allora mediterà su come egli l’abbia messo sotto esame ricavando dai segni in esso riscontrati testimonianza [dell’assenza di quei vizi], giacché l’anima spontaneamente promette sempre il bene ma infrange la promessa; se l’anima pretende d’essere umile e priva di superbia, bisogna metterla alla prova col portare nel mercato una fascina di legna, così usano fare gli antichi [per conoscere] la propria anima; se pretende d’essere paziente, la si esporrà all’ira altrui, poi la si sottoporrà alla prova di reprimere la collera. Analogo discorso si faccia per i rimanenti vizi, questo essendo un modo di studiare se l’individuo è affetto o meno dalla qualità biasimevole; al riguardo segni ci sono, e noi ne abbiamo parlato nel tomo: Cause di perdizione. Se i segni indicheranno l’esistenza di quel vizio, egli rifletterà sulle cause che rendono cattive in lui le qualità e così sarà manifesto che esse hanno origine dall’ignoranza, dalla negligenza e dalla malvagità della sua intima natura. Così pure, se egli vede in se stesso orgoglio per il proprio operato, mediterà e dirà: «La mia azione non avviene se non con il mio corpo, l’organo [adatto], la capacità e la volontà con cui la compio; tutte queste cose non provengono da me, né a me pervengono se non per creazione di Dio e per un favore che egli mi fa: è Lui che ha creato me e ha creato quell’organo, quella capacità e quella volontà; è Lui che con la Sua potenza ha mosso le mie membra e la mia capacità e volontà.

Come posso dunque inorgoglirmi della mia azione o di me stesso, mentre non sono io a curarmi di me?». Se egli sente in sé la superbia, faccia riconoscere alla sua anima la stupidità insita nella superbia e dica all’anima: «Perché giudichi te così superiore, mentre grande è chi è tale agli occhi di Dio? [Ti] si svelerà se lo sei, dopo la morte. Quanti che sono attualmente miscredenti muoiono ravvicinati a Dio eccelso desistendo dalla miscredenza! E quanti musulmani muoiono infelici, cambiando il loro stato al momento della morte con una cattiva fine!». Una volta riconosciuto che la superbia è causa di perdizione e che la sua radice è la stupidità, [il servo di Dio] mediterà sulla cura che porta alla cessazione di quel vizio e che consiste nel darsi alle azioni di coloro che si fanno umili. Se egli trova in se stesso bramosia e avidità di cibo, mediti sul fatto che questa è caratteristica delle bestie: se nella bramosia del cibo e del rapporto sessuale vi fosse stata una qualche perfezione, essa certamente sarebbe stata, come la scienza e la potenza, una delle qualità di Dio o degli angeli e non sarebbe stata caratteristica delle bestie. Quanto più l’avidità domina sull’uomo, tanto più egli somiglia alle bestie ed è distante dagli Angeli Ravvicinati. Indurrà la sua anima a fare un analogo riconoscimento riguardo all’ira, poi mediterà sul modo della cura; tutto questo noi lo abbiamo esposto nel corso dei libri [contenuti nel tomo qui sopra citato] e chi voglia ampliare la meditazione [in proposito] deve avvalersi di quanto è in essi esposto.

Quarta Specie: le qualità di salvezza

Questa specie comprende il pentimento, il rimorso per le colpe, la sopportazione delle prove, la gratitudine per il favore divino, la paura, la speranza, la rinuncia alle cose terrene, la devozione negli atti di culto, la sincerità negli atti di obbedienza, l’amore per Dio, l’esaltazione di Lui, il compiacimento per i Suoi Atti, il desiderio ardente di Lui, la sottomissione e l’umiliazione davanti a Lui: tutto ciò con i relativi modi e segni, l’abbiamo esposto in questo IV tomo. Mediti dunque il servo di Dio ogni giorno in cuor suo quale delle suddette qualità, che a Dio eccelso avvicinano, gli faccia difetto; ove egli sia sprovvisto di qualcuna di esse, sappia che esse sono state prodotte soltanto da cognizioni e queste a loro volta sono prodotte soltanto da riflessioni. Qualora egli intenda acquistare per la sua anima gli stati del pentimento e del rimorso indaghi come prima cosa sulle proprie colpe, mediti su di esse, le raccolga tutte avanti a sé e le reputi gravi nel suo cuore; poi prenda in considerazione la minaccia e il rigore [della punizione divina] di cui parla la Rivelazione, si convinca che è esposto all’avversione di Dio eccelso fino a che non si desti in lui lo stato del rimorso.

Se vuole suscitare nel suo cuore lo stato di gratitudine, prenda in considerazione quanti benefici e favori Dio gli fa e come per bontà cali un velo sui suoi peccati, secondo quanto abbiamo in parte esposto nel Libro della gratitudine. Perciò lo legga questo libro! Se mira a conseguire lo stato dell’amore e del desiderio ardente per Iddio, mediti sulla Sua Maestà, Bellezza, Grandezza e Gloria, e ciò prendendo in considerazione i prodigi della Sua Sapienza e le meraviglie del Suo Operato, così come noi li indicheremo in parte nella seconda categoria di meditazione.

Se mira ad avere lo stato della paura, consideri in primo luogo i suoi peccati manifesti e occulti, poi consideri la morte con la sua agonia, quindi gli eventi che la seguiranno: l’interrogatorio di Munkar e Nakîr, il tormento della tomba con i suoi serpenti, scorpioni e vermi, poi il terrore dell’Appello quando la tromba squillerà, poi il terrore del Raduno quando tutte le creature si raccoglieranno in un sol luogo elevato, poi la contestazione durante il Rendiconto quando [l’uomo] sarà messo alle strette anche per minime colpe, poi il Ponte sottile ed affilato, poi l’apprensione per il comando che colà sarà dato, che potrà essere di volgersi a sinistra e così sarà nel novero di quelli del Fuoco o di volgersi a destra sicché andrà ad abitare nella stabile Dimora. Quindi richiami alla mente, dopo [aver ricordato] i terrori della Risurrezione, l’immagine della Geenna con i suoi abissi, i bastoni uncinati, gli orrori, le catene, i gioghi, l’[albero dello] Zaqqûm, la fetida bevanda, le varie specie di tormenti, i ripugnanti custodi; e [richiami alla mente] come i dannati, non appena la loro pelle sarà cotta dalla fiamma verrà loro cambiata in un’altra pelle (cf. Corano,IV, 56), come ogni volta che cercheranno di uscire dal Fuoco vi saran ricacciati (cf, Corano,XXXII, 20) e come scorgendo [la Vampa] da lontano la sentiranno infuriare e muggire (cf., Corano,XXV, 12), e così [richiami alla mente] tutto quanto si legge nel Corano là dove si descrive l’Inferno.

Se poi vuole attirare a sé lo stato della speranza, volga la mente al Paradiso, alle sue delizie, ai suoi alberi e fiumi, alle sue hûrî, ai suoi garzoni, al suo gaudio perpetuo e al suo eterno regno.

Tale è la via della meditazione con cui l’uomo ricerca le conoscenze che attirano gli stati lodevoli o liberano dalle qualità biasimevoli. Noi abbiamo assegnato a ciascuno stato un libro singolo per ripartire grazie ad esso la meditazione. Invece per ricordare gli stati nel loro insieme non c’è nulla di più utile che leggere il Corano e meditarvi sopra; il Corano infatti riunisce tutte le tappe e gli stati – in esso v’ha guarigione per le creature (cf. Corano,XVII, 82; ecc.) – e parla di ciò che provoca la paura, la speranza, la sopportazione, la gratitudine, l’amore, il desiderio ardente [di Dio] e i rimanenti stati, come pure dei mezzi per reprimere tutte le qualità biasimevoli. Perciò occorre che l’uomo legga e ripeta di continuo, fosse anche cento volte, il versetto sul quale ha bisogno di meditare, che la lettura di un versetto accompagnata dalla meditazione e dalla comprensione è migliore della lettura dell’intero Corano fatta senza ponderare e comprendere. Si concentri egli su di esso, anche per una notte intera, essendovi in ogni sua parola innumerevoli segreti che non si possono condensare né si possono comprendere se non con l’acuta riflessione che nasce dalla limpidezza del cuore raggiunta in seguito al rapporto sincero [con Dio]. Gli stessi consigli valgono per la lettura delle tradizioni dell’Inviato di Dio – lo benedica Egli e lo salvi! –, giacché a lui furono date «le sintesi delle Parole» (jawâmî al-kalim) ognuna delle quali è un mare di sapienza: se il dotto dovesse meditarvi sopra come si conviene, non ne completerebbe lo studio durante la vita: troppo tempo impiegherebbe per spiegarsi i singoli versetti coranici e le tradizioni. Considera infatti le parole del Profeta: «Lo Spirito di Santità mi insufflò nel cuore: «ama pure chi vuoi, ma certo è che lo lascerai; vivi pure quanto vuoi, ma certamente morrai; fa’ ciò che vuoi, che certamente ne avrai ricompensa»»; queste parole riuniscono la sapienza degli antichi e dei contemporanei e sono sufficienti a quelli che vi riflettono sopra per tutta la vita, giacché, se essi ne comprendessero appieno i loro concetti e questi divenissero dominanti nel loro cuore come certezza, li assorbirebbero completamente e ciò impedirebbe loro del tutto di rivolgersi alle cose terrene.

Questa è la strada che il pensiero deve percorrere studiando le scienze della pratica religiosa (‘ulûm al-mu ‘âmalah)e le qualità degli uomini, gradite o riprovevoli che siano presso Dio eccelso. Il novizio deve occupare il suo tempo in questi pensieri fino a che non abbia riempito il cuore di costumi lodevoli, [non abbia percorso] le nobili stazioni [della Via spirituale] e liberato il suo intimo e il suo [comportamento] esteriore dalle qualità biasimevoli. Sappia però che questo, pur essendo il più eccellente degli atti di culto, non costituisce per lui il termine ultimo della ricerca: colui che in esso è occupato resta lontano dalla meta dei Giusti (as-siddîqûn), la quale consiste nel gaudio che si ottiene meditando sulla Maestà e Bellezza di Dio eccelso e nell’affondare il cuore in esse fino ad essere estinto a se stesso, ossia fino a dimenticare se stesso, i propri stati (ahwâl), i propri gradi di santità (maqâmât)e le proprie qualità. [Ciò] in quanto egli viene assorbito dall’interesse per l’Amato, come avviene all’innamorato folle nel momento dell’incontro con l’amata: costui infatti non si dà ad esaminare i propri stati e le proprie qualità, ma rimane attonito e dimentico di se stesso, [condizione] che costituisce l’estrema delizia degli innamorati.

Quanto abbiamo finora detto riguarda la meditazione avente lo scopo di ricostruire l’interiorità dell’essere affinché sia idoneo alla Prossimità (qurb)di Dio e all’Unione (wisâl) con Lui; se però il novizio spendesse tutta la vita per riformare se stesso, quando si diletterebbe di quella Prossimità? Al-Khawâssper questo scopo s’aggirava nei deserti; al Husayn ibn Mansûr, incontratolo, gli chiese: «Che fai?». Rispose quegli: «M’aggiro nei deserti per risanare il mio stato mediante l’abbandono [in Dio]». E al-Husayn: «Tu perdi la vita a ricostruire il tuo intimo, ma che ne è dell’estinzione nell’Unicità [divina] (al-fanâ ‘fì-t-tawhîd)?». L’estinzione nell’Uno, il Vero, costituisce dunque la meta suprema cui mirano quanti cercano [Dio] e la beatitudine estrema dei Giusti. Lo spogliarsi delle qualità che portano a perdizione, poi, equivale alla ‘iddah [ossia l’uscita dal ritiro legale cui sottostà la donna ripudiata o rimasta vedova prima di passare ad altro matrimonio]; ornarsi delle qualità che salvano e di tutti gli atti di obbedienza equivale alle cose che una sposa fa [prima del matrimonio] per rendersi più gradita quando incontrerà lo sposo; preparazione del corredo, maquillage del viso, pettinatura; ma se la donna trascorre tutta la vita [a constatare] che non è incinta [per poter passare ad altro matrimonio] e nell’abbellirsi il viso, ciò sarebbe per lei d’impedimento all’incontro con l’amato. Alla stessa guisa, se sei di quelli che cercano l’intimità [di Dio] (mujâlasah), bisogna che tu comprenda quale è la via che la religione [addita]; se invece sei come il servo cattivo che si dà da fare soltanto per paura d’essere picchiato o per brama di ricompensa, allora attendi ad affaticare il corpo con le opere esteriori che un velo spesso è tra te e il [tuo] cuore; se compirai tali opere come si conviene, farai parte degli abitanti del Paradiso, ma all’intimità [con Dio] perverranno altri.

Una volta conosciuto il cammino che la meditazione deve seguire nelle scienze della pratica religiosa [per stabilire il rapporto] tra l’uomo e il Signore, devi prendere quel cammino a mo’ di abitudine ed uso, mattina e sera, senza trascurare te stesso, le qualità che ti allontanano da Dio eccelso e gli stati che ti avvicinano a Lui, glorioso ed eccelso. Anzi ogni novizio deve avere un registro in cui segnare tutte le qualità che portano alla perdizione e tutte le qualità che portano alla salvezza e tutti gli atti di disobbedienza e di obbedienza, e deve fare ogni giorno il controllo del suo animo in base ad essi. Per le qualità di perdizione gli basta l’esame in base a dieci di esse, in quanto se da queste è salvo, sarà salvo da tutte le altre; esse sono: l’avarizia, la superbia, l’orgoglio, l’ipocrisia, la collera, l’avidità di cibo, la brama di rapporti sessuali, la cupidigia e l’amore degli onori. Le qualità di salvezza sono anche dieci: il rimorso per i peccati, la sopportazione delle prove, l’accettazione di buon grado del decreto divino, la gratitudine per il beneficio, l’equilibrio tra paura e speranza, la rinuncia alle cose terrene, la sincerità negli atti [di culto], il buon comportamento verso il prossimo, l’amore per Dio eccelso e la piena sottomissione a Lui. Si tratta, dunque, di venti disposizioni [dell’animo]: dieci biasimevoli e dieci lodevoli. Ogni qualvolta il novizio [constata di avere] resistito a una delle qualità biasimevoli, traccerà nel suo registro un frego sul [termine che la designa], e smetterà di meditarvi sopra; ringrazierà Iddio eccelso per aver resistito ad essa e per averne liberato il cuore, e si renderà conto che ciò non sarebbe potuto avverare se non con l’assistenza e l’aiuto di Dio eccelso: difatti, se da Dio egli fosse stato affidato a se stesso, non avrebbe potuto cancellare il minimo difetto dalla sua anima. Passerà quindi alle nove rimanenti qualità biasimevoli, così facendo fino a tracciare un frego su tutte. Allo stesso modo [il novizio] s’imporrà di ornarsi delle qualità che salvano, e quando si sia ornato di una di esse, ad esempio il pentimento o il rimorso, tirerà un frego sul [termine che la designa nel suo registro], occupandosi delle rimanenti. Di questo ha bisogno il novizio diligente!

La maggior parte di quelli considerati pii devono segnare nel loro registro gli atti di disobbedienza manifesti, come: l’aver mangiato cibo sospetto di illiceità; l’aver dato sfogo alla lingua nella maldicenza, nella calunnia, nella contestazione, nell’encomio di se stessi; l’aver ecceduto nell’osteggiare i nemici e nel sostenere gli amici; l’aver blandito gli uomini trascurando di comandare [loro] il bene e di vietare il male. Difatti la maggioranza di coloro che ritengono di appartenere al novero dei pii non è esente da un certo numero di quegli atti di disobbedienza con le membra del corpo; e fintantoché non avranno purificato le membra dalle colpe, non potranno attendere a ricostruire e a riformare il cuore. Anzi, essendo ogni gruppo di uomini dominato da un tipo di disobbedienza, bisogna che la loro ricerca e la loro meditazione siano rivolte a quello e non agli atti di disobbedienza da cui sono esenti. Un esempio ne è il dotto che si astiene da quanto è illecito: costui infatti, nella maggioranza dei casi, non manca di mettersi in mostra con la sua scienza, di cercare fama, di allargare il suo prestigio sia con l’insegnamento sia con la predicazione; ma chi fa questo è esposto ad una grande tentazione dalla quale solamente i Giusti si salvano. Difatti, se le parole di lui sono accolte [dalla gente] e fanno buona impressione nei cuori, egli non va esente da presunzione, boria, vanità, ostentazione: tutte queste sono cause di perdizione. Se al contrario le sue parole vengono respinte, egli non va esente da ira, sdegno e odio verso colui che gliele respinge, e ciò in misura maggiore di quanto non sia la sua ira contro chi respinge le parole altrui; e il diavolo potrebbe ingannarlo dicendogli: «La tua ira dipende dal fatto che quegli ha respinto e rinnegato la verità». Se il dotto trova differenza tra la confutazione delle sue parole e la confutazione [delle parole] di un altro dotto, egli allora sarà un illuso, zimbello del diavolo; poi ogniqualvolta è soddisfatto del gradimento [che le sue parole hanno avuto] ed è felice della lode detestando d’essere confutato o negletto, non va esente da leziosità e artificiosità volte al fine di abbellire il suo modo di esprimersi e di porgere, avido com’è di attirare l’encomio; Iddio però non ama i leziosi. E il diavolo potrebbe di nuovo ingannarlo dicendogli: «La tua brama di far belle le espressioni e di riuscire prezioso ha una sola mira: che la verità si diffonda e faccia buona impressione nei cuori ad esaltazione della religione di Dio». Allora, se la sua gioia per la bellezza delle proprie espressioni e la lode che riceve dalla gente è maggiore di quella che prova quando la gente elogia uno dei suoi colleghi, egli è un ingannato e non fa altro che ronzare intorno agli onori, pur continuando a credere che lo scopo da lui perseguito sia la religione. Ogniqualvolta il suo intimo è pervaso da questa mentalità, se ne ha una manifestazione all’esterno in modo tale che egli mostra più considerazione per chi lo riverisce e crede al suo merito, più letizia e piacere d’incontrarlo di quanto non faccia chi si sdilinquisce in affetto verso un’altra persona, anche se questa sia meritevole d’affetto. Con i dotti talvolta le cose arrivano al punto che essi diventano, come le donne, gelosi l’uno dell’altro ed è di peso all’uno che un suo discepolo frequenti l’altro [maestro] pur sapendo che quegli si gioverà del cambiamento e ne trarrà profitto nella religione. Tutto ciò è conseguenza delle qualità che portano a perdizione, latenti nel segreto del cuore, dalle quali egli, il dotto, forse pensa d’essere salvo mentre invece ne è sedotto come solo quei segni rivelano. Quindi la tentazione del dotto è tremenda ed egli la vince o va in malora, senza poter neppure aspirare alla salvezza che ottiene la gente comune.

Chi avverte in sé questa mentalità, una cosa deve fare: mettersi in ritiro e in isolamento, ricercare l’oscurità e rifiutarsi di emettere pareri legali (fatâwâ) quando ne venga richiesto. All’epoca dei Compagni – si compiaccia Dio di loro! – la moschea serviva a radunare un certo numero di costoro, tutti in grado di emettere pareri legali, ma l’uno affidava all’altro il compito di dare risposta, desiderando chi ne veniva richiesto che altri glielo risparmiasse. Stando così le cose, bisogna che il dotto si guardi dagli uomini che sono demoni, quando dicono: «Non far ciò! che, se si aprisse questa porta, scomparirebbero dal mondo le scienze». Dica loro: «La religione dell’Islam non ha bisogno di me; essa è stata edificata prima di me e resterà così dopo di me; se io morissi, non crollerebbero i pilastri dell’Islam: la religione infatti non ha bisogno di me. Quanto a me, sono uno che non può fare a meno di migliorare il suo cuore». Che fare ciò porterebbe alla sparizione delle scienze è un’idea che è indice di estrema ignoranza. Difatti, se gli uomini venissero chiusi in carcere, messi in ceppi e minacciati di venir dati al fuoco perché cercano la scienza, l’amore del potere e del predominio certamente li porterebbe a spezzare le catene, a distruggere i muri delle fortezze, ad uscirne e ad occuparsi di ricercare la scienza. Così la scienza non si cancellerà finché il diavolo continuerà a suscitare negli uomini l’amore per il potere, ed egli non la smetterà sino al Giorno della Risurrezione; anzi a diffondere la scienza si leveranno altre genti cui non andrà ricompensa nell’Aldilà, avendo detto l’Inviato di Dio – lo benedica Iddio e lo salvi! –: «Certamente Dio sosterrà questa religione mediante gente che non avrà parte [nella vita dell’Oltre] (cf. Corano, III, 77)», e: «Certamente Dio sosterrà questa religione mediante l’uomo perverso». Bisogna che il dotto non si lasci sedurre dalle parole ingannevoli [di quegli uomini] e non attenda a praticare gente per cui nel suo cuore si sviluppa la brama di onori, di lode ed esaltazione, giacché tutto questo è seme di ipocrisia. Il Profeta – lo benedica Iddio e lo salvi! – disse: «L’amore degli onori e delle ricchezze fa nascere l’ipocrisia nel cuore, come l’acqua fa germogliare gli erbaggi». E ancora: «Due lupi feroci, lasciati liberi in un ovile, mai produssero un danno maggiore di quello che la brama degli onori e delle ricchezze causa nella religione del musulmano!». La brama di onori non si può estirpare dal cuore se non con l’appartarsi dalla gente, rifuggendo dal praticarla e abbandonando tutto ciò che accresce la stima di sé nel cuore degli uomini. Attenda il dotto a scoprire le cose [riprovevoli] di queste qualità latenti nel suo cuore e a trovare la via di liberarsene. Questo è il compito del dotto timorato di Dio! Per gente come noi è necessario riflettere su quanto possa rinvigorire la nostra fede nel Giorno del Rendiconto, giacché i musulmani devoti della prima generazione, se ci vedessero, direbbero senz’altro: «Costoro non credono nel Giorno del Rendiconto»; invero le nostre opere non sono quelle di chi crede nel Paradiso e nell’Inferno! Chi infatti teme un qualcosa, ne rifugge e chi spera un qualcosa ne va in cerca. Noi ben sappiamo che si sfugge all’Inferno evitando le cose sospette di illiceità, quelle illecite e gli atti di disobbedienza, eppure ci diamo completamente ad essi; ben sappiamo che la ricerca del Paradiso avviene moltiplicando gli atti di obbedienza supererogatori, eppure trascuriamo gli stessi atti obbligatori, e come frutto di tale conoscenza abbiamo ottenuto solo d’essere imitati nella brama e nell’avidità delle cose mondane: «Se questo fosse biasimevole», si dice, «certamente i dotti l’eviterebbero a maggior diritto e ragione di noi». Magari fossimo come la gente comune! che morendo noi, morirebbero insieme i nostri peccati. Come è grande la tentazione cui siamo esposti! Oh se riflettessimo! Domandiamo a Dio eccelso che renda migliori noi e per mezzo nostro gli altri, col Suo favore inducendoci al pentimento prima di farci morire: Egli è il Generoso, il Gentile con noi, il Benefico verso di noi!

Queste che abbiamo indicate sono le vie che deve percorrere la meditazione dei dotti e dei pii sulla scienza della pratica religiosa; quando ne saranno giunti al termine, cesserà il loro interessamento per se stessi ed essi si eleveranno a meditare sulla Maestà e Grandezza di Dio e a godere della Sua visione con l’occhio del cuore; ma ciò avverrà solamente dopo che si saranno liberati da tutte le cose che portano alla perdizione e avranno fatto proprie tutte le cose che portano alla salvezza. Se un inizio di tale stato dovesse apparire prima, si tratterebbe di cosa anormale, falsa, intorbidita, transitoria e sarebbe debole come il lampo che non è stabile né continuo ma è fugace. [L’uomo] diventerebbe allora come l’innamorato che si apparta con la persona amata ma, avendo egli sotto le vesti serpi e scorpioni che continuamente mordono, il suo piacere nel contemplare [l’amata] viene turbato e non ha altro modo per renderlo perfetto se non cacciando fuori dalle sue vesti scorpioni e serpi. Quelle qualità biasimevoli sono come scorpioni e serpi, nuocciono e turbano; nella tomba il dolore che il loro morso procura supera quello degli scorpioni e delle serpi. Quanto abbiamo fin qui detto è sufficiente a indicare come debba essere fatta dall’uomo la meditazione sulle proprie qualità, da Dio eccelso amate o detestate.

Seconda Categoria

La meditazione sulla maestà, grandezza e gloria di Dio

Essa consta di due tappe (maqâmân): la più elevata è la meditazione sull’Essenza, le Qualità e i significati dei Nomi di Dio e fa parte delle cose proibite, in quanto è stato detto: «Meditate sulle creazione di Dio eccelso, ma non meditate sulla Sua Essenza»; e questo perché le menti vi si confonderebbero, riuscendo a spingere lo sguardo verso di Lui soltanto i Giusti (as-siddîqûn), che però non hanno la capacità di persistere nel guardare. Le rimanenti creature, quando volgono lo sguardo verso la Maestà di Dio eccelso, si trovano nella stessa condizione del pipistrello rispetto alla luce solare: questo animale non la sopporta affatto, anzi si nasconde di giorno e di sera s’aggira brancolando nell’ultima luce solare che cade sulla terra; ma la condizione dei Giusti è simile a quella dell’uomo che guarda il sole: costui può guardarlo, ma non di continuo che, se persistesse a guardarlo, temerebbe per la propria vista, dato che già un’occhiata repentina al sole provoca indebolimento degli occhi e danneggia la vista. Allo stesso modo volgere lo sguardo all’Essenza divina produce stupore, sbigottimento e turbamento nell’intelletto. È dunque giusto non affrontare le vie della meditazione sull’Essenza e sulle Qualità di Dio glorioso, poiché la maggior parte delle menti non vi resistono.

Anche il minimo in quella materia e cioè, usando le parole di un dotto, il concetto che Iddio eccelso è immune da luogo, esente da spazio e lati, non è dentro né fuori del mondo e non è collegato né separato da esso, confuse le menti di molti a tal punto che lo negarono, non essendo riusciti a fissarvi attenzione né a comprenderlo. Anzi alcuni neppure meno di questo furono capaci di capire; infatti, quando fu detto loro che Egli è troppo grande ed elevato per aver capo, piedi, mani, membra e per essere un corpo concreto dotato di dimensioni e volume, negarono tutto ciò e ritennero che [credervi] fosse un attentato alla Grandezza e Maestà di Dio; sicché uno stolto del volgo poté dire: «Ma la vostra è la descrizione di un cocomero indiano e non quella di Dio». Quel disgraziato certo riteneva che la Maestà e la Grandezza consistessero in quelle parti del corpo, ciò perché l’uomo non conosce che se stesso e quindi non considera grande se non se stesso, di conseguenza in tutto ciò che non gli è pari nelle qualità egli non concepisce grandezza. Sì! Il massimo cui può arrivare è presumere se stesso dotato di bella figura, seduto sul suo seggio, con garzoni davanti che ottemperano ai suoi comandi; quindi necessariamente il massimo [cui la sua mente perviene] è presumere tutto ciò riguardo a Dio eccelso e santo per poterne comprendere la grandezza. Aggiungiamo: se la mosca avesse intelletto e le venisse dichiarato: «Il tuo Creatore non ha ali né mano né piede né capacità di volare, certamente contesterebbe tale affermazione esclamando: “Come? Il mio Creatore sarebbe più imperfetto di me? Sarebbe privo di ali o incapace di volare sia pure per poco tempo? Oppure io avrei un organo e una facoltà di cui Egli non ha l’eguale, mentre è Lui che mi ha creato e dato forma?”». La maggioranza degli uomini ragiona pressappoco come la mosca, essendo l’uomo molto ignorante, iniquo, empio (cf. Corano,XXXIII, 72, XIV, 34). Perciò Dio eccelso ispirò ad uno dei Suoi profeti queste parole: «Non informare sulle Mie Qualità i Miei servi, che Mi rinnegherebbero, ma dà loro su di Me le informazioni che possono capire».

Dato che considerare l’Essenza e gli Attributi di Dio eccelso è pericoloso per il motivo suddetto, lo spirito della Legge e il bene delle creature esigono che non si affrontino le vie della meditazione su tale materia. Ma passiamo alla seconda tappa (maqâm), in cui si considerano i Suoi Atti, le vie della Sua predeterminazione, le meraviglie del Suo operare e le cose sorprendenti del Suo comando nella creazione, giacché esse sono prova della Sua Maestà e Grandezza, della Sua Santità e Sublimità e dimostrano la perfezione della Sua Scienza e Sapienza e l’attuazione della Sua Volontà e Potenza. Non potendo noi guardare direttamente alle Qualità di Dio, le si consideri a partire dai loro effetti, allo stesso modo che noi possiamo guardare alla terra ogniqualvolta è illuminata dalla luce solare e quindi dedurre quale cosa grande è la luce del sole rispetto a quella della luna e degli altri astri, essendo la luce in terra effetto di quella solare: la considerazione degli effetti mostra in certo qual modo Colui che li produce, anche se tale considerazione non sostituisce appieno quella che concernerebbe il Producente stesso. Tutti gli esseri di questo mondo sono un effetto della Potenza di Dio eccelso ed una luce della Sua Essenza; anzi, non v’ha tenebra più cupa della non-esistenza, né luce più luminosa dell’esistenza, e l’esistenza di tutte le cose è una luce dell’Essenza di Lui eccelso e santo, poiché la base dell’esistenza delle cose è nell’Essenza di Colui che esiste per Se stesso, così come la base della luce dei corpi è nella luce del sole che illumina di per sé. È consuetudine, ogniqualvolta si voglia scoprire qualcosa del sole predisporre un catino d’acqua per guardarlo in esso e far in modo che ciò sia possibile; l’acqua quindi diventa un mezzo per cui la luce del sole si attenua tanto che lo si possa guardare. Allo stesso modo gli Atti di Dio sono un mezzo con cui contemplare le Qualità dell’Agente senza venire abbagliati dalle luci della Sua Essenza, dopo che ci siamo allontanati da Essa tramite le azioni. Questo è il significato recondito della parola del Profeta: «Meditate sulla creazione di Dio eccelso, non sulla Sua Essenza».

Spiegazione di come si debba meditare sulla creazione di Dio eccelso

Sappi che tutte le cose esistenti al di fuori di Dio eccelso sono atto e creazione di Lui; e ogni pur minima cosa, sia essa sostanza o accidente, qualità o cosa qualificante, contiene meraviglie e portenti donde appaiono la Sapienza, la Potenza, la Maestà e la Grandezza di Dio. Enumerare tutte queste cose è impossibile, perché se il mare fosse inchiostro per scriverle, s’esaurirebbe il mare prima che s’esaurisse il decimo di un decimo di esse (cf. Corano, XVIII, 109); tuttavia noi ne indicheremo alcuni gruppi perché valgano d’esempio per le altre. E diciamo che le cose create si dividono in: quelle di cui in sostanza nulla si conosce e quindi non ci è possibile meditarvi sopra: quante delle cose esistenti non conosciamo! Che Iddio eccelso ha così affermato: «E sta creando ancora cose che voi non sapete» (Corano,XVI, 8), «Sia gloria a Colui che di quel che produce la terra ha creato le specie tutte, e loro stessi, e quel che non sanno!» (Corano,XXXVI, 36) e «Vi creeremo informe ignote, nuovi» (Corano,LVI, 61); quelle che in sostanza si conoscono e di cui [è noto] il gruppo cui appartengono, ma non si è informati con precisione sulla loro suddivisione.

Questa seconda categoria si divide a sua volta in due: cose che percepiamo col senso della vista e cose che non possiamo percepire con la vista. Queste ultime sono ad esempio gli angeli, jinn, i diavoli, il Trono [di Dio], il [Suo] Seggio, ecc.; poiché con esse si entra in un campo di meditazione difficile e oscuro, indirizziamoci verso ciò che è più vicino all’intelligenza (umana), vale a dire, a cose percepibili col senso della vista. Esse sono: i sette cieli e la terra e quello che v’ha tra i cieli e la terra. I cieli sono visibili con le stelle, il sole, la luna, il movimento e la rivoluzione loro col loro sorgere e tramontare; la terra è visibile con i monti, le cavità, i fiumi, i mari, gli animali e le piante in essa contenuti; quello che v’ha tra i cieli e la terra, cioè l’atmosfera, è percepibile tramite le nubi, le piogge, le nevi, i tuoni, i lampi, i fulmini, le stelle cadenti e gli uragani. Queste che abbiamo indicate sono generi di cose esistenti nei cieli, sulla terra e in quel che v’ha tra cieli e terra, che è possibile constatare; ogni genere si divide in specie, ogni specie in sottospecie, ogni sottospecie in classi, senza che la loro divisione e suddivisione abbiano fine, diverse essendo le loro qualità, forme e valori sia esteriori sia interiori. Tutto ciò è campo di meditazione.

Non si sposta, nei cieli e sulla terra, atomo di minerale, pianta, animale, sfera celeste o astro, di cui Iddio eccelso non sia il motore e nel cui movimento non siano uno o dieci o mille segni di sapienza: tutte queste cose attestano l’Unicità (al-wahdâniyyah) di Dio eccelso, provano la Maestà e la Gloria di Dio e costituiscono i segni di Lui. Nel Corano v’ha per l’appunto l’esortazione a meditare su questi segni, avendo l’Eccelso detto: «In verità nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi del giorno e della notte vi sono segni per quei che hanno sano intelletto» (Corano,Ili, 190), e così pure Egli afferma in tutto il Corano, dall’inizio alla fine: «E uno dei Suoi segni è…» (Corano,XXX, 20, 21, ecc.). Spieghiamo ora come si debba meditare su alcuni di tali segni.

I segni di Dio nell’uomo

Tra i segni di Dio v’è l’uomo, creato dalla goccia di sperma; sei tu stesso la cosa più vicina a te e in te sono meraviglie che provano la grandezza di Dio eccelso, tali che una centesima parte di esse esigerebbe per studiarla una intera vita, eppure tu non vi poni mente! Oh, quanto negligente tu sei e quanto ignaro di te stesso! Come puoi aspirare a conoscere gli altri? Eppure Iddio eccelso ti ha comandato nel Suo nobile Libro di riflettere su di te, dicendo: «E dentro voi stessi ancora [son segni]: non li scorgete?»(Corano, LI, 21); Egli ti ha ricordato che sei stato creato da una sozza goccia di sperma, dicendo: «Maledetto l’uomo, quanto pervicacemente è infedele! Da che cosa mai Dio l’ha creato? Da una goccia di sperma lo creò e lo plasmò, poi la via gli spianò, poi lo fa morire e lo seppellisce e, quando vorrà, lo richiamerà alla vita» (Corano,LXXX, 17-22), e inoltre: «E uno dei Suoi segni è che Egli vi ha creato di polvere, ed ecco diventaste uomini sparsi sopra la terra!» (Corano,XXX, 20), «Non fu dunque un tempo una goccia di sperma che goccia? E poi un grumo molle, e Dio lo creò e lo plasmò» (Corano,LXXV, 37-38), «Non vi abbiamo Noi creati da vile acqua che poi abbiamo posto in un ricettacolo sicuro fino ad un termine fisso?» (Corano, LXXVII, 20-22). «Ma non vede l’uomo che Noi lo creammo da una goccia di sperma? Eppure egli Ci è palese avversario» (Corano,XXXVI, 77), e ancora: «In verità Noi creammo l’uomo da una goccia di sperma e di umori mischiati»(Corano,LXXVI, 2). Poi Egli ha detto come abbia fatto della goccia di sperma un grumo di sangue, del grumo di sangue una massa molle e della massa molle ossa, affermando: «Certo Noi creammo l’uomo di finissima argilla, poi ne facemmo una goccia di sperma in ricettacolo sicuro. Poi la goccia di sperma trasformammo in grumo di sangue [e il grumo di sangue trasformammo in massa molle, e la massa molle trasformammo in ossa]» (Corano,XXIII, 12-14). Se la menzione della goccia di sperma si ripete nel Nobile Libro, non è perché se ne senta la parola e si trascuri di meditare sul suo significato. Osservala, ora, quella goccia di sperma! E’ una vile goccia di acqua, che se fosse lasciata per un momento a subire i colpi dell’aria, si corromperebbe ed emanerebbe fetore. [Osserva] come il Signore dei signori l’ha estratta di fra i lombi e le costole (cf. Corano,LXXXVI, 7), e come ha unito maschio e femmina ponendo affezione e amore nei loro cuori, come li ha condotti mediante la catena dell’amore e del desiderio sessuale ad accoppiarsi; come ha estratto dall’uomo la goccia di sperma col movimento del coito e attirato il sangue del mestruo dal fondo delle vene, raccogliendolo nell’utero; poi come ha creato il nascituro dalla goccia di sperma e lo ha abbeverato e nutrito con il liquido mestruale, finché non fosse cresciuto, sviluppato e diventato grande; come ha fatto della goccia di sperma d’un bianco brillante un grumo rosso, quindi una massa molle; come ha diviso le parti della goccia di sperma, omogenee e uguali fra loro, in ossa, nervi, vene, tendini e carne; poi come ha composto dalla carne, dai nervi e dalle vene i membri esterni, facendo tonda la testa e aprendo fenditure per l’udito e la vista, e nel naso, e nella bocca, e gli altri orifizi; come poi ha allungato mani e piedi e diviso le loro estremità in dita, e queste nelle falangi; come poi ha composto gli organi interni: cuore, stomaco, fegato, milza, polmone, utero, vescica, intestini, ognuno con forma e misura specifiche per una funzione specifica; poi come ha diviso ognuno di questi membri in altre parti, per esempio ha composto l’occhio di sette strati avente ciascuno qualità e forma specifiche, tali che se uno degli strati andasse perduto o una delle loro qualità venisse meno, l’occhio cesserebbe di vedere. Se noi volessimo descrivere le meraviglie e i segni [di Dio] che si trovano in queste singole membra, trascorrerebbe tutta la nostra vita.

Osserva ora come Egli ha creato da una goccia di spregevole e tenue sperma le ossa, corpi duri e forti; poi come ha fatto di esse sostegno e appoggio al corpo, poi come ha dato loro misure e forme differenti: piccole, grandi, lunghe, tondeggianti, cave, piene, larghe, esili; poiché l’uomo aveva bisogno di muoversi con tutto il corpo o con alcune membra per andare e venire secondo le sue necessità. Egli non ha fatto delle sue ossa un solo osso, bensì molti, con articolazioni tra loro, tanto che per loro mezzo il movimento divien facile, ed ha predeterminato la forma di ognuno di essi in conformità del movimento voluto; inoltre ha congiunto le loro articolazioni e le ha collegate l’una con l’altra mediante tendini che ha fatto crescere da una delle due estremità dell’osso, facendo aderire un osso all’altro a guisa di legatura; inoltre ha creato in una delle due estremità dell’osso escrescenze emergenti e nell’altra ha scavato cavità rientranti in esso e corrispondenti alla forma delle escrescenze [dell’osso che vi è collegato] perché queste possono penetrare e adattarsi a quelle: così avviene che l’uomo, se vuole muovere una parte del corpo non ne è impedito, ma se non ci fossero le articolazioni sarebbe impossibile muoverla.

Osserva poi come Egli ha creato, collegato e composto le ossa del capo; le ha composte di cinquantacinque ossa diverse per forma e aspetto, quindi ha adattato gli uni agli altri in modo tale che la calotta del capo è sistemata come la vedi: sei ossa sono proprie del cranio, quattordici della mascella, due della mandibola, e le rimanenti sono i denti: alcuni larghi, atti a masticare, altri taglienti, atti a recidere, ossia canini, molari e incisivi; poi ha fatto del collo un sostegno pel capo e lo ha composto di sette vertebre incavate, di forma circolare, capaci di piegarsi, di stendersi e contrarsi, l’una adattandosi all’altra. Andrebbe per le lunghe spiegare come la Sapienza divina vi appaia! Poi Egli ha montato il collo sul dorso ed ha composto [la colonna vertebrale del] dorso, sotto il collo e fino all’estremità dell’osso sacro, di ventiquattro vertebre; l’osso sacro l’ha composto di tre parti diverse di modo che ad esso si congiunge dalla sua parte inferiore l’osso del coccige, anch’esso composto di tre parti; poi ha unito le ossa del dorso con quelle del petto, della spalla, delle mani, del pube, del sacro, dei femori, delle gambe e delle dita dei piedi. Non ci dilungheremo a fare le enumerazioni di tutte queste ossa: il loro totale nel corpo umano è di duecentoquarantotto, senza contare gli ossicini di cui son pieni gli interstizi delle articolazioni. Nota come Egli ha creato tutto ciò da una goccia di spregevole e tenue sperma! Lo scopo per cui abbiamo parlato delle ossa [del corpo umano] non è di farne conoscere l’ammontare, giacché si tratta d’una nozione facile, risaputa da medici e anatomisti, ma è di ottenere che l’uomo consideri Colui che li ha ideati e creati, come li abbia prestabiliti e disposti, abbia fatto distinzione tra le loro forme e misure ed abbia assegnato ad esse il numero particolare [di cui s’è detto]: perché se ad esse avesse aggiunto un osso solo, ciò sarebbe stato un danno per l’uomo, il quale avrebbe avuto bisogno di estrarlo; se, al contrario, ne avesse tolto uno, sarebbe stata questa una deficienza cui l’uomo avrebbe dovuto rimediare. Il medico studia le ossa per conoscere la maniera di rimetterle a posto, mentre gli uomini dotati di discernimento le prendono in considerazione per dimostrare la Maestà di Colui che le ha create e formate. Quanta differenza tra i due modi di considerarle!

Osserva poi come Iddio eccelso ha creato gli organi per il movimento delle ossa, vale a dire i muscoli: nel corpo umano, essi sono cinquecentoventinove e ognuno è composto di carne, nervo, legamento e tegumenti; sono di dimensioni e forme varie a seconda della loro diversa posizione ed in rapporto al bisogno che ne hai; quindi ventiquattro servono a muovere le pupille e le palpebre; se ne mancasse anche uno solo del complesso, il funzionamento dell’occhio sarebbe difettoso; così pure ogni membro ha muscoli in numero e misura specifici. Ma tutto quello che concerne i nervi, le vene, le vene giugulari e le arterie, con il loro numero, punti d’origine e diramazioni è ancora più meraviglioso di tutto ciò che s’è detto, e spiegarlo sarebbe troppo lungo. Il pensiero ha quindi di che spaziare su quelle singole parti [del corpo umano], poi sulle singole membra, poi sul corpo intero; e tutto questo è un guardare alle meraviglie delle membra del corpo umano, ma le meraviglie dei valori e della qualità cui non si perviene tramite i sensi sono cosa di ben maggior conto.

Osserva ora l’esterno e l’interno dell’uomo, il suo corpo e le sue qualità, vi vedrai cose straordinarie e un operato tali da suscitar stupore; e tutto ciò a farlo è Dio, in una goccia di torbida acqua. Nel vedere che Egli ha fatto tutto questo in una goccia di acqua, [ti chiederai] quale è la Sua Opera nel Reame dei cieli e degli astri, quale la Sua Sapienza nelle loro posizioni, forme, dimensioni, numeri, nella congiunzione di alcuni e allontanamento di altri, nella diversità delle loro forme e differenza del loro sorgere e tramontare. Non pensare che una [sola] particella del Reame dei cieli sia disgiunta da uno o più segni di Sapienza [divina]; viceversa i cieli sono per creazione quanto mai elaborati e per fattura quanto mai perfetti raccogliendo in sé più cose meravigliose che non il corpo umano, anzi non si può fare paragone tra tutto ciò che esiste sulla terra e le meraviglie dei cieli. Per questo l’Eccelso ha detto: «Che cosa è stato più difficile a creare, voi o il Cielo che Egli ha edificato? Ne ha innalzato la volta, e l’ha forgiato, la notte sua ha offuscato, e lucida n’ha tratta l’alba»(Corano, LXXIX, 27-29).

Torna ora a considerare la goccia di sperma, rifletti sul suo stato iniziale e su ciò che è diventata dopo, rifletti: se si radunassero jinn e uomini per creare nella goccia di sperma udito o vista o intelletto o potenza o scienza o spirito, oppure per creare in essa osso o vena o nervo o pelle o pelo, sarebbero capaci di far ciò? Anzi, se dopo che Iddio eccelso ha creato tutto ciò e jinn e uomini volessero conoscerne l’intima natura e la struttura, non vi riuscirebbero. Ma quel che stupisce in te è che, se guardi per ipotesi una figura di uomo dipinta su una parete, per ritrarre il quale il pittore si è dato tanto da fare che essa è riuscita uguale alla figura reale – chi la guarda dice infatti: «Pare vera!» – è grande la tua ammirazione per l’opera e l’abilità del pittore, la leggerezza della sua mano e la perfezione del suo ingegno ed è grande nel tuo cuore la stima per lui, pur sapendo che quella figura non è stata eseguita se non con colori, pennello, mano, parete, capacità, conoscenza e volontà. E nessuna di tutte queste cose è dovuta all’azione del pittore o alla sua creazione, ma proviene dalla creazione di altri: il massimo che il pittore fa è solamente di combinare colori e parete secondo un sistema particolare, e perciò cresce la tua ammirazione per lui e lo giudichi grande. E tu vedi che la vile goccia di sperma, la quale non esisteva, il suo Creatore l’ha creata nei lombi e nelle costole (cf. Corano, LXXXVI, 6-7); quindi l’ha tratta fuori e le ha dato una forma, e gliel’ha data bella, poi le ha dato una proporzione (cf. Corano,LXXX, 19; ecc.) ed una figura, e gliele ha date armoniose! Ha separato le sue parti simili in parti diverse, ha ben sistemato le ossa nei loro siti, ha reso belle le forme delle sue membra ornandone esterno e interno, ha dato sistemazione alle vene e ai nervi facendone canali per nutrirla perché ciò fosse causa della sua vita, l’ha resa capace di udire, vedere, conoscere, parlare. Le ha creato il dorso a sostegno del corpo, il ventre perché contenesse gli organi della nutrizione, la testa perché riunisse i sensi. Quindi ha aperto gli occhi dando un ordine ai loro strati e facendone belli la forma, il colore e la struttura, ha dato loro protezione mediante le palpebre per coprirli, salvaguardarli, tenerli lucidi e allontanarne il pulviscolo, ha fatto apparire nel suo piccolo cristallino l’immagine dei cieli, malgrado l’estensione che hanno i loro confini e la distanza fra le loro regioni, affinché l’uomo possa guardarli. Ha aperto un varco negli orecchi depositandovi un liquido amaro per salvaguardare l’udito e allontanare gli insetti, li ha cinti col padiglione auricolare perché raccolgano i suoni rimandandoli ai condotti uditivi e avvertano l’insinuarsi in essi degli insetti, e vi ha fatto tortuosità e deviazioni affinché quanto eventualmente si insinui in essi debba far molti movimenti essendo lunga la sua strada, e il dormiente si svegli quando un animaletto vi si diriga. Ha fatto spuntare il naso dal mezzo del viso in bella forma, vi ha aperto le narici e vi ha posto il senso dell’odorato perché col fiutare gli odori l’uomo tragga indicazioni sui suoi cibi ed alimenti, e aspiri mediante il varco delle narici il soffio vitale dell’aria, ad alimento del cuore e refrigerio del suo calore interno. Ha aperto la bocca e vi ha posto la lingua [come strumento] per parlare, spiegare, esprimere ciò che v’ha nel cuore, ha adornato la bocca con i denti affinché siano strumento per masticare, rompere, recidere; a questi ha consolidato le radici e aguzzato le sommità, li ha resi bianchi e ne ha sistemato le file con sommità livellate e simmetriche come perle in collana. Ha creato le labbra abbellendone colore e forma perché si addicessero alla bocca, ne ostruissero l’apertura, rendessero perfetta la pronunzia delle lettere. Ha creato la laringe predisponendola all’emissione della voce. Ha creato per la lingua capacità di movimenti e di interruzioni al fine di dividere la voce in varie articolazioni con cui differenziare i suoni affinché, grazie al loro numero, si allarghino le possibilità della pronuncia. Poi ha creato per la laringe forme diverse per strettezza e larghezza, ruvidezza e levigatezza, durezza e morbidezza, lunghezza e brevità sicché per esse le voci variano: non vi sono due voci simili, anzi tra l’una e l’altra risulta una tale differenza che chi ascolta può distinguere nell’oscurità uomo da uomo semplicemente per la voce. Ha ornato il capo con i capelli e con i ciuffi che scendono sulle tempie, il viso con barba e sopracciglia, il sopracciglio con peli sottili e forma arcuata, gli occhi con le ciglia. Ha creato inoltre gli organi interni e sottoponendoli ognuno ad una particolare funzione: lo stomaco a digerire il cibo, il fegato a trasformarlo in sangue, la milza, la cistifellea e il rene a servire il fegato, che la milza lo serve estraendone la bile nera, la cistifellea lo serve estraendone la bile gialla, il rene lo serve estraendone il flegma; inoltre la vescica urinaria serve il rene accogliendone l’urina che poi espelle attraverso l’uretra, le vene servono il fegato facendo pervenire il sangue a tutte le estremità del corpo. Ha creato poi le mani e le ha fatte lunghe perché possano arrivare fino agli oggetti, ha allargato le palme, ha diviso le cinque dita e ogni dito in tre falangi, ha .posto quattro [dita] da un lato e il pollice dall’altro affinché questo possa ruotare su tutte: se antichi e moderni si unissero per trovare con acuta riflessione un’altra disposizione delle dita differente dall’attuale, che tenga conto della distanza del pollice dalle altre quattro dita, della diversa lunghezza di queste ultime e del loro allineamento in una stessa fila, non ne sarebbero capaci. Difatti, grazie alla sistemazione attuale, la mano è atta a prendere e a porgere; se l’uomo la stende diventa come un piatto nel quale egli depone ciò che vuole, se la stringe diviene strumento per picchiare, se la serra, ma non completamente, diventa un mestolo, se la apre con le dita ravvicinare fra loro diventa una paletta. Quindi ha creato sulle punte delle dita le unghie ad ornamento dei polpastrelli, a loro sostegno dal lato posteriore, affinché non si feriscano e l’uomo possa raccogliere le cose minute che i polpastrelli [senza di quelle] non riuscirebbero a prendere, e possa grattarsi il corpo allorché ne senta il bisogno: se l’uomo distruggesse l’unghia, la più vile delle parti del corpo, e si sentisse prudere, diverrebbe, nel caso che nessun altro lo sostituisse nel grattargli il corpo, la creatura più incapace e debole! [Dio] dirige allora la mano fino al punto giusto da grattare, tanto che essa vi si stende anche nel sonno e nella disattenzione, senza che l’uomo abbia bisogno di cercarlo: se egli invece chiedesse aiuto ad un altro, questi non scoprirebbe il luogo da grattare che dopo lunghi tentativi. Tutto questo Dio lo crea da una goccia di sperma, mentre essa è all’interno dell’utero in triplice velo di tenebre (cf. Corano,XXXIX, 6); se venissero tolti copertura e involucro e si potesse allungare lo sguardo alla goccia di sperma, certamente si vedrebbero apparire disegno e figura a poco a poco, ma non si scorgerebbero né il pittore né il suo strumento. Hai mai visto tu un pittore o un artigiano che non tocchi il suo strumento o la sua opera e che non venga a contatto lavorandovi sopra? Gloria a Lui! Com’è sublime il Suo rango e manifesta la prova che ne dà!

Osserva inoltre, assieme alla perfezione della Sua Potenza, la pienezza della Sua Misericordia: come Egli diriga il bambino, quando l’utero diviene troppo angusto per lui fattosi grande, verso la via d’uscita sicché egli si rovescia, si agita, esce da quella strettoia, cercando lo sbocco come se fosse intelligente e cosciente di quanto abbisogna, poi, quando sia uscito ed abbia necessità di cibo, come lo guidi ad attaccarsi alla mammella; poi, essendo il corpo del bambino tanto debole da non sopportare cibi solidi, come Egli abbia provveduto a lui creando il delicato latte estraendolo di tra le feci e il sangue, squisito, puro (cf. Corano,XVI, 66); come abbia creato le mammelle raccogliendovi il latte, abbia in esse fatto spuntare i capezzoli in misura adatta alla bocca del bambino e come abbia aperto nel capezzolo un foro strettissimo perché il latte ne esca solo dopo la succhiata, gradualmente, il bambino non tollerandone che una piccola quantità; quindi come abbia guidato questi a succhiare per estrarre, quando ha molta fame, latte abbondante da quella strettoia. Osserva poi la Sua affettuosità, misericordia e benignità: come Egli abbia ritardato la creazione dei denti fino a che il bambino non abbia compiuto due anni, in quanto durante quei due anni non si nutre che di latte e può quindi fare a meno dei denti; quando è invece divenuto grande, non confacendoglisi più il latte leggero ed occorrendogli del cibo solido che va masticato e triturato, ha fatto nascere in lui i denti al momento opportuno, non prima né dopo. Sia Gloria a Lui! [Osserva] come Egli abbia fatto spuntare tali ossa dure in quelle gengive molli! Poi ha intenerito il cuore dei genitori nei riguardi del bambino, perché si diano da fare per provvedere a lui fin tanto che egli è incapace di provvedere a se stesso; se Dio non facesse predominare nei loro cuori la misericordia, certamente il bambino sarebbe la creatura più incapace di provvedere a se stessa. Osserva poi come [Dio] gli abbia procurato via via forza, discernimento, intelletto, capacità di dirigersi fino a che non sia divenuto adulto e completo, passando da pubere, a giovane, a uomo maturo, a vecchio, sia egli ingrato o grato, ubbidiente o ribelle, credente o miscredente, a conferma delle parole di Lui, l’Eccelso: «È trascorso mai per l’uomo un solo attimo di tempo in cui egli non sia stato [da parte di Dio] oggetto di attenzione? In verità Noi creammo l’uomo, da una goccia di sperma e di umori mischiati, per metterlo alla prova, e l’abbiamo fatto udente e veggente. E l’abbiamo guidato per la retta via, sia che Ci si mostri grato, sia che Ci si mostri ingrato» (Corano,LXXVI, 1-3). Osserva la Benevolenza e la Generosità, la Potenza e la Sapienza di Lui, ti abbaglieranno i prodigi della Presenza divina! Ma la cosa che quanto mai stupisce è che un uomo, vedendo una bella scrittura o un bel disegno su di una parete ed apprezzandoli, volga tutta la sua attenzione a considerare come il pittore o il calligrafo abbia fatto quella sua opera e come ne sia stato capace, e non smetta di apprezzarlo dentro di sé e di dire: «Quanta è la sua abilità! Quanto perfetta la sua arte ed eccellente la sua capacità!»; guardando poi le cose mirabili che riscontra in sé e negli altri [lo stesso uomo] trascura Chi lo ha fatto e gli ha dato figura, e non lo meraviglia la Grandezza di Lui né lo stupisce la Sua Maestà e Sapienza.

Tutto questo è un saggio delle meraviglie che il tuo corpo offre e che sono tali da non poter essere esaminate a fondo; eppure sono esse il campo di riflessione a te più vicino e la testimonianza più evidente della grandezza del tuo Creatore. Tu sei uno che, trascurando tutto ciò, si cura soltanto del ventre e del sesso, sapendo di te stesso solo che hai fame e quindi mangi, che ti senti sazio e quindi dormi, che hai bramosia del rapporto sessuale e quindi la soddisfi, che ti adiri e quindi litighi; in tale conoscenza ti son associate tutte le bestie! La qualità specifica dell’uomo da cui le bestie sono state escluse è solo la conoscenza (ma‘rifah) di Dio eccelso, ottenuta mediante la considerazione del Reame dei cieli e della terra e delle meraviglie offerte dalle regioni quanto mai remote e dagli esseri animati, giacché per tale conoscenza l’uomo, accostatosi alla Presenza del Signore dell’Universo, entra nel novero degli Angeli ravvicinati ed è inserito in quello dei Profeti e dei Giusti. Questo grado non è delle bestie né dell’uomo che si compiace delle cose terrene con la bramosia delle bestie giacché egli è di gran lunga peggiore delle bestie: difatti queste non hanno la capacità di fare quelle considerazioni; nell’uomo invece Dio ha creato tale capacità, ma egli l’ha frustrata ed ha negato il favore divino al riguardo: Costoro sono armenti, anzi, più traviati di loro (cf. Corano,VII 179; XXV, 44).

I segni di Dio nel creato

Una volta conosciuta la via della riflessione su te stesso, medita sulla terra che è la tua dimora, poi sui suoi fiumi, mari, monti e miniere; elevati poi da lì fino al Reame dei Cieli.

La terra

Quanto alla terra, uno dei segni di Dio è che Egli l’ha creata come un tappeto (cf. Corano,II, 22) e un luogo di riposo (cf. Corano,LXXVIII, 6), aprendovi vie spaziose (cf. Corano,LXXI, 20), ponendola sotto ipiedi,[a voi] umiliata perché possiate vagare per le sue plaghe (cf. Corano,LXVII, 15), rendendola ferma e immobile, col fissare i monti come «pioli»(cf. Corano,LXXVIII, 7) per impedirle di scuotersi, ed estendendone i confini tanto che gli uomini non sono riusciti a raggiungerli tutti, anche se lunga sia stata la loro vita e molto il loro vagare. Dice infatti l’Eccelso: «E il cielo lo edificammo con potenza, che ad esso Noi demmo larga estensione, la terra spianammo e bene l’abbiamo saputa spianare!» (Corano,LI, 47-48); e ancora «Egli è Colui che v ‘ha posto sotto i piedi umiliata la terra: vagate dunque per le sue plaghe» (Corano,XLVII, 15), e inoltre: «[Il vostro Signore] che ha fatto per voi della terra un tappeto» (Corano,II, 22). Nel nobile Libro Egli parla spesso della terra affinché se ne meditino le meraviglie, che il suo dorso è dimora per i vivi, il suo ventre luogo di riposo per i morti. Infatti ha detto: «Non facemmo la terra luogo di raccolta per gli uomini vivi e morti?» (Corano,LXXVVII, 25-26). Osserva come sia morta, ma se su di essa versate l’acqua, ecco che freme, si gonfia (cf. Corano,XXII, 5; XLI, 39), rinverdisce producendo piante meravigliose e da essa escono varie specie di animali.

Osserva poi come Egli abbia consolidati i fianchi della terra mediante i monti immobili, alti, massicci, solidi; come abbia posto sottoterra riserve di acqua e ne abbia fatto scaturire sorgenti e fluire fiumi che scorrono sulla sua superficie, traendo fuori dalle aride pietre e dalla terra fangosa acqua dolce, gradevole, pura, fresca. Con questa ha vivificato ogni cosa e ha fatto spuntare le varie specie di alberi e piante, grano e uve e verdure e ulivi e palme (cf. Corano,LXXX, 27-29), melograni e frutti in quantità incalcolabili, vari di forma, colore, sapore, qualità, profumo, l’uno a mangiare più squisito dell’altro, ma tutti irrigati da una medesima acqua e spuntati tutti da una medesima terra. E se obietti che la loro varietà dipende dai differenti semi e radici, [dimmi allora] come mai avviene che nel nocciolo del dattero c’era una palma coronata da grappoli di freschi datteri? Come mai avviene che in un solo chicco vi sono sette spighe, e in ogni spiga cento chicchi? Osserva inoltre il suolo dei deserti, sopra e sotto, lo vedrai essere terra uniforme, ma se su di essa viene versata l’acqua, ecco che freme e si gonfia, e produce ogni specie d’erbe gioiose (cf. Corano,XXII, 5) dai vari colori e piante della stessa specie, ma ciascuna diversa dall’altra per sapore, profumo, colore e forma. Osserva esse quanto sono copiose, differenti di specie, varie di forma, diverse per natura e quanti numerosi vantaggi offrono. [Osserva] ancora come Iddio eccelso abbia assegnato alle piante medicinali straordinari effetti benefici, sicché fra esse v’ha quella che nutre, quella che rinvigorisce, quella che vivifica, quella che uccide, quella che raffredda, quella che riscalda, quella che, una volta nello stomaco, elimina la bile gialla dal fondo delle vene, quella che si trasforma in bile gialla, quella che elimina flegma e bile nera, quella che si trasforma in essi, quella che purifica il sangue, quella che si trasforma in esso, quella che dà gioia, quella che dà sonno, quella che rinforza, quella che indebolisce. Non spunta dalla terra foglia o stelo privo di effetti benefici e queste sono tali che l’uomo è incapace di comprenderne la natura. Per far sviluppare ognuna di queste piante il contadino deve compiere un lavoro specifico, per esempio la palma viene fecondata, la vite sarchiata, i seminati ripuliti da erbacce e cespi, alcune piante fatte spuntare spargendone il seme nel terreno, altre piantandone le talee, altre con innesti. Se volessimo elencare le differenze che le piante presentano nel genere, nella specie, negli effetti benefici, nelle condizioni nonché nelle doti meravigliose, trascorrerebbero giorni; per questo basterà che ti sia redatto per ogni genere un piccolo brano, ma tale da indicarti la via della meditazione. Queste dunque le meraviglie delle piante!

Uno dei segni di Dio sono le sostanze preziose depositate sotto i monti e i minerali provenienti dal sottosuolo, che «sulla terra vi sono parti vicine le une alle altre però diverse» (cf. Corano,XIII, 4). Osserva come dai monti si estraggano sostanze preziose quali oro, argento, turchese, granata, ecc. : alcune di esse ricevono impronta sotto i martelli, come oro, argento, rame, piombo, ferro; altre non ricevono impronte, come turchese e granata; [osserva] come Iddio abbia guidato gli uomini ad estrarle, a raffinarle, a farne recipienti, strumenti, monete, ornamenti. Osserva ancora i minerali della terra quali nafta, zolfo, catrame, ecc.: il più insignificante tra essi è il sale di cui si ha bisogno solamente per condire il cibo, ma se un paese ne venisse a mancare, la rovina lo colpirebbe ben presto. Osserva quindi la misericordia di Dio eccelso: come Egli abbia creato alcuni terreni salini per natura, sicché l’acqua pura della pioggia, raccogliendosi in essi, si trasforma in sale che brucia tanto [il palato] da non potersene usare neanche una piccolissima parte, per renderti gustoso il cibo quando lo mangi e quindi gradevoli gli alimenti. Non v’ha minerale, animale o vegetale che non contenga uno o più segni di quel genere di sapienza: nessuno di essi è stato creato per scherzo (cf. Corano,XXIII, 115) o per gioco (cf. Corano,XXI, 16) o con leggerezza, ma tutto è stato creato con la verità (cf. Corano,VI, 72; XV, 85; ecc.), come bisognava e nella maniera dovuta, nonché come si conveniva alla Maestà, Generosità e Benevolenza di Lui. Per questo l’Eccelso ha detto: «E noi non abbiamo creato i cieli e la terra e quel che v’ha frammezzo, per gioco. No, ma li abbiamo creati con la verità» (cf. Corano,XLIV, 38-39).

Fra i Suoi segni sono le varie specie di animali con la loro divisione in quelli che volano e quelli che camminano, la suddivisione di quest’ultimi in quelli che camminano con due piedi e quelli che camminano con quattro, dieci, cento piedi, come si vede in alcuni insetti, nonché la loro ripartizione a seconda degli effetti benefici, degli aspetti, delle forme, delle abitudini e delle inclinazioni naturali. Osserva gli uccelli dell’aria, le fiere della terra, gli animali domestici, vedrai in essi tali meraviglie che più non dubiterai della grandezza di Chi li ha creati, della potenza di Chi li ha foggiati, della sapienza di Chi ha dato loro figura. Come sarebbe possibile esaurire quest’argomento? Se poi volessimo parlare delle meraviglie offerte dalla cimice, dalla formica, dall’ape o dal ragno – e si tratta [solo] di piccoli animali – quando costruiscono la loro dimora, raccolgono il loro cibo, si accoppiano, ammassano riserve, provviste, abilmente si costruiscono la dimora e ben si dirigono per provvedere ai loro bisogni, non vi riusciremmo. Tu vedi il ragno costruirsi la dimora sul bordo di un corso d’acqua: esso cerca dapprima due punti vicini, distanti l’uno dall’altro un cubito o meno, affinché gli sia possibile collegarli col filo; poi dà inizio al lavoro e versa su uno di quei punti la bava, ossia il suo filo, perché vi s’attacchi, quindi passa all’altro punto e vi fissa l’altra estremità del filo; poi continua così, andando avanti e indietro una seconda e una terza volta e fa nello spazio tra i due punti una costruzione d’une simmetria geometrica finché, resi forti i nodi delle fasce e sistemati i fili come quelli di un ordito, si occupa della trama e pone questa sull’ordito unendo l’una con l’altro; quindi fa dei buoni nodi nei punti d’incontro fra trama e ordito. In tutto quel lavoro il ragno si cura che la costruzione sia regolare, facendone una rete in cui cadano cimici e mosche; esso si piazza in un angolo attendendo in agguato che la preda cada nella rete, e, quando vi cade, s’affretta a ghermirla e a mangiarla; se poi non riesce così a catturare una preda, si cerca un angolo di muro, ne collega i lati con un filo cui poi si appende con un altro filo rimanendo rovesciato nell’aria in attesa che passi volando una mosca; allorché questa passa, si lancia verso di essa e, ghermitala, le avvolge alle zampe il filo stringendolo forte, quindi la mangia.

Non esiste animale, piccolo o grande che non abbia in sé innumerevoli meraviglie! Pensi forse che il ragno abbia appreso da sé quell’arte? O che esso si sia dato esistenza da sé? O che un essere umano gliela abbia data o lo abbia istruito? O che non abbia una guida né un maestro? Può l’uomo fornito di perspicacia avere il dubbio che quell’animale sia meschino, debole, impotente? Ma se l’elefante, un essere grosso dalla forza manifesta, è incapace di fare la stessa cosa, come succede che ne è capace quel debole animale? Non è esso con la sua forma e figura, con i suoi movimenti, il suo ben dirigersi e la tanto meravigliosa opera sua una testimonianza del proprio sapiente Artefice, del proprio potente e saggio Creatore? L’uomo perspicace dunque scorge in quel piccolo animale, in merito alla Grandezza e Maestà del Creatore provvidente, nonché alla perfezione della Sua Potenza e Sapienza, manifestazioni tali che ne rimangono stupefatti cuore e mente; e non facciamo qui cenno di tutti gli altri animali! Anche questo capitolo non avrebbe limite, innumerevoli essendo gli animali, le loro forme, abitudini, nature; e se al riguardo viene meno lo stupore del cuore è perché esso si è assuefatto a vedere spesso tutte queste cose. Sì, quando l’uomo nota un animale fuori dell’ordinario, fosse anche un verme, torna a meravigliarsi ed esclama: «Gloria a Dio! Quant’è meraviglioso!» E l’uomo, che è il più ammirabile degli animali, non si stupisce di se stesso e dire che, se guardasse il bestiame con cui ha familiarità e ne osservasse forme ed aspetti, ed ancora i vantaggi e le utilità forniti da pelli e lane, pelo e crine, di cui Dio ha fatto indumenti per le Sue creature e protezione ad esse, quando si aggirano nomadi o prendono dimora in un luogo (cf. Corano, XVI, 80), recipienti per bevande, vasi per cibi, calzature, e [se osservasse] come Egli abbia fatto del latte e della carne alimenti per le creature e reso alcuni animali belli a cavalcarsi, altri utili a portare pesi attraverso deserti e lunghe distanze (cf. Corano, XVI, 7-8), certo accrescerebbe la propria ammirazione per la Sapienza di Colui che ha creato quegli animali e dato loro forma: difatti Egli non li ha creati se non con una scienza che ne ha abbracciato tutte le utilità e ne ha preceduto la creazione. Gloria a Dio alla cui Scienza le cose sono palesi senza che Egli debba meditare, riflettere e ponderare, e senza che debba cercare l’aiuto di un ministro o di un consigliere! Egli è il Sapiente, l’Onnisciente, il Saggio, l’Onnipotente! Così da un minimo saggio di tutte le cose create da Dio si è dedotto essere veritiera l’attestazione che il cuore dei conoscitori di Dio (‘ârifurî) ha dato in merito alla sua Unicità (tawhîd): alle creature spetta soltanto sottomettersi alla Sua Forza irresistibile e alla sua Onnipotenza, riconoscere la Sua Signoria e ammettere la propria incapacità a conoscere la Maestà e la Grandezza di Lui. Chi mai potrebbe lodar-Lo tanto quanto Gli compete? Invece Egli è come si è lodato da Se stesso. Il culmine massimo della nostra conoscenza non è che la constatazione della nostra incapacità a conoscerLo. Domandiamo a Dio eccelso di essere verso di noi generoso guidandoci con la Sua Grazia e Benevolenza.

Uno dei Suoi segni sono i mari profondi che cingono le regioni della terra; essi fanno parte del grandissimo mare che circonda tutta la terra, il quale è tanto grande che tutta la parte emergente dall’acqua, deserti e monti, è in confronto all’acqua un’isoletta in un mare immenso, mentre il resto della terra risulta sommerso dall’acqua. Il Profeta – lo benedica Iddio e lo salvi! – disse: «La terra nel mare è come una stalla sulla terra»; paragona tu una stalla con tutta la terra e sappi che questa, in rapporto al mare, è come la stalla. Ora che hai constatato le meraviglie della terra e di quel che v’ha in essa, considera quelle del mare. Le meraviglie degli animali e delle sostanze preziose in esso esistenti sono di gran lunga più numerose di quelle che puoi constatare sulla superficie terrestre, così come la vastità del mare è molto maggiore di quella della terra. A causa della sua grandezza, il mare contiene animali enormi, tanto che a vederne il dorso si pensa trattarsi di isola, e vi possono discendere sopra i marinai; ma quegli animali talvolta, sentendo il calore di fuochi accesi, si muovono e allora ci si accorge che sono bestie. Non v’ha sorta d’animale terrestre: cavallo, uccello, bue, uomo, che sia tale da non poterne osservare nel mare di simili e molto più numerosi; nel mare esistono specie di cui non si conoscono le eguali sulla terra. Le loro caratteristiche sono state descritte in volumi, raccolte da gente che ha avuto interesse a viaggiare per il mare e a prendere nota delle sue meraviglie. Osserva inoltre come Iddio abbia creato la perla e l’abbia fatta rotonda nella sua conchiglia sott’acqua; osserva come abbia fatto spuntare il corallo dal fondale roccioso altro non essendo che una pianta a forma di albero [terrestre] germogliante dalla pietra; contempla poi altre cose, come ad esempio l’ambra grigia e le varie specie di pietre preziose dal mare rigettate o estratte da esso. Osserva poi quella cosa meravigliosa che sono le navi: come Iddio eccelso le tenga a galla sulla superficie dell’acqua consentendo così il viaggiare a mercanti, uomini in cerca di ricchezze ed altri, e assoggettando le navi al trasporto dei loro carichi; [osserva] inoltre come mandi a spingere i venti e ne faccia riconoscere ai marinai provenienza, direzione e periodicità. Insomma le meraviglie dell’opera di Dio nel mare non si possono descrivere esaurientemente neanche in volumi. Fra tutte queste la cosa più meravigliosa è quella più evidente, ossia la natura della goccia d’acqua, la quale è un corpo sottile, fino, fluido, trasparente, dalle particelle unite come una cosa sola, dalla composizione instabile, facile a disgregarsi come cosa divisibile, soggetta ad essere usata, suscettibile di essere divisa e congiunta. Ad essa devono la vita tutti gli animali e tutte le piante che si trovano sulla faccia della terra. Se l’uomo avesse necessità di bere un sorso d’acqua e ne venisse impedito certamente sacrificherebbe tutti i tesori della terra e il dominio del mondo a tal fine. Quindi desta stupore che l’uomo consideri importanti monete e pietre preziose e non si curi del favore che Dio gli ha fatto col sorso d’acqua, dato che se avesse bisogno di berla o di eliminarla, sacrificherebbe il mondo intero. Rifletti sulle meraviglie delle acque, dei fiumi, dei pozzi e dei mari, che in essi v’ha di che meditare.

Tutte queste cose sono testimonianze [di Dio] che si appoggiano a vicenda e segni che a vicenda si sostengono, che parlano con la lingua del loro stato, enunciano eloquentemente la Maestà del loro Creatore, manifestano in se stessi la perfezione della Sapienza di Lui, invitano gli uomini spirituali con le loro melodie, dicono a tutti quelli che han sano intelletto: «Non mi vedi? E non vedi il mio aspetto e la mia struttura? Le mie qualità e i miei effetti benefici, la diversità degli stati che presento e la quantità di vantaggi che offro? Credi forse che abbia dato io esistenza a me stessa? O che qualcuno a me simile m’abbia creata? Non ti vergogni di prendere in considerazione una parola scritta con tre lettere, quindi asserire che è opera di un uomo sapiente, potente, volente, eloquente, e poi guardando alle meraviglie delle linee divine tracciate sulle fattezze del mio viso con la Penna divina, della quale gli sguardi non percepiscono né la natura, né il movimento, né il contatto con il punto ove si trova la [singola] linea, il tuo cuore è lontano [dal percepire] la Maestà di Colui che lo ha fatto?».

Dice la goccia di sperma a quelli che hanno udito e cuore, ma non a quelli che sono estraniati dall’udire la Parola di Dio (cf. Corano, XXVI, 212): «Immaginami nell’oscurità delle viscere, immersa nel sangue del mestruo, al momento in cui appaiono sul mio viso linee e forme: l’Artista mi disegna pupille, palpebre, fronte, guance, labbra, e tu vedi apparire la curvatura a poco a poco, gradualmente, senza scorgere pittore né dentro né fuori della goccia di sperma, né dentro né fuori dell’utero, e di quelle cose non hanno notizia né la madre, né il padre, né la goccia di sperma, né l’utero. Non è quell’Artista più ammirevole di colui che vedi disegnare con la penna una figura stupenda, ma tale che guardandola una o due volte sapresti tu ridisegnarla? Sapresti tu apprendere quel genere di disegno e di raffigurazione che abbraccia l’esterno, l’interno e tutte le parti della goccia di sperma, senza toccarla o venirne a contatto né dall’interno, né dall’esterno? Se non ti stupisci di queste meraviglie e non comprendi da esse che Chi ha tracciato, dipinto e foggiato la figura non ha simile; che non Gli è uguale scultore o pittore come la Sua scrittura e opera non ha pari – sicché tra i due agenti v’ha la stessa differenza e distanza che vi è tra le due azioni –; se non ti stupisci di questo, stupisciti (almeno) della mancanza di stupore da parte tua, cosa più sorprendente di ogni meraviglia! Giacché sarebbe giusto che tu ti stupissi di Colui che acceca la tua vista [pur prospettandoti le cose] con tanta evidenza e ti impedisce di spiegarle [pur mostrandotele] con tanta chiarezza! Gloria a Chi guida e travia, fuorvia e dirige, dà felicità e infelicità, schiude le intelligenze dei Suoi prediletti tanto che essi Lo scorgono in tutti gli atomi del mondo e in tutte le sue parti ed acceca i cuori dei Suoi nemici lor nascondendosi con la Sua gloria ed elevatezza! A lui appartengono la Creazione e il Comando (cf. Corano,VII, 54), il favore e la grazia, la benevolenza e la costrizione: nessuno può respingere la Sua sentenza o ritardare la Sua decisione!

Uno dei Suoi segni è l’aria sottile imprigionata fra il concavo del cielo e la terra convessa: col senso del tatto non si riesce a percepirne il corpo [neanche] quando spirano i venti, né con l’occhio a vederne la figura. Essa, nel suo complesso, è come un unico mare: gli uccelli si librano nell’aria del cielo (cf. Corano,XVI, 79) ed ivi gareggiano spaziando con le loro ali così come nuotano nell’acqua gli animali del mare; e le zone dell’aria si agitano allo spirare dei venti, come le onde del mare. Quando Dio la muove facendone vento che soffia, se vuole, la rende nunzio avanti alla Sua Misericordia (cf. Corano,XXV, 48; XXVII, 63), come dice il Glorioso: «E venti inviammo fecondi di nubi»(cf. Corano,XV, 22); col movimento, il soffio nell’aria giunge quindi agli animali e alle piante, che così s’appressano alla crescita; se Egli vuole, ne fa un castigo per le creature ribelli, avendo detto: «Mandammo infatti contro di loro un vento glaciale impetuoso, in un giorno di calamità senza fine, e il vento strappava via gli uomini come le radici di palme divelte» (cf. Corano,LIV, 19-20). Osserva inoltre quanto è delicata l’aria, e poi quanto è potente e forte ogni qualvolta viene compressa nell’acqua: un uomo forte si colloca sopra un otre gonfio per immergerlo nell’acqua, ma non vi riesce, mentre se tu poni il ferro, che è compatto, sulla superficie dell’acqua, esso va a fondo. Osserva perciò come l’aria, malgrado la sua delicatezza, si contragga con forza sottraendosi all’acqua! Con quanta sapienza Iddio eccelso tiene a galla le navi sulla superficie dell’acqua, e parimenti non affonda nessuna cosa cava contenente aria, perché questa si contrae evitandone l’affondamento. L’aria non abbandona la superficie interna della nave; così la nave pesante, malgrado la sua forza e solidità, rimane sospesa nell’aria sottile come chi, essendo sul punto di precipitare in un pozzo, s’aggrappa al lembo [del vestito] di un uomo forte che resiste per non precipitare nel pozzo; la nave quindi con la sua concavità si aggrappa ai lembi dell’aria forte per non colare a picco ed affondare nell’acqua. Gloria a Colui che tiene sospesa la nave pesante nell’aria sottile, senza legame visibile o stretto nodo!

Ciò che v’è tra cieli e terra

Osserva inoltre le meraviglie dell’aria e di quanto v’appare: nubi, tuoni, lampi, piogge, nevi, stelle cadenti, fulmini: essi costituiscono le meraviglie di «ciò che v’ha tra cielo e terra». Il Corano ha fatto cenno in maniera complessiva a tutto questo con la parola dell’Eccelso: «Noi non abbiamo creato il cielo e la terra e ciò che v’ha fra essi, per gioco» (cf. Corano,XXI, 16; XLIV, 38) – Con l’espressione «ciò che v’ha fra essi»s’intendono tutte le cose sopra accennate, e si fa cenno ai loro particolari in diversi punti [del Libro], [come] infatti là dove l’Eccelso dice: «[Nel cangiare de’venti] e delle nubi, soggiogati fra il cielo e la terra [vi sono segni per gente dotata d’intelletto]» (Corano,II, 164), e là dove ha trattato del tuono, del lampo, delle nubi, della pioggia. Se da tutte queste cose ciò che ricavi non è altro che vedere la pioggia col tuo occhio e sentire il tuono col tuo orecchio, in tale conoscenza la bestia t’è socia; perciò elevati dal basso mondo delle bestie a quello del Supremo Consesso dei cieli (cf. Corano, XXXVIII, 69 ecc.): tu hai aperto gli occhi e quindi hai percepito le cose suddette nelle loro apparenze, ma chiudi l’occhio esteriore e guarda con la tua vista interiore: allora vedrai le loro intime meraviglie e gli straordinari loro segreti!

Questo è anch’esso un capitolo ove la meditazione si dilungherebbe e, poiché non c’è desiderio di approfondirlo, considera attentamente [solo] le nubi fitte e oscure: come tu le veda raccogliersi nell’aria limpida e pura, come Iddio eccelso le crei se vuole e quando vuole, ed esse, benché fragili, portino l’acqua pesante, trattenendola nell’aria del cielo fino a che Iddio non ne permetta l’invio in terra dividendola in gocce, ognuna nella misura e forma da Lui volute. Tu vedi le nubi irrorare la terra con gocce separate, senza che nessuna di esse tocchi o s’unisca con l’altra: anzi ognuna scende per la via che Egli le ha segnato, senza deviarne: quella che è indietro non avanza e quella che è avanti non s’attarda, fino a che non cadano sulla terra goccia dopo goccia. Se antichi e moderni si unissero per creare una sola goccia o per conoscere il numero di quelle che cadono in una sola regione o in un solo villaggio, jinn e uomini non riuscirebbero a farne il computo, che solo lo conosce Colui che ha loro dato esistenza. Inoltre ogni goccia è stata assegnata a un punto della terra e a quegli animali che vi si trovano: a uccelli, fiere e a tutti gli insetti e rettili; su quella goccia è scritto con grafia divina, non percepibile dalla vista esteriore, che essa è il cibo di un dato verme che si trova nella contrada di un dato monte e gli arriverà quando esso ha sete, in un dato momento. Da aggiungere a tutto ciò vi sono le innumerevoli meraviglie che si producono quando la delicata acqua si congela in grandine dura e si sparpaglia in fiocchi di neve come cotone cardato. Tutto questo è un favore da parte del Soggiogatore potente e un [segno della] forza irresistibile di Dio, dominatore sempre creante, e nessuna delle creature vi ha partecipazione o intervento; anzi nei credenti ciò non produce che umiliazione e sottomissione alla Maestà e Grandezza di Lui, mentre nei ciechi miscredenti produce solamente l’ignoranza di come esso avvenga e congetture avventate quando si parla della sua causa e origine. Così l’ignorante in errore afferma: «L’acqua discende solo in quanto pesante per natura, soltanto ciò è causa del suo discendere» e pensando che questa sia una conoscenza a lui resasi palese, ne gioisce. Ma se gli venisse chiesto che cosa significhi «natura»; che cosa l’ha creata e Chi è Colui che ha creato l’acqua dalla natura pesante; che cosa solleva l’acqua versata ai piedi dell’albero fino ai rami più alti, pur essendo essa pesante per natura; come essa precipiti verso il basso poi s’elevi verso l’alto all’interno dei [vasi capillari] degli alberi, a poco a poco, di modo che non si può vedere né notare finché non s’espande a tutte le estremità delle foglie e non nutre tutte le parti di ciascuna di esse, verso le quali corre in minuscoli vasi capillari – dall’acqua viene infatti irrorato il vaso principale della foglia, poi da questo grande vaso che s’estende per tutta la foglia si ramificano vasi minuti, quindi è come se quello fosse un grande fiume e questi, che da esso si diramano, fossero dei canaletti; dai canaletti se ne diramano poi altri ancora più piccoli, e da quest’ultimi si diramano fili sottili come quelli del ragno, tanto sottili che si sottraggono alla vista fino a spartirsi per tutta la larghezza della foglia, sicché attraverso le cavità dei canaletti l’acqua giunge a tutte le altre parti della foglia per nutrirle, svilupparle e farle belle conservandole splendenti e fresche, parimenti a tutte le parti dei frutti –; come avviene poi, se l’acqua per natura si muove verso il basso, che possa muoversi verso l’alto; e, se ciò si deve all’attrazione di una forza che attrae, che cosa fa agire questa forza – ma quando alla fine si risale al Creatore dei cieli e della terra ed al Soggiogatore del Regno e del Reame, perché non rifarsi a Lui dall’inizio? –, la conclusione cui giungerebbe l’ignorante sarebbe l’inizio [del ragionamento] dell’intelligente.

I cieli

Uno dei segni di Dio è il reame dei cieli e della terra e degli astri e [il Reame] è il tutto; chi [nella meditazione] vuole considerare il tutto senza considerare le meraviglie dei cieli, non arriva a capire realmente il tutto; difatti terra, mari, aria ed ogni corpo all’infuori dei cieli sono in rapporto a questi come una goccia nel mare o ancor di meno. Inoltre considera il valore che nel suo Libro Dio dà alle cose dei cieli e degli astri: non v’ha Sùra che non ne faccia l’esaltazione in vari passi. Quante volte nel Corano i giuramenti sono fatti su di essi! Ad esempio là dove l’Eccelso dice: «Per il cielo dalle molte torri» (Corano,LXXXV, 1), «Per il cielo e Chi sopravviene di notte!» (Corano,LXXXVI, 1) «Per il cielo solcato d’eterei disegni!» (Corano,LI, 7), «E per il cielo e Chi l’innalzò» (Corano,XCI, 5), e ancora: «Per il sole e la sua luce al mattino! Per la luna quando lo segue (Corano, XCI, 192) e inoltre: «Giuro per i pianeti correnti, occultantisi» (Corano,LXXXI, 15-16), «Per la stella quando declina!» (Corano,LIII, 1), e «Giuro per l’occaso delle stelle, giuramento, se voi lo sapeste, supremo!» (Corano,LVI, 75-76). Tu sai già che antichi e moderni sono stati incapaci di riconoscere le meraviglie della vile goccia di sperma, eppure Iddio non ha giurato per essa! Che pensi dunque di ciò per cui Iddio eccelso giura e a cui assegna e attribuisce le cose di cui siete provveduti col dire: «E nel cielo v’è la nostra provvidenza e ciò che vè promesso» (Corano,LI, 22)? ed Egli loda quelli che vi meditano sopra col dire: «… e meditano sulla creazione dei cieli e della terra» (Corano,IlI, 191?) – Disse l’Inviato di Dio: «Guai a chi recita questo versetto e poi si stropiccia i baffi», ossia passa oltre senza meditarvi sopra; e biasima coloro che se ne allontanano con la frase: «E ponemmo il cielo come un tetto saldamente tenuto. Eppure essi si allontanano dai suoi segni!» (Corano,XXI, 32)? Qualunque sia la relazione di tutti i mari e della terra col cielo, quelli variano da un momento all’altro; i cieli invece sono solidi, forti e non soggetti a variazione fino a quando il Libro non avrà raggiunto il suo termine (cf. Corano,II, 235). Perciò Iddio eccelso dice «saldamente tenuto»con le parole: «E ponemmo il cielo come un tetto saldamente tenuto» (Corano,XXI, 32) e dice ancora il Glorioso: «E sopra di voi costruimmo sette saldissimi cieli» (Corano,LXXVIII, 12), e «Che cosa è più difficile a creare, voi o il cielo ch’Egli ha edificato? Ne ha innalzato la volta e l’ha forgiato» (Corano,LXXIX, 27-28).

Osserva il Reame, vi scorgerai le meraviglie della Gloria e dell’Onnipotenza! Non ritenere che osservare il Reame significhi che tu debba allungare ad esso lo sguardo e vedere l’azzurro del cielo, la luce degli astri e il loro sparpagliamento, giacché le bestie ti sono socie in tale sguardo. Se lo scopo fosse questo, perché mai Iddio eccelso avrebbe lodato Abramo dicendo: «E così mostrammo ad Abramo il Reame dei cieli e della terra» (Corano,VI, 75)? No, anzi, tutto quello che è percepito dal senso della vista il Corano lo indica con i termini al-mulk (il Regno) e ash-shahàdah (il Visibile); invece per quel che si cela alla vista usa i termini di al-ghayb (l’Invisibile) e al-malakût (il Reame): Iddio eccelso è «Colui che conosce l’Invisibile e il Visibile» (‘âlim al-ghayb wa’sh-shahâdah) (cf. Corano,VI, 73; IX, 105; ecc.), «l’Onnipotente del Regno e del Reame» (jabbâr almulk wa’l-malakût), Nessuno comprende qualcosa della Sua Scienza se non ciò che Egli vuole (cf. Corano,II, 255), Egli è «Colui che conosce l’Invisibile e a nessuno il Suo Invisibile manifesta, salvo che a quel Messaggero di cui si compiace» (Corano,LXXII, 24-27). Prolunga, o uomo d’intelletto, la tua meditazione sul Reame, che forse ti si apriranno le porte del cielo e tu potrai vagare col tuo cuore nelle sue regioni fino a che il tuo cuore non si trovi davanti al Trono del Misericordioso; allora forse potrai sperare di raggiungere il grado di ‘Umar ibn al-Khattâb – si compiaccia Iddio di Lui! –, che disse: «Il mio cuore ha visto il mio Signore!». Questo perché il raggiungimento di quello che è più lontano avviene soltanto dopo il superamento di quel che è più vicino: la cosa più vicina a te è la tua anima, poi la terra che è la tua dimora, poi l’aria che ti circonda, poi le piante, gli animali, e quello che v’ha sulla superficie della terra, poi le meraviglie dell’aria, ossia quel che v’ha tra cielo e terra, poi i sette cieli con i loro astri, poi il Seggio, il Trono, gli Angeli portatori del Trono e tesorieri dei cieli, poi da ciò passerai a guardare il Signore del Trono, del Seggio, dei cieli e della terra e di quanto v’ha tra essi. Orbene fra te e queste [ultime] cose vi sono spazi immensi, distanze enormi, ostacoli difficili da superare, e tu non hai superato ancora l’ostacolo più vicino che [rispetto a te] è il più basso – ossia la conoscenza del tuo aspetto esteriore – che già parli a vanvera e pretendi di conoscere il tuo Signore: «Ho conosciuto Lui ed ho conosciuto la Sua creazione! su che cosa dovrei [ancora] meditare e a che cosa dovrei [ancora] guardare?» Alza il capo verso il cielo, e consideralo unitamente ai suoi astri con la loro rivoluzione e il loro sorgere e tramontare, nonché al suo sole e alla sua luna con i diversi punti ove sorgono e tramontano e [considera] come [gli astri] siano in continuo movimento senza rallentamento nel loro moto né mutamento nel loro cammino; essi anzi corrono tutti insieme per stazioni ordinate secondo un calcolo predisposto, non suscettibile di aumento o diminuzione fino a che Iddio eccelso non li arrotolerà come rotolo di libro (cf. Corano,XXI, 104); considera il numero degli astri, la loro moltitudine e differenza di colore, l’uno inclinando al rosso, l’altro al bianco, l’altro al colore plumbeo. Guarda le figure [che appaiono nelle loro costellazioni]: l’una dello scorpione, le altre dell’ariete, del toro, del leone, dell’uomo; non v’ha figura sulla terra che non abbia una simile nel cielo. Osserva poi il tragitto del sole nella sua sfera durante un anno: ogni giorno sorge e tramonta facendo il diverso cammino cui lo ha assoggettato il suo Creatore: se non fosse per il suo sorgere e tramontare, non vi sarebbe l’alternarsi della notte e del giorno, non si conoscerebbero le stagioni e certamente si avrebbe in continuazione oscurità o luce, né si potrebbe distinguere il tempo in cui si debba provvedere al sostentamento da quello del riposo. Guarda come Iddio eccelso abbia fatto della notte una veste e del sonno riposo, e fonte di sussistenza il giorno (cf. Corano,LXXVIII, 9-11). Guarda com’Egli insinua la notte nel giorno e il giorno nella notte (cf. Corano,III, 27; XXII, 61; ecc.), introducendo in essi aumento e diminuzione secondo un proprio particolare ordine. Guarda com’Egli faccia declinare il cammino del sole dal medio cielo sicché a causa di ciò si ha la varietà delle stagioni: estate, inverno, primavera e autunno; quando il sole nel suo tragitto cala dal medio cielo, l’aria si raffredda e compare l’inverno; quando si trova proprio nel medio cielo la calura è forte; quando infine si trova fra le due posizioni summenzionate, la temperatura è moderata.

Non vogliamo [qui] enumerare sia pure un centesimo di una sola delle tante meraviglie dei cieli; le cose che abbiamo dette non sono che un suggerimento sul modo di meditare: tieni per certo, insomma, che non esiste astro ove non si presentino per creazione, misura, forma, colore, posizione nel cielo, vicinanza o lontananza dal medio cielo e vicinanza o lontananza dagli [altri] astri, numerosi i segni della Sapienza di Dio eccelso. Confronta tutto ciò con quanto abbiamo detto circa le membra del tuo corpo, giacché non ve n’è parte che non racchiuda un segno, anzi copiosi segni di sapienza: le cose del cielo sono più importanti, anzi lo sono talmente che non si può mettere a confronto il mondo della terra con il mondo del cielo per quanto riguarda sia la grandezza dei relativi corpi sia la quantità delle loro caratteristiche. Misura la differenza che v’ha tra terra e cielo, per numero di caratteristiche, in base alla differenza fra la grandezza di quello e la grandezza della terra, sapendo tu essere tale la grandezza della terra e la distanza fra le sue parti estreme che nessun uomo può averne la percezione e seguirne la circonferenza. Gli studiosi concordano sul fatto che il sole è grande centosessanta e più volte la terra – anche nelle tradizioni vi sono indicazioni sulla sua grandezza –, e ancora che la più piccola delle stelle che vedi è otto volte la terra, mentre la più grande la supera di quasi centoventi volte. Da questo tu vieni a conoscere l’altezza e lontananza delle stelle, giacché per la loro lontananza son divenute tali da sembrar piccole ai tuoi occhi; infatti alludendo a tale lontananza Iddio eccelso dice: «Ha innalzato la volte [del cielo] e l’ha forgiato» (Corano,LXXIX, 28), e nelle tradizioni si dice che [la distanza] tra cielo e cielo è di cinquecento anni. Se la misura di una sola stella supera tante volte la terra, pensa allora alla moltitudine di esse, poi al cielo in cui sono fisse e alla sua grandezza; poi guarda alla rapidità del suo movimento, mentre tu non ne percepisci né il movimento né tanto meno la rapidità ma non dubiti che in un attimo esso percorre la distanza [equivalente] alla larghezza di una stella perché l’intervallo di tempo fra il sorgere della parte iniziale di una stella fino a quello della parte finale di essa è breve, ed essendo quella stella cento e più volte la terra, la sfera avrà fatto in quell’attimo un giro corrispondente a cento volte la terra: in questo modo continuamente gira, mentre tu non ne fai caso! Considera come Gabriele – la pace sia su di lui! – abbia accennato alla velocità del suo movimento quando al Profeta – lo benedica Iddio e lo salvi! – che gli aveva chiesto: «È calato il sole?», rispose: «No! Sì!». Il Profeta gli domandò: «Come mai dici: “No! Sì!”», ed egli rispose: «Dal momento che ho detto: “No” fino a che ho detto: “Sì!”, il sole ha fatto un cammino di cinquecento anni». Osserva la grandezza della forma del sole, poi la levità con cui si muove; poi osserva la potenza del Creatore sapiente, come Egli ne abbia accolto la forma, malgrado l’estensione che raggiungono i suoi bordi, nella pupilla dell’occhio malgrado la piccolezza di questa, tanto che stando tu seduto a terra ad occhi aperti verso di esso, lo vedi tutto. Quindi non considerare il cielo nella sua grandezza e quantità di astri; considera invece come il suo Creatore lo abbia fatto e sorretto senza pilastri visibili (cf. Corano,XIII, 2; XXXI, 10) e senza che sia legato superiormente a nulla: tutto il mondo è come una sola casa ed il cielo ne è il tetto. Quello che in te sorprende è che, entrato nella casa di un ricco e vistala adorna di pitture e abbellita con oro non smetti di stupirti per essa né di farne menzione descrivendone la bellezza per tutta la tua vita; mentre, pur guardando sempre alla casa grandiosa [che è l’universo], al suo pavimento, al suo tetto, alla sua aria, alle sue stupende cose, ai suoi straordinari esseri viventi e ai suoi mirabili dipinti, non ne parli né vi rivolgi la mente. Questa casa non è certo inferiore all’altra che vai descrivendo! Anzi l’altra è essa stessa una parte di quel pavimento che a sua volta rappresenta la parte più vile della casa [che è l’universo]. Eppure tu non guardi ad essa! Il motivo è soltanto il fatto che essa è la casa del tuo Signore, il quale da solo l’ha costruita e sistemata, e tu hai dimenticato te stesso, il tuo Signore e la casa del tuo Signore, avendo interesse per il tuo ventre e il tuo sesso; tua sola cura è la tua ingordigia o il codazzo degli amici: il massimo scopo della tua ingordigia è riempirti il ventre, ma non potendo tu mangiare che un decimo di quanto divora un animale, questo ti supera di dieci volte: ed il massimo scopo del tuo codazzo di amici è che dei tuoi conoscenti ne vengano a te dieci o cento e davanti ti dicano ipocritamente cose false mentre hanno insite in loro maligne idee su di te e, anche se ti fossero sinceri nell’affetto essi non avrebbero il potere di procurare a te o a se stessi svantaggio né danno, né morte, né vita, né risurrezione (cf. Corano,XXV, 3); [aggiungi che], pur essendovi talora nel tuo stesso paese ricchi giudei e cristiani a te superiori per posizione [sociale], tu hai atteso a quelle cose vane e hai trascurato di considerare la bellezza del Reame dei cieli e della terra e, per giunta, hai trascurato di dilettarti a considerare la Maestà di Colui che possiede il Reame e il Regno. Tu e il tuo intelletto non siate da paragonare che alla formica che esce dalla dimora che si è scavata in un superbo castello reale, di alta costruzione, dai solidi pilastri, abbellito [dalla presenza] di ancelle e garzoni, [adorno di] belle e preziose cose: essa infatti uscendo dal formicaio e incontrando la compagna non parlerebbe, se potesse, che della propria casa, del proprio cibo e del modo di conservarlo; che di fronte al castello e al re che vi risiede essa resterebbe indifferente né si curerebbe di meditarvi sopra. Essa anzi non è assolutamente in grado di distaccarsi con lo sguardo da se stessa, dal suo cibo, dalla sua casa e passare ad altro. E come la formica non si cura del palazzo né del suo pavimento, né del suo tetto, né delle sue mura, né del resto della sua costruzione trascurandone pure gli abitanti, così anche tu trascuri la casa di Dio eccelso e i Suoi Angeli, che sono gli abitanti dei Suoi cieli: tu non conosci del cielo se non ciò che conosce la formica del tetto della sua casa e conosci degli angeli dei cieli solo quello che essa conosce di te e degli abitanti della tua casa. Sì! La formica non ha modo di conoscere te, le meraviglie del tuo palazzo e le cose stupende che l’artista vi ha fatte; tu però avresti la capacità di aggirarti nel Reame e di conoscere delle sue meraviglie ciò che le [altre] creature trascurano!

Ma tiriamo ora le redini del discorso fuori dal campo degli argomenti sopra trattati; esso è infatti un campo immenso e se noi lo approfondissimo anche per tutta la vita, non riusciremmo a spiegare quanto Iddio ci offre con la conoscenza di esso! Tutto ciò che abbiamo conosciuto è poco, insignificante e meschino rispetto a quanto hanno conosciuto dotti e santi; e quanto essi hanno conosciuto è poco, insignificante e meschino rispetto a quanto dai Profeti – che la benedizione e la pace siano su di loro! – è stato conosciuto; poi tutto ciò che questi hanno conosciuto è poco rispetto a quanto ha conosciuto il nostro Profeta Muhammad – lo benedica Iddio e lo salvi! –; e quanto hanno conosciuto gli Angeli Ravvicinati, come Isrâfîl, Gabriele ed altri; poi tutte le conoscenze degli Angeli, jinn e uomini, messe a confronto con la Scienza che ha Dio glorioso ed eccelso non meritano d’essere chiamate «scienza», ma è più giusto che siano denominate «perplessità», «incertezza», «deficienza», «incapacità». Gloria a Chi fa conoscere ai Suoi servi ciò che ha voluto e di cui ha inoltre parlato a loro tutti, dicendo: «Ma solo d’un poco di scienza voi siete stati dotati» (Corano, XVII, 85).

Questa [che finora abbiamo dato] è la spiegazione dei punti essenziali sui quali deve svolgersi la meditazione di quelli che meditano sulla creazione di Dio eccelso, e fra detti punti non v’è la meditazione sull’Essenza di Dio eccelso; ma dalla meditazione sul creato risulta inevitabilmente la conoscenza del Creatore, della sua Grandezza, Maestà e Potenza: quanto più conoscerai l’opera meravigliosa di Dio eccelso, tanto più perfetta sarà la tua conoscenza della Maestà e Grandezza di Lui. Sarà come quando tu, avendo vantato un dotto per aver avuto notizia della sua scienza, continui in seguito a scoprire nei suoi scritti o nelle sue poesie cose stupende sicché lo conosci meglio e in te cresce la riverenza, la stima e il rispetto per il suo valore; ed ogni sua parola o ogni mirabile verso della sua poesia tanto eleva nel tuo cuore la situazione di apprezzamento (di cui egli godeva) che sei costretto ad esaltarlo tu per tuo conto. Allo stesso modo prendi pure in considerazione la creazione di Dio eccelso, e come essa sia stata formata e composta, e ogni sorta di cosa da Lui creata e formata che esista; l’esame e la meditazione su tutto ciò appaiono senza fine, ogni uomo riuscendo a farli nella misura a lui accordata [da Dio].

Limitiamoci quindi alle cose che abbiamo dette e aggiungiamoci ciò che abbiamo esposto in maniera specifica nel Libro della gratitudine: lì abbiamo infatti considerato l’opera di Dio eccelso come beneficio e grazia verso di noi, qui invece solamente come Atto divino. E tutto ciò che vi abbiamo preso in considerazione, è preso in considerazione anche dal naturalista, senonché il suo modo di esaminare è causa del suo errore e della sua infelicità, mentre per chi ha ricevuto da Dio la grazia del successo la riflessione su tutte quelle cose diviene causa della sua retta intenzione e felicità: non v’ha atomo in cielo o in terra per cui Iddio glorioso ed eccelso non travii chi vuole, e diriga chi vuole. Chi dunque esamina quelle cose considerando che sono azione e opera di Dio eccelso ne ricava la conoscenza della Maestà e Grandezza di Lui e ne sarà ben diretto; chi invece le esamina limitandosi a considerarle dal punto di vista dell’influsso dell’una sull’altra, senza notare che sono collegate con la Causa delle cause, è un disgraziato e va in rovina. Cerchiamo perciò rifugio in Dio dall’errore e Gli chiediamo di evitarci con la Sua Grazia e Generosità, Favore, Bontà e Misericordia, quel terreno che è scivoloso per i piedi degli ignoranti!

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L’Androgino Alchemico (Elémire Zolla)

Iniziazione

Ermete Trismegisto, il leggendario fondatore dell’alchimia, addita il mistero primordiale della natura, il principio del fuoco, che avvolge nella sua quadruplice fiamma gli opposti essenziali: sole e luna, maschio e femmina, zolfo e mercurio , che danno luogo all’unità androgina in ogni atto di concezione e nascita in natura. Essi circondano la terra  concentrando su di essa le influenze astrali, e nel centro della terra si combinano in un triangolo, o piuttosto, tridimensionalmente, in una piramide, che è la forma del cristallo di sale (sia dei sali marini, sia degli allumi minerali, femminili). Il lato destro del triangolo corrisponde al principio sulfureo maschile, il lato sinistro al principio mercuriale femminile e la base del triangolo al principio salino. La figura contenuta all’interno allude alla quadratura del cerchio, simbolo dell’androginia. La progressione va perciò dal triangolo al quadrato e infine al cerchio. La natura opera nello stesso modo in tutti e tre i regni, quello aereo, quello vegetale e animale, e quello minerale, perché in ciascuno di essi l’armonia deriva dallo stesso accoppiamento di opposti, dalla stessa congiunzione dei principi solare e lunare . La congiunzione può essere raffigurata da un serpente (la natura) con la testa di leone (che divora il fuoco e la putrefazione) e la coda a forma di testa d’aquila (volatilità), nell’atto di estrarre da se stesso l’invisibile e impalpabile rugiada interna che dà compattezza agli elementi più sottili del corpo. In essa è racchiuso il potere del sole e della luna, che il serpente stringe fra le sue spire.
Il processo è triplice. Esso inizia con una fase androgina embrionale che, nel caso dei metalli, corrisponde all’impregnazione di un terreno nitroso e salino da una parte di un vapore corrosivo e acre (Zolfo e Mercurio). I due principi vengono raccolti insieme dalla luce solare che penetra nel terreno sotto forma di rugiada. La stessa rugiada che nutre la vita delle piante attiva questo processo di volatilità sotterranea. Il prodotto è detto “materia prima”, o “Rebis”, o “Androgino di Fuoco” (poiché entrambi i principi sono acri e brucianti), o “Adamo” (poiché entrambi sono il principio primo della generazione nel mondo minerale).
Isaac Newton preferiva chiamarlo “Caos”. Paracelso, scherzando, lo chiamava l’”Albero-con-la-Mela” o “Seme Ragazza (sale) e Polpa Ragazzo (zolfo)” (il re e la regina accanto all’albero). La polpa col tempo marcirà o brucerà, per essere infine ricreata della sostanza della Ragazza (le lune). La radice di questo processo viene spesso indicata come il Drago Velenoso. Nell’Androgino vediamo una nuvola di teste caprine, dalle cui barbe si innalzano un ragazzo e una ragazza che si avvolgono a spirale intorno alle gambe dello stesso. Tale significato simbolico viene associato alla capra in India, dove la parola aja (“capra” in sanscrito) significa anche “non ancora nato” e dunque “natura” (che sottoterra è fetida e ribollente).
Perché non è possibile identificare questa sostanza con un unico nome? Perché essa non è necessariamente cinabro, o antimonio solforato, o alcun’altra sostanza in quanto tale. Cercare l’equivalente chimico dell’Androgino di Fuoco è dar la caccia ai fantasmi. L’androgino è una situazione globale, che “accade” quando il principio della luce, del sole e della luna, viene catturato da un terreno aspro e velenoso e comincia a fermentare. Nella seconda fase entrano in opera i vapori di salnitro, che corrodono e affinano l’androgino. L’androgino ora gonfia la terra e soffia via i vapori che l’hanno penetrata, purificandoli nel corso del processo e rendendoli fluidi. Questa fase viene detta il “bagno dell’androgino” o della coppia regale. Essa è seguita dalla terza e ultima fase, in cui dal marasma emerge una pasta vitrea e viscosa, detta la “Pietra dei Filosofi”, o la “Perla”, o l’”Occhio del Pesce”, o il “Primo Magnete”, perché attrae dal terreno circostante tutto ciò di cui abbisogna.

Gli alchimisti danno alla sostanza che compatta i principi femminile e maschile in natura il nome di “resina”, e ritengono che essa sia la forma energizzata del principio sulfureo. August Strindberg, nel suo trattato Antibarbarus (Berlino, 1894), descrive come individuare la resina nella trementina, nella guttaperca, nello zolfo comune riscaldato in una padella, e nell’oro nascente. La resina è semplicemente la dimostrazione di una perfetta amalgamazione dell’androgino, che dà luogo alla pura essenza fluida dell’oro (non si tratta dell’oro comune, che non è altro che la traccia nella materia inerte di una perfetta amalgamazione resinosa androgina). La figura tratta da Urbigerus  mostra la sostanza androgina a sinistra nella sua prima fase, e a destra nella sua seconda fase dopo un bagno in quella che sembra essere resina che cola da un buco dell’albero (l’analogo dell’albero della vita nel mondo dei metalli). Il buco dell’albero può essere rappresentato anche come un leone verde che morde il sole, specialmente quando l’opera di trasformazione è compiuta sul regulus di antimonio. I vapori dell’androgino vengono raccolti allo stato fluido da una fornace in cui sono riprodotte le condizioni della seconda fase. Il processo è raffigurato da un uomo fiammeggiante (il minerale) e da una donna che addita il leone e il sole simbolici, e paragona l’estrazione dei fluidi all’ascesa della linfa in un albero.
La terza fase può essere rappresentata dalla nuova sostanza che riposa in grembo alla madre, da un embrione che gonfia il ventre dell’androgino dopo le abluzioni della seconda fase, o da un figlio androgino .
Si fornisce un’immagine globale della visione alchemica dell’operato della natura, sotto forma di due processi principali: a sinistra la calcinazione dei corpi e a destra la distillazione delle essenze (anime e spiriti). Ciò vale per tutti i regni naturali, ma è particolarmente facile da illustrare nel caso di una pianta. Gli oli eterici sono l’anima solare (zolfo) della pianta, l’alcol ne è lo spirito lunare (Mercurius). Questi due principi sono mostrati come maschio e femmina che entrano nella caverna di Ermes accompagnati dai loro leoni. La pianta viene schiacciata, gli oli vengono separati e gli spiriti vengono distillati in una storta (il pellicano). I vapori che s’innalzano sono rappresentati da un’aquila in volo verso il cielo, che li porta negli artigli come mondo dell’anima e mondo dello spirito. Nell’alto dei cieli, nella fase finale dell’opera, essi si fondono e formano la Colomba dell’amore perfetto.
Alla sinistra dell’albero della vita, il residuo oscuro della pianta, che resta sul fondo dell’alambicco (il corvo), viene cotto dal fuoco di Marte, U, finché perde il proprio carattere plumbeo (il segno di Saturno W) e acquista una sfumatura di stagno (il segno di Giove Vil colore argenteo della cenere (il cigno bianco). Le ceneri sono trattate con resine e fuoco, finché il loro sale libera la propria “umidità radicale” (come avviene per le ceneri usate nella produzione del vetro). Questa è rappresentata dal pavone con la coda costellata di occhi, e in maniera ancor più appropriata dalla Fenice, che si nutre di resine e si brucia per poter rinascere. La Fenice risorge dalle proprie ceneri portando negli artigli due mondi (la terra e il fuoco del processo) e, nella fase finale che ha luogo nell’alto dei cieli, diviene il puro agnello del sacrificio. Qui il corpo calcinato (la Fenice morta) viene saturato dalla tintura fluida (la Colomba morta), finché le due essenze si fondono nella Pietra della Pianta (la Pietra Filosofale), che è la pianta nella sua forma più pura ed essenziale. Shakespeare scrisse una poesia su questo tema, The Phoenix and the Turtle (La Fenice e la Colomba), in onore dei due uccelli morti e divenuti un’unica essenza.
Un disegno indiano allude all’eterno processo di androginizzazione vivificante che avviene nell’atmosfera, mostrandoci il congiungimento a mezz’aria dell’acqua e del fuoco. Secondo l’alchimia, l’umidità terrestre, sospesa nell’aria e impregnata dei raggi della luna, si scioglie nei raggi del sole dando vita a due essenze androgine sottili: Mercurius, l’essenza delle trasmutazioni, e il sale, agente della fissazione. Insieme, dopo aver dato vita alle piante sotto forma di rugiada, esse penetrano nella terra, dove diventano il seme dei metalli. Vale la pena di notare che il fuoco e l’acqua nel disegno hanno otto braccia: la fusione può avvenire solo tramite un doppio incrocio. In una società stabile i matrimoni incrociati fra cugini tendono ad essere istituzionalizzati, e corrispondono al passaggio di un’affermazione superficiale dell’androginia a una più radicale e totale. Ciò spiega forse anche perché l’anomalia dei gemelli siamesi ermafroditi, con i loro doppi organi sessuali in ordine scambiato, non è del tutto sgradevole all’occhio.
Anche l’immagine rinascimentale dell’androginizzazione c’insegna la fusione tramite incrocio . La reciproca bramosia dei due opposti (simboleggiata dal cane) genera una spirale (rappresentata dalle spire del serpente, dalla catena tirata in direzioni opposte dai due cupidi e dal motivo delle viti avvolte sui loro sostegni nello sfondo). Ciò è possibile perché, mentre la spinta solare, raffigurata dai piedi alati dell’uomo, mantiene il maschio contratto nello sforzo (a ciò allude l’uccello con le ali chiuse che la donna innalza sopra la sua testa), la donna diviene volatile (com’è indicato dall’uccello con le ali spiegate che l’uomo regge sopra la testa di lei). La fusione androgina s’innalza a spirale solo in presenza di correnti incrociate, proprio come avviene per l’effettivo chiasma dei nervi ottici nel cervello. C. G. Jung ha sottolineato che in ogni intimo incontro fra un uomo e una donna vi è sempre uno scambio incrociato, che coinvolge l’uomo e la sua anima femminile, Anima, da una parte, e la donna e la sua anima maschile, Animus, dall’altra.
La Brhadaranyaka Upanishad (IV.3.21) dice che “come nelle braccia di una donna amata perdiamo ogni distinzione fra l’esterno e l’interno, così l’essere umano (purusha) abbracciato dall’assoluto onniscente (prajnatmana) è soddisfatto in ogni suo desiderio (kama); solo il desiderio dell’assoluto persiste, ogni altro sparisce, così come sparisce ogni dolore”.
La rappresentazione simbolica del matrimonio in Picta poesis di Barthélemy Aneau  ci mostra quanto queste idee fossero vive nel Rinascimento europeo. Il marito e la moglie sono uniti da un nodo d’amore e si fondono nell’albero della vita, che è rappresentato anche dalla croce che essi formano con le braccia (Mosè e il satiro, sullo sfondo, rappresentano forse il controllo e gli impulsi, la Legge e la Natura). D. Cheney ha notato che la scena assomiglia all’incontro fra Amoret e il marito (che ci ricordano Salmacide ed Ermafrodito) in La regina delle fate di Edmund Spenser (libro III, ed. 1590). Britomart li osserva, “per metà invidioso della loro beatitudine” e “molto toccato dai loro spiriti gentili”: per metà Mosè approvante, per metà satiro adocchiante, ovvero, nel linguaggio di Spenser, in parte devoto di Diana, in parte donna tentata da Venere.
La fusione perfetta era simboleggiata dall’amore fra Ermes e Afrodite , dal quale nacque Ermafrodito. Michael Mayer commenta la stampa dicendo che Ermafrodito corrisponde al Parnaso, la montagna dalla doppia vetta dove Apollo soggiorna con le Muse e attraverso la quale passa l’asse del mondo. Ciò suggerisce la colonna vertebrale dell’Uomo Cosmico e il serpente Kundalini che snoda in essa le sue spire. Queste correlazioni fra unione sessuale ed essenza del cosmo in Occidente sono evocate solo tramite velate allusioni in trattati alchemici, come appunto quello di Mayer, ma nei templi dell’induismo esse erano insegnate apertamente.
Su un’incisione, Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, indica un androgino che regge una Y. Alberto, ci dice il testo, rappresenta qui la suprema autorità sia spirituale sia temporale. La Y, come insegna Filone, è simbolo del Verbo che penetra l’essenza di tutti gli esseri. Gli gnostici Naasseni insegnarono che esso rappresenta l’intima natura dell’essere, che è insieme maschile e femminile e, in quanto tale, eterna.
Il globo di Khunrath  rappresenta simbolicamente gli insegnamenti fondamentali dell’alchimia. Centro ed essenza della terra è il Caos, che qui appare come androgino (Rebis) che combina contrazione ed espansione, femminile e maschile in una spirale unificata. Esso è la forza creatrice della realtà. Gli opposti vengono agganciati e messi in movimento dall’essenza della luce, che prende la forma del principio della Salinità, di una bruciante acredine nelle viscere della terra. La spirale dell’androgino attivato produce la “Coda di Pavone” o “Arcobaleno”: materia fecondata ed energizzata, pronta a generare il seme dei corpi minerali e vegetali.
L’applicazione pratica di questa teoria viene suggerita dall’immagine dell’androgino sul fuoco . La materia prima androgina del regno minerale giace in uno stato di latenza, sotto un sole eclissato e una luna nuova. Per risvegliarsi e crescere, per ricevere i raggi invisibili del sole e della luna, e per trasformarsi in un seme minerale, l’androgino richiede il fuoco della fermentazione. Questo è il precetto generale. Nell’effettiva preparazione dei farmaci alchemici ciò significa che due sostanze opposte, come il mercurio e lo zolfo, devono venir saturate con certi succhi e poi macinate fino a formare una polvere nera e fine. Tale polvere viene racchiusa in un vaso sigillato e riscaldata a fuoco lento finché fermenta. In questa stampa i corpi congiunti rappresentano le due sostanze, l’oscurità che li circonda è il vaso alchemico, la graticola il “calore di fermentazione” necessario perché la trasformazione possa avvenire. Ancora oggi è possibile vedere questo processo in atto in ogni laboratorio per la produzione di medicine ayurvediche in India. Gli addetti praticano di quando in quando un’apertura nel recipiente per esaminare il grado di trasformazione delle sostanze in esso contenute, indicato dai cambiamenti di colore. Nei testi alchemici occidentali questa fase del processo è simboleggiata dalla Coda di Pavone che si dispiega sopra l’androgino. Per il mistico, ciò che accade nel recipiente sigillato è la Genesi stessa in scala ridotta. Il processo fu visualizzato in questi termini da Jacob Boehmen in Von der Gnadenwahl (1623): “Adamo, rivestito della suprema Gloria, né uomo né donna, bensì entrambi, temperato con entrambe le tinture, sia come Matrice Celeste nel fuoco procreatore dell’amore, sia come Mascolinità affine al fuoco essenziale” (5:35).
Il processo alchemico di fusione tramite fermentazione è qui rappresentato da un re e una regina che giacciono fianco a fianco, con le loro anime che si librano sopra i corpi nudi . Il fine del processo è lo stesso che si proponevano le coppie di asceti del cristianesimo primitivo: liberare i principi che animano l’essere umano tramite fermentazione e fusione dei corpi sottili.
La materia prima androgina è  rappresentata sopra un’urna, le cui quattro sezioni rappresentano i quattro elementi. Le ali ne denotano l’incipiente volatilità, dovuta alla reazione che coinvolge l’energia solare, centripeta, e l’energia lunare, centrifuga (il re e la regina), in un processo spirale di fermentazione. Riassumendo il simbolismo del disegno: i principi solare Q e lunare R, compenetrandosi sopra la croce degli elementi , formano il segno di Mercurio S con le ali della volatilità rivolte verso l’alto.
Le illustrazioni dei testi alchemici ci indicano come gli alchimisti interpretassero l’operato segreto della natura. Questo va dalla fase di ingiallimento (citrinitas) della materia prima alchemica o Uovo Filosofico al regulus (“reuccio”) di antimonio. Il regulus è il metallo purificato per riduzione, che si deposita sul fondo del crogiolo. Il regulus stellare di antimonio è noto per la facilità con cui si combina con l’oro. Il disegno alchemico ne riproduce la struttura, associandola allo spirito dell’oro che anima il regulus a livello sottile, rappresentato dai movimenti del serpente. La forma a stella del regulus di antimonio evoca la stella Regulus, situata nel cuore della costellazione del Leone. È perciò forse l’antimonio il leone, il re dei metalli?
Isaac Newton lavorò con il regulus di antimonio, confidando che esso contenesse un forte principio sulfureo, lo Zolfo Filosofico. Lo mescolò con l’argento, ottenendo una massa plumbea che egli ritenne essere una materia prima androgina. A questa massa aggiunse mercurio, affinché estraesse dall’aria Mercurius, lo spirito liberamente fluttuante di ogni trasmutazione.
Newton si attenne scrupolosamente alle criptiche istruzioni dei testi: “dovrai passare attraverso il ferro”, “il ferro era presente nel minerale grezzo originario”, “dovrai usare un magnete”. Mediante una coppa di antimonio è possibile preparare un farmaco in quantità illimitata, semplicemente versando acqua nella coppa: l’antimonio, come un magnete, s’impregna delle influenze libere, vivificanti dell’aria. “Dovrai usare del piombo”: Newton ottenne un Piombo Filosofico. Quando alla fine mescolò dell’oro al suo preparato, all’interno dei vasi sigillati posti sulla fiamma vide alberi ramificarsi, apparire e scomparire, e divampare colori iridescenti, che nel disegno alchemico sono rappresentati dai movimenti circolari del serpente.
B.J.T. Dobbs (The Foundations of Newton’s Alchemy, or the Hunting of the Greene Lyon, Cambridge/New York, 1975) spiega l’esperienza di Newton dicendo che egli vide formarsi e dissolversi “composti intermetallici instabili”. Gli alchimisti invece avrebbero descritto la stessa esperienza dicendo che Newton aveva lavato l’Androgino di Fuoco, il quale dispiegò quindi il suo “arcobaleno” o “Coda di Pavone”.


Unità: la nascita e il serpente

William Blake diede voce a una tradizione diffusa e particolarmente viva presso gli alchimisti, immaginando che la materia visibile sia preceduta da una fermentazione invisibile, nel corso della quale il principio maschile della luce e del tempo ruota come una “spada fiammeggiante” entro il velo di neve e ghiaccio del principio femminile, che rappresenta l’essenza dello spazio. Il gelido velo o la solida crosta dell’aspetto femminile della materia primordiale costituisce l’aspetto visibile del reale, l’illusione cosmica o maya. Tutto ciò può essere rappresentato come un uovo, il cui tuorlo corrisponde al principio maschile del sole e del tempo (che altro non è che l’ombra gettata dal sole su un quadrante), mentre l’albume e il guscio visibile corrispondono al principio femminile dello spazio. Nel disegno alchemico l’uovo diventa il globo, l’albume la polpa vegetale, il tuorlo il sole, raffigurato qui come la testa maschile dell’androgino, i cui piedi femminili sono immersi nell’elemento acqua, in fondo alla valle, o utero, situata fra le due colline del fuoco (la salamandra) e dell’aria (le aquile). L’Uomo Cosmico appare come il bambino, replica del globo androgino .
La stampa di Blake tratta da For the Children: The Gates of Paradise (Per i bambini: le Porte del Paradiso), ci mostra l’Uomo Cosmico o Uomo Eterno come Eros alato che esce dal guscio dell’uovo, riecheggiando la tradizione greca che vede in Eros il dio dell’origine della vita . Blake gli mette in bocca queste parole:

“I rent the Veil where the Dead dwell:
When weary Man enters his Cave
He meets his Savior in the Grave.
Some find a Female Garment there,
And some a Male, woven with care”.

“Io squarcio il Velo che avvolge i Morti:
lo stanco Uomo, entrando nella sua Caverna
incontra il suo Salvatore nella Tomba.
Colà alcuni trovano un Abito Femminile,
altri un Abito Maschile, tessuti con cura”.

L’incontro con due serpenti accoppiati è presso molti popoli il più favorevole degli auguri. Nel mito di Tiresia un tale incontro segna l’inizio del destino di androgino e veggente del protagonista. Nello yoga e nel tantrismo il motivo dei serpenti allacciati rappresenta il perfetto equilibrio delle energie interne. Formicolii della spina dorsale, serpenti eretti e falli in erezione sono fenomeni imparentati fra di loro. Una nota acuta produce un brivido lungo la spina dorsale; e una melodia che si snoda a spirale, suonata da un flauto, ritmata da un tamburo o ballata da agili e leggiadre membra, fa alzare sia i serpenti sia i falli. La particolare e completa estasi dell’androginia è simboleggiata dal caduceo che, in quanto rappresentazione dell’accoppiamento di serpenti, denota la corrispondenza, sezione per sezione, dell’essere androgino con il cosmo.
Nella tradizione occidentale, Giordano Bruno, in De immenso et innumerabili (VI,5), descrive la compenetrazione di serpenti accoppiati come emblema dell’amplesso fra il Sole-Dioniso e la Terra-Cerere. I raggi solari, egli dice, penetrano nell’utero dell’umidità terrestre per raggiungere eternamente il femore stesso della madre cosmica. Il femore è l’osso con cui si fanno i flauti.
Entrare in rapporto con questo nucleo della vita cosmica è il fine dell’adepto, sia come alchimista sia come mistico. L’adepto s’identifica con Mercurio, il fluido principio androgino della realtà. Mercurio dapprima è assopito e si astrae dal mondo della veglia per sognare i giusti sogni . Il suo corpo sottile emerge dal suo inguine come un caduceo (indicazione anche del sonno REM, in cui si producono erezioni). Sopra di lui aleggia il principio della luce e del calore. Nella fase successiva  lo vediamo incoronato, con il caduceo perpendicolarmente eretto che va a toccare il centro del cuore, dove il sole e la luna si congiungono androginamente. Un piede poggia sulla terra, l’altro sul fuoco. Nella terza immagine  la trasformazione è compiuta: Mercurio è ora il perfetto androgino e regge il globo imperiale nella mano sinistra e il caduceo nella destra. Il caduceo è ora esternato e conferisce armonia non solo all’uomo interiore, ma anche al mondo esterno. Saturno e la Luna, Giove e Mercurio, Marte e Venere si fondono finalmente l’uno nell’altro e tutti insieme in un’unità, e Mercurio li porta, come un mazzo di fiori, dentro le viscere della terra, dove diverranno le anime rispettivamente del piombo e dell’argento, dello stagno e del mercurio, del ferro e del rame, formando una spirale che culmina nell’oro solare .
Il Mercurio di Agostino di Duccio ci appare all’apice del suo potere. I dettagli di questa immagine devono essere stati suggeriti dagli ermetici che si erano raccolti alla corte di Sigismondo Malatesta. Le stelle sullo sfondo alludono all’armonia delle sfere; il bastone magico guida le anime nella discesa e nella risalita dalle profondità della terra; il gallo della vigilanza è appollaiato sul piede sinistro; il cappello conico della magia s’innalza verso il cielo sul capo dell’androgino, e le nubi che gli fluttuano intorno alle ginocchia suggeriscono, come ha osservato Adrian Stokes (The Stones of Rimini) il moto elicoidale di un vortice che s’innalza. Il piede destro, maschile, poggia sulla roccia con cui è possibile accendere il fuoco, mentre il piede sinistro, femminile, è immerso nelle femminili acque.
La saggezza, in greco sophia, rappresenta il legame fra l’Unità Divina e gli archetipi ideali della Creazione. Certi teologi russi hanno ravvisato in Santa Sofia la Quarta Persona di Dio. Come esperienza di vita, in tutta la storia del cristianesimo, dai primi gnostici ai recenti sofianisti russi, Sofia rappresenta lo struggente desiderio di una pace e di una grazia oltremondane, simile, secondo il tradizionale paragone degli gnostici, all’indefinibile nostalgia provata dal figlio di un re che vive, ignaro delle sue origini, in povertà. Teologicamente Sofia è lo specchio di Dio e, nel contempo, lo specchio della pura consapevolezza per gli uomini. Essa è femmina in rapporto a Dio, ma androgino in rapporto all’umanità. Vladimir Solovev, il grande sofianista russo dell’Ottocento che evocò Sofia come sfida allo Spirito dell’Umanità del pensiero positivista, vedeva la mascolinità di Sofia manifestarsi in Gesù e la sua femminilità in Maria.
L’immagine di Sofia compare a Novgorod nel Mille, ma può forse provenire da Bisanzio. Il suo aspetto infuocato deriva forse dalle descrizioni dell’Arcangelo Purpureo della Suprema Illuminazione contenute negli scritti dei neoplatonici persiani. Nella mano sinistra tiene il caduceo e con la mano destra si stringe al seno una pergamena contenente i segreti esoterici. Alla sua destra è la Vergine incinta del Bambino, alla sua sinistra san Giovanni Battista. Questi due assistenti, i due canali che trasmettono la sua influenza al livello della effettiva manifestazione, sottolineano entrambi la trascendenza delle divisioni sessuali .
L’androgino, o Rebis alchemica, è alato come Sofia ed è in tal senso una personificazione della saggezza cosmica. Un’ala è rossa e l’altra bianca, a indicare gli spiriti dell’oro e dell’argento, del sole e della luna, del sangue e del latte del corpo vivente della natura. Indossa un abito nero bordato di giallo, che suggerisce il nero della materia prima androgina in cui tuttavia sono presenti in potenza le correnti della vita metallica aurea. Il verde del paesaggio è il prodotto della mescolanza dei colori di Rebis. Egli/ella regge con la mano destra un cristallo, in cui i suoi colori appaiono in successione convergente al centro, dove va collocato l’uovo o seme minerale che l’Androgino porta nella mano sinistra, lunare. Secondo la teoria alchemica, lo spirito lunare agirà nell’uovo, provocando la putrefazione della calce spenta della terra, fino ad attivare in essa il nucleo solare latente che risorgerà allora in un corpo cristallino vivo e capace di crescita, così come l’acredine del fuoco provoca la putrefazione delle morte ceneri e della sabbia in un fluido vivente che diviene infine vetro .

Il Dio nascosto (Nicola Cusano)

Iniziazione

Un gentile disse [a un cristiano]: ti vedo inginocchiato con grande devozione, mentre versi lacrime di amore sincero e non falso. Dimmi, chi sei?

CRISTIANO. Sono il cristiano.

GENTILE. Che cosa adori?

CRISTIANO. Dio.

GENTILE. Chi è il Dio che adori?

CRISTIANO. Non lo so.

GENTILE. Come fai ad adorare con tanta serietà ciò che non conosci?

CRISTIANO. Adoro perché ignoro.

GENTILE. Mi stupisco che l’uomo possa essere preso da ciò che ignora.

CRISTIANO. È più strano che l’uomo sia preso da ciò che crede di sapere.

GENTILE. Perché?

CRISTIANO. Perché conosce meno ciò che crede di sapere di ciò che sa di ignorare.

GENTILE. Spiegalo, ti prego.

CRISTIANO. Siccome non si può sapere nulla, chiunque creda di sapere qualcosa, a me sembra un folle. 

GENTILE. A parer mio, il folle sei tu che dici che non si può conoscere nulla.

CRISTIANO. Intendo per scienza l’apprendimento della verità. Chi afferma di sapere, dice di avere appreso la verità.

GENTILE. Anche io lo credo.

CRISTIANO. E come può essere appresa la verità se non per se stessa? Ma allora essa non è appresa, perché chi apprende è prima e l’appreso dopo.

GENTILE. Non capisco come la verità possa essere appresa solo per se stessa.

CRISTIANO. Credi che ciò che è afferrabile in modo diverso sia anche nel diverso?

GENTILE. Sì.

CRISTIANO. Sbagli in modo evidente. La verità non è al di fuori della verità; il circolo non è al di fuori della circolarità, l’uomo non è al di fuori dell’umanità. Dunque, la verità non si trova al di fuori della verità, né altrimenti, né in altro.

GENTILE. In che modo allora so che cosa è l’uomo, che cosa la pietra e, così, di ogni cosa che so?

CRISTIANO. Tu non ne sai nulla, ma credi di sapere. Se ti avessi interrogato sulla quiddità di ciò che credi di sapere, avresti affermato che non sei capace di esprimere la verità dell’uomo o della pietra. Bensì sai che l’uomo non è la pietra, e ciò non deriva dalla scienza per la quale conosci l’uomo, la pietra e la [loro] differenza, ma dall’accidente, dalla diversità delle operazioni e delle figure. A queste cose, quando le distingui, imponi i nomi diversi. Il movimento della ragione distintiva impone i nomi. 

GENTILE. C’è una sola verità o molte verità? 

CRISTIANO. La verità è una sola. L’unità è una sola e la verità coincide con l’unità, perché è vero che c’è una sola unità. Come nel numero non si trova che una sola unità, così nei molti non si trova che una sola verità. E, pertanto, chi non raggiunge l’unità, non conoscerà mai il numero, e chi non raggiunge la verità nell’unità non può sapere nulla di vero. E, sebbene creda di sapere con verità, si accorge facilmente che ciò che crede di sapere si può sapere con più verità. Il visibile può essere sempre visto con più verità di quanto non lo veda tu. Ed è visto con più verità dagli occhi più acuti. Dunque non è visto da te come è visibile in verità. Lo stesso si può dire dell’udito e degli altri sensi. Ora, poiché tutto ciò che è saputo, ma non con la scienza con la quale può essere saputo, non è conosciuto in verità, ma diversamente e in altro — infatti non si conosce la verità altrimenti e diversamente dal modo che è la verità stessa –, ne segue che è folle chi crede di sapere qualcosa in verità, e che ignora la verità. Non passerebbe forse per pazzo quel cieco che credesse di conoscere le differenze dei colori quando non conosce il colore?

GENTILE. Quale uomo è, allora, sapiente, se non si può sapere nulla?

CRISTIANO. Deve essere stimato sapiente chi sa di essere ignorante. E venera la verità chi sa di non potere apprendere nulla, ossia di non potere essere, vivere e conoscere, senza di essa.

GENTILE. Ma all’adorazione [di Dio] non ti ha attirato proprio il desiderio di essere nella verità? 

CRISTIANO. È come dici. Io onoro Dio, non quel [Dio] che la tua religione di gentile nomina e crede falsamente di conoscere, bensì quel Dio che è la verità ineffabile. 

GENTILE. Ti prego, fratello, qual è la differenza tra te e me quando onori Dio che è la verità e io non voglio onorare quel Dio che non è Dio in verità?

CRISTIANO. Le differenze sono molte. Ma la differenza una e massima è che noi onoriamo la verità assoluta, non mescolata, eterna, ineffabile; invece voi onorate non la verità stessa come è assoluta in sé, ma come è nelle sue opere; non l’unità assoluta, ma l’unità nel numero e nella molteplicità, e vi sbagliate perché la verità che è Dio non si può comunicare ad altro.

GENTILE. Ti prego, fratello, conducimi a capirti quando parli del tuo Dio. Dimmi, che cosa sai del Dio che adori? 

CRISTIANO. So che tutto ciò che so, non è Dio, e che tutto ciò che concepisco, non gli è somigliante, ma che egli è al di sopra di tutto.

GENTILE. Dunque Dio è nulla.

CRISTIANO. Non è il nulla, perché questo nulla ha il nome di nulla.

GENTILE. Se non è nulla, è allora qualcosa. 

CRISTIANO. Non è qualcosa. Qualcosa, infatti, non è tutto. Dio non è qualcosa piuttosto che tutto.

GENTILE. Tu affermi in modo strano che il Dio che adori non e né nulla, né qualcosa, affermazione che nessuna ragione comprende.

CRISTIANO. Dio è al di sopra di nulla e di qualcosa perché il nulla gli obbedisce sì da divenire qualcosa. E questa è la sua onnipotenza. Per la sua potenza, egli supera tutto ciò che e o non è, per cui gli obbedisce sia ciò che non è, sia ciò che è. Egli fa che il non-essere venga in essere e che l’essere passi nel non-essere. Egli non è nulla di quanto è sotto di lui e che la sua onnipotenza previene. Pertanto, non può essere detto più questo che quello, perché tutte le cose sono da lui.

GENTILE. Può essere nominato?

CRISTIANO. È piccola cosa quella che è nominata. La grandezza di ciò che non può essere concepito, rimane ineffabile.

GENTILE. È allora ineffabile?

CRISTIANO. Non è ineffabile, bensì esprimibile al di sopra di tutto, in quanto è la causa di tutte le cose nominabili. Colui che dà il nome agli altri, come può esser senza nome? 

GENTILE. È, dunque, esprimibile e ineffabile insieme. 

CRISTIANO. Neppur questo. Dio non è la radice della contraddizione, ma è la semplicità stessa anteriore ad ogni radice. Pertanto, non dobbiamo dire che è esprimibile e ineffabile insieme.

GENTILE. Allora che cosa dici di esso?

CRISTIANO. Che egli non è nominato né non nominato, né nominato e non nominato insieme; bensì tutte le cose che si possono dire in modo disgiuntivo e copulativo per consenso o contraddizione, non convengono a lui a causa dell’eccellenza della sua infinità, perché è il principio unico anteriore a ogni pensiero che possiamo formarci di lui. 

GENTILE. Allora a Dio non converrebbe l’essere. 

CRISTIANO. Dici bene.

GENTILE. Allora è nulla.

CRISTIANO. Non è nulla, né non è, né è e non è insieme, ma è la fonte e l’origine di tutti i principi dell’essere e del non-essere.

GENTILE. Dio è la fonte dei principi dell’essere e del non-essere?

CRISTIANO. No.

GENTILE. Tu l’hai detto poco prima.

CRISTIANO. Ho detto la verità quando l’ho detto, e dico la verità anche ora, quando lo nego. Perché se ci sono i principi dell’essere e del non-essere, Dio è anteriore ad essi. Ma il non-essere non ha il principio del non-essere, ma dell’essere. Il non-essere ha bisogno del principio per essere. C’è allora il principio del non-essere, perché il non-essere non è senza di esso.

GENTILE. Dio è verità?

CRISTIANO. No, ma è anteriore a ogni verità. 

GENTILE. È diverso dalla verità?

CRISTIANO. No, perché l’alterità non può convenirgli. Ma è infinitamente anteriore a tutto ciò che possiamo concepire e nominare della verità, in modo eccellente. 

GENTILE. Non chiamate Dio, Dio?

CRISTIANO. Sì.

GENTILE. Dite il vero o il falso?

CRISTIANO. Né l’una cosa né l’altra, né tutte e due. Infatti non diciamo il vero, cioè che questo sia il suo nome, né il falso, perché non è falso che questo sia il suo nome. Né diciamo il vero e il falso, perché la sua semplicità è anteriore a tutte le cose sia nominabili che non nominabili.

GENTILE. Perché lo chiamate Dio, se ignorate il suo nome? 

CRISTIANO. Per la somiglianza della perfezione. 

GENTILE. Spiegalo, tiprego.

CRISTIANO. Dio è chiamato così da theoro, cioè vedo. Dio è nella nostra sfera come la vista nella sfera del colore. Il colore è afferrato solo dalla vista; e, perché possa cogliere liberamente ogni colore, il centro della vista è senza colore. Dunque la vista non si trova nella sfera del colore, perché è priva di colore. Perciò secondo la sfera del colore, la vista è un nulla piuttosto che qualcosa. La sfera del colore non coglie l’essere al di fuori della sua sfera, ma afferma che è tutto ciò che è nella sua sfera. Qui non si trova la vista. La vista, dunque, che esiste senza il colore non ha un nome nella sfera del colore, perché non le corrisponde nessun nome di colore. La vista dà il nome a ogni colore per la distinzione, perciò dipende dalla vista ogni imposizione di nome nella sfera del colore, ma comprendiamo che il suo nome, dal quale [è] ogni nome [di colore] è piuttosto nulla che alcunché. Dio si comporta nei confronti di tutte le cose come la vista rispetto ai visibili.

GENTILE. Ho apprezzato quello che hai detto, e ho capito chiaramente che nella sfera di tutte le creature non si trova Dio, né il suo nome. Dio sfugge a ogni concetto piuttosto che essere l’affermazione di qualcosa, in quanto egli non si trova nella sfera delle creature, non avendo la condizione di creatura. Nella sfera dei composti non si trova il non-composto, e tutti i nomi che sono nominati sono nomi di composti. Il composto non è da sé, ma da quello che è anteriore a ogni composto. E, sebbene la sfera dei composti e tutti i composti sono ciò che sono per lui, tuttavia, in quanto egli non è composto, non e conosciuto nella sfera dei composti. Sia, dunque, benedetto nei secoli Dio che si nasconde agli occhi di tutti i sapienti del mondo.

Preesistenza (Rumi)

Iniziazione


Io ero, nel tempo in cui non erano i Nomi, e nessuna traccia
v’era d’esistenza d’esseri.
E il ricciolo dell’Amico eterno era l’unica traccia di vero
e l’unico oggetto era Dio!
E tutti gli oggetti e i nomi promanarono da Me, in quell’attimo
eterno quando né Me né Noi v’era!
E in quell’attimo antichissimo e primo mi prostrai a Dio, quando
ancora Gesù non fremeva in seno a Maria.
Da un capo all’altro percorsi tutta la Croce, e tutti i Nazareni
conobbi: sulla Croce non c’era!
Nella Pagoda andai, nel tempio dei monaci antico andai:
nessun colore, colà, mi apparve di Lui.
Le redini della ricerca volsi allora alla Ka’ba, ma là, in quella
meta di giovani e vecchi, nulla v’era.
E viaggiai verso Herat e viaggiai verso Qandahar, e sotto
cercai, e sopra cercai; ahimè, anche là non era!
E volli spingermi ancora fino alla cima dei monti Qaf ai confini
del mondo della Fenice eterna, là, traccia non v’era!

E ne chiesi allora alla Tavola di Diaspro e al Calamo di Dio,
ma, e l’uno e l’altro muti, non fecero parola.
E l’occhio mio, capace solo di Dio, non vedeva dovunque altro
che qualità e forme estranee all’Eterno.
E, infine, mi fissai lo sguardo nel cuore, ed ecco, là io Lo vidi,
in nessun altro luogo che là, Egli era!
E per vero, così perplesso, stupefatto ed ebbro ne fui che un
atomo solo dell’essere mio più non si vide. Io più non ero.

Conoscenza e la ricerca del Dao (Zhuangzi)

Iniziazione


Conoscenza partì verso il nord alla ricerca del Dao. Giunse alle rive del Mare Oscuro e si arrampicò sulla montagna Altezze Nascoste. Lì incontrò Non Fare, il Silenzioso.
“Ci sono tre domande che voglio porti,” disse Conoscenza. “La prima è: con quali tecniche di concentrazione o di meditazione posso arrivare a conoscere il Dao? La seconda: in quale eremo, con quali pratiche ascetiche posso trovare riposo nel Dao? E la terza: per quale via, con quale metodo posso arrivare al Dao?”
Queste erano le tre domande di Conoscenza. Ma Non Fare, il Silenzioso, non rispose. Non solo non rispose: non sapeva neppure come rispondere!
Non avendo ottenuto risposta, Conoscenza si diresse verso il sud, raggiunse le rive del Mare Luminoso e si arrampicò sulla montagna Dubbi Risolti. Lì incontrò Impulso Irriflesso e gli sottopose le stesse tre domande. “Ah, certo!” esclamò Impulso Irriflesso.
“Te lo dico subito!” Aprì la bocca per dire qualcosa, ma aveva già dimenticato cosa stava per dire.
Non avendo ottenuto risposta, Conoscenza ritornò verso il centro, si diresse verso il palazzo imperiale e ottenne udienza dall’Imperatore Giallo. Gli sottopose le tre domande.
L’Imperatore Giallo rispose: “Solo quando non c’è più né concentrazione né meditazione puoi arrivare a conoscere il Dao. Solo quando non abiti in alcun luogo e non pratichi alcunché puoi trovare riposo nel Dao. Solo quando non segui alcuna via e non hai alcun metodo puoi arrivare al Dao.”

Conoscenza disse: “Tu lo sai e ora anch’io lo so. Ma gli altri due che ho interrogato non lo sapevano. Chi è nel vero?”
L’Imperatore Giallo disse: “Solo Non Fare, il Silenzioso, è perfettamente nel vero.
Impulso Irriflesso ha un’apparenza di verità. Ma tu e io non ci avviciniamo neppure alla verità. Quelli che sanno non parlano e quelli che parlano non sanno; il saggio insegna senza parole.”
Quando questa conversazione fu riferita a Impulso Irriflesso egli si dichiarò d’accordo con l’Imperatore Giallo.
Non sembra che Non Fare, il Silenzioso, abbia mai sentito parlare della cosa né che abbia fatto alcun commento.

Tempo ed Eternità (COOMARASWAMY)

Iniziazione

Cristianesimo e pensiero moderno

Nel Cristianesimo l’importanza del Presente è affermata dal Cristo con le parole: «Lascia i morti seppellire i loro morti»1 e «Non affannatevi per il domani» (Matteo, 8, 22 e 6, 34). Inoltre, si riconosce facilmente l’ἄτοµος νῦν di Aristotele in S. Paolo, I Corinti, 15, 51-52: «Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio (ἐν ἀτόµῳ, ἐν ῥιπῇ ὀφθαλµοῦ; l’arabo al-sā’at), al suono dell’ultima tromba…; e i morti risorgeranno incorrotti, e noi saremo trasformati»2; questa affermazione ci rammenta anche l’«Istante- unico del Risveglio» (eka-kṣana-sambodhi) del Buddhismo. Infatti – come per Aristotele e per i buddhisti – la corruzione è inseparabile dall’esistenza temporale, e «risorgere incorrotti» implica necessariamente un passaggio dal flusso dell’esistenza temporale all’eternità presente nella quale non ci sono né oggi né domani, e nella quale il cristiano ha già vissuto nella misura in cui è stato in grado di seguire i comandamenti del Cristo: abbandonare il passato e non affannarsi per il domani. È senza dubbio partendo da questo punto di vista che Bowman fa questa osservazione: «L’attenzione religiosa per la vita concerne specificamente questa vita di esperienze che rinasce a ogni attimo fuggente»3: e sembra che si esiga dal vero cristiano ch’egli sia, o che divenga, proprio come il Ṣūfī, un «figlio dell’istante», e, come l’Arahant buddhista, un Liberato «per il quale non v’è né passato né futuro» (S. I. 141)4. La realtà dell’eterno presente è ugualmente connaturale a quella dello Spirito Santo, la cui operazione è immediata – «Subitamente (ἄφνω) venne dal cielo un rumore come di vento che soffia con forza» (Atti, 2:2)5. S. Tommaso d’Aquino, a proposito della questione «Se la giustificazione dell’empio si produca istantaneamente o progressivamente» (Sum. Theol. I-II. 113. 7), decide che una tale giustificazione «non è successiva, bensì istantanea»6 (proprio ciò che un buddhista avrebbe chiamato «risveglio in un unico istante»). Infatti una tale giustificazione dipende dall’infusione della Grazia, che è subitanea, e dal libero arbitrio dell’uomo «il cui movimento è, per natura, istantaneo»7. La giustificazione non può essere progressiva, poiché «i movimenti del libero arbitrio – di volere o di non volere – non sono progressivi bensì istantanei»8. In risposta all’obiezione successiva – cioè che delle condizioni opposte non possono coincidere nello stesso istante e che vi dev’essere perciò un ultimo istante nello stato di peccato e un altro nello stato di grazia – egli risponde che «la successione dei contrari in uno stesso soggetto differisce per le cose soggette al tempo e per quelle che sono di là dal tempo. Perché per le cose temporali non esiste un “ultimo istante” in cui la forma precedente persista nel soggetto; invece si dà un ultimo tempo, e un primo istante in cui la forma seguente inerisce alla materia o al soggetto. E la ragione di ciò è che non si può ammettere che un istante ne preceda immediatamente un altro nel tempo; infatti gli istanti non si succedono immediatamente l’un l’altro nel tempo, come nemmeno i punti in una linea, e ciò è provato da Aristotele (Fis. VI. 1). Ma il tempo è terminato dall’istante. Pertanto durante tutto il tempo precedente, nel corso del quale una cosa muta verso la sua forma, essa conserva la forma opposta, ma all’ultimo istante di questo tempo, che è anche il primo istante del tempo successivo, essa possiede la forma che è il termine del movimento. Ma è diverso per le cose che sono al di sopra del tempo […] È la mente umana che è giustificata, ed essa è al di sopra del tempo, benché sia accidentalmente soggetta al tempo nella misura in cui conosce la continuità e il tempo9… Diremo dunque che non si

dà un ultimo istante in cui esiste la colpa, bensì un ultimo tempo; mentre si dà un primo istante in cui la grazia esiste, la colpa essendo inerente per tutto il tempo precedente».

Si sarebbe forse potuto esprimere tutto ciò più chiaramente usando l’immagine del cerchio (ὁ τροχὸς τῆς γενέσεως, bhavacakra) e del suo (settimo) raggio; la successione temporale corrispondendo al movimento lungo la sua circonferenza mentre il movimento ex tempore del libero arbitrio al moto centrifugo (caduta o discesa nella materia) e al moto centripeto (ascensione o resurrezione). Nella Summa Contra Gentiles I. 14, 15, S. Tommaso discute dell’eternità di Dio. Egli basa la sua argomentazione sulle asserzioni dell’immutabilità di Dio in Mal. 3:6, Giac. 1:17 e Num. 23:19; e cita Aristotele: «Il tempo è l’enumerazione del moto» (Fis. IV. 11-5, 219 B), osservando che solo le cose che sono nel tempo possono essere misurate, ma «Dio non si muove affatto, e perciò non può esser misurato dal tempo; né Egli esiste “prima o dopo” né non esiste più dopo esser esistito, né può trovarsi in Lui successione alcuna […] ma Egli ha l’intera Sua esistenza simultaneamente (simul); e quella è la natura (ratio) dell’eternità»; e conclude con Salmi 101:13 (102:12): «Ma tu, Signore, durerai per sempre», e 28 (27): «Ma tu sei lo stesso, e i tuoi anni non hanno fine». Cfr. BG. Il. 20: «Né essendo divenuto, cesserà mai di essere…».

Nella Summa Theologica I. 10, «Sull’Immutabilità di Dio», S. Tommaso distingue più pienamente tra tempo, eviternità ed eternità. «L’idea del tempo consiste nella numerazione del prima e del dopo nel moto: del pari, l’idea dell’eternità consiste nell’apprensione dell’uniformità di ciò che è fuori dal moto. Inoltre, sono dette esser misurate dal tempo quelle cose che hanno un inizio e una fine nel tempo […] Ma siccome ciò che è interamente immutabile non ha alcuna successione, così non ha né inizio né fine […] L’eternità è chiamata “intera” [tota], non perché abbia parti bensì perché non manca di alcunché […] L’espressione “tutta in una volta” è usata per rimuovere l’idea del tempo, e la parola “perfetta” per escludere l’ora del tempo [nunc temporis]… L’ora che sta [nunc stans] è detto fare l’eternità10… L’eviternità [aevum] differisce dal tempo e dall’eternità in quanto medio tra loro due… Gli angeli, che hanno un essere immutabile quanto alla loro natura ma mutevolezza quanto alle loro scelte […] sono misurati dall’eviternità […] Il tempo ha un prima e un poi; l’eviternità non ha in se stessa né un prima né un poi, i quali, tuttavia, possono esserle connessi; mentre l’eternità non ha né prima né poi, né è compatibile con essi in alcun modo. (Ma) l’eviternità è talvolta presa come “secolo” [saeculum], cioè il periodo di durata d’una cosa; e così diciamo” molti evi” quando intendiamo “molti secoli”».

«Eviternità» è quindi un termine che potrebbe applicarsi alla vita degli dèi indiani «nati con una vita (āyus, cfr. αἰών)11 di “mille anni”; proprio come uno potrebbe vedere in lontananza l’altra “sponda”, così essi videro l’altra “sponda” della loro vita» (ŚB. XI. 1. 6. 15, cfr. TS. V. 7. 3 sg.); la loro «non morte» (amṛtattva) contrasta, da un lato, con quella dell’uomo che vive cent’anni – cioè «non muore» prematuramente – e, dall’altro, con l’immortalità senza tempo di Brahma.

Inoltre (Sum. Theol. I. 10. 6) «il tempo è uno». Non perché sia un numero; «infatti il tempo non è un numero astratto dalla cosa numerata12, ma esiste nella cosa numerata; altrimenti esso non sarebbe continuo; poiché dieci misure di stoffa sono continue non in ragione del numero (dieci) bensì della cosa numerata». La posizione è proprio aristotelica: il pezzo di stoffa non cessa di essere tale alla fine di ciascuna misura di stoffa per poi iniziare di nuovo; è un unico pezzo di stoffa: e così è nel caso di qualsiasi estensione di tempo o di spazio. Il tempo e lo spazio sono continui. Entrambi, come l’unità numerica, sono infinitamente divisibili.

«Esamina», dice S. Agostino, «i mutamenti delle cose e troverai dappertutto il “fu” e il “sarà”. Pensa a Dio e troverai l”‘è” dove il “fu” e il “sarà” non possono essere […] Essere è un termine per l’immutabilità […] Vi sono una vita prima e assoluta, nella quale non si dà che una cosa sia l’esistere, un’altra l’essere, bensì essere ed esistere sono la stessa cosa; e un’intelligenza prima e assoluta, nella quale non si dà che una cosa sia il vivere, un’altra il comprendere, bensì comprendere è vivere, ed è essere, e tutte le cose sono uno» (In Joan. Evang. XXXVIII, 10; Sermo, VII. 7; De Trin. VI. 10. 11). Inoltre, in Dio «nulla è passato come se non fosse più, nulla è futuro come se non fosse ancora. Qualunque cosa sia lì, semplicemente è» (In Ps. 101, Sermo, II. 10). E: «Che cos’è [sempre] lo stesso, se non ciò che è? […] Nessuno ha [sempre] lo stesso per sé […] il corpo che egli ha non è [sempre] lo stesso […] Nemmeno l’anima umana resta [la stessa] […]. La mente stessa dell’uomo,  che è chiamata razionale, è mutevole, non è [sempre] la stessa… “Ma Tu sei sempre lo stesso” (Salmi, 102. 27 sg.)… L’uomo in se stesso non è, poiché muta e si altera se non partecipa di Colui “che è [sempre] lo stesso”. Egli è quando vede Dio. Egli è quando vede Colui CHE È13; e vedendo Colui CHE È, egli inizia, secondo la sua misura, a essere […] Ma come? […] Attraverso la carità» (In Ps. 121)14.

Forse ancor più sorprendenti queste sue espressioni: «Osserva che parliamo e diciamo: “in quest’anno”… Di’ piuttosto: “oggi”, se vuoi parlare di qualcosa nel “presente”… Questo, pure, correggi lo, e di’: “in quest’ora”. Ma di “quest’ora” che cos’hai? Alcuni dei suoi momenti sono passati, e quelli nel futuro devono ancora venire. Di’: “in questo momento”. Ma in quale momento? […] Che cos’abbiamo dunque di questi “anni”?» (In Ps. 76. 8).

Il tempo e l’eternità sono stati mirabilmente discussi da Boezio, il quale è spesso citato da S. Tommaso. Per iniziare, in De Trin. I. 4 egli osserva che «Dio è “sempre” (semper) poiché “sempre” è con Lui un termine di tempo presente, e c’è questa grande differenza tra l”‘ora” che è il nostro presente e (l”‘ora” che è) il presente divino: il nostro “ora” connota il tempo che cambia e la sempiternità; mentre l”‘ora” di Dio permanente, immobile e autosussistente fa l’eternità. Aggiungi semper a aeternitas e otterrai l'”ora” che sempre fluisce, incessante, e pertanto il corso perpetuo del tempo che è la “sempiternità”»; e dubita che il “sempre” di Dio sia in qualche modo una forma di tempo.  In De consol. V. 6 egli nota che il giudizio comune di coloro che vivono con la ragione è che Dio è eterno (aeternum)15, e così «consideriamo ciò che è l’eternità […] È il possesso totale e perfetto di una vita interminabile tutta in una volta (tota simul) […] mentre non v’è nulla nel tempo che possa abbracciare la totalità della vita in una volta […] Infatti una cosa è vivere una vita interminabile (che è quanto Platone attribuisce al mondo)16, altro abbracciare la totalità di una vita interminabile presente in tutta la sua complessità». Dei momenti transitori del tempo egli dice che in un certo modo essi imitano l’ora che sta immutabile, cosicché a ogni momento una cosa «sembra essere». E così, «seguendo Platone, chiamiamo Dio “eterno” e il mondo “perpetuo” (perpetuum)». Poi sottolinea che la (cosiddetta) «prescienza» di Dio dovrebbe chiamarsi «la conoscenza di un istante che non viene mai meno (piuttosto) che una prescienza, come se concernesse il futuro. Di conseguenza si chiama non previdenza (praevidentia) bensì provvidenza (providentia)17, poiché, posta lontano dal- le cose inferiori, essa sorveglia tutte le cose, per così dire, dalla vetta più alta delle cose […] e così non disturba la qualità delle cose che rispetto a Lui sono presenti, ma che rispetto al tempo sono future».

Su queste basi Boezio è in grado di trattare efficacemente il problema del libero arbitrio e della «pre»-destinazione. Infatti «Dio osserva le cose “future” che procedono dal libero arbitrio (non come future bensì) come presenti»; e la libertà di volere o non volere non è messa in dubbio da questa presente ispezione o sorveglianza più di quanto gli atti di un uomo in un campo lontano siano controllati dal nostro osservarlo mentre egli agisce.

Per comprendere ciò più appieno va ricordato che, come Boezio ha già detto (V. 1), «la libertà di volere o non volere» è l’opera della ragione; mentre il cosiddetto atto di scelta secondo il quale «facciamo ciò che ci piace» non è affatto l’esercizio del libero arbitrio bensì una reazione irrazionale e passiva a stimoli esterni; e che, come dice S. Tommaso, l’operazione della ragione o della mente18 (nella misura in cui quest’ultima agisce realmente) è «di là dal tempo». Discutendo del «fato», Boezio ha già (IV. 6) paragonato il tempo alla circonferenza di un cerchio il cui centro (punctum medium)19 è l’eternità20, ed evidenziato che «ogni cosa è tanto più libera dal fato, quanto più si avvicina al cardine (cardo)21 di tutte le cose; e se aderisce saldamente alla stabilità della Mente Superna, essendo libera dal movimento, essa trascende anche la necessità del fato”: cioè, sfugge all’efficacia causale degli atti, i quali «hanno luogo” solo nel mondo, al quale il Liberato non appartiene più, benché possa ancora essere in esso. In altre parole, i movimenti del libero arbitrio sono reali, ma il loro evento è ex tempore22: e il fatto che ci sembrino essere passati o futuri è solo l’effetto delle nostre posizioni relativamente all’Ora dell’eternità.

Meister Eckhart: «Dio crea l’intero mondo ora, in questo stesso istante (nū alzamāle). Tutto ciò che Dio fece seimila e più anni fa quando creò il mondo, Dio lo fa istantaneamente (alzamāle) ora […] dove il tempo non è mai entrato, e nessuna forma è mai stata vista […] Parlare del mondo come creato da Dio ieri o domani sarebbe una follia in noi; Egli crea il mondo e tutte le cose in questo  Ora presente (gegewürtig nū) […] ciò che era mille anni fa e ciò che sarà fra mille anni da adesso, tutto questo è lì nel presente – tutto ciò che è lì così come ciò che è qui» (Pfeiffer, pp. 190, 192, 207, 266, 297). Inoltre, «nell’eternità non c’è né prima né poi […] Che si possa noi vivere in quell’eternità, così aiutaci Dio!» (ivi pp. 190, 192). Con queste parole Meister Eckhart riassume quanto più concisamente possibile la dottrina del Tempo (tempo) e dell’Eternità (Tempo) che abbiamo già seguito attraverso due millenni; ed egli ne afferma l’importanza per noi – “è per questo che io sono nato” (Pfeiffer, p. 284).

Ancora, «c’è una potenza nell’anima, non toccata dal tempo […] poiché Dio stesso è in questa potenza come nell’Ora eterno (in dem ēwigen nū). Se lo spirito fosse sempre unito a Dio in questa stessa potenza, l’uomo non potrebbe mai invecchiare. Poiché l’Ora in cui Dio fece il primo uomo, e l’Ora in cui l’ultimo uomo trapasserà, e l’Ora in cui io sto parlando adesso, sono tutti lo stesso in Dio nel quale non v’è che un solo Ora […] un’unica e medesima Eternità […] Prendi le prime brevi parole (di Giov. 4:23) venit hora et nunc est. Chi vuole adorare il Padre (in spirito e verità) deve farlo nell’Eternità con le sue aspirazioni e le sue speranze. C’è una parte dell’anima, quella più elevata, che sta sopra il tempo e non conosce alcunché del tempo né del corpo. Tutto ciò che accadde mille anni fa è, nell’Eternità, non più distante di quanto lo sia questa stessa ora in cui sono ora; né è il giorno a venire fra mille o moltissimi anni da considerarsi più distante di quanto lo sia questa stessa ora in cui sono ora» (Pfeiffer, pp. 44-5, 57).

Così anche quando parla del mondo come di un «cerchio»23, centrato in Dio, le cui opere sono la sua circonferenza: «Questo è il cerchio sul quale l’anima gira in tondo, tutto ciò che la Santa Trinità ha operato […] e, com’è detto nel Libro dell’Amore, “Quando scopro che è sempre senza fine, allora mi lancio verso il centro del cerchio (daz punt des zirkels)”… Quel punto è la potenza della Trinità, dove essa ha compiuto tutte le sue opere restando essa stessa immota. Lì, l’anima diventa onnipotente […] così unficata (geeiniget), essa è capace di ogni cosa […] il punto essenziale, dove Dio è tanto lontano quanto è vicino a tutte le sue creature24… lì essa insiste eternamente” (ēwiklīche dar bestētiger wirt, Pfeiffer, pp. 503-504). È di questo punto che parla S. Bonaventura, quando paragona Dio a una sfera il cui centro è dappertutto (Itin. mentis, V); è il punto, a cui la prima rota va dintorno di Dante; e il bindu, che segna il centro di ogni maṇḍala e yantra indiano.

E, ancora, per quanto concerne questo Punto, che è il Punto del Tempo, «per conoscerlo dobbiamo essere in esso, di là dalla mente e al di sopra del nostro essere creato; in quel Punto Eterno dove iniziano e terminano tutte le nostre linee, quel Punto dove esse perdono il loro nome e ogni distinzione, e diventano uno con lo stesso Punto, e con quello stesso Uno che il Punto è, eppure restano sempre in se stesse nient’altro che linee che giungono al termine» (Ruysbroeck, De septem custo- diis, cap. 19).

Tutto questo simbolismo è legato alla dottrina che identifica le persone della «pluralità di Dèi» (Viśve Devāḥ, cioè la gerarchia degli Angeli, Intelligenze o Potenze), e parimenti i Giusti Deceduti, con i raggi del Sole Intelligibile25: come, per esempio, in RV. I. 109. 7: «Ecco quegli stessi raggi con i quali gli Antenati si unirono»; X. 64. 13: «Ci siamo incontrati nel centro, dove Aditi conferma la nostra parentela»; ŚB. I. 9. 3. 10: «I raggi di Colui che splende là sono i Perfetti (sukṛtaḥ)26 e la luce che lì è più alta, quella è Prajāpati», e II. 3. 1. 7: «I raggi, invero, sono i Molti Dèi, e la luce che lì è più alta, quella è realmente Prajāpati, o Indra»27; «Secondo la teoria della processione per mezzo delle potenze, le anime sono descritte come raggi» (Plotino, Enneadi, VI. 4. 3), e «Lì tu ricadrai nel tuo Centro, un Raggio cosciente di quell’eterno Tutto» (Manṭiqu’ṭ Ṭair). Si osserverà che ciò, insieme al concetto di «movimento a volontà» (entrare e uscire), preclude qualsiasi interpretazione panteista nel senso eretico della parola28; se non vi fosse molteplicità nell’unità, «entrare e uscire» sarebbero privi di significato: ciò che la dottrina implica è una «fusione senza confusione» o «distinzione senza differenza» (bhedābheda) – un’estremità di qualunque raggio è confusa col suo centro, l’altra è distinta da esso, e i Perfetti sono entrambe.

Dante, quando parla dell’Eternità, fa spesso riferimento a questo «punto (o momento) essenziale». Tutti i tempi sono presenti a Esso («il punto a cui tutti li tempi son presenti», Paradiso, XVII. 17); là «dove s’appunta ogni ubi e ogni quando, Par. XXIX. 12). «La natura del mondo, che quieta il mezzo e tutto l’altro intorno move, quinci comincia come da sua meta» (Par. XXVII. 106)29; e «Da quel punto depende il cielo e tutta la natura» (XXVIII. 41). È un punto di luce fiammeggiante, e «distante intorno al punto un cerchio d’igne si girava sì ratto, ch’avria vinto quel moto che più tosto il mondo cigne» (XXVIII. 25)30, e questo cielo «non ha altro dove che la mente divina» (XXVII. 109)31; «Ivi è perfetta, matura e intera ciascuna disianza; in quella sola è ogne parte là ove sempr’era, perché non è in loco e non s’impola […] onde così dal viso ti s’invola» (XXII. 64). Dice, inoltre, «né prima né poscia procedette lo discorrer di Dio sovra quest’acque» (XXIX. 20) – e, per citare Filone, «allora si esclude la nozione che l’universo sia venuto all’esistenza “in sei giorni”» (LA. I. 20): «A ogni istante il mondo è rinnovato, la vita giunge sempre nuova» (Rūmī, Mathnawī, I. 1142).

«Non s’impola», cioè non ha contrari, o coppie di opposti: questo è «il Paradiso in cui Tu, Dio, dimori», e il cui muro, come dice Nicola Cusano, «è costruito con i contrari» – fra i quali il passato  e il futuro sono, dal presente punto di vista, la coppia più significativa, «velandoci dalla visione di Dio» (Rūmī) – e chiunque voglia entrare deve prima vincere l’altissimo Spirito della Ragione che custodisce l’angusto passaggio che li distingue (De vis. Dei, cap. 9)32. Questi contrari, di cui è fatto il mondo creato, sono le Simplegadi, che devono essere oltrepassate da ogni vi andante diretto a casa. Inoltre, Nicola Cusano dice: «Qualunque cosa sia da noi vista nel tempo, tu, Signore Iddio, non la preconcepisti così com’è. Poiché nell’eternità in cui tu concepisci33, tutta la successione temporale coincide in un unico e medesimo Ora Eterno. Così non vi è nulla di passato o futuro là dove passato e futuro coincidono nel presente […] Invero Tu, mio Signore, che sei Tu stesso Eternità assoluta,  sei, e pronunci (la Tua Parola) di là dal tempo» (De vis. Dei, cap. 10). E così: «Attraimi, o Signore, ché nessuno può raggiungerti se non viene attratto da Te; liberami da questo mondo e congiungimi (jungar, rad. sanscr. yuj, sāyuja) a Te, Dio assoluto, nell’Eternità della Vita Gloriosa. Amen» (De vis. Dei, cap. 25).

A questo punto sarà opportuno considerare brevemente la curiosa resistenza che la mentalità contemporanea oppone al concetto di un essere statico che sia definibile solo negando ogni affermazione limitante, ogni procedere da una esperienza all’altra. L’aspetto che più colpisce in questa resistenza è il fatto che sia quasi sempre basata su sentimenti: la questione della verità o della falsità di una dottrina tradizionale non viene quasi mai sollevata, e tutto ciò che sembra importare è se la dottrina piaccia o meno. Questa è la sentimentalità di coloro che piuttosto che arrivare a una meta preferirebbero procedere non sino a raggiungerla ma «per tutto il tempo», e che confondono la loro attività, che è solo un procedere non finito dalla potenzialità all’atto, con l’essere in atto.

Così R.A. Nicholson dichiara che «per le nostre menti gli atomi, che non hanno estensione alcuna nello spazio o nel tempo, sembrano alquanto insostanziali» (Studies in Islamic Mysticism, 1921, p. 154). L’obiezione può riferirsi specialmente agli atomi ash’ariti come costituenti delle grandezze reali, ma si applica altresì all’unico Tempo Atomico o Ora dell’Eternità che abbiamo considerato. Come osserva W.H. Sheldon: «Gli uomini sentono che ciò che non è esprimibile in termini temporali è privo di significato»: ma, continua, «la nozione di un essere statico e immutabile andrebbe compresa piuttosto come un processo così intensamente vivo, in termini temporali estremamente veloce, da comprendere insieme inizio e fine» (Modern Schoolman, XXI. 133). Non possiamo né dobbiamo, in effetti, ignorare che coloro che parlano di un essere statico, immutabile e senza tempo essendo al di sopra della parzialità del tempo, ne parlano anche come di un’immediata esperienza beatifica e del possesso di tutte le cose che sono state o che saranno nel tempo (per non menzionare la realizzazione di altre possibilità che non sono possibilità di manifestazione nel tempo): non è una «vita» minorata bensì una vita più grande che sussiste nel «nulla» che abbraccia tutte le cose, senza essere «nessuna» di loro. Allo stesso modo gli uomini si ritraggono di fronte al Nirvāṇa (lett. «despirazione»), benché sia proprio alla definizione di Nirvāṇa dire che «colui che lo trova, trova tutto» (sabbam etena labbhati, KhP. 8) e che esso è la «beatitudine suprema» (paramaḥ sukham, Nikāya, passim)!

«Il tempo eterno» (il Tempo, distinto dal tempo che fugge), come dice Boezio, «è il possesso totale e perfetto della vita interminabile nella sua simultaneità». La risposta a ciò che gli uomini «sentono» quando rifuggono dall’«eternità» – proprio come rifuggono dalla «negazione di sé», che li impressiona solo perché non hanno distinto, in loro stessi, tra il Sé che «non divenne mai alcuno» e l’incostante Ego di «quest’uomo, il Tal dei Tali» – si trova in parole come quelle di Meister Eckhart: «Possedere tutto ciò che ha essere, che è ardentemente da desiderare e che porta gioia; possederlo simultaneamente e totalmente (zemāle ungeteilet) nell’anima intera, e ciò in Dio, rivelato nella sua perfezione svelata, dove dapprima sboccia34, e nel fondo della sua essenza, interamente colto lì dove lo coglie Dio stesso – questa è la felicità. Ancora un’altra Pienezza del Tempo: se qualcuno avesse l’arte e il potere di raccogliere il tempo e tutto ciò che accadde in seimila anni o che accadrà sino alla fine del mondo35, tutto ciò sintetizzato in un unico Ora presente (ein gegenwertic nū), questo sarebbe la “pienezza del Tempo”. Quello è l’Ora dell’Eternità (daz nū der ēwikeit), quando l’anima conosce tutte le cose come sono in Dio, nuove e fresche e care, come io le trovo ora» (Pfeiffer, p. 105).

Tale è quella Pienezza, che, come dicono le Upaniṣad, «togliendole la Pienezza, Essa resta nondimeno Piena» (BD. V. 1). Nessun Ṣūfī, nessuno in samādhi36, nessun mistico occidentale, raptus, si è mai sentito sminuito dal suo «momento d’illuminazione». Vedere «il mondo in un granello di sabbia, e l’eternità in un’ora» – se fosse concesso – per chi non sarebbe abbastanza? La libertà di essere come e dove e quando si vuole, o dappertutto, o in nessun luogo – una simile libertà implica forse una privazione solo perché la parola indipendente enuncia un bene positivo nei termini di una libertà da tutte le limitazioni, l’esistenza delle quali è inseparabile da qualsiasi forma di esistenza nel tempo e nello spazio? Come si fa a «sentire» che qualcosa manca in un’«eternità» che, per definizione, «di nulla è manchevole»? In questo «onniconseguimento» (sarvāpti)37 non resta alcun desiderio insoddisfatto; né si può immaginare di essere «senza desideri» se non quando tutti i desideri sono soddisfatti, poiché allora il desiderio riposa nel suo oggetto. È una questione d’esperienza per coloro che ne parlano con tale certezza, e coloro che vivranno come essi hanno vissuto, vedranno ciò che essi hanno visto; ma quanto agli altri, una tale esperienza è da evitare o da desiderare?38

Qui, dato che «il cambiamento è una morte» – come riconoscono Platone (Eutidemo, 283 D, cfr. Parmenide, 163 A, B), Meister Eckhart e l’intera nostra tradizione – ogni incontro è il primo incontro, e ogni distacco è per sempre. Gli incontri e i distacchi (di cui nascita e morte sono null’altro che casi speciali) sono possibili solo nel tempo, e ci rallegrano o addolorano solo perché «noi» siamo o, meglio, ci identifichiamo erroneamente con i tabernacoli psico-fisici e mutevoli che il nostro Sé assume, e riteniamo così di essere creature del tempo. È in quanto creature del tempo che ci addolora l’appassire dei fiori e la morte degli amici. Gli uomini provano tali e tal altri desideri o amori (kāmāḥ) ed essi «sono reali (o veri), ma coperti da falsità (o irrealtà) […] Poiché, invero, se muore uno dei suoi cari, non potrà più vederlo qui. Ma coloro che qui sono ancora vivi, e quelli deceduti, e qualunque altra cosa uno desideri senza ottenerla, tutto ciò egli lo trova quando entra lì» (CV. VIII. 3. 1, 2). Ciò non significa che «qui» e «lì» siano semplicemente, da un lato, qui e ora, e, dall’altro, lì e dopo (post mortem); poiché l’universo stesso, «tutti gli esseri e tutti i loro desideri sono contenuti (samāhitāḥ)39 in questa “Città di Dio» (il corpo vivente), nell’etere del cuore40. Ma cosa resta (a- tiśiṣyate)41 della “città” quando è vinta e distrutta dalla vecchiaia?” Ciò che ne resta è la vera (o reale) “Città di Dio”43 – il Sé44 senza angoscia, senza età, immortale, il cui desiderio è vero (o reale), i cui concetti sono reali45… Coloro che se ne vanno via avendo già trovato (o conosciuto) qui il loro Sé e quei desideri (o amori) veri, “si muovono a volontà” in ogni mondo» (CU. VIII. I. 1-6)46. E questo concetto delle «due città» e dei desideri veri e falsi si trova in S. Agostino, ma prima di lui, in Platone: infatti «ci sono nelle anime degli uomini falsi piaceri, imitazioni o caricature di quelli veri» (Filebo; 40 C), dei quali i falsi piaceri (ψευδεῖς ἡδονάι) sono affezioni, mescolate con il dolore, e quelli veri (ἀληθεῖς)47 sono quelli che vengono colti nella bellezza, soprattutto come manifesti nelle forme matematiche, e quelli dell’apprendimento48, nei quali non c’è commistione di dolore (Filebo; 51). Secondo Platone e S. Agostino, nel mentre pensiamo alle cose eterne, alle cose che non mutano, partecipiamo dell’eternità. L’eternità non è distante da noi, ma più vicina del tempo, le estremità del quale sono invece realmente lontane, una molto davanti e l’altra molto dietro a noi: ciò che è vero, tuttavia, è sempre stato vero e sempre lo sarà. «Verità», nel Brahmanesimo, Buddhismo, Islam e Cristianesimo è, così come Eternità, uno dei nomi di Dio, ed è solo la nostra dimenticanza che ci fa pregare così: «O tu che non muti mai, dimora con me», come un Ṣūfī che desidera rendere ḥāl il suo waqt. Se il fondamento eterno dell’esistenza – dhamma – è sia qui e ora (diṭṭhe dhamme) che senza tempo (akāliko), sarebbe meglio vedere cosa si prova a «sentirlo» qui e ora, prima di «sentirsi» così spaventati da esso. Se, invero, non partecipiamo dell’eternità ora, forse non lo faremo mai49.

Esiste un altro modo in cui si può suggerire la natura dell’esperienza dell’eternità. Si può assumere che una data mente non possa pensare a più di una cosa alla volta. Ma ciò non significa che la vita dell’intelletto sia solamente aritmetica. Anche il dare nomi alle cose, che è un potere intellettuale, è l’attribuzione a molti eventi successivi di un tipo di identità permanente (in realtà una pseudo- identità) al di fuori del tempo; senza di ciò, la comunicazione dei sentimenti sarebbe possibile ma non la comunicazione dei pensieri; la qual cosa indica già che il mondo intelligibile ha più a che fare con l’eternità che con il tempo. E allo stesso modo spazialmente, si consideri la complessità dell’arte nell’artista, cioè della forma nella mente dell’artista, nella quale questa forma singola, benché una, è la forma di molte cose che potrebbero essere e saranno in seguito pensate separate. Per esempio, nel pensare a una «casa», si pensa anche a molte altre cose, almeno al pavimento, alle pareti e al soffitto. Un esempio più complesso è offerto dal ben noto, benché affatto unico, esempio di Mozart, che udiva le sue composizioni non frase per frase, ma dapprima come un totum simul, e riteneva che questa «audizione reale di tutto insieme» fosse migliore della successiva audizione di tutto per esteso. L’esempio più complesso è quello della visione di Dante della «forma universal» del quadro del mondo50, della quale egli dice: «Nel suo profondo vidi che s’interna legato con amore in un volume51, ciò che per l’universo si squaderna: sustanze e accidenti e lor costume, quasi conflati insieme52 per tal modo che ciò ch’i’ dico è un semplice lume […] A quella luce cotal si diventa, che volgersi da lei per altro aspetto è impossibil che mai si consenta» (Paradiso, XXXIII. 85-100). Si può pensare anche all’operazione immediata di un «genio matematico»; e alla visione di un Buddha, che «non opera in termini di composti» ma si posa dove vuole, «proprio come uno potrebbe saltare la sequenza di un testo, giungendo subito direttamente al punto» (Vism. 411). C’è anche il mistero della possibilità della comunicazione delle idee da una mente apparentemente circoscritta a un’altra, difficilmente comprensibile se non assumendo un qualche elemento trascendente comune a entrambe53. E, infine, c’è il fatto che esiste «una conoscenza singola di cose contrarie», delle quali l’intelletto può essere consapevole allo stesso tempo, quando, per esempio, considera l’idea di «temperatura», nella quale sono incluse le nozioni di caldo e freddo54. Da ciò si può avere un indizio su ciò che potrebbe significare essere «liberati dalle coppie di opposti», per esempio, da una conoscenza in termini di passato e futuro, che, come abbiamo visto, «velano da Dio». E benché l’onniscienza non sia affatto quantitativa, e nemmeno una mera accumulazione di conoscenza di cose, resta comunque valido che la potenza sinottica e sintetica dell’intelletto meramente umano ci fornisce un’analogia di ciò a cui potrebbe assomigliare il vedere e conoscere tutte le cose in una volta, senza contrapposizione di soggetto e oggetto, anzi, là dove «conoscere ed essere sono un’unica cosa»55. Non si immagina che l’Intelletto Divino sia una sorta di dizionario, ma piuttosto una Parola o una Forma che è la forma di molte cose differenti, per usare il linguaggio dell’esemplarismo56.

In conclusione, benché molto possa aggiungersi a ciò che è già stato detto57, seguirò soltanto la persistenza del concetto tradizionale di tempo ed eternità in alcuni poeti metafisici inglesi. Per esempio, Herrick:

O Anni! e Secoli!

Addio, guardate, io vado là dove so

dimorare l’Infinito

e lì i miei occhi vedranno tutti i tempi, e come

si perdono nel Mare della Vasta Eternità

dove mai la Luna inghiottirà le Stelle; ma Lei,

e la Notte, saranno

annegate in un Giorno senza fine58.

La seconda strofa di Herrick combina il pensiero di Joshua Sylvester –

Oggi, Domani, Ieri

presso di Te non sono che un istante

con Angelo Silesio:

Wenn du das Tröpflein wirst im grossen Meere nennen, Denn wirst du meine Seel’im grossen Gott erkennen59;

E anche il magnifico Testamento di Labadie:

«Consegno con tutto il cuore la mia anima a Dio, restituendola come una goccia d’acqua alla sua fonte, e mi rimetto a Lui con fiducia, pregando Dio, la mia origine e il mio oceano, che egli mi prenda in Se stesso e mi inghiotta eternamente nell’Abisso dell’Essere60».

Questo tema ben noto – «la rugiada scivola nel mare splendente» – ha, come l’analogo concetto delle scintille del fuoco divino che sorgono da esso e a esso ritornano, e come quello dell’esule che ritorna a casa, un lungo παράδοσις, rintracciabile attraverso Ruysbroeck61, Meister Eckhart62 e Dan- te63, sino alle fonti greche in Occidente, e, in Oriente, ai Sufi, particolarmente Shams-i-Tabrīẓ64 e Rūmī65 e alle fonti buddhiste66, vediche67 e anche cinesi68. Per esempio, nella Praśna Upaniṣad VI. 5 (di cui si trova una versione buddhista che ne è un equivalente quasi letterale nell’Aṅguttara Nikāya, IV. 198) troviamo:

«Proprio come i fiumi che scorrono verso il mare, raggiungendolo tornano a casa, e i loro nomi- e- forme sono distrutti, e si parla solo del “Mare”, proprio così le sedici parti (kalā) del Testimone (paridraṣṭṛ) che procedono verso la Persona (puruṣa)69 allorché raggiungono la Persona, tornano a casa: i loro nomi-e-forme sono distrutti, e si parla solo della “Persona”. Colui (che comprende ciò) diventa allora senza parti (akalā), immortale […] Colui sul quale le parti sono stabilite, come i raggi infissi nel mozzo della ruota, è Lui che io conosco come la Persona che va conosciuta – che la morte non vi tormenti!»

Come ultima illustrazione dell’universalità delle idee che abbiamo discusso sopra citerò Jan Ru- ysbroeck:

«Poiché se possediamo Dio nell’immersione dell’amore – cioè se siamo persi a noi stessi – Dio è nostro e noi siamo suoi: e affondiamo eternamente e irrimediabilmente nel nostro unico possesso che è Dio […] E questo affondare è come un fiume che senza pausa né ritorno sempre si versa nel mare; poiché è questo il suo proprio luogo di riposo» (The Sparkling Stone, cap. 9). «E ciò avviene di là dal tempo; cioè senza prima né poi, in un Eterno Ora […] la casa e l’inizio di ogni vita e di ogni divenire. E così tutte le creature sono lì dentro, di là da se stesse, un unico Essere e un’unica Vita con Dio, come nella loro Origine Eterna» (The Book of Supreme Truth, cap. 10).

Abbiamo seguito, per quanto possibile, la storia dei significati dei concetti di tempo ed eternità: l’uno, nel quale tutte le cose vengono e vanno, e l’altra, in cui tutto sta immutabile. Possiamo accettare questi significati come stabiliti, senza metterli in discussione, solo se vogliamo preservare l’integrità di questa trasmissione. Fuorché per chi sceglie di vivere in un mondo meramente esistenziale e senza significato, essi sono sempre stati, e sempre saranno, parte integrante dell’esistenza umana.

Poiché «l’intuizione non spaziale e non temporale è la condizione dell’interpretazione dello stesso mondo spazio-temporale»70; «tutti gli stati d’esistenza, visti in principio, sono simultanei nell’eterno ora […] (e) chi non riesce a sfuggire al punto di vista della successione temporale per vedere tutte le cose nella loro simultaneità è incapace della minima concezione d’ordine metafisico»71: e nell’«esperienza unificata della realtà l’intero processo della creazione – dal Patto Primordiale sino alla Resurrezione – è un unico istante intemporale di automanifestazione divina»72.

Note

1 Chi sono «i morti»? «Morto è l’uomo di ieri, poiché è morto nell’uomo di oggi, e l’uomo di oggi muore nell’uomo di domani» (Plutarco, Moralia, 392 D).

2 Questa «trasformazione» non si applica per nulla in maniera esclusiva alla resurrezione dei corpi in un lontano futuro, ma (come nell’Islam) all’istante presente dell’illuminazione, quando «l’anima, che si trovava morta in un corpo vivente, risorge» (S. Agostino, Sermo, LXXXVIII. 3. 3) o, come lo esprime S. Tommaso, al «primo istante al quale inerisce la grazia».

3 A. Bowman, Studies in the Philosophy of Religion, 1938, II, p. 346. Cfr. René Guénon: «Colui che non riesce a sfuggire al punto di vista della successione temporale è incapace della minima concezione d’ordine metafisico» (La Métaphysique orientale, Parigi, 1929, p. 17).

4 «Pensa a Dio e troverai l’ ”è” là dove l’ ”è stato” e il “sarà” non possono essere» (S. Agostino, In Joan. Evang., XXXVIII, 10).

5 «Subitamente (ἐξαίφνης) risplendette una viva luce dal cielo» (Atti, 22,6); «Ecco, ora è il tempo favorevole, ecco, ora è il giorno della salvezza» (ἰδοὺ, νῦν καιρὸς εὐπρόσδεκτος, ἰδοὺ νῦν ἡµέρα σωτηρίας, II Cor. 6,2). «Subitaneo» (sub-it-aneus) significa letteralmente «che va furtivamente»; e ἄφνω ha anche il senso di «misteriosamente». Ritroviamo queste idee anche in India in relazione alla processione e all’immanenza divine; per esempio, in RV. I. 145. 4, dove Agni sadyo jātas tatsāra, che Grassmann traduce «kaum geboren schleicht» (appena nato, egli s’insinua furtivamente) – si potrebbe dire anche «come un ladro nella notte»; cfr. Muṇḍ. Up. l. 1. 6 e Il. 2. 16: adreśyam agrāhyam […] sūsūkṣmam […] guhācara […] antaścarate bahudhā jāyamānaḥ, e MU. II. 5: sa va eṣa sūkṣmo’ grāhyodṛśyaḥ […] ihaivāvartate. Inoltre, a proposito di questa rapidità: «Nello stesso momento in cui io (Dio) sono presente qui, sono anche là» (Filone d’Alessandria, Sacr. 68); «Esso (il νοῦς) non si è spostato come ci si sposta da un luogo a un altro, ma è là» (Ermete Trismegisto, XVI. 2. 19); «Uno, immobile, è più rapido della mente […] quello, stando immobile, supera quelli che corrono» (Īśā Up., 4).

6 L’«istante» di S. Tommaso è rigorosamente atomico, e il suo argomento poggia sul fatto che questi istanti non sono delle parti del tempo.

7 Nelle cose sovratemporali nessun intervallo separa la causa dall’effetto e l’inizio dalla fine. Sarebbe interessante – dal punto di vista dell’hermeneia non dell’etimologia, evidentemente – collegare «pentimento» a repente.

8 «Il viaggio dello spirito non è condizionato dallo spazio e dal tempo» (Rūmī, Mathnawī, III. 1980).

9 In altre parole, «eviterna», come gli angeli, o, in quanto ragione, mortale, in quanto intelletto, immortale (benché il termine «ragione» sia talvolta usato nel senso di «intelletto» – del resto esso aveva in origine questo senso più elevato). Sulle «due menti» (mortale e immortale), cfr. A.K. Coomaraswamy, On Being in One’s Right Mind in «Review of Religion», 7, 1942, pp. 32-40: «Metanoia» è un cambiamento, una trasformazione della mente.

10 «L’ora del tempo è lo stesso, per quanto concerne il suo soggetto, nell’intero corso del tempo, ma differisce in un aspetto […] in quanto è qui e lì […] Similmente il flusso dell’ora in quanto alternante nell’aspetto è il tempo. Ma l’eternità resta la stessa sia secondo il soggetto che secondo l’aspetto. Pertanto l’eternità non è la stessa cosa dell’ora del tempo» (I. 10. 4 ad 2). Ciò è, ovviamente, aristotelico, oltreché in accordo con Boezio.

11 Etimologicamente affini, entrambe le parole possono significare sia «vita» che «evo». La radice di IE è I, «andare» (presente anche in αἰών, ἀεί, aevum, aeternus, ewig, ever e aye); nel suo senso frequentativo, quello della continuazione in un dato stato, essa implica «esistere» o «essere». Quando Agni è contrapposto agli altri Dèi, quale «l’unico immortale», egli può esser chiamato anche viśvāyus, «la totalità della vita», e questa totalità è analoga alla pienezza dell’«intera vita» (sarvam āyus) d’un uomo che non muore prematuramente. Su αἰών (come āyus) quale periodo completo, di ogni vita particolare o di tutta l’esistenza, vedi Aristotele, De coelo I. 9. 15; su αἰών e χρόνος, cfr. Filone, I. 496, 619 (Liddell and Scott).

12 Questo sembra esser stato il punto di vista di Guglielmo di Ockham: «Il suo fine precipuo nel Tractatus de Successivis è di mostrare che il movimento, il luogo e il tempo non sono entità separate dalle rispettive realtà, cioè il corpo mosso, il corpo localizzato e il corpo mosso nel tempo. Ockham pensa che questa sia anche la vera opinione di Aristotele» (P. Boehner, The Tractatus de Successivis attributed to William of O- ckham, St. Bonaventura, N.Y. 1944, p. 30.

13 «Io sono ciò che Io sono» è la versione greca di ciò che in ebraico faceva in realtà: «Io divengo ciò che Io divengo»: il greco Lo considera come: «Lui è in Se stesso», l’ebraico come: «Lui è in rapporto a noi», essendo divenuto «il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe». Entrambi i concetti sono comuni nella tradizione vedica; da un lato, «”Egli è“, solo così può esser colto» (KU. VI. 13), dall’altro, «Tu, Agni, alla nascita sei Varuṇa, e diventi (bhavasi) Mitra allorché acceso» (RV. V. 3. l) e «Egli divenne (abhavat) il Sole degli Uomini» (RV. l. 146. 4, cfr. Giov. 1:4).

14 «Attraverso la carità»; per esempio, la pratica di maitrī, karuṇā, muditā, upekkhā nei brahma-vihāra buddhisti (cfr. il mio Figures of Speech or Figures of Thought, pp. 147-48); poiché, come dice Meister Eckhart: «Dio ama tutte le creature allo stesso modo, e le colma del suo essere; e allo stesso modo noi dovremmo estendere il nostro amore a tutte le creature; e questo troviamo spesso tra i pagani: l’aver raggiunto questo stato di pace ricca d’amore in virtù della loro comprensione naturale» (Pfeiffer, p. 273).

15 Nell’edizione inglese curata da Loeb, malamente tradotto con «everlasting» (perpetuo). Per Boezio l’eternità è infinita, cioè senza principio né fine, ma certo non una durata: essa non «dura»: è il tempo che «dura».

16 Non sembra necessario discutere il problema dell’«eternità del mondo» nel presente contesto. Farò notare solamente che il «mondo senza fine» del Cristianesimo sembra riferirsi in un senso al mondo (quello in cui il tempo può esser detto «interminabile»), e in un altro senso a questo mondo (quello in cui un dato tempo ha un inizio e una fine). Proprio come nella dottrina tradizionale, vi sono cicli che iniziano e finiscono,  ma la serie dei cicli non ha né inizio né fine.

17 Il sanscr. prajnā, etimologicamente greco προνοία e latino pro-gnosis, è attribuito all’onniveggente e onnisciente Sole e Sé spirituale: è la conoscenza di tutte le cose, non derivata dall’osservazione dei loro eventi.

18 Entrambe qui nel senso di νοῦς, intellectus vel spiritus, come in S. Agostino, De ordine, II. 19.50: «Se la ragione è immortale […] e se io sono la ragione, allora ciò per cui sono chiamato mortale non è mio»; non la ragione talvolta distinta dall’intelletto, come in S. Agostino, De Trin. XII. 15.25: «Una cosa è la cognizione intellettuale delle cose eterne, un’altra è la cognizione razionale delle cose temporali», o come in Boezio, De consol. I. 6, dove egli parla di se stesso come di un «animale razionale e mortale», ciò significando che  ha dimenticato che cosa egli stesso sia.

19 La «punta de lo stelo a cui la prima rota va dintorno […] da quel punto depende il cielo e tutta la natura» (Dante, Paradiso, XIII. Il, XXVIII. 41); «apri gli occhi […] e vedrai il tuo credere […] nel vero farsi come centro in tondo» (Dante, Paradiso, XIII. 49).

20 «Ad id quod est id quod gignitur, ad aeternitatem tempus, ad punctum medium circulus, ita est fati series mobilis ad providentiae stabilem simplicitatem».

21 Il punctum medium, chiamato sopra «indivisibile”, cioè ἄτοµος.

22 Né nel tempo né nell’eternità, ma fra i due; poiché il movimento deve cessare allorché la meta, il centro, è stato raggiunto; e così il movimento sarà, figurativamente, spirale. Persino gli angeli decaduti non avrebbero potuto cadere sino a che fossero sussistiti nella vita increata: senza una «creazione», che necessariamente implica un qualche grado di «Separazione» dal centro, né la Caduta né la Redenzione sono concepibili. Queste sono le due «metà» del ciclo dell’esistenza; ma nell’eternità l’«estroversione» e l’«introversione» coincidono: e ciò garantisce realmente l’apocatastasi finale di ogni «scintilla caduta».

23 L’ὁ τροχὸς τῆς γενέσεως di S. Giacomo e il bhava-cakra indiano, il ciclo del tempo. Sul simbolismo del cerchio, cfr. Dionigi, De div. nom. V. 6; S. Tommaso d’Aquino, De principio scientiae Dei, 14; René Guénon, Le symbolisme de la croix; e il mio Vedic Exemplarism in HJAS, I, 1936, p. 45.

24 Śatapatha Brāhmaṇa, X. 5. 2. 17: «Sia vicino che lontano; poiché in quanto Egli è qui sulla terra, nella carne, Egli è vicino, e in quanto Egli è Quell’Uno in quel mondo, Egli è parimenti distante».

25 «Non il sole che tutti gli uomini vedono, ma Lui che pochi conoscono con la mente», AV. X. 8. 14; per altri paralleli, vedi Psychiatry, VIII, 1945, p. 288, nota 7.

26 «Quale Sé Perfetto (sukṛta = τέλος), passai nell’increato mondo-di-Brahma» (CU. VIII. 13).

27 Cioè il Sole stesso, rappresentato dal disco solare, la Porta del Sole.

28 Nel senso proprio, naturalmente, un «panteismo» è inevitabile: ché se Dio fosse meno del Tutto, allora vi sarebbe qualcosa di esterno alla sua essenza, e pertanto egli sarebbe non infinito, ma limitato.

29 In questa metafora della corsa dei carri, un «circo», io credo che meta non sia letteralmente il punto di partenza bensì il palo attorno al quale si compie la svolta.

30 «L’imperituro Brahmā, fiamma, più sottile del sottile, sul quale sono fondati i mondi e tutte le cose in essi» (Muṇḍ. Up. II. 2. 2), «come una sfolgorante ruota fiammeggiante» (MU. VI. 24).

31 È solo in questo senso che Dio può essere pensato come un «luogo»: τόπος nei testi gnostici, loka nelle Upaniṣad.

32 Il Logos: «Io sono la porta, per me…»

33 Di questa concezione Meister Eckhart parla altrove come de «l’atto di fecondazione latente nell’eternità». Esso coincide con la nascita eterna del Verbo «per mezzo del quale tutto è stato fatto».

34 In dem ērsten üzbruche (al primo sboccio): così, non ancora manifestato (futuro) né ancora nascosto (passato), bensì non manifesto-manifesto (vyakyāvyakta). Su questo stato di promessa perfetta ed eterno sboccio, lo stato di più alta tensione concepibile, che è anche il paradigma dell’arte ideale, vedi il mio Theory and Practice of Art in India in «Technical Studies», III. 1934, p. 75. Questo momento perfetto avviene all’«Alba», cfr. Mayūra, Sūryaś ataka XXVI: «Invero, al tempo dell’inizio, quando lo splendor del Sole, come il pennello del pittore, dischiude, come fosse (un occhio aperto o un fiore), il quadro dell’intero universo». È come la posizione dell’arciere al momento dello scocco, quando la freccia è sul punto di partire; e come nel- l’arte cinese, «l’istante rappresentato è la pausa prima che inizi l’azione, quando il corpo è (ancora) teso» (H. Fernald nel Burlington Magazine, gennaio 1936, p. 26). È notevole che anche gli Shaker sostenessero che la bellezza più elevata sia quella «peculiare ai fiori», non quella «che appartiene al frutto maturo».

35 Cioè attraverso tutto il tempo, nel senso allora generalmente accettato: o meglio, come potrebbe esprimerlo un Indù, attraverso tutti i tempi, dei quali la presente età del mondo è solo una. Lo stesso sarebbe valso per Origene.

36 Letteralmente ed etimologicamente, «sintesi».

37 «Lo Spirito Vitale (prāṇa) è il Sé Presciente (prajnātman), insieme Vita e Immortalità […] Chiunque si avvicini a Me quale Vita e Immortalità, vive interamente la sua vita in questo mondo, e ottiene l’immortalità inesauribile (akṣiti) nel mondo della luce celeste […] Questo è l”‘Onniottenimento” nello Spirito Vitale» (Kauṣ. Up. III. 2. 3).

38 So che vi sono uomini moderni per i quali la soddisfazione di tutti i possibili desideri non sarebbe sufficiente; di là da ciò, essi vogliono nutrire e cercare altri desideri non ancora soddisfatti. Sono coloro che non hanno mai compreso cosa significhi accontentarsi di poco, e non riescono a immaginare uno stato di contentezza anche se fosse provvisto di tutto ciò che si può desiderare; sono uomini «che non vorrebbero vivere senza fame né sete se non potessero anche soffrire le conseguenze naturali di queste passioni” (Platone, File- bo, 54 E); uomini che dimenticano che non si può aggiungere altro all’infinito.

39 Samāhita, «in samādhi»: lett. ed etimologicamente, «sintetizzato».

40 «Il regno di Dio è in voi».

41 La stessa domanda è posta in KU. IV. 3, V. 4, e si risponde: «Quello» cioè Brahma, Dio. Se S. Paolo potè dire: «Vivo, non già io, ma Cristo in me», che cosa sarà «rimasto» quando quest’uomo, Paolo, morì? «Il corpo dell’uomo è soggetto alla morte dominatrice, ma l’immagine dell’Eternità (αἰῶνος εἴδωλον) resta (λείπεται = atiśiṣyate) viva», Pindaro, Dirge, 131.

42 «Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Ebrei, 13:14).

43 «Due amori hanno creato queste due città […] la terrena […] e la celeste […] Pertanto lascia che ogni uomo si interroghi su ciò che egli ama; ed egli scoprirà di quale [delle due] è il cittadino» (S. Agostino, De civ. Dei, XIV. 28 e In Ps. LXIV. 2); e «Bene è che sanza termine si doglia chi, per amor di cosa che non duri, etternalmente quello amor si spoglia […] l’amor che drittamente spira» (Dante, Paradiso, XV. 10-13 + 2)

44 «[…] il Sé autosussistente, senza desideri, giovane, che non invecchia e non muore, chi lo conosce più non teme la morte» (AV. X. 8. 44). Sulla «Città di Dio» (brahmapura), vedi AV. X. 2. 28-33.

45 Le ultime parole, che descrivono il Sé, vengono ripetute e sviluppate ulteriormente in MU. VII. 7. «Gli oggetti degli amori terreni sono mortali, dolorosi, amori di ombre che cambiano e passano, poiché non sono questi quelli che amiamo in realtà, né il bene che in realtà cerchiamo. Ma l’oggetto vero del nostro amore è là dove possiamo essere con esso, coglierlo e realmente possederlo, dove non esiste copertura della carne che ci escluda [da esso]», Plotino, Enneadi, VI. 9. 9.

46 Come in Giov. (10:9): «Entrerà e uscirà e troverà pascoli»; TU. III. 10.5: «Su e giù per questi mondi, mangiando ciò che vuole e assumendo l’aspetto che vuole»; RV. IX. 113. 9: “Dove il movimento è a piacere»; The Cloud of Unknowing, cap. 59: «[…] allora ci troveremo così rarefatti nel corpo e nello spirito, che saremo in grado di andare fisicamente in qualunque posto vorremo, con la stessa velocità con cui ora ci muoviamo da un posto all’altro con il pensiero».

47 Ὁ γε τὸ ὄν λέγων καὶ τὰ ὄντα τἀληθῆ λέγει, (Parlare di ciò che è e delle cose che sono significa dire la verità), Eutidemo, 284 A; «Verum mihi videtur esse id quod est» (Mi sembra che sia vero ciò che è), S. Agostino, Soliloq. lib. II, c. V, n. VIII. Ma la verità dei fatti e la verità dei princìpi riguardano livelli diversi di riferimento. Il sanscr. satyam (rad. as, «essere»), «verità» o «realtà», può predicarsi tanto relativamente delle cose temporali quanto assolutamente dell’essere immutabile. Per una discussione più piena vedi sopra nota 36 del capitolo sul Buddhismo.

48 Naturalmente non una mera erudizione, bensì «l’apprendimento che conduce l’anima dal divenire all’essere», conoscenza dell’«essenza che è per sempre, e non è fatta vagare tra generazione e distruzione» (Platone, Repubblica, 485 B, 521 D): «Ogni vera conoscenza concerne ciò che non ha colore, non ha forma ed è intangibile […] non una conoscenza che ha un inizio e varia a seconda che sia associata con l’una o l’altra delle cose che noi ora chiamiamo “realtà”, ma quella che è realmente reale» (Fedro, 247): «realmente reale» corrisponde a satyasya satyam, paramārtha-satyam, ens realissimum, τὸ ὄντως ὄν.

49 BU. I. 4.15, IV. 4.14; CU. VII. 25. 2, VIII. 1. 6; BG. XVIII. 58.

50 Il «paradigma eterno» di Platone sul quale è modellato il mondo sensibile, Timeo, 29; «Il quadro-del- mondo (jagac-citra) dipinto dallo Spirito (il Sé di tutti gli esseri) sulla tela dello Spirito, e nella quale esso prova gran diletto» (Śaṅkarācārya, Svātmanirūpaṇam, 95) – per Empedocle (Diels fr. 23) e per Platone (Timeo, 55 C) il Creatore dipinge, e nell’Islam è chiamata pittore (muṣawwir, Qur’ān, LIX. 24). Per dirla con Filone, il modello ideale della cosa che dev’esser è, per così dire, “incisa» nella mente dell’artefice (Opif. XVI. 22).

51 Cfr. Empedocle (Diels, fr. 26): «Portato tutto insieme in un unico ordine dall’Amore».

52 Insieme, ingl. «in-same», in quanto riguarda sia il tempo che lo spazio. «Il centro del vortice, dove tutte le cose vengono insieme, in modo da essere una sola» (Empedocle, Diel, fr. 35, 36); «Lì tutte le cose sono lo stesso e nondimeno distinte; allo stesso modo in cui l’anima possiede la conoscenza di molte cose senza confusione, ciascuna portando a termine il proprio compito quando risulta necessario», com’è nel caso delle «potenze» che ineriscono a un seme (Plotino, Enneadi, VI. 9. 6): «Nū sint alliu dine gelīch in gote unde sint got selber» (Ora tutte le cose sono uguali a Dio e identiche a Dio), (Meister Eckhart, Pfeiffer, p. 311). Si potrebbe dire: plures, non tamen multa, sed unum.

53 «Tutte le proprietà umane procedono dall’Uno […] altrimenti un uomo non potrebbe comprendere un altro che parla» Jacob Boehme, Sig. Rer. I. 3). «In tutte le conversazioni tra due persone si fa tacito riferimento a una natura comune. Quella terza parte, o natura comune, non è sociale, è impersonale: essa è Dio» (William James, Varieties of Religious Experience); «Il Sé (del sé), che controlla la parola dall’interno […] Colui che conosce ma non è conosciuto» (BU. III. 7. 17, 23). «La coscienza è un singolare che non ha plurale» (Erwin Schrödinger, What is life?, 1945, p. 90). Più in generale, W.M. Urban, The Intelligible World (1929) e Language and Reality (1939).

54 Cfr. S. Tommaso d’Aquino, Sum. Theol. I. 75. 6, dove ciò fornisce un argomento a favore dell’incorruttibilità (immortalità) dell’anima intellettiva.

55 A differenza di ciò che si suppone generalmente, ciò non fu enunciato per primo da Parmenide, fr. V. Il suo τὰ γὰρ αὺτο νοεῖν ἔστιν τε καὶ εἶνας significa semplicemente che «ciò che può esser pensato è la stessa cosa che può essere» (vedi Burnet, Early Greek Philosophy, 19304 p. 173, nota 2). Plotino (Enneadi, V. 9. 6) cita le parole di Parmenide, ma benché a quel tempo era possibile che l’infinitivo fosse soggetto di una frase (e difatti Plotino usa τὸ εἶναι come soggetto, Enneadi, III. 7. 6), la sua citazione intende mostrare che «nell’immateriale, conoscenza e conosciuto sono lo stesso»: e mentre ciò implica che lì il conoscitore, la conoscenza e il conosciuto sono lo stesso, ciò che è effettivamente predicato difficilmente potrebbe esser altro che l’adequatio rei et intellectus della Scolastica – o, per dirla con Platone, «il render ciò che in noi pensa simile agli oggetti del suo pensiero», i quali, se eterni e divini, reintegreranno il nostro essere nella sua «natura originale» (Timeo, 90). Sembra che sia stato S. Agostino il primo a enunciare esplicitamente che in divinis vivere, conoscere ed essere sono un’unica e medesima cosa (De Trin. VI. 10. 11, In Joan. Evang. XCIX. 4 e Conf. XIII. 11). Esser ciò che si conosce non è uno status dato, ma da conquistare. Ciò che è vero nelle condizioni presenti è che «come si pensa, così si diviene» (yac cittas tanmayo bhavati); ed è per questo che il pensiero andrebbe purificato e trasformato, poiché se fosse centrato su Dio così come è adesso centrato sulle cose sensibilmente percettibili, “Chi non sarebbe liberato da questa schiavitù?» (MU. VI. 34. 4, 6).

56 Cfr. il mio «Vedic Exemplarism» in HJAS, I, 1936, pp. 44-6. Gli Angeli, come dice Meister Eckhart, hanno meno idee e usano meno mezzi degli uomini. Dio ha una sola idea ed è solo quella, e non ha bisogno di alcun mezzo.

57 Ho fatto solo un uso limitato del mirabile ed esauriente studio di F.H. Brabant, Time and Eternity in Christian Thought, 1937. Lo studio di G.E. Mueller, «Experimental and Existential Time» (Philosophy and Phenomenological Research, 6, 1946, 424-35), tratta delle fonti greche e cristiane. Io non capisco le sue parole: «Di contro a questa affermazione assoluta dell’essere negli eventi del tempo naturale sta la negazione indù del tempo»; poiché come potrebbe essere una «negazione del tempo» l’affermazione che «il tempo e il senza tempo» sono entrambi forme di Dio, il Quale è «ad un tempo dotato e privo di forma, udibile e silente» e così via; ed è certamente vero per l’India così come la Grecia che «la bellezza e la sostanza della cultura umana è resa manifesta nelle celebrazioni stagionali e feste annuali dell’anima». Esiste una pregevole discussione del nostro soggetto da parte di Alberto Rougés, nel suo Las Jerarqïas del Ser y la Eternidad, Tucumàn, Argentina, 1943. Non ho potuto vedere Space, Time and Deity di Alexander. Joseph Katz nel suo «Eternity – Shadow of Time» (Review of Religion, 11, 1946, 36-45) cerca di capovolgere il concetto platonico e tradizionale del tempo come immagine o imitazione dell’eternità, e compie anche l’errore molto frequente di supporre che, essendo la soddisfazione di tutti i desideri possibile solamente «di là dal tempo», una tale soddisfazione debba essere «posposta», dimenticando che il nunc aeternitatis è presente qui e ora come sempre è stato e sempre sarà. Di fatto, è l’utopista secolare che crede nella perfettibilità della società umana e ne pospone la felicità, mentre il Ṣūfī, «figlio dell’Istante», «prende i contanti e dimentica i crediti». Katz, inoltre, pensa che la soddisfazione di tutti i desideri sarebbe «priva di significato» poiché mancherebbero i bisogni che li hanno suscitati. Traherne fornisce la risposta: ammettendo che «non può esservi gioia dove non c’è desiderio», dice che «Egli (Dio) vuole infinitamente tutte le Sue gioie […] e tutte quei piaceri desiderati Egli li possiede infinitamente […] La sua vita in desideri e gioie è infinita, ed entrambi sono sentiti come la Sua Beatitudine Suprema»!

58 «Un solo giorno, che dura e non passa», Agostino, Ps. LXXXIX. 15. A proposito del «giorno perpetuo», vedi sopra p. 17. Cfr. anche Meister Eckhart: «Tùffati, questo è l’annegamento». Non dovrebbe esser necessario dire che l’«annegare», l’«anonimità», il «diventare nessuno», possono essere di due tipi completamente diversi, a seconda che ci si tuffi nelle Acque superiori o in quelle inferiori. Ci si ritrae dalle Acque superiori solo a causa dell’attaccamento per l’Ego empirico e transeunte che «non è il mio Sé»: si dovrebbe rifuggire dal tuffarsi nelle acque inferiori, poiché ciò significa la perdita anche della propria individualità, di modo che non si possiede più, parlando propriamente, un nome bensì solo un numero, come un prigioniero condannato, o, come nelle società proletarie, si diventa un’unità statistica e non più una persona. «Essersi perduti» nell’infinito, ed essersi perduti nell’indeterminato sono, letteralmente, mondi a parte, proprio come sono a parte cielo e inferno. «Quando tornerò nuovamente in Varuṇa?», RV. VII. 86. 2; «l’Unico Oceano» (RV. X. 5.1).

59 (Se tu nel grande mare darai nome alla goccia, allora potrai nel grande Iddio riconoscer la mia anima), Angelus Silesius, Cherubinische Wandersmann, VI. 172 (cfr. IV. 137).

60 Citato da Dean Inge, Philosophy of Plotinus, seconda ediz., I. 121.

61 Vedi sotto: Ruysbroeck fa costantemente uso del termine «immersione», un esatto equivalente del pali ogadha, nella comune espressione amat’ogadha «immersione, o tuffo, nel Senza Morte», pensato come un «insondabile mare».

62 «Come la goccia diventa l’oceano, così l’anima è deificata, perdendo il proprio nome e la propria opera, ma non la sua essenza», Pfeiffer, p. 314.

63 «Nostra pace è quel mare, al qual tutto si move», Dante, Par., III. 85-6.

64 «Entra nell’Oceano, che la tua goccia possa diventare un Mare che è come cento “mari di Omān”», Dīwān (Nicholson, Ode 12).

65 Mathnawī, IV. 2612 e passim.

66 A. IV. 202; Udāna 55; M. I. 487.

67 CD. VI. 10. 1, Muṇḍ. Up. III. 2. 8, e Praśna Up. VI. 5. Cfr. RV. VII. 86. 2: «Quando tornerò in Varuṇa?» (il Mare) = Brahma «il cui mondo sono le Acque», Kauṣ. Up. I. 7.

68 Tao Te Ching, 32: «Al Tao giungerà tutto ciò che è sotto il cielo, come ruscelli e torrenti confluiscono in un grande fiume o mare». Nella presente opera ho omesso le fonti cinesi perché non le conosco a sufficienza.

69 Il «Testimone» e la «Persona» sono uno, ma considerati rispettivamente sub specie temporis e sub specie aeternitatis. «Testimone (upadraṣṭṛ), confermatore, supporto, fruitore, Grande Signore, e anche il Sé Supremo, così è chiamata la Suprema Persona quando è in questo corpo» (BG. XIII. 22); «La Persona immanente, fruitrice» (MU. VI. IO). Quegli è «colui che guardò fuori attraverso gli esseri» (KD. IV. 6); il «Veggente (draṣṭṛ) invisibile […] oltre al quale non v’è altri che veda» (BU. III. 7. 23 e III. 8. Il). Questa persona è anche Agni in quanto upadraṣṭṛ, JB. III. 26, a somiglianza del quale il Purohita funge da auriga e upadraṣṭṛ del re per vedere che egli non agisca male, JB. III. 94. Così, allora, il Testimone è il nostro «Uomo interiore», dal quale nulla che sia fatto dall’«uomo esteriore» può esser celato. Ancora, «la Persona qui, Colui che comprende, è egli stesso quel Progenitore (Prajāpati) che è l’Anno, le cui quindici parti sono le sue ricchezze, la sedicesima, quella che resta (kṣiyate, κτίξω), paragonata al mozzo d’una ruota, è rappresentata dalla notte di luna nuova attorno alla quale girano le quindicine crescenti e quelle calanti» (BU. I. 5.14,15): è con questa sedicesima parte residua (atisiṣṭā), quando le altre parti sono state eliminate, che si comprendono i Veda (CU. VI. 7). Questa è la «Persona» residua la cui unità (ekatvam) è raggiunta trascendendo tutti i suoi aspetti (MD. IV. 6), e di là dalla quale non v’è altro (KU. III. Il). Questo è anche il Residuo (ucchiṣṭam) che A V. XI. 7 descrive come la «sintesi (samādhi) di tutte le cose» e l’«origine di tutto»: questa è la Fons Vitae, e non conosco alcun altro testo in cui la pienezza del contenuto dell’Eternità sia così adeguatamente espressa.

70 Wilbur M. Urban, The Intelligible World, 1929, p. 268.

71  René Guénon, La métaphysique orientale, 1939, pp. 15, 17.

72  R.A. Nicholson, Commento a Rūmī, Mathnawī, I, 2110-11.

L’eco del nulla (Liezi)

Iniziazione

Nel libro dell’Imperatore Giallo è detto: “Quando una forma si muove, essa non genera una forma, ma un’ombra. Quando un suono si muove, non genera un suono ma un’eco. Quando il nulla si muove, non genera il nulla, ma l’essere.”
Ciò che ha forma deve finire. Finiranno dunque il cielo e la terra? Finiranno con me. Ci sarà mai una fine della fine? Non lo so. Finirà mai il Dao? Non ha mai avuto un inizio.
Sarà un giorno inesistente? Non è mai esistito.
Tutto ciò che nasce ritorna al non nato, tutto ciò che ha forma ritorna al senza forma. Ma questo ‘non nato’ non è ciò che è fondamentalmente Non Nato, questo ‘senza forma’ non è ciò che è fondamentalmente Senza Forma. Tutto ciò che è nato è intrinsecamente destinato a finire. Ciò che finisce non può far altro che finire, come ciò che nasce non può far altro che nascere. Desiderare di vivere per sempre e non aver fine è ingannarsi sulla natura intrinseca delle cose.
Lo spirito appartiene al cielo, le ossa appartengono alla terra. Ciò che appartiene al cielo è sottile e si disperde, ciò che appartiene alla terra è denso e si compatta. Quando lo spirito si separa dal corpo, ciascuno dei due ritorna al proprio stato originario. Per questo gli spiriti sono detti gui: gui significa ‘uno che è tornato a casa’. Sono tornati alla loro vera dimora.

L’Imperatore Giallo dice: “Quando il mio spirito ritorna a casa e il corpo ritorna alle sue radici, come può restare qualcosa di me?”

Il mito della caverna (Platone)

Iniziazione

Repubblica

– In seguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

– Vedo, rispose.

– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita?

– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

– Sicuramente.

– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

– Per forza.

– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

– Io no, per Zeus!, rispose.

– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

– Per forza, ammise.

– Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? E se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

– Certo, rispose.

– E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli che gli fossero mostrati?

– È così, rispose.

– Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lì a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

– Come no?

– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

– Per forza, disse.

– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

– È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

– Certo.

– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse più acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e più rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

– Così penso anch’io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

– Si, certo, rispose.

– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose.

– Quest’immagine pertanto, caro Glaucone, io dissi, va applicata tutta intera a quel che dicevamo prima: la regione che ci appare tramite la vista è da paragonare alla dimora dei prigionieri, la luce del fuoco che sta in essa alla potenza del sole; ponendo poi la salita quassù e la contemplazione di quel che vi è quassù come l’ascesa dell’anima verso il luogo del noetico non t’ingannerai sulla mia aspettativa, dal momento che vuoi conoscerla. Dio solo sa se essa può esser vera. Questo è comunque quel che a me appare: all’estremo confine del conoscibile v’è l’idea del bene e la si vede a stento, ma una volta vistala occorre concludere che essa è davvero sempre la causa di tutto ciò che vi è di retto e di bello, avendo generato nel luogo del visibile la luce e il suo signore, in quello del noetico essendo essa stessa signora e dispensatrice di verità e di pensiero; e che deve averla vista chi intenda agire saggiamente sia nella vita privata sia in quella pubblica.

– Sono d’accordo anch’io, disse, almeno come mi è possibile.

– Su, allora, dissi io, convieni anche su questo fatto, che non c’è da sorprendersi se chi è giunto fino a tal punto non voglia poi occuparsi delle faccende degli uomini, e la sua anima aspiri sempre a restare lassù: è in effetti del tutto verosimile che sia così, se anche questo sta nel modo descritto dalla nostra immagine.

– Verosimile, certo, disse.

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Limitazione dell’exoterismo (Frithjof Schuon)

Iniziazione

La visuale exoterica, che propriamente parlando esiste – almeno in ciò che ha d’esclusivo di fronte alle verità superiori – soltanto nelle tradizioni monoteistiche, non è altro in fondo che quella dell’interesse individuale più elevato, ossia esteso all’intero ciclo di esistenza dell’individuo e non circoscritto semplicemente alla vita terrena. La verità exoterica o religiosa è dunque limitata per definizione, e ciò data la limitazione della sua finalità, senza che tale restrizione possa tuttavia ledere l’interpretazione esoterica di cui questa stessa verità è suscettibile grazie all’universalità del suo simbolismo, o piuttosto, prima di tutto, grazie alla duplice natura “interiore” ed “esteriore”, della Rivelazione medesima; quindi il dogma è insieme un’idea limitata e un simbolo illimitato. Per dare un esempio, diremo che il dogma dell’unicità della Chiesa di Dio deve escludere una verità come quella della validità delle altre forme tradizionali ortodosse, perché l’idea dell’universalità tradizionale non è di nessuna utilità per la salvezza e può anzi recarle nocumento, poiché essa provocherebbe quasi inevitabilmente, in coloro che non possono elevarsi sopra tale prospettiva individuale, l’indifferenza religiosa e perciò la negligenza dei doveri religiosi il cui compimento è appunto la condizione principale della salvezza; invece questa stessa idea dell’universalità tradizionale – idea che è più o meno indispensabile alla via della Verità totale e disinteressata – è tuttavia inclusa simbolicamente e metafisicamente nella definizione dogmatica o teologica della Chiesa o del Corpo mistico di Cristo; o anche, per parlare il linguaggio delle altre due religioni monoteistiche, il Giudaismo e l’Islam, rispettivamente per mezzo della concezione del “Popolo eletto”, Israel, e di quella della “sottomissione”, El-Islâm, viene simboleggiata dogmaticamente l’ortodossia universale, il Sanâtana-Dharma degli Indù.

Chiaramente la limitazione “esteriore” del dogma, limitazione che gli conferisce proprio quel carattere dogmatico, è perfettamente legittima, giacché la prospettiva individuale, alla quale questa limitazione corrisponde, è una realtà sul suo piano d’esistenza. Data tale realtà relativa, l’ottica individuale non in ciò che può avere di negativo rispetto a una visuale superiore, ma in ciò che ha di limitato per il semplice fatto della sua natura, può e deve perfino integrarsi, in qualsiasi modo, con ogni via a finalità trascendente; in questo aspetto l’exoterismo o piuttosto la forma in quanto tale non implicherà più una visuale intellettualmente ristretta, ma avrà solamente la funzione d’un mezzo spirituale accessorio, senza che la trascendenza della dottrina esoterica ne sia lesa, nessuna limitazione essendole imposta per motivi d’opportunità individuale. Non bisogna confondere, infatti, la funzione della visuale exoterica con quella dei mezzi spirituali dell’exoterismo: tale visuale è incompatibile, in una stessa coscienza, con la Conoscenza esoterica che la dissolve per riassorbirla nel centro da cui è venuta; ma i mezzi exoterici continuano tuttavia a essere utilizzabili, e anche in due modi, sia per trasposizione intellettuale nell’ordine esoterico – e saranno allora sostegni d’”attualizzazione” intellettuale – sia per la loro azione regolatrice sulla parte individuale dell’essere.

L’aspetto exoterico d’una tradizione è dunque una disposizione provvidenziale che, lungi dall’essere biasimevole, è necessaria, visto che la via esoterica non può riguardare, soprattutto nelle condizioni attuali dell’umanità terrestre, che una minoranza, e che non c’è niente di meglio, per il comune mortale, della via consueta della salvezza; biasimevole non è pertanto l’esistenza dell’exoterismo, ma piuttosto la sua autocrazia invadente – dovuta forse, nel mondo cristiano, soprattutto alla “precisione” angusta dello spirito latino – la quale fa sì che un buon numero di coloro che sarebbero qualificati per la via della pura Conoscenza non solo si fermino all’aspetto esteriore della tradizione, ma giungano perfino a rigettare l’esoterismo che conoscono unicamente attraverso pregiudizi o deformazioni; salvo che, non trovando nell’exoterismo quel che s’addice alla loro intelligenza, non si smarriscano in dottrine false e artefatte, dove vogliono trovare ciò che esso non offre loro, e che crede addirittura di poter proibire loro [1]. La prospettiva exoterica, infatti, deve approdare, appena non è più vivificata dalla presenza interiore dell’esoterismo di cui è insieme l’irradiamento esteriore e il velo, alla propria negazione, nel senso che la religione, in quanto nega le realtà metafisiche e iniziatiche e s’irrigidisce in un dogmatismo letteralista, produce inevitabilmente la miscredenza; l’atrofia arrecata ai dogmi con la privazione della loro “dimensione interna” ricade su di essi dall’esterno, in forma di negazioni eretiche e atee.

La presenza del nucleo esoterico in una religione di carattere specificamente semitico le garantisce uno sbocco normale e un massimo di stabilità; tale nucleo non è del resto affatto una parte, nemmeno interna, dell’exoterismo, ma rappresenta invece una dimensione quasi indipendente rispetto a questo [2]. Non appena quella dimensione o quel nucleo viene meno, cosa che può accadere soltanto in circostanze completamente anormali, sebbene cosmologicamente necessarie, l’edificio tradizionale è scosso, crolla perfino in parte, e finisce col trovarsi ridotto a ciò che esso comporta di più esteriore, ossia il letteralismo e la sentimentalità [3]; pertanto i criteri più evidenti d’una decadenza simile sono, da un canto l’ignoranza e anche la negazione dell’esegesi metafisica e iniziatica, cioè del significato “mistico” delle Scritture – esegesi che è nondimeno in connessione intima con l’intera intellettualità della forma tradizionale contemplata – e dall’altro il rigetto dell’arte sacra, vale a dire delle forme ispirate e simboliche attraverso le quali s’irradia questa intellettualità per comunicarsi così, con un linguaggio immediato e illimitato, a tutte le intelligenze. Ma tutto questo non basta forse per far comprendere perché l’exoterismo necessiti indirettamente dell’esoterismo, non diciamo per poter sussistere, giacché il semplice fatto della sua sussistenza è fuori discussione, come pure l’incorruttibilità dei suoi mezzi di grazia, ma solamente per poter sussistere in condizioni normali; ora la presenza della “dimensione trascendente” al centro della forma tradizionale fornisce all’aspetto exoterico di questa una forza vivificante d’essenza universale, “paracletica”, senza la quale non potrà che ripiegarsi interamente su se stessa per divenire, abbandonato unicamente alle proprie risorse che sono limitate per definizione, un corpo greve e opaco la cui densità stessa provocherà fatalmente delle fenditure, come dimostra la storia moderna della Cristianità; in altre parole, allorché l’exoterismo si priva delle interferenze complesse e sottili della dimensione trascendente, si vede alla fine annientato dalle conseguenze esteriorizzate delle proprie limitazioni, queste essendo diventate per così dire totali.

Ora, quando si muove dall’idea che gli exoterici non capiscono l’esoterismo e che hanno anche il diritto di non capirlo, addirittura di considerarlo inesistente, si deve pure riconoscere loro il diritto di condannare alcune manifestazioni dell’esoterismo che paiono usurpare il loro territorio e farvi “scandalo”, secondo il detto evangelico; ma come spiegarsi che nella maggior parte di tali casi, se non in tutti, gli accusatori privano se stessi di questo diritto agendo con iniquità? Non certo la loro incomprensione più o meno naturale, né la difesa del loro diritto reale, ma unicamente la perfidia dei loro mezzi costituisce in essi un vero “peccato contro lo Spirito” [4]; questa perfidia prova del resto come le accuse che credono di dover formulare servano in genere soltanto di pretesto per appagare un odio istintivo contro tutto ciò che sembra minacciare il loro equilibrio superficiale, il quale, in conclusione, non è che una forma d’individualismo, dunque d’ignoranza.

Rammentiamo d’aver inteso dire una volta che “la metafisica non è necessaria per la salvezza”; ora questo è radicalmente falso quando viene utilizzato in un senso del tutto generico; difatti l’uomo che è metafisico per natura e che ne è consapevole non può trovare la sua salvezza nella negazione di quello che l’attrae verso Dio; d’altronde ogni via spirituale deve poggiare su una predisposizione naturale che ne determina il modo, ed è ciò che si chiama la vocazione; nessuna autorità spirituale consiglierebbe di seguire una via per la quale non si è fatti. Questo insegna tra l’altro la parabola dei talenti; lo stesso significato si ritrova ancora nelle parole di San Giacomo: “Chiunque osserverà tutta la Legge, ma mancherà in un solo punto, diventerà reo di tutti i precetti”, e “Chi sapendo fare il bene, non lo fa, commette un peccato”; ora l’essenza della Legge, secondo le stesse parole di Cristo, è l’amore di Dio per mezzo di tutto il nostro essere, compresa l’intelligenza che ne è la parte centrale; in altri termini, poiché dobbiamo amare Dio con tutto ciò che siamo, Lo dobbiamo pure amare con l’intelligenza, che è la parte migliore di noi. Nessuno contesterà che l’intelligenza non sia affatto un sentimento, ma infinitamente di più; è dunque ovvio che la parola “amore” utilizzata dalle Scritture per designare i rapporti tra l’uomo e Dio, e prima di tutto tra Dio e l’uomo, non può avere soltanto un senso meramente sentimentale, e significare unicamente un desiderio d’attrazione. D’altra parte, se l’amore è la tendenza d’un essere verso un altro in vista della loro unione, proprio la Conoscenza, per definizione, attuerà l’unione più perfetta tra l’uomo e Dio, giacché solo essa si rivolge a ciò che, nell’uomo, è già divino, ossia all’Intelletto; questo modo supremo dell’ “amore di Dio” è quindi la possibilità umana di gran lunga più elevata, a cui nessuno può sottrarsi volontariamente senza “peccare contro lo Spirito”. Pretendere che la metafisica sia, di per sé e per ogni uomo, qualcosa di superfluo, che non sia in nessun caso necessaria alla salvezza, equivale non solo a disconoscere la sua natura, ma anche a negare semplicemente il diritto all’esistenza agli uomini che sono stati dotati da Dio – a un grado trascendente naturalmente – della qualità d’intelligenza.

Si potrebbe fare ancora questa osservazione: si merita la salvezza con l’azione, nell’accezione più ampia del termine, e ciò spiega come taluni possano giungere a svilire l’intelligenza che, da parte sua, può appunto rendere l’azione inutile, e le cui possibilità sottolineano la relatività del merito e della prospettiva che vi si riferisce; pertanto la visuale specificamente religiosa tende a considerare la pura intellettualità, che non distingue per altro quasi mai dalla semplice razionalità, come più o meno opposta all’atto meritorio, e di conseguenza come pericolosa per la salvezza; per questo s’attribuisce facilmente all’intelligenza un aspetto luciferino e si parla abitualmente d’ “orgoglio intellettuale”, quasi che non vi fosse in ciò una contraddizione in termini; da qui anche quell’esaltazione della “fede del fanciullo” o della “fede del semplice” che d’altronde siamo i primi a rispettare quando è spontanea e naturale, ma non quando è teorica e ostentata.

Si sente spesso esprimere la seguente riflessione: dal momento che la salvezza comporta uno stato di beatitudine perfetta e la religione non esige altro, perché scegliere la via che ha per fine la “deificazione”? A tale obiezione risponderemo che la via esoterica, per definizione, non può essere affatto l’oggetto d’una “scelta” per coloro che la seguono, infatti non è scelta dall’uomo, ma essa sceglie l’uomo; in altre parole, il problema d’una scelta non sussiste, giacché il finito non può scegliere l’Infinito; si tratta qui piuttosto d’una questione di “vocazione”, e quelli che sono “chiamati”, per valersi del termine evangelico, non possono sottrarsi alla chiamata, a pena di “peccare contro lo Spirito”, come un uomo qualsiasi non può sottrarsi legittimamente agli obblighi della propria religione. Se è improprio parlare d’una scelta rispetto all’Infinito, lo è altrettanto parlare d’un desiderio, perché non si tratta per l’iniziato d’un desiderio di Realtà divina, ma piuttosto d’una tendenza logica e ontologica verso la propria Essenza trascendente. Questa definizione è di estrema importanza.

La dottrina exoterica in sé, ossia considerata fuori dell’influsso spirituale che può agire sulle anime indipendentemente da tale dottrina, non possiede affatto la certezza assoluta; perciò la conoscenza teologica non può escludere per se stessa le tentazioni del dubbio, perfino nei grandi mistici, e quanto alle grazie che possono sopraggiungere in casi simili, esse non sono circostanziali all’intelligenza, in modo che la loro permanenza non dipende dall’essere che ne beneficia; limitandosi a una prospettiva relativa, quella della salvezza individuale – prospettiva interessata che influenza pure la concezione della Divinità in un senso restrittivo – l’ideologia exoterica non dispone di nessun mezzo di prova o di legittimazione dottrinale proporzionato alle sue esigenze. Difatti la caratteristica di ogni dottrina exoterica è la sproporzione tra le sue esigenze dogmatiche e le sue garanzie dialettiche: dato che le sue esigenze sono assolute, giacché provengono da un Volere divino, dunque anche da una Conoscenza divina, mentre le sue garanzie sono relative, giacché indipendenti da tale Volere e fondate non su tale Conoscenza, bensì su una visuale umana, quella della ragione e del sentimento. Ci si rivolge, per esempio, ai Brahmani per richiedere loro l’abbandono totale d’una tradizione plurimillenaria, di cui innumerabili generazioni hanno fatto l’esperienza spirituale e che ha generato fiori di sapienza e di santità fino ai nostri giorni; le argomentazioni prodotte per giustificare questa esigenza inaudita non contengono tuttavia niente di logicamente concludente, né di proporzionato all’ampiezza dell’esigenza stessa; le ragioni che avranno i Brahmani per restare fedeli al proprio patrimonio spirituale saranno dunque infinitamente più solide per loro di quelle con cui si vuole indurli a smettere di essere quello che sono. La sproporzione, nell’ottica indù, tra l’immensa realtà della tradizione brahmanica e l’insufficienza degli argomenti religiosi contrapposti è tale, che ciò dovrebbe bastare per provare che, se Dio volesse sottomettere tutto il mondo a una sola religione, gli argomenti di questa non sarebbero tanto deboli, né quelli di certi cosiddetti “infedeli” tanto forti; in altri termini, se Dio fosse unicamente dalla parte di una sola forma tradizionale, la potenza persuasiva di questa sarebbe tale che nessun uomo di buona fede potrebbe sottrarvisi. Del resto la stessa parola “infedele” attribuita a civiltà più vetuste, tranne un’eccezione, di quella cristiana, civiltà che hanno tutti i diritti spirituali e storici per ignorarla, fa anche intuire, con l’illogicità della sua ingenua pretesa, tutto quel che c’è d’abusivo nelle rivendicazioni religiose nei confronti di altre forme tradizionali ortodosse.

L’esigenza assoluta di credere in tale e non in altra religione può, infatti, cercare di giustificarsi soltanto con mezzi eminentemente relativi: tentativi di prove filosofico-teologiche, storiche o sentimentali: ora non esiste in realtà nessuna prova a sostegno di queste pretese alla verità unica ed esclusiva, e ogni tentativo possibile di prova può riferirsi solamente alle attitudini individuali degli uomini, attitudini che, limitandosi in definitiva a un problema di credulità, sono tra le più relative. Ogni prospettiva exoterica pretende, per definizione medesima, di essere la sola vera e legittima, e questo poiché la visuale exoterica, tendente solamente a un interesse individuale: la salvezza, non ha nessun beneficio nel conoscere una verità delle altre forme tradizionali; disinteressandosi della propria verità, si disinteressa anche molto di più di quella degli altri, o piuttosto la nega, giacché la nozione d’una pluralità di forme tradizionali rischia di nuocere alla sola ricerca della salvezza individuale; e questo chiarisce precisamente il carattere relativo della forma che, invece, è d’una necessità assoluta per la salvezza dell’individuo. Ci si potrebbe però domandare perché le garanzie, ossia le prove di veracità o di credibilità, che la polemica religiosa si sforza di produrre, non provengano spontaneamente dal Volere divino come avviene per le esigenze della religione; ovviamente tale problema ha un senso soltanto se si riferisce a verità, giacché non si possono provare errori; ora gli argomenti della polemica religiosa, appunto, non possono in nessun modo dipendere dalla sfera intrinseca e positiva della fede; un’idea la cui importanza è solo estrinseca e negativa, e che in fondo deriva unicamente da un’induzione – come per esempio l’idea della verità e della legittimità esclusive di una certa religione, oppure, il che fa lo stesso, della falsità e illegittimità di tutte le altre tradizioni possibili – una concezione simile non può evidentemente essere l’oggetto di una prova né divina, né a maggior ragione umana. Circa i dogmi veri – cioè non derivati per induzione, ma di valore rigorosamente intrinseco – se Dio non ha fornito le prove teoriche della loro verità, questo significa che, in primo luogo tali prove sono inconcepibili e inesistenti sul piano in cui si pone l’exoterismo, e pretenderle come fanno i miscredenti sarebbe una contraddizione vera e propria; in secondo luogo, come vedremo poi, se queste dimostrazioni esistono, sono su tutt’altro piano, e la Rivelazione divina le include perfettamente, senza nessuna omissione; in terzo luogo, infine, tornando al piano exoterico, dove solamente può porsi tale problema, la Rivelazione comporta, in ciò che ha d’essenziale, un’intelligibilità sufficiente per poter servire da veicolo all’azione della grazia [5], che, dal canto suo, è l’unica ragion sufficiente pienamente valida per l’adesione a una religione. Tuttavia, questa grazia essendo così suscitata soltanto nei confronti di quelli che non ne posseggono effettivamente l’equivalente in un’altra forma rivelata, i dogmi rimangono senza potenza persuasiva, potremmo dire senza prove, per quelli che posseggono questo equivalente; costoro saranno quindi “inconvertibili” – prescindendo dai casi di conversione dovuti alla forza suggestiva d’uno psichismo collettivo, la grazia non cominciando allora a operare che a posteriori [6] – giacché l’influsso spirituale non farà presa su di loro, come una luce non può illuminare un’altra luce; ciò è conforme quindi al Volere divino che ha rivestito la Verità una di differenti forme, e l’ha suddivisa tra differenti umanità ciascuna delle quali è simbolicamente la sola esistente; e soggiungeremo che, se la relatività estrinseca dell’exoterismo è conforme al Volere divino, che s’afferma così nella natura stessa delle cose, è evidente che questa relatività non può essere abolita da un volere divino.

Ora, se non esiste alcuna dimostrazione rigorosa a favore d’una pretesa exoterica al possesso esclusivo della verità, non si deve forse essere portati a credere che l’ortodossia medesima di una forma tradizionale non possa essere dimostrata? Questa sarebbe una conclusione molto artefatta e in ogni modo del tutto erronea: poiché ogni forma tradizionale comporta una prova assoluta della propria verità, dunque della propria ortodossia; ciò che non può essere dimostrato, in mancanza di una prova assoluta, non è la verità intrinseca e pertanto la legittimità tradizionale d’una forma della Rivelazione universale, ma unicamente il fatto ipotetico che una tale forma particolare sarebbe la sola vera e legittima, e questo non può essere dimostrato per la semplice ragione che è falso.

Vi sono dunque prove inoppugnabili della verità d’una religione; ma tali prove, che sono d’ordine meramente spirituale, pur essendo le sole prove possibili a sostegno d’una verità rivelata, comportano in pari tempo la negazione dell’esclusivismo pretenzioso delle forme; in altre parole, chi vuol dimostrare la verità d’una religione, o non ha prove, non esistendone, oppure ha soltanto prove che affermano ogni verità religiosa senza eccezione, qualunque sia la forma che essa può rivestire.

La pretesa exoterica al possesso esclusivo d’una verità unica, o della Verità senza epiteti, è quindi un vero e proprio errore; in realtà ogni verità espressa riveste di necessità una forma, quella della sua espressione, ed è metafisicamente impossibile che una forma abbia un valore unico escludendo altre forme: giacché una forma, appunto per definizione, non può essere unica ed esclusiva, ossia una forma non può essere la sola possibilità d’espressione di ciò che esprime; dire forma è dire specificità o distinzione, e lo specifico è concepibile soltanto come modalità d’una specie, dunque d’un ordine che include un insieme di modalità analogiche; o anche il limitato, che è tale per l’esclusione di quel che i suoi limiti non comprendono, deve compensare questa esclusione con una riaffermazione o ripetizione di sé fuori dei propri limiti, e ciò equivarrebbe a dire che l’esistenza di altre cose limitate è rigorosamente contenuta nella definizione stessa del limitato. Pretendere che una limitazione, come per esempio una forma considerata in sé, sia unica nel suo genere e incomparabile, che escluda quindi l’esistenza di altre modalità analoghe a essa, significherebbe attribuirle l’unicità dell’Esistenza medesima; ora, nessuno potrà contestare che una forma è sempre una limitazione, e che una religione è per necessità sempre una forma, non, ovviamente, per la sua Verità interna che è d’ordine universale, quindi sopraformale, ma per il suo modo d’espressione, che, come tale, non può non essere formale, pertanto specifico e limitato. Non si può ripetere abbastanza che una forma è sempre una modalità d’un ordine di manifestazione formale, dunque distintiva e molteplice, e conseguentemente, come dicevamo poc’anzi, una modalità tra altre, essendo unica solo la loro causa sopraformale; e ripetiamo anche – poiché non va mai dimenticato – che la forma – proprio per il fatto che è limitata, lascia necessariamente qualcosa fuori di sé, cioè quello che il suo limite esclude; e questo qualcosa, se appartiene allo stesso ordine, è necessariamente analogo alla forma esaminata, perché la distinzione delle forme deve essere compensata da un’indistinzione, quindi da un’identità relativa, altrimenti le forme sarebbero assolutamente distinte le une dalle altre, cosa che equivarrebbe a una pluralità di unicità o di Esistenze; ogni forma allora sarebbe una sorta di divinità priva di qualsiasi relazione con altre forme, supposizione che è assurda.

La pretesa exoterica al possesso esclusivo della verità cozza pertanto, l’abbiamo appena visto, contro l’obiezione assiomatica che non esiste un fatto unico, per la semplice ragione che è rigorosamente impossibile che un tale fatto esista, essendo unica solo l’unicità, e un fatto non essendo l’unicità; ed è ciò che ignora l’ideologia “credente” che in fondo è soltanto la confusione interessata tra il formale e l’universale. Le idee che s’affermano in una forma religiosa – come l’idea del Verbo o quella dell’Unità divina – non possono non affermarsi, in una maniera o in un’altra, nelle altre religioni; così i mezzi di grazia o d’attuazione spirituale di cui dispone un certo sacerdozio non possono non trovare l’equivalente altrove; e, aggiungeremo, proprio in quanto un mezzo di grazia è importante o indispensabile, lo si rinverrà necessariamente in tutte le forme ortodosse in un modo adeguato all’ambito rispettivo.

Possiamo riepilogare le considerazioni precedenti con questa formula: la Verità assoluta non è che di là da tutte le sue espressioni possibili; tali espressioni, in sé, non possono aspirare agli attributi di questa Verità; il loro allontanamento relativo rispetto a essa si manifesta con la loro differenziazione e con la loro molteplicità, che necessariamente le limitano.


1- Si ricorderà la maledizione di Cristo: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza: voi non siete entrati, e l’avete impedito a quelli che volevano entrare” (Lc., XI, 52).

2- Per ciò che concerne la tradizione islamica, citiamo la riflessione d’un principe musulmano dell’India: “La maggior parte dei non Musulmani, e perfino molti Musulmani interamente formati in un ambiente di cultura europea, ignorano quell’elemento peculiare dell’Islam che ne costituisce il midollo e il centro, che dà realmente vita e vigore alle sue forme e attività esteriori e che, grazie al carattere universale del suo contenuto, può apertamente prendere come testimoni i discepoli delle altre religioni” (Nawab A. Hydari Hydar Nawaz Jung Bahadur, nella prefazione a [i]Studies in Tasawwuf[/i] di Khaja Khan).

3- Di là viene la prepotenza sempre più netta della “letteratura”, nel senso peggiorativo, da un lato sull’intellettualità autentica, e dall’altro sulla pietà reale; di là anche l’importanza esagerata che s’attribuisce a ogni sorta d’attività più o meno futili che trascurano sempre diligentemente la “sola cosa necessaria”.

4- Così né l’incomprensione da parte d’una data autorità religiosa, e neppure una certa fondatezza dell’accusa mossa da essa, giustificano l’iniquità del processo intentato al Sufi El-Hallâj, come l’incomprensione dei Giudei non giustifica l’iniquità del processo intentato a Cristo. In un ordine di idee molto simile, ci si può chiedere perché s’incontri nelle polemiche religiose tanta stupidità e malafede, e ciò anche in persone che altrimenti ne sono immuni; questo è un indizio sicuro che, nella maggioranza di tali polemiche, c’è una parte di “peccato contro lo Spirito”. Nessuno è biasimevole per il solo fatto d’attaccare, in nome del proprio credo, una tradizione straniera, se lo fa per pura ignoranza; ma quando non è così, l’uomo sarà colpevole di bestemmia, giacché, oltraggiando la Verità divina in una forma straniera, non fa insomma che profittare di un’occasione per offendere Dio senza doversene fare un caso di coscienza; è questo, in fondo, il segreto dello zelo grossolano e impuro mostrato da coloro che, in nome del loro convincimento religioso, consacrano la vita a rendere invise cose sacre, il che possono fare solo con modi spregevoli.

5- Un esempio della conversione per l’influsso spirituale o la grazia, e in mancanza di qualsiasi argomento d’ordine dottrinale, ci è offerto dalla ben nota vicenda di Sundar Singh; questo Sikh di natura nobile, dal temperamento mistico, ma senza vere qualità intellettuali, aveva giurato un odio implacabile non solo ai Cristiani, ma anche al Cristianesimo e perfino al Vangelo; tale odio, data la sua coincidenza paradossale col carattere nobile e mistico di Sundar Singh, si scontrò con l’influsso spirituale di Cristo e si mutò in disperazione; sopraggiunse allora una conversione folgorante provocata da una visione; ora non vi fu nessuna intromissione della dottrina cristiana, e il convertito non pensò nemmeno mai di ricercare l’ortodossia tradizionale. L’esempio di San Paolo presenta, d’altronde, sebbene a un livello notevolmente superiore rispetto al personaggio e alle circostanze, alcune analogie meramente “tecniche” con l’esempio citato. In breve, si può affermare che quando un uomo di natura religiosa odia e perseguita una religione, è assai vicino a convertirsi, col favore delle circostanze.

6- E’ il caso dei non Cristiani che si convertono al Cristianesimo così come adottano qualsiasi forma della civiltà occidentale moderna; ciò che, negli Occidentali stessi, è sete di novità, negli altri è sete di mutamento, si potrebbe dire di rinnegamento; da ambedue le parti c’è la medesima tendenza ad attuare e a esaurire possibilità che erano state escluse dalla civiltà tradizionale.

Destino, provvidenza e libero arbitrio (Coomaraswamy)

Iniziazione

Non è possibile pensare ad alcun evento che abbia luogo al di fuori di una possibilità logicamente antecedente ed effettivamente imminente al suo aver luogo; e in questo senso, ogni nuovo individuo è l’esito di una potenzialità prenatale, che muore come potenzialità inizialmente al primo concepimento, e poi durante tutta la vita, man mano che i vari aspetti di questa potenzialità sono ridotti ad atto, in accordo con una volontà in parte
conscia e in parte inconscia che cerca sempre di realizzarsi. Possiamo esprimere lo stesso in altre parole dicendo che l’individuo viene al mondo per realizzare certi scopi o propositi suoi peculiari. La nascita è un’opportunità.
Il campo in cui si procede da potenzialità ad atto è quello della libertà dell’individuo; il “libero arbitrio” del teologo è, in accordo con la parabola dei talenti, una libertà di far uso o di trascurare l’opportunità di diventare ciò che uno può diventare nelle circostanze in cui è nato; queste “circostanze” della nascita consistono nel suo anima-corpo e nel
resto del suo ambiente, o mondo, definito come un insieme specifico di possibilità.
Evidentemente la libertà dell’individuo non è illimitata; non può realizzare l’impossibile, ossia ciò che è impossibile per lui, sebbene possa essere possibile in qualche altro “mondo” definito sopra. In particolare, non può essere nato in un mondo diverso da dove è effettivamente nato, o possedere altre possibilità rispetto a quelle di cui è stato naturalmente (per nascita) dotato; non può realizzare ambizioni per la realizzazione delle quali non esista disposizione nella sua natura; egli è se stesso, e nessun altro. Certe
specifiche e in parte uniche possibilità gli sono aperte, e certe altre possibilità, di solito immensamente più numerose, gli sono precluse; come essere finito, non può essere allo stesso tempo un uomo a Londra e un leone in Africa. Queste possibilità e impossibilità, che sono quelle della sua natura e predeterminate da essa, e che non si può pensare gli siano state arbitrariamente imposte, ma solo come la definizione della sua natura,
rappresentano ciò che chiamiamo il fato o destino dell’individuo; qualsiasi cosa accada all’individuo è solamente la riduzione ad atto di una data possibilità quando l’occasione si presenta, mentre tutto ciò che non accade non era realmente una possibilità, ma solo la concezione ignorante che lo fosse.
La libertà dell’arbitrio individuale è quindi la libertà di fare ciò che l’individuo può fare, o l’astenersi dal farlo. Qualunque cosa uno faccia effettivamente in date circostanze è ciò che uno vuole fare in quelle circostanze: essere forzato ad agire o soffrire contro il proprio volere non è coercizione del volere, ma dei suoi strumenti, e solo in apparenza una coercizione dell’individuo stesso nella misura in cui egli identifica “se stesso” con i suoi strumenti. Inoltre, il destino dell’individuo, ciò che farà di sé in date circostanze, non gli è del tutto oscuro, ma piuttosto manifesto nella misura in cui egli realmente conosce se stesso e comprende la sua natura. Val la pena notare che questa misura di preveggenza (provvidenza) non interferisce in alcun modo con il suo senso di libertà; uno pensa semplicemente alle decisioni future come un presente da risolvere. Di fatto
c’è coincidenza tra preveggenza e libero arbitrio. Allo stesso modo, ma limitato al livello in cui si possa realmente conoscere l’essenza di un altro, si può prevedere il suo peculiare destino; la cui previsione non governa in alcun modo la condotta di quella creatura.
E infine, se presumiamo una provvidenza onnisciente in Dio, che dalla sua posizione al centro della ruota inevitabilmente vede il passato e il futuro ora, il quale “ora” sarà lo stesso domani come lo era ieri, questo non interferisce in alcun modo con la libertà di ogni creatura nella sua sfera propria. Come espresso da Dante: “La contingenza … tutta è dipinta nel cospetto etterno: necessità però quindi non prende” (Paradiso XVII, 37-40).
Le nostre difficoltà qui sorgono soltanto perché pensiamo alla provvidenza come una preveggenza nel senso temporale, come se uno vedesse oggi ciò che dovrà succedere domani. Lontana dall’essere preveggenza in questo senso temporale, la divina provvidenza è una visione sempre contemporanea all’evento. Pensare a Dio come se guardasse avanti
nel futuro o indietro a un evento passato è insensato quanto lo sarebbe chiedere cosa Egli stesse facendo “prima” di fare il mondo.
Non che sia del tutto impossibile sottrarsi a un destino previsto. Il destino è per coloro che hanno mangiato dell’Albero, e questo include sia quella “frazione” (pada, amsa) dello Spirito che entra in tutti gli esseri nati, e sembra soffrire con loro, e queste stesse cose create, nella misura in cui identificano “se stessi” con il corpo-anima. Il destino è necessariamente una passione di bene e male; come tale si presenta a noi come qualcosa che potremmo accogliere o evitare, al tempo stesso non possiamo rifiutarlo, senza diventare altro da ciò che siamo. Quest’accettazione la spieghiamo a noi stessi in termini di ambizione, coraggio, altruismo, o rassegnazione a seconda del caso. A ogni modo, è la nostra natura che ci costringe a perseguire un destino del quale siamo preavvertiti, per quanto fatale sia il risultato atteso. La futilità degli avvertimenti è un tema caratteristico
della letteratura eroica; non che gli avvertimenti siano screditati, ma l’onore dell’eroe gli impone di continuare come ha cominciato; oppure perché al momento critico l’avvertimento viene dimenticato. Per questo diciamo che l’uomo è “condannato”.
Un esempio significativo del ritirarsi e al contempo accettare un destino previsto può essere citato nell’“esitazione” di un Messia. È così che nel Ṛg Veda, X. 51, Agni teme il suo destino di prete sacrificale e auriga cosmico, e deve venire persuaso; così il Buddha “che teme di essere ferito” è completamente persuaso da Brahma (Saṃyutta Nikayha, I. 138 e Dīgha-Nikāya II. 33); e allo stesso modo Gesù prega “Padre … allontana da me
questo calice; tuttavia non come io voglio, ma come Tu vuoi” (Marco, 14, 36) e “Padre, liberami da questa ora; ma io sono venuto appunto per quest’ora” (Giovanni, 12, 27).
Il desiderio non deve essere confuso con il rimpianto. Il desiderio presuppone una possibilità che è veramente tale, oppure immaginata esserlo. Non possiamo desiderare l’impossibile, ma solo rimpiangerne l’impossibilità. Si può provare rimpianto per ciò che è accaduto, ma non è un desiderio che non fosse avvenuto; è il rimpianto che “sia dovuto
accadere” come avvenuto; perché niente accade se non per necessità. Se c’è una dottrina su cui scienza e teologia sono perfettamente d’accordo, è che il corso degli eventi sia causalmente determinato; come dice San Tommaso: “Se Dio governasse da solo (e non anche tramite le cause mediate), il mondo sarebbe privato della perfezione della causalità … Tutte le cose (che appartengono alla catena del fato) … sono fatte da Dio per mezzo
delle cause seconde” (Summa Theologiæ, I. 103. 7 e 2, e 116. 4 e 1). La Śvetāsvatra Upaniṣad (I. 1-3) distingue in maniera simile Brahma, Spirito di Dio, l’Uno, come causa permanente, dal suo Potere o Mezzo operativo (śakti = māyā, ecc.), conosciuto come tale dai contemplativi, ma “considerato” (cintyam) come una pluralità di “combinazioni causali di tempo, ecc. con lo spirito passibile” (kāranāni kālatmayuktāni), quest’ultimo “poiché non è una combinazione delle serie, tempo, ecc.” non è il padrone del suo destino, almeno finché rimane dimentico della sua identità con lo Spirito trascendentale.
Allo stesso modo Śaṇkarācarya spiega che Brahman non opera arbitrariamente, bensì in accordo con le varie proprietà inerenti ai caratteri delle cose come esse sono in se stesse, cose che debbono il loro essere a Brahman, ma sono individualmente responsabili delle loro modalità d’essere. Questa è, ovviamente, la visione tradizionalmente ortodossa; come espresso da Plotino (VI. 4.3) “tutto viene offerto, ma il ricevente riesce a prendere solo così poco”, e Boehme “come è l’armonia, vale a dire, la forma di vita, in ogni cosa, così è anche il suono della voce eterna al suo interno; nel santo, santa, nel perverso, perversa … quindi nessuna creatura può biasimare il suo creatore, come se l’avesse creata malvagia” (Sig. Rerum XVI. 6, 7 e Forty Questions VIII. 14).

Tu e io (Rumi)

Iniziazione


Felice il momento quando sediamo, io e te, nel palazzo,
due figure, due forme ma un’anima sola, tu e io.
L’acqua di vita darà immortale gioia al Verziere e al canto degli
[uccelli,
quando insieme incederemo nel giardino, tu e io!
Le stelle del firmamento scenderanno a guardarci
e la nostra splendida Luna mostreremo a loro, tu e io!
Tu e io senza più tu né io ci uniremo nell’estasi,
lieti e felici e liberi dalle vane parole, tu e io!
E gli uccelli celesti s’addolciranno di zucchero il becco
nel luogo ove noi così a gioia rideremo, tu e io!
Ma ben strano è che io e te stretti in un solo nido
siamo, in questo momento, uno in ‘Iraq e uno in Khorasan , tu e
[io!
In una forma su questa terra e pure in altro disegno,
nel paradiso eterno di dolcissima gioia, tu e io!

Conoscenza e azione (René Guénon)

Iniziazione

Noi adesso considereremo in via particolare uno dei principali aspetti dell’opposizione oggi esistente fra lo spirito orientale e lo spirito occidentale: opposizio­ne che, come è stato spiegato, nel suo aspetto più generale, è quella fra spirito tradizionale e spirito an­titradizionale. Da un certo punto di vista, che è poi uno dei più essenziali, siffatta opposizione si presenta come quella fra contemplazione e azione o, per parlar più preciso, come quella riferentesi alla funzione da assegnare rispettivamente all’uno e all’altro dei due termini. Contem­plazione e azione possono venire considerate secondo un vario rapporto: sono opposte l’una all’altra, come si pensa comunemente? o sarebbero piuttosto complementari? o, in­fine, non esisterebbe forse fra di loro una relazione non di coordinazione, bensì di subordinazione? Questi sono i di­versi aspetti del problema, aspetti che si riferiscono ad al­trettanti punti di vista, d’importanza tutt’altro che uguale, ma tali che ciascuno di essi può esser giustificato sotto un certo riguardo e in corrispondenza ad un certo ordine di realtà.

Anzitutto il punto di vista più superficiale e esteriore è quello consistente nell’opporre in modo puro e semplice contemplazione e azione, al titolo di due contrari nel senso proprio del termine. Che apparentemente una opposizione esista, ciò è invero incontestabile. Tuttavia, se essa fosse assolutamente irriducibile, fra contemplazione e azione esi­sterebbe una incompatibilità completa ed esse non potreb­bero mai ritrovarsi riunite. Ora sta di fatto che le cose non si presentano così. Almeno nei casi normali, nessun popolo, e forse nemmeno nessun individuo, può essere esclusivamente contemplativo o esclusivamente attivo. La verità è che si tratta di due tendenze, l’una delle quali domina quasi necessariamente l’altra, di modo che lo sviluppo dell’una sembra effettuarsi a detrimento dell’altra, per la semplice ragione che l’attività umana, nel suo senso più generale, non può esercitarsi egualmente e simultaneamente in tutti i domini e in tutte le direzioni. Ciò crea l’apparenza di una opposizione. Ma una conciliazione fra questi contrari o pseudo‑contrari deve esser possibile. Del resto, ciò vale per tutti i contrari in genere, che cessano di esser tali non appe­na chi li considera si porta di là da un certo piano, al quale si restringe la realtà della loro opposizione. Chi dice oppo­sizione o contrasto dice con ciò stesso disarmonia o squili­brio, cioè qualcosa che ‑ come già abbiamo sufficientemente chiarito ‑ può esistere solo da un punto di vista relativo, particolare e limitato.
Chi invece considera la contemplazione e l’azione come complementari, si pone da un punto di vista già più pro­fondo e più vero del precedente, giacché l’opposizione vi si trova conciliata e risolta, i due termini equilibrandosi, in un certo qual modo, a vicenda. Sembrerebbe dunque trattarsi di due elementi egualmente necessari, completantisi e fon­dantisi mutualmente, costituenti la doppia attività, interna e esterna, di un unico essere, sia esso il singolo ovvero l’umanità collettivamente considerata. Questa concezione è sicuramente più armonica e soddisfacente della prima. Chi si tenesse solo ad essa, sarebbe però tentato, per via della correlazione così stabilita, di porre la contemplazione e l’azio­ne sullo stesso piano, così che tutto si ridurrebbe a garan­tire il loro equilibrio, senza mai porsi il problema di una qualunque superiorità dell’una di fronte all’altra. Quel che mostra chiara l’insufficienza di un simile punto di vista, è il fatto che questo problema della superiorità invece si pone e sempre si è posto, quale si sia poi la soluzione che ad esso si è voluta dare.
Il punto che, del resto, nel riguardo, importa, non è quel predominio di fatto che, tutto sommato, si ridurrebbe ad una faccenda di temperamento o di razza, ma ciò che si potrebbe chiamare il predominio di diritto; e i due aspetti non sono solidali che fino ad un certo punto. Non v’è dub­bio che il riconoscimento della superiorità dell’una tenden­za sull’altra inciterà a sviluppare il più possibile quella rite­nuta superiore; ma, nelle applicazioni, non è men vero che la parte della contemplazione e dell’azione nel complesso della vita di un uomo, o di un popolo dipenderà sempre e essenzialmente dalla natura propria di esso, poiché qui en­trano in gioco le speciali possibilità di ciascuno. È chiaro che l’attitudine alla contemplazione è più diffusa e più ge­neralmente sviluppata fra gli Orientali. Non vi è forse nes­sun paese in cui questo sviluppo abbia raggiunto l’altezza dell’India, ed è per questo che tale popolo può venir con­siderato come l’esponente per eccellenza di quel che abbia­mo chiamato lo spirito orientale. Per contro, è incontesta­bile che, in via generale, l’attitudine all’azione, o la tenden­za risultante da tale attitudine, è quella che predomina fra i popoli occidentali nella grande maggioranza dei singoli e che, quando anche siffatta tendenza non fosse esagerata e deviata come oggi lo è, essa sussisterebbe egualmente, sì che la contemplazione non potrà mai essere, in Occidente, che la prerogativa di una élite assai più esigua. Per questo in India si ama dire che, se l’Occidente ritornasse ad uno stato normale e possedesse una organizzazione sociale regolare, vi si troverebbero indubbiamente molti kshatriya, ma pochi brahmana [La contemplazione e l’azione sono infatti rispettivamente le fun­zioni proprie alle due prime caste della gerarchia indù, quella dei brah­mana e quella dei kshatriya. Anche i loro rapporti sono simultaneamente quelli fra autorità spirituale e potere temporale. Ma per un tale lato della questione rimandiamo alle esposizioni contenute nel nostro libro Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Paris, 1929)]. Tuttavia ciò basterebbe già per un ritorno al­l’ordine, se l’élite intellettuale davvero si costituisse e se la sua supremazia fosse riconosciuta, la potenza spirituale non dipendendo per nulla dal numero, la legge del quale è solo quella della materia. Va d’altronde rilevato che nell’antichi­tà e soprattutto nel Medioevo la disposizione naturale al­l’azione degli Occidentali non impedì loro di riconoscere la superiorità della contemplazione, cioè dell’intelligenza pura. Perché nel mondo moderno le cose vanno altrimenti? Per­ché gli Occidentali, sviluppando esageratamente le loro fa­coltà di azione, hanno finito col perdere la loro intellettualità, e per consolarsi hanno inventato delle teorie ponenti l’azio­ne al disopra di tutto giungendo perfino ‑ col «pragmati­smo» ‑ a negare l’esistenza di alcunché di valido al di fuori di essa? O è questo modo di vedere che, avendo preso a prevalere inizialmente, ha condotto all’atrofia intellettuale che oggi constatiamo? Nelle due ipotesi, e anche nel caso molto probabile, che la verità corrispondesse ad una com­binazione dell’una e dell’altra, i risultati sono esattamente gli stessi. Al punto in cui le cose sono giunte, urge reagire, ed è qui, diciamolo ancora una volta, che l’Oriente potreb­be soccorrere l’Occidente, sempreché questo lo voglia: non per imporre ad esso concezioni estranee, come alcuni sem­brano temere, bensì per aiutarlo a ritrovare quella sua tra­dizione, di cui ha perduto il senso.
Si potrebbe dire che allo stato attuale delle cose l’anti­tesi fra Oriente e Occidente consiste nel fatto che l’Oriente ha tutelato la superiorità della contemplazione sull’azione, mentre l’Occidente moderno ha affermato la superiorità dell’azione sulla contemplazione. Con che non si tratta più, come prima, di semplici rapporti di opposizione o di com­plementarismo, e quindi di una coordinazione fra i due ter­mini; non si tratta più di punti di vista aventi ciascuno la propria ragion d’essere e accettabili almeno come espressio­ne di una certa verità relativa. Ogni rapporto di subordina­zione è, per via della sua stessa natura, irreversibile, onde le due concezioni sono realmente antitetiche, tali da esclu­dersi a vicenda. Se si dovesse ammettere che si tratta dav­vero di subordinazione, ne risulterebbe dunque di necessità che l’una concezione è vera, l’altra falsa. Prima di andare in fondo alla questione, notiamo ancor questo: mentre lo spirito mantenutosi in Oriente è invero, come dicevamo poco fa, quello di ogni tempo, l’altro spirito ha fatto appa­rizione solo in un’epoca assai recente, cosa che, a prescindere da ogni altra considerazione, può già far pensare che esso corrisponde ad alcunché d’anormale. Questa impressio­ne è confermata dall’eccesso stesso nel quale, seguendo la ten­denza che gli è propria, cade lo spirito occidentale moderno, il quale, non pago di proclamare in ogni occasione la supe­riorità dell’azione, è giunto a far di essa la sua preoccupa­zione esclusiva e a negare alla contemplazione ogni valore, di essa ignorando o disconoscendo la vera natura. Invece le dottrine orientali, pur affermando nel modo più netto la su­periorità e perfino la trascendenza della contemplazione ri­spetto all’azione, non per questo hanno contestato ad essa il suo posto legittimo ma ne hanno riconosciuto volentieri tutta l’importanza nell’ordine delle contingenze umane [Chi dubitasse di questa importanza reale, benché relativa, accor­data all’azione dalle dottrine tradizionali d’Oriente, e soprattutto dell’In­dia, per convincersene, non avrebbe che da riferirsi alla Bhagavad‑gita, che è d’altronde ‑ non si deve dimenticarlo, se se ne vuole intendere bene il senso ‑ un libro specialmente destinato ai kshatriya].
Al pari delle antiche dottrine occidentali, le dottrine orientali sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo che l’immutabile è superiore al mutamento [È in virtù del rapporto così stabilito che vien detto che il brahmana rappresenta il tipo degli esseri stabili e il kshatriya quello degli esseri mobili o mutevoli. Così tutti gli esseri del mondo, seguendo la loro natura, sono principalmente in relazione con l’uno o con l’altro tipo, es­sendovi una perfetta corrispondenza fra ordine cosmico e ordine umano]. L’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficien­te. Se non si riconnette ad un principio che vada di là dal suo dominio contingente, essa non è che illusione pura; e il principio donde esso può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, è da trovarsi solo nella contemplazione o, se lo si preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno coin­cidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si raggiunge non possono in alcun modo venir separa­te [Bisogna infatti notare, come conseguenza di questo carattere momentaneo dell’azione, che nel dominio di essa i risultati son sempre staccati da chi li produce, mentre la conoscenza possiede in se stessa il proprio frutto]. Del pari, il mutamento, nel suo senso più generale, è inintelligibile e contradittorio, cioè impossibile, senza un principio da cui proceda e che, per il fatto stesso di essere il suo principio, non può soggiacere al mutamento, e quindi è di necessità immutabile. Per questo nell’antichità occiden­tale Aristotele ha affermato la necessità di un «motore im­mobile» di tutte le cose. La conoscenza ha, di fronte al­l’azione, appunto questa funzione di «motore immobile». È evidente che l’azione appartiene tutta al mondo del mu­tamento, del «divenire»: solo la conoscenza permette di uscire da questo mondo e dalle limitazioni ad esso inerenti, e quando raggiunga l’immutabile ‑ come accade nel caso della conoscenza per principi o conoscenza metafisica, la quale è il conoscere per eccellenza ‑ possiede essa stessa l’immutabilità, ogni conoscenza vera essendo essenzialmen­te identificazione al suo oggetto. È proprio quel che igno­rano gli Occidentali moderni, i quali, in fatto di conoscenza, non sanno più che di una conoscenza razionale e discorsiva, quindi indiretta e imperfetta, tale che si potrebbe chiamare conoscenza per riflesso: non solo, ma essi apprezzano questa stessa conoscenza inferiore nella sola misura in cui essa ser­va immediatamente a fini pratici: presi nell’azione tanto da negare tutto quel che la trascende, essi non si accorgono che questa stessa azione, per tal via, mancando di principi, de­genera in una agitazione tanto vana quanto sterile.
Proprio questo è difatti il carattere più visibile del­l’epoca moderna: il bisogno di un’agitazione incessante, di un mutamento continuo, di una velocità sempre crescente che così riflette quella stessa secondo la quale oggi si svol­gono gli avvenimenti. È la dispersione nel molteplice, in un molteplice non più unificato dalla coscienza di un qualche superiore principio. Nella vita comune così come nelle con­cezioni scientifiche, è l’analisi spinta all’estremo, il fraziona­mento indefinito, una vera disgregazione dell’attività umana in tutti i campi in cui essa può ancora esercitarsi. Donde quell’incapacità di sintesi, quell’impossibilità di ogni concen­trazione che colpisce ogni Orientale. Sono, queste, le conseguenze naturali e inevitabili di una materializzazione sem­pre più accentuata, perché la materia è essenzialmente molteplicità e divisione ‑ ed è anche per questo, diciamolo di passata, che quanto procede da un simile stato di cose può solo condurre a lotte e conflitti d’ogni genere, fra i popoli così come fra gli individui. Più ci si sprofonda nella mate­ria, più i fattori di divisione e di opposizione si accentuano e si estendono. Per contro, più ci si innalza verso la spiri­tualità pura, più ci si avvicina all’unità, la quale può realiz­zarsi pienamente solo mediante la coscienza dei principi universali.
Il più strano è che oggi il movimento e il mutamento sono invero cercati in se stessi, e non per uno scopo qual­siasi cui possano condurre. Ciò deriva direttamente dal fatto che tutte le facoltà umane sono assorbite in quell’azione esteriore, di cui abbiamo segnalato or ora il carattere di momentaneità. Si tratta sempre della dispersione, considerata sotto un altro aspetto e in uno stadio più spinto: è, po­trebbe dirsi, una specie di tendenza all’istantaneità, avente per limite uno stato di squilibrio puro che, qualora potesse venir davvero raggiunto, coinciderebbe con una dissoluzione definitiva. Questa è una delle caratteristiche più nette del­l’ultimo periodo del kali‑yuga.
Lo stesso si verifica nell’ordine scientifico: è la ricerca per la ricerca, assai più che non per i risultati parziali e frammentari a cui conduce; è il succedersi sempre più rapi­do di teorie e di ipotesi infondate che crollano non appena costruite, per dar luogo ad altre, la cui durata sarà ancor più breve: vero caos, nel quale sarebbe vano cercare degli elementi definitivamente acquisiti, nel quale tutto si riduce ad un mostruoso ammucchiamento di fatti che non possono né provare né significare nulla. Ciò, naturalmente, per quel che si riferisce al punto di vista speculativo, nella misura in cui esso ancora sussiste. Circa le applicazioni pratiche, sono stati invece ottenuti risultati incontestabili, cosa che non stupisce, dato che queste applicazioni si riferiscono di­rettamente al campo materiale, che è invero il solo nel quale l’uomo moderno può vantare una reale superiorità. Bisogna dunque aspettarsi che le scoperte o, meglio, le invenzioni meccaniche e industriali si sviluppino e si moltiplichino an­cora, con un ritmo anch’esso sempre più veloce, sino alla fine dell’èra attuale. E chi sa se, con i pericoli di distruzione che vi si connettono, non saranno proprio esse uno dei prin­cipali fattori dell’ultimo crollo, ove le cose giungano ad un punto tale, che esso non possa più venire evitato?
In ogni caso, si ha l’impressione assai generale che allo stato attuale non esista più alcuna stabilità. Ma mentre alcuni sentono il pericolo e cercano di reagire, la gran parte dei nostri contemporanei si compiacciono di questo disor­dine ove vedono una specie di immagine esteriorizzata della loro stessa mentalità. Vi è infatti una corrispondenza esatta fra un mondo in cui tutto sembra essere in puro «diveni­re», ove non vi è più alcun posto per l’immutabile e il per­manente, e lo stato d’animo di uomini che riducono a que­sto stesso divenire ogni realtà, il che implica una negazione sia della conoscenza vera, sia dell’oggetto di essa, cioè dei principi trascendenti e universali. Ma si può andare più ol­tre ancora: noi ci troviamo dinanzi alla negazione di ogni reale conoscenza, di qualunque ordine essa sia, perfino del dominio del relativo, giacché, come l’abbiamo indicato poco fa, il relativo è inintelligibile e impossibile senza l’assoluto, il contingente senza l’immutabile, la molteplicità senza l’uni­tà. Il «relativismo» porta in se stesso la propria contraddi­zione, e a voler ridurre tutto al mutamento, si dovrebbe fini­re logicamente col negare l’esistenza stessa di esso. I famosi argomenti di Zenone d’Elea, non avevano, in fondo, un senso diverso. Infatti, non essendovi ragione di esagerare, si può ben dire che teorie del genere non sono proprie esclu­sivamente dei tempi moderni. Qualche esempio possiamo tro­varlo nella filosofia greca, e il caso di Eraclito col suo «flui­re universale» è, nel riguardo, il più noto. È quel che in­dusse gli Eleati a combattere tali concezioni, insieme a quelle atomistiche, mediante una specie di riduzione all’as­surdo. Nella stessa India ebbe a verificarsi qualcosa di simi­le, ma, naturalmente, da un punto di vista diverso da quello filosofico. Il Buddhismo presentò infatti lo stesso carattere, una delle sue tesi essenziali essendo quella della «dissolubi­lità di tutte le cose» (Poco dopo le sue origini, il Buddhismo si associò ad una delle principali manifestazioni della rivolta dei kshatriya contro l’autorità dei brahmana. Ora, in via generale, è facile comprendere dalle indicazioni precedenti che esiste una connessione assai diretta fra la negazione di ogni principio immutabile e quella dell’autorità spirituale, fra la riduzione di ogni realtà al «divenire» e l’affermazione della supremazia del potere temporale, il cui dominio proprio è il mondo dell’azione. E si potrebbe constatare che la comparsa delle dottrine «naturaliste» o antimetafisiche avviene sempre nel punto in cui l’elemento che rappresenta il potere temporale prende, in una civiltà, il sopravvento su quello che rappresenta l’autorità spirituale). Solo che siffatte teorie allora non erano che eccezioni, e tali rivolte contro lo spirito tradizionale, che potettero verificarsi lungo tutto il kali‑yuga, non ebbero insomma che una portata assai limitata. L’elemento nuovo è la generalizzazione di simili concezioni, quale la constatiamo nell’Occidente contemporaneo.
Si deve notare che le «filosofie del divenire», sotto l’influsso dell’idea recentissima del «progresso», fra i mo­derni hanno assunto una forma speciale, mai presentata dalle teorie antiche dello stesso genere. Questa forma, su­scettibile del resto di molte varietà, è quel che in genere si può designare con la parola «evoluzionismo». Senza torna­re su quel che già abbiamo detto altrove, ricorderemo solo che ogni concezione non ammettente nulla fuor dal «dive­nire», per ciò stesso è una concezione «naturalista», im­plicante, come tale, una formale negazione di tutto quel che sta di là dalla natura, cioè del dominio metafisico, che è il dominio dei principi immutabili e eterni. A proposito delle teorie antimetafisiche, rileveremo anche che l’idea bergso­niana della «durata pura» corrisponde esattamente a quel­la dispersione nell’istantaneo, di cui parlavamo poco fa. La pretesa intuizione, che si modella sul flusso incessante delle cose sensibili, lungi dall’esser l’organo di una conoscenza vera, rappresenta in realtà la dissoluzione di ogni possibilità di conoscenza.
Ciò ci conduce a fissare una volta per tutte un punto essenziale, sul quale non deve sorgere alcun equivoco: l’in­tuizione intellettuale, mediante la quale si ottiene la vera conoscenza metafisica, non ha assolutamente nulla da spar­tire con quell’intuizione di cui parlano certi filosofi contem­poranei, «irrazionalisti» e «vitalisti». Questa è di ordine sensibile, anzi addirittura sub‑razionale, mentre la prima, procedente dall’intelletto puro, è super‑razionale. Ma i mo­derni, che nel dominio dell’intelligenza non conoscono nulla di superiore alla ragione, non concepiscono nemmeno cosa possa essere l’intuizione intellettuale, mentre le dottrine del­l’antichità e del Medioevo, anche quando avevano soltanto un carattere filosofico e quindi non potevano riferirsi di fatto a questa intuizione, non per questo ne disconoscevano l’esistenza e la supremazia di fronte a tutte le altre facoltà. Per tale motivo prima di Descartes non esistette un «razio­nalismo»: il quale, di nuovo, è qualcosa di specificamente moderno, d’altronde strettamente solidale con l’«individua­lismo», poiché esso altro non è se non la negazione di ogni facoltà di ordine superindividuale. Finché gli Occidentali si ostineranno a disconoscere o a negare l’intuizione intellet­tuale, essi non potranno avere nessuna tradizione nel senso vero del termine ed essi non potranno intendersi con gli autentici rappresentanti delle civiltà orientali, nelle quali tut­to gravita su tale intuizione, in sé immutabile e infallibile, unico punto di partenza per ogni sviluppo conforme alle norme tradizionali. 

L’oceano di beatitudine del liberato in vita (Shankara)

Iniziazione
  1. Osservando con distacco gli abitanti della città – gli uomini vestiti con grande cura, le donne ornate di preziosi gioielli – osservando con distacco se stesso in mezzo a loro, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  2. Vedendo gli alberi della foresta che curvano amorevolmente le proprie cime sotto il peso delle foglie e dei frutti, e che offrono ombra e rifugio a una moltitudine di uccelli dal piacevole canto, meditando di giorno sotto tali alberi, dormendo di notte sotto tali alberi, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  3. Che dimori in un tempio o in un sontuoso palazzo, che dimori su una montagna, sulla riva di un fiume, o in una capanna insieme ad asceti perfettamente padroni di sé, liberi da ogni karma latente, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  4. Che giochi con dei bambini battendo gioiosamente le mani, che si trovi in compagnia di donne giovani e avvenenti, o che ascolti, con fraterna premura, dei vecchi che raccontano le proprie pene, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  5. Che sia impegnato in elevate conversazioni con sapienti ricercatori di verità, che disserti con grandi poeti, capaci di esprimere in mirabili versi le più sottili sfumature del sentimento, che discuta con eccellenti filosofi i ragionamenti e le conclusioni delle diverse dottrine, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  6. Che sia impegnato nella pratica della meditazione, che adori gli dèi con gioiosa devozione, offrendo loro fiori freschi e profumati, o anche semplicemente delle foglie, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  7. Che invochi, piangendo lacrime di gioia, la divina guida di Shiva o di Parvati, o la guida di Vishnu, il Testimone di ogni cosa, o quella di Ganesha, o anche quella del Sole, il dio visibile, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  8. Che si purifichi bagnandosi nel Gange, o con l’acqua di un piccolo pozzo, con l’acqua di una sorgente, calda o fredda, o cospargendosi di candida cenere, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  9. Sia che vegli, sperimentando gli oggetti dei sensi, o che sogni, sperimentando le creazioni della mente, o che sia immerso nel sonno profondo, sperimentando l’incessante Beatitudine, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  10. Che il suo corpo sia vestito solo d’aria, che sia avvolto in un abito sontuoso, o che cinga una pelle intorno ai fianchi, con la mente distaccata, colmo della Beatitudine che si manifesta nel cuore degli uomini virtuosi, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  11. Che dimori quietamente nel sattwa, che sia mosso all’azione dal rajas, che trovi impedimenti nel tamas, o che ascenda beato a ciò che è al di là dei guna, che sembri un uomo ancora legato al mondo, o che abbandoni ogni cosa come prescrivono le scritture, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  12. Che pratichi il nobile silenzio, che pronunci discorsi elevati, che d’improvviso taccia sorridendo, immerso nella propria Beatitudine, o che vada distaccato per il mondo, partecipando alle comuni attività degli uomini, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  13. Che ponga devotamente del cibo nell’adorabile bocca di una divinità, che tolga il cibo da tale bocca per porlo amorevolmente nella propria, o che insegni pubblicamente la natura non-duale del Brahman, nel quale svanisce ogni distinzione, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  14. Che si trovi con dei devoti di Shiva, o con degli adoratori della Shakti, che dimori con dei devoti di Vishnu, o di Ganesha, o con degli adoratori del Sole, raggiunto il Brahman al di là delle distinzioni, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  15. Che contempli, con forma o senza forma, la pura natura del Signore non-nato, o che osservi stupito la sua apparente frammentazione, dalla quale nasce la percezione di innumerevoli forme e qualità, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  16. Verificata l’illusorietà di ogni distinzione, riconosciuta l’Unità in ogni cosa, compresa la propizia Verità per conoscere la quale si seguono gli insegnamenti del Vedanta e si praticano l’auto-controllo e la meditazione, mormorando incessantemente “Shiva! Shiva! Shiva!”, il saggio, la cui ignoranza è stata dissolta dalla grazia del Guru, non soggiace più all’illusione.
  17. Immergendosi ogni giorno più e più volte, senza sforzo nell’oceano di Beatitudine che invero è il suo stato naturale, questa gemma fra gli uomini, questo scrigno di ogni virtù, raggiunge infine la perfetta Liberazione, la fusione nel Signore supremo, che può essere raggiunta solo bevendo il nettare della grazia del Guru. Un tale uomo, dicono i saggi, ha raggiunto la perfezione dello Yoga, ha raggiunto la perfezione della Rinuncia.

«Riunire ciò che è sparso» (René Guénon)

Iniziazione

In una nostra opera abbiamo citato, a proposito del Ming-tang e della Tien-ti-Huei, una formula massonica secondo la quale il compito dei Maestri consiste nel «diffondere la luce e riunire ciò che è sparso». Di fatto, l’accostamento che facevamo allora riguardava soltanto la prima parte della formula; in quanto alla seconda, che può sembrare più enigmatica, siccome essa ha nel simbolismo tradizionale notevolissime connessioni, ci sembra interessante fornire su questo punto alcune indicazioni che non avevano potuto trovar posto in quella occasione.

Per capire nel modo più completo possibile la cosa, conviene innanzitutto riferirsi alla tradizione vêdica, che è più esplicita di altre a tale riguardo: secondo essa, infatti, “ciò che è sparso” sono le membra del Purusha primordiale che fu diviso nel primo sacrificio compiuto dai Dêva all’inizio dei tempi, e da cui nacquero, grazie a tale divisione, tutti gli esseri manifestati.

È evidente che si tratta di una descrizione simbolica del passaggio dall’unità alla molteplicità, senza di cui non potrebbe effettivamente esserci alcuna manifestazione; e ci si può già rendere conto così che la “riunione di ciò che è sparso”, o la ricostituzione del Purusha quale esso era “prima dell’inizio”, se è consentito esprimersi così, cioè nello stato non-manifestato, non è altro che il ritorno all’unità principiale. Purusha è identico a Prajâpati, il “Signore degli esseri prodotti”, essendo questi ultimi tutti derivati da lui e di conseguenza considerati quasi come la sua “progenie”; è anche Vishwakarma, cioè il “Grande Architetto dell’Universo”, e, in quanto Vishwakarma, è lui a compiere il sacrificio pur essendone nello stesso tempo la vittima; e, se si dice che è sacrificato dai Dêva, ciò non comporta in realtà alcuna differenza, poiché i Dêva non sono in definitiva nient’altro che le “potenze” che egli porta in se stesso.

Abbiamo già detto a varie riprese che ogni sacrificio rituale deve essere considerato un’immagine di questo primo sacrificio cosmogonico; e sempre in ogni sacrificio, come ha fatto notare Coomaraswamy, «la vittima, come mostrano con evidenza i Brâhmana, è una rappresentazione del sacrificante, o, come dicono i testi, è il sacrificante stesso; in accordo con la legge universale secondo cui l’iniziazione (dîkshâ) è una morte e una rinascita, è evidente che l’«iniziato è l’oblazione» (Taittiriya Samhitâ, VI, 1, 4, 5), «la vittima è sostanzialmente il sacrificante stesso» (Aitarêya Brâhmana, II, 11)». Questo ci riporta direttamente al simbolismo massonico del grado di Maestro, nel quale l’iniziato si identifica effettivamente con la vittima; si è d’altronde spesso insistito sui rapporti fra la leggenda di Hiram e il mito di Osiride di modo che, quando si tratta di “riunire ciò che è sparso”, si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse. È vero che nel caso di Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno esplicitamente, ma di un assassinio; ma questo non cambia nulla essenzialmente, poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come sacrificio sotto l’aspetto “dêvico” e come assassinio sotto l’aspetto “asurico”; ci accontentiamo di segnalare questo punto di sfuggita, perché non potremmo insistervi senza addentrarci in argomentazioni troppo circostanziate ed estranee al problema che ora stiamo trattando.

Sempre allo stesso modo, nella Cabala ebraica, per quanto non si parli più propriamente né di sacrificio né di assassinio, ma piuttosto di una specie di “disintegrazione” le cui conseguenze sono del resto le stesse, è dalla frammentazione del corpo dell’Adam Qadmon che si è formato l’Universo con tutti gli esseri che contiene, di modo che questi ultimi sono quasi particelle di tale corpo, e la loro “reintegrazione” nell’unità appare come la ricostituzione stessa dell’Adam Qadmon. Esso è l’“Uomo Universale”, e Purusha, secondo uno dei significati di questa parola, è pure l’“Uomo” per eccellenza; si tratta quindi esattamente della stessa cosa. Aggiungiamo a questo proposito, prima di procedere, che poiché il grado di Maestro rappresentava, almeno virtualmente, il termine dei “piccoli misteri”, bisogna quindi considerare in questo caso propriamente la reintegrazione al centro dello stato umano; ma è noto che lo stesso simbolismo è sempre applicabile a livelli diversi, in virtù delle corrispondenze che esistono fra di essi, di modo che lo si può riferire sia a un mondo determinato, sia a tutto l’insieme della manifestazione universale; e la reintegrazione nello “stato primordiale”, che è d’altronde anche “adamico”, è quasi una figura della reintegrazione totale e finale, per quanto essa sia ancora solo, in realtà, una tappa sulla via che vi conduce.

Nello studio che abbiamo citato sopra, A.K. Coomaraswamy dice che «l’essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo riunire»; esso comporta dunque le due fasi complementari della “disintegrazione” e della “reintegrazione” che costituiscono il processo cosmico nel suo complesso: il Purusha, «essendo uno, diventa molti, ed essendo molti, ridiventa uno». La ricostituzione del Purusha è operata simbolicamente, in particolare, nella costruzione dell’altare vêdico, che comprende nelle sue diverse parti una rappresentazione di tutti i mondi; e il sacrificio, per essere compiuto correttamente, richiede una cooperazione di tutte le arti, il che assimila il sacrificante a Vishwakarma stesso. D’altra parte, poiché si può considerare che ogni azione rituale, cioè in definitiva ogni azione veramente normale e conforme all’“ordine” (rita), sia dotata di un carattere in certo modo “sacrificale”, secondo il senso etimologico di questa parola (da sacrum facere), quel che è vero per l’altare vêdico lo è anche, in una certa maniera e in una certa misura, per ogni costruzione edificata conformemente alle regole tradizionali, poiché quest’ultima procede sempre in realtà da uno stesso “modello cosmico”, come abbiamo spiegato in altre occasioni. Si vede come ciò sia in diretto rapporto con un simbolismo “costruttivo” come quello della massoneria; e d’altronde, anche nel senso più immediato, il costruttore riunisce effettivamente dei materiali sparsi per farne un edificio che, se è veramente quel che dev’essere, avrà un’unità “organica”, paragonabile a quella di un essere vivente, se ci si pone dal punto di vista microcosmico, o a quella di un mondo, se ci si pone dal punto di vista macrocosmico.

Per concludere, ci resta ancora da parlare un poco di un simbolismo d’altro genere, che può sembrare assai diverso nelle sue apparenze esteriori, ma è nondimeno, in fondo, equivalente nel significato: si tratta della ricostituzione di una parola a partire dai suoi elementi letterali presi dapprima isolatamente. Per comprenderlo, bisogna ricordarsi che il vero nome di un essere non è altro, dal punto di vista tradizionale, che l’espressione della sua essenza stessa; la ricostituzione del nome equivale quindi, simbolicamente, alla ricostituzione dell’essere stesso. È anche noto il ruolo che svolgono le lettere in un simbolismo come quello della Cabala riguardo alla creazione o alla manifestazione universale; si potrebbe dire che questa è formata dalle lettere separate, che corrispondono alla molteplicità dei suoi elementi, e che, riunendo tali lettere, la si riconduce per ciò stesso al suo Principio, sempre che la riunione venga operata in modo da ricostituire effettivamente il nome del Principio. Da questo punto di vista, “riunire ciò che è sparso” è lo stesso che “ritrovare la Parola perduta”, poiché, in realtà, e nel suo senso più profondo, tale “Parola perduta” non è altro che il vero nome del “Grande Architetto dell’Universo”.

La Morte (Kahil Gibran)

Iniziazione

Allora Almitra disse: Vorremmo adesso chiederti di parlarci della Morte.

Ed egli rispose:

Voi vorreste conoscere il segreto della morte.

Ma come potrete scoprirlo se non lo cercate nel cuore della vita?

Il gufo che ha gli occhi limitati alla notte e ciechi di giorno non può svelare il mistero della luce.

Se volete davvero afferrare lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore sul corpo della vita.

Poiché la vita e la morte sono unite e indivisibili, proprio come lo sono il fiume e il mare.

Nel profondo delle vostre speranze e desideri giace le silenziosa conoscenza dell’aldilà;

E come semi sognanti sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.

Abbiate fede nei vostri sogni, giacché in essi è nascosto il cancello dell’eternità.

La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore al cospetto del re che sta per imporgli le mani in segno di onore;

Ma sotto il suo tremito non è forse egli gioioso perché porterà poi l’emblema del re?

E non è tuttavia forse più conscio del suo tremito?

Perché cosa significa morire se non stare nudi nel vento e sciogliersi nel sole?

E cosa significa cessare di respirare se non liberare il respiro dai suoi incessanti flussi affinché esso possa, lieve e disciolto, elevarsi, espandersi, e cercare Dio?

Solo quando berrete dal fiume del silenzio canterete davvero.

E quando avrete raggiunto la cima del monte, allora comincerete a scalare.

E quando la terra reclamerà le vostre membra, allora danzerete veramente.

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Spirito nel corpo o corpo nello spirito? (René Guénon)

Iniziazione

La concezione corrente, secondo cui lo spirito risiede in qualche modo nel corpo, non può che sembrare molto strana a chiunque possieda anche soltanto le più elementari nozioni di metafisica, non solo perché lo spirito non può essere «localizzato », ma perché, anche se si tratta solo di un «modo di dire» più o meno simbolico, è evidente in esso l’illogicità ed il capovolgimento dei rapporti normali. In effetti, lo spirito non è altro che Atma, il principio di tutti gli stati dell’ essere in tutti i gradi della sua manifestazione; orbene, tutte le cose sono necessariamente contenute nel loro principio, e in realtà non possono in alcun modo esserne fuori, né tanto meno rinchiuderlo nei loro limiti; sono dunque tutti questi stati dell’ essere, e per conseguenza anche il corpo che è semplicemente una modalità di uno di questi, a dover essere in definitiva contenuti nello spirito, e non viceversa: il «meno» non può contenere il «più », né tanto meno produrlo, il che è d’altronde applicabile a diversi livelli, come vedremo in seguito; ma consideriamo per il momento il caso estremo, quello che concerne il rapporto tra il principio stesso dell’ essere e la modalità più ristretta della sua manifestazione individuale umana. A tutta prima si potrebbe essere tentati di concludere che la concezione corrente sia dovuta unicamente ad ignoranza da parte della grande maggioranza degli uomini, e corrisponda ad un semplice errore di linguaggio ripetuto senza riflettere per la forza dell’abitudine; ma la questione non è cosi semplice, e questo errore, se errore esiste, ha ragioni ben più profonde di quanto a prima vista si potrebbe credere.

A queste considerazioni, bisogna premettere che l’immagine spaziale del «contenente» e del «contenuto » non deve essere presa alla lettera, poiché uno solo di questi due termini, il corpo, possiede effettivamente il carattere spaziale, lo spazio non essendo niente altro che una delle condizioni proprie dell’esistenza corporea. L’ impiego del simbolismo spaziale e di quello temporale, come abbiamo ripetutamente spiegato, non solo è legittimo, ma anche inevitabile, in quanto necessariamente dobbiamo servirci di un linguaggio il quale, essendo quello dell’uomo corporeo, è anch’esso sottoposto alle condizioni determinanti l’esistenza di quest’ultimo come tale: basta aver sempre presente che tutto quanto non appartiene al mondo corporeo non può essere, in realtà, né nello spazio né nel tempo… Secondo la dottrina indù, si sa infatti che jivatma, il quale è in realtà Atma stesso, ma considerato nel suo rapporto con l’ individualità umana, risiede nel centro di questa ed è rappresentato simbolicamente dal cuore; ciò non vuole affatto dire che jivatma sia racchiuso nell’organo corporeo che porta questo nome, o in un organo sottile corrispondente; implica invece che, in un certo senso, sia situato nell’individualità, e più precisamente nella parte più centrale di questa. Atma non può essere veramente né manifestato né individualizzato e, a maggior ragione, non può essere incorporato; e tuttavia, in quanto jivatma, appare come se fosse individualizzato e incorporato; evidentemente questa apparenza non può essere che illusoria riguardo ad Atma, e nondimeno ha una sua esistenza da un certo punto di vista, quello stesso punto di vista, proprio della manifestazione individuale umana, per cui jivatma sembra essere distinto da Atma. È dunque da questo punto di vista che si può dire che lo spirito è situato nell’individuo; e inoltre si potrà dire che è situato nel corpo, a condizione di non scorgervi una «localizzazione» in senso letterale, se lo si considera dal punto di vista più particolare della modalità corporea di tale individualità; non si tratta dunque d’un vero e proprio errore, ma solamente dell’espressione di una illusione che, pure essendo tale se riferita alla realtà assoluta, corrisponde tuttavia ad un certo grado della realtà, quello stesso degli stati di manifestazione ai quali detta illusione si riferisce, e che diventa errore solo quando si ha la pretesa di applicarla alla concezione dell’essere totale, come se il principio stesso di quest’ultimo potesse essere influenzato o modificato da uno dei suoi stati contingenti.

Abbiamo finora fatto una distinzione tra la modalità corporea dell’individualità e l’individualità integrale, quest’ultima comprendente anche tutte le modalità sottili; e, a questo proposito, possiamo aggiungere un’osservazione la quale, benché accessoria, aiuterà senza dubbio a comprendere ciò che principalmente abbiamo in vista. All’uomo ordinario, la cui coscienza è in qualche modo «sveglia» unicamente nella modalità corporea, tutto ciò che più o meno oscuramente viene percepito delle modalità sottili, appare come incluso nel corpo, perché questa percezione corrisponde solo al rapporto che quelle hanno con questo, piuttosto che a ciò che sono in se stesse; in realtà, le modalità sottili non possono essere contenute nel corpo e venir condizionate dai suoi limiti, anzitutto perché è proprio in esse che si trova il principio immediato della modalità corporea, e poi perché esse sono suscettibili di una estensione incomparabilmente maggiore, per la natura stessa delle possibilità che comportano. Queste modalità, inoltre, se effettivamente sviluppate, appaiono come «prolungamenti» estendentisi in ogni senso al di là della modalità corporea, cosicché questa viene interamente a trovarsi, per così dire, «avvolta» da esse; sotto questo aspetto, per chi abbia realizzato l’individualità integrale, avviene una specie di «rivolgimento », se così ci si può esprimere, rispetto al punto di vista dell’ uomo ordinario. In questo caso, del resto, le limitazioni individuali non sono ancora superate, ed è per ciò che all’inizio parlammo d’ una possibile applicazione a diversi livelli; fin d’ora però si potrà comprendere, per analogia, che un «rivolgimento» si opera ugualmente, in un altro piano, quando l’essere sia passato alla realizzazione sopra-individuale. Fin quando l’ essere non raggiungeva Atma, altro che nei suoi rapporti con l’individualità, cioè come jivatma, questo gli appariva come incluso nell’individualità e non poteva di certo apparirgli altrimenti poiché era incapace di oltrepassare i limiti della condizione individuale; ma quando egli raggiunge Atma direttamente ed in se stesso, l’individualità, e con essa tutti gli altri stati individuali e sopra-individuali, gli appaiono invece compresi in Atma, com’è effettivamente, e dal punto di vista della realtà assoluta, poiché essi non sono nient’altro che le possibilità stesse di Atma, al di fuori del quale niente può avere un grado qualsiasi di realtà.

Abbiamo così precisato i limiti entro i quali, da un punto di vista relativo, si può dire che lo spirito è contenuto sia nell’individualità umana che nel corpo; e, inoltre, ne abbiamo indicato la ragione, ragione che in definitiva è inerente alla condizione stessa dell’essere per il quale questa prospettiva è legittima e valida. Ma non è tutto: bisogna ancora tener presente che lo spirito si considera situato non solo nell’individualità in generale, ma in un suo punto centrale, al quale corrisponde il cuore nell’ordine corporeo; ciò richiede altre spiegazioni, le quali permetteranno di conciliare i due punti di vista, apparentemente opposti, riferentisi rispettivamente, alla realtà relativa e contingente dell’ individuo ed alla realtà assoluta di Atma. È facile rendersi conto che queste considerazioni devono basarsi essenzialmente su una applicazione del senso inverso dell’analogia, applicazione che nello stesso tempo dimostra, in modo particolarmente chiaro, le precauzioni che si richiedono nella trasposizione del simbolismo spaziale, in quanto, contrariamente a quello che avviene nell’ordine corporeo, cioè nello spazio inteso nel senso proprio e letterale, si può dire che nell’ordine spirituale è l’interno a comprendere l’esterno, ed il centro a contenere tutte le cose. Una delle migliori «illustrazioni» dell’applicazione del senso inverso, è data dalla rappresentazione dei diversi cieli, corrispondenti agli stati superiori dell’essere, mediante altrettante circonferenze o sfere concentriche come se ne ha un esempio in Dante. In una simile rappresentazione sembra a tutta prima che i cieli siano tanto più vasti, cioè meno limitati, quanto più sono elevati e quindi anche più «esteriori», nel senso che figurano più distanti dal centro, quest’ultimo essendo allora costituito dal mondo terrestre; è questo il punto di vista dell’individualità umana, rappresentato precisamente dalla terra, punto di vista che corrisponde ad una verità relativa, la quale è tale nella misura in cui l’individualità è reale nel suo ordine, e per il fatto che bisogna necessariamente partire da
quest’ultima per passare agli stati superiori. Ma quando l’individualità venga superata e si operi il «rivolgimento» di cui abbiamo parlato (che in realtà è un « raddrizzamento» dell’ essere), tutto l’insieme della rappresentazione simbolica viene ad essere in qualche modo rovesciato; è allora il cielo più elevato ad essere nello stesso tempo il più centrale, poiché in esso risiede il centro universale stesso; e, per contro, il mondo terrestre viene in questo modo a situarsi all’estrema periferia. In questo «rivolgimento» di posizione, bisogna inoltre osservare che il cerchio corrispondente al cielo più elevato deve tuttavia rimanere il più ampio e comprendere tutti gli altri (infatti, secondo la tradizione islamica, il «Trono» divino abbraccia tutti i mondi); e deve essere così perché, nella realtà assoluta, è il centro che contiene tutto.

L’impossibilità di raffigurare materialmente questo punto di vista, secondo cui il più vasto è nello stesso tempo il più centrale, non fa che esprimere le limitazioni alle quali il simbolismo geometrico è inevitabilmente sottoposto per il fatto stesso di essere il linguaggio della condizione spaziale, cioè di una delle condizioni proprie del nostro mondo corporeo, e quindi esclusivamente inerenti all’altro punto di vista, quello dell’ individualità umana.

Per quanto riguarda il centro, si vede nettamente qui che, per il rapporto inverso esistente tra il centro effettivo (quello dell’essere totale oppure dell’Universo, a seconda che si considerino le cose dal punto di vista «microcosmico» o «macrocosmico») e il centro dell’ individualità o del suo particolare dominio d’ esistenza, il primo, che è il più grande nell’ordine della realtà principiale, diventa in certo qual modo (senza venir per nulla alterato o modificato in se stesso) l’ ultimo ed il più piccolo nell’ordine delle apparenze manifestate. Si tratta dunque, continuando a servirci del simbolismo spaziale, del rapporto esistente tra il punto geometrico e ciò che potremmo analogicamente chiamare il punto metafisico: quest’ultimo è il vero centro primordiale, che contiene in sé tutte le possibilità, ed è quindi quanto v’è di più grande; non è assolutamente «situato », poiché nulla lo può contenere o limitare, mentre sono tutte le cose a situarsi rispetto ad esso (va da sé che anche ciò deve intendersi simbolicamente, perché qui non si tratta unicamente delle possibilità spaziali). Il punto geometrico poi, che come tale è situato nello spazio, è evidentemente ciò che v’è di più piccolo anche in senso letterale perché privo di dimensioni, il che vuol dire che non occupa rigorosamente nessuna estensione; ma questo «niente» spaziale corrisponde direttamente al «tutto» metafisico, e questi, si potrebbe dire, sono i due aspetti estremi dell’ indivisibilità considerata rispettivamente nel Principio e nella manifestazione. Per quel che riguarda le considerazioni circa il «primo» e l’«ultimo », è sufficiente aver presente, come abbiamo già spiegato, che il punto più alto ha il suo diretto riflesso nel punto più basso; ed a questo simbolismo spaziale si può aggiungere un simbolismo temporale, per il quale ciò che è primo nel dominio principiale, e quindi nel «non-tempo », appare come ultimo nello sviluppo della manifestazione.

Tutto ciò è facilmente applicabile a quanto abbiamo preso in considerazione all’inizio: in effetti è proprio lo spirito (Atma) il centro universale che contiene ogni cosa; ma esso, riflettendosi nella manifestazione umana, appare appunto per ciò come «localizzato» al centro dell’individualità e, più precisamente ancora, al centro della sua modalità corporea, poiché quest’ultima, in quanto termine della manifestazione umana, ne è anche la modalità «centrale », ed è quindi appunto il suo centro, per quanto riguarda l’individualità, ad essere propriamente la rappresentazione ed il riflesso diretto del centro universale. Questo riflesso non è che un’apparenza, così come lo è la stessa manifestazione individuale; ma fintantoché l’essere è limitato dalle condizioni individuali, questa apparenza è per lui la realtà e non può essere altrimenti, perché è esattamente dello stesso ordine della sua coscienza attuale. Solo quando l’essere ha superato questi limiti, l’altro punto di vista diventa per lui reale, cosi com’è (ed è sempre stato) in modo assoluto; il suo centro è allora nell’universale, e l’individualità (ed a più forte ragione il corpo) non è più che una delle possibilità contenute in questo centro; per il «rivolgimento» che si è così effettuato, i veri rapporti tra tutte le cose si trovano ristabiliti, quali non hanno mai cessato d’essere per l’ essere principiale. Aggiungeremo che questo «rivolgimento» è in stretta relazione con il cosiddetto «spostamento delle luci» del simbolismo cabalistico, ed anche con la seguente espressione che la tradizione islamica attribuisce agli awliya: «I nostri corpi sono i nostri spiriti, ed i nostri spiriti sono i nostri corpi» (ajsamna arwahna, wa arwahna ajsamna), la quale, non solo indica che tutti gli elementi dell’ essere sono completamente unificati nella «Identità Suprema», ma anche che il «nascosto,» è diventato l’«apparente» ed inversamente. Sempre secondo la tradizione islamica, l’essere che è passato dall’altra parte del barzakh è in qualche modo l’opposto degli esseri ordinari (e questa è ancora una stretta applicazione del senso inverso dell’analogia tra l’« Uomo Universale» e l’uomo individuale): «se cammina sulla sabbia, non lascia tracce; se cammina sulla roccia, i suoi piedi vi lasciano l’ impronta.
Se è al sole, non proietta ombra; nell’oscurità, una luce emana da lui».

L’occhio che vede tutto (René Guénon)

Iniziazione

Uno dei simboli comuni al cristianesimo e alla massoneria è il triangolo nel quale è inscritto il Tetragramma ebraico, o qualche volta semplicemente uno IOD, prima lettera del Tetragramma che in questo caso può esserne considerato un’abbreviazione, e che d’altronde, in virtù del suo significato principiale, è esso stesso un nome divino, anzi, il primo di tutti secondo certe tradizioni. Talvolta lo IOD stesso è sostituito da un occhio, che viene generalmente designato come l’OCCHIO CHE VEDE TUTTO. La somiglianza di forma tra lo IOD e l’occhio può effettivamente prestarsi a un’assimilazione, che del resto ha numerosi significati sui quali, senza pretendere di svilupparli qui interamente, può essere interessante fornire almeno alcune indicazioni. Anzitutto è opportuno osservare che il triangolo in questione occupa sempre una posizione centrale e inoltre nella massoneria è espressamente collocato fra il sole e la luna. Da ciò risulta che l’occhio contenuto in questo triangolo non dovrebbe essere rappresentato come un occhio comune, destro o sinistro, poiché sono in realtà il sole e la luna che corrispondono rispettivamente all’occhio destro e all’occhio sinistro dell’UOMO UNIVERSALE, quando quest’ultimo si identifica con il MACROCOSMO. Perché il simbolismo sia del tutto corretto, quest’occhio dovrebbe essere un occhio “frontale” o “centrale” cioè un “TERZO OCCHIO”, la cui somiglianza con lo IOD colpisce ancor più; ed è effettivamente quel “terzo occhio” che “vede tutto” nella perfetta simultaneità dell’eterno presente. A tale riguardo esiste quindi nelle raffigurazioni comuni un’inesattezza che vi introduce un’ asimmetria ingiustificabile, e che probabilmente è dovuta al fatto che la rappresentazione del “terzo occhio” sembra piuttosto inusitata nell’iconografia occidentale; ma chiunque capisca bene questo simbolismo può facilmente rettificarla. Il triangolo diritto si riferisce propriamente al Principio; ma, quando è rovesciato per riflesso nella manifestazione, lo sguardo dell’occhio che contiene appare in un certo modo diretto “verso il basso”, cioè dal Principio verso la manifestazione stessa, e, oltre al suo senso generale di “onnipresenza”, esso allora assume più chiaramente il significato particolare di “Provvidenza”. D’altra parte, se tale riflesso viene considerato più particolarmente nell’essere umano, si deve notare che la forma del triangolo rovesciato non è altro che lo schema geometrico del cuore, l’occhio che si trova al suo centro è allora propriamente l’”occhio del cuore” (l’ aynul-qalb dell’ esoterismo islamico); quest’apertura, occhio o iod, può essere raffigurata simbolicamente come una “ferita”, e ricorderemo a tale proposito il cuore raggiante di Saint-Denis d’Orques, e una delle particolarità più notevoli del quale è precisamente il fatto che la ferita, o ciò che esteriormente sembra tale, assume visibilmente la forma di uno IOD. Non è ancora tutto: nello stesso tempo in cui raffigura l’”occhio del cuore” come abbiamo appena detto, lo IOD, secondo un altro suo significato geroglifico, rappresenta anche un “germe” contenuto nel cuore, che viene così assimilato simbolicamente a un frutto; e questo può d’altronde essere inteso sia in senso macrocosmico, sia in senso microcosmico. Nella sua applicazione all’essere umano, quest’ultima osservazione è da accostare ai rapporti del “terzo occhio” con il LUZ (roy du monde), di cui l’occhio frontale e l’occhio del cuore rappresentano in definitiva due localizzazioni diverse, e che è anche il “nocciolo” o il “germe d’ immortalità” e di “fonte d’immortalità”. Inoltre è sotto certi aspetti significativo che l’ espressione araba “aynul-khuld” presenti il duplice senso di “occhio d’immortalità” e di “fonte di immortalità”; questo ci riconduce all’idea di “ferita” di cui parlavamo sopra poiché nel simbolismo cristiano il doppio getto di sangue e d’acqua che esce dall’apertura del cuore di Cristo si riferisce anche esso alla “fonte d’immortalità”. Proprio questo “liquore di immortalità”, secondo la leggenda , fu raccolto nel GRAAL da Giuseppe d’Arimatea; e infine ricorderemo a tale proposito che anche la coppa è un equivalente simbolico del cuore e che, esattamente come quest’ultimo, essa è anche uno dei simboli tradizionalmente schematizzati nella forma del triangolo rovesciato.

Zanoni (Edward Bulwer Lytton)

Iniziazione

Di Enrica Perucchietti

Si ritiene che il titolo dell’opera più celebre di Madame Blavastky, l’Iside Svelata, sia stato ispirato da una frase della prefazione del romanzo Zanoni di Sir Edward Bulwer Lytton, autore dei più noti Gli ultimi giorni di Pompei e di Razza Ventura: “Chi, se non un Rosa-Croce, potrebbe spiegare i misteri rosacrociani? E potete immaginare che qualche membro di quella setta, la più gelosa di tutte le sette, solleverebbe egli stesso il velo che nasconde dal mondo l’Iside della loro saggezza?”.  La fondatrice della Società Teosofica, se riconobbe solo in parte l’enorme debito verso Bulwer Lytton che definiva “uno che è ancora riconosciuto dalla misteriosa Fratellanza in India come un membro della loro organizzazione,” cita nell’Iside Svelata a più riprese il romanziere inglese, fin primo capitolo della prima parte dedicata alla “Scienza”, dove viene riportata come citazione introduttiva una frase tratta da Zanoni, “Noi abbiamo cominciato la ricerca nel punto in cui la congettura moderna chiude le sue ali senza fede. E dalla nostra parte avevamo quei comuni elementi di scienza che i saggi di oggi disdegnano come rozze chimere o di cui disperano di raggiungere i misteri insondabili”

Bulwer Lytton e i Rosa+Croce

Zanoni è un romanzo esoterico, un racconto iniziatico ambientato all’epoca del Terrore successivo alla rivoluzione francese tra Napoli, Venezia, Londra e Parigi. Una summa romanzata del pensiero rosacruciano e dei precetti ermetici, una storia d’amore che prende vita tra scenari storici e torbide atmosfere gotiche, popolato da figure realmente esistite e personaggi fantastici. Bulwer Lytton, oltre che amico del più famoso mago dell’Ottocento, Eliphas Levi, fu membro della Societas Rosicruciana in Anglia, un circolo occultistico fondato nel 1865 da Robert Wenthorth Little (la tradizione vuole che avesse scoperto degli antichi documenti rosicruciani, probabilmente testi della Rosacroce d’Oro tedesca del Settecento), che qualche anno più tardi iniziò a lacerarsi in seguito a una serie di scismi, generando per filiazione diretta di alcuni suoi membri, Wylliam Wynn Westcott e William Robert Woodman, (divenuto alla morte di Little nel 1878 capo della Societas Rosicruciana in Anglia) l’Ordine Ermetico della Golden Dawn. Se alcuni biografi ritengono che Bulwer Lytton si fosse affiliato ai Rosacroce durante uno dei suoi numerosi viaggi all’estero, Cristopher McIntosh ha ipotizzato che un primo contatto con il misterioso Ordine abbia invece avuto luogo come lo stesso romanziere racconta nella prefazione a Zanoni. In essa Bulwer precisa di non essere l’autore dell’opera ma solo l’editore del testo che gli sarebbe stato consegnato da un Adepto incontrato in una vecchia libreria specializzata in opere di alchimia, astrologia e cabbala, nei pressi di Covent Garden a Londra, libreria realmente esistita. Il misterioso gentiluomo della prefazione, che altri non sarebbe che Robert Glyndon, uno dei protagonisti del racconto, “pareva avesse visitato molti paesi e fosse stato testimone oculare della prima Rivoluzione francese, soggetti sul quale era eloquente ed istruttivo”, lascia in eredità a Lytton “certi preziosi manoscritti a cui il presente volume deve la sua esistenza”, “un romanzo che non è romanzo. Una verità per chi può comprenderla, una stravaganza per gli altri”. Un manoscritto di 940 pagine “scritto da capo a fondo in una scrittura inintelligibile” dotato però di un dizionario per tradurre i misteriosi geroglifici che consente all’autore di penetrare il significato del testo.


Zanoni

Protagonisti del racconto sono Zanoni, un caldeo conoscitore dei segreti ermetici sopravvissuto per ben cinquemila anni grazie all’elisir di lunga vita. Secondo una leggenda a cui Bulwer si ispira, Adamo sarebbe stato il fondatore dell’Ordine Rosicrociano e avrebbe tramandato la saggezza divina che gli era stata impartita da Dio prima della caduta ai Caldei, Egizi e ai profeti dell’Antico Testamento tramite l’iniziazione di Noè e Zoroastro. E proprio il caldeo Zanoni insieme al saggio Mejnour, è l’ultimo discendente dell’antichissimo Ordine dei RosaCroce, un adepto votato al bene che si innamora però della bellissima cantante lirica napoletana Viola Pisani. Sarà proprio per lei che rinuncerà prima ai suoi poteri divenendo vulnerabile, poi alla vita stessa, per sottrarre Viola e il figlioletto alla ghigliottina durante gli ultimi giorni del Terrore. Zanoni è uno straniero bello e dalla pelle olivastra che “sembra non avere altro al mondo all’infuori di se stesso”, è una figura enigmatica, complessa, magnetica, dotata di poteri straordinari e per questo temuto dalla gente, un alchimista, un mago, una creatura votata a Dio che sacrifica la sua immortalità per amore, ma che proprio attraverso il suo martirio dai toni spiccatamente cristiani, accede alla vera iniziazione, quella dell’aldilà: “Benvenuto, o purificato dal tuo sacrificio! Impara: questo è il morire!” cantano le entità celesti a Zanoni sul patibolo. Del suo paese natale egli conserva una amuleto regalatogli dalla madre che al termine del romanzo dona alla moglie Viola prima della morte, e la lingua misteriosa con la quale comunica con il figlioletto. Tale lingua potrebbe essere proprio la lingua primordiale che la tradizione musulmana assimila al siriano, e che la Tradizione ascrive invece alla lingua angelica parlata da Adamo nel Paradiso terrestre.


Glyndon

L’alter ego di Zanoni è l’irrequieto Robert Glyndon, presumibilmente l’anziano signore che, nella prefazione, lascia in eredità il manoscritto all’autore. E’ un artista inglese, anch’egli innamorato di Viola, ma che coltiva in sé il seme della conoscenza, seme ereditato da un discendente alchimista. Proprio la predestinazione o vocazione iniziatica tramite trasmissione ereditaria ricorda la teoria della “Catena dei Viventi” del romanziere austriaco Gustav Meyrink secondo cui l’Ordine degli “Svegliati” si trasmette lungo una linea di discendenza diretta, così come le caratteristiche spirituali si trasmettono da un avo a un discendente. “Esiste una confraternita – spiega Zanoni a Glyndon – delle cui leggi e misteri i principali ricercatori sono ancora all’oscuro. Secondo quelle leggi, tutti sono obbligati ad ammonire, aiutare, guidare, fino ai più lontani discendenti uomini che abbiano lavorato, anche se invano come il vostro antenato, nei misteri dell’Ordine. Noi siamo obbligati a consigliarli per il loro bene; anzi, se essi ce lo comandano, dobbiamo accettarli come nostri discepoli”. Come lontano discendente di un membro dei Rosa+Croce, Glyndon obbliga Zanoni ad accoglierlo come discepolo, sacrificando in tal modo l’amore di Viola, perché, “nessun neofita deve avere, alla sua iniziazione, alcun affetto o desiderio che l’incateni al mondo. Egli deve essere puro dell’amore della donna, libero dall’arte e da qualunque speranza di fama terrena”. Glyndon, che all’inizio del romanzo è descritto come un giovane immaturo e vivace, audace e presuntuoso, “zimbello dell’impulso e schiavo dell’immaginazione”, rimane affascinato da Zanoni a tal punto da decidere di abbandonare la sua carriera di pittore e l’amore per Viola per il conseguimento dell’immortalità. Glyndon si fa così iniziare da Mejnour ma fallisce come neofita proprio al momento della prima prova, l’incontro con il terribile Guardiano della Soglia, altra celebre figura dell’occultismo che ritroveremo nella letteratura occultistica posteriore, in particolare nel saggio L’Iniziazione di Rudolf Steiner. Il fallimento di Glyndon è dovuto all’incontro con una giovane dalla bellezza e dal carattere selvaggi, Fillide, che riaccende i sensi del neofita trascinandolo in una frenetica tarantella e rendendo così vana la sua ascesi iniziatica.


Viola

Tutti i personaggi maschili del romanzo ruotano attorno alla bellissima e candida Viola, personificazione della sfera emozionale, una fanciulla di umili condizioni dall’anima buona ma ingenua, il tipico angelo del focolare domestico completamente votato all’amore e per questo inadeguata all’iniziazione alla quale Zanoni cerca inutilmente di condurla. Zanoni aspira infatti a rendere Viola una sua pari, assimilandone il lato femminino e istintuale nel suo virile, magico e creativo, secondo la teoria che verrà fatta propria anche da Meyrink. Nel Volto Verde, il cabalista ebreo Ismael Sephardi, illustrando la Via della Vita che conduce alla forma superiore di esistenza dei “Viventi”, ovvero degli adepti alla Dottrina del Risveglio, afferma che l’uomo da solo non è nulla e “non può raggiungere questo traguardo [oltrepassare il ‘ponte della vita’], ha bisogno di…una compagna. Solamente le forze congiunte dell’uomo e della donna rendono possibile l’impresa. Proprio qui sta il senso più profondo del matrimonio, quel senso che l’umanità ha smarrito da millenni”. Questa unione magica, condannata dal saggio Mejnour che ha superato qualsiasi legame con gli uomini ed è votato unicamente alla Scienza, ma che Zanoni spera inutilmente di realizzare con Viola, rimonta all’androgino, alla realizzazione platonico-alchemica dell’essere completo. Come ha spiegato Evola l’idea base è che “l’istinto sessuale […] è la radice della morte”, ma che non bisogna sforzarsi invano di estirparlo come fanno gli asceti rappresentati da Mejnour; essi “vogliono conquistarsi quella freddezza magica, senza la quale non si può andare al di là della condizione umana, e fuggono perciò la donna. Eppure solo la donna è colei che è in grado di recare loro aiuto”. Questa è la scoperta di Zanoni e la sua maledizione che lo renderà vulnerabile: non sfuggire la donna, ma assorbirne il principio femminile, in terra disgiunto da quello maschile; solo con questa unione occulta, si compiranno le nozze alchemiche e si compirà, come spiega Meyrink, quella “freddezza magica che spezza le leggi della terra […] dalla quale sgorga, come dal Nulla, tutto ciò che è in grado di creare il potere dello spirito”. Ma Zanoni, così come il protagonista di Razza Ventura, seppur in modo diverso, non riesce a conseguire questa unione sacra: nel primo caso l’inadeguatezza di Viola, nel secondo l’appartenenza di Zee alla popolazione sotterranea alata degli Ana rendono impossibili le Nozze Alchemiche. Ma in entrambi i casi le due donne rappresentano una sorta di eterno femminino, la chiave di esistenza a un livello e potere superiori votata però al fallimento dell’amore terreno. Zanoni si ricongiungerà pienamente all’amata solo dopo la morte, avendo compreso che la vera iniziazione è la morte, mentre il protagonista di Razza Ventura abbandona il mondo sotterraneo e viene trasportato in superficie dall’angelicata Zee che grazie allo splendore del proprio diadema allontana l’oscurità del mondo infero. In entrambi i casi vengono squarciate le tenebre: in Zanoni grazie a un sacrificio d’amore che passando attraverso la morte del miste conduce alla conquista della vera immortalità, quella ultraterrena, ben diversa dal prolungamento della vita donato dalla Pietra Filosofale, in Razza Ventura è l’amore di Zee che compie il Solve et Coagula ermetico in un finale che evoca il Faust di Goethe, con il protagonista salvato e trasportato “in alto” da una donna alata.


Lily

Secondo l’autore, Zanoni, che venne pubblicato nel 1842, fu frutto di un sogno fatto nel 1835. Lytton, infatti, aveva sempre dato molta importanza alla sfera onirica quale genesi della conoscenza umana, “Nei sogni essa [conoscenza] si libra sopra uno spazio senza termini, il primo tenue ponte tra spirito e spirito, tra questo mondo e il mondo dell’aldilà”. La creazione delle figure femminili più importanti del romanzo, Viola e Fillide sarebbero invece da ricondurre ad esperienze autobiografiche. Se Bulwer Lytton ebbe una carriera sfolgorante sia come romanziere sia come politico, la sua vita sentimentale non fu altrettanto felice. Si innamorò adolescente di una giovane, Lily, che sparì improvvisamente per riapparire tre anni dopo con una lettera dove spiegava di essere stata costretta a contrarre un matrimonio di interesse e di essere sul punto di morire. Morì infatti poco dopo e il giovane Lytton vegliò la sua tomba e dedicò all’amata una poesia “The Poet to the Dead” indirizzata a una fanciulla che si chiama Viola proprio come la protagonista di Zanoni e che ispirò tutte le eroine dei suoi successivi romanzi. La morte prematura di Lily fece sorgere l’interesse dell’autore per l’elisir di lunga vita, tema che ritroviamo anche in A Strange Story, dove la protagonista si chiama proprio Lilian. Ma è in Zanoni che si proietta tutto il tormento dell’autore per la ricerca della vita eterna per l’amata. Cosciente di sopravvivere alla moglie, Zanoni cerca disperatamente di iniziarla al sapere ermetico, ma inutilmente. Così quando Viola rischia la vita nel dare alla luce il figlio, il marito disperato evoca il Guardiano della Soglia, presentato come una vera e propria personificazione del Male, pur di salvarli.


Fillide

Il secondo personaggio femminile del racconto è Fillide, figlia e sorella di briganti, una creatura sensuale e selvaggia che si autodefinisce “figlia della montagna”, possessiva e vendicativa che diviene la compagna di Glyndon dopo il fallimento delle prove iniziatiche. Sarà la gelosia di Fillide a causare l’arresto di Viola a Parigi e a far precipitare gli eventi fino al sacrificio finale di Zanoni. Anche il personaggio di Fillide fu ispirato da una donna, una zingara, che Bulwer Lytton incontrò nell’estate del 1824 e che sposò secondo il rito zingaresco. L’unione durò poco perché la presenza del gentiluomo londinese non fu gradita nell’accampamento della moglie che Lytton abbandonò per far ritorno a casa dove nel 1827 sposò Rosina Doyle Wheeler, dalla quale si separò dieci anni più tardi.

http://www.iltemplare.com/PDF/libri/Zanoni_di_Edoardo_Bulwer.pdf

Varaha Upanishad

Iniziazione

… Chi vede l’Atman come il Testimone, che trascende i varna e gli ashrama, ed è della stessa natura del Brahman, diventa Brahman. Chiunque comprenda, studiando gli insegnamenti del Vedanta, che questo universo manifestato è la dimora suprema nella forma di luce, raggiunge immediatamente la liberazione.
Quando questa conoscenza dissipa l’identificazione con il corpo materiale, così chiara e spontanea come in precedenza sembrava l’identificazione con il corpo, allora si ottiene la liberazione anche se non la si desidera. Chi dunque gode della felicità del Brahman e delle caratteristiche saccidananda, ed è libero dall’ignoranza, non potrà essere legato dalle reazioni dell’azione. Coloro che possiedono la vista spirituale vedono il Brahman, che è il testimone dei tre stati di consapevolezza, che è saccidananda (eternità, conoscenza, felicità), che è la base del significato di ‘tvam’ (tu) e ‘aham’ (io) e che è sempre senza macchia. Come un cieco non vede il sole nemmeno quando splende alto nel cielo, così una persona ignorante non percepisce il Brahman. Prajnana (la conoscenza) è il Brahman. Satyam (la verità) è il Brahman.

Chi conosce il Brahman profondamente in questo modo diventa immortale. Non esiste più paura per chi conosce il proprio Atman come Brahman, la felicità suprema, la verità e la consapevolezza assoluta, libera dalle dualità e dalle qualità materiali.

Il Brahman, vero e unico, è solo consapevolezza, onnipresente, eterna, indistruttibile, perfettamente completa, la forma stessa della felicità.

Coloro che conoscono il Brahman sono fermamente convinti che nient’altro esiste oltre il Brahman. Così come il mondo appare buio ai ciechi e luminoso a coloro che ci vedono bene, questo mondo pieno di tante sofferenze per l’ignorante diventa pieno di felicità per il saggio. In me, nella forma di Sacidananda Varaha, si trova la non-dualità. Cos’è allora il condizionamento? E chi raggiunge la liberazione?
La vera natura di tutti gli esseri incarnati è la consapevolezza assoluta. Il corpo materiale e i suoi elementi non hanno esistenza permanente, come il vaso di argilla che vediamo ogni giorno.
Sapendo di essere Atman, e che tutti i mondi che appaiono separati sono anch’essi Atman, bisogna meditare sulla realtà come ‘io sono’. Chi raggiunge la consapevolezza della sua vera natura trascendentale trova la felicità nel Sé.
L’esistenza reale è un attributo che solo il Brahman può avere. Chi ha compreso perfettamente la conoscenza trascendentale vede l’intero universo come il proprio Atman, sebbene continui a percepirne le diverse manifestazioni.
Chi comprende chiaramente la mia forma non è più soggetto al karma e rimane invincibile.
Attraverso la sua esperienza personale, comprende la propria vera natura e si distacca dal corpo e dai sensi, sapendo che non possono esistere senza il Testimone, la Consapevolezza trascendentale, che è l’Atman pieno di luce e di felicità. Questa persona comprende veramente il senso di ‘io’.

O Ribhu, diventa anche tu così.

Dopo aver raggiunto questo livello non ci sono più esperienze nel mondo, ma si vive solo nella trascendenza. Chi conosce pienamente l’Atman non è più interessato alla liberazione o ai condizionamenti. Chi medita, anche solo per un muhurta (equivalente a 48 minuti) sulla consapevolezza della propria vera forma, sul Signore supremo che è il Testimone di ogni cosa, viene liberato da tutti i condizionamenti.
Gloria a me, che sono in tutti gli elementi, che sono il Cidatman eterno e libero, che sono il Pratyagatman (“l’Atman manifestato”) radioso e chiaro.

O Signore, tu sei me. Io sono te.
Gloria a me e a te, che siamo infiniti e Cidatman. Io sono il Signore supremo, Isa, e tu sei Shiva. Che cosa dovrei dunque fare? Dove dovrei andare? Cosa dovrei rifiutare?
Non ho nulla da fare, nessun luogo dove andare e niente da rifiutare, perché io pervado l’universo intero come le acque della distruzione universale. Chiunque abbandona l’attaccamento per ciò che è esteriore, per ciò che è interiore e per il corpo, lasciando ogni associazione o affiliazione, si unisce a me, senza alcun dubbio.

Il trattato dell’Unità (MUHYI-D-DÎN IBN ‘ARABÎ)

Iniziazione

(Risâlatu-l-Ahadiyyah)

In nome di Allâh, il Clemente, il Misericordioso – noi imploriamo il Suo soccorso.

Gloria ad Allâh, la cui Unità (al-Wahdaniyyah) non ha anteriori se non Lui che è l’Anteriore (Qablu); la cui Singolarità non ha «dopo» se non Lui, che è il Seguente. Parlando di Lui non c’è né prima né dopo, né alto né basso, né lontananza, né come, né cosa, né dove; né stato, né successione di istanti, né tempo, né spazio, né essere: «Egli è tal quale è sempre stato» – «Egli è l’Unico, il Domatore» senza (le condizioni ordinarie de) l’Unicità. Egli è il Singolare senza singolarità. Non è composto di nome e di nominato perché Egli è il nome ed è Egli il nominato. Non vi è nome se non Lui. Non vi è nominato al di fuori di Lui. Per questo Egli è detto essere il nome e il nominato. Egli è il Primo senza anteriorità. Egli è l’ultimo senza le condizioni ordinarie della finalità, senza cioè finalità assoluta. Egli è l’Evidente senza esteriorità. Egli è l’Occulto senza interiorità. Ciò che intendo dire è che Egli è l’esistenza sia delle Lettere esteriori, che delle Lettere interiori. All’infuori di Lui non vi è né esterno né interno, e ciò senza che le Lettere mutino per diventare Lui, o che Egli cambi per diventare le Lettere. Capire bene questo arcano è importante, se no si cade nell’errore di coloro che credono alle incarnazioni della Divinità. Egli non si trova in nessuna cosa e nulla si trova in Lui per un’entrata o un’uscita. In questo modo bisogna conoscerLo, e non per mezzo della scienza, dell’intelligenza, della perspicacia, dei sensi, della visione esterna, della visione interna, della comprensione o del ragionamento. Nessuno può vederLo, tranne Lui stesso. Nessuno può afferrarLo tranne Lui stesso. Nessuno può conoscerLo, tranne Lui stesso. Da Sé Egli Si vede [la Sua anima]. Da Sé Egli Si conosce. Nessun altro che Lui può vederLo. Nessun altro che Lui può afferrarLo. Il Suo velo impenetrabile è la Sua propria Unicità. Nessun altro che Lui Lo nasconde. Suo velo è la Sua esistenza stessa. Egli è velato dalla Sua Unicità in modo inesplicabile. Nessun altro che Lui Lo vede: nessun profeta inviato, nessun santo perfetto o angelo approssimato (Corano, IV, 170). Suo profeta è Egli stesso. Suo messaggero è lui stesso. La Sua missiva è Lui [che Egli invia a Se stesso]. La Sua parola è Lui stesso. Egli manda la Sua ipseità, per Suo mezzo, da Sé stesso verso Sé stesso, senza intermediario o causalità diversi da Sé stesso. Non c’è disparità tra Colui che invia, il Messaggio, e il Destinatario di questa missiva. La Sua esistenza è quella delle Lettere della profezia, non altra, ciò che non sia Lui non ha esistenza, di conseguenza non può annullarsi. Perciò il Profeta ha detto: «Chi conosce la propria anima conosce il proprio Signore». Egli ha pure detto: «Ho conosciuto il mio Signore per mezzo del mio Signore». Il Profeta di Allâh ha voluto far comprendere con queste parole che tu non sei tu, ma Lui; Lui e non te stesso; che Egli non entra in te e tu non entri in Lui; che tu non esci da Lui ed Egli non esce da te. Non che io intenda che tu sei o che possiedi questa o quella qualità. Voglio dire che tu assolutamente non esisti, e che non esisterai mai, né per tuo mezzo né per Suo mezzo, in Lui o con Lui. Tu non puoi cessare di essere, perché non sei. Tu sei Lui ed Egli è te, senza nessuna dipendenza o causalità. Se riconosci alla tua esistenza questa qualità [cioè il nulla], allora conosci Allâh, altrimenti no.

La maggior parte degli iniziati dice che la conoscenza di Allâh viene in seguito al fanâ al-wujûdi ed al fanâ al-fanâ’i, per effetto cioè dell’estinzione dell’esistenza e della estinzione di questa estinzione. Ora, questa opinione è completamente falsa. In essa è contenuta una manifesta incongruenza. La conoscenza non esige l’estinzione dell’esistenza, o estinzione di questa estinzione; perché le cose non hanno nessuna esistenza, e ciò che non esiste non può cessare di esistere. Dire che una cosa ha cessato di esistere, che non esiste più, equivale ad affermare che essa è esistita, che ha goduto dell’esistenza.

Dunque, se tu conosci la tua anima, cioè te stesso, se riesci ha concepire che non esisti, e che pertanto non ti spegni, allora conosci Allâh, altrimenti no. Attribuire la conoscenza al fanâ ed al fanâ al-fanâ’i è un credo idolatra. Perché se tu attribuisci la conoscenza al fanâ ed al fanâ al-fanâ’i, pretendi con questo che ciò che non è Allâh possa godere dell’esistenza, il che equivale a negarLo; e tu sei formalmente colpevole di idolatria. Il Profeta ha detto: «Colui che conosce la propria anima conosce il proprio Signore». Non ha detto: «Colui che spegne la propria anima conosce il proprio Signore». Se si afferma l’esistenza di un altro non si può più parlare della sua estinzione, poiché non si deve parlare della estinzione di ciò che non si deve affermare. La tua esistenza è un nulla, e il nulla non può venire aggiunto a qualcosa, sia esso temporaneo o no. Il Profeta ha  detto: «Tu non esisti ora, come non esistevi prima della creazione del mondo». La parola ‘ora’ significa tanto l’eternità senza inizio, quanto l’eternità senza fine. Ora, Allâh è l’Esistenza dell’eternità senza inizio e dell’eternità senza fine, così come della preesistenza. Questi tre aspetti dell’eternità sono Lui. Se così non fosse, la Sua solitudine non sarebbe; Egli non sarebbe senza associati. Ora, è un obbligo affermare che Egli è Solo e senza compagno alcuno. Sarebbe Suo associato chi esistesse per se stesso, e non per l’esistenza di Allâh. Questi non avrebbe bisogno di Allâh e sarebbe, di conseguenza, un secondo Signore Iddio, ciò che è impossibile. Allâh non ha nessun compagno, nessun simile, nessun equivalente. Colui che vede una cosa con Allâh, da Allâh, o in Allâh, anche se la fa dipendere da Allâh attraverso la Sua Signoria, rende questa cosa associata ad Allâh, dipendente da Lui per la Signoria. Chiunque pretenda che una cosa può esistere con Allâh, che essa estingua la propria esistenza o l’esistenza della propria esistenza, un tal uomo, io dico, è lontano dall’avere la minima percezione della conoscenza della sua anima e di se stesso. Perché colui che pretende che un altro, all’infuori di lui, possa esistere, poi sparisca e si estingua, e si estingua poi la sua estinzione, un tal uomo si perde in un circolo vizioso, di estinzione in estinzione, indefinitamente. Tutto ciò è idolatria su idolatria, e non ha niente a che fare con la conoscenza. Un tal uomo è idolatra e non conosce nulla né di Allâh né di se stesso o della propria anima.

Se si chiede per qual mezzo si arrivi a conoscere la propria anima e a conoscere Allâh, la risposta è: la via verso queste due conoscenze è indicata da queste parole: «Allâh era, ed il nulla con Lui. Egli è adesso quale Egli era». Se qualcuno dice «Io vedo la mia anima diversa da Allâh, e non vedo che Allâh sia la mia anima», la risposta è: il Profeta vuol significare col termine ‘anima’ il proprium, non l’elemento psichico che si chiama talvolta “anima imperiosa”, o “quella che spinge irresistibilmente verso il male”, “l’anima che rimprovera”, “la rasserenata”, eccetera; Egli vuol significare con “anima” tutto ciò che è diverso da Allâh, come quando ha detto: «Fammi vedere (o Allâh!) le cose come sono», designando con “le cose” tutto ciò che non è Allâh (che Egli sia esaltato).

Egli ha voluto dire: «Fammi conoscere ciò che non è Te, affinché io sappia ed affinché io conosca sulle cose, se esse sono Te oppure diverse da Te; sono esse senza inizio né fine, oppure sono state create e dovranno sparire?». Allora Allâh gli fece vedere che tutto ciò che non è Lui è l’uomo stesso e che tutto ciò che non è Lui non ha alcuna esistenza. Ed egli vide le cose così come sono; intendo con ciò che egli vide che esse erano la “quiddità” di Allâh, al di fuori del tempo e dello spazio, al di fuori di ogni attributo. Il termine “le cose” si può applicare così all’anima come a qualunque altro oggetto. L’esistenza dell’anima e quella delle cose si identificano nell’idea generale di cosa. Perciò colui che conosce le cose, conosce la propria anima, il suo proprium, cioè se stesso; e colui che conosce se stesso conosce il Signore. Perché ciò che tu credi essere diverso da Allâh non è altro che Allâh, ma tu non lo sai. Lo vedi, ma non sai di vederLo. Dal momento in cui questo mistero sarà stato svelato ai tuoi occhi, che tu cioè non sei altro che Allâh, saprai che sei il fine di te stesso, che non hai bisogno di annullarti e che mai cesserai di esistere; mai, come abbiamo già spiegato. Tutti gli attributi di Allâh sono i tuoi attributi. Vedrai che il tuo esterno è il Suo, che il tuo interno è il Suo, che il tuo inizio è il Suo e che la tua fine è la Sua, ciò incontestabilmente e senza nessun dubbio. Vedrai che le tue qualità sono le Sue e la tua Natura Intima è la Sua, e ciò senza che tu sia diventato Lui, o che Lui sia diventato te, senza trasformazione, diminuzione o aumento di sorta. «Tutto perisce tranne il Suo Volto» nell’esterno e nell’interno. Il che vuol dire che non esiste nulla tranne Lui; che ciò che non è Lui non ha alcuna esistenza, ma è fatalmente perduto, cosicché non rimane che il Suo Volto. In altre parole: nulla è stabile tranne il Suo Volto. «Dovunque vi voltiate, vi volgerete verso il Volto di Allâh» (Corano, II, 109). Un esempio: un uomo ignora qualcosa, poi lo apprende. Non è la sua esistenza ad estinguersi, ma soltanto la sua ignoranza: la sua esistenza permane, essa non è stata scambiata contro quella di un altro; l’esistenza del conoscente non è venuta ad aggiungersi all’esistenza dell’ignorante; non è avvenuta nessuna mescolanza di queste due esistenze individuali; non è che l’ignoranza ad essere stata abolita. Non pensare dunque che sia necessario estinguere la tua esistenza, perché ti veleresti con questa stessa estinzione, diverresti tu stesso velo di Allâh. Siccome, in questo caso, il velo è qualcosa di diverso da Allâh, ne conseguirebbe che altri che Allâh possa vincerLo, spingendo i suoi sguardi verso di Lui, il che è errore e fraintendimento grave. Abbiamo detto prima che l’Unicità e la Singolarità sono i Veli di Allâh, e non altro. Per questo è permesso al Wâsil, cioè a colui che è arrivato alla Realtà, dire: «Io sono la Verità», oppure «Gloria a me; quanto la Mia altezza è grande!» Un Wâsil di questo genere non può essere arrivato ad un grado così sublime senza aver visto che i suoi attributi sono gli attributi di Allâh, e che il suo intimo essere è l’essere intimo di Allâh, senza nessuna trasformazione di attributi o transustanziazione d’essere intimo, senza nessuna entrata in Allâh o uscita da Lui. Egli vede che non si annienta in Allâh e che nemmeno persiste con Allâh. Egli vede che la sua anima non esiste affatto, e non la vede come qualcosa che, esistito, poi si sia estinto; ma vede che non c’è né anima né esistenza salvo la Sua. Il Profeta ha detto: «Non insultate il secolo, perché esso è Allâh». Egli ha voluto dire con queste parole che l’esistenza del secolo è l’esistenza di Allâh, che Egli sia glorificato ed esaltato. Egli è troppo elevato per avere un associato, un simile o un equivalente. Il Profeta dice in una tradizione qudsî: «Allâh dice: Mio servitore! Ero ammalato e tu non mi hai visitato; avevo fame e tu non mi hai dato da mangiare; ti ho domandato l’elemosina e Me la hai rifiutata». Egli ha voluto intendere che era Lui il malato ed il mendicante. Come il malato ed il mendicante possono essere Lui, così tu e tutte le cose della creazione, accidenti o sostanze, potete pure essere Lui. Se si scopre l’enigma di un solo atomo si può conoscere il mistero di tutta la creazione, quella interiore e quella esteriore.

Vedrai che Allâh non soltanto ha creato ogni cosa, ma vedrai anche che, così nel mondo invisibile come nel mondo visibile, non vi è che Lui, perché questi due mondi non hanno esistenza propria. Vedrai che Egli non è soltanto il loro nome, ma anche Colui che dà loro il nome e Colui che è nominato, e nello stesso tempo la loro esistenza. Vedrai che Egli non soltanto ha creato ogni cosa una volta per tutte, ma vedrai che «Egli è ogni giorno nello stato di Creatore Sublime» (Corano, LV, 29), per l’espansione e l’occultamento della Sua Esistenza e dei Suoi attributi, al di fuori di ogni condizione intelligibile. Perché Egli è il Primo e l’Ultimo, l’Esterno e l’Interno. Egli appare nella Sua Unità e si nasconde nella Sua Singolarità. Egli è il Primo per la Sua “Perseità”. È l’Ultimo per la Sua eterna permanenza. Egli è l’esistenza delle Lettere del Primo e dell’Ultimo; dell’Interno e dell’Esterno, come l’esistenza delle Lettere è Lui. Egli è il Suo nome; Egli è Colui che è nominato. Poiché la Sua esistenza è fatale, logica e dogmatica, come è fatale la non esistenza di ogni altro diverso da Lui.

Ciò che pensiamo essere diverso da Lui non è, di fatto, una biesistenza, perché la Sua Esistenza Propria significa che una bi-esistenza non può esistere, perché altrimenti questa bi-esistenza sarebbe il Suo simile. Ora, qualcosa di diverso da Lui non è, perché Egli, essendo, implica che un altro non possa essere diverso da Lui. Quest’altro sarà anch’esso Lui, senza nessuna differenza esteriore o interiore. Colui che è tale, possiede attributi senza numero e senza fine.

Chi è così qualificato possiede attributi innumerevoli. Come chi muore, nel senso comune della parola, è separato da tutti i suoi attributi lodevoli o biasimevoli, così colui che muore in senso figurato è separato da tutti i suoi attributi lodevoli o biasimevoli. Allâh – che Egli sia benedetto ed esaltato – è in suo luogo in ogni circostanza. La “natura intima” di Allâh occupa il posto della “sua natura intima”; gli “attributi” di Allâh tengono il posto dei “suoi attributi”. È perciò che il Profeta ha detto: «Morite prima di morire» cioè «Conoscete voi stessi prima che muoriate». Egli ha anche detto: «Allâh dice: Colui che mi adora non cessa di avvicinarsi a Me con opere supererogatorie fino a che Io non lo amo; e quando Io l’amo, Io sono il suo udito, la sua vista, la sua mano, la sua lingua, eccetera». Il Profeta vuol dire: Colui che uccide la propria anima, cioè colui che si conosce, vede che la sua esistenza è la Sua esistenza. Egli non vede nessun cambiamento nella sua “natura intima” e nei suoi “attributi”. Egli non vede nessuna necessità che i suoi attributi diventino i Suoi. Perché ha capito che non era lui stesso l’esistenza della propria “natura intima” e che era ignorante quanto al suo proprium, e alla sua natura stessa. Quando prendi conoscenza di quel che è il tuo proprium ti liberi del tuo dualismo e saprai che non sei altro che Allâh. Se avessi un’esistenza indipendente, un’esistenza diversa di quella di Allâh, non dovresti né cancellarti, né avresti da conoscere il tuo proprium. Saresti un Signore Iddio diverso da Lui – che Allâh sia benedetto, non c’è Signore Iddio altro che Lui. L’interesse della conoscenza di se stessi consiste nel sapere, anzi, nell’avere la certezza assoluta, che la propria esistenza non è né una realtà né una “nihilità”, ma che non si è, non si è stati e non si sarà mai. Capirai così chiaramente il senso della formula «Lâ ilâha illâ Allâh», cioè non vi è altro Dio che Lui, non c’è altra esistenza che Lui, non c’è altro che Lui, non c’è divinità se non Lui.

Se qualcuno obietta: «Tu abolisci la Sua Signoria», io rispondo: Non abolisco la Sua Signoria, perché Egli non cessa d’essere magnificante come non cessa d’essere magnificato. Egli non cessa d’essere Creatore così come non cessa d’essere creato. Egli è ora quel che è sempre stato. I Suoi titoli di Creatore o di Signore magnificante non sono assolutamente condizionati dall’[esistenza] di una cosa creata o di un [adoratore] magnificato. Prima della creazione delle cose create Egli possedeva tutti i Suoi attributi. Egli è ora quel che è sempre stato. Non vi è alcuna differenza, nella Sua unità, tra la creazione e la preesistenza. Il Suo titolo di Esteriore implica la creazione delle cose, così come il Suo titolo di Occulto o Interiore implica la preesistenza. Il Suo interno è il Suo esterno, così come il Suo esterno è il Suo interno; il Suo primo è il Suo ultimo, ed il Suo ultimo è il Suo primo; il Tutto è unico e l’unico è Tutto.

Egli è qualificato: «Tutti i giorni Egli è in stato di Creatore Sublime; nessun altro che Lui era con Lui: Egli è adesso quel che è sempre stato». In realtà nulla che non sia Lui ha esistenza. Quale Egli era, da tutta l’eternità, ogni giorno in stato di Creatore Sublime. Non c’è nulla [con Lui] e nessun giorno, come non c’è nella preesistenza né cosa né giorno, perché l’esistenza delle cose o il loro nulla è tutt’uno. Se così non fosse, sarebbe occorsa la creazione di qualcosa di nuovo, che non sarebbe compreso nella Sua unicità, il che sarebbe assurdo. Il Suo titolo di Unico Lo rende troppo glorioso perché una tale supposizione sia vera.

Quando riesci a vedere il tuo proprium così qualificato, senza combinare l’Esistenza Suprema con un oppositore, associato, equivalente o compagno, allora lo conosci quale esso è. È perciò che il Profeta ha detto: «Quegli che conosce il suo proprium conosce il suo Signore». Egli non ha detto: «Colui che estingue il suo proprium conosce il suo Signore». Egli sapeva e vide che nessuna cosa è altro che Lui. Quindi disse che la conoscenza di sé stesso, del proprium è la conoscenza di Allâh, ovvero la gnosi. Conosci cos’è il tuo proprium, cioè la tua esistenza; conosci che in fondo tu non sei tu, ma non lo sai. Sappi che è [quel che tu chiami] la Sua esistenza non è [in realtà] né la tua esistenza né la tua non esistenza. Sappi che non sei né esistente né nulla, che non sei altro che esistente o altro che nulla. La tua esistenza e la tua nullità costituiscono la Sua Esistenza. La sostanza del tuo essere o del tuo nulla è la Sua Esistenza. Dunque, quando vedi che le cose non sono altro che la tua esistenza e la Sua, e quando riesci a vedere che la sostanza del Suo Essere è il tuo essere e il tuo niente nelle cose, senza [tuttavia] vedere qualcosa con Lui o in Lui, allora conosci la tua anima, il tuo proprium.

Ora, conoscere se stesso in tal modo, questa è la conoscenza di Allâh, la gnosi, al di sopra di qualunque equivoco, dubbio o associazione di una cosa temporanea con l’eternità, senza vedere nell’eternità, o per mezzo di essa o al fianco di essa, altro che l’eternità.

Se qualcuno domanda: «Come dunque si opera l’Unione, giacché tu  affermi che non esiste altri che Lui? Una cosa unica non può unirsi altro che con se stessa», la risposta è: In realtà non c’è unione né separazione, così come non c’è allontanamento né avvicinamento. Non si può parlare d’unione che tra due, e non quando si tratta di un’unica cosa. L’idea di unione o di arrivo comporta l’esistenza di due cose, analoghe o no. Analoghe, esse sono simili. Se non sono analoghe, esse si oppongono. Ora, Allâh – che Egli sia esaltato – non ha simili né rivali, né è affetto da opposizioni. Ciò che ordinariamente si chiama “unione”, “prossimità” o “allontanamento”, non sono affatto tali. E l’unione senza unificazione, l’avvicinamento senza prossimità e l’allontanamento senza nessuna idea di vicinanza o di lontananza. Se qualcuno domanda: «Che cos’è l’unificazione senza congiunzione, la prossimità senza prossimità, o l’allontanamento senza allontanamento?», la risposta è: Io intendo dire che, nello stato che tu chiami “prossimità”, tu non sei altro che Lui – che Egli sia esaltato. Tu non eri altro che Lui, ma non conoscevi te stesso; non sapevi che eri Lui e  non te. Quando arriverai ad Allâh, cioè quando conoscerai te stesso «senza le lettere della conoscenza», conoscerai che sei Lui, e che non sapevi prima se eri Lui o no. Quando la conoscenza, ti sarà giunta, saprai che hai conosciuto Allâh per mezzo di Allâh, e non da te stesso. Facciamo un esempio: supponiamo che tu non sappia che il tuo nome è Mahmud, o che devi essere chiamato Mahmud, perché il vero nome e colui che lo porta sono in realtà identici. Ora, tu ti immagini di chiamarti Muhammad; ma, dopo un po’ che rimasto nell’errore, finisci per sapere che sei Mahmud e che non sei mai stato Muhammad. Tuttavia la tua esistenza continua, ma il nome Muhammad ti è stato tolto; questo è successo perché hai saputo che sei Mahmud e che non sei mai stato Muhammad. Tu non hai cessato di essere Muhammad per estinzione di te stesso perché cessare di esistere presuppone l’affermazione di un’esistenza antecedente. Ora, chi affermi una qualunque esistenza oltre la Sua, dà un associato a Lui – che Egli sia benedetto e che il Suo nome sia esaltato. Mahmud non ha perduto mai nulla. Muhammad non ha mai respirato in Mahmud, non è mai entrato in Lui o uscito da Lui. E così Mahmud in rapporto a Muhammad. Appena Mahmud si è accorto di essere Mahmud e non Muhammad, egli si conobbe, cioè conobbe il suo proprium, e ciò di per se stesso, non in grazia di Muhammad. Questi non esisteva; come avrebbe potuto informarlo di qualche cosa?

Dunque, «Colui che conosce» e «Ciò che è conosciuto» sono identici, così come sono identici «Colui che arriva» e «Ciò a cui si arriva», «Colui che vede» e «Ciò che è visto». «Colui che sa» è Suo attributo; «ciò che è saputo» è la Sua essenza o ‘natura intima’. Ora, la qualità e ciò che la possiede sono identici. Questa è la spiegazione della formula «Colui che si conosce, conosce il proprio Signore». Chi afferra il senso di questa similitudine comprende che non vi è né unione né separazione. Egli capisce che «Colui che sa» è Lui, e che «Ciò che ha saputo» è ancora Lui. «Colui che vede» è Lui; «Ciò che è visto» è ancora Lui.

«Colui che arriva» è Lui; «Ciò a cui si arriva» nell’unione è anch’esso Lui. Nessun altri che Lui può congiungersi a Lui o arrivare a Lui. Nessun altri che Lui si separa da Lui. Chiunque possa comprendere ciò, è completamente immune dalla grande idolatria.

La maggior parte degli iniziati che credono di conoscere il loro proprium ed il loro Signore, e che si immaginano di sfuggire ai legami dell’esistenza, dicono che la Via non è praticabile, o neppure visibile, che per l’estinzione dell’esistenza e per l’estinzione di questa estinzione. Costoro dogmatizzano così perché non hanno affatto compreso la parola del Profeta – che Allâh preghi su di lui e lo saluti. Poi, volendo rimediare all’idolatria, essi hanno talvolta parlato dell’estinzione, quella cioè dell’esistenza, e tal altra dell’estinzione dell’estinzione; talvolta del ‘cancellamento’ e tal altra della ‘sparizione’. Ma tutte queste spiegazioni equivalgono a pura e semplice idolatria, poiché chiunque affermi che esiste qualcosa al di fuori di Lui, che in seguito si estingue, oppure parla dell’estinzione dell’estinzione di questo qualcosa, un tal uomo, diciamo, si rende colpevole di idolatria per la sua affermazione dell’esistenza, presente o passata, d’un altro che non sia Lui. Che Allâh – che il Suo nome sia esaltato – li conduca, e conduca anche noi, sul sentiero della verità.

Pensavi di esser te

Ma tu non sei e non sei mai stato.

Se tu fossi te, saresti il Signore, secondo di due!

Abbandona questa idea

Perché non c’è nessuna differenza tra voi due, quanto all’esistenza. Egli non è diverso da te e tu non sei diverso da Lui.

Se per ignoranza dici che sei diverso da Lui Sei d’animo grossolano.

Quando la tua ignoranza cesserà, ti affinerai, Perché la tua unione è la separazione

E la tua separazione è la tua unione

Il tuo allontanamento è un avvicinarsi, E il tuo avvicinarsi una partenza.

È così che diventerai migliore.

Cessa di fare dei ragionamenti e comprendi con la luce dell’intuizione Senza di che ti sfuggirà ciò che irraggia da Lui.

Guardati dall’attribuire compagni ad Allâh

Perché ti avviliresti, e ciò a causa della vergogna degli idolatri.

Se qualcuno dice: «Tu pretendi che la conoscenza di te stesso sia la conoscenza di Allâhche il Suo nome sia esaltato –; l’uomo è diverso da Allâh quand’anche conosca se stesso: ora, colui che è diverso da Allâh come può conoscerLo? Come può arrivare fino a Lui?», la risposta è: «Chi conosce se stesso conosce il proprio Signore». Sappi che l’esistenza di un tal uomo non è la sua, né quella di un altro, ma quella di Allâh, senza che la sua esistenza entri in Allâh, esca da Lui, sia parallela alla Sua o in Lui risieda. Ma egli vede la sua esistenza tal quale essa è. Niente è diventato che non sia già prima esistito, e niente cessa di esistere per cancellamento, estinzione o estinzione di una estinzione. L’annientamento di una cosa implica la sua esistenza anteriore. Pretendere che una cosa esista di per se stessa significa credere che questa cosa si è creata da sé, che essa non deve al sua esistenza alla potenza di Allâh; il che è assurdo agli occhi e agli orecchi di tutti. Devi notar bene che la conoscenza che possiede colui che conosce il suo proprium è la conoscenza stessa che Allâh possiede del Suo proprium, perché il Suo proprium non è altro che Lui. Il Profeta ha voluto significare con proprium (nafs), l’esistenza stessa. Per chiunque è arrivato a questo stato di conoscenza, il suo interno e il suo esterno non sono altro che l’esistenza di Allâh, la parola di Allâh; la sua azione è quella di Allâh, e la sua pretesa di conoscere se stesso è la pretesa alla gnosi, cioè alla perfetta conoscenza di Allâh. Tu senti la sua pretesa, vedi i suoi atti, ed il tuo sguardo incontra un uomo che è diverso da Allâh, ma ciò non è dovuto a nient’altro che al fatto che tu non possiedi la conoscenza di te stesso. Dunque, se «il Credente è lo specchio del credente», allora egli è Lui stesso, cioè in virtù del suo sguardo. La sua essenza è l’essenza di Allâh; il suo sguardo è lo sguardo di Allâh, senza alcuna specificazione. Quest’uomo non è Lui secondo la tua visione, la tua scienza, il tuo giudizio, la tua fantasia o il tuo sogno, ma è Lui secondo la sua visione, la sua scienza e il suo sogno. Se egli dice: «Io sono Allâh», ascoltalo attentamente, perché non è lui, ma Allâh stesso che pronuncia le parole: «Io sono Allâh». Ma tu non sei arrivato allo stesso suo grado di sviluppo spirituale. Se tale fosse il caso, comprenderesti la sua affermazione, diresti come lui e vedresti quello che egli vede.

Riassumiamo: l’esistenza delle cose è la Sua esistenza senza che le cose siano. Non lasciarti ingannare dalla sottigliezza e dall’ambiguità delle parole, in modo da immaginare che Allâh sia creato. Qualche iniziato ha detto: «Il sufi è eterno», ma egli non ha parlato che dopo che tutti i misteri gli sono stati svelati, e che i dubbi e le superstizioni sono stati dispersi. Questo immenso pensiero non può però convenire che a colui la cui anima è più vasta dei due mondi. Quanto a colui la cui anima è solo grande quanto i due mondi, questo pensiero non gli conviene. Perché in verità questo pensiero è più grande del mondo sensibile e del mondo soprasensibile messi assieme. Infine, sappi che «Colui che vede» e «Ciò che è visto», «Colui che fa esistere» e «Ciò che esiste», «Colui che conosce» e «Ciò che è conosciuto», «Colui che crea» e «Ciò che è creato», «Colui che raggiunge per mezzo della comprensione» e «Ciò che è compreso» sono tutti lo Stesso. Egli vede la Sua esistenza per mezzo della Sua esistenza, la conosce per mezzo di essa e la raggiunge per mezzo di essa, senza nessuna specificazione e al di fuori delle condizioni ordinarie o delle forme ordinarie della comprensione, della visione e del sapere. Come la Sua esistenza è incondizionata, la Sua visione di Se stesso, la Sua intelligenza di Se stesso e la Sua scienza di Se stesso sono ugualmente incondizionate.

Se qualcuno domanda: «Come consideri quel che è attraente o ripugnante? Se per esempio vedi una sporcizia o una carogna, forse dici che è Allâh, la risposta è: Allâh è sublime e puro, Egli non può essere queste cose. Noi parliamo con colui che non vede una carogna come una carogna o una porcheria come una porcheria. Noi parliamo a coloro che vedono, e non ai ciechi. Colui che non si conosce è un cieco, nato cieco. Prima che cessi la sua cecità, naturale o acquisita, egli non potrà comprendere quel che vogliamo dire. Il nostro discorso è con Allâh, e non con altri che Lui, o con dei ciechi nati. Colui che è arrivato alla stazione spirituale che è necessario aver raggiunto per capire, quegli sa che non vi è niente che esista tranne Allâh. Il nostro discorso è fatto per chi cerca con ferma intenzione e perfetta sincerità di conoscere se stesso (in nome) della conoscenza di Allâh – che Egli sia esaltato – e che nel suo cuore conserva in tutta la sua freschezza la forma nella sua domanda e nel suo desiderio di giungere ad Allâh. Il nostro discorso non è diretto a coloro che non hanno né direzione né scopo.

Se qualcuno obietta: «Allâh – benedetto e santo – ha detto: Gli sguardi non possono raggiungerLo, ma Egli raggiunge gli sguardi, tu dici il contrario; dov’è la verità?», la risposta è questa: Tutto quel che abbiamo detto è una parafrasi della parola divina: «Gli sguardi non hanno il potere di raggiungerLo», cioè nessuno, né gli sguardi di nessuno, possono percepirLo. Se tu dici che in ciò che esiste vi è la presenza di altri diverso da Lui, devi convenire che questo diverso da Lui può raggiungerLo. Ora: «Gli sguardi non possono raggiungerLo», Allâh avverte che non esiste un altro diverso da Lui. Voglio dire con ciò che uno diverso da Lui non può percepirLo, ma che colui che Lo percepisce è Lui, Allâh, Lui e nessun altro. Egli solo percepisce e comprende la propria vera ‘natura intima’ e nessun altro. Gli sguardi non Lo raggiungono perché non sono altro che la Sua esistenza. Di colui che dice che gli sguardi non possono raggiungerLo perché sono creati, e ciò che è creato non può raggiungere l’increato o l’eterno, di quest’uomo noi affermiamo che non conosce ancora se stesso. Non vi è nulla, assolutamente nulla, sguardi o checchessia, che esista all’infuori di Lui, ma è Egli che comprende la propria Esistenza senza che tale comprensione esista in un modo qualunque.

Ho conosciuto il mio Signore per mezzo del mio Signore, senza confusione né dubbio.

La mia ‘natura intima’ è la Sua, realmente, senza mancanze o difetti.

Tra noi due non c’è divenire, e la mia anima è il luogo dove il mondo occulto si manifesta.

Da quando ho conosciuto la mia anima senza mescolanza né agitazione,

Sono giunto all’unione con l’oggetto del mio amore senza che più ci sia tra noi distanza, né lunga né breve.

Ricevo grazie senza che nulla discenda dall’alto, senza rimproveri e senza nemmeno motivi.

Non ho cancellato la mia anima per causa Sua, ed essa non ha durata temporale, così da essere distrutta dopo.

Se qualcuno domandasse: «Tu affermi l’esistenza di Allâh e neghi l’esistenza di qualsiasi altra cosa; e che sono dunque le cose che noi vediamo?», la risposta è: Queste discussioni si rivolgono a chi non vede null’altro che Allâh. Quanto a chi vede qualcosa all’infuori di Allâh, a costui noi non abbiamo né domande da fare né risposte da dare, poiché egli non vede che quel che vede; mentre colui che conosce se stesso non vede altro che Allâh. Chi non conosce se stesso non vede Allâh, poiché ogni recipiente non lascia filtrare che ciò che contiene. Ci siamo già dilungati molto sul nostro argomento. Continuare sarebbe inutile, perché chi non è fatto per vedere non vedrebbe di più. Egli non comprenderà e non potrà raggiungere la verità. Colui che può vedere, vede, comprende e raggiunge la verità. Per chi è arrivato, è sufficiente una piccola indicazione perché, a questa luce, possa trovare la vera Via, camminare con tutte le sue energie e giungere all’oggetto del suo desiderio, con l’aiuto di Allâh.

Che Allâh ci prepari per ciò che Gli piace e gradisce in fatto di parole, atti, scienza, intelligenza, luce e vera direzione. Egli può tutto, e risponde a ogni preghiera con la risposta giusta. Non c’è mezzo né potere che in Allâh, l’Altissimo, l’Immenso. Preghi Egli sulla migliore delle sue creature, sul Profeta, e su tutti i membri della sua famiglia. Âmîn

La realizzazione metafisica (René Guénon)

Iniziazione

Accennando ai caratteri essenziali della metafisica dicemmo che essa è una conoscenza intuitiva, vale a dire immediata, che si oppone perciò sotto questo aspetto alla conoscenza discorsiva e mediata di tipo razionale. Più immediata ancora dell’intuizione sensibile perché di là dalla distinzione di soggetto e oggetto che quest’ultima conserva, l’intuizione intellettuale è contemporaneamente il veicolo della conoscenza e la conoscenza stessa, ed in essa il soggetto e l’oggetto si unificano e si identificano. D’altra parte qualsiasi conoscenza merita veramente questo nome soltanto nella misura in cui produce tale identificazione, la quale però, in tutti gli altri casi, rimane incompleta e imperfetta; in altri termini, è sola vera conoscenza quella che partecipa in misura più o meno completa della natura della conoscenza intellettuale, che è la conoscenza per eccellenza. Ogni altro tipo di conoscenza è più o meno indiretta e ha dunque un valore più che altro simbolico o rappresentativo; non è vera ed effettiva conoscenza se non quella che ci permette di penetrare nella natura intima delle cose, e se una penetrazione di questo genere può già parzialmente avvenire ai gradi inferiori della conoscenza, è soltanto nella conoscenza metafisica che essa è pienamente e interamente realizzabile.

Conseguenza immediata di ciò è che conoscere ed essere sono fondamentalmente la stessa cosa; essi rappresentano, se si vuole, due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si possono più distinguere realmente dove tutto è “senza dualità”. Ciò è sufficiente a provare l’inanità di quelle “teorie della conoscenza” a pretesa pseudo-metafisica che occupano tanto posto nella filosofia occidentale moderna e tendono talvolta addirittura, come ad esempio in Kant, ad assorbire tutto il resto, o per lo meno a metterselo in sottordine; l’unica ragion d’essere di questo genere di teorie risiede d’altronde in un’attitudine comune a quasi tutti i filosofi moderni, che trae le sue origini dal dualismo cartesiano e consiste nell’opporre artificialmente il conoscere all’essere; ed è la negazione di ogni vera metafisica. La filosofia è in tal modo portata a sostituire la “teoria della conoscenza” alla conoscenza vera e propria, ciò che non è se non una esplicita confessione d’impotenza; a tal proposito, niente di più tipico di questa dichiarazione di Kant: “La maggiore utilità, se non forse l’unica, di ogni filosofia della ragion pura, è dopo tutto esclusivamente negativa, e proviene dal suo essere non tanto uno strumento per allargare la conoscenza, quanto piuttosto una disciplina per circoscriverla”. Forse che simili parole non si riducono semplicemente a dire che l’unica pretesa dei filosofi è d’imporre a tutti la ristrettezza delle loro proprie facoltà conoscitive? D’altronde è questo l’inevitabile risultato dello spirito sistematico, anti-metafisico per eccellenza; non ci stancheremo mai di ripeterlo.

La metafisica afferma l’identità fondamentale del conoscere e dell’essere, la quale può venir messa in dubbio solamente da coloro che ne ignorano i principi più elementari; e poiché tale identità è essenzialmente inerente alla natura dell’intuizione intellettuale, essa non soltanto l’afferma ma la realizza. Ciò per lo meno è vero della metafisica integrale; resta da aggiungere che tutto ciò che di metafisico si è avuto in Occidente, sotto questo riguardo sembra esser restato sempre incompleto. Eppure Aristotele formula nettamente il principio dell’identificazione per mezzo della conoscenza dichiarando espressamente che “l’anima è tutto ciò che essa conosce”; sennonché sembra che né lui né i suoi continuatori abbiano mai attribuito a tale affermazione il suo reale valore, traendone tutte le conseguenze che essa comporta, sì che essa rimase per loro qualcosa di puramente teorico. Meglio di nulla certo, tuttavia del tutto insufficiente; cosicché la metafisica occidentale si presenta incompleta sotto un duplice aspetto: in primo luogo teoricamente, in quanto non si spinge oltre l’essere, come abbiamo spiegato in precedenza, e poi in quanto considera le cose (nella misura in cui tuttavia le considera), in modo esclusivamente teorico; la teoria è da essa presentata come in qualche modo sufficiente a se stessa e come costituente il suo fine, mentre invece non dovrebbe normalmente essere che una preparazione, indispensabile finché si vuole ma ancora soltanto preparazione, in vista di una corrispondente realizzazione.

Occorre fare qui un’osservazione sul modo in cui ci serviamo del termine “teoria”: etimologicamente il suo significato primitivo è quello di “contemplazione”, e se così fosse inteso si potrebbe dire che la metafisica nel suo insieme, con la realizzazione che implica, è la “teoria” per eccellenza; ma l’uso ha attribuito a quest’ultima parola un’accezione alquanto diversa, restringendone soprattutto molto il senso. Per cominciare, l’abitudine è ormai acquisita di opporre “teoria” a “pratica”, e, almeno nel suo significato primitivo, tale opposizione, come quella di contemplazione e di azione, sarebbe tuttavia giustificata, la metafisica essendo essenzialmente di là dal campo dell’azione, per definizione dominio delle contingenze individuali; se non che la mentalità degli Occidentali, volta quasi esclusivamente all’azione e incapace di concepire realizzazione all’infuori di essa, si è ormai ridotta ad opporre abitualmente teoria a realizzazione. Di fatto, è perciò quest’ultima l’opposizione che noi accettiamo, per non allontanarci dall’uso ormai affermato, e per evitare le confusioni che possono derivare dalla difficoltà che si prova a disgiungere le parole dal senso che, a torto o a ragione, si è abituati ad attribuirgli; con tutto ciò, non ci spingeremo fino a definire “pratica” la realizzazione metafisica, perché in definitiva tale parola è, nel linguaggio corrente, rimasta inseparata dall’idea d’azione che esprimeva in origine e che qui non si applica assolutamente.

In tutte le dottrine metafisicamente complete – come le dottrine orientali – la teoria si accompagna sempre, o è seguita, da una realizzazione effettiva, della quale essa è soltanto la base necessaria. Nessuna realizzazione può essere tentata senza una sufficiente preparazione teorica; ma la teoria nel suo insieme è ordinata alla realizzazione come un mezzo al fine, e questa prospettiva è presupposta, esplicitamente o implicitamente, nella stessa espressione esteriore delle dottrine. D’altra parte la realizzazione effettiva può servirsi, oltre che della preparazione teorica, e dopo di essa, di altri mezzi, di carattere molto diverso, ma anch’essi destinati soltanto a fornirle un supporto o un punto di partenza e perciò non aventi che una funzione di “ausilio”, ogni questione d’importanza di fatto a parte: è questa, in modo particolare, la ragion d’essere dei riti di carattere e di efficacia propriamente metafisici di cui abbiamo segnalato l’esistenza. Tuttavia, a differenza della preparazione teorica, tali riti non vengono mai considerati come mezzi indispensabili; essi sono accessori e non essenziali, e la tradizione indù nella quale essi tengono tuttavia un posto importante, è affatto esplicita a questo proposito; ciò non toglie che per la loro efficacia propria essi possano facilitare in grande misura la realizzazione metafisica, vale a dire la trasformazione di quella conoscenza virtuale che è la semplice teoria in conoscenza effettiva.

Queste considerazioni possono probabilmente sembrare molto strane a degli Occidentali, i quali non hanno mai, nemmeno da lontano, preso in considerazione cose del genere, o la loro semplice possibilità; eppure in Occidente si potrebbe trovare un’analogia parziale, anche se lontanissima, con la realizzazione metafisica, in ciò che noi chiamiamo la realizzazione mistica. Intendiamo dire che negli stati mistici, nel senso teologico della parola, c’è alcunché di effettivo che fa di essi qualcosa di più d’una conoscenza puramente teorica, anche se una realizzazione di questa specie è per definizione, e sempre, soltanto parziale. Non uscendo dal modo propriamente religioso non si esce dalla sfera individuale; gli stati mistici non hanno nulla di sopra-individuale; essi implicano un’estensione più o meno indefinita delle sole possibilità individuali, le quali sono però incomparabilmente più estese di quanto non si creda generalmente e soprattutto di quanto gli psicologi non siano in grado di concepire, anche aggiuntovi tutto quel che si sforzano di far rientrare nel loro “subcosciente”. Tale realizzazione non può avere una portata universale o metafisica e resta sempre soggetta all’influenza di elementi individuali, principalmente di carattere sentimentale; d’accordo che questo è il carattere peculiare della prospettiva religiosa, ma esso è qui, come già avemmo a notare, ancor più accentuato che in tutte le altre sue manifestazioni, ciò che conferisce agli stati mistici quell’aspetto di “passività” che gli si riconosce abbastanza generalmente, aggiuntovi che la confusione dei due ordini intellettuale e sentimentale può esservi fonte frequente d’illusioni. Infine è necessario accennare al fatto che una realizzazione di questo tipo, frammentaria sempre e raramente ordinata, non presuppone preparazione teorica: è vero che i riti religiosi vi hanno quella funzione di “ausilio” che è propria dei riti metafisici, ma essa è in se stessa indipendente dalla teoria religiosa, rappresentata dalla teologia; ciò non impedisce che i mistici in possesso di qualche dato teologico si risparmino così molti errori, che commettono invece quelli che ne sono sprovvisti, e siano in maggior possibilità di controllare in una certa misura la propria immaginazione e la propria sentimentalità. Così com’è, la realizzazione mistica, o realizzazione in modo religioso, con le sue limitazioni fondamentali, è la sola che sia conosciuta nel mondo occidentale; e possiamo ben dire che ciò è meglio di niente, anche se non c’è comune misura tra essa e la vera realizzazione metafisica.

Abbiamo ritenuto importante chiarire il concetto di realizzazione metafisica e le conseguenze che esso comporta, perché esso è essenziale al pensiero orientale, e comune alle tre grandi civiltà di cui abbiamo parlato. Non vogliamo però insisterci troppo in questa trattazione, la quale deve necessariamente rimanere piuttosto elementare; lo riesamineremo dunque, per quanto concerne specialmente l’India, soltanto quando sarà strettamente indispensabile, perché tale punto di vista è probabilmente il più difficile da capire per la maggioranza degli Occidentali. Inoltre, se la teoria si può sempre esporre senza riserve, o almeno con la sola riserva di quanto è veramente inesprimibile, non così avviene per quel che riguarda la realizzazione.

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Caratteri essenziali della metafisica (René Guénon)

Iniziazione

Mentre il punto di vista religioso implica essenzialmente l’intervento di un elemento di ordine sentimentale, il punto di vista metafisico è esclusivamente intellettuale; ma questo, quantunque abbia per noi un significato nettissimo, a molti potrebbe sembrare che non caratterizzi sufficientemente il punto di vista in questione, poco familiare agli occidentali, se non ci dessimo la pena di precisarlo ulteriormente. Anche la scienza e la filosofia, infatti, quali esistono nel mondo occidentale, hanno pretese di intellettualità; se neghiamo che queste pretese siano fondate e affermiamo che esiste una differenza delle più profonde tra tutte le speculazioni di questo genere e la metafisica, è perché l’intellettualità pura, nel senso in cui noi la consideriamo, è tutt’altra cosa da quel che di solito s’intende, in modo più o meno vago, con tale parola.

Dobbiamo dire subito che quando usiamo il termine” metafisica”, come facciamo, poco ci importa la sua origine storica, che è alquanto dubbia e che sarebbe puramente fortuita se si dovesse ammettere l’opinione, peraltro poco verosimile ai nostri occhi, secondo la quale avrebbe designato, in principio, semplicemente ciò che veniva “dopo la fisica” nella raccolta delle opere di Aristotele. Ne dobbiamo curarci delle accezioni diverse e più o meno abusive che taluni hanno creduto bene di attribuire alla parola nel corso del tempo; questi non sono motivi sufficienti a indurci ad abbandonarla perché, così com’è, essa è troppo adatta a quel che normalmente deve designare, almeno per quanto può esserlo un termine desunto dalle lingue occidentali. In effetti, il suo significato più naturale, anche etimologicamente, è quello secondo cui designa ciò che è “al di là della fisica”, intendendo per “fisica”, come sempre facevano gli antichi, l’insieme di tutte le scienze della natura, considerato in una maniera del tutto generale, e non semplicemente una di queste scienze in particolare, secondo l’accezione ristretta che è propria dei moderni. Questa è dunque la nostra interpretazione del termine “metafisica” , e sia detto una volta per tutte che se ci teniamo è unicamente per la ragione or ora indicata e perché pensiamo che è sempre disdicevole ricorrere a neologismi se non in casi di assoluta necessità.

Diremo ora che la metafisica, così intesa, è essenzialmente la conoscenza dell’universale, o, se si vuole, dei princìpi di ordine universale, che del resto sono gli unici a cui convenga propriamente il nome di princìpi; ma non vogliamo dare con ciò una vera e propria definizione della metafisica, cosa che, a rigore, è impossibile proprio a causa di questa stessa universalità che consideriamo il primo dei suoi caratteri, quello da cui tutti gli altri discendono. In realtà non è definibile se non ciò che è limitato, e la metafisica è al contrario, nella sua essenza stessa, assolutamente illimitata, ciò che non permette evidentemente di racchiuderne la nozione in una formula più o meno stretta; in questo caso una definizione sarebbe tanto più inesatta quanto più ci si sforzasse di renderla precisa.

È importante osservare che abbiamo detto conoscenza e non scienza; vogliamo con ciò sottolineare la distinzione profonda che bisogna necessariamente stabilire tra la metafisica da un lato e, dall’altro, le differenti scienze nel senso proprio della parola, vale adire tutte le scienze particolari e specializzate che hanno come oggetto di indagine un certo aspetto delle cose individuali. Questa è dunque, in fondo, la distinzione stessa tra l’universale e l’individuale, distinzione che non deve essere intesa come un’opposizione, perché tra i suoi due termini non esiste misura comune ne alcuna relazione di simmetria o di possibile coordinazione. D’altronde, tra la metafisica e le scienze non può sussistere opposizione o conflitto di sorta, precisamente perché i loro àmbiti rispettivi sono profondamente separati; ed esattamente lo stesso avviene, del resto, in rapporto alla religione. Tuttavia è opportuno capire bene che detta separazione non si riferisce tanto alle cose in se quanto ai punti di vista da cui noi consideriamo le cose; e ciò è particolarmente importante per quanto diremo più specificamente sulla “fisica” e su come devono essere concepiti i reciproci rapporti dei diversi rami della dottrina indù. È facile rendersi conto che uno stesso oggetto può essere studiato da differenti scienze sotto aspetti diversi; allo stesso modo, tutto quanto consideriamo da certi punti di vista individuali e specifici può essere, per mezzo di una trasposizione adeguata, considerato anche dal punto di vista universale – che non è d’altronde un punto di vista specifico – allo stesso modo in cui può esserlo quanto non è suscettibile di essere inteso in modo individuale. Così si può dire che il dominio della metafisica comprende tutto, il che è necessario perché essa sia veramente universale, come deve esserlo essenzialmente; e i dominii propri alle differenti scienze non restano per ciò meno distinti da quello della metafisica, dal momento che quest’ultima, non ponendosi sullo stesso terreno delle scienze particolari, in nessun modo può essere un loro analogo, sicché non potrà mai darsi che si stabilisca alcuna comparazione tra i risultati dell’una e quelli delle altre. Del resto il dominio della metafisica non è per nulla, come pensano alcuni filosofi che al riguardo sono piuttosto ottusi, quello che le diverse scienze lasciano da parte perché il loro sviluppo attuale è più o meno incompleto, ma piuttosto quello che, per sua stessa natura, sfugge a queste scienze e supera di gran lunga la portata a cui possono legittimamente pretendere. Il dominio di ogni scienza è sempre circoscritto dall’esperienza, in una qualunque delle sue diverse modalità, mentre il dominio della metafisica è costituito essenzialmente da ciò per cui non può esserci esperienza possibile: essendo “al di là della fisica”, siamo anche, e proprio per questa ragione, al di là dell’esperienza. Di conseguenza l’àmbito di ogni scienza particolare può estendersi indefinitamente, se ne è suscettibile, senza mai giungere ad avere il sia pur minimo punto di contatto con quello della metafisica.

Consegue immediatamente da quanto precede che parlando dell’oggetto della metafisica non si deve pensare a qualcosa di più o meno analogo all’oggetto particolare di una certa scienza. Consegue anche che tale oggetto deve essere sempre assolutamente lo stesso, che non può in alcun modo essere qualcosa di mutevole e soggiacente alle influenze di tempo e di luogo; il contingente, l’accidentale, il variabile appartengono in proprio all’àmbito dell’individuale; sono anzi dei caratteri che condizionano necessariamente le cose individuali in quanto tali, o, per esprimersi con più rigore, l’aspetto individuale delle cose nelle sue molteplici modalità. Quindi, quando si tratta di metafisica, con il tempo e il luogo possono cambiare solo i modi di esposizione, vale adire le forme più o meno esteriori che la metafisica può assumere e che sono suscettibili di adattamenti diversi, e anche, evidentemente, lo stato di conoscenza o d’ignoranza degli uomini, o per lo meno della maggioranza di loro nei confronti della vera metafisica; ma essa resta sempre, in fondo, perfettamente identica a se stessa, il suo oggetto essendo essenzialmente uno, o più esattamente “senza dualità” come dicono gli Indù, e questo oggetto, sempre per il suo essere”al di là della natura”, è anche al di là del cambiamento: è quel che gli Arabi esprimono dicendo che “la dottrina dell’Unità è unica”.

Inoltrandoci nell’ordine delle conseguenze, possiamo aggiungere che in metafisica non è assolutamente possibile fare scoperte, perché, trattandosi di un modo di conoscenza che non ricorre all’uso di mezzi speciali ed esteriori di investigazione, tutto ciò che è suscettibile di essere conosciuto può esserlo stato in ugual modo da uomini diversi in tutte le epoche; ed è ciò che risulta effettivamente da un esame approfondito delle dottrine metafisiche tradizionali. D’altronde, quand’anche si ammettesse che le idee di evoluzione e di progresso possano avere un qualche valore relativo in biologia e in sociologia, la qual cosa è lungi dall’esser provata, non sarebbe meno certo che esse non hanno alcuna applicazione possibile alla metafisica; è così che queste idee sono del tutto estranee agli orientali, come del resto lo furono, fin verso la fine del secolo XVIII, agli stessi occidentali che oggi le reputano elementi essenziali dello spirito umano. Ciò implica, lo si noti bene, la condanna formale di ogni tentativo di applicare il”metodo storico” a quanto sia di ordine metafisico: lo stesso punto di vista metafisico si oppone in modo radicale al punto di vista storico, o sedicente tale, e in questa opposizione bisogna vedere non soltanto una questione di metodo, ma anche e soprattutto, il che è molto più grave, una vera questione di principio, poiché il punto di vista metafisico, nella sua immutabilità essenziale, è la negazione stessa delle idee di evoluzione e di progresso; si potrebbe perciò dire che la metafisica non si può studiare che metafisicamente. Non bisogna qui tenere conto di contingenze quali possono essere le influenze individuali, che, a rigore, non esistono in questo àmbito e non possono esercitarsi sulla dottrina perché essa, essendo di ordine universale, dunque essenzialmente sovraindividuale, sfugge per forza di cose alla loro azione; anche le circostanze di tempo e luogo, lo ribadiamo, possono influire soltanto sull’espressione esteriore, e null’affatto sull’essenza stessa della dottrina; e infine, in metafisica, non si tratta per nulla, come invece nell’ordine del relativo e del contingente, di “credenze” o di “opinioni” più o meno variabili e mutevoli in quanto più o meno dubbie, ma esclusivamente di certezza permanente e immutabile.

In effetti, per il fatto stesso che la metafisica non partecipa minimamente della relatività delle scienze, deve implicare, quale carattere intrinseco, la certezza assoluta, e ciò vale anzitutto per il suo oggetto, ma anche per il suo metodo, se tale parola può applicarsi qui, perché altrimenti tale metodo, o comunque si voglia chiamarlo, non sarebbe adeguato all’oggetto. La metafisica esclude quindi necessariamente qualsiasi concezione di carattere ipotetico, donde risulta che le verità metafisiche, in se stesse, hanno un’assoluta incontestabilità; di conseguenza, se talvolta può esserci discussione e controversia, sarà sempre e soltanto per effetto di una esposizione difettosa o di una comprensione imperfetta di tali verità. D’altra parte, ogni possibile esposizione è qui necessariamente difettosa, perché le concezioni metafisiche, per la loro natura universale, non sono mai del tutto esprimibili, e neppure immaginabili, non potendo essere raggiunte nella loro essenza che dall’intelligenza pura e” informale ” ; esse oltrepassano immensamente tutte le forme possibili e in particolare le formule in cui il linguaggio vorrebbe chiuderle, formule sempre inadeguate che tendono a restringerle e perciò a snaturarle. Queste formule, come tutti i simboli, possono servire solo come punto di partenza, come “supporto” per così dire, per aiutare a concepire ciò che in se rimane inesprimibile, ed è compito di ciascuno sforzarsi di concepirlo effettivamente a misura della propria capacità intellettuale, supplendo in tal modo, in questa stessa misura, alle fatali imperfezioni dell’espressione formale e limitata; è del resto evidente che tali imperfezioni raggiungeranno il loro massimo quando l’espressione dovrà avvenire in lingue che, come quelle europee, soprattutto moderne, sembrano quanto mai refrattarie all’esposizione delle verità metafisiche. Come appunto dicevamo più sopra a proposito delle difficoltà di traduzione e adattamento, la metafisica, in quanto si apre su possibilità illimitate, deve sempre riservarsi la parte dell’inesprimibile, che in fondo è anche per lei del tutto essenziale.

Questa conoscenza di ordine universale deve porsi al di là di tutte le distinzioni che condizionano la conoscenza delle cose individuali, e delle quali il tipo generale e fondamentale è la distinzione fra soggetto e oggetto; ciò mostra una volta di più che l’oggetto della metafisica non è assolutamente paragonabile all’oggetto specifico di qualsiasi altro genere di conoscenza, e che non può neppure essere chiamato oggetto se non in un senso puramente analogico, perché per poterne parlare bisogna pur attribuirgli una qualche denominazione. Allo stesso modo, se si vuol parlare del mezzo della conoscenza metafisica, esso non potrà che costituire un tutt’uno con la conoscenza stessa, dove soggetto e oggetto sono unificati in modo essenziale; come dire che tale mezzo, seppure è lecito chiamarlo così, non può esser nulla di simile all’esercizio di una facoltà discorsiva quale è la ragione umana individuale. Si tratta, come dicevamo, dell’ordine sovraindividuale e, di conseguenza, sovrarazionale, che non significa affatto irrazionale: la metafisica non può opporsi alla ragione, piuttosto è al di sopra della ragione, che lì può intervenire solo in modo del tutto secondario per la formulazione e l’espressione esteriore di quelle verità che vanno di là dalla sua sfera e dalla sua portata. Le verità metafisiche possono essere concepite unicamente da una facoltà che non è più dell’ordine individuale e che si può definire intuitiva per il carattere immediato della sua operazione, purché, beninteso, si aggiunga che non ha assolutamente niente in comune con ciò che certi filosofi contemporanei chiamano intuizione, facoltà soltanto sensitiva e vitale, che è propriamente al di sotto, e non più al di sopra, della ragione. Occorre dunque dire, per maggior precisione, che la facoltà di cui stiamo parlando è l’intuizione intellettuale, di cui la filosofia moderna ha negato l’esistenza perché non la capiva, quando non preferì ignorarla puramente e semplicemente; si può ancora designarla col nome di intelletto puro, seguendo l’esempio di Aristotele e dei suoi continuatori scolastici, per i quali infatti l’intelletto è ciò che possiede immediatamente la conoscenza dei princìpi. Aristotele dichiara espressamente(1) che “l’intelletto è più vero della scienza”, vale a dire, in definitiva, della ragione che costruisce la scienza, ma che “nulla è più vero dell’intelletto”, il quale è necessariamente infallibile proprio perché la sua operazione è immediata e perché, non essendo realmente distinto dal proprio oggetto, si confonde con la verità stessa. Tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica; e da questo si vede che l’errore può introdursi soltanto con l’uso della ragione, vale a dire nella formulazione delle verità concepite dall’intelletto, e ciò perché la ragione è evidentemente fallibile a causa del suo carattere discorsivo e mediato. D’altronde, ogni espressione essendo necessariamente imperfetta e limitata, l’errore, nella forma se non nella sostanza, vi è inevitabile: per quanto rigorosa si voglia rendere l’espressione, quel che essa esclude è sempre molto più di quel che può includere; ma un errore del genere può non avere nulla di positivo in quanto tale, e tutto sommato essere solo una verità minore che risiede unicamente in una formulazione parziale e incompleta della verità totale.

Ci si può ora rendere conto di quale sia, nel suo significato più profondo, la distinzione tra conoscenza metafisica e conoscenza scientifica: la prima dipende dall’intelletto puro, il cui dominio è l’universale; la seconda dipende dalla ragione, il cui dominio è il generale, in quanto, come ha detto Aristotele, “non vi è scienza se non del generale”. Non bisogna dunque confondere l’universale e il generale come troppe volte fanno i logici occidentali, i quali non si innalzano mai realmente al di sopra del generale neppure quando gli attribuiscono indebita mente il nome di universale. Abbiamo detto che il punto di vista delle scienze è di ordine individuale; infatti il generale non si oppone all’individuale, ma soltanto al particolare, e anzi altro non è che un’estensione dell’individuale; ma l’individuale può estendersi anche indefinitamente senza perciò perdere la sua natura e travalicare le proprie condizioni restrittive e limitative; e per questo affermiamo che la scienza potrebbe estendersi indefinitamente senza mai raggiungere la metafisica, dalla quale rimarrà sempre separata nel modo più profondo, perché solo la metafisica è la conoscenza dell’universale.

Pensiamo di aver caratterizzato a sufficienza la metafisica; molto di più non potremmo dire senza entrare nell’esposizione della dottrina vera e propria, che qui sarebbe fuori luogo; d’altronde questi dati saranno completati nei capitoli che seguiranno, e in particolare quando parleremo della distinzione tra la metafisica e ciò che nell’Occidente moderno viene generalmente chiamato col nome di filosofia. Tutto quanto abbiamo detto si applica, senza alcuna restrizione, a una qualunque delle dottrine tradizionali dell’Oriente, nonostante le grandi differenze di forma che possono nascondere l’identità di fondo a un osservatore superficiale: tale concezione della metafisica è vera per il taoismo, per la dottrina indù e anche per l’aspetto profondo ed extrareligioso dell’islamismo. Esiste qualcosa di simile nel mondo occidentale? Se si esamina solo ciò che esiste attualmente, si potrebbe sicuramente dare a questa domanda una risposta negativa, perché ciò che il pensiero filosofico moderno si compiace talvolta di abbellire col nome di metafisica non corrisponde in alcun modo alla concezione che abbiamo esposto; ritorneremo comunque su questo punto. Tuttavia quanto abbiamo detto su Aristotele e sulla dottrina scolastica mostra che vi fu, se non la metafisica totale, almeno della metafisica in una certa misura; e nonostante questa riserva necessaria, si trattò di qualcosa di cui la mentalità moderna non offre più il minimo equivalente, e la cui comprensione le sembra preclusa. D’altra parte, se la riserva che abbiamo or ora fatto si impone, è perché esistono, come dicevamo in precedenza, delle limitazioni che sembrano davvero inerenti a tutta l’intellettualità occidentale, almeno a partire dall’antichità classica; e a questo proposito abbiamo notato come i Greci non avessero punto l’idea di Infinito. Del resto, perché mai gli occidentali moderni, quando credono di pensare all’Infinito, si rappresentano quasi sempre uno spazio, il quale non può essere che indefinito, e perché confondono immancabilmente l’eternità, che risiede essenzialmente nel “non tempo”, se così possiamo esprimerci, con la perpetuità, che non è se non un’estensione indefinita del tempo, mentre in simili confusioni non incorrono mai gli orientali? Il fatto è che la mentalità occidentale, volta quasi esclusivamente alle cose sensibili, fa costante confusione tra concepire e immaginare, al punto che ciò che non è suscettibile di rappresentazione sensibile le pare veramente impensabile; e già presso i Greci le facoltà immaginative erano soverchianti. Le quali, evidentemente, sono l’esatto opposto del pensiero puro; così stando le cose, non può esserci intellettualità nel vero senso della parola, ne, di conseguenza, metafisica. Se a queste considerazioni si aggiunge poi l’altra confusione abituale tra razionale e intellettuale, non si tarderà ad accorgersi che la pretesa intellettualità occidentale non è in realtà, soprattutto nei moderni, che l’esercizio di quelle facoltà meramente individuali e formali che sono la ragione e l’immaginazione; e si capirà allora tutto ciò che la separa dall’intellettualità orientale, per la quale non c’è conoscenza vera e valida se non quella che ha le proprie radici profonde nell’universale e nell’informale.

Dialogo tra un’anima illuminata e una priva di luce (Jacob Böhme)

Iniziazione

Una povera anima, vagabondando fuori dal Paradiso, raggiunse il regno di questo mondo, dove incontrò il diavolo che le chiese: “Dove stai andando, anima orba?”.
L’anima disse: “Voglio vedere le creature mondane, opera del Creatore”.
Il diavolo disse: “E come credi di poterle vedere? Giacché non distingui in loro l’essenza dalla qualità, vedrai solo un’immagine dipinta, senza riconoscerle come tali”.

L’anima disse: “Come posso dunque in esse distinguere l’essenza dall’essere?”.
Il diavolo disse: “Se ti cibi del male e del bene di cui sono fatte le creature, i tuoi occhi si apriranno e sarai come Dio stesso, conoscendo cosa sia in sé il Creatore”.
L’anima disse: “Sono nobile e santa e, come disse il Creatore, potrei morirne”.
Il diavolo disse: “Di nulla morrai. I tuoi occhi invece s’apriranno, sarai uguale a Dio, distinguendo il bene dal male. Sarai forte e valente e grande come Lui, né ti sarà celata alcuna conoscenza delle creature” .
L’anima disse: “Se avessi la conoscenza della natura e delle creature, vorrei dominare il mondo”.
Il diavolo disse: “Il fondo di tale conoscenza giace in te stessa; solamente, devi volgere la tua volontà non verso Dio, ma alla natura e alle creature. Scoprirai in te il piacere di un simile appetito, e mangiando dall’albero della conoscenza del bene e del male, conoscerai tutto”.
L’anima disse: “Voglio cibarmi di questa conoscenza per dominare le cose nella loro potenza, essere il vero signore della terra e fare ciò che voglio, come Dio stesso fa”.
Il diavolo disse: “Sono principe del mondo: se vuoi dominare la terra, il tuo piacere fronteggi la mia immagine, al fine di conoscerla”. Ed egli dunque pose il mercurio dell’anima nel vulcano come ruota infuocata dell’essenza, che prima possedeva forma di serpente.
Quando l’anima vide ciò, disse: “Questa è la potenza di tutte le cose: come posso diventare come lei?”
Disse il diavolo: “Tu pure sei un simile mercurio igneo. Stacca dunque la tua volontà da Dio e introduci in quest’artificio la tua brama, così che il tuo fondo latente si faccia palese e tu possa operare. Devi però mangiare di quel frutto nel quale i quattro elementi si dominano l’un l’altro lottando, come avviene del caldo contro il freddo e del freddo contro il caldo, poiché la sensibilità è il campo in cui operano tutte le qualità naturali. Così, accanto alla ruota infuocata, condurrai ogni cosa secondo la propria potenza, e la possederai”.
L’anima allora separò la propria volontà da quella divina e introdusse la brama nel vulcano del mercurio (cioè nella ruota di fuoco che in se stessa è la forza dell’animo); nacque così in lei il desiderio di cibarsi della conoscenza del bene e del male, ne afferrò il frutto e mangiò.
Avvenuto ciò, il vulcano incendiò la ruota infuocata dell’essenza, destando nell’anima tutte le qualità naturali che entrarono nel piacere e nella brama. Nacque per primo il piacere della superbia: di essere grande e forte e potente, domare ogni cosa e tutto padroneggiare; di essere un signore incomparabile, disprezzando umiltà e parità e ritenendosi il solo ad agire con ineguagliabile astuzia e sapienza, e vedendo fuori da sé null’altro che stoltezza.
Nacque quindi nella brama la voglia di comodità, come avarizia che ambisce di trarre a sé e possedere tutto. Quando infatti il piacere perverso della superbia staccò la volontà da Dio, non ebbe più fede nella vita divina ma volle curarsi solo di se stessa, volgendo brama e consenso verso le creature, verso la terra, i metalli e gli alberi.
Spezzati che ebbe l’unità divina, l’amore e la mansuetudine, l’incandescente mercurio igneo divenne affamato e avido come la vita infuocata: trasse a sé i quattro elementi e il loro essere, conducendosi animalescamente con vita oscura e cruda e rabbiosa, e spegnendo i colori e le potenze del cielo.
Nella vita infuocata si destò per terza una voglia spinosa e ostile, e questa fu l’invidia, un veleno infernale, un tormento di tutti i demoni, per cui la vita si fece nemica di Dio e di tutte le creature. Essa imperversò e infuriò nella brama invidiosa come un veleno nella carne: quanto l’avarizia non aveva potuto accaparrare fu ucciso dall’invidia, e così la nobile vita di quest’anima giunse quasi al fondo.
Per quarto nacque in questa vita incandescente un tormento pari al fuoco: era l’ira, che voleva trucidare e uccidere tutto quanto non s’era sottomesso alla superbia.
Si rivelò infine all’anima il fondamento stesso dell’inferno, cioè la collera divina, ed essa allora perse Dio, il Paradiso e il Regno dei cieli, divenendo un verme simile al serpente infuocato che il diavolo le aveva mostrato nella propria immagine. Prese a regnare sulla terra in modo bestiale, obbedendo alla volontà del demonio e vivendo secondo la vana superbia, l’avarizia, l’invidia e l’ira. Non ebbe più giusto amore per Dio, poiché ad esso era subentrata una falsa, animalesca passione per la lussuria e la vanità; non vi fu più purezza nel suo cuore, giacché aveva abbandonato il Paradiso e posseduto la terra. Ora il suo pensiero seguiva solo l’artificio, la scienza, la grandezza e molteplicità delle cose naturali. Né la giustizia, né la virtù divina restavano in lei, dove agiva invece e sempre una falsità velata di astuzia e violenza che essa chiamava Legge.
Allora il diavolo si appressò e la trascinò da un vizio all’altro, giacché l’aveva resa schiava della sua propria essenza. Mostrandole la gioia e la voluttà, disse: “Guarda: tu sei forte, possente, alta e nobile, e più ancora lo diventerai. Usa l’arte e la scienza tue, sì che ognuno ti tema: avrai fama e grande nome nel mondo”.
L’anima agì ascoltando questi consigli, senza pensare che giungevano dal diavolo: credette invece che le fossero dettati dall’intelletto e dalla scienza suoi, e che perciò si sarebbe comportata in modo buono e giusto.
Mentre essa in tal fatta si conduceva, la incontrò il nostro Signore Gesù Cristo, venuto in questo mondo armato di collera e amore divini per annientare le imprese del diavolo e ristabilire la giustizia dove regnava l’empietà. Egli annientò le opere del demonio in lei e l’aprì alla via della grazia, la guardò con la propria misericordia, la richiamò affinché si convertisse e facesse penitenza, si liberasse della sua immagine larvale e ritornasse al Paradiso.
Manifestatasi così in lei la scintilla della luce celeste, l’anima guardò tutte le sue opere e intenzioni, comprese di giacere nell’inferno e nella collera di Dio, conobbe d’essersi fatta una larva, un mostro al cospetto Suo e del regno celeste. Di ciò si prese spavento e cadde in grave angoscia, poiché le si era mostrata la giustizia divina.
Con voce misericordiosa parlò quindi in lei Cristo Signore: “Pentiti, lascia la vanità e vieni alla mia grazia”.
L’anima si presentò a Dio nella sua immagine di larva, e con la veste contaminata dalla vanità implorò da Lui il perdono delle proprie colpe, sperando nella benevolenza di nostro Signore Gesù Cristo.
Le cattive qualità del serpente forgiato nello spirito astrale non vollero però lasciare la volontà dell’anima al cospetto di Dio, e perciò introdussero nuovamente in essa la brama e il piacere, poiché non volevano lasciar estinguere il piacere e abbandonare gli onori e gli splendori del mondo, di cui pure temevano le beffe. La povera anima però volgeva lo sguardo a Dio, bramando ardentemente la Sua grazia e il Suo amore.
Il diavolo, visto che l’anima pregava Dio desiderosa di penitenza, insinuò nella preghiera la propensione alle qualità terrestri e confuse i buoni pensieri che si volgevano solleciti a Dio, affinché essi non andassero a Lui ma tornassero verso le cose terrene. La volontà dell’anima gemeva per Dio, ma i pensieri che da essa nascevano per penetrare in Lui erano distrutti senza giungere alla potenza divina.
La povera anima, vedendo di non poter consegnare a Dio la propria brama, si spaventò molto e rafforzò l’impeto della preghiera; ma il diavolo afferrò l’infuocata ruota mercuriale della vita con la propria bramosia, destando le cattive qualità affinché sorgessero le malvagie inclinazioni e penetrassero là dove già in precedenza s’erano sollazzate.
La povera anima, che voleva con la sua volontà raggiungere Dio, si angosciò molto, ma i pensieri tutti non volevano andare a Lui e fuggivano verso le cose terrene. Ella gemeva e piangeva per Dio, come fosse stata cacciata dal Suo volto senza ottenere uno sguardo dalla grazia; giaceva nell’angoscia, nel timore e nel tremore, stava in attesa della collera di Dio e del Suo severo giudizio, e di essere catturata dal diavolo. Cadde dunque in grande miseria e tristezza, poiché si era stancata e nauseata delle gioie e voluttà mondane a cui prima era avvezza.
La volontà naturale e terrena bramava le cose che l’anima voleva invece abbandonare, desiderando l’estinzione di ogni gioia e piacere temporale: aveva solo nostalgia della sua prima Patria, donde in origine era uscita e dalla quale si riteneva tuttavia lontana; giaceva così in grande abbandono e miseria, né sapeva cosa doversi fare. Pensò di entrare in se stessa senza più distogliersi dall’ardente preghiera, evitando la grande agitazione con cui il diavolo la fronteggiava.
Ma il diavolo sollevò nel suo cuore la voglia terrena, e le inclinazioni le riportarono in mente il falso diritto naturale per difendersi dai suoi voleri e dalle sue brame: esse infatti non volevano la morte del proprio volere e piacere, ma conservare la voluttà terrena. Così la povera anima fu imprigionata nella loro falsa brama, e non poté sollevarsi dal loro giogo, né gemere e sospirare la grazia di Dio.
Infatti, quando l’anima pregava sollecita Dio, il desiderio carnale convogliava in sé i raggi uscenti da lei e, sviandoli da Dio, li introduceva nei pensieri terreni. In tal modo essa nulla otteneva dalla potenza divina, si credeva ripudiata da Dio e non sapeva come Egli fosse vicino e indugiasse presso di lei.
Nel mercurio ignificato o ruota incandescente della vita entrò il diavolo, mischiò la sua brama al desiderio terreno della carne e, beffandosi della povera anima, le parlò nei suoi pensieri terreni: “Perché preghi? Pensi dunque che Dio ti ascolti e ti voglia? Considera il tuo pensiero di Lui! Hai pensieri cattivi e vani, e non hai fede in Lui: perché mai dovrebbe ascoltarti? Non ti ascolta, desisti, poiché ciò non è buono e uscirai di senno”.
“Perché ti tormenti? Guarda il mondo che vive nelle gioie, e nondimeno sarà felice poiché Cristo ha pagato per tutti gli uomini a sufficienza: consola te stessa e sii felice. Non puoi giungere in questo mondo alla sensibilità del divino”: desisti, occupati del corpo e della magnificenza temporale”.
“Non pensi che, agendo così, uscirai di senno e sarai melanconica e pazza? Saresti il folle d’ognuno e vivresti in un’inutile tristezza che non piace né a Dio né alla natura. Osserva il bel mondo dove Dio ti ha creata come signora di tutte le creature per governarle. Pensa prima al bene temporale, così da non avere poi più bisogno del mondo; quando infine verrà la vecchiaia potrai volgerti alla penitenza. Dio ti renderà ugualmente beata e ti condurrà in cielo: non è lecito, come fai tu, tormentarsi, star desti e crucciarsi”.
Con pensieri di tal fatta era circondata l’anima dal diavolo, nel piacere della carne e delle voluttà terrene; era imprigionata con grandi catene e non sapeva che fare. Pensava di tornare per poco al mondo e alla sua voluttà, ma in pari tempo era affamata di grazia divina e voleva darsi alla penitenza per ottener il favore di Dio, poiché la Sua mano l’aveva toccata e fiaccata. Non trovava pace in alcun luogo, gemendo pentita delle proprie colpe; ma si perse ugualmente, rimanendo nella fame e nella brama, poiché non era giunta ad un vero pentimento e ad un’autentica conoscenza delle colpe.
Stava in questa tristezza senza trovare pace o consiglio in nessun luogo, e pensò allora di trovare un luogo ove agire la vera penitenza, stare libera dai traffici e ostacoli del mondo, e cercare di ottenere la grazia di Dio. Si recò allora in un sito solitario e abbandonato dai commerci, e pensò pure di agire con la beneficenza contro la povertà, perché così Dio le sarebbe stato benevolo, e avrebbe cercato la via della sua quiete per concederle il Suo favore.
E tuttavia non poté ancora pervenire al favore di Dio, poiché tutti i suoi commerci terreni la seguivano nel piacere della carne, e fu di nuovo prigioniera del diavolo senza ottenere la quiete. Se per un’ora si dilettava nelle cose terrene, nella seguente sopraggiungevano tristezza e miseria, poiché sentiva ridestarsi in lei la collera di Dio, e non sapeva come ciò fosse accaduto e cosa sarebbe stato di lei. Sovente la sovrastava una grande angoscia e contrarietà che non trovava consolazione, e per le sue paure divenne malata.
Il raggio devastante del primo assalto della grazia l’aveva profondamente scossa, ed ella non sapeva che nel suo inferno stava Cristo con collera divina e severa giustizia, combattendo nell’anima e nel corpo contro il Satana incarnato e lo spirito dell’errore. Non comprendeva, l’anima, che questa fame e brama di penitenza e conversione provenivano da Cristo stesso, affinché ella ne fosse trascinata. E non sapeva ancora neppure cosa le mancasse per giungere alla percezione del divino, né conosceva d’esser mostruosa e gravata da un’immagine serpentina grazie alla quale il diavolo aveva accesso e potere su di lei. Poiché egli l’aveva sviata dai buoni pensieri e allontanata da Dio, come disse Cristo: “Il diavolo toglie la parola dai loro cuori, perché non credano e non divengano beati”. (Luca 8, 12)
Per decreto divino questa povera anima afflitta incontrò una volta un’anima illuminata da Dio e rinata, che così le parlò: “Che hai, anima dolente, da stare così inquieta e in pena?”.
L’anima afflitta disse: “Il Creatore ha distolto da me il Suo volto, e così non posso giungere alla Sua quiete. Perciò soffro, e non so che fare per ottenere il Suo favore dal quale mi separano monti e burroni.
L’anima illuminata le disse: “Porti in te un’immagine larvale del diavolo, che guarda la serpe e ti circonda. Così il diavolo ha accesso in te e alle tue qualità, e trattiene la tua volontà affinché non penetri in Dio. Se la tua volontà volesse altrimenti, sarebbe unta con la massima potenza di Dio nella resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, quest’unzione disperderebbe il mostro e si paleserebbe nuovamente la tua prima immagine paradisiaca, il diavolo perderebbe il suo potere su di te e ritorneresti un angelo. Non permettere che ti imprigioni nella sua brama e nel tuo piacere della carne, perché sarai separata da Dio, perderai la libertà e mai più tornerai nella nostra società”.
La povera anima afflitta si spaventò molto a questo discorso, e rimase senza parole sentendo come l’immagine serpentina la offuscava separandola da Dio, e come mescolava falsi pensieri alla sua volontà con potere tale da condurla vicino alla perdizione, così che ella stava nell’abisso dell’inferno, prigioniera della collera di Dio e senza speranza di ottenere la Sua grazia.
Era combattuta interiormente tra il dubbio e la speranza, e solo la forza della propria contrizione le impedì di disperare”. Quanto la speranza edificava, il dubbio distruggeva, ed ella stava in continua inquietudine, disgustata del mondo e delle sue vane bellezze, incurante di ogni gioia mondana: ma neppure così poté giungere alla quiete.
Tornò dunque da lei l’anima illuminata e, vedendo le sue angosce, disse: “Che stai facendo? Vuoi distruggerti nell’ansia? Perché ti tormenti nella capacità e nella volontà, così da ingrossare sempre più il tuo tormento? Se pure ti sprofondassi nel fondo del mare, o potessi volare verso l’aurora, o ti lanciassi oltre le stelle, neppur così saresti libera. Più ti angosci, più grossa e tormentata si fa la tua natura e meno perverrai alla quiete, fino a che la tua capacità sarà del tutto perduta. Come un cavolo secco non può per se stesso tornare verde e succoso, e rallegrarsi tra le piante, così tu non puoi per la tua capacità raggiungere il luogo di Dio e tornare ad essere la forma angelica che primamente eri. Tu, infatti, sei disseccata e spenta a Dio come il cavolo lo è alla sua forza e succosità: sei solo un’arida e angosciosa fame, e le tue qualità sono come il caldo e il freddo, in perenne conflitto senza mai diventare una cosa sola”.
La povera anima disse: “Che devo mai fare per rinverdire e riavere la mia vita primigenia, quando stavo in quiete e non ero ancora un’immagine?”.
L’anima illuminata disse: “Non devi fare nulla, ma abbandonare la tua volontà alla propria disposizione. Così le tue cattive qualità si indeboliranno e sfrontate morranno, e tu ti tufferai con la tua volontà nell’Uno dal quale uscisti in principio. Tu, invero, giaci prigioniera delle creature: abbandona la tua stessa volontà e morranno in te le creature e le loro cattive inclinazioni, che ti trattengono perché tu non vada a Dio”.
“Fai dunque così, e Dio ti manderà incontro il Suo più alto amore, che rivelò all’umanità in Cristo Gesù. Questo amore ti ridarà succo e vita, rinverdirai e ti rallegrerai del Dio vivente. Riotterrai pure l’immagine di Dio, liberandoti di questa forma serpentina, e tornerai alla nostra schiera angelica e saremo affratellate”.
La povera anima disse: “Come posso abbandonare il mio volere e farvi morire le creature, se io vivo nel mondo e debbo possederlo?”.
L’anima illuminata disse: “Se reputassi il bene e la gloria terreni e la voluttà della carne per tue proprietà, stimeresti superficialmente te e le tue azioni; e se ugualmente, vedendo soffrire il misero che pure ti è fratello, invece di salvarlo lo legassi a te, tormentandolo e occupandoti per gioco del suo lavoro e della sua fatica, saresti altezzosa e presuntuosa, ti innalzeresti contro di lui e lo disprezzeresti” .
“Il misero starebbe davanti a Dio, sospirando perché accanto a te gli sia risparmiata una vita di stenti. Allora i suoi sospiri desterebbero in te la collera divina, ingrossando sempre più la tua fiamma e la tua inquietudine”.
“E queste sono tue creature, per volere delle quali ti sei allontanata da Dio amandole. Di questo amore esse vivono, e tu con collera e agio continuamente le nutri, portando in loro la tua voglia di vita: ma sono solo bestie impure e maligne, formate nel piacere e con l’agio”.
“La stessa immagine è una bestia con quattro cattive inclinazioni: la prima è la superbia, la seconda l’avarizia, la terza l’invidia, la quarta la collera. In queste quattro qualità sta il fondamento dell’inferno ove ti trascini, in te impresso e di cui sei prigioniera; sono loro a vivere nella tua vita, a separarti da Dio senza lasciarti andare a Lui: rinunzia dunque a queste malvagie creature e falle morire in te”.
“E poiché domandi, devo dirti di abbandonare la cattiva volontà creaturale, affinché queste creature muoiano in te e tu possa vivere nel mondo accanto a loro. Ti dico inoltre che questa è una via stretta, angusta e piena di ostacoli; all’inizio la percorreresti con paura, ma in seguito con gioia”.
“Devi rettamente considerare come nella vita mondana tu cammini nella collera di Dio e nel fondamento dell’inferno, e come tutto ciò non sia la tua vera Patria. Invece, si deve vivere Cristo, camminare in Cristo, giustamente seguire Cristo, null’altro essere che Cristo, affinché lo spirito e la forza di Cristo vivano in noi e noi siamo a quelli completamente sottomessi”.
“Il regno di Cristo non è di questo mondo, ma del cielo, perciò per seguire Cristo devi intraprendere un viaggio ininterrotto verso il cielo, nonostante tu debba vivere col corpo e presso le creature, e di ciò sia costretta ad occuparti”.
“Questa è la via stretta del costante viaggio celeste e dell’imitazione di Cristo. Devi avvilirti nella tua forza e facoltà, giacché non è nella forza che guadagni le porte di Dio. Devi consegnarti tutt’intera e con impegno solenne alla misericordia divina, figurarti con fermezza le sofferenze e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, sprofondartici con tutta la mente e la ragione, bramare che in ciò le tue creature si estinguano”.
“Devi inoltre esser salda nell’abbandonare tutte le false comodità del piacere e dell’animo, e non lasciarti possedere da gloria e beni temporali, e scacciare quanto in ciò ti sia di errore e ostacolo. La tua volontà sia pura e seriamente volta all’abbandono delle tue creature: nella medesima ora in cui separerai da loro il tuo animo, sarai sulla pura strada della verità e della giustizia, seguendo l’insegnamento di Cristo”.
“E come avrai intenzione di abbandonare gli interni nemici della tua natura, così pure perdonerai i tuoi nemici esteriori e rivolgerai loro il tuo amore, perché esso non sia come una creatura trattenuta nella tua volontà, ma si purifichi da ogni creatura”.
“Per amore di Cristo abbandonerai anche gli onori e i beni terreni, e di questa terra non accetterai o amerai alcuna cosa; stima invece te stessa nulla più che un servitore di Dio e dei tuoi compagni in Cristo, al pari di un funzionario che svolga il suo ufficio. Si spengano gli altezzosi sguardi dell’amor proprio, affinché nulla rimanga di creaturale a introdurre i sensi nelle immagini”.
“Devi inoltre saldamente figurarti di ottenere la grazia promessa per merito di Gesù Cristo, oltre al suo amore pervadente: essa ti salverà dalle creature e illuminerà la tua volontà, ti accenderà della fiamma d’amore e sarai vincitore del demonio”.
“Null’altro devi volere, o potere, o tener per tuo se non l’immaginazione delle sofferenze della resurrezione di Cristo; grazie a ciò spezzerai con l’assalto il regno del diavolo e ucciderai le tue creature. Senza mai arretrare attenderai quest’ora, abbandonando il principio e l’azione di ogni tuo volere in Dio, affinché faccia e operi come vuole”.
“La tua volontà sarà così pronta a spezzare le tue creature e stare pura davanti a Dio, circondata dal merito di Gesù Cristo. Egli viene al Padre col figlio perduto, che cadrà davanti al Suo volto posando in questa Potenza tutte le sue potenze, rimettendogli i tutti i peccati e deviazioni e trasgressioni, e non semplicemente con le parole, ma con tal forza che in esse sia l’anima intera”.
“Il Padre eterno vedrà il tuo arrivo, tornerai a Lui penitente e umile, ed Egli spirerà in te dicendo: «Guardate, questo era il figlio perduto, una volta morto e ora vivo di nuovo». E ti verrà incontro con la grazia e l’amore di Gesù Cristo, ti rischiarerà coi raggi dell’amore, ti avvolgerà col Suo spirito possente: così troverai la forza di confessarti a Lui e pregare con ardore”.
“Hai ora il luogo dove combattere in vista di Dio: diverrai forte abbandonando ogni debolezza, e infine vedrai ed esperimenterai un grande miracolo. Sentirai infatti come Cristo imperverserà nel tuo inferno, spezzando quella bestia che genera desolazione e tumulto; sentirai destarsi il peccato ignoto che ti voleva trattenere e separare da Dio; sentirai bene come morte e vita combatteranno in te, e cosa siano il cielo e l’inferno”.
“Non devi né colpire, né scostarti, ma star salda finché le tue bestie si facciano fiacche e deboli, e muoiano sfrontate. La tua volontà sarà così sempre più forte e le tue inclinazioni maligne saranno schiacciate dal loro stesso peso; la tua volontà e il tuo animo saranno in cielo ogni giorno e ogni giorno le tue creature morranno. Otterrai un nuovo animo, diverrai una nuova creatura, tornerai ad essere l’immagine di Dio e la tua immagine di larva bestiale si perderà. Tornerai alla quiete e sarai salva da questa angoscia”.
Quando la povera anima cominciò ad esercitarsi severamente, pensava di vincere senza indugio, ma le porte del cielo e della grazia erano chiuse alla sua capacità come se fosse rifiutata da Dio, e non otteneva di vedere la grazia. Pensava allora tra sé: «Non ti sei abbandonata a Dio con semplicità, non Lo desideri, non Lo preghi, né ti rassegni alla Sua giustizia affinché uccida la tua cattiva lassezza. Sprofondati dunque in Lui, nel fondo che è fuori dalla natura e dalle creature, abbandonati a Lui, che faccia di te ciò che vuole, perché non sei degna di rivolgerGli la parola”. E l’anima si sprofondò, abbandonando la propria volontà.
Così facendo, giunse a pentirsi sommamente dei suoi antichi peccati, a dolersi amaramente della propria mancanza di forma e di ospitare in sé le creature. Il pentimento le impediva di rivolgere parola a Dio, ma nondimeno in esso considerava le amare sofferenze e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, patite per amor suo con grande angoscia e martirio, affinché essa fosse redenta dalla miseria e dall’angoscia e ritrasformata nell’immagine di Dio. Così affondata, si sollevava solo per lamentarsi della propria stoltezza, della propria negligenza nel considerare quest’immenso amore: aveva invece dissipato vanamente il proprio tempo e, senza considerare come potesse partecipare a tanta grazia, s’era conformata al vano piacere di questo mondo e delle cose terrene. Ricevuta, purtroppo, quest’inclinazione bestiale, giaceva ora prigioniera della miseria e, per vergogna, non osava sollevare gli occhi a Dio che le nascondeva la potenza del Suo volto.
Gemendo e piangendo fu trascinata nell’abisso della crudeltà, quasi stesse davanti alle porte dell’inferno e là dovesse putrefarsi. E fu come se tutti i sensi la lasciassero, avesse cessato d’essere e di poter agire, consegnata alla morte e non più creatura; infatti, come il suo Salvatore Gesù Cristo aveva patito martirio per lei e per lei era morto, così essa null’altro bramava che morire e perdersi nella Sua morte. In questa consunzione tuttavia si levò per sospirare e supplicare con fervore la misericordia di Dio, volendo affondare in questa purissima misericordia.
Avvenuto che fu ciò, le apparve il volto amico dell’amore di Dio, e come luce la trapassò: essa si fece vibrante e colma di gioia, si alzò per pregare e ringraziare l’Altissimo, esultando nel profondo perché era stata salvata dall’angoscia e dalla morte nell’inferno.
E gustò la dolcezza di Dio e la verità da Lui promessa, mentre si scioglievano da lei tutti i cattivi spiriti che in precedenza l’avevano tormentata e allontanata dalla grazia di Dio, e si tennero le nozze dell’Agnello e il matrimonio della nobile Sofia con l’anima, e si impresse nella sua essenza il sigillo della vittoria di Cristo, e fu nuovamente accolta tra i figli ed eredi di Dio.
Dopo questi eventi, l’anima stava tutta gioiosa, agendo in questa potenza e lodando i miracoli di Dio: di certo, pensava, dentro questa potenza e gioia essa si sarebbe trasformata. Ma avvenne che dal mondo esteriore le giunsero onta e beffe, mentre interiormente provava grande contrarietà, temendo che il proprio fondo fosse fuori di Dio e dubitando di aver davvero ottenuto la Sua grazia.
Venne perciò da lei il bestemmiatore, per distruggere la via così aperta e gettarla nel dubbio. Egli parlò in lei: “Tutto ciò non viene da Dio, è stata solo la tua immaginazione”.
Così si ritirò da lei la luce divina, ardendo solamente nel fondo interiore come un fuoco di putrefazione, ed ella sembrava aver smarrito la ragione e non sapere cosa le fosse successo, se davvero avesse gustato la luce della grazia divina e ora ne fosse stata abbandonata.
Ormai però il bruciante amore di Dio era seminato in lei, per cui le nacque una grande fame e sete della dolcezza divina, e prese a pregare e umiliarsi, a esaminare la cattiva inclinazione del suo pensiero e a ripudiarla.
Perciò la ragione fu rotta dalla volontà, e le cattive inclinazioni che vi erano sorte morirono sempre più; la natura del corpo si era fatta dolente ed ella era divenuta debole, come fosse stata malata: ma non era alcuna malattia naturale, solo una melanconia della natura terrestre del corpo, essendosi in lei spezzato il falso piacere.
Abbandonata la ragione terrena, la povera anima si vide beffeggiata dal mondo esteriore perché rifiutava di camminare sulle vie dell’empietà, mentre interiormente era tormentata e beffeggiata dal bestemmiatore che le mostrava la ricchezza, bellezza e maestà del mondo da cui era follemente fuggita. Allora ella pensò: “O eterno Dio, che mai farai per riportare la pace!”
Immersa in queste considerazioni, ella incontrò nuovamente l’anima illuminata, che così parlò: “Perché, sorella, sei triste?”
L’anima disse: “Ho seguito il tuo consiglio e ottenuto la vista delle dolcezze divine, ma essa mi ha lasciato, e ora giaccio perduta e in grave angustia, perché di fuori i miei buoni amici mi hanno abbandonato e il mondo mi deride, mentre dentro di me infieriscono l’angoscia e il dubbio, e non so che fare”.
L’anima illuminata disse: “Tu mi sei cara; osserva come il nostro Signore Gesù Cristo compia con te e in te il suo pellegrinaggio terreno, e come si comportò con questo mondo, che pure lo contraddiva e del quale nulla possedeva. Sopporta allora il tuo segno di elezione, e non meravigliarti di ciò che deve essere, perché sarai provata e purificata”.
“In questa afflizione pregherai assetata del Redentore, manifestando dentro e fuori di te la Grazia”.
“Perché di nuovo devi crescere in alto e in basso nell’immagine di Dio: similmente una giovane pianta è mossa dal vento e deve patire caldo e freddo. In tal moto, sopra e sotto, le si mostra la forza, ed essa sopporta la tempesta finché è diventata un albero che fruttifica; ma è in questo movimento che si manifesta la potenza del sole, accrescendo le qualità selvatiche dell’albero”.
“Ora devi combattere la tua battaglia cavalleresca nello spirito di Cristo, perché in te l’eterno Padre genera il figlio suo tramite la potenza del fuoco, e questo fuoco si muta in una fiamma d’amore, così che fuoco e luce siano un solo essere, vero tempio di Dio”.
“Devi ora inoltre dimorare nella vigna di Cristo, verdeggiare sul suo vitigno, fruttificare con la vita e con l’insegnamento, manifestando l’amore come un albero fecondo. Allora germoglierà in te dalla collera di Dio il paradiso, e l’inferno si muterà nel cielo”.
“Non ti conduca all’errore la dialettica del diavolo, giacché egli combatte in te per il proprio regno, e se fosse sconfitto dovrebbe giacere nella vergogna e lasciarti. Per questo ti copre agli occhi del mondo con lo scherno, sì che la sua vergogna non sia conosciuta”.
“Grazie a questa nuova nascita stai in cielo e nell’armonia divina: sii dunque paziente, e attendi il Signore! Pensa solo che quanto ti accade viene da Lui per il tuo miglioramento!” Detto ciò, l’anima illuminata si separò da lei.
Quest’anima ansiosa cominciò allora il suo cammino nella clemenza di Cristo, sperò nella fede divina e accrebbe quotidianamente la propria forza: morirono le sue cattive inclinazioni fino a che si stabilì nel regno della grazia, le si aprirono le porte della rivelazione divina e vide il Regno dei cieli.
Ritornò nella quiete e fu nuovamente figlia di Dio. E Dio aiuti per questo tutti noi! Amen.

Del Segreto Iniziatico (René Guénon)

Iniziazione

Sebbene abbiamo già indicato qual è la natura essenziale del segreto iniziatico, dobbiamo portare ulteriori precisazioni in proposito, allo scopo di distinguerlo, senza possibilità di equivoci, da tutti gli altri generi di segreti più o meno esteriori che s’incontrano nelle molteplici organizzazioni che, per questa ragione, sono dette “segrete” nel senso più generale. Abbiamo detto, infatti, che questa designazione, per noi, significa unicamente che tali organizzazioni possiedono un segreto, qualunque ne sia la natura, e anche che, secondo il fine che esse si propongono, questo segreto può naturalmente vertere sulle cose più diverse e assumere le forme più svariate; ma, in tutti i casi, qualunque segreto che non sia il segreto propriamente iniziatico ha sempre un carattere convenzionale; con ciò intendiamo dire che non è tale se non in virtù di una convenzione più o
meno esplicita, e non per la natura stessa delle cose. Al contrario, il segreto iniziatico è tale perché non può non esserlo, poiché consiste esclusivamente nell’“inesprimibile”, il quale, di conseguenza, è necessariamente anche l’“incomunicabile”; e così, se le organizzazioni iniziatiche sono segrete, in esse tale carattere non ha più nulla d’artificiale e non risulta da alcuna decisione più o meno arbitraria da parte di chicchessia. Questo punto è dunque particolarmente importante per ben distinguere, da un lato, le organizzazioni iniziatiche da tutte le altre organizzazioni segrete qualunque, e dall’altro, nelle stesse organizzazioni iniziatiche, quel che costituisce l’essenziale da tutto ciò che può venire ad aggiungervisi accidentalmente; quindi dobbiamo ora dedicarci a svilupparne un po’ le conseguenze.
La prima di queste conseguenze, che peraltro abbiamo già indicato precedentemente, è che, mentre ogni segreto d’ordine esteriore può sempre essere tradito, solo il segreto iniziatico non può mai esserlo in alcuna maniera, poiché, in se stesso e in qualche modo per definizione, è inaccessibile e inafferrabile ai profani e non può da essi venir penetrato, la sua conoscenza non potendo essere che la conseguenza dell’iniziazione stessa. In effetti, questo segreto è di tal natura che le parole non possono esprimerlo; è per questo, come spiegheremo più completamente in seguito, che l’insegnamento iniziatico non può far uso che di riti e di simboli, i quali suggeriscono piuttosto che non esprimano nel senso ordinario della parola. Per l’esattezza, quel che è trasmesso con l’iniziazione non è il segreto in sé, poiché esso è incomunicabile, ma l’influenza spirituale che ha i riti come
veicolo, e che rende possibile il lavoro interiore per mezzo del quale, prendendo i simboli come base e come supporto, ciascuno coglierà tale segreto e lo penetrerà più o meno completamente, più o meno profondamente, secondo la misura delle proprie possibilità di comprensione e di realizzazione.
Checché si possa pensare delle altre organizzazioni segrete, non si può perciò, in ogni caso, rimproverare alle organizzazioni iniziatiche d’avere questo carattere, poiché il loro segreto non è qualcosa che esse nascondano volontariamente per ragioni qualsiasi, legittime o no, e sempre più o meno soggette a discussione e ad apprezzamento come tutto quel che procede dal punto di vista profano, bensì qualcosa che non è in potere di nessuno, quand’anche lo volesse, svelare e comunicare ad altri. Quanto al fatto che queste organizzazioni siano “chiuse”, vale a dire che non ammettono tutti indistintamente, esso si spiega semplicemente con la prima delle condizioni dell’iniziazione quali abbiamo esposte in precedenza, ossia per la necessità di possedere certe “qualificazioni” particolari, in assenza delle quali alcun beneficio reale potrebbe essere tratto dal ricollegamento a una tale organizzazione. Per di più, quando questa diviene troppo “aperta” e insufficientemente rigorosa a tale riguardo, corre il rischio di degenerare a causa dell’incomprensione di coloro che così ammette sconsideratamente, e che, soprattutto quando divengono la maggioranza, non mancano d’introdurvi ogni sorta di vedute profane e di deviare la sua attività verso scopi che non hanno niente in comune con il dominio iniziatico, come si vede anche troppo bene in ciò che, ai nostri giorni, ancora sussiste in
quanto a organizzazioni di questo genere nel mondo occidentale.
Così, ed è una seconda conseguenza di quel che abbiamo enunciato all’inizio, il segreto iniziatico in se stesso e il carattere “chiuso” delle organizzazioni che lo detengono (o, per parlare più esattamente, che detengono i mezzi con i quali è possibile a coloro che sono “qualificati” d’avervi accesso) sono due cose del tutto distinte e che non devono in nessun modo essere confuse. Per quanto riguarda il primo, significa disconoscerne totalmente l’essenza e la portata l’invocare delle ragioni di “prudenza” come talvolta si fa; per il secondo, invece, che peraltro riguarda la natura degli uomini in generale e non quella dell’organizzazione iniziatica, si può fino a un certo punto parlare di “prudenza”, nel senso che, con ciò, quest’organizzazione si difende, non contro delle “indiscrezioni”
impossibili quanto alla sua natura essenziale, ma contro quel pericolo di degenerazione di cui abbiamo appena parlato; né si tratta della ragione primaria, quest’ultima non essendo altro che la perfetta inutilità d’ammettere delle individualità per le quali l’iniziazione non sarebbe mai altro che “lettera morta”, vale a dire una formalità vuota e senza alcun effetto reale, poiché esse sono in qualche modo impermeabili all’influenza spirituale. Quanto alla “prudenza” nei confronti del mondo esterno, come la s’intende il più delle volte, non può essere che una considerazione affatto accessoria, ancorché sia sicuramente legittima in presenza di un ambiente più o meno coscientemente ostile, l’incomprensione profana fermandosi raramente a una sorta d’indifferenza e tramutandosi fin troppo facilmente in un odio le cui manifestazioni costituiscono un pericolo che non ha
certo niente d’illusorio; ma questo non può tuttavia colpire l’organizzazione iniziatica in sé, la quale, in quanto tale, è, come abbiamo detto, veramente “inafferrabile”. Così le precauzioni a questo riguardo s’imporranno quanto più tale organizzazione sarà già più “esteriorizzata”, dunque meno puramente iniziatica; è peraltro evidente che è soltanto in questo caso che essa può arrivare a trovarsi in diretto contatto con il mondo profano,
che, altrimenti, non potrebbe che ignorarla in modo puro e semplice. Non parleremo qui di un pericolo d’ordine diverso, che può risultare dall’esistenza di ciò che abbiamo chiamato la “contro-iniziazione”, e al quale semplici misure esteriori di “prudenza” non possono peraltro ovviare; queste non valgono che contro il mondo profano, le cui reazioni,
lo ripetiamo, sono da temere soltanto perché l’organizzazione ha assunto una forma esteriore analoga a quella di una “società” o è stata trascinata più o meno completamente in un’azione esercitantesi al di fuori del dominio iniziatico, tutte cose il cui carattere non può essere considerato che semplicemente accidentale e contingente.

Arriviamo così a far emergere un’ulteriore conseguenza della natura del segreto iniziatico: può accadere infatti che, oltre a questo segreto che solo le è essenziale, un’organizzazione iniziatica possieda anche secondariamente, e senza per questo perdere in nessun modo il suo carattere proprio, altri segreti che non sono dello stesso ordine, ma di un ordine più o meno esteriore e contingente; e sono questi segreti puramente accessori che,
essendo necessariamente i soli ad apparire agli occhi dell’osservatore esterno, saranno suscettibili di provocare diverse confusioni. Questi segreti possono provenire dalla “contaminazione” di cui abbiamo parlato, intendendo con ciò l’aggiunta di fini che non hanno nulla di iniziatico, e ai quali può peraltro esser data un’importanza più o meno grande, poiché, in questo genere di degenerazione, tutti i gradi sono evidentemente possibili; ma non sempre le cose stanno così, e può anche essere che simili segreti si riferiscano ad applicazioni contingenti, ma legittime, della stessa dottrina iniziatica, applicazioni che si giudica opportuno “riservare” per ragioni che possono essere assai diverse, e andrebbero determinate in ciascun caso particolare. I segreti a cui stiamo alludendo sono, in special modo, quelli che concernono le scienze e le arti tradizionali; quel che nel modo più generale si può dire al proposito, è che, non potendo tali scienze e tali arti
essere veramente comprese al di fuori dell’iniziazione in cui hanno il loro principio, la loro “volgarizzazione” potrebbe avere solo degli inconvenienti, giacché essa comporterebbe inevitabilmente una deformazione o addirittura uno snaturamento, del genere di quello che ha precisamente dato origine alle scienze e alle arti profane, come abbiamo esposto in altre occasioni.
In questa stessa categoria di segreti accessori e non essenziali, si deve annoverare anche un altro genere di segreto che esiste in maniera molto generale nelle organizzazioni iniziatiche, e che è quello che occasiona più comunemente, nei profani, quell’equivoco su cui abbiamo precedentemente attirato l’attenzione: tale segreto è quello che verte, sia sull’insieme dei riti e dei simboli in uso in tale organizzazione, sia, più particolarmente ancora, e anche in maniera più rigorosa di solito, su certe parole e certi segni da essa
impiegati come “mezzi di riconoscimento”, per permettere ai suoi membri di distinguersi dai profani. Va da sé che ogni segreto di tale natura non ha che un valore convenzionale e tutto relativo, e che, per il fatto stesso di concernere delle forme esteriori, può sempre essere scoperto o tradito, il che peraltro, rischierà, del tutto naturalmente, di verificarsi tanto più facilmente quanto più si tratterà di un’organizzazione meno rigorosamente “chiusa”; si deve anche insistere su questo, che non solamente tale segreto non può in alcun modo essere confuso con il vero segreto iniziatico, salvo che da coloro che non hanno la minima idea della natura di quest’ultimo, ma che non ha neppure nulla d’essenziale, cosicché la sua presenza o assenza non possono essere invocate per definire un’organizzazione in quanto in possesso di un carattere iniziatico o come priva di esso. In realtà, la stessa cosa, o qualcosa d’equivalente, esiste anche nella maggior parte
delle altre organizzazioni segrete qualunque, senza nulla d’iniziatico, benché le ragioni ne siano allora differenti: può trattarsi, sia d’imitare le organizzazioni iniziatiche nelle loro apparenze più esteriori, com’è il caso per le organizzazioni da noi qualificate pseudo-iniziatiche, o addirittura per certi raggruppamenti fantasiosi che non meritano neppure tale nome, sia molto semplicemente di garantirsi quanto possibile contro le indiscrezioni, nel senso più comune della parola, come accade soprattutto per le associazioni di scopo politico, ciò che si capisce senza la minima difficoltà. D’altra parte, l’esistenza di un segreto di questo genere non ha, per le organizzazioni iniziatiche, niente di necessario; anzi ha in esse un’importanza tanto meno grande quanto più puro e più elevato è il loro carattere, poiché esse sono allora tanto più svincolate da tutte le forme esteriori e da tutto quanto non è veramente essenziale. Accade perciò questo, che può sembrare paradossale a prima vista, ma che è invece in fondo molto logico: l’impiego di “mezzi di riconoscimento” da parte di un’organizzazione è una conseguenza del suo carattere “chiuso”; ma, in quelle che sono precisamente le più “chiuse” di tutte, tali mezzi si riducono
fino a scomparire talvolta interamente, poiché allora non ve n’è più bisogno, la loro utilità essendo direttamente legata a un certo grado d’“esteriorità” dell’organizzazione che vi ha ricorso, e raggiungendo in qualche modo il suo massimo quando quest’ultima rivesta un aspetto “semi-profano”, del quale la forma “societaria” è l’esempio più tipico,
poiché è allora che le sue occasioni di contatto con il mondo esteriore sono le più estese e molteplici, e, di conseguenza, più le importa di distinguersi da questo con dei mezzi che siano anch’essi d’ordine esteriore.
L’esistenza di un tale segreto esteriore e secondario nelle organizzazioni iniziatiche più diffuse si giustifica peraltro ancora con altre ragioni: certuni gli attribuiscono soprattutto un ruolo “pedagogico”, se così è permesso esprimersi; in altri termini, la “disciplina del segreto” costituirebbe una sorta d’“allenamento” o d’esercizio che rientra nei metodi propri a queste organizzazioni; e, a questo proposito, in essa si potrebbe vedere in qualche modo come una forma attenuata e ridotta della “disciplina del silenzio” che
era in uso in certe scuole esoteriche antiche, segnatamente presso i Pitagorici.
Questo punto di vista è sicuramente giusto, a condizione di non essere esclusivo; e va notato che, sotto questo rapporto, il valore del segreto è completamente indipendente da quello delle cose sulle quali verte; il segreto mantenuto sulle cose più insignificanti avrà, in quanto “disciplina”, esattamente la stessa efficacia di un segreto realmente importante di per se stesso. Questa dovrebbe essere una risposta sufficiente ai profani che, a tal proposito, accusano le organizzazioni iniziatiche di “puerilità”, non comprendendo peraltro che le parole o i segni sui quali il segreto è imposto hanno un proprio valore simbolico; se essi sono incapaci d’arrivare fino a considerazioni di quest’ultimo ordine, quella che abbiamo appena indicata è almeno alla loro portata e non richiede certo un grandissimo sforzo di comprensione.
Ma, vi è, in realtà, una ragione più profonda, basata precisamente su quel carattere simbolico che abbiamo appena menzionato, e che fa sì che quelli che si chiamano “mezzi di riconoscimento” non siano solamente questo ma anche, allo stesso tempo, qualcosa di più: si tratta veramente di simboli come tutti gli altri, il cui significato dev’essere meditato e approfondito allo stesso titolo, e che fanno così parte integrante dell’insegnamento iniziatico. È così d’altronde per tutte le forme impiegate dalle organizzazioni iniziatiche, e, più generalmente ancora, da tutte quelle che hanno un carattere tradizionale (ivi comprese le forme religiose): esse sono sempre, in fondo, altra cosa che quel che paiono dal di fuori, anzi è questo che le distingue essenzialmente dalle forme profane, in cui l’apparenza esteriore è tutto e non ricopre alcuna realtà d’altro ordine. Da questo punto di vista, il segreto di cui si tratta è esso stesso un simbolo, quello del vero segreto iniziatico, il che è evidentemente ben più di un semplice mezzo “pedagogico”; ma, beninteso, qui come altrove, il simbolo non dev’essere in alcun modo confuso con ciò che è simboleggiato, ed è questa la confusione che commette l’ignoranza profana, poiché essa non sa vedere quel che v’è dietro l’apparenza, e non concepisce neppure che possa esservi qualcosa d’altro da quel che cade sotto i sensi, il che equivale praticamente
alla negazione pura e semplice di ogni simbolismo.
Infine, indicheremo un’ultima considerazione che potrebbe dar luogo ad altri sviluppi ancora: il segreto d’ordine esteriore, nelle organizzazioni iniziatiche in cui esiste, fa propriamente parte del rituale, poiché quel che ne è l’oggetto è comunicato, sotto l’obbligo corrispondente del silenzio, nel corso stesso dell’iniziazione a ciascun grado o come conclusione di quest’ultima. Tale segreto costituisce perciò, non solamente un simbolo
come abbiamo appena detto, ma anche un vero e proprio rito, con tutta la virtù propria che è inerente a questo come tale; e del resto, in verità, il rito e il simbolo sono, in tutti i casi, strettamente legati dalla loro stessa natura, come dovremo spiegare più diffusamente nel seguito.


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Sulla morte iniziatica (René Guénon)

Iniziazione


Un’altra delle  questioni che, come quella delle prove, sembrano essere scarsamente comprese dalla maggioranza di quei nostri contemporanei che hanno la pretesa di trattare di queste cose, è quella della cosiddetta «morte iniziatica»; ci è infatti frequentemente capitato di imbatterci, a questo proposito, in un’espressione come quella di «morte fittizia», espressione che testimonia dell’incomprensione più completa delle realtà di quest’ordine.

Coloro che si esprimono in questo modo vedono soltanto, evidentemente, l’esteriorità del rito e non hanno nessuna idea degli effetti che esso deve produrre su coloro che sono veramente qualificati; se così non fosse, essi si renderebbero conto che tale «morte», ben lungi dall’essere «fittizia» è invece, in un certo senso, anche più reale della morte intesa nel senso ordinario della parola, poiché è evidente che il profano, morendo, non diviene con ciò stesso iniziato, e la distinzione tra l’ordine profano (comprendendovi non soltanto ciò che è privo di carattere tradizionale, ma anche qualsiasi exoterismo) e l’ordine iniziatico è, a dire il vero, la sola che oltrepassi le contingenze inerenti agli stati particolari dell’essere e che abbia, di conseguenza, un valore profondo e permanente dal punto di vista universale. Ci accontenteremo di ricordare, a questo riguardo, che tutte le tradizioni insistono sulla differenza essenziale che esiste negli stati postumi dell’essere umano, a seconda che si tratti del profano o dell’iniziato; se le conseguenze della morte, assunta nella sua accezione abituale, sono in tal modo condizionate da questa distinzione, è dunque perché il cambiamento che dà accesso all’ordine iniziatico corrisponde a un grado superiore di realtà. È bene chiarire che la parola «morte» dev’essere presa qui nel suo senso più generale, secondo il quale si può dire che ogni cambiamento di stato, qualunque esso sia, è al tempo stesso una morte e una nascita, a seconda che lo si consideri dall’uno o dall’altro lato: morte in rapporto allo stato antecedente, nascita in rapporto a quello successivo. L’iniziazione è generalmente descritta come una «seconda nascita», cosa che essa è effettivamente; ma questa «seconda nascita» implica necessariamente la morte al mondo profano e la segue in qualche modo immediatamente, poiché non si tratta, per esprimerci esattamente, che delle due facce di uno stesso cambiamento di stato. Per quanto riguarda il simbolismo del rito, esso sarà naturalmente fondato sull’analogia che esiste tra tutti i cambiamenti di stato: in ragione di questa analogia, la morte e la nascita in senso ordinario simboleggiano la morte e la nascita iniziatica, le immagini prese da esse essendo trasposte dal rito in un altro ordine di realtà. È il caso di notare in special modo, a questo riguardo, che ogni cambiamento di stato deve esser visto come se avvenisse nelle tenebre, ciò che spiega il simbolismo del colore nero in rapporto con la realtà in questione: il candidato all’iniziazione deve passare attraverso l’oscurità completa prima di accedere alla «vera luce». È in questa fase di oscurità che si effettua quella che viene indicata come la «discesa agli Inferi», di cui abbiamo parlato più ampiamente altrove: si tratta, potremmo dire, di una specie di «ricapitolazione» degli stati antecedenti, per mezzo della quale le possibilità riferentisi allo stato profano saranno definitivamente esaurite, acciocché l’essere possa da quel momento sviluppare liberamente le possibilità d’ordine superiore che porta in sé, e la cui realizzazione appartiene propriamente all’ambito iniziatico.D’altra parte, poiché considerazioni simili sono applicabili a qualsiasi cambiamento di stato, e visto che i gradi ulteriori e successivi dell’iniziazione corrispondono naturalmente anch’essi a cambiamenti di stato, si può dire che vi sarà nuovamente, per l’accesso a ciascuno di essi, morte e nascita, benché il «taglio», se è permesso esprimersi così, sia meno netto e di importanza meno fondamentale rispetto a quello relativo alla prima iniziazione, per il passaggio, cioè, dall’ambito profano all’ambito iniziatico. D’altro canto, è evidente che i cambiamenti subiti dall’essere nel corso del suo sviluppo sono realmente in molteplicità indefinita; i gradi iniziatici conferiti ritualmente, in qualsiasi forma tradizionale, non possono quindi corrispondere che a una specie di classificazione generale delle principali tappe da percorrere, e ciascuno di essi può riassumere in sé tutto un insieme di tappe secondarie e intermedie. Ma vi è, in questo processo, un punto più particolarmente importante, in cui il simbolismo della morte dovrà apparire nuovamente nel modo più esplicito, e ciò richiede ulteriori spiegazioni. La «seconda nascita», vista come corrispettiva della prima iniziazione, è propriamente, come abbiamo già detto, quella che si può chiamare una rigenerazione psichica; ed è infatti nell’ordine psichico, cioè nell’ordine in cui si situano le modalità sottili dell’essere umano, che devono effettuarsi le prime fasi dello sviluppo iniziatico; ma queste ultime non costituiscono uno scopo in se stesse, e sono soltanto preparatorie in rapporto alla realizzazione di possibilità di ordine più elevato, cioè dell’ordine spirituale nel vero senso della parola. Il punto del processo iniziatico al quale abbiamo fatto allusione è perciò quello che segnerà il passaggio dall’ambito psichico all’ambito spirituale; e questo passaggio potrà essere considerato costituire più particolarmente una «seconda morte» e una «terza nascita». È opportuno aggiungere che questa «terza nascita» sarà rappresentata più come una «resurrezione» che come una nascita ordinaria, poiché non si tratta più di un «inizio» nel senso della prima iniziazione; le possibilità già sviluppate, e acquisite una volta per tutte, dovranno ritrovarsi dopo questo passaggio, ma «trasformate», in modo analogo a quello per cui il «corpo glorioso» o «corpo di resurrezione» rappresenta la «trasformazione» delle possibilità umane, al di là delle condizioni limitative che definiscono il modo d’esistenza dell’individualità come tale. La questione, ricondotta così all’essenziale, è in fondo abbastanza semplice; ciò che la complica, come capita quasi sempre, sono le confusioni che si commettono mescolando a essa considerazioni che si riferiscono in realtà a cose del tutto diverse. È quel che si verifica specialmente riguardo alla «seconda morte», a cui molti pretendono di dare un significato particolarmente sfavorevole, non sapendo fare certe distinzioni essenziali tra i diversi casi in cui questa espressione può essere usata. La «seconda morte», secondo quanto abbiamo detto, altro non è che la «morte psichica»; questo fatto può considerarsi suscettibile di prodursi, a scadenza più o meno lunga dopo la morte corporea – per l’uomo ordinario – al di fuori di ogni processo iniziatico; ma allora questa «seconda morte» non darà accesso alla sfera spirituale, e l’essere, uscendo dallo stato umano, passerà semplicemente a un altro stato individuale di manifestazione. Si tratta di una eventualità temibile per il profano, il quale ha tutti i vantaggi nell’essere mantenuto in quelli che abbiamo chiamato i «prolungamenti» dello stato umano, cosa che è d’altronde, in tutte le tradizioni, la principale ragione d’essere dei riti funerari. Ma la cosa è del tutto diversa per l’iniziato, perché questi realizza le possibilità stesse dello stato umano soltanto per riuscire a superarlo, e perché deve necessariamente uscire da tale stato, senza che abbia del resto bisogno per questo di attendere la dissoluzione dell’apparenza corporea, per passare agli stati superiori. Aggiungiamo ancora, per non trascurare nessuna possibilità, che vi è un altro aspetto sfavorevole della «seconda morte», il quale si riferisce propriamente alla «contro-iniziazione»; quest’ultima, infatti, imita nelle sue fasi l’iniziazione vera, ma i suoi risultati sono in qualche modo all’inverso di questa e, evidentemente, essa non può in nessun caso condurre alla sfera spirituale, giacché, al contrario, non fa che allontanarne l’essere sempre di più. Allorché l’individuo che segue questa via arriva alla «morte psichica» si trova in una situazione non esattamente simile a quella del profano puro e semplice, ma molto peggiore, in ragione dello sviluppo che ha dato alle possibilità inferiori dell’ordine sottile; ma su questo argomento non insisteremo oltre, e ci accontenteremo di rinviare alle allusioni che su di esso abbiamo già fatto in altre occasioni, poiché, a dire il vero, è questo un caso che può presentare interesse soltanto da un punto di vista molto speciale, il quale, comunque sia, non ha assolutamente nulla a che vedere con la vera iniziazione. La sorte dei «maghi neri», come comunemente vengono chiamati, non riguarda che loro stessi, e sarebbe perlomeno inutile alimentare le divagazioni più o meno fantasiose a cui questo argomento dà luogo anche troppo spesso; di loro vale la pena di occuparsi soltanto per denunciarne i misfatti quando le circostanze lo esigano, e per opporvisi nella misura del possibile; e disgraziatamente, in un’epoca come la nostra, tali misfatti sono notevolmente più numerosi e gravi di quanto possano immaginare coloro che non hanno avuto occasione di rendersene conto direttamente.